COME SI VOTÓ NEGLI ANNI DEL DOPOGUERRA

dal Referendum alla "Legge truffa"
Temendo di perdere, la DC cambiò la legge elettorale a sei mesi dal voto; finì in "beffa".
Non scattò per poche decine di migliaia di voti: lo 0,2%.
Ritenuto De Gasperi il responsabile (ma non lo era) fu la sua fine politica
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Alcuni non escludono nelle prossime elezioni politiche del 2006 un risultato simile e forse ancora più beffardo della "legge truffa".
1) I proponenti della nuova legge elettorale (pur definita da uno di loro "una porcata"; e pure questa varata dalla maggioranza a sei mesi dal voto) rischiano col nuovo meccanismo (la croce sui simboli è degna di un popolo di analfabeti - anni '800) di pareggiare i voti dell' opposizione.
2) In tali condizioni, un beffardo scherzo del destino potrebbe rendere decisivi i 7- 8 seggi degli italiani all'estero. Rendendo così suicida la agognata legge piena di aspettativa del cosiddetto (vincente) "voto agli italiani all'estero".
3) Ma la più grande beffa (verificandosi il punto 1 e 2, potrebbe essere che l'ago della bilancia dei destini del Paese Italia sia alla fine un italiano fino ad oggi al sole dei Caraibi, con in mano 1 (uno) solo voto. In questo caso un Sudamericano (anche se oriundo italiano, quindi esentasse) sbarcherà in Senato a buttare l'asso in tavola e a decidere lui i "giochi" della maggioranza.

ELEZIONI DAL 1946 AL 7 GIUGNO 1953
di TUTTE LE CITTA' ITALIANE
POLITICHE, AMMINISTRATIVE, REGIONALI


PREMESSA - Dopo il Referendum e le Elezioni per la Costituente nel 1946, una contrapposizione dominante nella vita politica italiana non si era ancora tracciata prima delle vere e proprie elezioni politiche. Queste poi si svolsero due anni dopo, il 18 aprile 1948, con in lizza un centinaio di partiti (che nelle successive diventarono 166 - vedi l'elenco sotto) e furono dominate dalla dura propaganda di una compagine che tendeva a presentare un ipotetico pericolo: quello del Comunismo in Italia.
Della ideologia del ventennio nessuno più parlava, anche se la nuova destra, il cosiddetto neo-fascismo, non tardò a manifestarsi sotto varie etichette
qualificandosi diversamente; ma poi alle successive elezioni sia amministrative che politiche venne fuori allo scoperto e nel Sud (che non aveva conosciuto la Resistenza, e per essere stata nuovamente dimenticata dai nuovi governanti) in progressione raccolse un discreto numero di voti (oltre 500.000 nel '48, che nel '53 divennero oltre 1.500.000). Poi nelle presidenziali del '55, il democristiano Giovanni Gronchi venne eletto a sorpresa, proprio con l'appoggio del MSI e del PCI, battendo il candidato ufficiale (democristiano) Merzagora.

Il 1948 era il tempo dell'Azione Cattolica e della sua lunga manus politica non solo su tutte quelle associazioni giovanili, professionali, sportive, o di lavoratori e coltivatori, ereditate dal fascismo, ma la mano era estesa anche sul nuovo partito di ALCIDE DE GASPERI: la Democrazia Cristiana.
Nella propaganda elettorale di queste elezioni del '48 determinante fu l'opera di
LUIGI GEDDA che creò e diresse i Comitati Civici. Questi furono voluti da Pio XII, ma nelle intenzioni del papa non nacquero solo per fare propaganda elettorale a supporto della Democrazia Cristiana. Pio XII non aveva fiducia nei partiti (aspri furono i dissidi con De Gasperi che temendo di perdere, gli dissero che non si doveva preoccupare  "per l'elettorato ci penserà Gedda con le sue "Crociate del Grande Ritorno").   Nè credeva Pio XII nella DC come "partito cristiano". Le sue speranze erano "....riposte nel "popolo" come depositario autentico della libertà. E i Comitati Civici dovrebbero risvegliare nel popolo questo sentimento e renderlo capace di condizionare le vicende politiche".
(L. Gedda, 18 aprile 1948. Memorie"
Abbiamo letto bene: "condizionare le vicende politiche"! - E lo scrive Gedda!

Gedda già Presidente centrale della GIAC (Gioventù Italiana Azione Cattolica) dal 1934 al 1946, già fondatore a Roma nel 1942 di una Società Operaia, già Presidente degli Uomini di Azione Cattolica dal 1946, nel creare i suoi CC e nell'adottare un piano d'azione nella campagna elettorale, si incontrò più volte con Papa Pacelli (64 udienze), e iniziò subito a muoversi con disinvoltura, dominando le masse cattoliche, riunendole, guidandole, muovendole quando e dove voleva.

Ad affiancare Gedda, il gesuita padre Lombardi che, o sulle piazze d'Italia come la "Voce di Dio", o alla radio presentato come il "Microfono di Dio", teatralmente tuonava con prediche impetuose contro i "senza Dio", contro il "pericolo rosso", contro "il male che minacciava l'Italia".
Lo scontro, frontale ed aggressivo, fu durissimo ed il clima ogni giorno più incandescente: promesse di forche ed impiccagioni sommarie da una parte, minacce di scomuniche dall'altra; fu riesumata perfino l'Enciclica Divini Redemptoris di Pio XI, che aveva definito il comunismo "intrinsecamente perverso".
"Il dilemma tra comunismo e anticomunismo", scrisse Piero Calamandrei, "non è stato solo sussurrato dai confessionali, ma gridato dai pulpiti, come scelta perentoria tra inferno e paradiso".
Nenni nel definire questa ossessione coniò l'espressione "Anticomunismo viscerale". Mentre il cardinale Siri dal pulpito di Genova tuonava "Commette peccato mortale chi con il voto favorisce le dottrine materialistiche ed atee". Mentre il cardinale Schuster a Milano rivolgeva appelli accorati ad opporsi alla "lotta del drago infernale contro il Cristo e la sua Chiesa".

Con un clima simile e con milioni e milioni di manifesti su ogni tipo di muro (non esisteva una legge che regolamentava le affissioni) e altrettanti decine di milioni di manifestini che svolazzavano in cielo in terra e in ogni luogo, i Comitati Civici di Gedda all'apertura dei seggi fecero dunque il "miracolo", ma lo fecero in quella Italia che aveva ancora la cinghia al "foro mussolini". E a proposito di fame, il 20 marzo 1948, un mese prima dalle sofferte elezioni, GEORGE MARSHALL in un discorso all'Università di Berkeley, era stato abbastanza esplicito. Affermò che "gli aiuti economici e i prestiti americani agli italiani sarebbero cessati nel caso di una vittoria elettorale in Italia delle Sinistre".
Le due minacce fatte arrivare su tutti i pulpiti delle città d'Italia e zelantemente rinvigorite in ogni più sperduta contrada e parrocchia d'Italia dai Comitati Civici, paventando agli italiani lo spettro dello stomaco vuoto e anche l'anima dannata, furono questi i veri artefici del "miracolo".

Il Comunismo era presentato dalla gerarchia ecclesiastica come l'"impero del male", "una sventura per l'Italia qualora si insinuasse nella vita civile italiana questo cancro", "una disgrazia incalcolabile", "un salto dentro un abisso dove non esiste Dio". Anche nel discorso natalizio alla radio del 22 dicembre 1946, Papa Pacelli era già stato più che esplicito: lo terminò con una invocazione che sembrò una dichiarazione di guerra: "O con Cristo o contro Cristo". Non disse proprio come Urbano II a Clermont nel promuovere la prima crociata "Deus le volt" ("Dio lo vuole"), ma questo era nella sostanza il suo messaggio.
Che Gedda prende alla lettera e con gli ex balilla rimette in piedi gli scout, con gli universitari del Guf si inventa e consolida la Fuci; con entrambi forma gli "eserciti della fede" che mobilita nelle adunate oceaniche in ogni città d'Italia, al canto dell'inno "...Siamo arditi della fede, / siamo araldi della Croce, / a un tuo cenno, alla tua voce, / un esercito ha l’altar».
Con essi crea proprio gli "Eserciti della Fede". Questi giovani di ogni età, contavano 1.800.000 aderenti e nelle mani di Gedda diventarono un vero e proprio esercito di attivisti che oltre a l'inno recitava nelle preghiere "... questa fede che abbiamo radicata in noi é fino al punto di dare per essa se necessario il sangue". Si invocava quasi il martirio, pur di vincere la competizione elettorale.

Gedda sempre frenetico e abile organizzatore si mise poi alla testa delle varie altre associazioni e organizzazioni assistenziali e culturali in precedenza guidate dai fascisti (era stato Badoglio a cedergliele) e ogni cosa che toccava (professioni, categorie, ex associazioni, ex sindacati ecc.) la trasformava in una "Unione maestri cattolici", "Unione medici cattolici" e così via: Unione degli operai, dei contadini, degli addetti allo spettacolo, della radio, dello sport, dell'editoria, ecc. ecc. Ed infine - come già accennato all'inizio - creò il suo capolavoro: i COMITATI CIVICI affidandosi a una propaganda capillare attraverso 282 Diocesi, ai Parroci di 25.647 Parrocchie, alle 66.351 Chiese, alle 3.172 Case Religiose Maschili, alle 16.248 Case Religiose Femminili, agli 4.456 Istituti di Assistenza e di Beneficenza con 232.571 assistiti e 249.042 ecclesiastici, fra cui 71.072 preti, 27.107 religiosi professi e 150.843 professe. Diventarono tutti ambasciatori di una direttiva esplicita ben chiara: demonizzare il Comunismo e i suoi rappresentanti. Bisognava ad ogni costo far vincere la DC!!

Le elezioni si tennero così in un'atmosfera appassionata e fervente di crociata contro il "male", impiegando armi temporali e spirituali, preannunciando premi e sventure. Nè mancarono i manifesti catastrofici sulla sorte del paese (in febbraio c'erano stati in Cecoslovacchia i fatti di Praga)

Come simbolo la DC per far ricordare di essere il partito di Cristo tornò a rimettere la Croce nello scudo; lo stesso scudo ricordava ai monarchici lo stemma sabaudo; e per far vedere che era pure liberale, rimise anche l'ammiccante parola "Libertas". Lo scopo era appunto quello di ottenere consensi dai fedeli, consensi dai nostalgici e consensi dai liberali. (sul concetto Democrazia "Cristiana", vedi Toniolo > ) Molto diversa da quella concepita da Toniolo, da quella formata dal PPI di don Sturzo, e da quella creata da De Gasperi nel '43.

