(1939-1945) - STORIA DELLA SECONDA GUERRA MONDIALE

" KAMIKAZE "

"Gli dèi del Pacifico"

"Se andrò sul mare, il mio corpo tornerà sospinto dalle onde.
Se il dovere mi porterà sui monti, un tappeto d'erba sarà la mia copertura funebre.
Per la salvezza dell'Imperatore, non morirò in pace nella mia casa."
(Canto dei Kamikaze prima dell'ultimo volo)

 

 


"Oggi sono ancora in boccio, poi saranno dispersi;
la vita è simile ad un fiore delicato.
Come possiamo attenderci che la sua fragranza duri per sempre?"
(Takijiro Onishi del Reparto Speciale d'Attacco Kamikaze)

 

di RAO ALESSANDRO

(Parte Prima)

Premessa


Nello scenario delle operazioni aeronavali, durante la Seconda Guerra Mondiale, condotte dalle forze contrapposte degli Stati Uniti e del Giappone, si possono individuare facilmente due diversi periodi.
Primo: la disfatta provvisoria degli americani, con la perdita di molte isole del Pacifico ad iniziare dal primo attacco del 7 Dicembre 1941, condotto sulla base di Pearl Harbor (Hawaii > ).


Secondo: la successiva rivincita americana, con il progressivo tramonto della Marina Imperiale giapponese, determinato dalla morte dell'amm. Isoroku Yamamoto > , avvenuta il 18 Aprile 1943, in un agguato nel cielo delle Isole Salomone e nell'anno seguente, da quella dell'altro grande stratega amm. Mineici Koga.

Mancando le menti, fino allora protagoniste dell'avanzata nipponica nel Pacifico, con le perdite costantemente subite in mare, originate in maniera decisiva, dalla presenza sempre più massiccia della Flotta statunitense, si creano le condizioni fra le alte sfere militari giapponesi, ad una possibile reazione estremamente dura.
Sono stabilite, infatti, dopo intense consultazioni, le basi per la formazione di un Corpo Speciale d'Attacco (in giapponese Tokka-tai, letteralmente "Unità particolari"). Il Corpo, formato da volontari, ha il compito di mettere in atto azioni, condotte da piloti che si fossero lanciati, assieme ai propri velivoli, su obiettivi navali strategicamente importanti come le portaerei. Nell'anno 1944, l'idea è presto concretizzata. Gruppi di squadriglie così concepite, costituite con elementi provenienti dai diversi reparti operativi o direttamente dalle varie scuole superiori e dalle Università, sono avviati a corsi d'addestramento. A questi volontari della morte, sicuramente coraggiosi fino all'esaltazione, è attribuito il nome simbolico di Kamikaze o Shimpu, due letture diverse dei caratteri giapponesi della stessa parola, dall'accezione di "Vento Divino".

Detta denominazione medievale, è scelta non a caso, dagl'ideatori dei Corpi Speciali d'Attacco. E' ispirata da un avvenimento verificatosi nel Tredicesimo secolo, quando una potente armata navale, di oltre quattromila navi, inviata da Kubilai Khan, nipote del grande condottiero mongolo Gengis Khan, nel secondo tentativo d'invasione del Giappone, avvenuto nell'anno 1281, a sette anni di distanza dal primo, è distrutta da un ( "Vento divino" ) tifone di fortissima intensità . La conquista del Giappone, ultima parte dell'Asia, mancante al grande impero mongolo, è così annullata. Per la popolazione giapponese dell'epoca, il benefico evento meteorologico è riconosciuto come un tangibile segno della volontà divina.

Negli anni '40, in un momento altrettanto delicato per il popolo giapponese, nello scenario ormai tragico, che si sta prospettando nell'area del Pacifico, dove la strapotenza della flotta americana non da tregua ai giapponesi, si fonda la speranza che la provvidenziale situazione del tredicesimo secolo, possa ripetersi. Questa volta, però, il nuovo "Vento Divino", sarà alimentato, non più dalla tempesta, bensì dalla volontà di molti giovani militari, avviati al supremo sacrificio della propria vita.

Analizzando i fatti accaduti, fra le tante cause che hanno favorito la nascita dei Kamikaze, assumono un rilevante significato principalmente due elementi: la religione e la psicologia di massa.
Il sincretismo di confessioni religiose presenti nella cultura nipponica, come il Buddismo in tutte le sue varianti (Tendai, Sen e Jodo), il Confucianesimo, bensì in minor misura e lo Shintoismo di formazione autoctona, trasformata poi in religione di stato, costituiscono le fondamenta della filosofia popolare giapponese, sulla quale si muove tutta la vita nazionale. Profonde diversità emergono dal confronto tra culture orientali e occidentali, impostate su diversi valori, in molti casi, diametralmente opposti. Basta rendersi conto dell'enorme differenza nell'attribuzione di alcuni valori, come la vita umana, sacra ed irripetibile per gli occidentali, relegata agli ultimi posti del mondo fisico orientale.

Negli anni trenta, in Giappone, si verifica una manipolazione del pensiero filosofico shintoista, fondato essenzialmente sul culto della natura e dello spirito degli antenati, che abilmente sono ricollegati ed assimilati alle norme di vita degli antichi Samurai, suggerite nel codice del Bushido. In realtà, la dottrina shintoista, subisce una vera metamorfosi, trasformandosi in un'autentica religione di stato, interferendo soprattutto in modo incisivo sulla vita pratica dei cittadini, coinvolgendoli in un crescendo stato psicologico di massa.
Questa variante, apportata dai vertici militari nipponici, ormai al centro anche della società civile giapponese, finisce per provocare un favorevole atteggiamento del popolo, nei confronti di una guerra che sta per sopraggiungere.
Oltre a ciò, imprime nei civili, anche se più accentuato nei militari, un obbligo assoluto di dedicarsi anima e corpo al servizio della Patria e dell'Imperatore Hirohito, quest'ultimo, paragonato sempre più al mitico Tenno, il "Sovrano celeste" di natura divina.

Di conseguenza, nella credenza shintoista degli anni trenta, assume notevole importanza, la distruzione della propria vita con la morte volontaria, praticata quale testimonianza di fedeltà assoluta all'Imperatore ed estremo sacrificio per la salvezza del Giappone e della sua cultura. E' così presto nata la connessione, tra il suicidio d'onore (Harakiri) previsto dal codice d'onore del Bushido ed il pensiero shintoista; la morte, atto finale della vita, in particolari condizioni è l'unico strumento idoneo per raggiungere gli spiriti (Kami) degli antenati eroi nazionali.
Il Bushido, con la sua sublime filosofia del Harakiri, è convertito in una potente arma dai militari giapponesi. In questo contesto, il sentimento nazionale popolare nipponico, ben radicato nei vari strati sociali, si può sintetizzare con un proverbio: "Il valore della vita, nell'assolvimento del dovere ha il peso di una piuma", trasformato in un autentico editto dalle autorità militari e propagandato fortemente tra le file dei soldati. Concetto largamente materializzato, dai numerosi suicidi di massa, avvenuti sia prima, sia dopo la resa delle armi. Una miscela d'idee, che ha prodotto uno dei peggiori periodi storici del Giappone, naturalmente associata ad altre numerose concause d'origine socioeconomica.


Situazione delle operazioni nel Pacifico Sud-Occidentale.

