TABELLA BATTAGLIE NELLA STORIA

  ATTACCO A TARANTO 

di Tansini Davide

Data: 11-12 novembre 1940.
Luogo: base navale di Taranto.
Eserciti contro: flotte Italiana e Inglese.
Contesto: seconda guerra mondiale.
Protagonisti:
Ammiraglio sir Andrew Cunningham, Comandante in Capo della Mediterranean Fleet;
Contrammiraglio George Lyster, Comandante della divisione portaerei della Mediterranean Fleet;
Ammiraglio di Divisione Antonio Pasetti, Comandante in Capo del Dipartimento Militare Marittimo;
Vice Ammiraglio Henry Pridham-Wippel, Comandante 3° divisione incrociatori britannica;
Tenente di Vascello Giovanni Barbini, Comandante della torpediniera Fabrizi.

 

L'attacco:

Nell’agosto 1940 la Marina italiana rese operative le corazzate Vittorio Veneto e Littorio. Queste potenti navi, lunghe 238 metri, dislocavano 41.300 tonnellate standard - 43.600 a pieno carico - e potevano sviluppare una velocità massima di 30 nodi. La protezione orizzontale in acciaio pesante aveva uno spessore di 207 millimetri, mentre sulle torri d’artiglieria e sulle fiancate raggiungeva i 350 millimetri: il peso complessivo della sola corazzatura era di 13.600 tonnellate. L’armamento principale consisteva in 9 cannoni da 15 pollici - 381 millimetri - collocati in tre torri trinate, mentre quello secondario comprendeva 12 bocche da 6 pollici - 152 millimetri - e 12 pezzi da 90 millimetri; vi erano poi 4 cannoni da 120 millimetri per il tiro illuminante, 20 mitragliere antiaeree da 37 e 24 da 20 millimetri.

L’entrata in servizio di queste poderose unità da battaglia - tecnicamente superiori alle corazzate della Royal Navy - preoccupò notevolmente l’Ammiragliato inglese: con un’adeguata protezione aerea e antisilurante esse avrebbero potuto sopraffare qualsiasi unità nemica. E due mesi dopo la situazione divenne addirittura critica. In seguito all’invasione dell’Epiro da parte delle truppe italiane la Gran Bretagna si impegnò ad aiutare militarmente la Grecia: questo per evitare che gli italiani finissero per controllare l’Egeo - fondamentale per la sicurezza di Alessandria d’Egitto - e dissuadere nel contempo la Turchia dall’entrare nel conflitto a fianco dell’Asse.

Ma ciò comportò l’invio sempre crescente di materiale bellico per mezzo di continui convogli marittimi tra l’Egitto ed i porti greci. Anche se questo sforzo venne compensato dall’insediamento di basi navali al Pireo, a Creta e nell’Egeo, il rischio che ogni volta le navi inglesi correvano attraversando il Mediterraneo era sempre notevole. Non per gli attacchi della Regia Aeronautica - che nei sei mesi di guerra si erano mostrati poco efficaci - o per quelli dei sommergibili in agguato - non proprio infallibili come la propaganda fascista voleva far credere - quanto per la vicinanza di Taranto alla Grecia: le navi italiane lì basate avrebbero potuto raggiungere velocemente e distruggere i convogli britannici in navigazione, causando così danni notevoli. Senza contare l’impegnativo ma necessario rifornimento di Malta, al quale l’Ammiragliato britannico doveva provvedere con adeguate e numerose scorte navali per mantenere attivo questo strategico caposaldo tra la Sicilia e la Tunisia - dove erano costretti a transitare i convogli italiani diretti in Libia.

