Dott. Francesco Cappello - Università degli Studi di Lecce -  Tesi Anno accademico 1999-2000
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CAPITOLO TERZO

Sicurezza e Stabilità: 
Maggio 1955 – Maggio 1957. 

Corea, Germania, Vietnam


La vitalità dimostrata dal governo Diem durante la crisi delle sètte, nel maggio 1955, faceva sperare che fosse giunto il momento di riempire il vuoto politico che era stato prodotto dalla Conferenza di Ginevra a sud del 17° parallelo. Il comando di Diem era lontano dalla stabilità, e i riconoscimenti de facto della Democratic Republic of Vietnam (DRV) da parte dell’Inghilterra e della Francia stavano facilitando l’accomodamento della crisi; come la Germania e la Corea del Sud, il Vietnam era entrato nel “club” dei Paesi divisi in due a causa della Guerra Fredda, ma Konrad Adenauer e Syngman Rhee avevano un seguito sufficiente all’interno della compagine nazionale e un’adeguata posizione internazionale su cui costruire uno stato vitale: Diem avrebbe potuto raggiungere tale ruolo? Gli strateghi di Washington avrebbero ritenuto necessario difendere il nuovo, vulnerabile regime fino a quando esso sarebbe stato autosufficiente? In Europa, dov’era nato il contenimento, si era formato un saldo sistema politico, economico e sociale miscelando in modo equilibrato l’assistenza economica (ERP) e la sicurezza militare (NATO). In Corea, dove era avvenuta un'invasione convenzionale, era stato privilegiato lo sforzo militare rispetto ad altri aiuti; ma la situazione in Vietnam era diversa rispetto alla Corea e alla Germania. Il regime coloniale francese aveva ostacolato la nascita e lo sviluppo di istituzioni economiche e politiche indigene. La guerra tra la Francia ed i Vietminh aveva accresciuto la disgregazione economica, politica e sociale del Paese.[1]

L’undici ottobre 1954 Ho chi Minh fece ritorno a Hanoi, dopo aver passato otto anni nella giungla. I suoi problemi erano diversi da quelli che tenevano impegnato Diem, non c’erano sètte e bande di gangster che minacciassero la sua autorità, l’esercito francese stava lasciando il nord ordinatamente e la massiccia fuga dei cattolici al sud rendeva più facile la sua opera di governo; non c’era più il loro fanatico anticomunismo a disturbarlo. Poteva contare sulla fedeltà dei suoi soldati e dei quadri civili, il cui attaccamento era stato messo alla prova durante la lotta contro la Francia, anche se le tasse, le semi-confische e le altre opere di repressione creavano moti di insoddisfazione nella popolazione appena liberata dal giogo coloniale francese.[2] I suoi unici problemi erano quelli economici: la guerra contro i francesi aveva devastato il Nord, le ferrovie erano state sconvolte, i ponti erano saltati, gli edifici distrutti. Su ordine di Diem, i vietnamiti anticomunisti in partenza avevano smantellato le installazioni portuali, gli uffici postali, le biblioteche e gli ospedali; dalle fabbriche erano stati asportati attrezzi e macchinari. Il problema più critico era la mancanza di riso, la separazione toglieva al Nord la sua tradizionale fonte di approvvigionamento, e, per ovviare al pessimo raccolto[3], nel 1955 furono importate 150000 tonnellate di riso birmano[4] grazie ad un prestito sovietico, impedendo in tal modo il ripetersi della disastrosa carestia di dieci anni prima[5].

Ad un anno esatto dalla resa di Dien Bien Phu, Dulles incontrò numerose volte il primo ministro francese Faure per strappare al governo di Parigi l’appoggio al governo Diem. Era chiaro che gli Stati Uniti volevano essere gli unici nel guidare politicamente il Vietnam.[6] Dopo la crisi delle sètte, nella quale il governo di Parigi aveva appoggiato apertamente la rimozione di Diem, sostenendo il proprio candidato, l’imperatore Bao Dai[7], Faure accettò a malincuore che il primo ministro sud vietnamita rimanesse al suo posto,[8] ma a condizione di alcune proposte programmatiche.[9] Il governo francese si dichiarò ben disposto ad offrire «qualsiasi consiglio o suggerimento nell’interesse del governo del Sud»[10]; e, a compimento delle pressioni statunitensi, Dulles richiese al governo di Parigi di redigere due bozze di istruzioni, una per il nuovo ambasciatore nel Sud Vietnam e l’altra per i rappresentanti e funzionari, in cui vi erano esplicite istruzioni di sostenere apertamente Diem.[11]

Dulles era persuaso che la presenza francese riduceva l’impegno nell’area del governo di Washington; Stati Uniti e Francia non potevano permettersi di adottare politiche competitive in Vietnam: uno dei due doveva lasciare la regione.[12] Il governo di Parigi, frustrato da Dulles, sconfitto da Diem nella crisi delle sètte, e con la ribellione algerina alle porte decise il ritiro del FEC (French Expeditionary Corps) molto più rapidamente di quanto gli strateghi di Washington avessero previsto.[13] La Francia rinunciava alla sua sfera d’influenza in Indocina comprendendo che il Vietnam era solo la prima zona dell’Unione Francese da cui si sarebbe presto ritirata.[14] 

Verso le elezioni


In base alla dichiarazione finale della Conferenza di Ginevra, il 20 luglio 1955, nei due Vietnam si sarebbero dovute svolgere delle consultazioni elettorali tra le autorità competenti, elezioni che avrebbero dovuto preparare il terreno per il referendum del successivo 20 luglio 1956, un voto necessario per decidere sotto quale autorità il Vietnam si sarebbe riunificato, anche se in realtà come queste elezioni avrebbero dovuto essere condotte non fu mai specificato dagli autori della dichiarazione ginevrina. La Francia e l’imperatore Bao Dai erano tra i firmatari di questo accordo, gli Stati Uniti non firmarono; Diem dichiarò di sentirsi giuridicamente limitato dagli accordi di Ginevra e dato che né lui né il suo governo li avevano firmati se ne poteva dissociare completamente,[15] non riconoscendo alcun vincolo ad incontrarsi a luglio con i Vietminh.[16]

Un altro ostacolo era dovuto al fatto che il governo del Sud Vietnam e gli Stati Uniti non avevano mai riconosciuto il Nord, e per Diem parlare con la controparte del Nord sarebbe stata più di una concessione politica e psicologica: rappresentava una sconfitta. Benché la probabilità di qualsiasi elezione fosse cominciata a diminuire subito dopo la chiusura dei lavori a Ginevra, i diplomatici di tutto il mondo dedicarono molti sforzi e molti mesi al problema; Diem riteneva inconcepibile sottoporsi volontariamente ad una disputa elettorale con Ho chi Minh: la popolarità dei Vietminh, a causa della recente vittoria militare sulla Francia, il fattore popolazione (il Nord superava il Sud di due milioni), la propaganda elettorale dei quadri comunisti rimasti nella zona meridionale, avrebbero certamente prodotto una vittoria comunista. Inoltre, i precedenti comportamenti dei russi avevano insegnato agli uomini di stato statunitensi che i comunisti avevano un’idea molto diversa di ciò che fosse una "libera" consultazione elettorale, e analisti politici a Saigon, Hanoi e nelle altre capitali interessate, condividevano questa valutazione. Dillon Anderson, assistente speciale del presidente per gli affari della sicurezza nazionale, definì le elezioni un "problema delicato" per gli Stati Uniti, perché non era possibile permettere una vittoria comunista nel Vietnam Meridionale.

  La vaghezza degli accordi di Ginevra sulle procedure delle elezioni permise al governo di Washington e a quello di Saigon di insistere e sostenere il principio di libere elezioni affinché fosse scongiurata una vittoria dei Vietminh nel Sud. Secondo Anderson, la linea politica americana era di non far vincere i comunisti, favorendo in questo modo la loro sconfitta su tutto il territorio nazionale.[17] Dalla seconda guerra mondiale alle conferenze di Yalta e Potsdam, gli Stati Uniti erano stati i campioni delle libere elezioni, usate come un'arma ideologica e retorica contro la tirannia sovietica, ma la debolezza politica di Diem minò l'uso di questo standard tattico in un'area che gli ufficiali americani ritenevano strategicamente preziosa. Per molte settimane la politica di Washington andò alla deriva, mentre l'amministrazione cercava di prendere tempo e di trovare una posizione credibile che rafforzasse il Sud Vietnam; Francia e Regno Unito, dal canto loro, premevano su Diem affinché rispettasse ed attuasse la precisa realizzazione degli accordi di Ginevra.[18] Il rappresentante del governo indiano, presidente dell’ICC, da New York, ingiungeva perentoriamente alla DRV e al Vietnam del Sud di iniziare le consultazioni, stabilendo i compiti degli altri membri della commissione di controllo.[19]