Dopo l'attacco del 7 Dicembre 1941 a Pearl Harbor (Hawaii), i giapponesi invadono con successo Bataan e Corregidor, presso Manila (Filippine). Il gen. Douglas Mac Arthur è costretto ad una fuga precipitosa per il succedersi degli avvenimenti, si rifugia nella vicina Australia da dove promette solennemente il proprio ritorno.
I giapponesi conseguono ancora vittorie clamorose in Cina, nelle isole Salomone, fino all'arcipelago australiano dilagando e consolidando le proprie posizioni ovunque.
Si traccia, quindi, una nuova posizione difensiva giapponese, delineata dall'isola d'Ogasauara fino alla Nuova Guinea occidentale, passante per le isole Marianne e per le Caroline occidentali.
Con le battaglie del mare dei Coralli (Maggio '42) e delle Midway (Giugno '42), arriva il primo stop all'avanzata delle truppe nipponiche.
Seguono ancora, tra il 1943 ed il 1944 altre grandi battaglie aeronavali, come quella del golfo di Leyte (Novembre '44) e numerosi sbarchi dei marines, nelle isole Salomone, Gilbert, Marshall, Marianne, riconquistate dopo cruenti combattimenti.

Nel frattempo, sul piano delle attrezzature militari, la macchina industriale del Giappone, raggiunge la punta massima produttiva, ma dà inizio, contemporaneamente, alla sua fase discendente, determinata inevitabilmente dai violenti bombardamenti americani dell'Ottava Air Force, condotti dal gen. Curtiss Le May, sulle principali fabbriche aeronautiche, come la Nakajima e la Mitsubishi e i cantieri navali di Sasebo.
Con tale situazione cruciale del conflitto, s'inserisce disperatamente il fenomeno Kamikaze. Inizia ad operare attivamente nelle campagne delle Filippine e di Formosa, per esaurirsi alla fine del conflitto, dopo l'occupazione americana d'Iwo Jima (isole Bonin), nel Febbraio '45 e d'Okinawa, (isole Ryukyu), nell'Aprile '45, ultime due grandi battaglie.

Personaggi.

Tra le molteplici figure che hanno animato il singolare mondo dei Kamikaze, sono tre i personaggi che emergono: l'amm. Takijiro Onishi, per esserne l'ideatore e promotore, gli ammiragli Inoguchi Rikhei e Tadashi Nakajima, per esserne entrambi autori di un serie di memorie scritte dopo la fine del conflitto, considerate quasi una storia ufficiale dei piloti suicidi.

L'amm. Takijiro Onishi, (1891-1945), grande aviatore fin dalla sua giovane età, è uno dei primi a praticare il paracadutismo fra i militari giapponesi. Nell'ambito dei suoi pari, gode di un grande consenso, possiede un eccezionale carisma fra le truppe che lo ripagano con una profonda stima e dedizione. La sua carriera è approntata in una linea di fedeltà assoluta all'Imperatore Hirohito e al Giappone, in una visione della vita secondo la confessione shintoista.
Onishi, assieme all'amm. Yamamoto, collabora per la preparazione dei piani d'attacco a Pearl Harbor. E' un autentico Samurai, ma dimostra anche una fredda razionalità e una notevole competenza tecnologica. Fra gli altri incarichi è responsabile di tutta la produzione bellica nel settore aeronautico, la quale attraversa una fase critica.
D'accordo anch'egli, con le stesse idee pessimistiche di Yamamoto sull'andamento della guerra, è consapevole della crescenti ed insostenibili difficoltà belliche contro gli Stati Uniti.
Spera molto nel sistema dei Kamikaze che sta preparando, non fa mistero della propria religiosa opinione verso questi giovani martiri, considerandoli uomini senza più alcun desiderio terrestre, di fatto, annoverandoli fra gli dèi. Le sue tattiche suicide, sono messe in pratica prima, nelle Filippine poi a Formosa e tutte le altre campagne sostenute tra il '44 ed il '45. In realtà tramite i piloti suicidi, Onishi, vuole, non tanto cercare di afferrare la vittoria ormai impossibile, ma perpetuare lo spirito guerriero giapponese anche nella disfatta.

Un personaggio storico che merita veramente molta attenzione. E' l'ultimo ad arrendersi in seno a tutti i vertici responsabile della guerra. Da una memoria di Nakajima, si apprende che nei giorni finali del conflitto, negli ultimi istanti, nonostante l'avvenuto lancio delle atomiche su Hiroshima e Nagasaki, in un incontro con il Ministro della Guerra Yondi, addirittura con le lacrime agli occhi, cerca di convincerlo a non capitolare, ma continuare ad oltranza la lotta contro gli Stati Uniti. La storia, tuttavia, ha già scritto la sua pagina.
Impossibile per un personaggio, che può sembrare uscito da una leggenda medievale dei Samurai, fare una fine diversa dal Harakiri.
La sua morte, avviene il 15 Agosto 1945, dopo la resa del Giappone annunciata al popolo dall'Imperatore Hirohito. Onishi conclude, infatti, la sua vita, con il tradizionale Harakiri o Seppuku, aprendosi il ventre mediante la corta spada dei Samurai, rispettando le norme del Bushido. Durante alcune ore d'agonia, nonostante la mortale ferita, riesce a pronunciare un testamento spirituale diretto ai piloti suicidi dei Corpi Speciali, sempre amati come una propria creatura ed inneggiare ancora, per l'ultima, volta la sua profonda devozione all'Imperatore Hirohito ed al popolo giapponese.


L'amm. Inoguchi Rikhei dello Stato Maggiore della Forza Speciale d'Attacco, proviene dall'Accademia Navale nipponica, dalla quale esce nel 1921. Nel mese di Febbraio 1944 è preposto al comando del 153° Stormo, per le operazioni di Timor, della Nuova Guinea e di Peleliu. Nel mese di Luglio dello stesso anno, è trasferito in quel di Kendari, alla Ventitreesima Flottiglia Aerea. E' promosso successivamente al grado di Capo di Stato Maggiore alla Prima Flotta Aerea, comandata dall'amm. Onishi.
Nell'ultimo periodo del conflitto, si trova in servizio alla Decima Flotta Aerea, da dove è trasferito alla Sezione Navale del Comando Generale Imperiale. Molto apprezzate le sue memorie sulle vicende Kamikaze, scritte nel dopoguerra, ricche di minuziosi particolari.

L'amm. Tadashi Nakajima, nato nel 1910, proviene dall'Accademia Navale nipponica nel 1927. Dopo aver partecipato ad un corso di pilotaggio nel 1933, è assegnato ad un comando di volo sulla portaerei "Daga" nel 1936. Comandante nella campagna cinogiapponese, successivamente nel 1941, è trasferito al comando di uno stormo con base a Tainan, che conduce nei vari combattimenti avvenuti nelle zone di Rabaul, Nuova Guinea, Salomone e Guadalcanal.
Nel 1943, si trova al comando dello stormo di Yokosuk, basato ad Iwo Jima. Nel 1944 è comandante del 201° stormo dislocato nelle Filippine, dove nasce la prima unità addetta ad operazioni di carattere suicida. Nell'ultimo anno di guerra, Nakajima è allo Stato Maggiore della Prima Flotta Aerea, per concludere la sua carriera di guerra alla Quinta Flotta Aerea nell'ultima battaglia d'Okinawa.
Dopo il conflitto finisce al comando del 723° stormo e si congeda raggiungendo il grado di Maggiore Generale. Nella vita civile, anch'egli scrive molto sulla questione dei piloti suicidi. Ricostruisce fra l'altro, un frammento della guerra nel Pacifico Sud Occidentale, analizzandola imparzialmente con molta onestà intellettuale, riuscendo altresì, con dovizia, a suscitare nel lettore una profonda emozione per le vicissitudini descritte.
Negli anni a seguire, inoltre, è protagonista di moltissime conferenze e filmati, divulgando al pubblico americano, le tragiche vicende da lui vissute in prima persona.

