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NOTA: Le invenzioni-scoperte sono in ordine cronologico, ma in alcune sono accennate le successive evoluzioni, anche se le stesse sono poi riportate in dettaglio nei rispettivi anni di scoperta.

TABELLA 1
( dall'anno 5.000.000 all'anno 3500 a. C )

ANDATURA A DUE GAMBE - INFORMAZIONI - CONOSCENZA - GENIALITA' - CREATIVITA' - NEURONI e SINAPSI - CERVELLO e MEMORIA - PRIMI UTENSILI - CIOTTOLI - PIETRE SCHEGGIATE - FUOCO - AMBIENTE - LINGUAGGIO GESTUALE - GIAVELLOTTO - COTTURA CIBO - DIETA MISTA - FOCOLARE - AMORE e FAMIGLIA - GRANDI MIGRAZIONI - LINGUAGGIO LARINGEO - ARTE RUPESTRE - ARCO e FRECCE - BALESTRA - ARCO LUNGO - TORCIA - LUMI OLIO - ANIMALI DOMESTICI - AGRICOLTURA - VANGA - ZAPPA - MOLA - MULINO - MACINAZIONE - PANE - LIEVITO - CALCOLARE - ANNO LUNARE - ABITAZIONI - ARCHITRAVE - PALAFITTE - CERAMICA - TELAIO - TESSITURA - LINO - VESTIARIO - PETTINE - COSMETICI - ZATTERE - FALCE - AGO - AMO - CHIODO - CHIODO RIBATTUTO - VITE - COLLA - ABACO - NUMERI - CANALI - IRRIGAZIONE - ALLEVAMENTO PESCI - CIBO SECCO - AFFUMICATURA - SALATURA - BILANCIA - METALLI - RAME - ORO - FILO D'ORO - FILO DI FERRO - FILO SPINATO - ARGENTO - MERIDIANA ARCAICA - ORE E MINUTI - CRONOLOGIA - BRONZO - COLTELLO - CUCCHIAIO - RUOTA - CARRI - RUOTA IDRAULICA - RUOTA VOLANO

 

5.000.000 a.C.


____ ANDATURA A DUE GAMBE - Non avvenne per caso ma fu un atto voluto; provando e riprovando un pongide fece la sua prima sensazionale "scoperta": che poteva rimanere eretto. Quando ebbe questa idea di erigersi su due gambe e camminare, liberando le mani dal compito di locomozione, questo essere, nel fare il primo tentennante passo, diede inizio alla lunga avventura di quello che d'ora in avanti chiameremo ominide. Quando, nonostante gli insicuri tentativi, espresse una cosciente "caparbietà" di voler rimanere eretto, e pur con degli inconvenienti fisiologici che ancora oggi sono causa di disturbi
, questa "volontà" segnò l'inizio di molte altre scoperte, e quindi del progresso dell'uomo.
La Terra offriva allora un aspetto non molto differente da come si presenta oggi. In luogo della vita intelligente e attiva che circonda sulla sua superficie; in luogo di queste città popolate, dei nostri villaggi e delle nostre abitazioni; di questi campi coltivati, dei vigneti e dei giardini; delle strade e delle ferrovie, dei navigli, delle officine nostre e dei laboratori; in luogo di questi palazzi, dei monumenti, dei templi; in luogo di questa incessante attività umana che trae profitto attualmente di tutte quante le forze della natura, penetra le profondità terrestri, interroga gli enigmi del cielo, studia gli avvenimenti dell'Universo, e sembra concentrare in se stessa l'intera storia del creato......  non vi erano che foreste selvagge ed impenetrabili, fiumi che scorrevano silenziosamente in mezzo a rive solitarie, montagne senza anima viva che le ammirasse, valli senza traccia di capanne, e sere senza incanti, e notte stellate senza alcuno che le contemplasse. Non scienza, né letteratura; non arti, né industria, né politica, né storia; non parola, né intelligenza, né pensiero.

