Dott. Francesco Cappello - Università degli Studi di Lecce -  Tesi Anno accademico 1999-2000
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CAPITOLO PRIMO: IL MONDO TRA DUE BLOCCHI - (Guerra Fredda - Dottrina Truman)
CAPITOLO SECONDO: (1) IL COINVOLGIMENTO DEGLI USA IN VIETNAM 1955-1960
CAPITOLO SECONDO: (2) IL COINVOLGIMENTO DEGLI USA IN VIETNAM 1955-1960
CAPITOLO TERZO: SICUREZZA E STABILITA'  1955 - 1957 (Corea - Germania - Vietnam)
CAPITOLO QUARTO: VERSO L'ABISSO - Maggio 1957 - Dicembre 1960
CONCLUSIONI

Il mondo tra due blocchi
 
La Guerra Fredda negli Stati Uniti

La fine della seconda guerra mondiale e l’inizio della Guerra Fredda modificò notevolmente il clima politico e sociale negli Stati Uniti. Il secondo “Red Scare” cominciò a diffondersi pochi anni dopo la conclusione della seconda guerra mondiale. La “questione comunista” provocò nel corpo sociale degli Stati Uniti la lacerazione e la frattura etico-psicologico-politica più grave dal tempo della guerra civile; l’anticomunismo e il timore di infiltrazioni, congiure e atti di spionaggi contro la sicurezza del paese raggiunsero toni molto marcati che ricordavano quelli del primo dopoguerra, l’epoca appunto della “prima paura rossa” ma che, diversamente da allora, avevano adesso qualche giustificazione; le condizioni di libertà e il processo di svolgimento della vita pubblica in una democrazia tradizionale come gli Stati Uniti permisero l’affermazione e il successo di demagoghi che arbitrariamente si servirono del potere così acquisito per cercare di conculcare le libertà che pretendevano di difendere.

Durante il New Deal, nel fervore riformatore e nella necessità di una sia pur preliminare programmazione, l’accesso di comunisti a posti di responsabilità del governo federale non era stato impedito, e così era avvenuto anche negli anni di guerra in cui era stata stabilita la «strana alleanza»[1] con l’URSS, in una sorta di solidarietà morale e ideologica antifascista. Questo clima si deteriorò rapidamente con la morte di Roosevelt e la fine della guerra. Gli sviluppi di politica internazionale che portarono alla Guerra Fredda furono accompagnati, se non addirittura preceduti, da fatti interni agli Stati Uniti e al semicontinente nordamericano che dimostrarono la realtà dell’infiltrazione comunista-sovietica[2]. 

Nelle elezioni del 1946 i repubblicani ebbero per la prima volta, dopo il 1928, la maggioranza in entrambe le camere del Congresso. Uno fra i primi atti della nuova legislatura dominata dai conservatori fu di limitare il potere dei sindacati. Nel giugno 1947 il Congresso approvò il Labor-Management Relations Act, nonostante il veto del Presidente Truman. L’Act, fondato in gran parte sulla legislazione del tempo di guerra, mise fuori legge il closed shop, l’iscrizione obbligatoria ai sindacati in certe aziende, li si obbligò a proclamare un periodo di tregua di sessanta giorni prima di uno sciopero, si chiese ai sindacati di rendere pubblici i loro bilanci e si dichiarò che essi potevano essere perseguiti penalmente. 
L’allarme suscitato negli ambienti politici americani da questi fatti indusse il presidente Truman a ordinare nel marzo 1947 un’inchiesta generale su tutti i funzionari del governo federale: procedimento che rischiava di minare la tradizione di diritti civili e politici americana, introducendo in particolare il Guilt by Association, la «colpa di associazione».[3] 

La sfida col comunismo diventò l’elemento condizionante della vita politica, delle scelte del governo relative alla politica internazionale e della teoria e della prassi dell'espansione. Ci fu chi continuò nello sforzo di impostare il problema dei rapporti con i sovietici in termini di collaborazione e di convincere l’opinione pubblica che non era immorale accettare che i sovietici avessero una loro sfera di influenza: Kennan poteva sbagliarsi quando affermava che le «caratteristiche della politica sovietica, la segretezza, la mancanza di franchezza, la duplicità, la diffidenza ostile, la fondamentale scortesia di intenzioni, fossero insite nella natura interna del potere sovietico e ce le troveremo di fronte, in primo piano o sullo sfondo, fino a quando non muterà la natura interna del potere sovietico».[4] Costoro furono rapidamente isolati e i «cavalieri della Guerra Fredda»[5] strillarono troppo forte perché le voci del dissenso potessero essere intese dalla gente comune. Dai loro pulpiti sacerdoti cattolici e protestanti chiamarono a raccolta i fedeli per una crociata contro l’Anticristo. Alti ufficiali delle tre armi invitarono i cittadini a prepararsi per un’inevitabile terza guerra mondiale e dichiararono che occorreva «essere pronti materialmente, mentalmente, e moralmente a lanciare bombe atomiche contro i centri industriali sovietici al primo segno di aggressione».[6]

