BARI COME PEARL HARBOR
(... da parte tedesca, ma... gli americani cosa nascondevano?)

ore 19,30 - 2 dicembre 1943 - l'inferno

Una testimonianza
di Augusto Carbonara

Anche a Bari come a Pearl Harbor quel giorno furono affondate 17 navi.
Fu il maggior incidente di guerra chimica avvenuto durante la seconda guerra mondiale.
Oltre l’attacco proditorio giapponese a Pearl Harbor che sinteticamente ricordiamo qui sotto
ci fu infatti quello tedesco avvenuto due anni dopo in Italia.

Pearl Harbor - Mancano cinque minuti alle otto del mattino del 7 dicembre 1941. La flotta Giapponese, forte di sei portaerei, due corazzate, tre incrociatori, venti cacciatorpediniere, altre navi d’appoggio e ben 424 aerei, attacca di sorpresa, in due ondate, la base statunitense di Pearl Harbor, nelle isole Hawaii. La storia è ben nota. Parecchi libri e bei film ci hanno fatto rivivere la scena.
( qui le pagine dedicate )

Gli USA ebbero una severa batosta che costò loro l’affondamento di diciassette navi tra cui ben sei corazzate. Furono danneggiate altre numerosissime navi e dei 474 aerei presenti negli aeroporti se ne salvarono solo 149. Gli altri furono distrutti (188) o seriamente danneggiati. Le forze giapponesi perdettero solo 27 aerei e cinque sommergibili tascabili che avevano forzato quel pur munitissimo porto. Era stato pestato il piede del gigante. Gli USA ebbero allora il giustificato motivo per entrare in guerra e dichiararla al Giappone. Per tre giorni indugiarono se dichiararla anche alla Germania, ma poi ci pensò Hitler a toglierli dall'imbarazzo, quando l'11 dicembre fece lui pervenire la dichiarazione di guerra agli Stati Uniti, ma non per i fatti giapponesi ma per "provocazioni nell'Atlantico". Seguì poi - avventatamente - quella di Mussolini. Gli USA intervengono così in Europa e nel Pacifico coinvolgendo direttamente o indirettamente altri Stati del mondo. 43 nazioni partecipano alle eliminatorie della grande "Olimpiadi della morte" del Pianeta Terra.

BARI

Due dicembre del 1943, mancano cinque giorni al secondo anniversario dell’attacco giapponese a Pearl Harbor. In Europa le sorti della guerra si sono rovesciate per l’Asse.
Ora il Terzo Reich, che aveva imposto la sua iniziativa agli Alleati, deve pesantemente subirla. Da quasi tre mesi l’Italia ha dovuto firmare l’armistizio. Le truppe angloamericane dopo lo sbarco in Sicilia, stanno per risalire la penisola italiana.
La supremazia dei cieli è ormai degli Alleati mentre la Luftwaffe risparmia i pochi aerei che le sono rimasti. Essi ormai possono operare in piccoli gruppi, solo per impieghi tattici, per lo più difensivi. I grandi aeroporti del Mezzogiorno d’Italia sono nelle mani degli americani, che li hanno convertiti in poderose basi dalle quali far partire le incursioni nelle retrovie nemiche.

Prima dell’armistizio dell’8 settembre i raid degli alleati hanno compiuto enormi distruzioni a Napoli, Foggia e Salerno. Hanno risparmiato, invece, la città di Bari che col suo ottimo porto, e la sua posizione baricentrica rispetto agli aeroporti di Foggia, Gioia del Colle e Grottaglie, la presenza dell’ANIC (la grande raffineria che in seguito diverrà Stanic), sarà il trampolino di lancio della conquista della penisola e dell’attacco della Germania da sud.

Quel due dicembre il porto di Bari era gremito da quasi una quarantina di navi. Molte erano le famose Liberty. Le gru lavoravano febbrilmente per vuotarle dai loro carichi, preziosi rifornimenti per il fronte. La maggior parte dei marinai era scesa in franchigia. La presenza del Piccinni, del Petruzzelli, dell’Oriente, del Margherita, del Kursaal e di altri locali permetteva ottimi spettacoli per il riposo dei guerrieri di ritorno dal fronte o dalle missioni di guerra. Quella sera, tra gli altri si proiettava “Springtime in the Rockies” con Betty Grable e John Payne.