Ma ecco LUI ! non è ancora un uomo, ma non è neppure un antropomorfo, è già qualcosa di diverso. Abbiamo detto "volontà", perchè il processo evolutivo (ammettendo che ve ne sia uno) non aveva ancora fisiologicamente modificato le ossa della sua postura; ancora oggi la colonna vertebrale dell'uomo non è "ingegneristicamente" una costruzione perfetta, cioè atta a camminare eretta su due gambe, presenta -lo abbiamo appena accennato- degli inconvenienti fisiologici, perchè la struttura è poco resistente per sorreggere il peso di tutto il busto con la testa. Infatti, questo ominide nel voler insistere la sua deambulazione eretta, in un tempo relativamente breve, con una colonna vertebrale nata per stare in orizzontale, la sua postura ha dato origine a schiacciamenti delle vertebre, a dislocazione o degenerazione dei dischi intervetebrali, alle cosiddette infiammazioni, alle sciatiche, alle ernie, ai dolori nella regione sacrale, alle scoliosi, alle discopatie, e perfino a una fragilità nelle ginocchia. Nonostante siano passati circa 5-6 milioni di anni da questo primo tentativo, quasi metà del genere umano ancora oggi nello stare eretto soffre di mal di schiena. Questo perchè per darci un portamento, per equilibrare il peso abbiamo curvato nella parte inferiore della schiena la colonna vertebrale, che ha assunto una forma a S. Nessun altro organismo presenta questa flessione all'indietro, non esistono altri animali quadrupedi che stanno eretti con questo accorgimento volutamente espresso dalla volontà. Mentre tutti gli altri animali che sono veramente bipedi (es. struzzi, polli ecc.) hanno un baricentro "ingegneristicamente" quasi perfetto.

Anche se non sappiamo ancora da quale scimmia noi discendiamo, non possiamo chiudere gli occhi quando accertiamo che il nostro corpo è costruito come quello degli animali superiori. Se l'uomo fosse stato l'oggetto diretto di una creazione speciale, estranea a quella delle altre specie viventi, questa rassomiglianza organica non avrebbe alcuna ragione di essere.
E se dallo scheletro ci spingiamo più oltre e consideriamo il complesso dell'organismo corporeo; e se andando ancora più in là, osserviamo l'organizzazione intellettuale, la vita e i costumi di alcuni tipi di scimmie, la rassomiglianza con l'umanità si fa sempre maggiore. "Giammai, questa putrida affinità" dicevano ancora i nostri bisnonni; infatti, ancora a metà '800 questa rassomiglianza con sdegno la si negava; però !!!... la si confermava per alcune razze di uomini allora ritenute inferiori. Autorevoli pubblicazioni scientifiche stabilivano che vi era un legame fisico e intellettuale fra le razze inferiori del pianeta (ottentoti, boscimani, negri, pellirossa, ecc.) e le scimmie antropoidi. Che quelli erano e sarebbero rimasti sempre animali! "Molti dotti dicon che son al primo stato dell'uomo antico e naturale: La prima opinione è un errore, la seconda è sentimentalismo, non regge al raziocinio: sono figli di un putrido tronco...
E' sentenza ormai degli universali fisiologi e degli uomini di scienza che quegli uomini hanno per natura nessun intelletto. Padre Gregorie (un missionario Ndr.) sperava prodigi in una sviscerata sensibilità, ma ahimè, l'esperienza non corrisponde al suo desiderio, quella sua speranza è pura follia. Con quegli più nulla s'ha da fare, solo mettergli le catene al collo e alle caviglie!" (Marmocchi "Geografia Universale, Storia dell'Umanità", pag. 312, 3° volume ). Era il 1853 !!. Ma William Sherman segretario della "Guerra agli indiani" nel 1868 era ancora più radicale: "Non fa molta differenza se butteremo fuori i pellirossa mediante l'imbroglio o uccidendoli". Chissà cosa direbbero oggi Marmocchi e Sherman nel vedere questi "figli del putrido tronco" in molti posti di comando americani perfino strategici, uscire dalle accademie e dalle università, essere insigniti di premi Nobel, o insegnare nelle cattedre perfino ai bianchi!