Nel fondare il Partito Popolare Italiano, don Sturzo nel lontano 1919 aveva detto
"E' superfluo dire perchè NON ci siamo chiamati "partito cattolico" o "partito cristiano": i due termini sono antitetici; il cattolicesimo è religione, è universalità; il partito è politica, è divisione. Fin dall'inizio abbiamo escluso che la nostra insegna politica fosse la religione, e abbiamo voluto chiaramente metterci sul terreno specifico di un partito, che ha per oggetto diretto la vita pubblica della nazione".

Allora, Don Sturzo ben presto la pagò cara, le gerarchie cattoliche credendo più all' "Uomo della Provvidenza" che a lui, lo invitarono nel '23 a dimettersi dal PPI e andare in esilio per non "creare imbarazzi alla Santa Sede" che stava già prendendo contatti più o meno ufficiali con Mussolini per giungere al famoso Concordato. Il Corriere d'Italia (importante organo di stampa cattolica) il 25 giugno lo scrisse in un articolo a chiare lettere, invitando don Sturzo "a non creare impicci all'autorità ecclesiastica". E il successivo 3 luglio, un gruppo di "cattolici nazionali" pubblicò un manifesto di completo consenso al governo Mussolini e al progetto di riforma elettorale.

Liquidato Don Sturzo, il PPI lo prese in eredità De Gasperi, più accomodante, più abile in alcuni compromessi, ma poi (dopo il delitto Matteotti) diventato pure lui un antifascista, nel '29
nell'assistere alle isteriche feste del Concordato che la vittoria clerico-fascista aveva ottenuto sulle membra del cattolicesimo democratico - e De Gasperi non era di certo fra i conciliatoristi - era stato caustico con i suoi vecchi amici: "I cocchi dei trionfatori passano schizzando fango sui travolti che stentano a salvarsi sugli angoli della via" .
Era amareggiato, indignato e dissentiva pure con Civiltà Cattolica: "Da tempo si stanno trascurando i precetti della dignità. L'educazione clericale insegna a stare in ginocchio ma dovrebbe apprendere anche a stare in piedi. Così adesso sono contenti i clerico-papalini e sono contenti i fascisti. Per Mussolini é un trionfo!".
E aveva aggiunto "profeticamente": "A palazzo Colonna, riaprendo i famosi battenti, qualcuno crederà di riaprire le porte di secoli in cui s'intrecciarono lo scettro e il pastorale. Ma la realtà del XX secolo non tarderà a farsi sentire, le grandi masse ricompariranno dietro allo scenario".
"Auguriamoci che gli uomini di Chiesa non le perdano mai di vista"
(A. De Gasperi, Lettere sul Concordato, Morcelliana Brescia 1970, pag. 59).


Tuttavia il raggiante Pio XI in una sua allocuzione del successivo 24 marzo esaltò "l'opera di restaurazione dei valori religiosi compiuti dall'attuale governo" (fascista).

Ma fu quella una vittoria di Pirro; appena due anni dopo la grande "festa dei cocchi trionfanti",
si rianimava il volto fascista dell'anticlericalismo, che in breve spazzò via le associazioni cattoliche, specie giovanili. L'amarezza al di là del Tevere, fu molta, ma De Gasperi con un lavoro dentro le mura leonine, non se la sentì più di parlare, fece solo tanto silenzio che durò oltre dieci anni.

Torniamo al '48.
La partecipazione degli italiani alle urne in quel 18 aprile 1948 fu elevatissima, giungendo al 92,3 per cento. I democristiani vinsero conquistando 12.741.299 voti, 4.640.295 voti in più rispetto alle elezioni per la Costituente, il 48,5% contro il 35,2% del '46 quando a quelle stesse consultazioni PSIUP e PCI ancora insieme, avevano fatto registrare il 39,6% e quindi fatto temere l'incombente pericolo rosso !
A Milano e a Palermo la DC raddoppiò i voti, a Napoli li triplicò, a Roma li quadruplicò (vedi le tabelle).

Un trionfo di Gedda con i suoi Comitati Civici e con i suoi "eserciti della fede"?
Lui non ha mai avuto dubbi e nelle sue "Memorie" togliendosi qualche sassolino dalla scarpa, ha scritto che "...la vittoria non fu opera del Partito di De Gasperi, ma del Vaticano, dell'AC e la mobilitazione dei CC".

Oppure fu un successo di De Gasperi con la sua DC ancora informe, con dentro di tutto?
Lui ebbe solo l'impressione che a vincere era stato il suo partito; in realtà erano stati gli emergenti del nuovo potere, con ognuno "il suo" territorio, e si muovevano in questo curando non più le sorti del partito, ma - andando nelle sacrestie - solo per allargare il loro "feudo elettorale". Ognuno votava l'uomo di prestigio locale, il pio notabile che conosceva, non il partito. Questo esprimeva ideologie quasi astratte, quello invece era concreto, pratico, ci si rivolgeva poi a lui per avere un favore, un posto di lavoro, una raccomandazione. Erano capi locali che già avevano iniziato a formare piccoli loro "feudi", e questi, sempre più grandi, cominciarono ad essere dei partiti dentro il partito. Ognuno di loro aveva il suo referente ecclesiastico, i suoi finanziatori, la sua organizzazione territoriale autonoma e il suo pacchetto di tesserati da far valere al vertice del partito. Senza tessera un capofamiglia, impiegato, operaio non trovava lavoro, e l'artigiano o il piccolo industriale che aveva bisogno di finanziamenti da una banca, non andava molto lontano. E le tessere della DC nel 1948 erano già un milione, nel 1963 raggiunsero il milione e settecentomila.

A urne chiuse i democristiani oltre al successo numerico visto sopra, sì guadagnarono la maggioranza con 305 deputati su 574, ma mica potevano governare da soli con 269
all'opposizione. Cosicchè i quattro anni che seguirono furono un regime di bassa politica, una politica del compromesso e di clientelismo, e i governi - tutti temporanei - concludevano sempre poco, per non dire nulla, e al Sud meno di nulla creando delle forti tensioni.

De Gasperi dopo questo '48, cercò nei successivi due tre anni di ottenere una maggiore autonomia dalla Chiesa, di deideologizzare il partito, di allargarsi con i partiti laici, cercando di dare alla DC una organizzazione nazionale; ma all'interno della sua stessa DC il nuovo potere si muoveva da lui diversamente, conquistando (con i vari mezzi, il "clientelismo" al primo posto) i piccoli ma anche i grandi centri nevralgici della società. Stavano già nascendo le varie "correnti" all'interno dello stesso partito, che diventarono in breve tempo quattro, poi sei, poi nove, in continuo contrasto fra di loro, e quindi lotte interne, che provocarono delle vere e proprie lacerazioni, dando poi vita a estemporanei gruppi della diccì di sinistra o a correnti della diccì di destra).

Non solo il partito e le correnti entravano nell'arena Parlamento per ottenere posti e favori, ma anche il singolo deputato piovuto dalla provincia era in gara; e più che affidarsi soltanto al suo partito o alla sua corrente, cercava di conquistarsi i voti di preferenza nel suo collegio elettorale, dove avrebbe poi dispensato favori di ogni genere, e così facendo aumentava sempre di più i voti di preferenza nel suo "feudo" e con quelli in parallelo aumentava l'influenza nel proprio partito; e se non era accontentato nella spartizione del potere, era perfino capace di fare esperimenti spregiudicati. Come il caso Milazzo di qualche anno dopo. Alla presidenza dell'assemblea regionale siciliana, il democristiano Milazzo, insofferente alla disciplina del vertice che voleva candidare un altro uomo del Comitato Centrale, lui andò a cercarsi i voti a destra (MSI) e a sinistra (PCI) e venne eletto. Ovviamente fu espulso dalla DC, e si prese pure una scomunica dal Sant'Uffizio per lo sgarro. Tutta la vicenda si ripercosse negativamente sull'immagine del partito guidato allora da Fanfani. Era quello un precedente pericoloso. Ma anche l'ingerenza della Chiesa lo era.
Ma il caso Milazzo non era una cosa nuova, anzi vecchia: nel famoso Aventino alcuni deputati dei Popolari scesero dal colle e si affiancarono alla politica fascista, temendo di essere esautorati come deputati e mandati a casa, come invocava Albertini dal Corriere della Sera.

I governi formatisi dopo il successo del '48, raramente cadevano a causa di un voto parlamentare o di una questione fondamentale: più spesso cadevano perchè il capo di qualche corrente era scontento, perchè il partito non lo aveva ricompensato adeguatamente per i voti che aveva ottenuto nel suo "feudo", oppure perchè era invidioso del suo rivale che attingeva a partiti che erano incompatibili (ipocritamente) con quella DC fortemente clericale e conservatrice. Anticomunista ma anche (ipocritamente) antifascista.

I tanti Rumor (un dossettiano) i tanti Andreotti (il più a destra nel panorama interno della DC), nascono in questo periodo (a dire il vero con ottimi rapporti "personali" con il loro elettorato perchè abili e non proprio arroganti, anzi entrambi con atteggiamenti curiali).
Ma una volta entrati dentro la "stanza dei bottoni" questi fanno nascere pure le tanti leggi e leggine per far ottenere contributi ai produttori di carciofi (vedi l'aneddoto "cristianesimo e carciofi) ) o di lupini, o alle decine di migliaia di enti pubblici statali e locali (in breve tempo diventarono ca. 40.000), alle industrie private o a quelle a partecipazione statale, che spuntarono fuori come funghi.
Così, con gli interventi e i salvataggi, quelle private si rendevano subalterne allo Stato, e quelle a partecipazione statale consolidavano l'egemonia dello stesso Stato su tutto il mondo economico (ma non era nuovo neppure questo, Mussolini si era inventato le Corporazioni, e la sua eminenza grigia Alberto Beneduce creò le partecipazioni, diede olio agli ingranaggi dei meccanismi finanziari, continuati poi nel dopoguerra da Cuccia (suo genero, dopo aver sposato sua figlia Idea Socialista - questo era il vero nome della figlia di Beneduce indi moglie di Cuccia).

Che siano state le due formule (la vecchia e la nuova) un male, alcuni non la pensano proprio così. Le iniziative pubbliche andarono a colmare spazi che il capitalismo privato non avrebbe forse mai occupato, perchè timoroso dei rischi. Inoltre l'imprenditoria dello Stato e i preziosi interventi a pioggia
(anche quelli di dubbia utilità) in alcune aree risolsero il problema della disoccupazione, anzi fecero decollare le piccole imprese che da artigianali diventarono industriali. Fu insomma una forma di assistenzialismo keynesiano. Per rimanere ai due citati del periodo di cui stiamo trattando, Rumor fu una manna per il Nord-Est, Andreotti per il Lazio. E così in seguito tanti tanti altri come loro due, in Abruzzo, nel Trentino, nell'Irpina ecc. ecc.

