Dott. Francesco Cappello - Università degli Studi di Lecce -  Tesi Anno accademico 1999-2000
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CAPITOLO SECONDO
(prima parte: VIETNAM)

"Le origini del coinvolgimento degli Stati Uniti nella guerra del Vietnam, 1955-60"


PRIMA PARTE:  (0) La "Tigre Francese" - (1) Dien bien Phu - (2) La Conferenza di Ginevra
(3) La South East Asia Treaty Organization - 

SECONDA PARTE: VIETNAM  
(4) Primo atto: la crisi delle sètte -
(5) Secondo atto: la battaglia per Saigon - (6) Terzo atto: la sostituzione di Collins
(RIFERIMENTI E BIBLIOGRAFIA)

(0) La tigre francese

Durante la seconda guerra mondiale, la Francia di Vichy, sotto forti pressioni tedesche, aveva consentito ai giapponesi, che avanzavano dalla Cina, una crescente presenza nella penisola indocinese. I nipponici rovesciarono l'amministrazione francese in Vietnam, cacciarono gli inglesi dalla Malesia, gli olandesi dall'Indonesia e gli Stati Uniti dalle Filippine. Una nazione asiatica aveva messo in ginocchio il colonialismo europeo. I nazionalisti locali in tutto il Sud-est asiatico si unirono attorno al Giappone, ma Ho chi Minh (biografia) [1], che temeva più il lupo giapponese della tigre francese, si legò agli alleati prevedendo che il paese del Sol Levante sarebbe stato sconfitto, che i francesi sarebbero stati cacciati dall'Oriente e che il Vietnam sarebbe stato ricompensato con l'indipendenza.

Fu a Ho chi Minh che al termine delle operazioni belliche il comandante delle forze giapponesi in Indocina presentò la resa, e il 25 agosto 1945 una delegazione del Vietminh si presentò a Hué, residenza imperiale, e dichiarò di parlare a nome di Ho chi Minh; l'imperatore Bao Dai, in una cerimonia improvvisata, lesse una dichiarazione nella quale consegnava il “potere sovrano” al Vietminh, che si proclamò Repubblica Democratica del Vietnam; consegnò anche il sigillo e la spada reale, gli emblemi della monarchia[2]. Il 2 settembre 1945 Ho chi Minh proclamò l'indipendenza del Vietnam, nella quale fu letto un testo di costituzione la cui introduzione riprendeva quella degli Stati Uniti: «Crediamo che tutti gli uomini sono stati creati uguali»;[3] quel giorno aerei da guerra nordamericani volarono sopra la città, ufficiali dell'esercito statunitense erano sul palco delle autorità ed una banda vietnamita suonò l’inno nazionale americano. Sul finire della cerimonia d’indipendenza, Vo Nguyen Giap parlò di «relazioni particolarmente intime»[4] con gli Stati Uniti.

Tra la fine del 1945 e l'inizio del 1946, Ho chi Minh scrisse otto lettere al presidente Truman e al Dipartimento di Stato[5] denunciando le mire revansciste del colonialismo francese in Indocina, e per ottenere l'appoggio nella lotta per l'indipendenza nazionale. Egli formulò i suoi messaggi in termini che avrebbero dovuto stimolare la vocazione anticolonialista e democratica della classe dirigente americana. Il neo-governo vietnamita chiese l'appoggio delle Nazioni Unite e portò ad esempio l’esperienza delle Filippine. Denunciò il colonialismo francese come collaborazionista del fascismo nipponico, pose l’accento su com’era stata redatta la dichiarazione d'indipendenza vietnamita e compilò un breve elenco delle riforme democratiche che il governo aveva già portato a termine: elezioni popolari, abolizione del sistema fiscale coloniale, diffusione dell’istruzione e ripresa delle attività economiche.[6] Durante la seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti erano stati contrari al ritorno della Francia in Indocina. Alcuni ufficiali statunitensi avevano constatato la crescita del nazionalismo nel Vietnam, e avevano temuto che il tentativo francese di riguadagnare le proprie colonie avrebbe provocato una guerra lunga e sanguinosa, portando instabilità in un’area importante strategicamente ed economicamente. Roosevelt provava antipatia per il comandante francese Charles de Gaulle, e affermava che «la Francia ha avuto sotto di sé questo paese di trenta milioni di abitanti per quasi cento anni, e il popolo è di gran lunga in peggiori condizioni di quanto non fosse agli inizi […]. Il popolo indocinese ha diritto a qualcosa di meglio».[7] Ma durante i primi anni della guerra d’indipendenza indocinese gli Stati Uniti mantennero verso la Francia una distante neutralità. L’amministrazione Truman, non essendo disposta a sostenere il colonialismo apertamente, provvide ad un “indiretto” aiuto finanziario e militare. Navi furono prestate alla Francia secondo i termini dell’affitto di guerra, aerei statunitensi trasportarono soldati francesi in Vietnam, e gli Stati Uniti estesero crediti per l'acquisto di mezzi di trasporto. Washington rifornì di armi l’esercito nazionale francese per uso interno, ma che, di fatto, erano impiegate in Vietnam; con il Piano Marshall la Francia fu munita di titoli di Stato in modo che potesse usare le proprie risorse verso la guerra d’Indocina.[8]  