Durante tutta la seconda guerra mondiale nessuno dei belligeranti aveva o avrebbe fatto uso di gas. Ma tutti gli eserciti ne avevano grandi scorte; giustificazione: deterrente per il nemico che lo avesse usato per primo.

Quel giorno la nave americana John Harvey, appena arrivata dalle banchine del “Curtis Bay Depot” di Baltimora ed ancorata nei pressi del molo foraneo, aveva la stiva ancora piena di bombe all’iprite. I giorni successivi sarebbero state avviate a deposito nei pressi dei principali aeroporti pugliesi. Ciascuna bomba, lunga quasi 120 cm e del diametro di 20 cm conteneva iprite, un gas tossico e vescicante, dal caratteristico odore di senape, fissato ad idrocarburi per ottenere circa 31 chili di mustard gelatinosa. Con otto bombe si poteva contaminare completamente oltre un ettaro di terreno. Gli effetti dell’iprite, usata per la prima volta dai Tedeschi, durante la prima guerra mondiale, a Ypres (da cui il nome) nel Belgio, non sono immediati ma si fanno sentire dopo qualche tempo dalla contaminazione.

Solo pochi uomini a bordo della Harvey conoscevano il contenuto di quel carico, coperto dal più assoluto segreto. La nave sarebbe stata scaricata l’indomani.
Per facilitare il lavoro il porto era illuminato a giorno. I comandi alleati erano tanto sicuri della scarsa capacità offensiva delle forze tedesche che non avevano preso nessuna seria misura di sicurezza. Tutt’al più, pensavano, sarebbero potuti arrivare due o tre aerei di disturbo. Sarebbero stati facilmente individuati dal radar e contrastati dalla contraerea. Ma il radar, da poco installato sul Garrison Theatre, com’era stato ribattezzato il Margherita, si era presto guastato e quella sera non era stato ancora riparato. Qualcuno, in seguito, accennò a sabotaggio d’improbabili partigiani fascisti. Più verosimilmente Inglesi e Americani si stavano palleggiando le responsabilità e chi avrebbe dovuto provvedere alle riparazioni aveva preferito passare il suo tempo nel vicino Barion, trasformato in circolo ufficiali. L’attacco, perciò fu una completa sorpresa.

Dall’altra parte della città, il 3rdNZH, terzo ospedale neozelandese, trasferito da Tripoli a Bari da meno di un mese, nell’appena ultimato ma ancora vuoto Policlinico, non era ancora perfettamente funzionante. Mancavano molte suppellettili ed addirittura i letti per i degenti.

L’attacco alle 19,25
Come tutti i giorni, nel cielo della città, ad ottomila metri di quota, attento a non essere il target dell’anti-aircraft fire, passò indisturbato un ben attento ricognitore Messerschmitt 210 della Luftwaffe. L’esperto osservatore contò nel porto molte più navi del solito e pensò che quanto aveva visto in quello Spatherbstnachmittag, era un boccone troppo prelibato per farselo scappare. Quaranta navi in rada, nessuna militare. Pochissime piccole e sparse nuvole. Visibilità ottima. La notizia fu immediatamente trasmessa agli aeroporti della Luftwaffe in alt’Italia.

Quella sera la luna, a cinque giorni dopo la nuova, avrebbe fatto tramontare la sua falce alle 21.37, un po’ più di cinque ore dopo il tramonto del sole. Condizioni astronomiche altrettanto favorevoli si sarebbero avute dopo venti giorni. Le condizioni meteorologiche, con l’arrivare dell’inverno sarebbero certamente peggiorate. Il colpo di coda, ideato da qualche tempo, poteva essere realizzato con ottime probabilità di successo.