Con quest’ultimo atto gli Stati Uniti decisero che era venuto il momento di fare pressioni su Diem affinché dichiarasse pubblicamente di voler favorire le consultazioni elettorali,[20] in quanto ignorarle sarebbe stato «uno svantaggio».[21] Il 16 luglio, Diem decise di fare una dichiarazione pubblica nella quale furono espresse le sue posizioni: egli aveva a cuore l’unificazione del Vietnam, ma ribadiva che gli accordi di Ginevra non erano stati firmati né da lui né dal suo governo; era necessario favorire delle elezioni democratiche ed esse dovevano svolgersi il più liberamente possibile; il primo ministro, comunque, era scettico sulla possibilità che ci fossero elezioni veramente libere nel Nord. Diem continuò affermando che il mondo libero «è con noi e questo ci rassicura, […] e a coloro che vivono al di là del 17° parallelo chiedo fiducia, perché con l’appoggio del mondo libero il Governo Nazionale porterà l’indipendenza».[22] Il silenzio così prolungato del primo ministro sud-vietnamita è giustificato in parte dal fatto di ritenere che solo nominare il Nord Vietnam e gli accordi di Ginevra implicava un riconoscimento de ipso e de facto di entrambi[23] e in parte dalla scelta di escogitare un modo per estromettere definitivamente dal potere l’imperatore Bao Dai.[24]

 Il referendum di ottobre

Il 20 luglio passò, in ambito internazionale, quasi sotto silenzio. Dulles auspicò che l’ICC non si sciogliesse e garantisse contro un’invasione dei Vietminh;[25] il governo di Parigi ricordò da Ginevra come Diem fosse una «persona difficile […] e mentre per le vere e proprie elezioni c’è ancora un anno, l’atteggiamento del primo ministro non fa ben sperare».[26] Il 22 luglio il Segretario di Stato comunicò di dare piena fiducia a Diem: «Il governo degli Stati Uniti sosterrà pienamente il governo Sud vietnamita su qualunque decisione esso dovesse prendere per le elezioni del 1956, Washington non consiglierà mai al primo ministro di accettare tutto ciò che i Vietminh propongono».[27] La patria del Socialismo reale non esercitò pressioni affinché cominciassero le consultazioni elettorali,[28] i sovietici si limitarono ad attestazioni di solidarietà con il governo di Hanoi sul problema, ed a concedere alla DRV, nel periodo 1955-56, un prestito di trenta milioni di rubli da impiegarsi nell’acquisto di materiale bellico; infine, il 9 agosto, protestarono formalmente per la violazione degli accordi di Ginevra, ma nulla più[29]: il governo di Mosca non aveva nessuna intenzione di farsi coinvolgere in una cooperazione militare su larga scala insieme al Vietnam del Nord, ed era pronto a delegare la piena responsabilità sulla regione al governo di Pechino. Da parte loro, i cinesi si preoccuparono di approvvigionare i Vietminh senza avere alcuna intenzione di intervenire militarmente.[30] 

Altre incognite si profilavano per l’amministrazione Eisenhower: sarebbe stato possibile scongiurare sabotaggi da parte dei terroristi Vietminh, infuriati del mancato rispetto degli accordi di Ginevra? Come sarebbe stato possibile pianificare le modalità del ritiro del FEC,[31] con la conseguenza che alla partenza delle truppe coloniali francesi, il giovane Stato si sarebbe trovato in balia dei Vietminh[32] che avrebbero potuto minare la stabilità del governo vietnamita?[33] Come era possibile garantire un minimo di sicurezza interna finanziando, addestrando ed equipaggiando[34] un esercito nazionale vietnamita di 150000 uomini[35], con la probabilità di integrare anche le forze delle sètte che si sarebbero dimostrate fedeli al governo?[36] Sarebbe stato possibile far riconoscere il Sud in ambito internazionale in modo da aumentare l’influenza di Diem?[37] E come poter secondare la necessità di convocare un’Assemblea Costituente in modo da redigere una Costituzione per il nuovo Stato?[38] E, infine, come sostenere il primo ministro nel suo progetto di indire un referendum costituzionale? 

Il quesito referendario doveva rispondere alla domanda se il popolo vietnamita desiderasse «deporre Bao Dai e riconoscere Ngo dinh Diem come Capo dello Stato con il compito di instaurare un regime democratico».[39] Il Colonnello Lansdale fece presente a Diem che egli dipendeva da Bao Dai e se voleva raggiungere «una posizione più elevata avrebbe dovuto avere l’appoggio del popolo e quindi scontrarsi con l’imperatore in una competizione elettorale».[40] Il referendum era una prova d’autorità; gli attivisti di Diem, organizzati da Lansdale, stazionarono, il giorno delle elezioni, nei pressi delle cabine elettorali, minacciando gli oppositori del governo. Le schede elettorali a favore di Diem erano di colore rosso, che significava buona fortuna, quelle per Bao Dai erano verdi, il colore della sventura. In diverse località, compresa Saigon, il numero dei voti favorevoli a Diem risultò superiore al numero degli elettori registrati.[41]

Il 25 ottobre l’ambasciatore Reinhardt comunicò al Dipartimento di Stato che il referendum svoltosi due giorni prima era stato caratterizzato dalla quasi totale assenza di propaganda elettorale dell’opposizione, non erano stati registrati incidenti ne prima, né durante, né dopo le consultazioni elettorali, e le donne, per la prima volta, avevano potuto esercitare il diritto di voto;[42] Diem aveva vinto con il 98,2% dei voti, Bao Dai aveva ricevuto l’1,1% dei consensi, i voti nulli erano pari allo 0,7%.[43] 

In una lettera inviata all’ambasciatore Reinhardt, Kenneth Young, direttore dell’ufficio per le Filippine e per gli affari del Sud-est asiatico, rilevò che nel referendum appena svolto erano presenti due aspetti: il primo era riferito al fatto che ora la Repubblica del Vietnam fosse de facto limitata al di sotto del 17° parallelo, perché era la sola parte che avesse espresso la propria volontà con una consultazione elettorale; la seconda era che, giuridicamente, il Sud, a causa proprio del referendum, avesse deciso anche per il Nord.[44] La strana vittoria del governo era simile al “successo” durante la crisi delle sètte: essa non era una vera rappresentazione del potere di Diem o della sua popolarità. La debolezza dell'imperatore e la confusione dell'opposizione politica, sono i fattori che spiegano il trionfo del neo-presidente, i sostenitori statunitensi di Diem, come Young e il generale O’Daniel, furono stimolati dalla “regolarità” delle elezioni e dal fatto che Diem avesse imparato l’esercizio democratico. Gli agenti di Diem permisero a Bao Dai solo una protesta simbolica e come suo ultimo atto politico, l'imperatore licenziò Diem da primo ministro e fece appello per una condanna internazionale del referendum, preparò una comunicazione che denunciava la dittatura, ma non si stupì che essa non fosse pubblicata in Vietnam o che Diem vincesse la gara referendaria. Malgrado la minaccia di bloccare il voto, i comunisti, furono incapaci di fermarlo.[45] 

In un lungo dispaccio, il 29 novembre, l’ambasciatore Reinhardt comunicava al Dipartimento di Stato come «il risultato fosse difficile da stimare e che un’unica perplessità circola tra gli osservatori imparziali: l’enormità del risultato raggiunto da Diem. Una vittoria del primo ministro era prevedibile, ma non ci si aspettava che ogni cittadino a sud del 17° parallelo votasse per lui. Data l’alta percentuale di analfabetismo, le centinaia di piccoli villaggi senza possibilità di comunicazione ed i fattori inevitabili di ignoranza, apatia e malattia, è difficile credere che quasi il 99% della popolazione, avente diritto di voto, abbia davvero votato per Diem; inoltre altri fattori remano contro questa tesi, come le istruzioni a boicottare la consultazione date dai leader delle sètte ai propri militanti ed il presunto sforzo dei quadri Vietminh nel sud, fiancheggiati da radio Hanoi, di persuadere gli abitanti dei villaggi ad astenersi dal referendum.

Un altro elemento di incertezza è il fatto che in Vietnam nessuna statistica è attendibile, i dati del recente censimento, che hanno deciso il numero totale di votanti, sono essi stessi passibili di dubbio a causa della mancanza di sicurezza in alcune aree durante il censimento, la debolezza o la mancanza di autorità del governo in altre regioni e la limitatezza del personale governativo disponibile ad eseguire il censimento stesso. Comunque i risultati danno un’unica, reale, conseguenza: la campagna elettorale svolta è stata completamente unilaterale; nessuno ha fatto propaganda per Bao Dai o per l’opposizione, ma da parte del governo si è avuta una propaganda più intensa ed efficace a favore di Diem e contro Bao Dai […]. L’alta percentuale è stata “aiutata” anche dalla paura che il fallimento di questo referendum avrebbe potuto portare future difficoltà o possibili rappresaglie alla propria famiglia se un individuo non avesse dimostrato di aver partecipato al voto: tutti questi fattori hanno indubbiamente aiutato l’enorme partecipazione dei votanti.
Il portavoce di Radio Dai Viet, sètta nazionalista anti-Diem, ha rifiutato di accettare il referendum ed i risultati annunciati dal governo, ed ha accusato il primo ministro di frode per aver utilizzato sfere di colore diverso per i due candidati [...]; questo ha scoraggiato i più che avrebbero voluto votare per l’imperatore […]; inoltre, i soldati e gli agenti di polizia, preposti a vigilare sull’ordine pubblico nelle sedi referendarie, hanno ricevuto l’ordine di inserire nelle urne cento voti per ognuno di loro. Tutte queste accuse non sono state provate, ma sono giustificate dalla perplessità degli osservatori sull’unanimità del voto […]. Rapporti sui Vietminh che hanno partecipato per una campagna a favore di Bao Dai non sono stati provati, ma si è saputo che radio Hanoi ha ripetutamente spinto il popolo del Sud ad astenersi dalla votazione, e si può presumere che i quadri Vietminh abbiano seguito questa direttiva [...]. Diem è emerso dal referendum con il prestigio migliorato, su questo voto si potrebbe basare la sua richiesta per un sostegno successivo nella sua politica anticomunista e nel suo programma nazionale. L’altro risultato del referendum era seppellire Bao Dai sotto una valanga di voti […] di modo che non potesse essere manovrato dai Vietminh, anche se la vittoria opprimente di Diem sull’imperatore non è una vera misura della sua popolarità in Vietnam; dev’essere ricordato che il referendum è in realtà un travestimento burlesco delle procedure democratiche usato da Diem come prova di forza, la consultazione è stata progettata con lo scopo di indurre a deporre Bao Dai e quindi era necessario votare affermativamente per Diem».[46] La repubblica del Vietnam fu proclamata il 26 ottobre con Diem primo presidente: a poco più di un anno dagli accordi di Ginevra il governo di Saigon si dava una veste costituzionale definitiva, proseguendo nella strada delle inadempienze rispetto ad un accordo che ammetteva una sola nazione vietnamita.[47]