Divenne quindi necessario per la Royal Navy allestire un’operazione per affondare o quanto meno danneggiare le unità italiane dislocate nella piazzaforte di Taranto. Un piano di questo genere era già stato studiato nel 1935 - durante la guerra italo-abissina - e perfezionato nel 1938 dal Capitano di Vascello George Lyster, allora comandante della porterei Glorious: grazie alla sua notevole conoscenza della base pugliese, egli aveva progettato un attacco notturno con aerosiluranti. In seguito Lyster era stato promosso Contrammiraglio e trasferito ad altro incarico. Nell’autunno 1940 egli era ritornato nel Mediterraneo a capo della divisione di portaerei stanziata ad Alessandria ed aveva sottoposto il progetto al Comandante in Capo della Mediterranean Fleet, Ammiraglio sir Andrew Cunningham.

Era certamente un piano rischioso e pieno d’incognite. Taranto era una base di prim’ordine potentemente difesa: vi si trovavano 21 batterie antiaeree per un totale di 101 cannoni, 193 mitragliere tra pesanti e leggere, 13 stazioni aerofoniche d’intercettazione e 22 proiettori luminosi, senza contare l’armamento delle navi alla fonda. Gli aerosiluranti avrebbero dovuto sganciare i loro ordigni volando praticamente a pelo d’acqua in uno spazio ristretto, per evitare che i siluri affondassero nel fango del basso fondale. Agendo nottetempo si sarebbe dovuto illuminare la rada con bengala, e se le navi italiane - come probabile - avessero steso cortine fumogene, l’azione sarebbe quasi certamente fallita. Le portaerei da cui sarebbero decollati gli aerei previsti per la missione - caccia, bombardieri, aerosiluranti e bengalieri - avrebbero dovuto portarsi a 130 miglia dalla costa italiana, al limite d’azione dei velivoli: una sosta di quattro o cinque ore nello Ionio, vicino alle coste italiane e con il rischio di essere scoperte da pattuglie nemiche.

D’altra parte gli inglesi disponevano per i lori siluri di modernissime spolette magnetiche: gli ordigni avrebbero così potuto evitare gli sbarramenti parasiluri raggiungendo una profondità maggiore delle reti ed esplodere sotto le chiglie delle navi senza bisogno di urtarle. L’ingente apparato antiaereo della base - progettato per un fuoco massiccio ma poco preciso - sarebbe risultato poco efficiente durante la notte. Inoltre agli aeromobili potevano essere aggiunti serbatoi supplementari, incrementando di 50 miglia il loro raggio d’azione. Infine, si poteva contare sul fattore sorpresa: gli alti comandi italiani ritenevano infatti improbabile un attacco aereo contro Taranto, specie durante le tenebre, e la cintura di sorveglianza attorno a questa base era perciò abbastanza ridotta. Se la squadra inglese fosse poi passata inosservata - o comunque non si fossero capite le reali intenzioni - vi sarebbero state buone probabilità di riuscita.

Nel pomeriggio del 6 novembre l’Operazione “Judgement” ebbe inizio: quattro corazzate - Malaya, Ramillies, Valiant e Warspite, nave ammiraglia - la portaerei Illustrious, due incrociatori - Gloucester e York - e tredici cacciatorpediniere salparono da Alessandria diretti verso La Valletta. Il giorno successivo la Forza H lasciò Gibilterra: il gruppo - costituito dalla corazzata Barham, dalla portaerei Ark Royal, dagli incrociatori Berwick e Glasgow e da sei cacciatorpediniere - aveva il compito di trasportare 2.150 soldati destinati alla guarnigione di Malta. Tre giorni prima sette navi mercantili, scortate da alcuni incrociatori e cacciatorpediniere, erano uscite da Alessandria cariche di benzina e di armamenti destinati a Suda e alle Isole Maltesi. Contemporaneamente gli incrociatori Ajax e Sydney erano partiti dalla stessa base per trasferire truppe ed armamenti a Creta. Con questi numerosi convogli provenienti da varie parti del Mediterraneo l’Ammiragliato britannico aveva voluto confondere il nemico sul reale obiettivo della missione: Taranto.