Tutti i 105 aerei disponibili, la maggior parte bombardieri Junkers 88, decollarono da diversi aeroporti italiani, slavi e greci. (alcune voci peraltro incontrollate, affermano che in quell'azione parteciparono alcuni (forse un paio) aerei della Repubblica di Salò. Ciò sarebbe in contrasto con altre voci che, invece affermano che l'aviazione repubblichina funzionò soltanto a partire dall'anno 1944).
L’appuntamento era sul mare, alle ore 19,25, a 30 miglia ad nordest di Bari. L’ordine era di mantenersi a quota inferiore ai 100 metri, per non farsi intercettare dai radar. Quindi a bassa quota.
Gli aerei in compatto stormo arrivarono a Bari alle 19,30 avendo di fronte la debole luce della luna, prossima al tramonto, più piccola d’un quarto, che rischiarava appena la terra verso sudovest. A quelle condizioni di luce, avrebbero visto ma non sarebbero stati visti. Le navi, specie quelle che erano lungo il molo foraneo di levante, furono sorprese d’infilata dalle bombe tedesche. Erano tanto vicine che le bombe cadute in acqua furono molto poche. Alcune navi bruciavano. Altre affondavano. Altre incendiate, rotti gli ormeggi, andavano alla deriva avvicinandosi paurosamente alle navi miracolosamente non colpite. Le navi che nella stiva trasportavano esplosivi dapprima s’incendiarono e, quindi, finirono una dietro l'altra per deflagrare e colpire tutto il porto ed anche molte case della città vecchia. I vetri delle abitazioni di mezza Bari andarono in frantumi ed anche nella città nuova molti infissi furono completamente scardinati tra i quali il finestrone della mia camera da letto.

Tra le altre navi fu colpita ed incendiata anche la John Harvey, quella che, insieme con altro materiale esplosivo, trasportava le cento tonnellate di bombe con l’iprite. I marinai rimasti a bordo tentarono con ogni mezzo di domare il fuoco, ma l’incendio non poté essere domato e dopo una mezz’ora si propagò alla stiva. Non ci volle molto che la nave saltasse in aria con tutto il suo carico e tutti gli uomini, compresi quei pochi che conoscevano la verità sul carico. Da quel momento iniziò l'inferno.

La maledetta “mustard” si mescolò alla nafta venuta fuori dalle petroliere affondate e formò un velo mortale su tutta la superficie del porto. Coloro che dalle altre navi si lanciavano in acqua furono ben presto zuppi della maleodorante sostanza. Infine i vapori dell’iprite si sparsero, su tutto il porto e intossicò la pelle ed i polmoni dei sopravvissuti delle altre navi. Quella sera San Nicola, volle che la brezza di terra non fosse in stanca. La sua città fu salva dalla nube del gas tossico che lentamente, si allontanò verso il mare aperto.

Qualcuno della città vecchia giurò di averlo visto in piedi il Santo, sul tetto della basilica, mentre spegneva con le sue stesse mani alcuni razzi illuminanti. Moltissimi furono i baresi che, appena ritornati dai paesi limitrofi, il giorno successivo sfollarono di nuovo. Ma furono anche molti quelli che, quattro giorni dopo, in occasione della solenne festa del Santo, si recarono in basilica per ringraziarlo.

La reazione della contraerea, colta anch’essa di sorpresa, fu incerta nei primi minuti, ma poi si fece più precisa. Si sparava da terra ed anche dalle mitragliere poste sulle navi. I riflettori fecero a gara con i bengala lanciati dai Tedeschi per illuminare il cielo della città. Gli scoppi delle bombe e le scie dei traccianti s’intrecciarono fantasmagoricamente. Due aerei furono abbattuti. Il professor Bernardo Terio, nelle pause delle lezioni di scienze, affermava che era stato proprio la sua batteria a centrarne uno. La caccia dell’aeroporto di Palese, assente perché in missione, non potette intervenire. E neppure quella d’Amendola: era troppo lontana. Alle 19,45 gli aerei presero la via del ritorno ma, solamente alle 23, le sirene dettero il cessate allarme.