Il Comitato del Congresso sulle attività antiamericane chiese alle maggiori università del paese che fossero controllati i libri di testo delle materie sociologiche; il senatore Joseph McCarthy, sfruttando la psicosi collettiva della sovversione, del complotto e l’isterismo dell’opinione pubblica, riuscì, con grande vantaggio per la propria popolarità, ad organizzare una gigantesca “caccia alle streghe” nel corso della quale furono messi sotto accusa decine di funzionari del Dipartimento di Stato e della Difesa e coinvolti, come agenti del comunismo, personalità di fama internazionale e di integrità morale al di sopra di ogni sospetto.[7] In quattro anni la posizione di più di tre milioni di impiegati e funzionari di ogni livello del governo federale fu esaminata da apposite commissioni. Duemila persone si dimisero dal servizio, circa duecento furono allontanate perché la loro lealtà alle istituzioni americane lasciava adito a dubbi.

Per far fronte a questa grave minaccia, che rischiava di mandare in frantumi la società statunitense, bastava riferirsi al discorso di Winston Churchill tenuto a Fulton, nel Missouri, il 15 marzo 1946. In questo discorso fu per la prima volta usato il termine “cortina di ferro” ed esso aveva toni adeguati all’atmosfera da Guerra Fredda ormai dominante. «Da Stettino, sul Baltico, a Trieste, sull’Adriatico, una cortina di ferro è calata su tutto il Continente»[8]. Churchill terminava il suo discorso rilevando che, sarebbe stata una «pazzia criminale» lasciar andare alla deriva la bomba atomica «in questo mondo ancora agitato e disunito».[9]

Lo statista inglese definì in modo chiaro i parametri dell’impegno ideologico e politico dell’Occidente, e fornì anche quella che sarebbe stata negli anni a venire l’impostazione propagandistica e terminologica della Guerra Fredda. Fleming aggiunge che «se vi sarà una terza guerra mondiale il discorso di Churchill nel Missouri costituirà il documento primo per capire la sua origine. Egli fu il primo a proclamare con efficacia che la Russia comunista era protesa alla conquista del mondo. Giovandosi dell’immensa popolarità che si era guadagnata per quello che aveva fatto in guerra e del fascino della sua grande personalità, Churchill preparò milioni di ascoltatori all’idea di un nuovo gigantesco cordone sanitario intorno alla Russia e ad una crociata mondiale per schiacciare il comunismo in nome della democrazia anglosassone».[10]

 La “Dottrina Truman”

Con il discorso di Fulton Churchill affidava agli Stati Uniti la tutela del capitalismo e degli interessi imperiali britannici[11]; e infatti, nel febbraio 1947, quando il governo di Sua Maestà Britannica comunicò al Dipartimento di Stato che gli era impossibile mantenere gli impegni militari ed economici che si era assunto in Grecia,[12] gli Stati Uniti si trovarono posti di fronte ad un’alternativa. Senza appoggio esterno, il governo greco sarebbe stato sconfitto e sostituito da uno schieramento di sinistra egemonizzato dai comunisti. Benché fosse un modo notevolmente semplificato di impostare il problema, si poteva sostenere che questo era il più recente tentativo di Mosca di espandere la propria sfera d’influenza e la coscienza della pericolosità della situazione divenne sempre più diffusa all’interno dell’amministrazione Truman, così come l’esigenza di passare da una politica che fino a quel momento era stata di semplice reazione alle iniziative sovietiche, ad una politica attiva. Infatti, a guardare, alla fine del 1946 una carta dell’Europa, i dirigenti americani, non avevano molto di che rallegrarsi.[13] Nonostante la varietà delle politiche adottate, poteva dirsi chiusa la possibilità di contrastare l’egemonia sovietica in Europa orientale.

Ma anche l’Europa occidentale e la Grecia, dove l’influenza occidentale non era mai stata messa in discussione, potevano essere soggette ad improvvisi rivolgimenti. La guerra civile in Grecia, il successo dei partiti di sinistra soprattutto in Francia ed in Italia, l’estrema crisi economica in cui versavano quei paesi, rendeva la situazione particolarmente instabile. Un’Europa prostrata economicamente e con una classe dirigente debole ed incapace di uscire dalla crisi avrebbe favorito la presa del potere da parte dei partiti di sinistra, sia legalmente sia attraverso colpi di Stato. Con la decisione di passare il testimone agli Stati Uniti la Gran Bretagna abdicava definitivamente al ruolo di grande potenza svolto fino a quel momento nel Mediterraneo.