Purtroppo questi interventi anche se avevano apparentemente fini politici, economici e sociali, mise a disposizione degli stessi politici, promotori di queste mediazioni, un potenziale di potere capace di modificare la stessa politica e gli stessi territori, perchè difettavano di una prospettiva nazionale. Ognuno pensava al campicello di casa propria, curava il suo "feudo", la sua Regione.

La DC, dopo essersi appoggiata all'A.C. e ai C.C. sostenute dalla Chiesa, in breve tempo era diventata - all'ombra di una croce sul suo scudo-simbolo - il nuovo "campo dei miracoli" degli emergenti politici scesi a Roma, spesso dalle piccole province "bianche", che erano diventate dei veri e propri potenti feudi elettorali usati poi dentro il partito come arieti.
Il modello di governo non era più basato su grandi scelte internazionali o nazionali, ma sull'azione "amministrativa" di governo (più locale che nazionale) dei singoli suoi esponenti, da un muoversi felpato nella cristalleria della politica basata su un rapporto preferenziale e al limite del paternalismo con le categorie di riferimento (agrari, artigiani, impiegati, operai, preti, monache, e dell'impiego pubblico - che a fine anni '50 contava già due milioni di posti di lavoro - ecc. ecc.)

Se - come abbiamo letto sopra - nelle intenzioni del Papa i Comitati Civici e l' A.C. "dovevano condizionare" la DC, inizia invece la nuova potente DC "partitocratica" ad attirare i cattolici e a fagocitare le loro associazioni; perfino quelle più prestigiose, come la stessa AC. Se prima Mariano Rumor in Veneto nella sua Vicenza distribuiva i suoi "santini" e si raccomandava nelle sacrestie ai preti e alle monache, dopo furono i parroci e le monache a raccomandarsi a lui, creandosi la nomina di "Pio Mariano". Poi in seguito il fondatore della corrente Dorotea - dopo aver guidato ben cinque governi - venne anche per lui il "benservito" dalla leva degli "arrivisti" che si era allevato in seno come serpi, che distribuivano "santini" più di lui, perfino nel suo stesso collegio elettorale; dove ben presto fu dimenticato (alle ultime celebrazioni del 2005 tenutesi a Vicenza, non era presente nessun politico di rilievo, o vecchio "amico" da lui beneficiato).

Gedda in una delle tante udienze, trova il Papa "molto triste" [...] osserva che l’Azione Cattolica collabora non più con la Chiesa ma con la Democrazia Cristiana", e gli parla il Santo Padre di "amare scoperte", arrivando ad affermare che "l’Azione Cattolica, per la quale sono stati fatti tanti sacrifici, non è più nostra".
(L. Gedda, 18 aprile 1948. Memorie inedite dell’artefice della sconfitta del Fronte Popolare, cit., p. 153 -154).
"In questo periodo matura il "ribaltamento" la cui trasformazione si deve soprattutto "[...] all’influenza degli uomini della Democrazia Cristiana che lavoravano per un’intesa con le sinistre..." (ib. pag. 26).

Ma anche all'interno della vera e propria DC esistevano forti contrasti, soprattutto quando l'anziano Don Luigi Sturzo fallì a Roma. Il Papa avrebbe voluto la costituzione di un’unica lista per le elezioni comunali romane fra tutti i partiti anticomunisti aprendo anche alle destre, e incaricò don Luigi Sturzo di condurre appunto l’operazione. Pio XII sulle destre, anche se poneva blandi veti, era comunque seriamente preoccupato. Gedda che voleva nel '53 ripetere il successo con la mobilitazione dei suoi CC come nel '48 scrive: "Gli chiedo se dobbiamo continuare ad appoggiare la Dc con i Comitati Civici ed Egli approva questo orientamento, ma consiglia di non attaccare le destre perché non diventino a loro volta anticlericali"
(ib. pag. 20). 

Il tentativo di Sturzo fallì (vedi nella tabella sotto di Roma, che botta tremenda prese la DC nel '52 rispetto al '48) per il rifiuto non solo di De Gasperi che si era opposto, ma di quasi tutti i Presidenti dei rami dell’AC; gli dissero no, Carretto (Giac), Badaloni (Maestri Cattolici), Miceli (Gioventù Femminile) e Carmela Rossi (Donne Cattoliche), come pure la Fuci e i Laureati Cattolici; e questo perché l’operazione coinvolgeva l’elettorato di destra. Soltanto Maltarello, presidente degli Uomini di AC, si dichiarò favorevole. Un rifiuto non perchè quelli avevano posto un veto alla destra (alcuni gruppi, erano smaccatamente già a destra ! e infatti vedi nella tabella che incetta di voti fece poi il MSI a Roma), ma perchè dentro la DC la maggior parte pensava solo alla sua candidatura personale e non al Paese e quindi (con furbizia) a destra si era spostato per conservare o guadagnare la poltrona.

De Gasperi perse il braccio di ferro, ma lo perse poi anche il Vaticano. L'Azione Cattolica (che era il nerbo della Dc) non era più nè in mano a Pacelli nè a Gedda e tantomeno avevano entrambi più in mano la DC (ormai non più degasperiana) che stava dando il benservito a Pacelli e Gedda, e con tanta ingratitudine anche allo stesso De Gasperi.
Che non era un anticlericale ma nemmeno un clericale "Niente di più lontano da lui della mentalità clericale, che confonde parrocchie e politica, banca e religione, governo della cosa pubblica e Chiesa"
(Gabriele De Rosa)

Il fallimento romano a urne chiuse ebbe effetto anche nei lavori governativi e "Inizia una grande confusione", e invece dei governi veri e propri nascono dei sottogoverni, una miriade di Commissioni che possono discutere ed emendare tutti i progetti di legge; che agiscono come miniparlamenti e possono approvare i tre quarti di tutte le leggi e leggine senza farle passare da un dibattito generale, e di solito senza dare tanta pubblicità alla cosa. Col metodo "sperimentato" ma che diventa una regola "io voto la tua leggina e tu poi voti la mia".
Iniziava quell'enorme sperpero di denaro pubblico che - moltiplicandosi i sottogoverni - porteranno in pochi anni a creare un colossale debito pubblico che i "faccendieri di stato" lasceranno poi agli italiani, e che sicuramente nemmeno i loro nipoti e pronipoti riusciranno mai a pagare.

Gedda anni dopo confermò: "La "confusione" non si manifestò soltanto ai vertici del partito, ma si estese anche alle organizzazioni cattoliche, per cui alla linea dell’ortodossia assoluta che aveva caratterizzato l’Azione Cattolica durante il fascismo e l’azione dei Comitati Civici, successe un periodo nel quale, a causa del cattivo esempio della Democrazia Cristiana, prevalse la linea di rispettare la democrazia qualunque essa fosse"
(ib. pag.30).

Don LUIGI STURZO seguitò a fare in questi anni una durissima critica allo statalismo, al demagogico populismo, a bacchettare certi politici in cerca del potere per il potere. Ma invece di ascoltare le sue (così le chiamarono) "insensate profezie", quelli lo bollarono nuovamente (la prima volta lo aveva fatto Mussolini nel '22) come " prete sinistro", e che - disse La Pira - era tornato dall'esilio "rincretinito", che era il solito "rompiscatole". Don Sturzo invece, come Dossetti aveva capito molto bene cosa stava accadendo. Dopo la "Grande abbuffata" all'indomani della fine del conflitto, molti stavano preparandosi a sedere di nuovo davanti a una appetitosa tavola, imbandita di tanti enti statali e centri di potere locali con delle proprie amministrazioni parallele che scavalcavano quelle normali. Una specie di assorbimento nella potenza magica della politica e della economia unificate.

Anche GIUSEPPE DOSSETTI nell'ottobre del '50 già aveva espresso il suo disappunto nei confronti della politica economica del governo, scarsamente impegnata dal punto di vista sociale; e anche sui temi di politica estera (Riarmo, Patto Atlantico, ecc.) aveva fatto sentire le voci del pacifismo cattolico. Nel successivo ottobre del '51, il contrasto con De Gasperi (più orientato alle cose pratiche e meno a quelle ideologiche) fu così forte che Dossetti lasciò la direzione e il consiglio nazionale della DC. In seguito si dimise perfino da deputato, ritirandosi dalla vista politica per abbracciare quella di monaco.
Dossetti è poi morto il 14 dicembre del 1996, quindi ha visto poi tutto: la nascita e il disfacimento inglorioso della Democrazia Cristiana e la fine di qualche inetto suo rappresentante.

Secondo alcuni analisti, mancò la sensibilità necessaria per rendersi conto che l'esperienza del gruppo dossettiano non andava scaricata classificandola come "sinistra" (pure lui fu bollato dai cattolici ortodossi come "prete bolscevico", "catto-comunista") ma piuttosto si sarebbe dovuta valorizzare come coscienza critica di un partito che quanto più cresceva di importanza tanto più rischiava di perdere la propria matrice originaria, ossia l'ispirazione cristiana, parallela a una maggiore attenzione verso il sociale.
Entrambi i due mettevano in guardia contro i pericoli di un neo-liberismo sfrenato, sfruttatore e corrotto. Un neo-liberismo che negli anni successivi andrà a creare solo un "valore", quello dei soldi, e una sola "libertà", quella di andare furbescamente a mettere all'estero le sedi delle proprie società ombra o per portarci i propri capitali per non pagare le tasse (l'ultimo "gioco" perverso escogitato è quello di farci le miliardarie plusvalenze). Vedremo in seguito uno di loro dire candidamente in Tv "ho portato capitali all'estero per non pagare le imposte", e lo vedremo ugualmente sedere con tanta sfacciataggine in Senato. E non è il solo! Che tipo di rappresentanti dei cittadini sono questi e da chi prendono i voti nessuno ce lo ha mai spiegato nè indicato (la forza delle alchimie!!!). Nè perchè seguitiamo a chiamarli "onorevoli". Ma questo è un altro discorso che chiudiamo qui in fretta e furia per la vergogna, perchè Internet è planetaria, "Cronologia" la leggono in molti, e non vogliamo dare all'estero una pessima immagine dell'Italia.

Veniamo al dunque. Al dopo '48. E analizziamo questo percorso di cinque anni.
Alle prima consultazione per le amministrative del '51, la DC registra (rispetto al '48) un forte calo, un calo che si ripete nella consultazione del '52, in maggio. (A Roma persero addirittura il 20% - vedi tabella)
Che nei cittadini la DC stesse perdendo le simpatie era da tempo una opinione diffusa, e non solo presso i ceti poveri quelli timorati dai mille e mille pulpiti, ma anche presso i ceti più abbienti, presso gli industriali, i commercianti, medi e piccoli agricoltori, tutti colpiti da vari raffazzonati provvedimenti legislativi del governo, sempre pronti alcuni dei suoi rappresentanti a non tartassare nel proprio collegio i latifondisti, gli speculatori, i palazzinari, gli industriali. Ma così facendo gli altri restavano a bocca asciutta.

