TABELLA BATTAGLIE NELLA STORIA

  BATTAGLIA a ISBUSCENSKIJ  
L'ULTIMA CARICA DEL SAVOIA CAVALLERIA

Gli squadroni di cavalleggeri piombarono sui reparti sovietici affrontando il fuoco 
di parabellum e cannoni. Erano armati di sciabole. Ma vinsero.

di MATTEO SOMMARUGA

Data: 23 Agosto 1942.
Luogo: Isbuscenskij, sul Don.
Eserciti contro: Truppe dell'asse/Esercito italiano - Armata Rossa
Contesto: Campagna di Russia - Seconda guerra mondiale.
Protagonisti:
Comandante di reggimento, Weiss Poccetti. 
(poi sostituito dal Col. Alessandro Bettoni)


La battaglia

Nell'estate del 1942 i territori sotto l'occupazione delle truppe dell'Asse raggiungevano la massima espansione. Dopo due anni di guerra il potenziale bellico italo-tedesco era ormai logoro, ma, fatta eccezione per le alte sfere, il conflitto sembrava alla conclusione. Nel Mediterraneo le difese di Malta erano ridotte allo stremo, nel deserto libico Rommel era a 80 km da Alessandria. Perfino lo sconfinato fronte orientale, dal Baltico alla Crimea, sembrava incapace di contenere l'impeto delle armate nazifasciste. L'accanita resistenza sovietica veniva vanificata dalla superiorità dei moderni cingolati tedeschi, e al mal equipaggiato corpo di spedizione italiano non toccava che arrancare faticosamente dietro i passi veloci dell'alleato.

Spettò però all'ARMIR chiudere la grande epopea del combattimento a cavallo quando nel mese di Agosto, presso Isbuscenskij, a pochi chilometri dal Don, le 650 sciabole del Savoia Cavalleria affrontarono, mettendoli in fuga, i cannoni e i parabellum di 2000 siberiani. Sull'immediato la vittoria impedì all'Armata Rossa di rovesciarsi come un fiume in piena sulla fanteria italiana in rotta, salvando la vita a centinaia di sbandati. Soprattutto il gesto diede onore a un'arma ormai considerata obsoleta, pur godendo del prestigio di una tradizione millenaria.

Gli Italiani, furono informati dei fatti di Isbuscenskij solo alcuni giorni dopo, quando la notizia fu ripresa dalla stampa e immortalata dal famoso disegnatore Achille Beltrame sulla prima pagina della Domenica del Corriere. I bollettini, che di giorno in giorno tenevano la popolazione al corrente dell'andamento della guerra, non facevano infatti cenno al fronte russo, poiché le unità impegnate della steppa erano considerate alle dipendenze dei tedeschi. A dare ulteriore risalto all'impresa del Savoia fu una troupe del Film Luce, giunta a Papoff, dove nel frattempo si era acquartierato il Reggimento, il 6 ottobre.
I filmati che ci sono pervenuti della leggendaria carica furono in realtà il risultato di riprese ottenute in quei giorni facendo sfilare alcuni cavalieri, che fra l'altro vi si prestarono malvolentieri nel più che fondato timore di sfiancare ulteriormente i già provati destrieri. 