L'addestramento

Gli aspiranti suicidi, oltre 4600 piloti, nella fase iniziale volano con velivoli antiquati o usurati, scartati dai reparti operativi che man mano li sostituiscono con quelli nuovi. Solo in un secondo tempo, l'industria aeronautica, su diversi modelli, effettua modifiche per agevolare la tattica delle azioni suicide, aumentandone il carico esplosivo di caduta.
La durata dell'addestramento dei piloti destinati ai Corpi Speciali, alla fine del conflitto per la scarsità dei mezzi ma soprattutto del tempo, è di soli sette giorni. Si può immaginare quanti giovani aviatori siano stati avviati con massima leggerezza ad una fine drammatica. Tuttavia, testimonianze dirette dei Kamikaze sopravvissuti, narrano della propria sofferenza morale subita, quando costretti ad interrompere la missione per avarie ai velivoli, contro la propria volontà, sono dovuti rientrare alla base. E' largamente provato, che situazioni di questo genere, hanno determinato per il resto della vita, nelle coscienze dei piloti scampati alla morte, un profondo tormento. Come precedentemente commentato, ciò costituisce per noi occidentali, un modo di pensare e di comportarsi, anche se nell'ambito di una guerra, inconcepibile e bensì trascorsi sessant'anni dai fatti, lascia ancora un senso di costernazione.

Negli attacchi sferrati dai piloti Kamikaze, sono impiegate due diverse tattiche di combattimento. La prima consiste nell'avvicinamento del bersaglio con un volo ad alta quota di circa seimila/settemila metri. Avvistata la nave da colpire, il velivolo inizia una discesa con un angolo di venti gradi al fine di guadagnare velocità. Arrivato a circa mille/duemila metri di quota, con un angolo di cinquantacinque gradi, procede alla fase finale dell'attacco con una picchiata, conclusiva, alla velocità di circa settecento Km/h. La seconda tattica, che senza meno è la più distruttiva, consiste nell'avvicinamento al bersaglio ad una quota bassa di dieci/quindici metri sul mare, successiva cabrata fino ad una quota di quattrocento/cinquecento metri, picchiata finale sul bersaglio a novanta gradi, a candela, come si usa dire in questi casi, con effetti dirompenti altamente distruttivi.

Nella campagna delle Filippine si è fatto uso di entrambi i sistemi, nelle successive, al contrario, si è preferito il secondo sistema. Nell'addestramento, impartito nelle scuole di volo, oltre al corso di pilotaggio, è prestata particolare cura ad alcune fasi specifiche da adottare, in presenza della nuova tipologia d'attacco, che gli aspiranti Kamikaze devono tenere ben presenti al fine di non vanificare gli attacchi. In ogni modo, diversi piloti avviati nelle scuole dei Corpi Speciali d'Attacco, sono già provetti piloti da caccia e trovano di facile apprendimento le nuove istruzioni. Gli allievi praticano numerosi allenamenti per acquisire una certa abilità ad eseguire decolli rapidi, requisito ritenuto fondamentale. I velivoli predisposti a queste azioni, infatti, sono ben camuffati ai limiti della pista per non essere distrutti dalle numerose incursioni da parte dei caccia americani e al momento del decollo, il Kamikaze, deve essere in grado di alzare l'aereo in poco tempo, portandosi lontano dalla pista.

Forse, è questa la fase più delicata di tutta l'operazione. Per la navigazione, il pilota deve conoscere molto bene la conformazione del territorio e l'area di mare interessata all'attacco; in genere avviene per mezzo di cartine topografiche, il più delle volte, disegnate dallo stesso pilota, allo scopo di memorizzare facilmente i luoghi. Altra fase delicata è quella della scelta del bersaglio. Si preferiscono portaerei ed incrociatori o naviglio di grande tonnellaggio, di cui i piloti hanno imparato a riconoscere tutti i profili, studiati nel periodo di preparazione a terra. Particolare cura, deve avere la scelta dell'angolo di picchiata, stabilito dal tipo d'attacco, come già descritto, essenziale ai fini di un impatto altamente distruttivo.
Anche la scelta dei punti di mira nel bersaglio, devono essere finalizzati; per le portaerei, occorre colpire uno dei tre o quattro ascensori ubicati sul ponte di volo, per le altre navi, le sovrastrutture, al disotto delle quali è sistemata la strumentazione per il governo della nave. Altra raccomandazione importante rivolta ai piloti, è quella di non dimenticare a togliere, pochi istanti prima della picchiata, la sicura della bomba trasportata.
Può sembrare una preoccupazione del tutto superflua, ma in molti casi, nel tuffo finale, a molti i piloti si è verificata una condizione del genere, arrecando così al nemico solo lievi danni, in assenza dell'esplosione del carico offensivo, ma soprattutto, consumando inutilmente una vita, secondo la logica Kamikaze.

 

Vita in una base Kamikaze

La vita nelle basi dei Corpi Speciali, procede secondo un programma abbastanza rigido. I piloti designati non hanno alcun privilegio particolare anzi, più delle volte, sono preposti ai lavori di fatica, come quello di tenere in ordine gli alloggiamenti e tutto ciò che è legato alla base. Ben altro accade, contemporaneamente, nelle basi dei piloti americani, ai quali sono riservate molte più attenzioni. Nonostante le varie imposizioni, i prescelti al suicidio, prossimi ad entrare in azione, hanno il morale alto. Subentra in loro solo una certa ansia, dovuta all'attesa della partecipazione, ma lontana dal pensiero della morte imminente. D'altro canto, la preparazione di carattere psicologico è basata su credenze religiose shintoiste, abbondantemente acquisite anche durante la formazione giovanile. Sono inoltre evocate ed esaltate le gesta degli antichi Samurai del Bushido. Dopo la morte in combattimento, lo spirito vivrà, assieme a quello degli altri piloti precedentemente immolatisi, tutti riuniti in eterno cameratismo, nel grande sacrario dello "Yasunuki Scrain" vicino al Palazzo Imperiale di Tokyo. Tanto è la mentalità formata da un'educazione fondata sul culto della Patria e dell'Imperatore, quale motore essenziale, per la vita d'ogni giapponese, ancora di più per un Kamikaze. Bensì l'alone di gloria esteso attorno al mondo Kamikaze, questi volontari del suicidio, non si sentono per niente dèi. I fautori del Corpo Speciale, al contrario, vogliono utilizzare quest'immagine, con il massimo intento propagandistico, nella speranza di sensibilizzare altri giovani ad arruolarsi. Gli ammiragli, vogliono così giocare l'ultima carta contro la Flotta americana.

La partenza per l'ultima missione, avviene generalmente a quattro ore dall'avvistamento del nemico localizzato dalla ricognizione. Gli aspiranti suicidi, ricevono in queste poche ore, un trattamento di particolare riguardo, è servita una colazione a base di marmellata di fave dolci (Yokoan) e patate dolci bollite. Si passa poi all'ultimo atto della vestizione, la quale assume una ritualità da sempre ricordata come l'icona principale dei Kamikaze: bere una tazza di Sakè e farsi annodare in testa l'Achimaki, sciarpa di seta bianca con l'emblema del Sole nascente, simbolo del coraggio e della calma prima del combattimento, indossato dagli antichi guerrieri Samurai.