I "Grandi" in riunione
Tra il 22 ed il 26 novembre, Churchill e Roosevelt s’erano incontrati al Cairo con Chiang Kai Shek. Il giorno 28 novembre, i due s’erano incontrati a Teheran con Stalin. Il giorno successivo, 3 dicembre, i due si sarebbero ancora una volta incontrati al Cairo per decidere sul corso della guerra. Certamente in quell’occasione ebbero i primi rapporti da Bari.

Erano state affondate 5 navi americane, 4 inglesi, 3 norvegesi, 3 italiane, 2 polacche. Oltre le 17 affondate, erano state seriamente danneggiate altre 7 navi. Erano state perdute almeno quarantamila tonnellate tra materiali e munizioni.
Quasi nessuno aveva indossato salvagenti. Non era stata calata in mare neppure una barca di salvataggio. La riva e le banchine erano tanto vicine. Al porto si apprestarono i primi soccorsi. Alcuni marinai, che erano rimasti isolati sul molo foraneo, furono tratti in salvo con imbarcazioni. Altri ancora, dovettero essere ripescati dalle acque, semiassiderati.
All’ ospedale neozelandese cominciarono ad arrivare i primi feriti. Molti, più che colpiti dalle esplosioni, erano provati dall’effetto del gas vescicante. Ma non si sapeva che fosse stato il gas a provocare tali effetti e, sul momento, nessuno lo intuì. Non vi erano vestiti di ricambio e, pertanto, non fu possibile far lavare e cambiar d’abito i soldati che erano stati immersi nelle acque del porto.

Il numero dei soldati colpiti era tanto grande che pochi potettero avere un letto. Agli altri furono date solo delle bevande calde e coperte, che neppure bastarono per tutti. Chi non potette cambiarsi, di sua iniziativa, rimase con gli abiti zuppi d’iprite, che non solo agì sulla pelle ma fu assunta attraverso le vie respiratorie.
Coloro che, per lo scoppio, avevano ricevuto lesioni ai polmoni, subirono gli effetti più devastanti. Soltanto il giorno successivo qualcuno dei medici cominciò ad intuire qualcosa. Escluso che i Tedeschi avessero usato armi chimiche, un capitano della sanità si recò dalle autorità alleate che presiedevano il porto per chiedere l’esatto contenuto delle navi colpite. Nessuno seppe dare una risposta.

Fu immediatamente telegrafato in America, da dove le navi erano partite, ma anche di là nessuno potette o volle dare una risposta. Avrebbero dovuto chiedere ai superiori, erano notizie segrete. Bisognava aspettare qualche giorno per avere una risposta che sarebbe stata necessaria dalla sera precedente. La risposta non arrivò mai.

Le cure più specifiche non poterono essere date per tempo. I primi inspiegabili collassi, si ebbero dopo circa cinque o sei ore dalla contaminazione. Dopo diverse ore seguirono le prime morti, quasi improvvise di gente che qualche minuto prima, pur avendo la pressione bassissima, sembrava stesse per riprendersi. Tutti avevano la pelle piena di vesciche, specie nelle parti che erano rimaste più a lungo inzuppate e dove la pelle era più delicata. Sulle ascelle, l’inguine ed i genitali, la pelle si distaccava come avviene per le ustioni più gravi. La pelle delle piante delle mani e dei piedi, invece, sembrava indenne all’azione dell’iprite. Alle innumerevoli morti avvenute durante l’incursione, seguirono le morti dei due tre giorni successivi. Dopo il quarto giorno sembrava che molti si fossero ripresi. La terapia a base dei primi sulfamidici, che in alcuni casi dette buoni effetti, non fu prescritta immediatamente a tutti. Nella settimana successiva specie tra l’ottavo ed il nono giorno, si ebbero le morti sopravvenute per le infezioni che si erano innestate sui polmoni piagati. Le autopsie lo confermarono. L’iprite aveva agito non solo come gas, ma era stata assorbita attraverso i vestiti bagnati.

Gli effetti sulla città e sul porto
Nella città vecchia crollarono alcune vecchie case a seguito dello scoppio della Harvey e delle altre navi. Tra le altre crollò una che ha lasciato una piccola piazzetta a fianco della Trulla, la sagrestia della Cattedrale. Nella città nuova furono centrati da bombe e crollarono tre edifici. I primi due tra Via Roberto e Via Andrea, negli isolati adiacenti alla chiesa di San Ferdinando, il terzo a Via Crisanzio nei pressi della Manifattura Tabacchi.