La storia del Savoia cavalleria in Russia era iniziata nel 1941 quando Mussolini, saputo dell'attacco sferrato dal Reich all'Unione Sovietica, aveva inviato alcune unità per poter ottenere un posto intorno al tavolo dei vincitori. Il Corpo di Spedizione Italiano in Russia (CSIR), era costituito da due divisioni di fanteria, la Pasubio e la Torino, e una divisione Celere. Quest'ultima comprendeva due reggimenti di cavalleria, il Savoia e i Lancieri di Novara, reparti di Bersaglieri e di Camicie Nere (CCNN ). Il Savoia, che al momento si trovava a Lonigo di ritorno dalla Jugoslavia, ricevette le nuove disposizioni come un fulmine a ciel sereno. I più pensavano al congedo ormai prossimo, non certo a un altro anno, che poi sarebbero stati due, di guerra. Il comandante del Reggimento, colonnello Weiss Poccetti, militare di carriera di non celate simpatie fasciste, salutò il nuovo corso degli eventi con un discorso marcatamente ispirato a quelli del Duce.
Un'arringa terminata con "Se avanzo seguitemi, se indietreggio uccidetemi" che strideva con la fede sinceramente monarchica dei suoi uomini. La partenza avvenne fra il 20 e il 23 luglio, dalla stazione ferroviaria di Tavernelle Altavilla, fra Lonigo e Vicenza. Il CSIR era diretto verso Jampol, sul Dniestr, dove sarebbe andato a costituire la riserva dell'XI armata di von Schubert. Più fortunati furono il secondo squadrone e il comando, che arrivarono direttamente a Botosani, in Romania. Le tradotte che trasportavano gli uomini del primo, del terzo e del quarto squadrone si fermarono invece a Borsa, in Ungheria, e costoro dovettero attraversare i Carpazi per congiungersi con il resto del Reggimento.
I primi di tanti problemi logistici che avrebbero tormentato le truppe dell'Asse, e in special modo i reparti italiani, per l'intera campagna. 

L'11 agosto le prime unità del CSIR entrano in contatto con il nemico. Il 15 agosto il corpo di spedizione passa alle dipendenze dell'armata di von Kleist. La rapidità dell'avanzata tedesca è tale da non lasciare neppure il tempo di seppellire i cadaveri. Ai cavalieri, che non hanno ancora combattuto, da' l'impressione di una passeggiata trionfante prossima alla conclusione. A settembre il Reggimento, mentre i tedeschi preparano la campagna su Kiev e il mar d'Azov, raggiunge il Dnepr. Il capoluogo sovietico sarebbe caduto di lì a poco con una manovra a tenaglia che, coinvolgendo le armate di von Kleist e Guderian, avrebbe portato alla resa 500.000 sovietici. Negli stessi giorni il CSIR fu impiegato per la prima volta al completo e autonomamente nei dintorni di Dnepropetwosk, strenuamente difesa dai russi. Al Savoia Cavalleria spetta il compito di perlustrare 10 km di fiume fra Auly e Romanocovo.

Gli squadroni, appiedati, si stabiliscono in trincea per la prima volta sotto il fitto fuoco dell'artiglieria russa. Il morale dell'Armata Rossa è basso, i disertori attraversano nottetempo il fiume, largo dagli 800 ai 1500 metri, per consegnarsi nelle mani del nemico. Presa Kiev, i tedeschi iniziano l'offensiva contro Dnepropetrowsk, ma i russi iniziano a fare terra bruciata dietro di loro e nell'avanzata rimane in piedi solo Alessandropoli. Anche la popolazione locale, che in Ucraina aveva accolto gli occupanti come liberatori, inizia a dimostrarsi ostile.
Si organizzano le prime unità partigiane, ma l'odio è principalmente rivolto verso i tedeschi. Gli italiani, al contrario, riescono a conquistare la fiducia, soprattutto dei contadini. Il nuovo obiettivo sono il mar d'Azov e Rostov. L'avanzata prosegue, ma ora anche il Savoia si trova impegnato negli scontri. Il 17 ottobre il Reggimento si guadagna la prima illustrazione di Beltrame inseguendo i russi in fuga verso il bacino minerario di Stalino.