Ancor più accentuata questa perdita di simpatia nel Sud: le masse contadine dalla DC quarantottina, erano già passate alla sinistra che stava conducendo le sue lotte all'interno del proletariato agricolo. Ma non avevano ancora risolto nulla neppure loro, e quindi anche qui nel profondo Sud, il voto era un'incognita, e proprio mentre la destra era alla ricerca di uno spazio e di una sua autonomia politica. (A Palermo la DC nelle politiche del 1948 aveva il 46% ma nelle amministrative del 1951 era scesa al 21,5%; a Napoli dal 48,4% era scesa al 23,8 %).

Nelle due scadenze elettorali le previsioni delle opinioni diffuse, ebbero dunque piena conferma. Così pure quell'incognita nel Sud: dove si registrò un successo del blocco monarchico-fascista con oltre un milione e mezzo di voti.
Suonò così il campanello d'allarme in vista delle successive elezioni Politiche. La DC, De Gasperi, la Chiesa, corsero ai ripari. Si cercarono espedienti nel tentativo di garantirsi la propria egemonia. A sei mesi dalle elezioni di fine legislatura, nell'ottobre del 1952, il consiglio dei ministri presentò "il suo espediente": una nuova legge elettorale; e poche settimane dopo - il 15 novembre - il testo definitivo. In questo testo si aboliva la proporzionale, e per la prima volta introduceva il sistema degli apparentamenti combinati con il premio maggioritario.
Preoccupati, volendo il consiglio dei ministri la legge approvarla in tempi rapidissimi per stroncare l'ostruzionismo dell'opposizione, il 4 dicembre e nei giorni
successivi scoppiarono gravi disordini, prima dentro la Camera (fu quel giorno che Calamandrei la definì "legge truffa" "congegno ruba seggi", e i promotori "ladri di seggi"), poi scoppiarono disordini in tutto il Paese, quando il 14 gennaio '53 (De Gasperi aveva chiesto la fiducia) si svolse uno sciopero generale e altre manifestazioni nelle piazze d'Italia contro la nuova legge, con pesanti interventi della Celere e centinaia di arresti.

Qualcosa del genere, di cambiare legge elettorale a pochi mesi dal voto, era già avvenuto il 21 luglio 1923 quando alla Camera fu approvata la "Legge Acerbo", un sistema all'interno di un collegio unico nazionale e il principio del premio di maggioranza, che diede - alle successive elezioni del 6 aprile 1924 - al "listone" fascista non solo la maggioranza ma pieni poteri a Mussolini. (Don Sturzo si era opposto proprio a questa legge e fu proprio per questo rifiuto (ma anche altro: la nominatività dei titoli, invisa al Vaticano) iniziò all'interno del suo PPI la spaccatura, dando così un arma demagogica a Mussolini che ne approfittò per affermare ai quattro venti: "i popolari, i cattolici sono con me, la bestia nera è solo lui don Sturzo, quel "prete sinistro"". Al di là del Tevere lo ascoltarono e diedero al ribelle prete di Caltagirone, l'invito a dimettersi, a lasciare il partito. Poi alla mozione di fiducia, Cavazzoni dei Popolari ruppe la disciplina del partito donsturziano e votò la legge Acerbo. Fu l'inizio della rotta. A raccogliere
a piene mani i frutti maturi, fu Mussolini)

La "Legge Acerbo" la ricordiamo e la riportiamo in fondo a questa pagina).

Non era quello certamente un bel precedente, nè un bel ricordo, e quindi nel '53, nessuna sorpresa se alla chiusura delle urne (ma dopo tante ore convulse nel fare i conteggi, che non finivano mai di tenere il fiato sospeso) venne fuori la "beffa". "Il popolo a un certo punto fa sempre quello che vuole"
(Vitt. Em. III); "Potere io? basta che il popolo legga un titolo sul giornale e in ventiquattrore ti ritrovi nella polvere" (Mussolini) (e non solo! non immaginava di certo di essere appeso dal "popolo" con i ganci da macellaio a Piazzale Loreto).
De Gasperi non finì proprio "crocifisso" ma, ritenuto lui il responsabile della disfatta, una buona dose di punizione la ricevette, e non dal "popolo" ma da chi credeva di avere in mano la DC soprattutto clericale, ed era cosciente che la destra era ben presente (e latente) nell'elettorato cattolico.
Ma pur cosciente, anche De Gasperi, lui con onestà non voleva fare il Cavazzoni di turno perchè "Ammaestrati alla scuola dell'esperienza siamo persuasi che il radicalismo in politica è il più nefasto di tutte le questioni".

L'approvazione della "Legge Truffa" e il suo fallimento, la leggeremo più avanti.

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ANDIAMO ORA - per capire - A VEDERE IL VERO E PROPRIO
"PANORAMA" ELEZIONI


I RISULTATI DI 5 ELEZIONI NELLE 92 CITTA' ITALIANE DAL 1946 AL 1955
( in certe regioni furono anche 8 )

Abbiamo qui rinunciato a qualsiasi semplificazione che avrebbe portato un elemento soggettivo, nuocendo alla completezza dei dati. Forse la lettura sarà un po' faticosa, ma sarà evitata l'impressione di alterazioni e la possibilità di errori.
E' questa la storia delle elezioni di quasi un decennio, tracciata con un linguaggio crudo ma preciso dei numeri.

Per le elezioni amministrative, si sono riprodotti i risultati delle elezioni del Consiglio comunale, della prima consultazione (1946) e della seconda (1951-52), in un unica serie per ciascuna.
Per le elezioni politiche e per quelle regionali ove queste si sono svolte, si sono riprodotti i risultati integrali nell'ambito della circoscrizione del Comune considerato.
Si è qui evitato di dare un quadro riassuntivo generale (che direbbe poco - ma che comunque riportiamo nelle ultime pagine) perchè si vuole qui invece far balzare in modo evidente le profonde differenze che - in epoche diverse e in città diverse - caratterizzarono le consultazioni elettorali.

Le prime elezioni amministrative, limitate ai soli Consigli comunali, furono tenute in ordine sparso, in più giornate, raggruppate in più serie. Si cominciò il 10 marzo 1946; per cinque domeniche consecutive, sino al 7 aprile, e in molte zone d'Italia furono quelle le prime elezioni che si tennero dopo una pausa di più di venti anni. Si continuò a novembre, per altre zone, in più giornate. Mentre in alcuni comuni si votò anche più tardi.

Frattanto si erano tenute, il 2 giugno 1946 le prime elezioni generali, era la prima cartina tornasole di un elettorato che aveva ancora davanti a casa le macerie, i parenti ancora nei campi di concentramento, i propri morti ancora caldi, gli stracci addosso e una fame nera nera.
Sia alle prime elezioni comunali, sia alle elezioni della Costituente, abbinate al referendum istituzionale, si andò con lo slancio di quel periodo della riconquistata libertà e dell'unità democratica nazionale, proteso lo sguardo al futuro, senza le forti contrapposizioni che si manifestarono poi dinnanzi a tutte le consultazioni elettorali successive a partire da quelle del '48.

Non vi erano, prima di allora - lo abbiamo detto all'inizio - le destre qualificate nelle forme che poi non tardarono a manifestarsi, né vi erano le posizioni di destra che non molto piú tardi trovarono sede dietro le etichette che allora tenevano a qualificarsi diversamente. I maggiori partiti erano allora uniti nelle responsabilità di governo. Non vi è caso, ed è anzi assai significativo, che considerando ora retrospettivamente le successive elezioni, si trovi difficoltà a definire le qualifiche di centro o di destra di talune formazioni del 1946, e a segnare un limite, che riesce in definitiva impossibile, tra esse. Si rispecchiano, in tali caratteristiche, la situazione di allora, e le radici, che già vi si trovavano, degli sviluppi successivi.

Mancava, allora, l'esperienza elettorale. Non che non fossero attivi i molti che conservavano la memoria delle consultazioni elettorali di venticinque anni prima, e partecipavano alla ripresa dopo aver dato, allora, non secondaria partecipazione; ma era cosí vivo in tutti, in essi medesimi non meno che tra i piú giovani, il senso del nuovo - delle nuove condizioni, dei nuovi problemi, delle nuove esigenze da soddisfare - che il passato aveva valore di ricordo, non di modello cui si potesse fare riferimento: né poteva essere diversamente per alcuno, dopo il trascorrere di un quarto di secolo appesantito da tanti drammatici avvenimenti.

Quadri nuovi, nuovi candidati, nuove aspirazioni protese a una esperienza nuova furono le caratteristiche di quelle prime elezioni. Il contrasto acuto sulla questione istituzionale trovò limitato riflesso nel panorama delle liste, e nel quadro dei risultati di lista, anche nelle elezioni politiche del 2 giugno '46; ancor meno nelle liste, nelle candidature e nei risultati delle amministrative di primavera e di autunno; e si accentuò soltanto in talune zone del Paese (e si vedono bene questi diversi risultati nelle tabelle delle singole città d'Italia)

Alla terza consultazione ebbe ruolo dominante la contrapposizione che si era frattanto tracciata nella vita politica italiana. Infatti le elezioni politiche del 18 aprile 1948 furono dominate dalla dura propaganda che tendeva a presentare un ipotetico pericolo di sinistra: quanto fossero influenti i mezzi nuovi dei quali tale propaganda si valse, e quelli operanti in sordina rispetto all'impostazione pubblica della campagna elettorale della stampa e dei discorsi, quelli del sabato o della domenica elettorale rispetto ai comizi e alle manifestazioni del venerdí e delle precedenti giornate della propaganda nelle piazze, lo si imparò dai risultati.

Nelle elezioni politiche del 1948 la destra si presentò per la prima volta, se pure entro limiti modesti, inferiori al 5% dei voti, nelle sue formazioni palesi, poi rimaste del Partito monarchico e del cosiddetto Movimento sociale; scomparvero le formazioni mimetizzate, o equivoche, o miste del 1946, in parte qualificandosi al centro o convergendo a particolar beneficio del maggiore partito del centro e della maggioranza governativa, la Democrazia Cristiana.