 Riforme ed inflazione

L’amministrazione Eisenhower aveva definito l’impegno alla missione americana nel Vietnam: promuovere la sicurezza interna e la stabilità politica; d'ora innanzi, la maggior parte di tutti i programmi di aiuto militare ed economico degli Stati Uniti miravano ad una o ad entrambe queste mete. Non vi era nessuno nell’amministrazione repubblicana che era felice di perdere la metà settentrionale del Vietnam, e sebbene non vi fosse alcun progetto per la liberazione del Nord, si continuava, con rammarico, a sperare che la separazione non fosse un dato di fatto. 
La complessa personalità di Diem dominò totalmente gli sforzi americani; a parte Lansdale, nessuno statunitense lavorò così intensamente per assicurare la stabilità del nuovo governo, mentre Foster Dulles apprezzò ciò che era stato creato, nonostante le ambigue relazioni americane con il leader sud vietnamita. Da una parte, gli Stati Uniti elaboravano generosi consigli per il comandante vietnamita, nonostante vi fosse un’enorme frustrazione perché quegli stessi consigli non erano ascoltati; dall’altra, Dulles sosteneva che «Diem era il genere di uomo che avrebbe voluto accettare i nostri consigli, ma non era il genere di uomo che avrebbe potuto fare ciò che era richiesto per salvare la situazione in Vietnam».[48] A tal proposito il Segretario di Stato scrisse in un telegramma inviato a Reinhardt: «Il futuro del Vietnam dipende dalla possibilità di avere un governo nazionalista che non si faccia influenzare dalle richieste estere, ma che sia ricettivo dei giusti suggerimenti».[49]

Reinhardt dovette affrontare la contraddizione vincolato a questa politica e, poiché Diem era un infelice amministratore, c'erano numerose opportunità per i consiglieri americani e per l’ambasciatore stesso di intromettersi: quando Diem elaborò la dichiarazione sulle elezioni, Reinhardt fu generoso di consigli su come modificarla. D’altra parte, il programma di Diem per riunire un'Assemblea Nazionale turbò i suoi sostenitori americani; benché, frequentemente, lo spingessero ad ampliare la base del suo governo, il Dipartimento di Stato era preoccupato che un’Assemblea “indisciplinata” avrebbe indebolito l'autorità centrale di Diem. Reinhardt assicurò Washington che «sul governo Diem si poteva fare affidamento e non si poteva tollerare nessuna situazione ambigua».[50]

Kenneth Young, nella primavera 1955, era stato un sostenitore influente di Diem; fu sua la raccomandazione di una dilazione quando Eisenhower e Dulles considerarono di sostituire l’allora primo ministro. Dall'inizio dell’estate cominciò a nutrire dei dubbi: non aveva visto nessun apprezzabile risultato, eccetto indecisione e confusione; amaramente concluse di essere «a lungo andare, sempre più incerto della situazione».[51] In autunno capì che il successo di Diem era causato dalla mancanza assoluta di opposizione politica e nonostante tutto le forze di Diem avevano mancato di pacificare regioni lontane, dove la simpatia per i Vietminh era rimasta forte. Quando Young esaminò l’altro settore di riforma, il campo economico, trovò poco materiale che lo dissuadesse da oscuri presagi. L'economia sud-vietnamita presentava molti problemi insoluti: iniettando moneta forte gli Stati Uniti speravano di promuovere lo sviluppo economico basato sullo stile del capitalismo americano. L’idea era convincere il popolo vietnamita che fosse più conveniente sostenere Diem che i comunisti.[52]

Il Congresso autorizzò il finanziamento in dollari, e per pagare gli stipendi dell’amministrazione locale furono usate le piastre,[53] la moneta vietnamita; ma la grande quantità di moneta circolante produsse, in tal modo, un’ondata inflazionistica[54] che indebolì ancora di più l’economia locale, e i Vietminh, sfruttando la situazione, fomentarono un’ondata di scioperi.[55] I prezzi cominciarono a salire minacciando di far fallire, prima della partenza, tutti i programmi di aiuto economico. L'inflazione serpeggiante causò l’aumento degli aiuti per sostenere i generali vietnamiti, impedendo il progresso economico dei contadini, che in tal modo avevano pochi motivi per sostenere Diem.[56] L'ambasciata a Saigon ricevette dettagliati rapporti sul progresso economico e sulla mancata riforma agraria elaborata da Wolf I. Ladejinsky;[57] e benché Young lo definisse «un osservatore meravigliosamente percettivo e affidabile»[58], il Dipartimento di Stato ignorò i suoi rapporti.[59]

Ladejinsky incontrò Diem all'inizio di giugno del 1955, l’americano spiegò al primo ministro il sottile filo che collegava il governo nazionale ed i coltivatori agricoli. Facendo appello alla sua vanità, Ladejinsky fece notare a Diem che egli poteva essere l'unico vietnamita che avrebbe potuto creare un governo dando ai contadini un pezzo di terra da lavorare.[60] A lungo termine, rilevò Ladejinsky, dando ai contadini la possibilità di partecipare al governo si sarebbe creata l'arma più efficace contro i Vietminh e lo strumento migliore per la stabilità del governo stesso. Diem ascoltò con mal celato disagio, tanto che Ladejinsky osservò: «Come sin dalle fasi iniziali della conversazione, il primo ministro ha dato l’impressione di voler esaminare i vari programmi economici, sociali ed amministrativi discussi come subalterni ai problemi politici e militari immediati».[61] Diem sosteneva che nessuna riforma poteva essere intrapresa fino a che non si fosse affrontato il fondamentale problema della sicurezza.

La riforma agraria varata da Diem, lasciando intatta l’intera regione centrale (la base del suo potere personale), era limitata al delta in cui le grandi proprietà e l’assenteismo dei proprietari dominavano l’economia risicola. La nuova legge prevedeva che tutte le proprietà la cui superficie superasse i cento ettari dovevano essere acquistate dal governo e vendute agli affittuari, ma in realtà l’estensione di terre che passò effettivamente ai locatari rappresentò solo una piccola parte del totale delle terre soggette a ridistribuzione. Come osservò Bernard Fall, «dopo due anni circa dal programma di riforma, soltanto 35700 ettari sono stati trasferiti a 18000 contadini»,[62] e, secondo un esperto americano, «qualsiasi vero programma di rottura avrebbe scatenato risentimenti a Saigon ed avrebbe provocato localmente la resistenza dei capi delle province e dei distretti, per i quali i proprietari terrieri e le altre classi abbienti costituiscono la sola fonte d’appoggio».[63] La riforma agraria fu applicata soprattutto nelle zone in cui i Vietminh avevano concesso gratuitamente le terre ai contadini; la nuova legge servì da pretesto per restituirle ai precedenti proprietari e questo significò che molti contadini che avevano coltivato la terra durante l’ultimo decennio come proprietari de facto, erano ora costretti a pagare un fitto (spesso riscosso sotto la minaccia delle armi da parte di soldati o funzionari governativi) o era loro “concesso” di acquistarla.[64] 

Subito dopo il referendum, il neo presidente, violando l’espressa proibizione degli accordi di Ginevra, lanciò una “Campagna di denuncia anticomunista”, un programma di rieducazione politica che prendeva di mira i Vietminh, i loro seguaci e ciò che rimaneva delle sètte. La prima prova di forza era stata la rioccupazione della punta meridionale del paese, la penisola di Camau che, durante la guerra contro i francesi, era stata una fortezza Vietminh;[65] ai primi di febbraio 1955 i quadri comunisti evacuarono la zona[66] e istruirono gli abitanti dei villaggi a non cooperare con le forze del governo di Saigon. Abilmente gestita da Lansdale,[67] la presa di possesso della zona fu in realtà un’operazione di propaganda: l'esercito riparò le strade, distribuì cibo, furono approntati ospedali da campo; la normale vita economica ritornò lentamente. Quando Lansdale invitò Diem a visitare la zona, il popolo festeggiò il primo ministro con l’esposizione di sue effigi. Tali dimostrazioni sollevarono il morale di Diem e nei rapporti inviati a Washington fu osservato come egli godesse di sostegno popolare.[68]