La guerra d’Indocina L'annuncio alla metà del 1947 della strategia del contenimento e del Piano Marshall sottolineava l'indispensabilità della Francia al progetto di politica estera di più ampio respiro dell’amministrazione Truman. Ambedue le iniziative furono concepite come parte integrante della strategia generale dell'amministrazione per contenere l’influenza sovietica e poter favorire il recupero economico e la stabilità politica dell’Europa Occidentale. Nell'intensificarsi della Guerra Fredda tra gli Stati Uniti e l'Unione Sovietica, nessun’area era più vitale dell’Europa Occidentale e nessun paese più cruciale della Francia[9], per questo bisognava favorire il suo ritorno in Indocina e l’amministrazione di Washington decise di scegliere il male minore. Mentre gli Stati Uniti aiutavano i francesi per contenere l'URSS, i comunisti sovietici davano poco peso al regime di Ho, non inviando nemmeno un proprio osservatore a Hanoi e non riconoscendo il nuovo stato in ambito internazionale, dando così ragione a Kennan quando diceva che «incoraggiare all’estero progetti rivoluzionari prematuri, “avventurosi”, che potrebbero in un modo qualsiasi mettere in imbarazzo la potenza sovietica, sono atti inescusabili, persino controrivoluzionari. La causa del socialismo sta nell’aiutare e nel favorire il potere sovietico, come si è concentrato in Mosca».[10] Inoltre Ho non poteva nemmeno contare sull’aiuto del Partito Comunista Francese, il cui capo, Maurice Thorez, allora vicepresidente del governo De Gaulle, aveva affermato che non intendeva «liquidare la posizione francese in Indocina».[11] In queste condizioni l'unica scelta di Ho chi Minh era un accomodamento che prevedesse il ritorno dei francesi, a condizione che riconoscessero l'indipendenza del Vietnam; e all’inizio del 1946 aveva affermato di ammirare la Francia e di non desiderare di sciogliere i vincoli «che uniscono i nostri due popoli»,[12] erano parole che favorirono gli incontri tra il leader Vietminh e Jean Sainteny, rappresentante di De Gaulle.

Il 6 marzo 1946 si firmò un accordo, secondo il quale la Francia riconosceva il Vietnam libero all'interno dell'Unione Francese, il nuovo nome con cui s’indicava il vecchio impero coloniale, che comprendeva lo stesso Vietnam, la Cambogia ed il Laos; Ho chi Minh accettava la presenza di venticinquemila soldati francesi per i cinque anni successivi. Infine, l’intesa doveva essere ratificata da un referendum in data da destinarsi. In questo modo la Francia si assicurava il controllo sulla regione indocinese, in contrasto con il nazionalismo Vietminh. Le diversità delle intenzioni non tardarono a rivelarsi. Alla Conferenza di Dalat nel maggio 1946 fu chiaro alle delegazioni indocinesi che il governo francese non intendeva andare al di là di una relativa autonomia, mantenendo per sé il controllo dell’economia, della difesa e della politica estera dei tre Stati facenti parte dell’Unione. Mentre le altre rappresentanze accettarono i termini, il Vietminh espresse il proprio dissenso. Il risultato fu la necessità di organizzare una serie di colloqui, dal luglio al settembre 1946, a Fontainebleau, in Francia, tra il leader vietnamita e Bidault, rappresentante del governo francese.[13] Appena Ho chi Minh partì per la Francia, l’ammiraglio d’Argenlieu, Alto Commissario francese in Indocina, violò gli accordi di marzo e senza informare Parigi proclamò la Repubblica della Cocincina con capitale Saigon in modo da contrastare la Repubblica democratica del Vietnam proclamata nel 1945.

Quando Ho chi Minh tornò in patria, il 21 ottobre, trovò nel suo partito una crescente opposizione alla sua politica conciliatrice. Durante la sua assenza Giap, come comandante delle forze Vietminh, aveva reso più intensa la guerra di guerriglia nel sud, ed aveva dato vita ad un vasto esercito portandolo dai 60000 regolari a 100000 soldati e inglobando in esso reparti provenienti dai diversi gruppi giovanili paramilitari. Ho chi Minh continuò ad esortare per la moderazione in modo da collaborare con i francesi e sollecitò Giap a ridurre le operazioni nel Sud. Lo stesso generale Giap ricordò nel 1970 che gli accordi del 6 marzo erano un notevole passo indietro compiuto dal nemico: «Per noi questa vittoria era solo l’inizio, anche dopo la violazione compiuta dai colonialisti reazionari francesi che avevano sottoscritto quegli accordi».[14]

L’otto novembre l’Assemblea Nazionale riunita a Hanoi approvò una nuova costituzione. Si trattava di un documento moderato, con cui si cercava di guadagnare e aumentare il sostegno di altri gruppi politici non comunisti. Il documento affermava in modo chiaro l’unicità e l’indivisibilità del Vietnam e, sebbene prevedesse un’associazione con l’Unione Francese, la costituzione concludeva che la Repubblica Democratica del Vietnam non era subordinata alla Francia. Lo scopo di Ho era di raggiungere sempre più un accordo con la Francia, in modo da sfidare ripetutamente il governo di Parigi minando la convinzione francese della propria forza.[15] Nel dicembre dello stesso anno a Hanoi vi fu un attentato, organizzato da alcuni reparti Vietminh, contro esponenti della borghesia francese; la risposta fu un pesante attacco da parte delle truppe regolari di Parigi. Rapidamente la situazione deteriorò con i francesi che controllavano le città e il Vietminh che controllava i villaggi e le montagne, sulle quali si era ritirato e attestato: la guerra di guerriglia era cominciata.[16]

Il progetto francese di concedere un’indipendenza formale, delimitata da precisi controlli esercitati dalla madrepatria, sembrava riuscito. Tuttavia, le basi su cui i tre governi poggiavano erano troppo fragili. Non solo nel Vietnam, ma anche nel Laos e in Cambogia i governi sostenuti dai francesi non riuscirono a mettere radici autonome e la loro condotta conciliante verso le autorità coloniali non poteva esser tale da conquistare neanche l’appoggio dei più moderati tra i nazionalisti. Inoltre, il tentativo di isolare diplomaticamente la repubblica proclamata dai Vietminh si risolse in un completo fallimento poiché nel gennaio 1950, accogliendo un appello lanciato da Hanoi, i paesi del blocco sovietico risposero in modo compatto riconoscendo lo Stato dei Vietminh.[17] La neonata Repubblica popolare cinese offrì al regime di Ho chi Minh il suo appoggio nella lotta di liberazione nazionale, una decisione presa da Mao tse-Tung due giorni dopo l’invasione della Corea del Sud da parte dei nord-coreani. Secondo i dirigenti cinesi, il loro sostegno ai Vietminh rivestiva un significato mondiale: se la lotta di liberazione nazionale vietnamita fosse fallita, avrebbe causato difficoltà alla loro stessa rivoluzione. Infatti, il proposito cinese di invadere Taiwan era già stato posticipato a causa della guerra coreana.[18]