La battaglia sul fiume Y, presso Konstantinopol, ha inizio quando la cavalleria cerca di guadagnare l'altra sponda del fiume sfruttando un guado. L'avanguardia viene letteralmente falciata dalle mitragliatrici nemiche. Il tenente Vannetti ordina la carica e assale sul fianco le trincee sovietiche. Nel mentre il sottotenente Gotta cerca di passare un ponte più a monte, ma i russi se ne accorgono e lo fanno esplodere. Dopo un furioso combattimento gli uomini dell'Armata Rossa cedono il passo. Più di 30 vengono fatti prigionieri, il loro comandante cade in combattimento. Vannetti, che nel frattempo ha conquistato la fiducia dei suoi uomini, descriverà in una lettera al padre, generale in congedo, i dettagli dell'operazione. Nemico ben più arduo sono i campi minati, per i quali durante la pausa invernale il comando italiano deciderà di addestrare reparti speciali di sminatori. La Celere espugna Massimilianowka, poi Stalino. La divisione italiana viene mandata avanti lungo il bacino del Donez. I russi continuano a fuggire con la stessa strategia della terra bruciata che permise loro, un secolo e mezzo addietro, di sfiancare la Grand Armèe.

Il Savoia riesce però a precederli a Panteleimonowka dove 20 uomini del terzo squadrone del tenente Andolfato riescono a occupare il centro abitato e tenerlo per tutta la notte in attesa dei rinforzi. Il colonnello Poccetti, tacciato di vigliaccheria dai suoi stessi uomini, viene sostituito senza rimpianti dal tenente colonnello Bettoni. Ottimo cavallerizzo, Bettoni si era portato fino al fronte Sanvito, eccellente cavallo da corsa cui teneva più di ogni altra cosa.
I giorni si susseguono freneticamente. Gorlowka, Davida Orlowa, Awdiewka. I nomi di capoluoghi e centri minori occupati sembrano interminabili, ma ora i russi hanno dalla loro anche il freddo dell'inverno. La notte la temperatura scende fino a 30, 33 gradi sotto lo zero, ma le avverse condizioni climatiche sembrano favorire l'impiego della cavalleria. Il 27 novembre i russi perdono Rostov e agli uomini del Savoia, che con gli altri reparti della Celere ha impedito ai russi lo sfondamento, il rientro in patria sembra più lontano. Il nuovo comandante del Reggimento è ora il colonnello Guglielmo Barbò, conte di Casalmorano. Tattico, quasi ossessionato dallo studio dei piani di battaglia a tavolino, questi aveva preso parte, nella prima guerra mondiale, all'altrettanto leggendaria carica di S. Foca.

A partire dagli ultimi giorni di dicembre il Savoia è di stanza ad Awdiewka e vi rimarrà fino al ritorno della bella stagione e delle operazioni. La popolazione è ospitale e sia fra i soldati che fra gli ufficiali c'è chi ha trovato il tempo per "familiarizzare" con le ragazze.
Nel frattempo il comando del CSIR decide di staccare dalla Celere i reparti di cavalleria. Questi, che oltre al Savoia comprendono i Lancieri di Novara, vengono riuniti nel RAC ( Raggruppamento Autonomo Cavalleria ), affidato a Barbò, per l'occasione promosso generale.

Il comando del Reggimento torna al colonnello Alessandro Bettoni, conte di Cazzago. Gli amici lo chiamano Sandrino e le testimonianze lo ricordano come un personaggio estremamente discreto che mai si era avvalso o citava le sue relazioni con i nomi più illustri dell'aristocrazia sabauda. Esperto di araldica e grande sportivo, aveva insegnato l'arte equestre ai rampolli di Casa Savoia e con gli stessi aveva saputo mantenere una salda amicizia. Suoi unici vizi erano l'assidua dipendenza al tabacco e alla caffeina. 

Nel luglio del 1942 il CSIR passa il Donez e punta sul Don e sul Volga. Solo 8 divisioni su 162, dell'intero schieramento dell'Asse, erano in grado di attaccare, ma le fantasie schizofreniche e megalomani di Hitler, che già avevano fatto tanto per perdere il favore degli Ucraini, volevano che il fronte si allargasse nella direzione del Caucaso e Stalingrado.
Mussolini, dal canto suo, decise di inviare, rispondendo alle richieste di aiuto di Göring, i 200.000 uomini dell'ARMIR. Il CSIR di Messe passa agli ordini di Gariboldi, comandante dell'Armata Italiana in Russia. Intorno alla metà di agosto le divisioni italiane hanno raggiunto le posizioni assegnate lungo gli affluenti del Don, immediato obiettivo. 