Il 12 marzo 1947 il Presidente Truman si presentava ad una sessione congiunta del Congresso per chiedere uno stanziamento di 400 milioni di dollari,[14] e l’autorizzazione ad inviare sul posto le squadre di tecnici militari e civili necessarie ad assistere la Grecia e la Turchia.[15] Nel suo discorso il Presidente annunciò il completo cambiamento, rispetto a Roosevelt, della politica di cooperazione a tutti i costi con i sovietici. Accettare la nuova impostazione significava porre fine all’isolazionismo americano e decidere un modello di comportamento per la Guerra Fredda dalla quale era difficile ritirarsi. Quando il Congresso votò la richiesta di Truman e autorizzò l’emissione dei Titoli di Stato per l’aiuto militare ed economico, significò portare gli Stati Uniti in un ruolo di forza, dominante nel Mediterraneo, e autorizzare la Nazione ad usare la forza per arginare l’espansione del comunismo in ogni luogo.[16]
Il discorso, trasmesso per radio all’intera nazione e divenuto noto come “Dottrina Truman”, denunciava «la gravità della situazione» internazionale, in cui erano coinvolti «la politica estera e la sicurezza nazionale» degli Stati Uniti. L’aiuto americano doveva consistere soprattutto in un «aiuto economico e finanziario», essenziale alla stabilità economica e all’ordinato funzionamento del processo politico.[17]

La “Dottrina Truman” richiese un’enorme mobilitazione di risorse e uno sforzo organizzativo, politico ed economico, senza precedenti. Il contenimento della potenza militare sovietica era, infatti, soltanto l’aspetto più semplice del problema, poiché quasi tutti gli americani si erano abituati a credere, soprattutto dopo il discorso di Churchill a Fulton, che il comunismo internazionale aveva dappertutto le sue quinte colonne, contro le quali la bomba atomica non serviva e le squadriglie aeree o le divisioni corazzate erano soltanto il rimedio estremo.[18] L’avvio della politica di contenimento impegnava l’amministrazione di Washington ad assumersi responsabilità di tutela di qualunque Stato in situazione di difficoltà.[19]

Quando la “Dottrina Truman” fu enunciata, nessuno pensava ad un’immediata minaccia militare da parte sovietica o alla possibilità da parte americana di intervenire in qualunque parte del mondo fosse necessario difendere i popoli liberi. Il tono aggressivo del discorso di Truman non rispondeva alla realtà delle relazioni americano-sovietiche e questo suscitò critiche anche all’interno della stessa amministrazione. D’altra parte, presentando la minaccia sovietica in termini globali, Truman riuscì ad assicurarsi l’appoggio dell’opinione pubblica e del Congresso che altrimenti gli sarebbero mancati: gli stanziamenti richiesti furono approvati quasi senza opposizione, nonostante che nel 1946 i democratici avessero perso la maggioranza all’interno del Congresso. Il linguaggio usato dal Presidente Truman era un tipico esempio della retorica della Guerra Fredda[20] e fu interpretato da Stalin come una manovra propagandistica ad uso interno, e non come un aggravamento dei rapporti tra Stati Uniti e Unione Sovietica.[21]

La Dottrina Truman mancava però di un fondamento teorico. Questo gli venne fornito da un articolo apparso nel luglio 1947 sulla rivista «Foreign Affairs»; l’articolo, non firmato, ma apparso con la sigla di Mister X, era stato scritto da George Kennan e fu interpretato come la formulazione ufficiale della politica del contenimento nei confronti dell’Unione Sovietica iniziata dal governo americano. In esso Kennan presentava un’analisi delle origini storiche dell’espansionismo sovietico e suggeriva una politica per contrastarlo. Secondo Kennan l’ostilità Sovietica nei confronti dell’Occidente era dovuta ad un profondo senso di disagio e di insicurezza, che egli attribuiva all’esperienza storica sovietica (la mancanza di barriere geografiche sicure, le invasioni ricorrenti da parte straniera), oltre che all’abitudine acquisita dai leader sovietici negli anni di clandestinità a sospettare di tutti. Diceva Kennan: «È chiaro che gli Stati Uniti non possono aspettarsi di avere, in un prevedibile futuro, intimità politica con il regime sovietico. Occorre continuare a considerare l’Unione Sovietica come un rivale, non come un alleato. Occorre continuare ad aspettarsi che la politica sovietica rifletta non un amore astratto per la pace e la stabilità, non una fede sincera nella possibilità di una coesistenza permanente e felice del mondo socialista e di quello capitalista, ma piuttosto una cauta, insistente tendenza alla scissione ed all’indebolimento di ogni influenza concorrente e di ogni potenza rivale. Sull’altro piatto della bilancia la constatazione che la Russia, quale contraltare del mondo occidentale in generale, è ancora di gran lunga la parte più debole, che la politica sovietica è flessibile al massimo grado, e che la società sovietica può avere deficienze che finiranno per indebolire il suo potenziale totale. Ciò di per sé dovrebbe giustificare gli Stati Uniti a seguire con ragionevole fiducia una politica di deciso arginamento, disegnata a bloccare costantemente i russi con una contro-azione in tutti quei punti dove essi accennano a danneggiare gli interessi di un mondo pacifico e stabile».[22]