(1) Dien bien Phu


La guerra di guerriglia si trascinò fino al febbraio 1954. Le forze francesi erano impegnate in una lotta di cui non avevano alcuna esperienza. Secondo Kissinger, «la guerra convenzionale ruota attorno al controllo del territorio, il problema della guerriglia è la sicurezza della popolazione: dato che i guerriglieri non sono legati alla difesa di un territorio particolare, sono in condizione di determinare il campo di battaglia e di regolare le perdite di entrambe le parti. I guerriglieri possono vincere finché riescono ad evitare di perdere; l’esercito regolare perderà se non otterrà una vittoria decisiva. Qualsiasi paese coinvolto nella lotta alla guerriglia deve prepararsi ad un lungo impegno contro un nemico che, con la tattica del “mordi e fuggi”, può resistere a lungo anche con forze limitate». [19]

La guerra dei francesi in Vietnam trovò il punto culminante presso un incrocio stradale chiamato Dien Bien Phu, sito in una remota zona nord occidentale, presso il confine con il Laos. Il comando francese vi aveva dislocato 12 battaglioni scelti, appoggiati dall’artiglieria e dall’aviazione, nella speranza di attirare i comunisti in una battaglia decisiva. [20] Il 13 marzo 1954 i nord-vietnamiti lanciarono un attacco alla posizione fortificata di Dien Bien Phu. Nella valle vi erano sette collinette, che non superavano i mille metri di altezza e su tre di esse era stata posizionata l’artiglieria, spazzata via, in breve tempo, dalle truppe comandate da Giap. Il generale Navarre, comandante della piazza di Dien Bien Phu, sottovalutò le intenzioni e le risorse di Giap, cosicché i comunisti in breve tempo occuparono le alture, assediarono la guarnigione servendosi dell'artiglieria, che nessuno supponeva che possedessero[21] e che era stata fornita loro dalla Cina[22] tramite la Corea del Nord.[23] Da quel momento fu chiaro che anche gli altri reparti sarebbero stati di volta in volta sopraffatti, e quindi il governo francese accettò la proposta sovietica di partecipare ad una conferenza di pace a Ginevra nel mese di aprile 1954.

L'imminenza dell'incontro stimolò le forze Vietminh ad intensificare gli attacchi e a sedersi al tavolo delle trattative con un risonante successo sul campo di battaglia.[24] Fin dal gennaio 1954 gli Stati Uniti avevano contemplato la possibilità di un intervento militare nella guerra di Indocina, perché gli americani non «potevano dimenticare i propri vitali interessi in quella regione».[25] Ufficiali statunitensi temevano che la guerra francese in Indocina avrebbe portato alla resa il governo di Parigi a Ginevra ed un comitato speciale incaricato di analizzare la questione indocinese raccomandò a metà marzo: «[gli Stati Uniti] dovrebbero scoraggiare tendenze disfattiste in Francia […] e nel caso i francesi decidano di ritirarsi, gli Stati Uniti dovrebbero, insieme ai propri alleati e alle nazioni interessate, continuare la guerra senza la Francia».[26]

L'amministrazione Eisenhower diede l'impressione di essere favorevole ad un massiccio attacco aereo contro le forze comuniste attorno a Dien Bien Phu e su alcuni campi d’aviazione cinesi[27], impiegando anche armi nucleari[28], «e dopo aver bombardato negare sempre»,[29] come hanno sostenuto Roy Howard e Walker Stone, rispettivamente editor e caporedattore del New York World Telegram and Sun. L’ammiraglio Radford, capo dello stato maggiore unificato, propose un’operazione aerea dalle Filippine e dalle portaerei alla fonda ad Okinawa[30]. Il vicepresidente Nixon prospettò la possibilità di un invio di soldati americani, ma Eisenhower, dubbioso circa l’opportunità di un intervento unilaterale, decise di cercare la collaborazione britannica.

Il 4 aprile 1954 il presidente americano compì un estremo tentativo affinché l’Inghilterra si unisse nell’organizzare un raggruppamento regionale degli Stati Uniti, della Francia e dei Paesi del Sud-est asiatico, scrisse a Winston Churchill: «sono sicuro […] che seguite con il più profondo interesse e con la massima ansietà le notizie quotidiane della valorosa lotta sostenuta dai francesi a Dien bien Phu.[…], temo che i francesi non ce la facciano, nonostante il notevolissimo aiuto in denaro, e in materiale […], se l’Indocina passa in mano ai comunisti, l’ultima conseguenza per la vostra e nostra posizione mondiale strategica […], potrà essere disastrosa e inaccettabile per voi e per me […]. Mancano meno di quattro settimane a Ginevra […], posso capire il desiderio della Francia di cercare di porre termine a questa guerra […], ma la nostra assidua ricerca di una via d’uscita ci ha, nostro malgrado, costretti a concludere che non esiste una soluzione negoziata del problema indocinese […]. Gli elementi preliminari del nostro pensiero sono stati abbozzati da Foster Dulles […] quando ha dichiarato che, nella situazione attuale, imporre nell’Asia sud-orientale, il sistema politico della Russia comunista e del suo alleato cinese, rappresenterebbe una grave minaccia per l’intera comunità libera e che tale eventualità doveva essere ora affrontata da un’azione comune e non subita passivamente […]. Penso che il modo migliore per dare forza a questo concetto e per portare maggiori risorse materiali e morali in aiuto allo sforzo francese sia da attuarsi attraverso la costituzione di un nuovo raggruppamento o di una nuova coalizione a carattere specifico, da formarsi con i paesi che si preoccupano in modo vitale di contrastare l’espansione comunista in quel settore. Ho in mente, in aggiunta ai nostri due paesi, la Francia, gli Stati Associati, l’Australia, la Nuova Zelanda e le Filippine. È inteso che il governo degli Stati Uniti svolga intera la propria parte in una tale coalizione […]. Importante è che la coalizione sia forte, e che, se necessario, abbia la volontà di partecipare alla lotta. Non prevedo che occorrano forze terrestri in misura notevole da parte vostra o da parte nostra […]. Mancammo di fermare Hirohito, Mussolini e Hitler per non aver agito uniti ed in tempo. Questo segnò l’inizio di molti anni di vera e propria tragedia e di disperato pericolo. Può essere che le nostre nazioni non abbiano imparato qualcosa da quella lezione?».[31]