Il 20 agosto, giunge l'ordine di mettere un gruppo a disposizione dei fanti della Sforzesca in zona Tschebotarewskij e Bobrowskij. L'incarico è affidato al tenente Conforti, ma quando i cavalieri cercano di prendere contatto con la fanteria sembra loro di brancolare nel buio. Con il passare delle ore scoprono che l'unico avamposto italiano a tenere è quello detto "Fontanelle", tenuto da un battaglione di CCNN della Tagliamento.
Il giorno seguente non rimane che constatare quanto accaduto. I russi hanno lanciato la controffensiva e la linea sul Don è sfondata. Si pensa a ripiegare su Bolschoj, dove è acquartierato anche il resto del Reggimento. Il Reggimento procede con la massima attenzione, ma scopre che il resto del Savoia era partito verso Tschebotarewskij. Nel tentativo di raggiungere l'obiettivo, i cavalleggeri si rendevano conto di quanto stava accadendo.
L'impeto del nemico veniva arrestato solo grazie agli sforzi dei reparti di CCNN, che, pur privati della metà degli effettivi, continuavano a tenere con tenacia le posizioni assegnate. La fanteria però, mal addestrata e ancor peggio equipaggiata, era totalmente allo sbando. 

Perfino gli ufficiali non sembravano avere in mente altro che salvare la pelle. Bettoni aveva dato ordine al Reggimento di procedere con ordine, nel disperato tentativo di infondere la calma nella fiumana ormai senza controllo. Nel frattempo il gruppo di Conforti, cercava disperatamente di respingere gli assalti nella zona di Fontanelle, assieme alle CCNN.
I russi mandavano avanti i prigionieri, a mani alzate, facendosene scudo. Solo la notte bloccò la carneficina perché nell'oscurità era quasi impossibile distinguere i nemici dagli amici. Poi a Conforti fu dato ordine di lasciare al proprio destino gli uomini della Tagliamento, cui fu peraltro dato ordine di non ripiegare, e dirigersi su Tschebotarewskij. Il 22 agosto si era venuti a sapere che tre divisioni sovietiche cercavano di penetrare nelle vallate dei fiumi Kriuska e Zuzkan.
Jagodnji, all'imboccatura della valle del Kriuska, e Tschebotarewskij, nella valle dello Zuzkan, erano le posizioni maggiormente minacciate. Gli italiani dovevano tamponare l'avanzata nemica e nel contempo evitare manovre aggiranti da parte dei sovietici. 

A Tschebotareswkij le Camicie Nere continuavano a respingere gli attacchi nemici, che ormai avevano perso di vigore, e il giorno seguente, 23 agosto, quando ormai erano arrivati i rinforzi, al Savoia fu dato ordine di pattugliare la zona fra le due valli. I comandi avevano disposto che il Reggimento occupasse quota 213,5, una sommità presso Isbuscenskij da cui si potevano controllare i movimenti dei sovietici, ma i russi la tenevano costantemente sotto il tiro del mortaio.
Quando giunse la notte, Bettoni fece allora accampare il Savoia in un avvallamento sottostante. Gli ufficiali Abba e Manusardi, quest'ultimo da poco nominato maggiore e assegnato al battaglione comando, criticarono la scelta, troppo esposta, e per evitare possibilità di imboscate fece battere dai cavalli i campi di grano immediatamente circostanti. Luoghi ideali per il nemico dove nascondersi. Al centro dello schieramento si trovavano la Balilla del comando, i carriaggi e gli anticarro. I pezzi dell'artiglieria montata furono disposti in direzione di quella quota 213,5 che sarebbe dovuta essere stata occupata e tutt'intorno furono piazzate le mitragliatrici.