Prime azioni personali

Nei primi anni del conflitto, l'idea dell'attacco suicida scaturisce da un comportamento messo in pratica dal gen. Ushiroku Jun. In un'azione terrestre, si serve di una tattica nominata Nikudan (uomo proiettile). Impiegata negli scontri di Bouganville, nella Nuova Guinea, consiste nell'utilizzare soldati, con cariche esplosive legate al proprio corpo, lanciati sotto i Tank nemici. Questo metodo d'assalto suicida, abbandonato in un primo tempo, perché rifiutato da molti ufficiali al comando delle truppe, è riproposto, tuttavia, in altre diverse situazioni critiche, nelle quali è impossibile contrastare l'avanzata dei marines.
Prima degli attacchi suicidi propriamente pianificati, si registrano, tuttavia, delle tattiche similari pure nell'arma aerea, impiegate da molti piloti, i quali si lanciano volontariamente contro i grossi bombardieri americani. Tale procedura, indicata con l'appellativo di "Tai-Atari" (scontro di due corpi), è ispiratrice per un impiego analogo a ridosso delle portaerei, anziché contro i velivoli.

Anche il col. Jyo Eiichiro, comandante della portaerei Chiyoda, chiede di formare squadre suicide e di esserne messo al comando. La sua richiesta non è accolta, probabilmente l'idea non è ancora perfezionata. Eiichiro, muore tuttavia, per altra causa, affondando assieme alla portaerei colpita, rifiutandosi di abbandonarla, proprio il 25 Ottobre 1944, data del primo attacco suicida delle squadriglie d'Onishi.
In ogni modo l'antesignano di questa tattica, può essere considerato il magg. Katushige Takata, il quale esegue una missione suicida isolata, il giorno 19 Maggio 1944, contro una nave americana.
Un'altra azione dimostrativa la compie il contramm. Arima Masufumi, comandante della 26a Flotta aerea di base a Manila. Arima è un fervente samurai legato alla stretta osservanza del codice Bushido. E' alla ricerca di una morte gloriosa e nonostante l'ordinanza a non partecipare ad azioni operative, in quanto ufficiale superiore, togliendosi i gradi dalla divisa, il 15 Ottobre 1944, parte per una missione suicida a Luzon, conducendo di persona una squadriglia di piloti Kamikaze. Nell'azione è colpito a morte dalla contraerea americana, un'ala del suo aereo finisce sul ponte della portaerei Franklin che rimane seriamente danneggiata.
Entra, di fatto, nella strategia militare giapponese, l'idea degli attacchi suicidi.


Alcune imprese

Il 18 Ottobre 1944, è individuata dall'alto comando nipponico, la zona delle Filippine, come fronte prossimo di una battaglia (Leyte), nella quale sarà necessario impegnare tutte le forze possibili, per arginare la controffensiva americana ormai predominante.
Il 19 Ottobre 1944, all'aeroporto di Mabacalat nell'isola di Luzon, 100 Km. ad Est di Manila (Filippine), possono essere considerate, la data ed il luogo di fondazione del Corpo Speciale dei Kamikaze. Solo due giorni prima, infatti, sono avvistate nel golfo di Leyte navi americane, pronte ad effettuare un'operazione di sbarco che si sarebbe conclusa con una delle battaglie più cruente del Pacifico a favore degli Stati Uniti.

A quel momento, i giapponesi, possono rispondere con un'esigua forza di circa 100 aerei della Marina, veramente insufficienti per contrastare la forza d'urto statunitense.
Rikhei Inoguchi, è attualmente l'ufficiale più anziano della Prima Flotta Aerea della Marina, quando alla base di Mabacalat, proveniente da Tokio, si presenta l'amm. di Divisione Takijiro Onishi, designato come nuovo comandante delle Forze Aeree delle Filippine, per assumere il controllo della Prima Flotta. L'amm. Onishi, in un discorso diretto al personale responsabile della base, avverte della disastrosa situazione in cui versa il fronte di guerra del Pacifico per quanto concerne sia la Marina sia l'Esercito.
Lo sfondamento da parte degli americani con due battaglie, nella Nuova Guinea e nelle isole Marianne, sono già una realtà per i giapponesi.
L'amm. Onishi, illustra il piano studiato dal Comando Supremo Imperiale denominato "Shio " (Vittoria), nel quale fanno la comparsa, per la prima volta, i piloti suicidi. L'idea è suggerita pacatamente dall'amm. anche se in verità osservando i giovani della base, nasconde in cuor suo una certa trepidazione, comprendendo di essere un messaggero di morte. Quei piloti in ascolto, tutti ventenni, non si scompongono per nulla dall'idea del suicidio, anzi lo accettano con la più naturale adesione, in quanto rappresenta per loro, un gesto assolutamente indispensabile per il Giappone. L'ordine è perentorio: " morire arrecando il massimo danno al nemico americano". Ufficialmente, il 201° Stormo della Prima Flotta Aerea della Marina Imperiale, inizia per la storia del Sol Levante, la pratica della morte volontaria a scopo bellico, prestabilita secondo una programmazione.

La sera del 21 Ottobre 1944 il cap. Seki Yukio, proveniente dalla scuola bombardieri, ottimo pilota, con intuito innato e rispettoso del comando, essendo stato scelto precedentemente dall'amm. Onishi, si accinge a pronunciare anch'egli un'esortazione rivolta a tutti i piloti del Primo Reparto Speciale d'Attacco. Raccomanda alla sua squadriglia d'essere pronti ad immolarsi per l'Imperatore e per i cento milioni di connazionali, con il risultato di conquistare gloria e fama da essere considerati in seguito, degli dèi.
Per il cap. Seki, le prime azioni sono fallimentari, per non essere entrato in contatto con le navi americane, a causa di una cattiva ricognizione aerea. Si racconta, sul conto di Seki, che dopo aver compiuto una missione dall'esito negativo, al rientro alla base, arriva perfino a scusarsi con il suo comandante per non essere riuscito a portare a termine la sua impresa suicida.

Il 25 Ottobre 1944, parte la quinta missione suicida dalla base di Mabacalat, con 26 velivoli appartenenti all'Unità d'Attacco Speciale "Shimpu" (altro nome dei kamikaze). Sono divisi in quattro squadriglie denominate: Shikishima, Yamato, Asahi, Yamazakura (nomi presi dal poema epico dello scrittore Norinaga Moturi). La squadriglia Shikishima (poetismo della parola Giappone), formata da cinque Kamikaze su caccia "Zero", seguiti da altri quattro "Zero" di scorta, al segnale di Seki, si gettano in una picchiata folle. Quel giorno, da un riscontro da fonte americana, è confermato l'affondamento della portaerei St. Lo (CVE 63), colpita da due aerei mentre sono danneggiate altre navi. Testimone di tutta l'azione, l'asso della caccia mar.llo Nishizawa Hiroyoshi, caduto poi in combattimento.
Un'altra vittoria mirabile dei Kamikaze e ulteriore convincimento d'Onishi a continuare nel suo progetto.

Dieci azioni compiute nei mesi d'Aprile a Giugno 1945, eseguite da velivoli della Marina Imperiale e dell'Esercito, sono identificate con l'appellativo di "Kikusui" (crisantemo galleggiante). Solo una di queste operazioni ha prodotto una decina d'affondamenti e danneggiamenti per circa cento navi americane nella zona d'Okinawa. Sono però da sommare ai risultati degli altri nove attacchi effettuati da aerei, sia dell'Esercito, sia della Marina, ottenendo pertanto un totale di ventisei navi affondate e più di centocinquanta danneggiate. (Fonte dell'Ufficio Bombardamenti Strategici degli USA).