La dottrina del contenimento

Il 5 giugno 1947, George C. Marshall, Segretario di Stato dell'amministrazione Truman, in occasione del conferimento delle lauree all’Università di Harward, tracciò le linee teoriche su cui si baserà l’European Recovery Program (ERP). «È logico che gli Stati Uniti facciano tutto ciò che essi possono per ridare al mondo una condizione economica sana, senza la quale non vi possono essere né stabilità politica né pace sicura. La nostra politica non è indirizzata contro un paese o una dottrina, ma contro la fame, la povertà, la disperazione e il caos. Chiunque sia disposto a dare un aiuto per la ripresa europea troverà la piena collaborazione degli Stati Uniti […], ma ugualmente ferma sarà la nostra opposizione a quei governi, partiti e movimenti che volessero invece perpetuare la sofferenza per trarne un qualsiasi vantaggio».[23] 

Il progetto, chiamato poi Piano Marshall, fu un piano di aiuti ai paesi europei che uscivano stremati dalla guerra, segnati dalla devastazione degli insediamenti urbani e delle strutture produttive. I governi si trovavano nell'impossibilità di reperire risorse per la ricostruzione e per la ripresa, perchè dovevano impegnare tutte le riserve per far fronte alla fame e alla sopravvivenza delle popolazioni, soprattutto quelle urbane. Era dunque necessario che gli Stati Uniti varassero un programma di aiuti della durata di tre o quattro anni per impedire che si creassero in Europa gravi squilibri sociali, economici e politici.

 Il programma doveva essere frutto di accordi precisi tra gli Stati Uniti e i diversi paesi, basati sulle esigenze delle Nazioni coinvolte e sugli impegni che ciascuno di esse si sarebbero assunte.Il programma avrebbe dovuto indirizzarsi anche all'Unione Sovietica. Si trattava di una posizione lontana da quella espressa nella Dottrina Truman dal Presidente degli Stati Uniti qualche mese prima, fondata sulla necessità di contenere e circondare l'URSS. Il Piano Marshall poneva come pregiudiziale al trasferimento degli aiuti il fatto che fosse messo a punto un piano generale per l'Europa, vincolante per i singoli paesi, e che quindi escludesse la possibilità che le singole nazioni pianificassero le loro economie.

Questo quadro era apparso inaccettabile all'Unione Sovietica. Durante il negoziato che si svolse a Parigi a fine giugno, tra Francia, Inghilterra e URSS, il ministro degli Esteri sovietico, Molotov, rifiutò il piano per tre ragioni. Il bilancio unificato della situazione economica europea appariva un’interferenza negli affari interni dei diversi paesi; non si faceva distinzione tra ex-alleati, neutrali e nemici ed infine il problema tedesco doveva essere considerato a parte e demandato al Consiglio dei Ministri degli Esteri. Secondo Molotov, si trattava di un piano che avrebbe sottratto ai singoli paesi la propria indipendenza economica, avrebbe favorito alcuni contro altri, secondo la convenienza delle grandi potenze e degli Stati Uniti in particolare. Sedici Paesi aderirono all’European Recovery Program.

Il Piano Marshall costituì un punto di svolta della Guerra Fredda in Europa e dei rapporti americano-sovietici. La decisione di promuoverlo si fondava sulla convinzione che la stabilità economica dell’Europa fosse essenziale per la sua stabilità politica. Un’Europa prostrata sul piano economico e indebolita politicamente avrebbe favorito l’affermazione dei partiti comunisti, presenti in diversi paesi, e l’estensione del sistema sovietico dall’Europa Orientale a quello Occidentale. Gli oltre 12 miliardi di dollari forniti dall’America all’economia europea nell’ambito del Piano Marshall, impedirono la disintegrazione dell’Europa e fornirono uno stimolo all’espansione industriale. Esso dette alla potenza economica degli Stati Uniti l’occasione di un intervento senza precedenti, che portò alla creazione in Europa di un nuovo ordine economico fondato sulla leadership americana.[24]