  Nei mesi successivi i consiglieri americani, diligentemente, misurarono il progresso in base alle miglia di strade migliorate, alle tonnellate di riso trasportate ed al numero di pazienti curati, anche se vi era un aspetto non ufficiale rappresentato da una palude nota con il nome di “foresta U Minh” nella quale, secondo i rapporti dell’intelligence, basati sulle informazioni ricevute da disertori Vietminh, circa cento soldati comunisti erano rimasti intrappolati e, anche se essa era stata sigillata dalle forze sud-vietnamite guidate dal MAAG (Military Group Assistance Advisory), la struttura del governo comunista sotterraneo era rimasta intatta.[69] In realtà, era arduo per l’Intelligence statunitense misurare la presenza Vietminh nella zona tanto che alla fine dell’estate 1955 l'ambasciatore Reinhardt trasmise un messaggio a Washington nel quale sottolineava la mancanza di informazioni certe e che gli accordi di Ginevra avevano permesso loro «di operare così segretamente e prudentemente che probabilmente solo essi stessi possono valutare esattamente le loro possibilità».[70] Nonostante tutti i problemi, la situazione nel Vietnam sembrava migliorare, Reinhardt assicurò che «il rapporto di forza si stava trasferendo dalla parte giusta»[71] e il senatore Mike Mansfield entusiasticamente notò che il Vietnam stava «entrando in una nuova e costruttiva fase».[72] 

L’undici dicembre 1955 il consolato di Hanoi chiuse, d’ora in poi ci sarebbe stata solo una presenza diplomatica americana: Saigon. Poiché gli Stati Uniti non avevano concesso al regime comunista cinese il riconoscimento diplomatico, applicarono lo stesso principio al Vietnam del Nord. Malgrado ci fossero vantaggi iniziali all’iniziativa,[73] c'erano, a lungo termine, evidenti svantaggi: veniva, da un lato, eliminata una via per le discussioni diplomatiche; dall’altro era necessaria una presenza diplomatica in un paese nemico, anche se gli impiegati americani, secondo le istruzioni diramate da Dulles, avevano evitato i contatti con i Vietminh, i funzionari del consolato avevano raccolto informazioni utili.[74] In avvenire, se gli Stati Uniti avessero dovuto conoscere il proprio nemico, tale conoscenza non sarebbe potuta avvenire da un incontro faccia a faccia.[75]

L’esercito sud vietnamita

L’obiettivo fondamentale della politica americana era di salvaguardare il Vietnam meridionale, trasformandolo in un baluardo contro la penetrazione comunista nel lontano sud est asiatico. Dalla metà degli anni ‘50 il campo di battaglia della Guerra Fredda si era spostato dall’Europa alle emergenti nazioni dell’Asia e dell’Africa, dove gli Stati Uniti e l'Unione Sovietica si disputavano l’influenza cercando di dimostrare la superiorità dei propri sistemi di vita; in questo contesto il Sud Vietnam assunse una maggiore importanza perché rappresentava un campo dove collaudare le nuove iniziative statunitensi. La missione di edificare una nuova nazione era vista da Dulles come una crociata: caritatevoli agenzie private che distribuivano cibo, sapone, spazzolini da denti, soccorso medico, che approvvigionavano e lavoravano con zelo per migliorare gli accampamenti dei profughi, il tutto gestito dall’IRC (International Rescue Committee), un organismo che, nato per assistere i rifugiati tedeschi alla fine della seconda guerra mondiale, aveva spostato i suoi interessi ai popoli colpiti dalla Guerra Fredda, mentre negli Stati Uniti, liberali e conservatori si univano e formavano l’AFV (American Friends of Vietnam), un gruppo che cercava di informare gli americani sulla “realtà” in Vietnam e nello stesso tempo di fare pressioni sul governo statunitense per sostenere Diem: nella dichiarazione programmatica dell’AFV si leggeva che «un Vietnam libero vuol dire una garanzia in più per il mondo libero».[76]

Dal 1955 al 1961, gli Stati Uniti versarono al governo Sud vietnamita oltre due miliardi di dollari in assistenza economica e militare;[77] il programma di aiuto statunitense accordò priorità alla preparazione di un esercito efficiente, che secondo le indicazioni di Dulles, era ritenuto necessario per costruire un governo stabile; il ritiro del FEC, la presenza al Nord di eserciti potenti e ben equipaggiati, la continua instabilità al Sud sottolineavano la necessità di dotarlo di una capace forza militare.[78] Tra il 1955 e il 1961, le spese americane per l’assistenza militare raggiunsero la soglia del 78% sul totale degli aiuti stranieri nel Vietnam meridionale,[79] mentre il 2% dei titoli di Stato andarono ai programmi di Servizio Sanitario Statale, di edilizia, e di sviluppo della comunità. L’unica strada principale, la Saigon-Bien Hoa,[80] fu costruita perché non c’erano strade che potessero sostenere il traffico pesante dei mezzi militari, e costò più denaro di quanto gli Stati Uniti avessero pianificato per tutto lo sviluppo e il benessere sociale delle due città.[81] 

Agli inizi del 1956, gli Stati Uniti assunsero dalla Francia la piena responsabilità per l’addestramento del VNA (Vietnamese National Army), il MAAG si assunse l’iniziativa per renderlo operativo. Limitato dagli accordi di Ginevra ad una forza di 342 uomini, il comando statunitense dichiarò di sentirsi frenato dal tetto stabilito dalla conferenza,[82] che recitava di non «sollecitare aiuti stranieri in materiale bellico, in personale o in istruttori»,[83] per aggirare l’ostacolo degli accordi ginevrini fu elaborato il TERM (Temporary Equipment Recovery Mission), una missione che non sarebbe stata resa di dominio pubblico in Vietnam,[84] della durata di 12 mesi, che avrebbe dovuto recuperare il materiale bellico, abbandonato dalle forze francesi durante il ritiro, e ridistribuirlo al VNA,[85] addestrandolo sul suo impiego. La missione sarebbe stata composta, approssimativamente, da 350 militari statunitensi[86] che avrebbero coadiuvato circa mille tecnici civili filippini e/o giapponesi.[87] Washington inviò il TERM, il 9 maggio 1956,[88] quando apprese che, ufficiosamente, il governo indiano avrebbe dato istruzioni al suo rappresentante in seno all’ICC di non fare obiezioni,[89] e che ufficialmente l’ICC avrebbe supervisionato il TERM[90] e controllato la missione, dato che essa non andava contro gli accordi di Ginevra.[91]

Gli Stati Uniti avevano ereditato dalla Francia un esercito di oltre 250.000 uomini, male organizzato, poco addestrato e miseramente equipaggiato, con scarso spirito patriottico, morale basso e deficiente di ufficiali capaci;[92] i cronici problemi di rifornimento del VNA erano stati complicati dai francesi, che stavano evacuando, oltre al FEC, anche la maggior parte della migliore attrezzatura, disfacendosi del materiale vietnamita inutile ed antiquato. Alcuni ufficiali francesi avevano rifiutato di permettere agli uomini di O'Daniel di inventariare il materiale, e il generale Samuel T. Williams, comandante del MAAG, si lamentò di come i francesi apertamente si vantassero che l’equipaggiamento venisse spedito in Africa del Nord o in Francia. Al MAAG era stata assegnata la missione di costruire un esercito moderno[93], capace di assicurare la sicurezza interna e di fronteggiare un'invasione a sorpresa dal nord[94] fino a quando le forze alleate non avrebbero portato aiuto;[95] sotto la sua direzione, gli Stati Uniti riorganizzarono, equipaggiarono ed addestrarono l'esercito sud vietnamita, creandolo identico al loro. Fornirono, approssimativamente, 85 milioni di dollari all'anno in attrezzature, comprese le uniformi, armamento leggero, veicoli, carri armati, ed elicotteri militari; pagarono gli stipendi degli ufficiali e della truppa,[96] finanziarono la costruzione delle installazioni militari e sostennero le spese per programmi di formazione.
Il MAAG ridusse l'esercito ad una forza di 150000[97] uomini e la organizzò in divisioni mobili, lanciò un ambizioso programma di formazione, basato sui modelli americani, compreso un Alto Comando ed un General Staff College per i funzionari di grado elevato, organizzò scuole militari.[98] Portavoce ufficiali affermarono, nel 1960, che gli Stati Uniti avevano realizzato «un secondo miracolo trasformando una collezione marginale di uomini armati» in un esercito efficiente e moderno; tuttavia gli ufficiali erano ancora pochi ed il generale Williams affermò che «molti di coloro che comandano delle posizioni strategiche sono ancora di scarsa qualità».[99]

Il 7 giugno l’ammiraglio Arthur W. Radford, comandante del JCS (Joint Chiefs of Staff), redasse un piano per la partecipazione militare statunitense nell’eventualità che vi fosse un’aggressione Vietminh contro il Sud. In esso si prendevano in esame alcuni punti fondamentali: la situazione militare del Nord Vietnam, che era stato equipaggiato con materiale bellico proveniente dagli altri paesi comunisti, contravvenendo in tal modo alle limitazioni degli Accordi di Ginevra; si chiariva che «l’obiettivo della nostra politica di Sicurezza Nazionale è impedire possibili aggressioni, o nell'eventualità che tali aggressioni avvengano, bisogna intervenire velocemente e decisamente, in modo da prevenire l’allargarsi della guerra»;[100] che in questa invasione l’esercito sud vietnamita avrebbe sostenuto per primo l’impatto e che probabilmente avrebbe subito la prima sconfitta, ma che esso, contrariamente a quanto avvenuto per il FEC, sarebbe stato sostenuto dalla benevolenza della popolazione.