Il ricatto della paura giocò nelle elezioni del 1948; ma non giocò piú allo stesso modo, benché la propaganda del centro ne ripetesse sovente i motivi, nelle amministrative del 1951-'52.
Le prime (con 18 milioni di elettori) furono ripartite in due domeniche della primavera 1951 - il 27 maggio e il 10 giugno. L
e seconde (con 10 milioni di elettori) nel 1952 - il 25 maggio. La differenziazione, e l'intervallo di un anno intero tra il primo e il secondo gruppo, attenuarono l'impressione d'insieme dei risultati. Il calcolo dei voti si differenziava inoltre dal calcolo degli eletti, per il sistema maggioritario ovunque applicato, ma diverso nei Comuni inferiori e in quelli superiori ai 10.000 abitanti. Nei comuni minori, che sono in Italia piú dei nove decimi, per quanto in essi risieda e voti meno di metà della popolazione nazionale, riusciva impossibile un calcolo complessivo e una qualificazione comparabile dei voti; per giudicare degli spostamenti di indirizzo delle amministrazioni, l'elemento comparativo, scavalcando le indicazioni del 1948, era quindi fornito solo dall'esito delle precedenti elezioni amministrative, svoltesi in tutt'altre condizioni, e con schieramenti e con impostazioni ben diverse.

LA "LEGGE TRUFFA"

Nei Comuni maggiori, ben si riscontrò (e le tabelle sotto ce lo dicono ampiamente) che l'orientamento pubblico non era piú il medesimo del 1948; e che i risultati di quel 18 aprile, ottenuti in forza di artifici elettorali e di pressioni clericali, non ancora del tutto sperimentate e valutate solo dopo compiuta la prova, non si mostravano stabili, né tendevano a ripetersi; ma l'attenzione pubblica fu in gran parte attratta dal nuovo sistema elettorale, che, abolita la proporzionale, per la prima volta introduceva il sistema degli apparentamenti combinati con il premio maggioritario. Dalla prova sperimentale nelle elezioni comunali del 1951 e del 1952 nei centri maggiori, si passò al tentativo di introdurre un sistema di tal genere anche per le elezioni politiche della Camera dei Deputati, e alla battaglia che ne seguì, nel Parlamento negli ultimi mesi del 1952 (il resoconto stenografico del 4 dicembre fu perfino distrutto nei gravi disordini alla Camera trasformata in un ring fra pugni calci e schiaffi), e nel Paese nei primi giorni del 1953. Infatti il 20 gennaio ci fu uno sciopero generale contro la "legge truffa". Ma nonostante ciò il 21 dello stesso mese la Camera l'approvò dopo una estenuente seduta di 70 ore, con 332 SI e 17 NO. Tutta la sinistra aveva abbandonato l'aula. Ci furono incidenti nelle manifestazioni di protesta in tutta Italia. Tuttavia il 29 marzo anche il Senato in un'altra estenuente seduta di 77 ore e 50 minuti - tra nuovi incidenti e proteste dell'opposizione - approvò la nuova legge elettorale con 174 Si e 3 astenuti; ma anche qui per protesta l'opposizione aveva abbandonato l'aula.

Seguirono proteste di vari senatori contrari alla riforma elettorale, altri scioperi con numerosi arresti, invito al Presidente della Repubblica a non firmare la "legge truffa". Einaudi invece il giorno 31 promulgò la legge, sciolse in anticipo rispetto alla scadenza Senato e Camera, e fissò le nuove elezioni politiche il 7-8 giugno. Proprio su richiesta di quel governo che - per la paura di perdere - si era in pratica votata la legge da solo, sollevando non poche perplessità. Stessa procedura al Senato dove PARRI pur essendo del PRI (un apparentato alla DC) si dimise per protestare contro quei metodi autoritari, dittatoriali, vergognosi. Nulla da invidiare con quelli precedenti.

Chissà con quanta arroganza e prepotenza avrebbero governato se avessero vinto. Qualsiasi cosa avessero fatto avrebbero sempre ripetuto il solito demagogico monotono discorso: "il popolo ha scelto noi, e noi così governiamo!" cioè "il popolo ha esercitato la sua sovranità". (cioè le stesse cose che a suo tempo aveva detto Mussolini all'indomani del risultato ottenuto con la legge Acerbo)

Fu sotto tal segno - con una DC che dava già la vittoria per scontata e con le sinistre con una tristezza ferale, convinta di essere stata scippata - che ci si avviò alla terza consultazione politica generale.
Queste elezioni del 7 giugno 1953, a un anno di distanza dal secondo turno delle amministrative, furono caratterizzate da una lotta contro quella che è rimasta popolarizzata come "legge-truffa", dalla lotta per la difesa di un Parlamento democratico e contro un nuovo monopolio del potere; lotta che fu vinta dagli elettori, poiché il risultato del voto del 7 giugno impedí per una manciata di voti che il sistema così bene architettato potesse entrare in funzione.

Qual'era il pericolo? che il premio di maggioranza al Senato applicato in ogni singola regione avrebbe portato a aggregazioni poco stabile e disomogenee (*). Ma anche alla Camera vi era un pericolo: i singoli partiti una volta fatto incassare su base nazionale il premio di maggioranza a quella compagine che aveva inventato l'espediente, potevano anche sparire, non erano più necessari. Sarebbe bastato uno solo di partito, quello di governo, ovviamente di monocolore, cioè tutto DC. Cioè una vera e propria dittatura (ed è ciò che aveva ottenuto con il fascismo Mussolini nel '24).
( *) Furono penalizzati alcuni partiti della sinistra, che con l'approvazione della legge elettorale furono costretti pure loro sacrificare l'unità interna, provocando l'allontanamento di uomini di prestigio. Cioè dovettero pure loro presentare liste separate (anche se apparentati).


LA BEFFA

Altro che vittoria scontata; a elezioni concluse ci fu anche la beffa, perchè l'espediente di voler cambiare a sei mesi dal voto la legge elettorale, la "legge truffa" non scattò per pochissimi voti; sarebbe bastato uno scarso 0,2%, cioè dei banalissimi 57.000 voti per ottenere il premio di maggioranza; i voti di un comune di una piccola cittadina es. come Terni, per vincere.
DC e i suoi alleati invece tra la sorpresa generale toccarono solo il 49,85% di voti. Mentre l'artificio della nuova legge elettorale avrebbe dovuto garantire un premio di maggioranza solo al raggiungimento del 51,01% dei voti, assegnando in pratica il 65% dei seggi, che "avrebbero così fornito alla DC una base di forza per una politica più decisa e libera da condizionamenti".

O almeno così dissero i promotori della "legge truffa". I maligni invece insinuarono che se l'avessero ottenuta questa "forza" avrebbero ancor più moltiplicato e istituzionalizzato le correnti di potere rendendo ogni scelta di governo ancor più problematica. La dittatura sarebbe stata non più esercitata da un uomo solo (di non lontana memoria) ma da un piccolo gruppo di notabili scesi dalle valli.
Alcuni politici questa riforma, la magnificavano, dicevano che era per il progresso, ma forse erano infatuati per un solo motivo, sicuri di perdere il loro collegio quella legge era l'unica speranza di migliore fortuna. Per gli altri invece ci furono seri dubbi affermando che una Camera che stava giungendo quasi alla fine del suo mandato non era più la rappresentante della volontà degli elettori, e quindi non aveva il diritto di mutare così in fretta e furia una delle fondamentali leggi politiche dello Stato.

(ricordiamo qui, che il famoso listone di Mussolini, con la Legge Acerbo, prese proprio il 64,9 % e potè contare 356 deputati che la legge attribuiva alla lista vincitrice, oltre che sui 19 eletti nelle liste dispersive ma fiancheggiatrici. Ma di questi 375, solo 275 erano iscritti al PNF, anche se poi presero la tessera pure gli altri, salvo doversene tornare a casa con le pive nel sacco, pur avendo contribuito al successo fascista).

La delusione a urne chiuse fu così tanta e così cocente, che i perdenti volevano invalidare i voti per millantati brogli e tornare alle consultazioni. Alcide De Gasperi (ma la pagherà cara!) e perfino lo stesso Scelba (che nelle piazze d'Italia con la sua "Celere" non era per nulla morbido) con una ammirevole responsabilità si opposero risolutamente, dimostrando che avevano più lucidità di alcuni "pazzi". Scongiurarono questa scellerata scelta che (con un'altra rovente campagna elettorale), avrebbe potuto portare nelle già surriscaldate piazze del Paese a uno vero e proprio scontro, perfino incontrollabile sul piano dell'ordine pubblico; il timore era una guerra civile.

Ma al di là delle tensioni che avrebbero provocato nuove elezioni, i due (e soprattutto De Gasperi) avevano ormai chiaro il dato politico, che la legge truffa non solo non aveva fatto guadagnare voti, ma li aveva fatti perdere. Anzi la Dc aveva perso pure gli alleati.

L'analisi era esatta ma fu anche la fine politica di De Gasperi, forse perchè - a parte i noti contrasti - nel quadro dei colloqui si era incontrato con Togliatti segretario del PCI e con Nenni segretario dei socialisti. Che il Vaticano non gli perdonò mai; ritenne infatti lui il responsabile di questa disfatta.
In effetti la causa non era dello statista trentino, è che erano iniziati altri tempi, gli italiani anche se nel '53 mangiavano ancora pane e mortadella, avevano la voglia di diventare dei protagonisti e ognuno con le proprie idee fra le quali quelle concrete, e Gedda non riuscì a ripetere il "miracolo" del '48. La "grazia di Dio" la si riceveva ormai solo nelle segreterie locali dei partiti e la "provvidenza" dalle stesse mani dell'Onorevole, o da un suo amico, o da un amico dell'amico dell'amico dell'Onorevole.

L'autorevole uomo di stato Trentino, incaricato poi da Einaudi a formare il nuovo governo (era il suo VIII) dovette subito rinunciare. Il 28 luglio si presentò alla Camera per la fiducia, che non gli fu concessa. Voti contrari 282 (PCI e PSI, PNM e MSI), a favore 263 (DC), astenuti 37 (PSDI, PLI, PRI). Se diamo uno sguardo a due partiti del no (PNM e MSI che poi, il primo darà invece la fiducia a Pella e l'altro si asterrà) e a due partiti degli astenuti (PRI e PLI), troviamo la poca "riconoscenza" al De Gasperi statista, un vero e proprio abbandono di vecchi alleati e un tradimento di amici nella stessa DC, che se faticò poi nel dare una chiara indicazione su altri nomi, era comunque scontato che l'ordine di scuderia era uno solo: di dare al trentino una bella punizione.

Scelsero l'oscuro biellese Giuseppe Pella (viscerale anticomunista con simpatie destrorse e anche memore di uno sgarro ricevuto da De Gasperi). Nel formare il suo governo non offrì nemmeno un dicastero a De Gasperi. Lui si aspettava almeno un ministero, sicuramente quello degli esteri - E chi del resto era più esperto di lui ! - Invece Pella lo trattenne per sè, creando in seguito in quella veste non pochi problemi, all'Italia, a Tito, ai Russi e agli stessi Americani (nei panni di ministro degli Esteri, in un incontro in America, aveva affermato di preferire in Italia una guerra atomica piuttosto che darla vinta alle sinistre. E quando - per aver tergivisato alcune affermazioni di Tito, ammassò l'esercito italiano nel Nord-Est, fece tenere il fiato sospeso in Italia e in Europa). Pella, durò poco, nemmeno quattro mesi, il necessario tempo per mitigare all'interno della DC i contrasti e così far nascere nuove correnti.