L’ERP fu la prima concreta applicazione della dottrina del contenimento, nacque per creare una sicura sfera d’influenza americana che avrebbe potuto permettere al suo interno una considerevole libertà: i principi di democrazia e la richiesta di apertura dei mercati. Ma vi erano altre due concrete ragioni per incoraggiare tale autonomia: primo, gli Stati Uniti mancavano della capacità di amministrare un grande impero, come dimostravano le difficoltà di gestione della Germania occupata e del Giappone; secondo, l'idea dell’autonomia era implicita nel compito di ripristinare la sicurezza europea. Per Kennan e per gli altri teorici del contenimento, l’Europa non era vista come un impero da gestire, ma come un equilibrio di poteri.[25] 

Il Blocco di Berlino

Mentre il Congresso dibatteva se avviarsi o no lungo il nuovo corso, sopravvenne, nel febbraio 1948, il colpo di Stato che portò alla conquista esclusiva del potere in Cecoslovacchia da parte dei comunisti. Stalin aveva tollerato una democrazia parlamentare perché, avendo il partito comunista la maggioranza, poteva porvi fine in qualunque momento. All’inizio del 1948 non sussisteva più l’esigenza di non allarmare l’Occidente attraverso una sovietizzazione troppo rapida dell’Europa orientale, ma al contrario il crescente coinvolgimento degli Stati Uniti in Europa spingeva l’URSS a consolidare la propria sfera d’influenza e a garantire il controllo sui paesi dell’Est.[26] Per il Cremlino, la «missione del comunismo era per prima cosa consolidare la forza dello stato sovietico, e solo la dominazione sui paesi confinanti poteva assicurarci un ruolo di superpotenza».[27] Le posizioni si radicalizzarono, le sinistre socialcomuniste, con l’incoraggiamento americano, furono allontanate nei due paesi dove avevano formazioni di partito più cospicue, l’Italia e la Francia; e il Congresso approvò il Piano Marshall autorizzando un primo stanziamento di 5,3 milioni di dollari.[28] Con la chiusura dell’Europa orientale il contrasto tra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica si concentrò sui paesi divisi in due e occupati da entrambe le potenze, la Germania prima, la Corea poi. 

La Germania era divisa dalla fine della guerra in quattro zone di occupazione (americana, inglese, francese e sovietica). La capitale Berlino, che si trovava all’interno dell’area sovietica, era a sua volta divisa in quattro zone. Saltata ogni possibilità d’intesa con i Sovietici sul futuro del paese, Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia integrarono, all’inizio del 1947, le loro zone, attuandovi una riforma monetaria, liberalizzando l’economia e rivitalizzandola, poi, con gli aiuti del piano Marshall. Di fronte a quella che ormai si profilava come la rinascita di un forte Stato tedesco, integrato nella zona occidentale, i sovietici reagirono e per costringere gli occidentali ad abbandonare la città attuarono il blocco di Berlino chiudendo gradualmente tutte le vie d’accesso alla zona occidentale, fino ad arrivare all’interruzione dell’elettricità e al blocco totale nel giugno 1948. Fu il momento di maggior tensione dell’intero periodo della Guerra Fredda e l’Europa fu sull’orlo di un conflitto, tanto che le reazioni delle potenze occidentali furono contrastanti, dalla tendenza ad abbandonare la città, per timore di uno scontro diretto contro i sovietici, fino alla proposta di forzare il blocco militarmente.[29]

La soluzione fu il rifornimento aereo della metropoli bloccata. Dalla Germania occidentale gli angloamericani organizzarono un ponte aereo che cessò solo nel maggio 1949, quando l’Unione Sovietica constatò che l’operazione si era risolta in un pesante insuccesso. Il blocco e il ponte aereo di Berlino dimostrarono che da entrambe le parti non si voleva andare oltre la Guerra Fredda.[30] La crisi di Berlino aveva dimostrato che l’espansionismo sovietico in Europa aveva generato una sufficiente resistenza negli Stati Uniti e nei suoi alleati. Stalin non era preparato per rischiare un confronto militare, almeno non nell’immediato futuro, e la reazione occidentale al blocco, inclusa la disponibilità delle basi britanniche e il bombardamento atomico, avrebbe potuto causare il terzo conflitto mondiale. Molti anni più tardi, un generale dell’armata Rossa ricordò che non gli era stato ordinato di suicidarsi per Berlino. Il suo compito era di consolidare il controllo sovietico su un territorio già diviso.[31]

Nel 1949 fu costituita nella parte occidentale la Repubblica Federale di Germania, con capitale Bonn; la scontata risposta sovietica fu la creazione, nella parte orientale del paese, della Repubblica Democratica Tedesca, che aveva la sua capitale a Pankow, sobborgo dell’ex-capitale del Reich. La divisione dell’Europa in due blocchi contrapposti era perfezionata, e la legittimazione militare del nuovo assetto si raffinò con la partecipazione permanente degli Stati Uniti ad un sistema di difesa dell’Europa che fu sanzionato nell’Aprile del 1949 con la creazione del North Atlantic Treaty Organization (NATO), un patto che si fondava su una comune professione di fede nella “civiltà occidentale” e nella democrazia, e che prevedeva un dispositivo militare integrato composto da contingenti dei singoli paesi membri. Da questo momento in poi il contenimento assunse un carattere sempre meno politico e sempre più militare; obbiettivo preminente divenne un riarmo intensivo, fu allestito un arsenale di bombe atomiche e una potente aviazione strategica capace di intervenire ovunque, e in qualsiasi momento.[32] 