Fattore importante era dislocare i consulenti militari nelle unità del combattimento, tattica che aveva avuto sempre successo; che l’aggressione Vietminh sarebbe partita senza preavviso attraverso il 17° parallelo, o attraverso il confine con il Laos, frontiera poco conosciuta e scarsamente difesa;[101] che se il VNA non fosse riuscito ad attestarsi nell’area di Quang Tri, la collina di Tourane sarebbe stata un linea ben difendibile, «una difesa di questa posizione vitale è la chiave della difesa del Vietnam Meridionale»;[102] e dopo aver fortificato la difesa, la riconquista del Nord si sarebbe potuta compiere con otto divisioni.[103]

Le elezioni di marzo

Il 4 marzo 1956, i sud vietnamiti furono chiamati nuovamente alle urne per eleggere un’Assemblea Costituente che avrebbe dovuto redigere una costituzione per la RVN (Republic of Viet Nam); le elezioni erano una fotocopia del referendum dell’ottobre precedente. Young suggerì al Dipartimento di Stato di non spingere Diem verso un voto libero e segreto per timore che sarebbe stata eletta un’Assemblea poco malleabile ed avvertì ancora che «le democrazie nei paesi asiatici di recente indipendenza sono imprevedibili», e che è «un compito delicato» equilibrare un comando forte con un’istituzione ampiamente rappresentativa; Young concludeva che il governo rappresentativo non era un modello adatto per l’Asia.[104]

Secondo le stime dell’ambasciata statunitense a Saigon, dei 123 membri che sarebbero stati scelti dal popolo, malgrado la varietà di partiti, era previsto che la maggioranza avrebbe sostenuto Diem. I Ngo avevano eliminato tutti i candidati che non correvano insieme al governo, compresi i conservatori appartenenti ai Dai Viet e i radicali Vietminh; il 20 febbraio fu sospesa la censura sulla stampa, ma nello stesso giorno fu emessa un’ordinanza in cui era proibito, pena pesanti sanzioni, «distribuire o trasmettere con tutti i mezzi notizie false e tendenziose e commenti favorevoli ai comunisti e/o ad attività antinazionali»;[105] alcune circoscrizioni furono create per i collegi elettorali dei rifugiati, in uno di questi si iscrisse Madame Nhu (la cognata di Diem che si era candidata come indipendente); queste azioni erano identiche a quelle usate dai Vietminh nelle elezioni della costituente della DRV ai primi del 1946. Con il referendum su Bao Dai e l'elezione dell’Assemblea costituente, Washington aveva finalmente ciò che aveva a lungo desiderato per il Sud, almeno gli ornamenti se non la sostanza del governo rappresentativo. I funzionari americani sostennero che la Repubblica di Diem era un governo «legalmente costituito»: nel contesto della politica interna del Vietnam “legalmente” era un avverbio estremamente elastico.[106]

Reinhardt era divenuto meno compiacente dei suoi superiori di Washington sul regime sempre più dittatoriale di Diem;[107] benché fosse d’accordo sull’esigenza di stabilità interna, sostenne che essa fosse durevole e dipendesse dal sostegno popolare; egli, inoltre, avvertì il Dipartimento di Stato che l’accettazione da parte americana di tutti gli atti di Diem avrebbero causato, a lungo andare, la non ricettività, da parte del presidente vietnamita, dei suggerimenti per procedure più democratiche; l’ambasciatore suggerì, specificatamente, che ogni atto di Diem dovesse essere approvato dal Dipartimento di Stato e comunicato al governo vietnamita tramite il rappresentante dell’ambasciata di Washington: questa scorciatoia avrebbe reso Diem meno sicuro dell'appoggio incondizionato degli Stati Uniti. Washington ignorò sia l’appello di Reinhardt che le critiche su Diem. Alla vigilia delle elezioni di marzo, il comandante dei Dai Viet, Nguyen ton Hoan, inviò un’appassionata lettera ad Eisenhower avvertendolo che la dittatura personale di Diem minava le speranze occidentali di creare un baluardo contro il comunismo. La Casa Bianca spedì la lettera al Dipartimento di Stato, e Paul Kattenburg dello staff di Young scarabocchiò sulla missiva: «A questa lettera non si risponde; lo scrivente è ostile agli obiettivi della politica degli Stati Uniti in Vietnam».[108] Alla chiusura delle urne, dopo che l’83% degli aventi diritto[109] aveva espresso il proprio voto, i risultati diedero ragione alle previsioni statunitensi: dei 123 seggi disponibili per l’Assemblea costituente, solo 33 andarono all’opposizione.[110]

La repubblica del Vietnam aveva ottenuto una facciata democratica nelle elezioni di ottobre e di marzo, ma in realtà era uno stato autoritario. Dagli anni di esperienza trascorsi nel mondo clandestino della lotta contro i francesi, i Ngo avevano sviluppato uno spietato talento per l’auto-conservazione, il loro nepotismo era eccezionale, immaginavano se stessi come fondatori di una nuova dinastia. Diem parlava molto di democrazia, ma ciò che egli intendeva aveva ben poco in comune con Thomas Jefferson, e molto con Minh Mang, l’imperatore vietnamita del XIX secolo, che in qualità di riformatore aveva proposto la creazione di un’assemblea consultiva di mandarini i quali dovevano consigliarlo e approvare collettivamente i decreti reali. In questo modo Diem si era assunto la parte dell’imperatore confuciano; l’imperatore esigeva non l’appoggio, ma l’obbedienza del suo popolo, e il presidente vietnamita non voleva la maggioranza, ma l’unanimità.[111]

Malgrado Diem fosse il presidente di una repubblica creata dall’occidente, era, di fatto, il nuovo imperatore che esigeva il mandato del cielo, un’autorità che miscelava il cattolicesimo dei Ngo con il confucianesimo: era per volere di Dio che bisognava ristabilire la moralità, rimuovere l'influenza barbara e riunire la nazione; anche se Diem aveva dedicato il suo paese, quasi completamente buddista, alla vergine Maria, rivelava che la sua famiglia lo aveva paragonato all’imperatore Gia, il fondatore del dinastia dei Nguyen di cui Bao Dai era l’ultimo discendente; e come Gia, anche Diem aveva come missione l’unificazione del Vietnam del Nord con quello del Sud.[112]

Il 19 gennaio Diem emanò un’ordinanza presidenziale in cui era espressamente proibita l’opposizione politica, e il governo statunitense auspicò che il Presidente ed i suoi collaboratori riuscissero a frenarsi da misure non necessarie nei loro sforzi di ridurre l’opposizione;[113] furono istituiti campi di rieducazione e, secondo stime ufficiali, la popolazione di tali campi ammontava a quindici, ventimila persone, identificate come simpatizzanti Vietminh. In realtà, quei luoghi racchiudevano una varietà di persone, dai dirigenti delle sètte e dei partiti politici più piccoli ai membri della stampa e dei sindacati che rifiutavano di cooperare, innocenti che avevano espresso semplicemente la loro insoddisfazione verso Diem o verso il programma di riforma agraria, o che durante la prima guerra d’Indocina avevano combattuto contro i francesi; nel maggio 1956 il regime di Saigon annunciò ufficialmente che più di 100000 Vietminh avevano disertato o erano stati arrestati, di cui alcune migliaia erano stati internati in tali campi.[114]

Nei suoi primi due anni di presidenza Diem aveva abolito il sistema francese delle elezioni nei villaggi e ne aveva sostituito i consigli con funzionari governativi inviati dall’esterno, molti dei quali erano cattolici del Nord che ignoravano e non comprendevano i contadini del Sud; accentrò le leve del potere nelle sue mani e in quelle dei suoi fratelli, trattando gli oppositori come traditori e disprezzando i valori e le istituzioni delle democrazie occidentali.[115] Eisenhower, nell’ottobre 1954, aveva offerto aiuto al Vietnam meridionale a condizione che Saigon attuasse una riforma politica, economica e sociale, due anni dopo la stessa amministrazione accettava l’autoritarismo di Diem. I difensori statunitensi del regime di Saigon, come il dottor Wesley Fishel, spiegarono che «i popoli del sud est asiatico non sono in generale sufficientemente raffinati per comprendere cosa noi intendiamo per democrazia e come essi possono esercitare e salvaguardare i propri diritti politici […] È un’ingenuità pensare che uno Stato “nuovo”, senza tradizioni di democrazia e senza un elettorato illuminato, possa immediatamente adottare un sistema democratico di tipo occidentale. In quel momento i vietnamiti avevano solo bisogno di una direzione forte, e tale situazione implicava necessariamente una forte concentrazione del potere».[116] A Dulles, Young, Reinhardt ed agli altri creatori della politica americana era sufficiente che Diem fosse vigorosamente anticomunista;[117] e l’ambasciatore statunitense a Saigon ricordava che «un governo veramente rappresentativo è certamente il nostro obiettivo, a lungo andare, ma sarebbe irrazionale pensare che una cosa del genere sia raggiungibile in poche settimane o in pochi giorni».[118]