Ciononostante, Supermarina - il Comando Supremo della Marina italiana - aumentò la sorveglianza aerea e l’8 inviò cacciatorpediniere e torpediniere di pattuglia nel Canale di Sicilia. Il mattino seguente alcuni velivoli decollati dalla Ark Royal bombardarono gli aeroporti di Cagliari e Carbonia, e nel pomeriggio venti trimotori italiani attaccarono senza successo la Forza H. Quella stessa sera cinque sommergibili italiani vennero posti in agguato a Nord-Ovest ed altrettanti a Sud-Est della Sicilia, mentre alcuni cacciatorpediniere e motosiluranti vennero inviati nel Canale di Sicilia. Al tramonto la portaerei di Gibilterra ed alcuni cacciatorpediniere invertirono la rotta e presero la via del ritorno, mentre il resto della squadra continuò a dirigere verso Malta. A causa delle cattive condizioni climatiche essi non riuscirono ad avvistare le unità britanniche. Il radar dell’Illustrious scoprì oltre l’orizzonte alcuni ricognitori italiani: dalla portaerei si alzarono numerosi caccia Fulmar che li abbatterono prima di aver potuto segnalare le unità nemiche. Tutte le navi britanniche giunsero a Malta nella giornata del 10 novembre.

A causa dell’efficace copertura aerea degli aerei dell’Illustrious Supermarina non poté essere informata degli spostamenti della Mediterranean Fleet. Quest’ultima rimase nei pressi di Malta fino al pomeriggio seguente: il tempo si era frattanto rasserenato e la squadra - cui si era unita la Ramillies con alcuni suoi cacciatorpediniere - poté dirigersi verso il punto prefissato per il lancio degli aerei - 170 miglia a Sud-Est di Taranto.

La sera dell’11 novembre l’intera squadra da battaglia italiana era riunita in questa base: sei corazzate - Andrea Doria, giunta quel pomeriggio, Caio Duilio, Conte di Cavour, Giulio Cesare, Littorio e Vittorio Veneto, ammiraglia di flotta - sette incrociatori pesanti - Bolzano, Fiume, Gorizia, Pola, Trento, Trieste e Zara - due incrociatori leggeri - Duca degli Abruzzi e Garibaldi - e vari cacciatorpediniere erano alla fonda nelle due rade del porto. L’intenso traffico nemico nel Mediterraneo aveva spinto Supermarina a concentrare il grosso della forza navale a Taranto, vicina sia all’Egeo che al Canale di Sicilia. All’Ammiraglio di Divisione Antonio Pasetti - Comandante in Capo del Dipartimento Militare Marittimo - era affidata la sicurezza delle navi in porto. L’Ammiraglio di Squadra Inigo Campioni - Comandante in Capo della Squadra da Battaglia italiana - aveva chiesto che le reti parasiluri non fossero poste troppo vicino alle sue navi, per poter salpare rapidamente senza dover perdere tempo a rimuovere le protezioni. Preoccupato di questa disposizione, Pasetti era riuscito ad ottenere che le corazzate fossero ingabbiate da uno sbarramento il cui raggio non fosse inferiore a 313 metri: una distanza efficace contro il siluramento e agevole in caso di uscita. Ma per attuare questo progetto sarebbero occorsi 12.800, o almeno 8.600 metri di cortine, e nei magazzini di Taranto ve n’erano disponibili solamente 2.900, oltre a 4.200 metri già posati. Comunque l’intera rada era difesa dalla diga della Tarantola: una muraglia in massi e calcestruzzo che però era stata concepita come antisommergibile e non contro l’aerosiluramento. A difesa del porto vi erano inoltre 87 palloni frenati, posti nei punti da cui più probabile sarebbe giunta un’incursione nemica: 60 di questi erano però stati strappati dai forti venti che fino al giorno precedente avevano spazzato la base, e non si erano potuti rimpiazzare.