Dulles volò a Londra per perorare la causa, ma gli inglesi non si fecero coinvolgere, affermando che avrebbero atteso i risultati della conferenza di Ginevra. Il capo di stato maggiore dell’esercito, generale Matthew B. Ridgway, che aveva comandato le forze dell’ONU in Corea, nutriva molti dubbi sul fatto che i bombardamenti aerei potessero invertire il corso della guerra. Alla fine, Dulles dovette capitolare: «Come ho spiegato […] gli Stati Uniti non possono compiere in Indocina atti di belligeranza senza una piena intesa politica con la Francia ed altri paesi. Inoltre occorrerebbe un’azione da parte del Congresso […]. Gli Stati Uniti stanno facendo di tutto per preparare, a livello di opinione pubblica nonché congressuale e costituzionale, le basi per un’azione unitaria in Indocina. Tale azione non potrà però essere portata avanti che insieme ad una coalizione, con la partecipazione attiva del Commonwealth. Nel frattempo gli Stati Uniti sono pronti, com’è già stato dimostrato, a fare tutto ciò che non rientri nella belligeranza […]».[32]

Secondo la Hammer, la decisione di non intervenire è da attribuire unicamente agli Stati Uniti[33]; infatti, i capi di stato maggiore affermavano che «l’Indocina è sprovvista di obiettivi militari determinanti, e dislocare in quella zona forze armate statunitensi più che simboliche costituirebbe una grave diversione delle già limitate disponibilità americane».[34]

(2) La Conferenza di Ginevra


Il pomeriggio del 7 maggio 1954 la bandiera rossa del Vietminh fu issata sul bunker di Dien Bien Phu nel quale si trovava il comando francese; il mattino dopo, a Ginevra, nel vecchio edificio della Società delle Nazioni, le delegazioni si riunirono per discutere sul problema indocinese. Dopo una spesa, da parte degli Stati Uniti, di 2,6 milioni di dollari, e dopo aver fornito un armamento colossale alla Francia, gli americani decisero che avrebbero vinto diplomaticamente ciò che era stato perso sul campo di battaglia in Vietnam.[35]

Poche conferenze internazionali cominciarono in un’atmosfera d’incertezza come quella di Ginevra[36], aperta ufficialmente il 26 aprile 1954. Il presidente Eisenhower escluse pubblicamente un’alternativa militare unilaterale nel sud-est asiatico, qualora le conversazioni di Ginevra fossero naufragate, e il Segretario di Stato Dulles paventava l’idea di una Conferenza in cui l’unico risultato possibile sarebbe stato conferire una patina di legittimità al regime comunista nel Vietnam del Nord, che a sua volta avrebbe esteso la sua influenza su tutta l’Indocina.[37] Dulles in un cablogramma raccomandò al sottosegretario Walter Bedell Smith, il 12 maggio 1954, che gli Stati Uniti partecipavano «alla Conferenza di Ginevra per favorire il raggiungimento di decisioni che portino i paesi di quest’area al pacifico godimento dell’integrità territoriale e dell’indipendenza politica sotto governi stabili e liberi, con la possibilità di espandere le loro economie, realizzare le loro legittime aspirazioni nazionali e garantirsi, attraverso sistemi di difesa individuali e collettivi, da aggressioni dall’interno e dall’esterno. Ciò implica che queste popolazioni non debbano essere amalgamate in un blocco comunista».[38]

Da parte dell’amministrazione francese il primo ministro Bidault proclamò di non essere disposto ad accettare un Vietnam diviso e avrebbe trattato solo per un cessate il fuoco generale. Il rappresentante cinese, Chu en-lai, aveva fondamentalmente due obbiettivi: trovare una soluzione che togliesse agli Stati Uniti ogni pretesto di intervenire nella regione minacciando, in tal modo, la Cina; e scoraggiare la nascita di una grande potenza, anche comunista, presso il proprio confine meridionale. Il rappresentante dei Vietminh, Pham Van Dong, era intransigente su qualunque posizione che non prevedesse l’unione del proprio paese e il ritiro delle truppe francesi dall’Indocina; chiese inoltre, che i partiti comunisti d’ispirazione Vietminh, il Pathet Lao nel Laos, e i Liberi Khmer in Cambogia, fossero ufficialmente riconosciuti.[39] Il parlamento francese, constatando l’impazienza dell’opinione pubblica per l’infruttuosa conferenza, ritirò la fiducia al governo in carica e votò per Pierre Mendès-France che promise durante il discorso di insediamento del suo governo, il 12 giugno 1954, che avrebbe risolto il problema indocinese in trenta giorni, oppure avrebbe rassegnato le dimissioni.[40]