 Niente più elezioni

Le elezioni, promesse dagli accordi di Ginevra, si stavano lentamente allontanando, Diem non aveva nessuna intenzione di misurare la propria popolarità con quella di Ho chi Minh, e gli Stati Uniti, su questo punto, lo sostenevano in pieno. Alcuni giorni dopo la riuscita del colpo maestro contro le sètte, il Dipartimento di Stato dichiarò che avrebbero sostenuto le elezioni solo se «i Comunisti avessero garantito consultazioni sinceramente libere, ma se essi non saranno d’accordo con tali condizioni, gli Stati Uniti e il Vietnam Libero non devono permettere altre discussioni che si riferiscano ad esse».[119] Diem non aveva nessuna intenzione di risollevare l’argomento perché, come egli riusciva a controllare i votanti nel Sud, anche Ho chi Minh controllava quelli del nord. L’AFV affermava che le elezioni erano illegittime perché promesse dal governo francese e non da un’autorità vietnamita, e durante una cena il senatore John F. Kennedy affermò che gli Stati Uniti avrebbero dovuto opporsi su quanto proposto dalla Francia, «un paese dedito per molti secoli allo sfruttamento coloniale e che aveva perseguito intenzionalmente politiche di analfabetismo».[120]

Dall’inizio del 1956 le autorità comuniste cinesi insistettero per una nuova Conferenza sul problema indocinese, ma il Segretario di Stato era contrario all’idea ed Eisenhower era del parere di aspettare, nel Sud, le elezioni del 4 marzo;[121] anche se, ufficiosamente il governo di Hanoi e Chou en-Lai erano a conoscenza che Diem non avrebbe mai affidato il suo destino nelle mani dei vietnamiti e il ministro degli esteri della DRV, Pham van Dong, rivelò che «se non ci sarà alcuna elezione […] il governo di Hanoi non riceverà più nessun finanziamento sulla materia dall’Unione Sovietica».[122] Harold Macmillan, ministro degli esteri britannico ipotizzò che Molotov avesse appoggiato timidamente il governo di Hanoi perché non voleva sollevare la questione tedesca, mentre il rappresentante indiano dell’ICC era propenso a spostare la data delle elezioni per il luglio 1957;[123] e finalmente, il 10 maggio, in un memorandum inviato da Dulles a Sebald, vice-assistente del Segretario di Stato, si affermò: «A luglio non ci sarà nessuna elezione e non ci sono date per la loro realizzazione o per iniziare le consultazioni tra le due zone».[124]

Nel luglio 1956, il vicepresidente Nixon visitò Saigon, dimostrando ancora una volta che gli Stati Uniti sostenevano il governo di Diem, mentre il ministro degli esteri britannico commentò aspramente che la visita di Nixon aveva «rafforzato la convinzione dei paesi non-allineati e non che Diem continua ad esistere solo perché il ventriloquo (gli Stati Uniti) continua a dargli la voce».[125] Nello studio pubblicato nello stesso mese il National Intelligence Estimate guardava alla situazione dell’anno successivo con ottimismo: dubitava che il Viet Minh avrebbe invaso o sarebbe ricorso alla guerriglia contro una grande potenza o contro la SEATO,[126] e predisse che nel Sud si avrebbe avuta finalmente la stabilità politica e il sostegno popolare per Diem. Il generale O’Daniel, essendo andato in pensione nello stesso periodo, diventò presidente dell’AFV e per confermare questa valutazione le prime tre settimane di agosto le trascorse in Vietnam; al suo ritorno ribadì al Dipartimento di Stato che «il Libero Vietnam era ora interamente pacificato e sicuro».[127] Alla Casa Bianca, il Presidente Eisenhower s’illuse che gli Stati Uniti avessero salvato un paese dal comunismo.[128]

L’Uomo del miracolo in visita negli Stati Uniti

Dal 1956 fino alla scadenza della presidenza Eisenhower, nel gennaio 1961, le mete basilari della politica americana in Vietnam rimasero le stesse, come furono delineate in una serie di documenti del NSC (National Security Council): «Assistere il Libero Vietnam sviluppando un governo forte, stabile e costituzionale; lavorare per un’eventuale, pacifica, riunificazione in un Vietnam anticomunista, indipendente e libero; sostenere il progetto di Saigon per un voto di riunificazione, sinceramente libero in entrambe le zone; aiutare il Sud nell’organizzare delle forze armate indigene capaci di provvedere alla sicurezza interna e difendersi da un attacco esterno; incoraggiare il Sud a progettare un piano di difesa che concordi con i progetti statunitensi e della SEATO; infine intraprendere tutti gli sforzi necessari per indebolire i nord vietnamiti».[129]

L’amministrazione di Washington era ottimista per il possibile raggiungimento di queste mete, ma il modo di attuarlo era lento e spesso controverso. Dal 1955 il Vietnam era divenuto un problema secondario per l’amministrazione, e dal settembre dello stesso anno, in seguito all’attacco cardiaco e al successivo recupero delle forze, Eisenhower si dedicò alla sua rielezione, al riequilibrio del bilancio federale, ai diritti civili, alla crisi di Ungheria, al Medio Oriente e alla questione degli Stretti di Taiwan.[130] Fu la burocrazia del Dipartimento di Stato che portò avanti la strategia in Vietnam, anche se il presidente statunitense e il Segretario di Stato avevano fatto proprio l’impegno di far sopravvivere la Repubblica del Vietnam.

L’8 maggio 1957, a due anni dalla crisi delle sètte, il presidente Diem fu ricevuto a Washington per la sua prima visita ufficiale negli Stati Uniti, la stampa americana lodò il presidente vietnamita, tutti erano meravigliati ed estasiati dal suo apparente successo. Nei quattro giorni di visita, fra munifici ricevimenti e riunioni private, Diem discusse del lavoro svolto, nel biennio 1954-56, con Eisenhower alla Casa Bianca,[131] con i funzionari del Dipartimento di Stato,[132] con gli strateghi del Pentagono[133] e in una sessione congiunta del Congresso. Lo sfarzo era riservato esclusivamente agli ospiti ed ai dignitari asiatici ed africani: lo scopo era migliorare le relazioni con il Terzo Mondo, Washington aveva imparato questo “trucco” durante la crisi del canale di Suez nel 1956 e Diem era un beneficiario di questa iniziativa dell’amministrazione.[134] Eisenhower e gli altri oratori americani salutarono Diem come “l’agguerrito uomo del miracolo”[135] ed il ‘salvatore’[136] del Vietnam Meridionale. L'amministrazione si congratulò con lui per ciò che aveva compiuto dal 1954, e sottolineò come il Vietnam fosse un alleato nella lotta contro il comunismo nel mondo.

Dott. Francesco Cappello
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RIFERIMENTI E BIBLIOGRAFIA di questa pagina