La mattina seguente, il 24 agosto, il Savoia Cavalleria avrebbe compiuto il 250° compleanno. Il corpo era stato fondato nel 1692, da Gian Michele Piossasco de' Rossi (1674-1751), discendente di una delle più antiche famiglie italiane. Il suo casato era già noto intorno all'anno 1000 e si sarebbe estinto solo nel 1933 quando Gabriele Giuseppina Delfina Piossasco, contessa di None, morì nubile e senza eredi. Gian Michele, capitano della seconda compagnia della Guardia del Corpo, colonnello di cavalleria, tenente maresciallo e generale di cavalleria e dei dragoni, Gran Scudiere, fondò il Reggimento per conto del duca Vittorio Amedeo II. A Piossasco succedettero i nomi più belli della nobiltà sabauda, fra cui Adalberto di Savoia Genova, duca di Bergamo, dal 1931 al 1934 comandante del Reggimento, e al conte Raffaele Cadorna, futuro comandante del CLN. Quest'ultimo aveva forgiato il Savoia che affrontò il secondo conflitto mondiale.

Alle 3,30 il sergente Comolli uscì in pattuglia. La sera prima era stato segnalato un carro agricolo da cui sembrava uscire un qualcosa di metallico e gli uomini erano stati mandati avanti a controllare. Il gruppo aveva già percorso due chilometri quando aveva individuato il carro, ma tutto era tranquillo. Ad un tratto Comolli sentì un movimento fra i girasoli, poi vide spuntare un elmetto con la stella rossa in fronte.
Fu l'appuntato Petroso a sparare. Lo colpì in mezzo agli occhi, ma a quel momento tutta la campagna si animò all'improvviso. I cavalleggeri cercarono di trarsi in salvo correndo disperatamente fra le raffiche nemiche e quando giunsero all'accampamento quasi tutti i loro commilitoni stavano ancora dormendo. Intorno a loro 2000 siberiani avevano scavato, nella notte, trincee a semicerchio per circa un chilometro.

Ora stavano tendendo al Savoia quell'imboscata tanto temuta la sera precedente da Manusardi, e si trovavano a non più di 800 metri. Il maggiore Albini e il capitano Solaroli di Briona avevano già fatto intervenire l'artiglieria, ma il nemico sparava da una posizione favorevole. Il colonnello Bettoni si rese allora conto che se vi era ancora una speranza era l'attacco. Il capitano De Leone, da poco succeduto a Manusardi, ricevette l'ordine. Radunati gli ufficiali del secondo squadrone, fra cui Massimo Gotta, figlio di Salvator Gotta, l'autore de Il Piccolo Alpino, De Leone diresse con i suoi uomini diritto sul nemico.

Manusardi, che osservava la scena dal comando e aveva compreso l'intenzione di De Leone di condurre la carica, fremeva impaziente per non trovarsi con i suoi. Oltretutto pochi giorni prima gli avevano ucciso l'ultimo cavallo e ora si trovava appiedato.
Se ne fece portare un altro e raggiunse lo squadrone che aveva comandato fino a poco tempo addietro. Poi fu ordinata la carica, con l'esclusione del lancio delle bombe a mano, eseguita nello stile di una battaglia risorgimentale. Quando i cavalleggeri irruppero fra le trincee e i nidi di mitragliatrici sovietici fu il finimondo. Si vedevano accasciare a terra cavalli che, già morti, avevano continuato al galoppo anche per centinaia di metri. Anche De Leone si trovò appiedato, e l'attendente gliene portò un altro. Anche questo però stramazzò nella polvere e l'ufficiale, afferrata un'arma, decise di combattere a oltranza, di farsi uccidere pur di non arrendersi.
L'attendente lo seguì. Il secondo squadrone era ora guidato da Manusardi, il suo vecchio comandante. I russi uscirono dalle loro posizioni e la lotta si fece più accanita soprattutto perché, non trovandosi i sovietici impegnati verso altre direzioni, ne approfittavano per voltarsi e colpire gli italiani alle spalle. Il caporale Lolli si trovò appiedato a sua volta, ma il cavaliere Valsecchi se ne accorse e riuscì a portarlo in salvo.