La guerra di Corea

Roosevelt riteneva che la Corea, annessa al Giappone nel 1910, non fosse in grado di ritornare immediatamente all’autogoverno e, sin dalla Conferenza del Cairo del novembre 1943, era stato proposto un mandato a quattro su tutta la penisola coreana. Britannici, cinesi e sovietici avevano accolto positivamente la proposta. Nei piani militari, la liberazione del paese sarebbe dovuta avvenire mediante la penetrazione congiunta di forze armate sovietiche dal Nord e di truppe da sbarco americane dal Sud, sino ad una linea di demarcazione puramente militare che avrebbe dovuto correre lungo il 38° parallelo. Gli americani intervennero in un secondo tempo, ma non trovarono la situazione pregiudicata. Le truppe sovietiche si erano, in effetti, fermate lungo la linea concordata, analogamente a quanto gli americani avevano fatto in Germania[33]. In seguito il progetto di amministrare la Corea mediante una Commissione quadripartitica perse consistenza a causa della crisi interna alla Cina nazionalista e alla rinuncia britannica ad assumere ulteriori impegni internazionali che avrebbero solo aggravato la sua situazione finanziaria. Restavano sul campo le forze sovietiche e quelle degli Stati Uniti.

Durante la conferenza di Mosca del dicembre 1945 fu decisa la costituzione di una commissione mista formata dai rappresentanti delle due parti in causa, e incaricata di gettare le basi della successiva indipendenza della Corea. Nel frattempo i sovietici favorirono, nella zona loro assegnata, la ricostituzione del Partito comunista, sotto la guida di Kim Il Sung, al quale fu affidato la costituzione di un governo di stile staliniano, l’avvio di una riforma agraria ed altri programmi, come l’epurazione del personale non comunista dagli uffici pubblici.[34] Il governo statunitense fece leva sulle forze nazionaliste coreane e riuscì a trovare un interlocutore nell’esponente dell’ala più conservatrice di queste forze, Syngman Rhee.[35]

Il primo maggio 1948 il nord si costituì formalmente come Repubblica Popolare Democratica di Corea. Nel gennaio del 1949 gli Stati Uniti riconobbero la Repubblica della Corea del Sud. Il fragile filo del 38° parallelo divenne il simbolo di uno scontro tra le due superpotenze per la conquista dell’egemonia in Asia. La vittoria delle forze comuniste rivoluzionarie in Cina nel 1949, guidate da Mao tse-Tung, aveva ulteriormente complicato l'assetto dei possibili equilibri in gioco. Dal punto di vista formale, sia l'Unione Sovietica che gli Stati Uniti avevano ritirato le loro truppe di occupazione dalle due Coree rispettivamente il 31 dicembre del 1948 e il 29 giugno del 1949, delegando le scelte per il futuro ai due Stati appena formati.

Con la fine del 1949 gli Stati Uniti avevano esplicitato le linee della loro politica in Asia, indicando quale fosse l'area che essi ritenevano interna al perimetro di difesa nazionale in Estremo Oriente. La linea di difesa andava dalle isole Aleutine al Giappone, dalle isole Ryu Ryu fino alle Filippine. Tokyo era la sede del comando delle forze armate statunitensi nel Pacifico sotto la direzione del generale Douglas MacArthur. Agli inizi del 1950, in due successivi discorsi, il Segretario di Stato americano aveva affermato che la politica di difesa statunitense puntava soprattutto sulla resistenza delle nazioni eventualmente attaccate, piuttosto che su un impegno diretto degli Stati Uniti. Ma ribadiva anche un preciso avvertimento al «popolo cinese che deve convincersi che, indipendentemente da quanto possa accadere entro il proprio territorio, esso non può che attirare gravi danni su se stesso e sui propri amici in Asia e altrove, se si lascia indurre dai suoi nuovi capi ad avventure aggressive e sovversive, al di fuori dei propri confini [...]. Dico questo perché non ci possano essere dubbi sull'atteggiamento degli Stati Uniti, nessuna possibilità di equivoco o d’interpretazioni capziose, e perché tutti in Cina sappiano su chi ricadrebbe la responsabilità di tutte quelle che potranno essere le conseguenze di simili avventure». [36]

Il 30 maggio 1950, nella Corea del Sud, si svolsero le elezioni che si rivelarono catastrofiche per il governo in carica. I due terzi dei seggi finirono nelle mani delle forze contrarie al regime di Rhee. Contemporaneamente, la Corea del Nord portava avanti una pressante campagna perchè Rhee fosse estromesso e il paese unificato. La precarietà della situazione politica nella Corea del Sud appariva sempre più evidente. 