La DC dopo aver in questo modo liquidato De Gasperi, per farsi perdonare lo sgarbo, gli diede un contentino, nominandolo segretario del partito; ma anche dentro lo stesso partito De Gasperi trovò dei "nemici"; lo votarono 49, mentre 22 suoi "amici" infilarono scheda bianca. Fu la morte politica di De Gasperi; con la morte vera ebbe invece l'appuntamento pochi mesi dopo, nel suo amareggiato ritiro a Sella di Valsugana, il 19 agosto 1954. ( vedi Biografia di De Gasperi e la Democrazia Cristiana").
Gli sopravvisse per altri cinque anni Don Sturzo, pur nato dieci anni prima di lui.

Fanfani appena due mesi prima - il 26-29 giugno - al Congresso DC di Napoli, pur essendo il suo più temibile avversario, sposò la sua linea, rivendicò l'indipendenza della sfera politica dalla Chiesa e venne eletto segretario proprio con l'appoggio del suo ex avversario De Gasperi. La Chiesa non rimase però a guardare, rafforzò i settori di destra (che fino allora latente, sentendosi protetta, potè esprimere sempre più la sua arroganza), schierò un organico reazionario-conservatore, e dispiegò un interventismo politico più scoperto di prima, ben decisa a piegare la DC e il governo alla sua politica, perchè la DC era convinta con il suo elettorato cattolico di avere ancora un peso determinante. Puntando ai valori cristiani, operò con una ondata oscurantista in molti settori della vita pubblica (stampa, cinema, spettacoli e libertà civili - famoso il processo di Prato su una coppia che si era unita in matrimonio col rito civile, additata dal pulpito "pubblici peccatori, e l'unione bollata uno "scandaloso concubinato").

Fanfani avrà la vita molto difficile, molto simile a quella di De Gasperi.
Il 22 AGOSTO 1957 - Fanfani viene duramente criticato dall'Osservatore Romano, per aver detto in un discorso celebrativo di De Gasperi: "la DC è autonoma, e non è legata alla gerarchia ecclesiastica". Il giornale del Vaticano ribadisce: "la politica è subordinata alla morale, e la morale è insegnata dalla chiesa". In sostanza dove non c'è la Chiesa ma un laico, là non esiste la morale.

Discusso, osteggiato, privato della base, soprattutto quando ottenne qualche successo come presidente del Consiglio (programmazione economica 1960-62, gli anni del "miracolo"); contro Fanfani si coalizzarono forze interne, e non solo della destra democristiana. Lui formava governi (ne guidò 6) e i franchi tiratori glieli affossavano, infine fu scalzato anche dalla segreteria del partito e da ministro degli esteri. Il suo attivismo spaventava molto, dentro e fuori da Palazzo Sturzo, di qua e di là del Tevere).
Con tanto attivismo, un po' di riconoscenza se l'aspettava, e quando venne il momento, sperava in una presidenza della Repubblica, ma fu umiliato, gli diedero solo 7 voti, e lo dileggiarono pure: alcuni suoi "amici" scrissero nella scheda "nano maledetto - non sarai mai eletto".

Quanto alla Chiesa i successi fino allora ottenuti (con gli anatemi dai pulpiti, o con le processioni dell'anno Mariano che percorsero in lungo e in largo tutta l'Italia, provocando nel popolino scene d'isterismo - in ogni luogo avvenivano miracoli con la Madonna "piangente di dolore"... "per il pericolo rosso incombente") apparvero nel '53, tutti questi mezzi per arrivare a un fine, che però erano ormai fragile e superato nelle nuove realtà del Paese. Così assieme al risultato negativo, tramontò anche il progetto egemonico di Pacelli, il cui cardine fondamentale era il controllo della Chiesa sulle masse e sui sistemi politici nazionali.
(tuttavia questo progetto non era una cosa nuova nella lunga travagliata storia italiana - nè sarà l'ultimo, perchè ancora oggi già qualcuno prevede in tempi prossimi futuri, nuove processioni, nuovi miracoli, nuovi anatemi (contro il temuto "relativismo", il cui significato nemmeno un votante o un fedele su cento sa di che cosa si tratti), e nelle piazze non sono per nulla esclusi i tanti "casini","ruine" varie, e qualche nuovo "messia" già in circolazione affrancato al di là del Tevere.

Ci sovviene un monito di non lontana memoria, quando ci fu il momento di maggiore apertura nell'Italia contemporanea. Di Giolitti: "Libertà per la Chiesa e per lo Stato sotto l'autorità dello Stato, perchè non ammetto che alcun potere in Italia possa avere autorità che sia al di sopra dello Stato, perchè lo Stato rappresenta tutta la nazione, che è al di sopra di tutte le religioni, di tutte le sette, di tutti i partiti politici. Noi, in quanto alla politica ecclesiastica, crediamo che non vi siano cambiamenti da fare. Noi camminiamo per la nostra via, senza occuparci delle osservazioni che ci possa fare. Il principio nostro è questo, che lo Stato e la Chiesa sono due parallele che non si debbano incontrare mai. Guai alla Chiesa il giorno che volesse invadere i poteri dello Stato". (dalle "Memorie della mia vita" di Giolitti . Su questo stesso sito).

I responsabili della "caporetto elettorale" del '53 e di questo tramonto delle velleità pacelliane in stile quarantottino, sfruttando gli allora disagi e paure, non furono invece nè di De Gasperi, nè di Fanfani che si era convertito a lui, ma gli assennati italiani. Gli interventi repressivi che la Chiesa aveva imposto ai governi ebbero un effetto controproducente sull'opinione delle grandi masse. E anche se non venne meno il cattolicesimo come fede e culto religioso, l'influenza della Chiesa sulla politica divenne sempre minore, la rivoluzione del costume, la crescita economica, le strutture della società moderna, favorirono la penetrazione nelle coscienze individuali in quella che è la divisione tra Stato e Chiesa.
(alla famosa delusione sul referendum del divorzio nel 74, Il laconico comunicato di Avvenire, traspirava amarezza e sconfitta, ma tuttavia era (pur in gravissimo ritardo) cosciente che era avvenuto un grande mutamento: "Anche se milioni di italiani hanno votato contro il "divorzio" hanno prevalso i "No". Dobbiamo prendere coscienza che si é dinanzi a un mutamento di costume e di cultura" - Ma che scoperta !!! Ci voleva così tanto? vent'anni per capire che le posizioni più integralista espresse da parte della gerarchia ecclesiastica, nella realtà non erano condivise dallo stesso elettorato cattolico e soprattutto quello femminile (che nel non divorzio erano solo loro - con i matrimoni sbagliati o imposti - a vivere l' "inferno"). (vedi i voti e il clima)

Ma soprattutto causa prima della disfatta furono alcuni (precisiamo "alcuni" non tutti) politici della Democrazia Cristiana che trasformarono l'ideologia cattolica che l'animava in ideologia del potere, saldamente conquistato ognuno nei propri "feudi". E - sempre più indeboliti - per non perderlo del tutto, richiamandosi, opportunisticamente agli evangelici contenuti sociali del cattolicesimo, e rispolverando (sempre opportunisticamente) all'ingrosso il sociale di Murri, Sturzo, Toniolo), prima, nell'agosto dello stesso '53, a Belgirate, diedero vita alla corrente democristiana di base, che diverrà negli anni successivi una delle componenti essenziali della sinistra democristiana) poi iniziarono i primi dialoghi con i socialisti che nel breve volgere di qualche anno porteranno alla formula governativa di centro-sinistra. Anche se vi fu una blanda minaccia di scissione dentro la DC clericale, fondamentalista: minaccia di andare a creare un "Partito Cristiano" tutta Fede e tutta Chiesa - cosa non nuova neppure questa!. E nemmeno mai abbandonata !).
Una formula quella del centro-sinistra, che non fu desiderata solo da alcune forze politiche, ma anche da alcuni (piuttosto concreti) industriali, e prima di tutti il presidente della Fiat Valletta, che in una intervista al Messaggero il 26 giugno 1962, affermava "Il governo di centrosinistra è un frutto dello sviluppo dei tempi. Non si può e non si deve tornare indietro. Io ne sono un fautore". - Ma anche il potente presidente dell'Eni Enrico Mattei, diede il suo appoggio alla "novità" venuta fuori a Belgirate.

Appena due anni prima, il cardinale del San'Uffizio Ottaviani, aveva rinnovato la scomunica nei confronti dei comunisti emessa nel 1949 e l'aveva estesa non solo ai socialisti (sempre più amici dei diccì), "ma anche a quei cattolici che come Milazzo in Sicilia..." (ricordato all'inizio di questa pagina) "avevano disubbidito alle gerarchie della Chiesa e della DC".
Gli anatemi servirono a poco. Dimostrarono semmai sempre di più di essere distanti dal Paese reale e poco attenti alle dinamiche sociali; e che le crisi di valori (*)- nel turbinio delle modernità - si erano verificate senza che loro se ne accorgessero, salvo qualche parroco in "prima linea" (Don Mazzi) che però fu subito richiamato all'ubbidienza dalla gerarchia, la maggior parte composta da intransigenti conservatori.
(*) Pur annaspando nel "vuoto" dei valori e delle scelte ideologiche. Del resto anche il più informato, o di sinistra, o cattolico, o di destra, non ci capiva più nulla; da una certa stampa apprendeva che c'erano preti "rossi", "preti bolscevichi", "catto comunisti", mentre dalla stampa cosiddetta di sinistra apprendeva che c'erano preti "fascisti" schierati con i più retrivi borghesi, latifondisti e sfruttatori. Alcuni uomini Dc andavano predicando il pacifismo mentre altri dello stesso partito volevano usare le bombe atomiche per eliminare i "rossi" (Pella). Altro che evangelismo sociale o ripudio alla guerra! Sia nell'uno che nell'altro caso c'era - se uno cercava di capire - da mettersi le mani nei capelli).

Anche gli stessi politici capivano poco e avevano fatto proprio "nulla", ma per fortuna ancora una volta furono gli italiani a fare molto. Ci fu solo un onesto democristiano ad ammetterlo anni dopo, su "La Repubblica", l'industriale senatore Piero Bassetti:" Abbiamo capito subito e ci siamo resi conto che non avremmo saputo dirigere la società italiana. Il Paese, fuori, era più forte della politica, e anche più intelligente. Non fare nulla fu la scelta migliore di tanti provvedimenti governativi. Il paese fu così lasciato nella logica della foresta e per fortuna ci è andata bene".
Anche lo stesso Andreotti, si definiva "una persona consapevole dei suoi limiti, ma anche sicuro di non vivere in un mondo di giganti". Di veri statisti in giro proprio non si vedevano.