Nel frattempo erano uscite dalle trincee gruppi di donne che al grido di Hurrah Stalin!, incitavano i soldati come delle forsennate. I fendenti delle sciabolate non erano meno micidiali dei colpi di parabellum, soprattutto se le lame erano quelle delle pesanti sciabole cosacche, preda di guerra, in grado di spaccare in due un elmetto. Superata la metà dello schieramento nemico Manusardi diede l'alt e decise di tornare indietro, in soccorso a De Leone. In effetti proseguire sarebbe stata solo una sanguinosa pazzia. Bettoni nel frattempo mandava avanti il quarto squadrone appiedato, il capitano Abba al centro, i mitraglieri di Compagnoni sulla sinistra, Toja sulla destra, il sottotenente Rubino col plotone di riserva. Occorreva impegnare la fronte del nemico per alleggerire la pressione sugli uomini del secondo squadrone, che avrebbero altrimenti rischiato perdite troppo elevate.
Avanzando incontro ai russi, Rubino fu falciato da una raffica di parabellum, colpito a una gamba, pur zoppicante, proseguì. Un altro colpo gli passò un polmone, ma, pur gravemente ferito e incapace di muoversi, diresse il plotone fino alla fine del combattimento. I russi si erano nel frattempo riparati intorno a un gruppo di macchine agricole abbandonate. Mannozzi, del gruppo di Toja, l'unico ancora in grado di avanzare, si gettò con le bombe a mano contro un nido di mitragliatrici, ma, colpito nel petto dal tiro nemico, cadde a pochi metri. Il secondo squadrone nel frattempo stava eseguendo, in perfetto ordine, la seconda carica. Un'operazione che solo un reparto ben addestrato è in grado di compiere. 

Il furore della lotta non diminuiva di tono, ma qualcuno fra i russi iniziava a cedere.
Manusardi ha terminato anche la seconda carica e Bettoni invia il terzo squadrone del capitano Marchio. Marchio puntò dritto sulla fronte dello schieramento sovietico e nel vederlo, il maggiore Litta lo seguì con una decina di uomini, senza neppure attendere il permesso del colonnello. Don Alberto Litta Modignani proveniva da una delle più nobili famiglie lombarde che fra l'altro vantava una consolidata tradizione nell'arte equestre. Sportivo e eccellente cavallerizzo, fra i suoi uomini era leggendaria l'attenzione che poneva alla forma e all'ordine, specie quello della divisa. Anche nei giorni precedenti, durante gli attimi terribili della rotta della Sforzesca, aveva trovato il tempo di compiere delle osservazioni al riguardo.

Un atteggiamento che, di fronte al conformismo ciabattone oggigiorno imperante, può essere interpretato come maniacale, ma perfettamente comprensibile se si considera il simbolo rappresentato dalla Cavalleria e quindi anche dalla sua divisa. E dopotutto, lo si è visto proprio in quei giorni, quando il Reggimento trottava compatto per infondere coraggio ai fanti allo sbando, quel genere di ordine aveva anche implicazioni pratiche non sottovalutabili. Litta morì sotto il tiro incrociato del fuoco dei siberiani, ma, di fatto, il suo sacrificio distolse l'attenzione dei russi dal terzo squadrone di Marchio.

Questi ferito a entrambe le braccia, cavalcava stringendo con le ginocchia. Come il terzo squadrone passò il quarto, Abba si spostò sulla sinistra, ma fu a sua volta falciato dalle mitragliatrici russe. Ormai lo scontro era al termine e i sovietici volgevano in fuga, ma al comando c'era ancora chi, come lo stesso Bettoni, considerava un grande sacrificio essersi astenuto dalla carica. Il tenente Genzardi, l'alfiere, aveva sciolto lo stendardo del Reggimento. Il Savoia aveva caricato, per l'ultima volta.