I negoziati furono condotti alacremente e segretamente da Chu en-Lai, in rappresentanza dei comunisti, e dal nuovo primo ministro francese. Dulles contemplò il ritiro della delegazione americana da Ginevra quando seppe degli incontri che si stavano svolgendo tra i cinesi[41] e i francesi. All’ambasciatore americano a Parigi disse: «Questi negoziati sembrano essersi sviluppati in forma clandestina e sappiamo ben poco di ciò che realmente passa nella testa del governo francese. Temiamo che i francesi, di fatto, senza consultarci preventivamente, possano accettare un accordo che contenga clausole e vincoli politici che nel giro di pochi mesi porteranno il Laos, la Cambogia e il Vietnam del Sud sotto il controllo comunista».[42] Incoraggiato dal rappresentante cinese, anche Mendès-France contemplò l’idea di dividere il Vietnam in due Stati. Il rappresentante Vietminh ricevette l’ordine da Ho chi Minh di accettare la proposta di Chu en-Lai sulla divisione del paese, i cinesi sostenevano che «unire il Vietnam è possibile solo quando i tempi fossero divenuti maturi […]. L’opinione è di unirli solo con mezzi pacifici, fare questo combattendo significa portare gli americani in Indocina […]. La pace può aumentare la frattura tra gli Stati Uniti e la Francia […]. La pace può dividere gli Stati Uniti dall’Inghilterra. La pace ha i suoi vantaggi, può isolare gli Stati Uniti».[43]

Il pomeriggio del 12 luglio, scadenza datasi dal governo di Mendès-France, il ministro degli esteri sovietico, Molotov, convocò una riunione nella sua residenza ginevrina; erano presenti Chu en-Lai per la Cina, Mendès-France per la Francia, Pham van Dong per i Vietminh, Eden ministro degli esteri britannico e lo stesso Molotov. Si raggiunse un accordo: divisione del paese e consultazioni elettorali. Il 21 luglio 1954 i partecipanti alla Conferenza firmarono una serie di accordi separati che stabilivano una tregua: divisione temporanea e non politica del Vietnam in due zone lungo il 17° parallelo; libere elezioni fissate per l'estate del 1956, che avrebbero dovuto decidere il futuro assetto del Paese (le competenti autorità avrebbero svolto consultazioni su quest’argomento dopo il 20 luglio 1955); ognuno dei due governi doveva permettere a ogni abitante del Vietnam di decidere liberamente in quale zona vivere; nessuna delle due parti doveva riunire l'altra con la forza militare; erano proibiti la presenza di basi ed eserciti stranieri sul territorio nazionale; il corpo di spedizione francese doveva lasciare il paese entro 300 giorni dalla data della firma dell'accordo; sul rispetto degli accordi avrebbe vigilato un’apposita commissione, l’International Control Commission (ICC),[44] formata dal Canada capitalista, dall’India neutrale, che assumeva anche la presidenza, e dalla Polonia comunista[45].

Gli Stati Uniti presero atto degli accordi, ma non li firmarono, anche se s’impegnarono a rispettarli. Il ministro degli esteri inglese, Eden, giudicò questo comportamento non responsabile e affermò che la condotta statunitense[46] avrebbe «contribuito a proseguire la guerra in Indocina con tutte le sue conseguenze».[47] Come ricordò nelle sue memorie il presidente Eisenhower, l’accordo raggiunto a Ginevra dai francesi era «il migliore che si potesse ottenere in quelle condizioni. Portò alla fine di una guerra sanguinosa che incideva gravemente sulle risorse francesi […]. Spianò la strada a un sistema di autentica collaborazione fra le due parti, nella lotta, che non conosce fine, per fermare l’ondata dell’espansionismo comunista».[48] Il Vietminh non aveva vinto, ma la sua dittatura comunista era stata riconosciuta in ambito internazionale; inoltre gli era stato assegnata la parte più popolosa del paese. Ma il nord era anche la zona più povera; infatti, prima degli accordi di Ginevra, nonostante i due raccolti l’anno, dipendeva dall’importazione di riso dal Sud.[49] L’undici agosto 1954, dopo otto anni di guerra, in Vietnam regnava la tregua.

(3) La South East Asia Treaty Organization


Nel 1954, funzionari e uomini politici americani dei due partiti cominciarono a considerare il Vietnam vitale per la sicurezza degli Stati Uniti. Dopo la vittoria di Mao tse-Tung, si ritenne che la Cina, in alleanza con l’Unione Sovietica, costituisse la minaccia principale per gli interessi globali americani. Gli Stati Uniti cominciarono a trasferire in Asia, all’inizio degli anni ’50, la loro politica europea di contenimento del comunismo. Con la guerra di Corea e il continuo appoggio a Chiang kai-Shek, s’iniziò a costruire intorno alla Cina un muro di Stati satelliti anticomunisti. Il Vietnam rappresentava l’elemento meridionale d’importanza cruciale di questo muro: se il Vietnam fosse caduto sotto il dominio comunista, l’intero Sud-Est asiatico avrebbe subito la stessa sorte. Quest’idea fu denominata “teoria del domino” e fu lo stesso Eisenhower a spiegare al Copley Press che cosa intendesse, quando si faceva riferimento al gioco asiatico: «Quando si ha una fila di tasselli del domino, se si urta il primo di essi, gli altri, spinti dalla caduta del primo, cadranno uno dopo l’altro. In questo modo si darebbe inizio ad una disintegrazione che avrebbe profonde influenze. Alcune risorse importanti in quest’area sono lo stagno, il tungsteno, la gomma, il riso […]. Abbiamo già perso 450 milioni di persone che sono finite sotto la dominazione comunista, non possiamo permetterci altre perdite. […] e non si parla solo della perdita dell’area e delle risorse naturali, ma anche di milioni, milioni e milioni di persone»;[50] nel suo libro di memorie, il presidente statunitense ricordò che perdere la regione «equivaleva a esporre la Tailandia, cui il Vietnam faceva da cuscinetto con la Cina Rossa, all’infiltrazione o all’attacco lungo tutta la frontiera orientale; e se cadeva l’Indocina, non sarebbe stata minacciata soltanto la Tailandia, ma anche la Birmania e la Malesia, con ulteriori rischi per il Pakistan orientale e l’Asia meridionale, oltre che per tutta l’Indonesia».[51]