Le ricognizioni inglesi su Taranto continuarono per tutta la giornata. Il Comandante in Capo venne così informato dell’arrivo di un’altra corazzata - l’Andrea Doria - e gli aviatori dei due attacchi previsti poterono conoscere le posizioni di tutte le navi da attaccare. Anche lo spionaggio inglese a Taranto aveva svolto il suo compito, perché la profondità dei siluri venne regolata a 10,60 metri: gli ordigni vennero cioè calibrati per passare 60 centimetri sotto gli sbarramenti, che normalmente non superavano gli 8 metri. La portaerei Eagle non era potuta salpare con il resto della Mediterranean Fleet a causa di avarie all’apparato motore: una mancanza pesante che aveva praticamente dimezzato gli aerei disponibili per l’attacco, ma non sufficiente a far rinviare l’urgente incursione. Secondo un’espressione di Cunningham “Tutti i fagiani erano nel nido”, e dovevano essere stanati.

Poco dopo le 18.00 l’Illustrious e gli incrociatori Gloucester, Berwick, Glasgow e York - al comando del Vice Ammiraglio Henry Pridham-Wippel - scortati dai cacciatorpediniere Hiperion, Hasty, Ilex e Havock, uscirono di formazione: la prima si diresse verso Nord per raggiungere il punto di lancio, mentre gli altri si avviarono verso il Canale d’Otranto per tentare di colpire i convogli italiani in transito. Alle 20.30 la portaerei mise la prua al vento e portò la velocità a 31 nodi: cominciarono le operazioni di decollo e dopo dieci minuti tutti i dodici aerei della prima ondata erano in volo verso Taranto.

Quando giunsero sull’obiettivo - pochi minuti prima delle 23.00 - la piazzaforte era già in allarme: le continue ricognizioni britanniche avevano infatti messo all’allerta le postazioni antiaeree, che iniziarono da subito un poderoso fuoco di sbarramento. Due bombardieri uscirono di formazione ed alle 23.03 cominciarono a lanciare i loro bengala sulla sponda orientale del Mar Grande per illuminare i profili dei bersagli. I sei aerosiluranti Swordfish iniziarono allora le planate per scendere a quota di siluramento - nove metri sul pelo dell’acqua. Un primo veivolo sganciò da 400 metri contro la Cavour: l’aereo venne abbattuto ma il siluro squarciò la fiancata sinistra della corazzata, che cominciò ad imbarcare acqua. Altri due Swordfish puntarono inizialmente la nave, ma quando essa venne centrata virarono e lanciarono da 800 metri i loro ordigni contro l’Andrea Doria, senza però colpirla. Negli stessi istanti quattro bombardieri attaccarono e danneggiarono i cacciatorpediniere Libeccio e Pessagno e subito dopo gli aerei bengalieri bombardarono i depositi di carburante a Sud di Taranto. Alle 23.15 due aerosiluranti assalirono contemporaneamente la Littorio, colpendola sia a dritta che a sinistra. Un ultimo Swordfish, volando a cinque metri dall’acqua, sganciò il siluro da 300 metri contro la Vittorio Veneto: il detonatore si attivò prima dell’impatto e la nave non venne colpita. Gli aerei si ritirarono alle 23.20 e le batterie antiaeree tornarono silenziose.

A bordo delle unità danneggiate regnava il caos, e non si erano ancora potuti verificare i danni arrecati dall’attacco. Alle 23.30 venne avvistata un’altra formazione nemica - gli aerei della seconda ondata, decollata alle 21.30. Riprese il fuoco di sbarramento - che fino ad allora era riuscito ad abbattere un solo veivolo - e venti minuti dopo i bengala di due bombardieri illuminarono nuovamente il Mar Grande. A mezzanotte uno Swordfish - planando a motore spento - sganciò un siluro contro la Duilio: l’ordigno raggiunse la corazzata ed esplose a proravia di dritta. Un minuto più tardi due aerosiluranti puntarono la Littorio: una torpedine mancò il bersaglio, mentre l’altra esplose sulla murata di dritta della nave. Contemporaneamente un altro aereo assalì la Vittorio Veneto: anche stavolta il siluro mancò l’ammiraglia italiana. Un ultimo Swordfish cercò di attaccare il Gorizia, ma venne abbattuto dal fuoco antiaereo ed il suo ordigno - lanciato da grande distanza - finì la sua corsa sul fondale. Terminato il lancio dei bengala, i due bombardieri ed uno Swordfish arrivato dopo la seconda ondata attaccarono le navi ancorate nel Mar Piccolo: a bordo del Trento una bomba scivolò sullo scudo di un cannone da 100 millimetri di babordo, si aprì un varco nella coperta ed esplose danneggiando alcuni compartimenti inferiori e i depositi di carburante. Gli ultimi aerei si ritirarono alle 0.30 del 12 novembre: l’attacco contro Taranto era terminato.