Nella campagna d'Okinawa, si attuano anche operazioni di tipo "Tai-Atari" contro aerei da caccia americani. Ciò, perché i piloti suicidi, messi alle strette dalla superiorità aerea statunitense, sicuri di non riuscire a completare l'attacco alle navi, preferiscono di sganciare in mare le bombe, gettandosi poi direttamente sugli aerei americani. Diversi attacchi del genere si registrano specialmente, nelle ultime settimane del conflitto, provocando serie preoccupazione fra gli equipaggi americani.

Ancora una storica e clamorosa operazione Kamikaze, condotta personalmente dall'amm. di Divisione Ugaki Matome, comandante della Quinta Flotta, il quale ordina una missione su Okinawa, nonostante l'Imperatore Hirohito, alle ore dodici del 15 Agosto 1945, avesse annunciato al popolo la resa del Giappone e la cessazione di tutti i combattimenti in cielo, in terra ed in mare. Il 16 Ottobre 1944, infatti, dalla base d'Oita, lo stesso amm. Ugaki, spogliatosi anch'egli dei gradi militari, con la sola spada offertagli negli anni precedenti dal grande amm. Yamamoto, si mette alla guida di undici velivoli del 701° Stormo, schierati sulla pista con ventidue uomini d'equipaggio. La missione si conclude con il rientro alla base di soli quattro aerei per noie ai motori, gli altri seguono, invece, la rotta per Okinawa. Da fonte navale americana, tuttavia, il 16 Agosto 1945 non risulta che sia stata colpita alcuna nave da attacchi Kamikaze. Se ne deduce, con tutta probabilità, anche se il fatto rimane avvolto nel mistero, che l'amm. Ugaki assieme ai suoi uomini della singolare spedizione "fuori tempo", abbiano deciso di concludere la missione con un ultimo tuffo in mare, attuando onorevolmente un "Harakiri" collettivo.


Operazioni Kamikaze in numeri.

Tutte le operazioni pianificate degli Attacchi suicidi si protraggono dal mese d'Ottobre 1944 al 15 Agosto 1945, giorno storico della fine del conflitto nel Pacifico, ma si riscontrano, tuttavia, ancora numerose azioni suicide su iniziativa personale, anche dopo tale data. Non va altresì dimenticato, che dopo la resa del Giappone, gli Americani hanno registrato ancora numerose perdite fra i marines, impegnati durante l'arco di diversi mesi, per completare la conquista di tutto il territorio giapponese, bonificando i moltissimi punti di resistenza mantenuti dagli irriducibili combattenti nipponici, nascosti nella giungla.
La guerra del Pacifico è tutt'altro che terminata il 15 Agosto 1945.
Si riporta, di seguito, una nota di alcuni dati riassuntivi delle perdite inflitte agli alleati, dalle azioni Kamikaze, condotte nelle varie battaglie effettuate nel Pacifico Sud Occidentale. Le cifre sono rilevate da fonti ufficiali, sia da parte della Marina americana, sia quella giapponese. Esistono, tuttavia, delle comprensibili differenze nelle cifre, ma si possono, in definitiva accettare come valori molto vicini alla realtà e nello stesso tempo utili per dare un giudizio alquanto oggettivo su tutto il sistema Kamikaze.

Numero degli aerei impiegati dall'Aviazione delle Marina Imperiale giapponese comprensivi della scorta: 2.314 di cui 1.228 andati perduti.
Numero delle navi americane colpite: 34 effettivamente affondate, 268 solo danneggiate, anche seriamente, da non essere utilizzate per il resto del conflitto.
Sono elencate, di seguito, le portaerei (pesanti, leggere o di scorta) affondate e danneggiate nelle varie zone operative del Pacifico.

Filippine:
Affondate:
St. Lo - Ommaney By
Danneggiate:
Franklin - Intrepid - Lexington - Essex - Hancock - Belleau Wood - Cabot - Sangamon - Suwannee - Santee - White Plains - Kalinun Bay - Marcus Island - Manila Bay - Sawo Island - Kadashan Bay - Salamaua - Reno - Denver - St. Louis - Montepellier - Nashville - Columbia.
Formosa:
Affondate: nessuna rilevata da parte americana.
Danneggiate:
Ticonderoga - Langley.
Okinawa:
Affondate:
Bismark Sea
Danneggiate:
Saratoga - Randolph - Enterprice - Bunker Hill - Lunga Point - Wake Island - Natoma Bay.

Considerazioni generali

Occorre specificare che nel complesso delle operazioni aero navali nel Pacifico, le imprese dei piloti Kamikaze, pur rappresentando una novità, sono riconosciute, secondo alcuni storici militari, irrilevanti agli effetti del risultato finale, assumendo però, un aspetto drammatico per la sua unicità. Sono poi moltissime le testimonianze concordi nel riconoscere una coercizione delle volontà dei giovani giapponesi, appena ventenni, sulla decisione del suicidio a scopo patriottico.
In realtà, l'impiego dei Kamikaze nella Seconda Guerra Mondiale, non trova alcun riscontro in altri eserciti. Azioni suicide, tuttavia, sono avvenute in varie battaglie, ma sono state sempre considerate azioni isolate, condotte su iniziativa strettamente personale. Circostanze particolari, a volte, hanno contribuito in alcuni soggetti a creare impulsi incontrollabili, tali da far compiere loro gesti fuori norma, che sicuramente in altre circostanze non avrebbero mai fatto.

Citiamo alcuni casi di soldati italiani:
il ten. pilota Bruno Serotini di Roma (medaglia d'oro) il quale il 19 Luglio 1943, sacrificando la sua giovane vita, si scaglia volontariamente, contro un bombardiere americano, proprio sopra il cielo di Roma.
(La foto a fianco a sx, per gentile concessione della famiglia)
Il cap. Giorgio Graffer di Trento, con le armi inceppate del suo caccia, il 28 Novembre 1940, si lancia contro un bombardiere inglese facendolo precipitare. Altri casi si sono registrati nelle varie Armi, ma sempre azioni isolate, decise nel momento del combattimento. Ricordiamo, ancora, il gruppo degli incursori della nostra Marina Militare, nella persona di Teseo Tesei, saltato in aria volontariamente a bordo di un "maiale", contro una nave inglese.

Sono espresse ancora, da esperti di fatti militari, interpretazioni meno poetiche e più ciniche sulla singolare questione dei piloti suicidi. Da parte loro, infatti, viene individuata la causa della nascita di questi corpi in un semplice calcolo probabilistico, fatto dagli ammiragli, sulla base di cifre riguardanti le perdite giornaliere durante gli scontri. Nei combattimenti aerei, i piloti del Sol Levante, sono abbattuti con grande facilità a causa, sia del migliore addestramento, sia delle più moderne macchine in dotazione ai piloti americani. Alla luce di questa situazione, il numero dei caccia della Marina Imperiale, diminuisce velocemente. Le probabilità di sopravvivenza dei piloti giapponesi nei cieli del Pacifico, sono quasi vicine allo zero. Da qui, l'idea di strumentalizzare con premeditazione le numerose morti.
Quindi, da un conteggio statistico, molto meno romantico, secondo alcuni giudizi storici, i sostenitori dei Corpi Speciali, riescono ad applicare la filosofia guerriera degli antichi Samurai: kamì, cioè puro spirito, contro materia.

Valutazioni da parte americana.