Il giovane senatore John F. Kennedy, il primo giugno 1956, nel corso di una riunione della AFV (American Friend of Vietnam), presentò un’elaborazione della “teoria del domino”: «Il Vietnam rappresenta la pietra angolare del mondo libero nel Sud-Est asiatico, la chiave di volta, il tappo che chiude il buco della diga nel caso che la marea rossa del comunismo inondi il Vietnam, un paese che si trova lungo una linea che unisce Birmania, India, Giappone, Filippine, Laos e Cambogia».[52] Due mesi dopo la conferenza di Ginevra, il Segretario di Stato John Foster Dulles creò la South East Asia Treaty Organization (SEATO), con la quale i paesi firmatari, Stati Uniti, Inghilterra, Francia, Tailandia, Filippine, Pakistan, Nuova Zelanda e Australia, s’impegnavano ad accorrere in aiuto uno dell’altro in caso di aggressione esterna;[53] uno speciale protocollo incluse nell’area che doveva essere protetta dal nuovo organismo anche il Vietnam del Sud, il Laos e la Cambogia. Eisenhower si proponeva di creare un impegno nazionale stabile verso la SEATO come lo era verso i paesi della NATO. Era una ripresa della politica del contenimento di Truman.[54] Durante la crisi di Dien Bien Phu, Dulles si era sentito impedito della mancanza di una base legale per un intervento in Indocina. Il protocollo della SEATO non solo rimediava a questo difetto, ma forniva per il futuro un’eventuale base su cui agire per un’azione unita per la difesa del Vietnam. In questo modo si sperava che, nonostante non si fosse riusciti ad impedire la nascita dello Stato comunista al nord, si poteva prevenire la caduta successiva delle altre nazioni dell’area. Gli stati membri della SEATO avevano come obbiettivo principale impedire una massiccia aggressione militare; gli Stati Uniti pattuirono che il proprio coinvolgimento fosse limitato nei casi in cui l’aggressore fosse comunista. Sebbene tutti i paesi firmatari vedessero l’alleanza come una prevenzione contro un attacco possibile della Cina, gli Stati Uniti e la Francia la concepirono come una prevenzione contro la possibilità di un attacco di Hanoi a sud del 17° parallelo contro le forze francesi.[55] Ouverture

Mentre era in corso di svolgimento la Conferenza di Ginevra, l’imperatore del Vietnam, Bao Dai, il 18 giugno 1954, convocò nel suo castello nei pressi di Cannes Ngo dinh Diem, un nazionalista anticomunista, e lo nominò primo ministro del suo paese. Il 26 giugno Diem giunse a Saigon. All’aeroporto fu accolto da non più di cinquecento persone, soprattutto impiegati statali, dignitari cattolici e anziani mandarini. Il suo arrivo aveva suscitato scarso entusiasmo popolare.[56] A Saigon Diem poteva contare su un appoggio politico molto labile. La maggior parte dei membri del suo gabinetto mancava di esperienza politica. Le sètte e i proprietari terrieri della Cocincina lo detestavano perché era cattolico e perché erano stati esclusi dal nuovo governo.[57] Gli ufficiali e i funzionari lo consideravano un intruso, perché aveva lasciato il paese anni prima per protesta contro il loro rifiuto di resistere fino alla completa indipendenza. I francesi erano irritati contro di lui e per tutta l’attività americana nel sud[58]; sospettavano che gli Stati Uniti stessero usando Diem per soppiantarli, e un giornalista francese stizzito affermò che «Diem ha una qualità rara e così preziosa in Asia, è pro-americano». [59] Alcune settimane dopo aver assunto l’incarico, il Chargé d’Affairs a Saigon Robert McClintock definì Diem un messia senza messaggio, si lamentò della sua ristrettezza di vedute e ironizzò sul fatto che l’unica formula della «sua politica fosse chiedere assistenza immediata agli Stati Uniti, in ogni modo».[60] Il 20 agosto il presidente Eisenhower approvò un documento del National Security Council (NSC) intitolato “Rassegna della politica americana nell’estremo Oriente”. Esso delineava un triplice programma: militarmente, gli Stati Uniti avrebbero collaborato con la Francia quel tanto che bastasse a costituire forze locali in grado di garantire la sicurezza interna; economicamente, gli Stati Uniti avrebbero cominciato a fornire aiuti direttamente ai vietnamiti, anziché attraverso i francesi come in passato. I francesi dovevano essere allontanati dai posti di comando; politicamente, gli Stati Uniti avrebbero collaborato con il primo ministro Diem, ma lo avrebbero incoraggiato ad allargare il suo governo e fondare istituzioni più democratiche. Con questo programma gli americani si erano assunti l’impegno di difendere il Vietnam del Sud.[61] Il 23 ottobre il presidente Eisenhower rispose a due precedenti missive indirizzategli dal primo ministro sud-vietnamita assicurandogli che gli Stati Uniti avrebbero aiutato il governo del Vietnam a «sviluppare e sostenere uno Stato forte, vitale, capace di resistere a tentativi di rivolta o di aggressione armati. Il governo degli Stati Uniti si aspetta che quest’aiuto sia seguito dall’impegno da parte del governo del Vietnam di intraprendere le riforme. Spero che tale aiuto, insieme ai vostri continui sforzi, contribuirà a creare un Vietnam indipendente dotato di un forte governo. Un tale Stato è la risposta alle aspirazioni nazionaliste del proprio popolo, di modo che sarà rispettato all’interno ed all'estero scoraggiando coloro che potrebbero aver intenzione di imporre un'ideologia straniera al vostro popolo libero».[62] Sebbene molti ufficiali americani[63] considerassero Diem come il candidato disponibile più promettente per guidare il governo di Saigon, altri[64] erano più cauti nel sostenerlo pubblicamente e offrirgli il loro appoggio. Questa cautela derivava non solo dai dubbi che essi nutrivano sulle sue capacità, ma anche dalla situazione politica molto difficile e precaria con la quale Diem si doveva confrontare. La cautela del governo di Washington rispecchiava questa riserva e condizionava il disegno di sostenere concretamente il nuovo governo sud-vietnamita; esempio di questo è il fatto che la lettera inviata da Eisenhower a Diem fu scritta dal presidente americano il primo ottobre e consegnata solo tre settimane dopo.[65]