Quanto sopra nel 1853 ! Ma vediamo più recentemente. Lo scienziato James Watson, premio Nobel nel 1962 per aver scoperto la struttura del DNA, a fine anni 2000, fece una affermazione razzista molto simile a quella sopra del Marmocchi. Disse "Sono pessimista sulle prospettive dell'Africa, perchè tutte le politiche sociali dell'Occidente sono basate sul fatto che la loro intelligenza sia uguale alla nostra, mentre tutti i test svolti affermano il contrario. L'intelligenza dei neri non è uguale alla nostra". Dunque secondo il luminare, gli africani sono meno intelligenti, per motivi sociali e... genetici (!!).
Nel 2007 (clamoroso!!) nell'analizzare proprio il suo DNA è emerso con sorpresa che il 16% dei geni di James Watson hanno una origine nera (ha probabilmente avuto un antenato venuto dall'Africa nera); una presenza straordinaria (e imbarazzante) per un uomo europeo come lui di pelle bianca; in genere gli europei non hanno nei loro codici più dell'1% di geni africani.
Insomma il Nobel che offese i neri ha antenati di colore. Ora sull'intelligenza di James Watson, dopo questa notizia, decidete voi !! Se è nera o bianca.



All'inizio abbiamo indicato 5 milioni di anni, ma secondo le ultime scoperte (del Paleontologo francese Yves Coppens - Inchiesta sulle origini dell'Umanità, anno 2000 ) la divisione tra scimmie e ominidi, i nostri primi antenati diretti, si è verificata circa 7,5 milioni di anni fa, in Africa , quando si produce l'immensa spaccatura della Rift Valley, la faglia geologica che corre lungo l'Etiopia, il Kenia e la Tanzania, dove viveva un piccolo antenato comune di ominidi e grandi scimmie, il Kenyapiteco (10 milioni di anni fa, discendente dei primi primati superiori, il Preconsolo, 22 milioni di anni fa; a sua volta discendente dall' Egittopiteco, 35-40 milioni di anni fa), che popolava le rigogliose foreste dell'Africa equatoriale. Jean-Jaques Jager, dell'università di Montpellier (sulla rivista scientifica Nature, 1991), riferisce la scoperta in Namibia di un antenato comune dell'uomo e delle grandi scimmie, in una scimmietta del peso di meno di un chilo, vissuta 50 milioni di anni fa, evolutasi quando i dinosauri si estinsero.

Torniamo ai 7,5 milioni di anni fa. Mentre le scimmie rimaste nel versante occidentale continuano a vivere nella foresta, i nostri antenati isolati a Est devono invece adattarsi alla savana; adeguarsi a un ambiente diverso, arido e con pochi alberi. Sono queste le prime famiglie di ominidi; e ad una di queste famiglie appartiene la famosa "Lucy", la prima donna dell'umanità, di cui oggi abbiamo come reperti 52 frammenti di ossa; ritrovati in Etiopia, che ci confermano da uno studio osseo una stazione eretta del corpo (la famosa S ). A Est della Rift Valley vissero dunque solo pre-umani. A Ovest, i pre-scimpanzè e pre-gorilla.
La posizione eretta dei primi, la locomozione bipede, lo sviluppo del cervello, la fabbricazione dei primi manufatti sono il risultato di un adattamento a un ambiente più arido. Nella savana, i nostri antenati dovettero alzarsi per esigenza sulle zampe posteriori per scampare ai pericoli, per scorgere una preda, per trovare cibo per i loro piccoli. Con il corpo eretto improvvisamente è cambiata la concezione del mondo del nostro antenato; il suo campo visivo non è più quello di una scimmia a quattro zampe; ora abbraccia l'orizzonte, l'infinito, e forse la coscienza dell'umanità emerse quando l'uomo con lo sguardo rivolto al cielo iniziò a guardare il firmamento. "Siamo diventati intelligenti solo quando ci siamo alzati in piedi" - diceva Andrè Leri-Gourhan del College de France - "Dobbiamo rassegnarci. La nostra storia è cominciata coi piedi". (
Pietro Del Re -
Inchiesta sulle origini dell'Umanità)
"Dunque l'evoluzione tecnologica prende il sopravvento. E non è più la biologia che domina il destino dell'uomo. Ma il prodotto del suo cervello: la cultura. Già allo stadio Homo habilis (3 milioni a.C.), è l'esperienza acquisita che diventa prioritaria. Da questo momento, dalle varie sollecitazioni dell'ambiente l'uomo riceve solo delle risposte culturali, non più biologiche. L'evoluzione, la selezione naturale, l'adattamento del corpo a uno squilibrio qualsiasi, sono fenomeni che non intervengono più, perchè non sono più necessari alla sopravvivenza della specie. Che continua nella sua evoluzione culturale, prima con l'Homo sapiens di Neandertal (90.000 a.C.), poi con il definitivo l'Homo sapiens sapiens di Cro Magnon (40.000 a.C.). Ma sono solo microevoluzioni "culturali" dovute al suo cervello più organizzato, e questa nuova organizzazione dà origine alla neocorteccia, la parte più recente del nostro cervello. Più organizzato perchè esso è stato sollecitato a diventare tale; e se prendiamo gli ultimi studi della neuroscienza, il nostro cervello diventa ordinato e si creano delle particolari aree, solo dopo molte specifiche (culturali) informazioni introdotte.