Quante furono le vittime?
Stime precise non ve ne sono Tra civili e militari certamente sfiorarono il migliaio. Oltre ai morti per le bombe ed i crolli, tra i quali circa duecentocinquanta civili baresi, vi furono oltre ottocento soldati ricoverati con ustioni o ferite. Dei 617 intossicati da iprite, 84 morirono in Bari. Si ritiene che molti altri siano morti in altri ospedali, sia italiani, sia del Nordafrica, sia dell’America, nei quali furono trasportati. Anche alcuni sanitari ebbero irritazioni agli occhi e lievi ustioni.

Quante furono le navi affondate?
Diciassette, lo stesso numero delle navi affondate a Pearl Harbor.

Nei giorni successivi, dalla Sanità Militare degli USA fu inviato a Bari il Colonnello Stewart F. Ale-xander, affinché redigesse un rapporto esauriente sulle “strane” morti avvenute a Bari. Il rapporto, datato 27 dicembre 1943, ebbe l’edizione definitiva nel luglio 1944. Secondo Glenn B. Infeld, un maggiore dell’U.S. Air Force, autore del libro “Disaster At Bari”, lodevolmente tradotto in italiano da Vito Manzari, (Adda Editore 1977, di recente lodevolmente ristampato con un saggio introduttivo di Assennato e Leuzzi) il primo ministro Chuchill dispose che non fosse adoperata la parola iprite nei documenti che riguardavano il disastro di Bari. Le ustioni furono classificate per causa N.Y.D. - not yet identified, - non ancora identificata.

Gli effetti sulla continuazione della guerra
Gli inglesi non potevano ammettere che, in un porto da loro controllato, fosse avvenuto un episodio di guerra chimica di così notevole portata.
Gli americani non potevano ammettere che fosse stato affondato un numero di navi pari a quello di Pearl Harbor, anche se quelle erano poderose navi da guerra queste modesti cargo. A causa delle reticenze degli alti comandi militari, perirono moltissimi soldati, che si sarebbero potuti salvare. Erano stati curati soltanto per i sintomi da shock. Altrettanto avvenne per alcuni civili. La segretezza quando può fare vittime non ha senso. Ma forse tutte le guerre non hanno senso.

Hitler ed i Comandi tedeschi che, nei piani strategici contavano di porre la loro linea difensiva a Nord di Roma, visti gli indugi degli Alleati, che avevano perduto a Bari una così grande quantità d’uomini, mezzi e materiali, si convertirono all’idea di Kesselring, il generale che comandava le forze in Italia. Questi ebbe tutto il tempo di attestarsi sulla linea Gustav che partiva dal Tirreno e, facendo perno su Cassino, proseguiva sino all’Adriatico lungo i corsi dei fiumi Garigliano, Rapido e Sangro.
La conquista di Roma fu ritardata di almeno sei mesi. Forse la liberazione di tutta l’Italia sarebbe stata più rapida.

La piena funzionalità del porto di Bari fu ripristinata solo nei primi anni cinquanta, a guerra conclusa, non ostante gli enormi sforzi della Royal Navy intesi a bonificarlo.
Per l’impiego di forze notevolmente minori l’incursione su Bari fu senz’altro più redditizia di quella su Pearl Harbor. La Luftwaffe aveva fatto meglio dell’Imperial Marina giapponese. Ma l’episodio di Bari doveva passare quanto più inosservato possibile a differenza dell’altro che, per giustificare l’entrata in guerra, fu amplificato a dismisura.

Negli anni passati vi sono stati numerosi episodi di contaminazione da iprite di pescatori baresi. Le bombe cadute in mare, a mano a mano che il tempo passava, si corrodevano rilasciando il loro dia-bolico contenuto. Tali episodi si sono fortunatamente rarefatti. Speriamo che una tragedia tanto grande non colpisca più la nostra città.

Augusto Carbonara
crbgst@tin.it

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