Al suo arrivo a Saigon il nuovo primo ministro si ritrovò in una situazione confusa. La nazione non era pronta per elezioni di alcun genere. Bisognava costruire uno Stato indipendente, diffondere nella popolazione sentimenti democratici, far capire la necessità di un’azione comune per una meta comune. Teoricamente sotto un regime anticomunista, il Sud Vietnam era in realtà in uno stato di caos, di cui solo i comunisti avrebbero potuto trarne vantaggio; e molti osservatori stranieri credettero che i Vietminh fossero più forti a sud che a nord del 17° parallelo.[66] Il primo atto di Diem, dopo il rientro nel Vietnam, fu di chiedere aiuto agli americani per trasportare e sistemare coloro che volevano lasciare la zona di raggruppamento del Vietminh per quella francese. La richiesta, dal punto di vista americano, non avrebbe potuto essere più politica, in quanto permetteva ai servizi assistenziali civili e militari statunitensi di assolvere il compito ad essi congeniale: salvare i vietnamiti dal comunismo e dalla fame. Con l’aiuto della VII Flotta americana e del corpo di spedizione francese[67], circa 900000 persone[68], in maggioranza cattoliche, si riversarono nel Sud. Si osservò che nessun rifugiato sarebbe stato dimenticato nel Nord per mancanza di mezzi di trasporto, nonostante gli appelli dei Vietminh affinché rimanessero.[69] L’arrivo dei profughi offrì a Diem la prima base politica nel Sud, una base importante, dato che i cattolici erano i più organizzati tra tutti i gruppi politici non comunisti.