Gli Stati Uniti, nel 1945, desiderano eliminare quel muro d'incomprensioni, esistente già da lunghi anni, con il Giappone sconfitto, ricercandone le cause per rimuoverlo.
Alla fine della Seconda Guerra Mondiale, il Ministero della Marina degli Stati Uniti, ordina all'antropologa americana Ruth Benedict (1887-1948), d'intraprendere uno studio sul carattere nazionale giapponese.
Tale richiesta, trova un'esauriente risposta nel libro che la stessa antropologa scrive: "Il crisantemo e la spada". L'argomento trattato, costituisce uno dei saggi più interessanti sul costume popolare nipponico.
L'autrice americana, analizza attentamente gli usi e costumi del popolo giapponese ed i motivi del comportamento aggressivo durante la Seconda Guerra Mondiale, con un'obiettività quasi scientifica. Cerca altresì, le origini dello spirito Kamikaze, nella storia medievale degli antichi signori della guerra, riuscendo così a dimostrare, ancora una volta, quanto la spiritualità prevalga sul mondo materiale e quanto possa influire notevolmente un tipo di religione sulla vita di un'intera comunità.
Osserva ancora l'antropologa americana, che nello Shintoismo si contemplano solo divinità della guerra, non vi sono divinità dell'amore. Questa fondamentale peculiarità, ha spinto tutti i suoi adepti davanti alla guerra, ad un comportamento collettivo esclusivamente basato su due assiomi. Primo: uccidere i nemici della patria, con qualsiasi mezzo disponibile. Secondo: morire come un Samurai, secondo lo stile di vita contemplato, sia dal Bushido, sia nell' Hogakure, quest'ultima, opera principale scritta nell'anno 1716 da Yamamoto Tsunetomo.
Due concetti feudali, alla base di una filosofia sulla quale si fondano le gesta dei piloti Kamikaze.
Un giudizio alquanto favorevole, sulla questione Kamikaze, è avanzato da molti militari appartenenti a varie forze armate. Paradossalmente, fra tutti i combattenti, esiste di solito una reciproca stima, la quale, con passare del tempo, li unisce virtualmente, riconoscendosi scambievolmente, doti di valore e di sacrificio per la difesa del proprio Paese.

Gli stessi americani, sebbene la spietata aggressività subita dai Kamikaze, nonostante il profondo odio verso l'elemento giapponese, causa di molte perdite umane e materiali, spesse volte, ne hanno formulato un giudizio benevolo, se non altro per il loro indiscutibile coraggio. A riprova di ciò, va citata la figura del maggiore asso della caccia giapponese Saburo Sakai Il samurai del cielo >, con sessantaquattro vittorie aeree, deceduto nell'anno 2000. A guerra terminata, infatti, è stato protagonista di una serie di conferenze tenute con successo in varie città degli Stati Uniti, riscuotendo simpatie ed interesse, anche da parte dei suoi ex nemici.
Nel Luglio del 1945, ancora un'altra interessante opinione sulla questione dei Kamikaze è espressa dal contramm. della Marina degli Stati Uniti C.R. Brown. Il suo giudizio, molto riduttivo, sostiene che la tattica dei piloti suicidi, non ha costituito alcuna seria minaccia per gli Stati Uniti, bensì, potrebbe aver rinviato di qualche mese la durata del conflitto, creando, altresì, un'ulteriore componente alla decisione americana per l'uso dell'atomica.


Valutazioni da parte giapponese

Da parte giapponese si sono registrati, sia al momento dei fatti, sia dopo il conflitto, variegati punti di vista, con valutazioni molte volte diverse fra di loro. Certo, rimane impressionante tutta l'impresa, nonché, ancora di più, il lungo periodo di circa undici mesi, nel quale si protrae. Numerose personalità della vita civile, negli anni successivi alla Seconda Guerra Mondiale, sono state notevolmente critiche su questo tipo di azioni condotte dal proprio Paese. Molti altri giapponesi, hanno manifestato una certa dose d'incomprensione, verso i responsabili che spinti dalla speranza di vincere una guerra ormai perduta, si sono resi colpevoli nell'aver strumentalizzato molti giovani, costringendoli all'estremo sacrificio. Ciò, per coprire soprattutto, la propria incapacità nella gestione della guerra, davanti all'Imperatore ed al popolo.
Ancora nel 1946, il bonzo Suzuki Daisetsu, in un articolo scritto per la rivista "Sekai", inerente l'utilizzo dei Kamikaze, esprime il massimo dissenso, avanzando una severa critica alla mentalità militare giapponese, ispiratasi in analogia a concezioni del mondo germanico.

Un altro autorevole parere è espresso dall'amm. Kantaro Suzuki, nel suo libro "Fine di una guerra", pubblicato negli anni cinquanta. Scrive: "Lo spirito dei Corpi Speciali d'Attacco suicidi, suscita una religiosa ammirazione, ma rappresenta, tuttavia, il prodotto della sconfitta del Giappone".
Da parte dello stesso Imperatore Hirohito, è dimostrato nelle varie documentazioni venute alla luce nel dopoguerra, la sua disapprovazione al sistema Kamikaze ed il dubbio, spesse volte manifestato ai suoi generali, sull'opportunità di utilizzare tali tattiche.


Conclusioni

A parte le tante opinioni formulate sull'argomento dei piloti suicidi, di carattere storico, filosofico e sociologico, rimane solo da osservare, che il popolo giapponese, ancora ai giorni nostri, bensì trascorso oltre mezzo secolo, non ha dimenticato ne rimosso le drammatiche vicende di migliaia di giovani dei Corpi Speciali d'Attacco.
Moltissime cerimonie e commemorazioni avvengono continuamente in ogni luogo del Giappone. Negli anni '80 è stata eretta una stele in un parco situato nei pressi di una base aerea a Kyushu, dedicata all'amm. Ugaki Matome, immolatosi appena dopo la capitolazione.
Sono ricordati ancora gli stessi ideatori dei Kamikaze, nel passato sottoposti ad aspre critiche.

Nella giornata del 15 Agosto 2001, anniversario del discorso dell'Imperatore Hirohito nel quale annunciava la disfatta, la stampa giapponese ha riportato la notizia della commemorazione dell'amm. Onishi, fondatore dei Kamikaze. Alla cerimonia, avvenuta in un grande albergo di Tokyo, hanno partecipato noti intellettuali, industriali e politici del Governo. Alla fine, nonostante tutto, la storia consacra i Kamikaze fra i miti.

Ai nostri giorni, i massmedia associano il termine Kamikaze in modo generico, alle azioni terroristiche islamiche. Per quest'accostamento, anche se giustificato dal comune strumento del suicidio, occorre tuttavia costatare una sostanziale diversità nella tipologia delle imprese. I Kamikaze giapponesi della Seconda Guerra Mondiale, hanno sempre operato esclusivamente contro ben determinati obiettivi militari, i quali, a loro volta sono stati sempre in grado di reagire opportunamente con le armi.


( Seconda Parte )

Informazioni sui velivoli impiegati dai Kamikaze.