Torniamo alle elezioni.

Dunque, né i motivi rilevanti della propaganda elettorale del 1948, né quelli del 1953, né quelli, partecipi degli uni e degli altri, esercitati nel 1951-'52, furono operanti allo stesso modo. Un raffronto delle impostazioni di quelle campagne elettorali trova limitata rispondenza nella nuova problematica; e ancor meno può farsi riferimento al quadro obiettivo del 1946.
Valutare i risultati elettorali mal si potrebbe, se non si tenessero presenti i sistemi di voto e di scrutinio di volta in volta applicati. Per quanto essi siano largamente noti, non sarà inutile riassumerli, perché si possano meglio classificare i risultati. Come è ovvio, le tabelle che seguono riportano semplicemente i voti - in numero assoluto e in percentuale - e i voti sono sempre una medesima entità, come tale costante e direttamente comparabile.

Le prime elezioni amministrative si svolsero con duplice sistema: differenziato per i comuni superiori ai 30.000 abitanti, o capoluogo di Provincia, anche se con popolazione inferiore; e per i Comuni, non capoluogo di provincia, aventi popolazione sino a 30.000 abitanti.
Ai Comuni maggiori si applicava il sistema proporzionale con il metodo d'Hondt: e cosí, pertanto, si sono svolte le elezioni nel 1946 nei Comuni dei quali qui nelle tabelle sono riportati i risultati.
Ai Comuni minori - sino ai 30.000 abitanti - si applicava il sistema maggioritario plurinominale col voto limitato ai quattro quinti dei consiglieri da eleggere (voto espresso per singolo candidato, a qualsiasi lista appartenesse, oppure con segno al simbolo di lista, e in tal caso calcolato per tutti i candidati compresi nella lista corrispondente, e non cancellati); con elezione, quindi, dei candidati che raccogliessero maggior numero di voti, la rappresentanza della minoranza essendo assicurata dal limite del voto, da parte di ciascun elettore, a non piú di quattro quinti dei componenti il Consiglio comunale.
Questo sistema è stato mantenuto invariato, sia nella riforma del 1951, sia in quella successiva; ma limitato, in entrambe, ai Comuni sino ai 10.000 abitanti.

Nelle elezioni amministrative del 1951-'52, ai Comuni capoluogo dì provincia, ed altri aventi popolazione superiore ai 10.000 abitanti, fu applicato il sistema degli apparentamenti e del premio maggioritario, con abolizione della proporzionale. Introdotta la facoltà di apparentamento tra le liste, alla lista isolata o al gruppo di liste apparentate che avesse raggiunto la maggioranza semplice dei voti furono attribuiti i due terzi dei seggi, da ripartirsi tra le liste apparentate proporzionalmente, con il metodo del quoziente naturale; allo stesso modo il terzo restante dei seggi consiliari veniva ripartito tra tutte le altre liste.

La legge elettorale successiva ha abolito tale sistema, e ha ripristinato il sistema proporzionale, con il metodo d'Hondt, estendendolo a tutti i Comuni superiori ai 10.000 abitanti, mantenendo per gli altri le norme stesse delle precedenti elezioni.
Le elezioni politiche della Costituente si sono svolte, nel 1946, con il sistema proporzionale, con il metodo del quoziente corretto con l'addendo piú uno dei collegi aventi sino a 20 deputati; e con l'addendo piú due nei collegi cui fossero assegnati oltre 20 deputati; e con utilizzazione dei voti residui in collegio unico nazionale con quoziente naturale.

Per le elezioni della Camera dei Deputati del 1948 fu introdotta la sola modifica di elevare l'addendo per la formazione del quoziente corretto, egualmente per tutte le circoscrizioni, a piú tre. Secondo il medesimo sistema furono calcolati i risultati delle elezioni della Camera dei Deputati nel 1953, non essendo stata raggiunta, come già ampiamente detto, la maggioranza assoluta dei voti, che avrebbe dato (con la "legge truffa") al gruppo di liste apparentate, il premio maggioritario.

Nelle tabelle che seguono, sono dati, sia per le prime, sia per le seconde elezioni amministrative, i voti delle elezioni dei Consigli comunali; per le prime elezioni politiche sono dati i voti delle elezioni della Costituente, e per le due successive i voti delle elezioni della Camera dei Deputati. Non si sono riportati i voti delle elezioni provinciali, contemporaneamente alle seconde elezioni comunali, né quelli delle elezioni del Senato, contemporanee alle elezioni della Camera del 1948 e del 1953, e limitate agli elettori che avessero superato il venticinquesimo anno di età.
Si sono invece riportati, per i Comuni capoluogo di provincia, appartenenti alle Regioni a statuto speciale, anche i risultati delle elezioni regionali, tenutesi in Sicilia nel 1947, nel 1951, nel 1955; in Sardegna nel 1949 e nel 1953; nel Trentino-Alto Adige nel 1948 e nel 1952, in modo da completare il quadro delle consultazioni elettorali nelle città interessate.

A ciascuna elezione della quale si riportano i dati, hanno partecipato tutti i cittadini maggiorenni, di entrambi i sessi. Si è indicato anche il totale dei voti validi espressi nei Comuni considerati, in ogni votazione.
I dati contenuti nelle tabelle che seguono offrono un quadro esatto dell'andamento elettorale dal 1946 fino al 1955 nella città considerata da ciascuna tabella. Ciascun quadro è completamente articolato nella qualificazione delle liste presentate per ciascuna consultazione.
In riassunto, questi dati offrono una indicazione degli spostamenti intervenuti, dall'una all'altra consultazione, nell'insieme delle città considerate; non offrono peraltro indicazioni che corrispondano esattamente all'andamento dei risultati nazionali complessivi (che - come già accennato - comunque riportiamo in terza pagina).

Le città considerate hanno un totale di voti validi di poco meno di sei milioni e mezzo nelle elezioni politiche del 1946, poco meno di sette milioni e mezzo nelle politiche del 1948, circa otto milioni in quelle del 1953, rispetto ai circa 23 milioni di voti validi nel complesso del Paese nel 1946, 26 milioni nel 1948, e 27 milioni nel 1953. Ma il rapporto non è il medesimo per le diverse liste. Ad esempio, i voti socialisti sono lievemente superiori, nel complesso, nei centri minori, rispetto alle maggiori città qui considerate, poiché la percentuale delle città è stata nel 1946 del 20,5%, rispetto alla percentuale complessiva del 20,7%; nel 1953, del 12%, rispetto al 12,7%.
Per la Democrazia Cristiana si ha lo stesso fenomeno, ma ancor piú accentuato: nelle città considerate, 28,7% rispetto al 35,25 complessivo del 1946; 45% rispetto al 48,5% del 1948; 34% rispetto al 40,191 del 1953.
Per il Partito Comunista si ha un rapporto inverso: 20,7% rispetto al 19% del 1946, 23,4% rispetto al 22,7% del 1953.

Per le elezioni amministrative, si deve tener conto delle liste unitarie presentate in taluni luoghi, per le quali la quota delle liste di Partito diminuisce, e il dato, sia assoluto sia in percentuale, relativo alla sinistra in complesso, perciò pure indicata, è superiore alla somma dei dati qualificati per Partito.
L'andamento complessivo da consultazione a consultazione nelle città considerate corrisponde alla tendenza generale.

È interessante considerare anche l'andamento per le grandi ripartizioni geografiche dell'Italia Settentrionale, Centrale, Meridionale e Insulare, che diamo qui di seguito.




(notare sopra che nel '46, il MSI era del tutto assente)

 


Le cifre parlano da sé, il loro linguaggio è istruttivo, come lo è il quadro delle liste ciascuna volta presentate. Città per città, l'analisi può essere condotta a fondo, e raffigurare rapporti reali esatti. Per attenerci a un quadro completo e obiettivo, nella necessaria limitazione di spazio che non esorbitasse la facilità di consultazione, ci siamo attenuti alle città che sono attualmente capoluogo di provincia, comprendendo anche Aosta e Trieste. Offriamo cosí un quadro dell'itinerario elettorale di questi dieci anni in 92 città italiane, le maggiori e le piú indicative.
Le tabelle che seguono sono la prefazione schematica delle vicende di una cronaca che si farà storia.

Sintesi dall'opuscolo di L. Luzzatto con tabelle di A. Giudiceandrea.
(Attualità. - maggio 1956 - "Risultati delle elezioni politiche , amministrative, regionali per tutte le città italiane".
"Come si è votato nella tua città")

CI FU UNA UBRIACATURA DI PARTITI
(da 1 solo si passò a 166)

I PARTITI IN LIZZA
(preceduti dalle abbreviazioni)



Tabelle risultati nelle singole Città

Agrigento - Alessandria - Ancona - Aosta - Arezzo - Ascoli Piceno - Asti - Avellino - Bari - Belluno - Benevento - Bergamo - Bologna - Bolzano - Brescia - Brindisi - Cagliari - Caltanissetta - Campobasso - Caserta - Catania - Catanzaro - Chieti - Como - Cosenza - Cremona - Cuneo - Enna - Ferrara - Firenze - Foggia - Forlí - Frosinone - Genova - Gorizia - Grosseto - Imperia - L'Aquila - La Spezia - Latina - Lecce - Livorno - Lucca - Macerata - Mantova - Massa - Matera - Messina - Milano - Modena - Napoli - Novara - Nuoro - Padova - Palermo - Parma - Pavia - Perugia - Pesaro - Pescara - Piacenza - Pisa - Pistoia - Potenza - Ragusa - Ravenna - Reggio - Calabria - Reggio - Emilia - Rieti - Roma - Rovigo - Salerno - Sassari - Savona - Siena - Siracusa - Sondrio - Taranto - Teramo - Terni - Torino - Trapani - Trento - Treviso - Trieste - Udine - Varese - Venezia - Vercelli - Verona - Vicenza - Viterbo

Tabelle Elezioni Politiche riassuntive generali sull'intero territorio
anno 1946 - 1948 - 1953


Si riportano qui in on-line solo quattro importanti città:
MILANO - ROMA - NAPOLI - PALERMO
Tutte le altre sono presenti nelle altre pagine che seguono

A = AMMINISTRATIVE - P = POLITICHE - R = REGIONALI

MILANO

ROMA

NAPOLI

PALERMO

le tabelle delle altre 87 città
più i riepiloghi nazionali

QUI >

TABELLA DELL' ITALIA REPUBBLICANA

* Sul determinante appoggio dato dalla Chiesa alla Democrazia Cristiana prima e dopo il 18 aprile 1948, è utile per quantità di informazioni "La Chiesa e le organizzazioni cattoliche in Italia (1945-1955)" di Carlo Falconi (Einaudi 1956)
* Sulla tormentata nascita della Repubblica, sulla coalizione dei partiti nei primi due anni del dopoguerra, sulla rottura tra la Democrazia Cristiana e la sinistra socialcomunista, sulle polemiche per l'espulsione delle sinistre dal potere, su i rapporti con l'America, e su i nodi politici fino alle elezioni del '48, è utile come quantità e qualità di informazioni "Storia del dopoguerra dalla liberazione al potere DC" di Antonio Gambino, Laterza 1975.
* Per una esauriente documentazione statistica su ogni aspetto della vita politica e sociale italiana, sulle profonde differenze economico-sociali esistenti nelle diverse zone d'Italia nei primi anni del dopoguerra, e il modo in cui i vari partiti le affrontarono, è prezioso il testo di Paul Ginsborg, "Storia d'Italia dal dopoguerra a oggi" (Einaudi 1989).