Il 25 giugno 1950 l'esercito della Corea del Nord superò il 38° parallelo e invase con 70.000 uomini la Corea del Sud, in soli tre giorni giunsero a Seoul. All'Assemblea dell'ONU, riunita d’urgenza il 27 giugno il delegato americano dichiarò: «L'invasione della repubblica di Corea continua. La repubblica di Corea ha chiesto protezione alle Nazioni Unite. Sono orgoglioso di annunciare che gli Stati Uniti sono pronti a fornire assistenza alla Repubblica di Corea». Gli Stati Uniti decisero di appoggiare militarmente la Repubblica della Corea del Sud contro il Nord comunista[37], con l'adesione immediata del Consiglio di Sicurezza dell'ONU. Il comando delle operazioni fu affidato al generale americano Douglas MacArthur, che nel corso del conflitto chiederà ripetutamente di utilizzare le armi atomiche. La guerra consentì al governo degli Stati Uniti di superare la resistenza opposta dal Congresso all’aumento delle spese militari. Il bilancio della Difesa triplicò, passando da 18 a 50 miliardi di dollari. Quest’incremento rivitalizzò l'economia americana in crisi dal 1947.[38] Il governo americano portò avanti una campagna propagandistica che ricalcò i modelli sperimentati nella seconda guerra mondiale, utilizzando il conflitto per creare unità e coesione nel paese in nome della lotta contro un nemico comune, non più il nazismo, ma il comunismo.

Il dibattito sulle circostanze che portarono all’invasione del territorio sud-coreano è ancora vivo. Diversi storici revisionisti hanno sostenuto che la guerra fu provocata dalla Corea del Sud, con la complicità di Washington o di Tokyo. Non vi è alcuna documentazione che possa convalidare questa tesi, fondata sulla convinzione ideologica che gli Stati Uniti avevano bisogno di un pretesto per far approvare il NSC-68, un programma d’intenso riarmo. Non vi è dubbio che vi fosse continua tensione lungo il 38° parallelo, con scontri frequenti originati da entrambe le parti. Per quanto riguarda il ruolo avuto dall’URSS, si è sostenuto che «nonostante i russi abbiano certamente armato i nordcoreani, e si aspettassero una guerra, l’effettiva decisione di iniziare il conflitto dev’essere rintracciata nella situazione interna della penisola coreana».[39]

L’immediata reazione degli Stati Uniti e il loro intervento, totalmente inaspettato dal governo sovietico, fu dovuta alla convinzione che la perdita della Corea avrebbe significato un grave indebolimento della presenza americana in Asia. Così si espresse il Generale Ridgway: «Per me il problema è chiaro. Non si tratta di una città o di un villaggio coreano. Le questioni di territorio, in questo caso, hanno scarsa importanza. Non si tratta soltanto della libertà dei nostri alleati sud-coreani, dei quali riconosciamo la fedeltà e il valore nelle più grandi difficoltà, benchè questa libertà sia un simbolo dei nostri obbiettivi e faccia parte di essi. Si tratta di sapere se la civiltà occidentale, che Dio ha permesso nascesse nei nostri amati paesi, sarà in grado di sfidare e di sconfiggere il comunismo; se il regno di coloro che uccidono i prigionieri, rendono schiavi i loro concittadini e calpestano la dignità umana avrà il sopravvento sul regno di coloro cui sono sacri l’individuo e i suoi diritti; se dobbiamo sopravvivere con la mano di Dio che ci guida e ci dirige o se dobbiamo morire nella desolazione di un mondo senza Dio. Se quanto ho detto è vero, e per me lo è, al di là di qualsiasi dubbio, allora non si tratta più di combattere per la libertà dei nostri alleati e per la loro sopravvivenza. Si tratta di una lotta per la nostra libertà, per la nostra sopravvivenza, per un’esistenza nazionale indipendente ed onorevole».[40]