Ai russi lo scontro costò 150 morti, 300 feriti, 500 prigionieri, fra cui un comando di battaglione, 4 cannoni, 10 mortai, 50 mitragliatrici e centinaia di fucili.
 
Il Savoia Cavalleria aveva perso 32 dei suoi migliori uomini, fra cui 3 ufficiali, 52 rimanevano feriti e 100 cavalli erano ormai fuori combattimento. Quell'ultima giornata di gloria valse al Reggimento 54 medaglie d'argento, la medaglia d'oro per il maggiore Litta, il capitano Abba e lo stendardo.
 
La bandiera oggi si trova a Villa Italia, a Cascais, in Portogallo, trafugata dal colonnello Bettoni negli anni Cinquanta per farne dono all'ex re Umberto II di Savoia. I giorni e i mesi successivi furono i più duri, quelli della ritirata, finché il Savoia non fu congedato a scaglioni perdendo quella coesione che lo aveva reso celebre. 

L'8 Settembre trovò il Reggimento a Castelsampietro, in Emilia, dove era stato trasferito al momento dal rientro dalla Russia. Fra i suoi protagonisti, il generale Barbò trovò la morte nel lager di Flossemberg, il tenente Vannetti caricando i panzer tedeschi durante la difesa di Roma.

di MATTEO SOMMARUGA
Bibliografia
Isbuscenskij l'Ultima Carica, di Lucio Lami - Ed. Mursia, Milano 1970
1942, di Arrigo Petacco - Ed. Leonardo, Milano 1990
L'Italia della disfatta, di Indro Montanelli - Ed. Rizzoli, Milano 1982
Storia d'Italia nella guerra fascista 1940-1943, di Giorgio Bocca - Ed. Laterza, Bari 1969
Storia della Seconda Guerra Mondiale, di AA. VV. - Ed. Rizzoli-Purnell, Milano 1967
Diari 1939-1943, di Galeazzo Ciano - Ed. Rizzoli, Milano 1969
La guerra al fronte russo, di Giovanni Messe - Ed. Rizzoli, Milano 1964
Il Corriere della Sera
La Domenica del Corriere

Si ingrazia per l'articolo  
FRANCO GIANOLA, 
direttore di
 STORIA IN NETWORK  


Mi permetto solo di aggiungere tre osservazioni di carattere marginale:

* "Caricat, tre secoli di storia dell'Arma di Cavalleria", Capitol, Bologna, 1973
è il libro espressamente pubblicato nel 1992 per il Tricentenario di Savoia;

* Savoia non è un Reggimento di Cavalleggeri, bensì di Cavalieri ( i primi quattro Reggimenti della Cavalleria del Regio Esercito - Nizza, Piemonte Reale, Savoia e Genova - erano di linea; il primo ed il quarto dragoni, il secondo ed il terzo cavalieri);

* Per tradizione, davanti al nome di un Reggimento di Cavalleria si mette la preposione semplice e non quella articolata: dunque <<di Savoia Cavalleria>> e non <<del Savoia Cavalleria>>;

* "Non insisto sul fatto che quella di Savoia non fu l'ultima carica della Regia Cavalleria ( e probabilmente della Storia): il 17 ottobre 1942, a Poloy, in Iugoslavia, il Reggimento Cavalleggeri di Alessandria, al comando del Colonnello Carlo Aimone Cat, riconfermò le glorie dell'Arma con una carica altrettanto epica;

* Nella bibliografia riportata mancano le opere, fondamentali, del Generale Rodolfo Puletti, già 74° Comandante di Genova Cavalleria



(La divisa e l'elmo del Colonnello Conte Alessandro Bettoni Cazzago, Comandante di Savoia in Russia)


adriano paolo morando


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