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LA LEGGE ACERBO
(per la cronaca, Giacomo Acerbo che aveva elaborato la legge, era un esponente di rilievo del regime fascista; ma fu poi uno di quelli che mise la firma sul famoso "Ordine del Giorno Grandi" del 25 luglio 1943 che tolse i poteri a Mussolini. Fu poi - come "traditore" - condannato a morte in contumacia al processo di Verona.
Nato a Loreto Aprutino nel 1888, morì a Roma nel 1969)

La nuova legge elettorale, istituiva il premio di maggioranza, in pratica facendo valere la proporzionale solo per le minoranze. Grosso modo, i criteri della nuova legge erano i seguenti:

1) determinazione in 535 del numero dei deputati da eleggere;
2) formazione di un unico collegio nazionale, suddiviso in circoscrizioni elettorali regionali per tutto il Regno;
3) ripartizione del numero dei deputati da eleggere in ogni circoscrizione in base al risultato dell'ultimo censimento di popolazione;
4) rappresentazione per ciascuna circoscrizione di liste di candidati provviste di contrassegni anche figurativi, comprendenti non più dei due terzi del numero dei deputati assegnati alla stessa circoscrizione, e non meno di tre candidati;
5) somma di tutti i voti ottenuti nel collegio delle singole liste elettorali;
6) attribuzione dei due terzi del numero totale dei deputati, cioè 356, alla lista raggiungente il venticinque per cento dei voti validi, ed il maggior numero di voti di tutto il collegio nazionale;
7) divisione, per ciascuna circoscrizione, della somma complessiva dei voti ottenuti da tutte le liste di minoranza per il numero dei deputati assegnati in ogni circoscrizione stessa, allo scopo di stabilire il quoziente di minoranza;
8) divisione per tale quoziente della somma dei voti ottenuti dalle singole liste, e, in base al risultato, attribuzione del numero corrispondente di posti a ciascuna lista di minoranza, con la proclamazione dei candidati aventi ottenuto il maggior numero di voti preferenziali.

La relazione ministeriale che accompagnò il progetto di legge spiegava che: « All'infuori di altri intenti collaterali, è essenziale quello di assicurare al popolo, il quale anela a vedere debellata al sommo della cosa pubblica ogni incertezza e tergiversazione, un governo conscio dei suoi doveri e capace di adempierli ».
La si chiamò "esercizio della sovranità popolare".
L'iter di questa legge come abbiamo ricordato sopra provocò forti contrasti.
Lo slogan del "Listone" era "un seggio sicuro per chi entra nel listone", con le premesse che "il listone porterà a una invincibile maggioranza".

E così fu. A vittoria ottenuta, con il premio di maggioranza il listone ottenne 374 seggi, tutti gli altri 161. Fu la fine definitiva del vecchio parlamento prefascista.
Conosciamo i forti contrasti a urne chiuse, furono perfino drammatiche (Matteotti).

Ma alle accese polemiche, Mussolini disse che "il popolo aveva esercitato la sua sovranità", e aggiunse anche , "...tanto questa è l'ultima volta che si fanno le elezioni così, la prossima volta voterò io per tutti". (che voleva dire "voteranno come voglio io").

E con 374 seggi contro 161 poteva veramente far votare qualsiasi legge (censura della stampa, repressione, altri partiti messi fuorilegge, magistratura ubbidiente all'uomo che aveva il "divino potere d'intuizione", la milizia con gli ordini di vigilare e reprimere i dissenzienti del Governo, ecc. ecc. ) leggi che Mussolini puntualmente fece, quando continuando il processo di accentramento del potere - che assume le caratteristiche di una dittatura personale - abolirà (come aveva promesso) le elezioni per far posto al plebiscito. lo slogan era perentorio: "O contro il fascismo o con il fascismo". I "Si" furono all'unanimità con il 98,34% voti validi nel plebiscito del 1929 e col 99,84% nel plebiscito del 1934. (solo 15.265 italiani ebbero il coraggio di scrivere "no", contro i 10.026.513 di "Si".
( e quando uno si fa la "legge" che vuole, dopo, in ogni forma di dissenso, bolla gli oppositori come "estremisti", elementi che "vanno contro la legalità", e quindi ogni repressione è giustificata).


Gli italiani erano allora tutti fascisti?
Il 25 luglio del '43 dissero che non lo erano mai stati, e buttarono distintivi e tessere nelle pattumiere che nell'arco di ventiquattrore furono ricolme all'inverosimile. Mai si era visto un così repentino cambiamento, una così totale sconfessione di un "credo", "vangelo", "dottrina", "ideologia".
O avevano mentito prima o non erano sinceri dopo. In quei forti consensi plebiscitari o erano intimamente convinti di essere tutti fascisti o furono obbligati ad esserlo con le cattive maniere.
Piena responsabilità comunque: perchè nel primo caso si presero in giro da soli, nel secondo erano loro ne '24 ad aver dato al fascismo pieni poteri. E quando questo (preso il 65% di seggi) iniziò duramente a esercitarlo, era ormai troppo tardi per tornare indietro, aveva la cosiddetta "maggioranza" datagli dal "popolo".

Il PLEBISCITO: Mussolini tirò fuori quest'asso dalla manica, il 24 marzo 1929, appena quarantadue giorni dopo l'11 febbraio, quando quel giorno l' "uomo che ci ha mandato la "provvidenza" firmò i Patti Lateranensi. Cosicchè a invitare i propri aderenti a rieleggere la Camera Fascista furono la Chiesa, tutti compatti quelli dell'AC, e anche i più importanti giornali cattolici, come Civiltà Cattolica e l'Avvenire d'Italia dalle loro colonne lanciarono appelli di questo genere.

Ciò che disse De Gasperi alla "grande festa" lo abbiamo già letto sopra, tuttavia lo riportiamo:
"I cocchi dei trionfatori passano schizzando fango sui travolti che stentano a salvarsi sugli angoli della via".
Era amareggiato, indignato, dissentiva
pure con Civiltà Cattolica:
"Da tempo si stanno trascurando i precetti della dignità. L'educazione clericale insegna a stare in ginocchio ma dovrebbe apprendere anche a stare in piedi. Così adesso sono contenti i clerico-papalini e sono contenti i fascisti. Per Mussolini é un trionfo!"
.
(A. De Gasperi, Lettere sul Concordato, Brescia 1970, pag. 59)
.

Infatti da quel giorno ogni opposizione sparì,
e tutti si abituarono all'idea di ricevere ordini dal Duce.
E che ordini! In riga verso l'Africa, verso la Grecia, verso la Russia
Finì poi male!
Anzi malissimo!
A Piazzale Loreto, e con gli italiani - da una parte come dall'altra in ugual misura - trasformati in bestie feroci, affermando tutti che lo facevano per la "libertà".

Ciononostante, ogni tanto a qualcuno gli viene la stessa tentazione. Quella di cambiare le carte in tavola e (puntando a una dittatura) ottenere il fittizio "consenso" del "popolo" (a dire i vero mi viene sempre l'orticaria quando tizio e caio nei loro discorsi usano questo termine invece di "cittadini", come se loro fossero degli estranei alla moltitudine del Paese, dimenticandosi che da tempo "popolo" non è più l'insieme di una classe sociale di modeste condizioni economiche e civili, una massa di ignoranti, una plebe, ma è il complesso di tutti i cittadini - ricchi e poveri e modestamente istruiti - di uno stato che non è più quello di antica memoria).

E quanto ai temi religiosi (su Etica, Società Civile, Comportamenti, Valori) che la Chiesa vorrebbe nuovamente trattare e reintrodurre quelle offensive contro comportamenti considerati peccato (come ai vecchi tempi della DC donsturziana prima, e degasperiana poi); pur dandogli atto che essa possa rivendicare la libertà di esprimere ai propri fedeli i suoi giudizi morali - l'Occidente in questi tempi è chiamato a fronteggiare situazioni multietniche e anche pericoli che mai aveva corso prima, e quindi non è sufficiente richiamarsi alla sola sfera religiosa per ridefinire il bene dei cittadini (purtroppo immersi in una fragilità culturale, compresa quella decisamente povera di entrambi i due schieramenti); questo bene è il prodotto del libero consenso sociale sia laico che religioso, e non basta invitare il secondo (e influenzare il primo con l'immanente presenza quotidiana in Tv o i tanti articoli sui giornali) a inginocchiarsi, a pregare e affidarsi alla sola provvidenza. Anche perchè chi oggi governa il mondo con i tre potenti mezzi, la produzione, la finanza e le armi - pur non essendo nichilista ma anzi professandosi religioso - non ha questa ascetica tendenza a pregare e a genuflettersi. Sta sempre in piedi, ieri con la spada in pugno, oggi ben eretto su i carrarmati oppure con il dito su un bottone per lo sgancio (come soluzione vincente) di una bomba atomica.

Sono forse state fatte nella storia migliaia di guerre per motivi religiosi e di civiltà? Mai! Sempre solo per interesse e solo per procurarsi ricchezze temporali, e, "chi ha fondato con la guerra un impero, con la guerra deve mantenerlo"
(Montesquieu) in barba a tutte le preghiere di tutte le religioni del mondo, anche perchè, se proprio le mille e mille guerre le vogliano chiamare religiose, anche le religioni non sono una sola, e ogni popolo prega il suo Dio, che quasi sempre non è lo stesso dell'avversario. Singolare è che alcune volte è lo stesso: Hitler incitava i suoi con "Dio è con noi", e gli avversari pure. La differenza la fecero solo le armi con il gran (vincente) botto finale.

FINE

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ANALISI SISTEMA POLITICO DELL'ITALIA REPUBBLICANA 1946 - 2005
CON I NUOVI SISTEMI ELETTORALI

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