RIFERIMENTI E BIBLIOGRAFIA di questa pagina

[1] O. Barié, Gli Stati Uniti nel Secolo XX. Tra leadership e Guerra Fredda, Marzorati, Milano, 1982, pp. 313-314.
[2] Durante la Presidenza Roosevelt furono scoperte copie di documenti politici e militari presso la redazione di «Amerasia», un periodico marxista, di cui furono provati gli stretti legami con rappresentanti dell’Unione Sovietica e del partito comunista cinese. Ibid., p. 315.[3] Ibid., p. 315.
[4] G. F. Kennan, American Diplomacy, 1900-1950, New York, New America Library, 1951, pp. 95-96. 
[5] M. Galluppi, Il Vietnam dalla dominazione francese all’intervento americano, tendenze dell’imperialismo nel secondo dopoguerra, Bari, De Donato Editore, 1976, p. 259.
[6] Ibid., p. 259
[7] Robert Oppenheimer, il sinologo Owen Lattimore, il generale Marshall ed il generale Eisenhower furono in seguito accusati da McCarthy. O. Barié, op. cit., p. 317.
[8] S. E. Ambrose, Rise to Globalism: American Foreign Policy Since 1938, New York, Penguin Books, 1993, p. 70. 
[9] Secondo Lord Alanbrooke, capo di stato maggiore inglese, quando Churchill apprese del successo dell’esplosione in New Mexico dell’esperimento atomico americano, reagì con un entusiasmo quasi infantile. Egli «si vedeva ormai capace di eliminare tutti i centri industriali e civili russi. S’immaginava all’improvviso come il solo possessore di queste bombe e in grado di lanciarle dove voleva, quindi onnipotente e capace di dettare condizioni a Stalin». E. Aga Rossi, Gli Stati Uniti e le origini della Guerra Fredda, Bologna, Il Mulino, 1984, p. 51.
[10] D. F. Fleming, Storia della Guerra Fredda, Milano, Feltrinelli, 1964, p. 446.
[11] M. Galluppi, op. cit., p. 262.
[12] In base agli accordi fra le grandi potenze durante la guerra, la Grecia era stata posta nell’orbita dell’influenza inglese. Il governo greco era costituito da una maggioranza di destra e aveva intrapreso una campagna repressiva contro il partito comunista e i partiti di Sinistra. Nel nord della Grecia si erano formate bande di partigiani che tentarono la via insurrezionale, ma che si scontrarono con le forze governative aiutate dall’Inghilterra. 
[13] E. Aga Rossi, op. cit., p. 64.
[14] M. Galluppi, op. cit., p. 262.
[15] Durante lo svolgimento della Conferenza di Parigi, nell’agosto 1946, una grave crisi fu innescata dal contrasto fra l’Unione Sovietica e la Turchia sul controllo dello Stretto dei Dardanelli. L’URSS chiese che la difesa degli Stretti fosse assicurata congiuntamente dalla Turchia e dalla stessa Unione Sovietica. 
[16] H. S. Truman, The Man from Independence, New York, Greenwood Press, 1986, pp. 201-202.
[17] E. Aga Rossi, op. cit., p. 65.
[18] M. Galluppi, op. cit., p. 263.
[19] Gli Stati Uniti e la crisi iraniana (1951-1953) in A. Donno, Ombre di Guerra Fredda. Gli Stati Uniti nel Medio Oriente durante gli anni di Eisenhower (1953-1961), Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 1998, p. 97.
[20] A. Iriye, The Cold War in Asia: A Historical Introduction, Englewood Cliffs, Prentice-Hall, 1974, p. 133.
[21] E. Aga Rossi, op. cit., p. 66.
[22] G. F. Kennan, op. cit., p. 104.
[23] E. Di Nolfo, Storia delle relazioni internazionali, 1918-1992, Bari, Laterza, 1994, pp. 706-707.
[24] E. Aga Rossi, op. cit., p. 68.
[25] J. L. Gaddis, We Now Know: Rethinking Cold War History, Oxford, Oxford University Press, 1997, pp. 38-39.
[26] E. Aga Rossi, op. cit., p. 73.
[27] J. L. Gaddis, op. cit., p. 31.
[28] O. Barié, op. cit., p. 374.[29] E. Aga Rossi, op. cit., p. 75.
[30] O. Barié, op. cit., p. 375.[31] J. L. Gaddis, op. cit., p. 48.
[32] M. Galluppi, op. cit., p. 264.
[33] J. L. Gaddis, op. cit., pp. 57-58.
[34] A. Iriye, op. cit., p. 134.
[35] E. Di Nolfo, op. cit., pp. 765-766.
[36] W. W. Rostow, Gli Stati Uniti nell'arena mondiale, Bologna, Il Mulino, 1964, p. 291.
[37] Aiutato non dall’Unione Sovietica, ma dalla Cina. O. Barié, op. cit., p. 376.
[38] «La Corea è stata una benedizione. Dovrebbe esserci una Corea qui o in qualche altra parte del mondo». Dichiarazione del Generale Van Fleet, in Gli anni della Guerra Fredda, 1945-1991, Milano, Mondadori Informatica e Moby Dick Movies, Cd-Rom, 1996.
[39] E. Aga Rossi, op. cit., p. 78.
[40] R. B. Mattew, Guerra sul 38° parallelo, Milano, Rizzoli, 1969, pp. 258-259.

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