In 90 minuti gli aerosiluranti della Royal Air Force avevano prodotto danni ingenti. La Cavour aveva una falla di 12 metri per 8 presso il deposito di munizioni prodiero: subito dopo l’incursione la nave, sbandata a dritta, aveva cominciato ad affondare: venne portata su un bassofondo dove la si lasciò incagliare per evitarne l’affondamento completo. La Littorio aveva tre vie d’acqua di 15 metri per 10 sulle fiancate: i compartimenti stagni resistettero e la corazzata riuscì comunque a galleggiare. Anche la Duilio poté rimanere a galla, sebbene avesse una falla di 11 metri per 7. Danni meno gravi riportarono invece l’incrociatore pesante Trento e i cacciatorpediniere Libeccio e Pessagno. Le vittime dell’attacco furono in totale 59.

All’1.05 di quella stessa notte i radar degli incrociatori di Pridham-Wippel scoprirono all’altezza di Brindisi un convoglio italiano diretto in Albania: i mercantili Locatelli, Premuda, Vado e Catalani, scortati dalla torpediniera Fabrizi e dalla motonave armata Ramb III, di ritorno da Valona. Supermarina, pur essendo già informata dell’attacco di Taranto, non aveva interrotto il traffico nel Canale d’Otranto. Gli incrociatori si avvicinarono celati dalle tenebre fino a 6.000 metri dal convoglio ed aprirono il fuoco con i loro 24 cannoni da 152 millimetri. La Fabrizi cercò di interporsi tra i mercantili e gli incrociatori e di lanciare i suoi siluri contro la formazione inglese, ma varie cannonate britanniche la raggiunsero: nonostante avesse 12 morti e 17 feriti, fra cui il comandante - Tenente di Vascello Giovanni Barbini - la nave non cessò di sparare finché i quattro mercantili da 16.300 tonnellate, divorati dalle fiamme, non si furono inabissati. Il comandante della Ramb III - Capitano di fregata Francesco De Angelini - dopo aver fatto sparare 17 salve, decise di ritirarsi dallo scontro ritenendo insostenibile la situazione. Dopo questo fatto De Angelini venne processato per abbandono del posto di combattimento. Due mezzi di salvataggio riuscirono a recuperare 140 uomini delle navi da carico, mentre 25 furono i dispersi.

Alle 8.00 le unità di Pridham-Wippel si incontrarono con la Mediterranean Fleet al largo di Cefalonia. Lyster propose a Cunningham di attaccare nuovamente Taranto la sera successiva. L’Ammiraglio ordinò invece di ritornare ad Alessandria: le condizioni atmosferiche erano peggiorate e non voleva trattenere la squadra in acque così vicine alle coste nemiche. D’altra parte tutte le unità italiane in grado di prendere il mare stavano già lasciando i porti ionici per trasferirsi nelle più sicure basi tirreniche.