[1] D. L. Anderson, Trapped by Success, cit., pp. 121-122.
[2] Memorandum from the Special Representative in Vietnam (Collins) to the Secretary of State, Saigon, January 20, 1955, in FRUS, 1955-57, Vol. I, p. 54.
[3] Telegram from the Consul at Hanoi (Corcoran) to the Department of State, May 17, 1955, in FRUS, 1955-57, Vol. I, p. 414.
[4] Telegram from the Secretary of State to the Embassy in Vietnam, March 16, 1955, in FRUS, 1955-57, Vol. I, p. 128.
[5] S. Karnow, op. cit., p. 119.
[6] D. L. Anderson, Shadow on the White House, cit., p. 51.
[7] Memorandum of a Conversation, April 29, 1955, in FRUS, 1955-57, Vol. I, pp. 320-323.
[8] Special National Intelligence Estimate, May 2, 1955 in FRUS, 1955-57, Vol. I, p. 348.
[9] Ampliamento del governo Diem e accelerazione del processo elettorale; soluzione pacifica del problema delle sètte; cessazione della propaganda anti-francese; continuazione del ruolo istituzionale dell’imperatore Bao Dai; rimozione dal Vietnam, per entrambe le parti, dei funzionari non graditi; assicurazione che le relazioni economiche, culturali e finanziarie appoggiate dai francesi sarebbero proseguite. Telegram from the Secretary of State to the Department of State, May 12, 1955, in FRUS, 1955-57, Vol. I, p. 401.
[10] Telegram From the Secretary of State to the Embassy in Vietnam, May 12, 1955, in FRUS, 1955-57, Vol. I, p. 405.
[11] Ibid., p. 405.
[12] J. R. Arnold, op. cit., p. 283.
[13] Memorandum from the Deputy Assistant Secretary of State for Far Eastern Affairs (Sebald) to the Secretary of State, August 16, 1955, in FRUS, 1955-57, Vol. I, p. 517.
[14] G. C. Herring, op. cit., pp. 58-59.
[15] Memorandum from the Deputy Assistant Secretary of State for Far Eastern Affairs (Sebald) to the Secretary of State, June 8, 1955, in FRUS, 1955-57, Vol. I, p. 436.
[16] Memorandum from the Deputy Assistant Secretary of State for Far Eastern Affairs (Sebald) to the Secretary of State, June 14, 1955, in FRUS, 1955-57, Vol. I, p. 451.
[17] Memorandum of a Conversation, Palais des Nations, July 21, 1955, in FRUS, 1955-57, Vol. I, pp. 491-493.
[18] Memorandum of a Conversation, Department of State, June 8, 1955, in FRUS, 1955-57, Vol. I, p. 440.
[19] Telegram from the Secretary of State to the Department of State, June 17, 1955, in FRUS, 1955-57, Vol. I, p. 459.
[20] Memorandum of a Conversation, Department of State, June 18, 1955, in FRUS, 1955-57, Vol. I, p. 461.
[21] Telegram from the Acting Secretary of State to the Embassy in Vietnam, June 23, 1955, in FRUS, 1955-57, Vol. I, p. 465.
[22] Telegram from the Ambassador in Vietnam (Reinhardt) to the Department of State, June 29, 1955, in FRUS, 1955-57, Vol. I, p. 470. Telegram from the Ambassador in Vietnam (Reinhardt) to the Department of State, July 16, 1955, in FRUS, 1955-57, Vol. I, pp. 489-190.
[23] D. L. Anderson, Trapped by Success, cit., p. 125.
[24] Telegram from the Ambassador in Vietnam (Reinhardt) to the Department of State, July 5, 1955, in FRUS, 1955-57, Vol. I, p. 476.
[25] Telegram from the Acting Secretary of State to the Embassy in Vietnam, July 20, 1955, in FRUS, 1955-57, Vol. I, p. 491.
[26] Memorandum of a Conversation, Palais des Nations, July 21, 1955, in FRUS, 1955-57, Vol. I, p. 492.
[27] Telegram from the Secretary of State to the Embassy in Vietnam, July 22, 1955, in FRUS, 1955-57, Vol. I, p. 495.
[28] Letter from the Director of the Office of Philippine and Southeast Asian Affairs (Young) to the Ambassador in Vietnam (Reinhardt), July 28, 1955, in FRUS, 1955-57, Vol. I, p. 500.
[29] P. Lowe, The Vietnam War, London, MacMillan Press, Ltd., 1998, pp. 136-137.
[30] Memorandum from the Executive Secretary (Lay) to the National Security Council Planning Board, August 16, 1955, in FRUS, 1955-57, Vol. I, p. 516. Nel periodo 1956-63 la Cina rifornì il Vietnam 270000 armi da fuoco, oltre 10000 pezzi di artiglieria, 200 milioni di pallottole di vario calibro, 2,02 milioni di proiettili per artiglieria, 20000 radiotrasmittenti, oltre 1000 autocarri, 15 aerei, 28 navi e 1,8 milioni uniformi militari P. Lowe, op. cit., p. 163.
[31] Ibid., op. cit., p. 502.
[32] Il governo del Nord Vietnam aveva deciso di aumentare gli effettivi. Telegram from the Chief of the Military Assistance Advisory Group in Indochina (O’Daniel) to the Commander in Chief, Pacific (Stump), August 9, 1955, in FRUS, 1955-57, Vol. I, p. 507.
[33] Telegram from the Commander in Chief, Pacific (Stump) to the Department of the Army, August 10, 1955, in FRUS, 1955-57, Vol. I, p. 511.
[34] Ibid., op. cit., pp. 509-510.
[35] Memorandum from the Acting Assistant Secretary of Defense for International Security Affairs (Davis) to the Joint Chiefs of Staff, July 29, 1955, in FRUS, 1955-57, Vol. I, p. 503. Memorandum from the Deputy Assistant Secretary of State for Far Eastern Affairs (Sebald) to the Secretary of State, August 16, 1955, in FRUS, 1955-57, Vol. I, p. 517.
[36] Memorandum from the Deputy Assistant Secretary of State for Far Eastern Affairs (Sebald) to the Secretary of State, August 16, 1955, in FRUS, 1955-57, Vol. I, p. 517. Telegram from the Ambassador in Vietnam (Reinhardt) to the Department of State, August 24, 1955, in FRUS, 1955-57, Vol. I, p. 524.
[37] Telegram from the Secretary of State to the Embassy in Vietnam, August 3, 1955, in FRUS, 1955-57, Vol. I, p. 505.
[38] Telegram from the Ambassador in Vietnam (Reinhardt) to the Department of State, September 29, 1955, in FRUS, 1955-57, Vol. I, p. 547.
[39] R. D. Schulzinger, op. cit., p. 88.
[40] P. Arnett, La Guerra nel Vietnam, Le Speranze Premature, Intervista al Colonnello Lansdale, Milano, Hobby & Work, 1992, in videocassette, n° 4.
[41] S. Karnow, op. cit., p. 118.
[42] Telegram from the Ambassador in Vietnam (Reinhardt) to the Department of State, October 25, 1955, in FRUS, 1955-57, Vol. I, pp. 565-566.
[43] Despatch From the Ambassador in Vietnam (Reinhardt) to the Department of State, November 29, 1955, in FRUS, 1955-57, Vol. I, p. 591
[44] Letter from the Director of the Office of Philippine and Southeast Asian Affairs (Young) to the Ambassador in Vietnam (Reinhardt), October 27, 1955, in FRUS, 1955-57, Vol. I, p. 566.
[45] D. L. Anderson, Trapped by Success, cit., pp. 128-129.
[46] Despatch From the Ambassador in Vietnam (Reinhardt) to the Department of State, November 29, 1955, in FRUS, 1955-57, Vol. I, pp. 591-594.
[47] G. Calchi Novati, Storia del Vietnam, Milano, Marzorati, 1976, pp. 207-208.
[48] J. R. Arnold, op. cit., p. 291.
[49] Telegram from the Secretary of State to the Embassy in Vietnam, May 19, 1955, in FRUS, 1955-57, Vol. I, pp. 416-417.
[50] Telegram from the Ambassador in Vietnam (Reinhardt) to the Department of State, October 14, 1955, in FRUS, 1955-57, Vol. I, p. 562.
[51] Memorandum from the Director of The Office of Philippine and Southeast Asian Affairs (Young) to the Assistant Secretary of State for Far Eastern Affairs (Robertson), July 5, 1955, in FRUS, 1955-57, Vol. I, p. 478.
[52] Letter From the Officer in Charge of Cambodian Affairs (Price) to the Consuleor of the Embassy in Vietnam (Haraldson), December 5, 1956, in FRUS, 1955-57, Vol. I, p. 757.
[53] Telegram from the Ambassador in Vietnam (Reinhardt) to the Department of State, December 5, 1955, in FRUS, 1955-57, Vol. I, p. 596.
[54] Telegram from the Ambassador in Vietnam (Reinhardt) to the Department of State, July 21, 1956, in FRUS, 1955-57, Vol. I, p. 724.
[55] Telegram From the Chargé in Vietnam (Anderson) to the Department of State, March 17, 1956, in FRUS, 1955-57, Vol. I, p. 661.
[56] Memorandum from the Director of the Office of Philippine and Southeast Asian Affairs (Young) to the Assistant Secretary of State for Far Eastern Affairs, September 2, 1955, in FRUS, 1955-57, Vol. I, p. 533.
[57] Ladejinsky aveva già elaborato eccellenti programmi di riforme terriere in Giappone ed a Formosa. S. Karnow, op. cit., p. 126.
[58] Letter from the Director of the Office of Philippine and Southeast Asian Affairs (Young) to the Ambassador in Vietnam (Reinhardt), June 2, 1955, in FRUS, 1955-57, Vol. I, p. 429.
[59] J. R. Arnold, op. cit., p. 293.
[60] Despatch from the Ambassador in Vietnam (Reinhardt) to the Department of State, June 15, 1955, in FRUS, 1955-57, Vol. I, pp. 456-457.
[61] Ibid., p. 455.
[62] B. Fall, Viet-Nam Witness. 1953-1966, New York Preager, 1966, p. 179.
[63] E. Friedman and M. Selden, America’s Asia. Dissentin Essays on Asia-American Relations, New York, Random House, 1969, p. 280.
[64] S. Karnow, op. cit., p. 126.
[65] Telegram From the Chargé in Vietnam (Kidder) to the Department of State, February 3, 1955, in FRUS, 1955-57, Vol. I, Note n° 3, pp. 75-76.
[66] Telegram from the Special Representative in Vietnam (Collins) to the Department of State, February 10, 1955, in FRUS, 1955-57, Vol. I, p. 81.
[67] Memorandum from the Special Representative in Vietnam (Collins) to the Ambassador-Designate to Vietnam (Reinhardt), May 10, 1955, in FRUS, 1955-57, Vol. I, p. 390.
[68] J. R. Arnold, op. cit., p. 294.
[69] V. H. Demma, The U. S. Army in Vietnam, Washington D.C., Center of Military History, www.bev.net/computer/htmlhelp/vietnam.htm.