I velivoli impiegati dai piloti suicidi, solo inizialmente sono di nuova fabbricazione, nella maggioranza dei casi, sono macchine scartate dalla linea di volo al fronte. Le squadriglie suicide, prendono parte ai combattimenti utilizzando velivoli in dotazione nei reparti operativi, sia da bombardamento, sia da caccia. Trattasi, generalmente, d'aerei usurati o danneggiati lievemente, i quali con opportune riparazioni, sono messi nelle condizioni di effettuare un solo volo, oltre tutto sempre senza ritorno. E' da notare che la supremazia aerea degli Stati Uniti, definita da ottimi velivoli imbarcati, come il "Corsair" (sotto nell'immagine) F 4 U, il "Wildcat" F 4 F ed Hellcat" F 6 F, nonché dai famosissimi caccia terrestri "Mustang" P 51, "Lightning" P 38, "Thunderbolt" P 47, basati nei vari aeroporti, delle Hawaii, Luzon, Iwo Jima e Leyte, segna la fine della Flotta giapponese.
Elenchiamo di seguito i modelli impiegati dai Kamikaze, con alcune note informative. Nella prima fase del conflitto, si tratta dei caccia tipo "Zero", denominati anche "Zeke", i quali durante gli attacchi, si rivelano troppo leggeri a trasportare il consistente carico offensivo. Motivo che ne determina, poi, la sostituzione con i più efficienti bombardieri.

<Mitsubishi A 6 M "Zero" (Zeke) **
Lo "Zero" è un aereo da caccia rivoluzionario, spina dorsale dell'Aviazione giapponese. Progettato dall'ing. Jiro Horikoshi è costruito da tre fabbriche: la Nakajima, la Mitsubishi e dall'Arsenale Navale di Sasebo, con una produzione totale di circa diecimila esemplari distribuiti in quindici versioni.
Velivolo ad ala bassa, con un peso particolarmente contenuto di 2.750 Kg. Dotato di un motore Nakajima Sakae 31 da 1.130 HP, raffreddato ad aria, che gli consente una ragguardevole velocità di circa 500/550 Km/h.
Per quanto riguarda i piloti suicidi, la versione impiegata è la < A 6 M7>, realizzata con i requisiti suggeriti dai Corpi Speciali d'Attacco. In questa specifica elaborazione, il caccia è in grado di trasportare una bomba da 250/500 kg. ed è completamente disarmato. Entra in azione con i Kamikaze nel 1944, quando il velivolo risulta surclassato e quindi molto vulnerabile alla caccia americana. Nelle successive azioni, sono affiancati da altri caccia "Zero" armati, con funzioni di protezione. Con quest'aereo, i piloti suicidi ottengono i primi successi nella battaglia delle Filippine, distruggendo o danneggiando diverse tonnellate di naviglio dell'U.S. Navy.

**La denominazione "Zero", dipende dal modo come i giapponesi identificano i velivoli. Aggiungono sempre, accanto al nome della fabbrica, le ultime cifre dell'anno di costruzione. Nel caso dello "Zero", costruito nell'anno 1940, corrispondente all'anno 2600 del calendario giapponese, sono attribuite le due cifre finali "00". L'ulteriore nome "Zeke" è una codificazione aggiunta dagli alleati.
N.b.) per la monografia completa di quest'aereo, vedasi la pagina "Il samurai del cielo".


< Nakajima B 5 N (Kate) >
Il "Kate" entra in servizio a Novembre del 1937 nelle Forze Aeree della Marina Imperiale ed è protagonista, fin dall'inizio del conflitto, nell'attacco a Pearl Harbor. E' un monomotore ad ala bassa, con velocità di 380 Km/h. Equipaggiato con tre uomini. Costruito in circa in milleduecento esemplari con il compito operativo di bombardiere in picchiata ed aerosilurante. Diventa superato dopo la battaglia delle Midway, dove riporta enormi perdite da parte dei caccia imbarcati dell'U.S. Navy. Nel 1943, pertanto, è destinato a compiti secondari e nel 1944, in occasione della campagna delle Filippine, con la versione B5N 2, è il primo tipo d'aereo ad essere impiegato nei costituendi Reparti dei Kamikaze.
Successivamente, partecipa a diversi attacchi suicidi nelle battaglie d'Iwo Jima e quella finale d'Okinawa.

< Nakajima B 6 N "Tenzan" (Jill) >
Lo "Jill" è progettato con il ruolo specifico d'aerosilurante, costruito in millecento esemplari. E' designato come il successore del precedente "Kate". Il prototipo vola a Marzo del 1942, ma entra in linea al fronte solo a Luglio del 1944. Diventa, tuttavia, il velivolo più importante della Marina Imperiale, prende parte in quasi tutte le battaglie aeronavali. E' considerato, alla pari del famoso caccia "Zero", un'icona della guerra nel Pacifico. La cellula è abbastanza robusta rispetto alla fragilità media degli aerei giapponesi dell'epoca. E' un monomotore ad ala bassa, ha una grande cabina per ospitare comodamente tre uomini dell'equipaggio, raggiunge una velocità di circa 480 Km/h. Sotto le ali trova posto un siluro da 800 Kg; in un'ulteriore versione, in alternativa, sono previsti sei attacchi alari per il trasporto d'altrettante bombe da 100 Kg.
Si distingue negli attacchi suicidi ad Okinawa ed Iwo Jima.
Le ultime versioni dello "Jill", impiegato con il ruolo di ricognitore, sono dotate anche di radar.

< Nakajima Ki. 49 "Donryu" (Helen) >
Il prototipo di "Helen" vola nel 1939 ma entra in servizio solo nel 1941. Sono realizzati circa ottocento esemplari. Con ben otto uomini d'equipaggio, è un bimotore bombardiere medio, con un buon profilo aerodinamico ad ala media, raggiunge una velocità di 490 Km/h. E' il primo velivolo ad essere armato con un cannoncino orientabile da 20 mm. in coda. Partecipa attivamente nella fase iniziale del conflitto cino-giapponese, con operazioni nei cieli della Manciuria. Nell'autunno del 1944, è impiegato in notevole quantità dai Kamikaze, con bombe fino a 1.000 Kg. riportando diversi successi in varie operazioni.

< Yokosuka D 4 Y "Suisei" (Judy) >
Costruito in circa duemila esemplari, "Judi" è un monomotore, ad ala media, con due uomini d'equipaggio, con una velocità di 560 Km/h. Progettato per compiti di ricognizione e bombardamento. Particolare è il motore che adotta nelle prime serie, derivante dal famoso Daimler Benz DB 601 di fabbricazione germanica.
Appare in quasi tutte le battaglie del Pacifico e, con successo, in molte azioni suicide con bombe da 800 Kg.

< Yokosuka P 1 Y "Ginga" (Frances) >
Impiegato dalla Marina Imperiale, il prototipo vola nel 1943 ed è costruito in circa mille esemplari. E' un bimotore ad ala media, con un equipaggio di tre uomini, può raggiungere una velocità di rispetto, di circa 500/550 Km/h. Viene utilizzato in tutte le battaglie aeronavali. Sono realizzate due versioni: la prima è il "Ginga" P1Y 1, bombardiere con un siluro da 850 Kg. sotto la fusoliera, oppure in alternativa, con bombe da Kg. 800, la seconda versione è il P1Y 2S, costruita dalla ditta Kawanishi in pochissimi esemplari, modificati per la caccia notturna. Dopo il mese d'Aprile del 1945, è operativo con una formazione Kamikaze, basata nell'aeroporto di Kyushu.

< Mitsubishi Ki. 67 "Hiryu" (Peggy) >
Progettato per le Forze aeree dell'esercito, è tecnicamente uno dei migliori bombardieri giapponesi. Il prototipo vola nel 1942. Costruito con un'architettura abbastanza moderna per l'epoca. Possiede un ottimo disegno aerodinamico, con le ali nella posizione media rispetto alla fusoliera. E' provvisto di una capiente cabina per ospitare da sei ad otto uomini d'equipaggio, ha un'ottima visibilità generale per il suo muso e la coda tutta in plexiglas. Raggiunge una velocità di circa 550 Km/h. Il carico offensivo è di bombe per 800 Kg. oppure, in alternativa, un siluro di pari peso. L'Hyru (Drago volante) si presenta come un aereo molto versatile, per questo è adatto per le azioni suicide (equipaggio di soli tre uomini), alle quali prende parte riportando notevoli successi. Una versione dell'aereo modificata per i Kamikaze, consiste nel muso del velivolo rinforzato, completamente metallico, nel qual è applicato un percussore, che al momento dell'impatto con il bersaglio, fa esplodere all'interno del velivolo stesso, il carico bellico. Inoltre, circa dieci esemplari dello "Hiryu", sono modificati per accogliere la bomba volante "Baka".