RIFERIMENTI E BIBLIOGRAFIA di questa pagina

[1] Intorno al 1941 Ho chi Minh aveva fondato un fronte di «patrioti di tutte le età e di tutte le classi: contadini, operai, commercianti e soldati» per combattere i giapponesi e i francesi che collaboravano con il Giappone. La nuova organizzazione, comandata dai comunisti, faceva appello al sentimento nazionalista vietnamita, e fu chiamata "Viet Nam Doc Lap Dong" (lega per l'indipendenza del Vietnam), nota con il nome di Vietminh. Ho, che fino a quel momento si chiamava Nguyen Ai Quoc (Nguyen il patriota), cambiò il proprio nome in Ho chi Minh (colui che porta la luce). Cfr. S. Karnow, Storia della guerra del Vietnam, Milano, Rizzoli, 1994, p. 47.
[2] Ibid., p. 58.
[3] D. L Anderson, Shadow on the White House: Presidents and the Vietnam War, 1945-1975, Lawrence, University Press of Kansas, 1993, p. 24.
[4] G. C. Herring, America’s Longest War: The United States and Vietnam, 1950-1975, New York, McGraw-Hill, 1996, p. 3. 
[5] N. Sheehan, I documenti del Pentagono pubblicati da The New York Times. Gli anni di Truman e di Eisenhower: 1945-1960, a cura di N. Sheehan, Milano, Garzanti, 1971, p. 28. (D’ora in poi DP). 
[6] M. Galluppi, op. cit., pp. 283-284
[7] A. M. Schlesinger, Jr., Vietnam, amara eredità (1941-1966), Milano, Rizzoli, 1967, p. 11.
[8] G. C. Herring, op. cit., pp. 9-10.
[9] D. L. Anderson, Shadow on the White House, cit., p. 27.
[10] G. F. Kennan, op. cit., p. 96.
[11] S. Karnow, op. cit., p. 63.
[12] Ibid., p. 64
[13] E. Di Nolfo, op. cit., p. 937.
[14] J. P. Harrison, The Endless War: Vietnam’s Struggle for Independence, New York, Columbia University Press, 1989, p. 111. 
[15] G. R. Hess, The United States’ Emergence as a Southeast Asian Power, 1940-1950, New York, Columbia University Press, 1987, p. 201. 
[16] D. L. Anderson, Trapped by Success: The Eisenhower Administration and Vietnam, 1953-1961, New York, Columbia University Press, 1991, p. 9.
[17] E. Di Nolfo, op. cit., p. 938.
[18] J. L. Gaddis, op. cit., p. 161.
[19] H. Kissinger, L’arte della diplomazia, Milano, Rizzoli, 1994, pp. 488-489. 
[20] G. C. Herring, op. cit., p. 30.
[21] I cannoni erano invisibili alle ricognizioni aeree. Nguyen Van Giap aveva dato ordine di «scavare delle vere e proprie cave dentro la montagna: in ogni buco c'era un cannone, quando doveva sparare si portava fuori, tirava e poi si portava subito dentro». Intervista a Nguyen van Giap del 16 febbraio 1998, Rai 3, Format, idee per la Tv.
[22] Memorandum from the Chairman of the Operations Coordinating Board’s Special Working Group on Indochina (Young) to the Under Secretary of State (Hoover), January 4, 1955, in Foreign Relations United States (d’ora in poi FRUS), 1955-57, vol. I, p. 16. 
[23] Cablogramma dell’Ambasciatore americano a Parigi Douglas Dillon al Segretario di Stato John Foster Dulles del 5 aprile 1954, in DP, p. 327. [24] D. L. Anderson, Trapped by Success, cit., p. 25.
[25] G. C. Herring, op. cit., p. 31.
[26] Ibid., p. 31.
[27] J. R. Arnold, The First Domino: Eisenhower, the Military, and America’s Intervention in Vietnam, New York, William Morrow and Company, Inc., 1991, p. 160.
[28] R. D. Schulzinger, A time for war: The United States and Vietnam, 1941-1975, New York, Oxford, Oxford University Press, 1997, p. 62.
[29] J. P. Burke, F. I. Greenstein, How Presidents Test Reality: Decisions on Vietnam, 1954 and 1965, New York, Russell Sage Foundation, 1989, p. 49.
[30] D. L. Anderson, Shadow on the White House, cit., p. 46.
[31] D. D. Eisenhower, Gli anni della Casa Bianca, 1953-1956, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 1964, pp. 422-423.
[32] Cablogramma del Segretario di Stato Dulles all’ambasciatore a Parigi Dillon, 5 aprile 1954, in DP, pp. 328-329. 
[33] E. J. Hammer, The Struggle for Indocina: 1940-1955, Stanford University Press, 1966, p. 328.
[34] DP, p. 36.
[35] J. R. Arnold, op. cit., p. 195.
[36] E. J. Hammer, op. cit., p. 330.
[37] H. Kissinger, op. cit., p. 494.
[38] Cablogramma del Segretario di Stato Dulles al sottosegretario Walter Bedell Smith, 12 maggio 1954, in DP, pp. 329-330.
[39] S. Karnow, op. cit., pp. 102-103.
[40] J. R. Arnold, op. cit., pp. 213-214.
[41] Quando nel 1949 i comunisti presero il potere in Cina gli Stati Uniti si rifiutarono di riconoscere il nuovo regime in ambito internazionale. Durante la Conferenza di Ginevra, gli americani avevano avuto l’ordine di ignorare i cinesi, nel timore che un sorriso potesse essere interpretato come un riconoscimento formale. Addirittura il Segretario di Stato statunitense si rifiutò di stringere la mano a Chu En-lai, affermando che entrambi non si sarebbero incontrati neanche se le loro auto avessero fatto incidente. G. C. Herring, op. cit., p. 40. 
[42] S. Karnow, op. cit., pp. 104-105.
[43] J. L. Gaddis, op. cit., p. 163.
[44] R. J. McMahon, Major Problems in the History of the Vietnam War, Lexington, D.C. Heath and Company, 1995, p. 125.
[45] J. P. Harrison, op. cit., p. 126.
[46] In una ricerca condotta nel luglio 1954 dal National Opinion Research Center (NORC), su un campione di americani, alla domanda “Pensate che il nostro governo stia facendo tutto il possibile per raggiungere una sistemazione soddisfacente con i Comunisti alla conferenza di Ginevra sulla Corea e l’Indocina?”, il 60% degli intervistati rispose sì, il 17% rispose di no, e il 23% non espresse opinione. Mentre alla domanda “Disapprovate o approvate la strada intrapresa dal nostro governo riguardo il problema indocinese?”, il 52% approvò, il 21% disapprovò, e il 27% non espresse alcuna opinione. J. P. Burke, F. I. Greenstein, op. cit., pp. 114-115. 
[47] R. D. Schulzinger, op. cit., p. 77.
[48] D. D. Eisenhower, op. cit., p. 458.
[49] E. J. Hammer, op. cit., p. 344.
[50] R. J. McMahon, op. cit., p. 122.
[51] D. D. Eisenhower, op. cit. p. 409.
[52] J. P. Kimball, To Reason Why: The Debate about the Causes of U.S. Involvement in the Vietnam War, New York, McGraw-Hill Publishing Company, 1990, p. 57.
[53] F. Fitzgerald, Il lago in fiamme. Storia della guerra del Vietnam, Torino, Einaudi, 1974, p. 67.
[54] J. R. Arnold, op. cit., p. 219.
[55] G. Kahin, Intervention: How American Became Involved in Vietnam, Garden City, Anchor Books, 1987, p. 73.
[56] J. R. Arnold, op. cit., p. 223.
[57] La maggior parte del collegio elettorale della famiglia Ngo era rimasto intrappolato nelle aree del Nord occupate dai Vietminh. D. L. Anderson, Trapped by Success, cit., pp. 76-77.
[58] F. Fitzgerald, op. cit., p. 76.
[59] G. C. Herring, op. cit., p. 55.
[60] Ibid., p. 54.
[61] DP, p. 38.
[62] A. M. Schlesinger, Jr., The Dynamics of World Power: A Documentary History of United States Foreign Policy 1945-1973, New York, Chelsea House, 1983, p. 478.
[63] Tra questi il Colonnello Edward G. Lansdale, comandante della Saigon Military Mission (SMM), un gruppo segreto americano di una dozzina di soldati e agenti segreti specialisti in “trucchi sporchi”. Tra il 1954 e il 1955 la SMM sabotò alcune strutture pubbliche a Hanoi, nel tentativo di creare difficoltà al governo comunista. Divenne il confidente di Diem ed un suo ardente sostenitore. D. L. Anderson, Shadow on the White House, cit., p. 50. 
[64] Il generale J. Lawton Collins, già capo di stato maggiore dell’esercito, arrivò a Saigon in dicembre come rappresentante personale di Eisenhower, condivideva il parere dei francesi che Diem non aveva speranza e propose più volte di cercare una valida alternativa. Cfr. J. R. Arnold, op. cit., pp. 249-250. 
[65] J. P. Kimball, op. cit., p. 268.
[66] E. J. Hammer, op. cit., pp. 346-347.
[67] Telegram from the Special Representative in Vietnam (Collins) to the Department of State, January 15, 1955, in FRUS, 1955-57, Vol. I, p. 38.
[68] I rifugiati erano stati stimati, in un primo momento, in circa 450000 persone, e, secondo tale stima, erano stati approntati i fondi necessari, ma ci si rese conto che erano almeno il doppio e i fondi stanziati non erano più sufficienti. Telegram from the Secretary of State to the Department of State, March 1, 1955, in FRUS, 1955-57, Vol. I, p. 101.
[69] Telegram from the Ambassador in France (Dillon) to the Department of State, January 3, 1955, in FRUS, 1955-57, Vol. I, p. 15.


SECONDA PARTE: VIETNAM
(4) Primo atto: la crisi delle sètte -
(5) Secondo atto: la battaglia per Saigon - (6) Terzo atto: la sostituzione di Collins
( RIFERIMENTI E BIBLIOGRAFIA)


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