[70] Telegram from the Ambassador in Vietnam (Reinhardt) to the Department of State, August 31, 1955, in FRUS, 1955-57, Vol. I, p. 530.
[71] Telegram from the Ambassador in Vietnam (Reinhardt) to the Department of State, July 13, 1955, in FRUS, 1955-57, Vol. I, p. 482.
[72] Memorandum of a Conversation, August 18, 1955, in FRUS, 1955-57, Vol. I, p. 521.
[73] «É divenuto impossibile continuare senza avere la capacità di avvicendare il personale e rifornire di approvvigionamenti il consolato, con i comunisti che hanno rifiutato tale autorizzazione». Memorandum of Discussion at the Meeting of the Operations Coordinating Board’s Special Working Group on Indochina, Department of State, October 5, 1955, in FRUS, 1955-57, Vol. I, p. 557.
[74] Il 17 maggio il consolato di Hanoi comunicò al Dipartimento di Stato che i cinesi stavano aiutando i nord vietnamiti a ripristinare le ferrovie e gli aeroporti: un aiuto dato con il contagocce. Telegram From the Consul at Hanoi (Corcoran) to the Department of State, May 17, 1955, in FRUS, 1955-57, Vol. I, p. 413.
[75] J. R. Arnold, op. cit., p. 298.
[76] G. Herring, op. cit., p. 62.
[77] P. Lowe, op. cit., p. 140.
[78] Telegram from the Acting Secretary of State to the Secretary of State, at Paris, May 9, 1955, in FRUS, 1955-57, Vol. I, p. 381.
[79] G. Herring, op. cit., p. 62.
[80] La Saigon-Bien Hoa era un’autostrada larga 100 metri con due fasce laterali di 950 metri di larghezza, requisiti richiesti dalle piste degli aeroporti. G. Cotti-Cometti, Archivio per il Vietnam, Milano, Sapere edizioni, 1969, p. 121.
[81] D. L. Anderson, Trapped by Success, cit., pp. 133-134.
[82] Memorandum from the Assistant Secretary of State for Far Eastern Affairs (Robertson) to the Secretary of State, August 10, 1955, in FRUS, 1955-57, Vol. I, pp. 512-514. Memorandum from the Joint Chiefs of Staff to the Secretary of Defense (Wilson), December 9, 1955, in FRUS, 1955-57, Vol. I, p. 598-599. Memorandum from the Director of The Office of Philippine and Southeast Asian Affairs (Young) to the Assistant Secretary of State for Far Eastern Affairs, January 18, 1956, in FRUS, 1955-57, Vol. I, p. 618.
[83] R. J. McMahon, op. cit., p. 125.
[84] Telegram From the Secretary to the Embassy in Vietnam, April 12, 1956, in FRUS, 1955-57, Vol. I, p. 671.
[85] Memorandum of a Conversation February 2, 1956, in FRUS, 1955-57, Vol. I, p. 635.
[86] Telegram from the Secretary of State to the Embassy in Vietnam, February 25, 1956, in FRUS, 1955-57, Vol. I, p. 645.
[87] Telegram from the Secretary of State to the Embassy in Vietnam, February 9, 1956, in FRUS, 1955-57, Vol. I, p. 641.
[88] Letter From the Deputy Under Secretary of State (Murphy) to the Secretary of Defense (Wilson), May 1, 1956, in FRUS, 1955-57, Vol. I, p. 674.
[89] Gli anni di Truman e di Eisenhower: 1945-1960, in DP, op. cit., p. 45.
[90] Telegram From the Ambassador in India (Cooper) to the Embassy in Vietnam, March 13, 1956, in FRUS, 1955-57, Vol. I, p. 657.
[91] Memorandum From the Deputy Assistant Secretary of state for Far Eastern Affairs (Sebald) to the Secretary of State, March 23, 1956, in FRUS, 1955-57, Vol. I, p. 666.
[92] Memorandum from the Chairman of the Operations Coordinating Board’s Special Working Group on Indochina (Young) to the Under Secretary of State (Hoover), January 4, 1955, in FRUS, 1955-57, Vol. I, p. 17.
[93] Telegram from the Secretary of State to the Embassy in France, January 24, 1955, in FRUS, 1955-57, Vol. I, p. 59.
[94] Telegram From the Chief of Naval Operation (Burke) to the Commander in Chief, Pacific (Stump), May 30, 1956, in FRUS, 1955-57, Vol. I, p. 688.
[95] Le forze armate americane erano strutturate per combattere in Europa, la loro unica esperienza nel mondo in via di sviluppo era stata la guerra di Corea, dove il loro compito era stato combattere un esercito convenzionale che aveva attraversato una linea di demarcazione internazionalmente riconosciuta, fra una popolazione generalmente simpatizzante: una situazione molto simile a quella che i pianificatori militari avevano programmato per l’Europa. Dal momento in cui arrivarono in Vietnam, gli alti gradi americani iniziarono ad applicare i metodi a loro familiari: guerra d’attrito basata sulla potenza di fuoco, meccanizzazione e mobilità; tutti metodi inapplicabili in Vietnam. P. Lowe, op. cit., p. 26.
[96] Memorandum from the Assistant Secretary of State for Far Eastern Affairs (Robertson) to the Under Secretary of State (Hoover), November 22, 1955, in FRUS 1955-57, Vol. I, pp. 587-588.
[97] In seguito Diem ed i suoi consiglieri insistettero su un aumento di 20-30000 unità, adducendo che le forze Vietminh fossero soverchianti, almeno 400000 uomini. Memorandum of a Conversation, Department of State, April 5, 1957, in FRUS 1955-57, Vol. I, p. 774.[98] Memorandum for the Record, by the Assistant Secretary of the United States Army General Staff (Roberts), April 16, 1957, in FRUS 1955-57, Vol. I, p. 784.
[99] G. Herring, op. cit., pp. 63-64.
[100] Paper Presented by the Chairman of the Joint Chiefs of Staff (Radford) at the 287th Meeting of the National Security Council, June 7, 1956, in FRUS 1955-57, Vol. I, p. 704-705.
[101] Telegram From the Chief of the Military Assistance Advisory Group (Williams) to the Commander in Chief, Pacific (Stump), June 4, 1956, in FRUS 1955-57, Vol. I, p. 692.
[102] Paper Presented by the Chairman of the Joint Chiefs of Staff (Radford) at the 287th Meeting of the National Security Council, June 7, 1956, in FRUS 1955-57, Vol. I, p. 706.
[103] Memorandum From the Department of State Representative on the National Security Council Planning Board (Bowie) to the Secretary of State, June 6, 1956, in FRUS 1955-57, Vol. I, p. 695.
[104] Memorandum From the Director of the Office of Philippine and Southeast Asian Affairs (Young) to the Assistant Secretary of State for far Eastern Affairs (Robertson), October 5, 1955, in FRUS 1955-57, Vol. I, p. 551.
[105] Despatch From the Chargé in Vietnam (Anderson) to the Department of State, March 23, 1956, in FRUS, 1955-57, Vol. I, p. 664.
[106] D. L. Anderson, Trapped by Success, cit., p. 130.
[107] Intelligence Brief Prepared in the Office of Intelligence Research, Department of State, February 7, 1956, in FRUS, 1955-57, Vol. I, p. 639. 
[108] D. L. Anderson, Trapped by Success, cit., p. 130.
[109] Memorandum of Discussione at the 279th Meeting of the National Security Council, March 8, 1956, in FRUS, 1955-57, Vol. I, p. 654.
[110] Editorial Note, in FRUS, 1955-57, Vol. I, p. 649.
[111] F. Fitzgerald, op. cit., p. 85.
[112] G. Kahin, op. cit., p. 101.
[113] Telegram From the Secretary of State to the Embassy in Vietnam, January 20, 1956, in FRUS, 1955-57, Vol. I, p. 621.
[114] P. Lowe, op. cit., p. 67.
[115] A. M. Schlesinger, Jr., op. cit., p. 28.
[116] F. Fitzgerald, op. cit., p. 88.
[117] D. L. Anderson, Trapped by Success, cit., p. 133.
[118] G. Kahin, op. cit., p. 94.
[119] Telegram From the Secretary of State to the Embassy in Vietnam, April 6, 1955, in FRUS, 1955-57, Vol. I, p. 210.
[120] R. D. Schulzinger, op. cit., p. 90.
[121] United States Minutes of Bilateral Foreign Ministers Meeting With the United Kingdom, Department of State, January 31, 1956, in FRUS, 1955-57, Vol. I, p. 628.
[122] R. D. Schulzinger, op. cit., p. 90.
[123] Telegram From the Secretary of State to the Department of State, May 6, 1956, in FRUS, 1955-57, Vol. I, p. 678.
[124] Memorandum From the Deputy Secretary of State for Far Eastern Affairs (Sebald) to the Secretary of State, May 10, 1956, in FRUS, 1955-57, Vol. I, p. 681.
[125] R. D. Schulzinger, op. cit., p. 91.
[126] National Intelligence Estimate, July 17, 1956, in FRUS, 1955-57, Vol. I, p. 720.
[127] Memorandum of a Conversation, Department of State, September 25, 1956, in FRUS, 1955-57, Vol. I, pp. 740-741.
[128] J. R. Arnold, op. cit., p. 316.
[129] D. L. Anderson, Trapped by Success, cit., p. 151.
[130] Cfr. D. D. Eisenhower, op. cit., pp. 651-701.
[131] Memorandum of a Conversation, The White House, May 9, 1957, in FRUS, 1955-57, Vol. I, pp. 794-799.
[132] Memorandum of a Conversation, Department of State, May 10, 1957, in FRUS, 1955-57, Vol. I, pp. 811-812; Memorandum of a Conversation, Department of State, May 10, 1957, in FRUS, 1955-57, Vol. I, pp. 816-817.
[133] Memorandum of a Conversation, The Pentagon, May 10, 1957, in FRUS, 1955-57, Vol. I, pp. 807-811.
[134] D. L. Anderson, Shadow on the White House, cit., p. 54.
[135] D. L. Anderson, Trapped by Success, cit., p. 152; Despatch From the Ambassador in Vietnam (Durbrow) to the Department of State, December 5, 1957, in FRUS, 1955-57, Vol. I, p. 870; S. Karnow, op. cit., p. 125.
[136] Despatch From the Ambassador in Vietnam (Reinhardt) to the Department of State, November 29, 1955, in FRUS, 1955-57, Vol. I, p. 590; D. L. Anderson, Shadow on the White House, cit., p. 54.


CAPITOLO QUARTO

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INIZIO: IL MONDO IN DUE BLOCCHI

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