Le conseguenze dell’attacco a Taranto si rivelarono di enorme portata. Metà della squadra da battaglia italiana venne messa fuori combattimento: la Cavour venne recuperata e trasferita a Trieste per riparazioni, ma non riprese più servizio per tutta la guerra; la Littorio fu costretta all’immobilità per più di quattro mesi; la Duilio infine rimase in bacino fino al maggio del 1941. 
Nonostante quella notte fossero stati esplosi 13.500 colpi d’artiglieria e 5.000 di mitragliera, solo due aerei britannici vennero abbattuti: le difese di Taranto - ritenute insuperabili da Supermarina - si erano rivelate assolutamente inadeguate. Assolutamente errata si dimostrò inoltre la concezione secondo cui gli aerosiluranti non avrebbero potuto colpire le navi all’interno delle basi, a causa dei bassi fondali: già precedentemente gli Swordfish inglesi avevano affondato i cacciatorpediniere Zeffiro, Pancaldo, Ostro, Nembo ed alcuni mercantili mentre si trovavano ormeggiati in porto. Le sole difese che avrebbero potuto apportare qualche beneficio sarebbero state le cortine fumogene, in grado di occultare le navi attaccate, e i proiettori ad arco voltaico, utili ad abbagliare i piloti nemici. Ma né le prime né i secondi entrarono in funzione, quella notte.

La Royal Navy - assicuratasi l’Egeo ed il Mediterraneo Orientale - aumentò i convogli diretti verso la Grecia e Malta. La flotta italiana - la quinta nel mondo - che fino ad allora aveva goduto di una vaga idea di superiorità, si trovò disorientata e non fu in grado di attuare un piano offensivo per oltre un mese. In tutto il mondo i giornali riportarono la notizia del travolgente attacco alla squadra italiana. Il quotidiano Times - che dall’inizio della guerra non aveva mai pubblicato un’edizione straordinaria - la mattina del 12 novembre uscì eccezionalmente con il titolo cubitale “Semidistrutta la flotta italiana a Taranto”. Churchill definì questa “la prima incoraggiante notizia dall’inizio della guerra”. Diffusosi in tutto il mondo, il fatto accese molte discussioni sulle potenzialità dell’aerosiluramento e sulla mutata situazione bellica nel Mediterraneo. Pochi giorni dopo l’incursione alcuni osservatori giapponesi giunsero nella base pugliese per osservare gli effetti e le modalità del nuovo tipo di siluramento aereo: tredici mesi dopo l’Ammiraglio Isoroku Yamamoto - Comandante in Capo della Flotta Imperiale Giapponese - mise in pratica a Pearl Harbour la lezione imparata a Taranto.

L’incursione segnò un punto di svolta nelle concezioni strategiche della guerra sul mare: l’aviazione si dimostrò fondamentale nei combattimenti navali, diventando uno dei componenti più mobili e versatili delle Marine da guerra. Le portaerei divennero il fulcro delle flotte militari: grazie ai velivoli trasportati esse potevano difendere proprie formazioni o attaccare squadre avversarie. Le Marine che già prima della guerra avevano investito parte delle proprie forze nella costruzione di navi portaerei - Gran Bretagna, Stati Uniti e Giappone - si avvantaggiarono notevolmente di questo strumento bellico di così grande potenza. Altre Marine che invece, o per errate concezioni strategiche o per carenze materiali, non allestirono portaerei - Germania e Italia - risentirono parecchio di questa grave deficienza. Le corazzate, maestose regine degli oceani armate di potenti artiglierie, cedettero la loro supremazia alla nuova arma aerea: troppo lente e vulnerabili agli attacchi aerei, e difficili da rimpiazzare in caso di perdita. Tramontava così l’epoca delle corazzate: iniziava quella delle portaerei.

testo  di Tansini Davide
Bibliografia
La Sierra, Luis de: La guerra navale nel Mediterraneo 1939-43, Mursia;
Infante, Nino - Nava, Massimo: Le belle navi che non tornarono, Libritalia; 
Arrigo Petacco Arrigo: Le battaglie navali del Mediterraneo nella seconda guerra mondiale, Mondadori; 
Rocca, Gianni: Fucilate gli ammiragli, Mondadori; 
Rocca, Gianni: I disperati, Mondadori.

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