< Mitsubishi G 4 M (Betty) >
Utilizzato dalle Forze Aeree della Marina Imperiale, assieme ai Mitsubishi Ki 21 "Sally" ed al "Peggy" Ki 67 è uno dei migliori bombardieri apparsi nella Seconda Guerra Mondiale. Progettato dall'ing. Kiro Honjo, il prototipo vola nel mese di Dicembre 1939. Avviata la produzione in serie dal 1941, è costruito in circa duemilacinquecento esemplari. Con l'attacco medio delle ali sulla fusoliera, la cellula presenta un profilo altamente aerodinamico che lo rende uno dei velivoli più "eleganti" del conflitto. Ha un equipaggio da sette a dieci uomini secondo gli impieghi operativi. Per il suo notevole raggio d'azione, circa 3.600 Km., è annoverato fra la classe dei bombardieri strategici. Questa caratteristica lo rende, tuttavia, molto vulnerabile a causa del grande carico di carburante, cinquemila litri, collocati nei serbatoi alari, diventando facile preda per la caccia americana. Inoltre, presenta alcuni difetti derivati dalla leggerezza della struttura e manca delle più comuni protezioni. I piloti giapponesi lo indicano con l'appellativo di "Hamaki" (sigaro volante). Circa duecento di questi velivoli, partecipano all'attacco su Pearl Harbor. La versione G4M 2, realizzata nel '42 è la migliore, con due motori Mitsubishi Kasei 25 da 1.850 HP, velocità di 437 Km/h. Dopo le versioni G4M 2A e G4M 2B, nel 1944 entra in linea la versione G4M 2C, progettata per gli attacchi suicidi.
Un'ulteriore versione G4M 2C è modificata appositamente per il trasporto della bomba "Baka". La velocità durante lo sgancio è di 330 Km/h e costituisce il momento in cui l'aereo diventa più vulnerabile. Nelle ultime settimane del conflitto avvengono moltissimi abbattimenti. In una sola giornata, vengono, infatti, distrutti diciotto "Betty" con le relative "Baka" dai caccia americani.
Il "Betty" è ricordato, non solo per le sue qualità tecniche ed operative, ma anche perché legato a due eventi storici del Giappone. E' il velivolo nel quale trova la morte l'amm. Yamamoto, in un agguato tesogli dagli americani il 18 Aprile 1943 nel cielo delle Isole Salomone, cambiando, di fatto, le sorti del conflitto ed è il velivolo, che nonostante il suo intensissimo curriculum offensivo, è scelto dalla delegazione nipponica, invece di un pacifico aereo da collegamento, per raggiungere, il 19 Agosto 1945, la località di Je-Shima, dove firmare la capitolazione. Forse, l'ultima dimostrazione di un virtuale simbolo di forza da parte del Giappone sconfitto.

 

< Yokosuka MXY 8 "Ohka" (Baka) >
L'Ohka "Fiore di ciliegio", rinominata dagli americani dispregiativamente "Baka" che in giapponese significa "pazza", è una vera bomba volante con pilota, disegnata dal guardiamarina Ohta Shoichi, in servizio presso Rabaul nell'Agosto del 1944. Il Dipartimento Ricerche Aeronautiche dell'Università di Tokyo coadiuva il guardiamarina nella stesura dei piani, che sono inviati successivamente, per una valutazione al Centro Studi Aeronavali di Yokosuka. Il progetto è accolto con parere favorevole. Costruita di legno, viene trasportata in zona di attacco da un aereo madre, generalmente un bimotore tipo "Betty" o "Peggy", ma all'occorrenza anche da altri tipi di velivoli modificati opportunamente. Costituisce l'arma finale con la quale si sarebbero dovute risollevare le sorti del conflitto nel Pacifico, secondo l'amm. Onishi. La cellula ha un profilo simile ad un siluro, è provvisto di una moderna capottina a goccia, con notevole visuale ad angolo giro per il pilota. Le ali in posizione media rispetto alla fusoliera, sono cortissime e data la velocità di circa 850 Km/h, raggiunta sotto la spinta di tre motori razzo, danno alla "Baka" una sufficiente stabilità. Gli impennaggi di coda, si trovano molto arretrati, sopra l'ugello di scarico dei tre razzi, provvisti di timoni direzionali (bideriva), posti all'estremità degli equilibratori. La bomba può trasportare circa 1.200 Kg. d'esplosivo sistemati nel muso. Il progetto comunque segretissimo, realizzato in ritardo, non ha riscosso molto successo. Sembra che siano stati lanciati circa centocinquanta esemplari, ma con scarsi risultati offensivi.
Nascoste nelle grotte ad Okinawa, i marines ne scoprono trecento pronte per essere impiegate; fortunatamente per gli americani, il tempo è scaduto.

Alcuni dati tecnici della MXY 8 "Ohka" (Baka)
Apertura alare m. 5,00
Lunghezza m. 6,00
Peso Kg. 440 a vuoto, Kg. 2.140 armato
Motore 3 razzi del tipo 4 MK 1, eroganti una spinta totale di circa 800 Kg.
Velocità allo sgancio dal velivolo madre di 330 Km/h.
Velocità in picchiata finale sull'obiettivo, circa 1.000 Km/h.
Velocità in volo orizzontale, con razzi accesi 850 Km/h.
Raggio d'azione 90 Km.
Carico esplosivo 1200 Kg. situati nel muso.
Equipaggio: 1 uomo.

Bibliografia:


"Il crisantemo e la spada" di Benedict Ruth - Ed. Dedalo - Bari 1989
"Storia controversa della II Guerra Mondiale" di Eddy Bauer - Ed. DeAgostini 1971
"Famous Fighters of the Second Wold War" di W. Green - Ed. London Mac Donald 1964
"Famous Bomber of the Scond Wold War" di W. Green - Ed. London - Mac Donald 1964
"Samurai" di Saburo Sakai - Ed. Longanesi 1960 - Ristampa Ed. Teadue 2001
"U.S. Naval Operations in World War II" di Samuel E. Morison - Boston 1948
"Kamikaze" di Leonardo V. Arena - Ed. Mondadori - Milano 2003
"Sfida per il Pacifico" di Robert Leckie - Ed. Mursia - Milano 1965
"The Divine wind " di Inoguchi - Nakajima - Pineau - Annapolis - Maryland 1994
"Feux du Ciel" - Pierre H. Clostermann - Parigi 1951
"Battaglie della II Guerra Mondiale " di H.A.Jacobsen e J.Rohwer- Baldini Castoldi - Milano 1974


N.B.)
Alcune informazioni sono state gentilmente concesse dall'Ambasciata del Giappone in Italia.
Per ulteriori informazioni inerenti la guerra nel Pacifico, vedasi su questo stesso sito di "Cronologia" - "Raid su Tokyo" - "Uccidete Yamamoto" - "Il Samurai del cielo" - "Bombardate Tokyo".

Estensore: RAO ALESSANDRO
raoalex@tele2.it

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