Immagini del cervello di una persona che si applica a compiti diversi, rilevate alla Pet del centro dell'Università di Los Angeles. Si noti però in fondo la maggiore attività del metabolismo nel LAVORO, dove occorre, vedere, sentire, pensare, ricordare, agire.

____ INFORMAZIONI - Solo con le informazioni nascono le ramificazioni neurali, con i gangli, gli assoni (uniscono due neuroni), i dendriti, le sinapsi, con gli impulsi (afferenti) della periferia al sistema centrale, che fanno prima le associazioni, poi le comparazioni di quanto immagazzinato, poi forniscono le risposte con altri impulsi (efferenti) in base alle esperienze negative o positive già fatte; dopodichè sollecitate entrano in azione "le risposte", con i sistemi nervosi sensoriali, dell'agire o non agire, del difendersi o aggredire, dello scappare o affrontare il pericolo (e ancora oggi: di parlare o starsene zitti) se si ha l'impressione che la risposta è istintiva e non sufficientemente razionale, cioè già vagliata con diverse ipotesi, che sono poi il frutto di tutte quelle informazioni che abbiamo in precedenza inserite - e siamo certi di averle inserite dentro il nostro cervello, ecco perchè alcune volte abbiamo dubbi. In un tuffo da un aereo in volo, l'istinto di conservazione ci trattiene, ci crea dubbi e timori, anche quando abbiamo un paracadute; ma se superiamo questa fase (ma alcuni proprio non ci riescono - e lo so per esperienza per aver fatto l'istruttore di paracadutismo) nei successivi lanci - dopo aver convinto la parte più antica del nostro cervello con quella più recente dove è depositata la nuova informazione che dice che nella caduta ho un paracadute che si apre, e quindi non c'è nulla da temere - l'istinto primordiale (neuroni con le antiche informazioni conservate nel nucleo dell'amigdala, sito in profondità negli emisferi cerebrali) viene inibito dall'informazione più recente che nella sua nuova logica razionale ha vagliato e spazzato via tutti gli antichi i dubbi. Ma se non faccio crescere il dendrite della nuova informazione - ripetendomi più volte che ho un paracadute (analisi razionale) - ha il sopravvento la risposta del cervello antico (mirante alla conservazione) che dice... "no, non devi buttarti!". Fa cioè il suo dovere, innesca la difesa, ci trattiene da una decisione improvvisa per noi pericolosa; ma se insistentemente noi gli segnaliamo l'analisi razionale, lui spegne la reazione di paura e ci lascia agire.
C'entra poco la quantità di materia grigia, la superiorità del nostro cervello è dovuta alla ricchezza di connessioni interneuronali sviluppate e mantenute con l'apprendimento, l'esperienza, l'istruzione, la cultura, piuttosto che all'estensione di talune aree corticali o al numero delle cellule della corteccia cerebrale.
Ripetere più volte l'informazione significa far crescere le "strade" che devono percorrere i dendriti e gli assoni, è più queste strade sono battute, maggiore è la velocità di connessione con altri neuroni o intere zone di neuroni che contengono le informazioni che sono necessarie ad una risposta dopo aver fatto una domanda.
Es. a scuola impariamo una poesia dopo che l'abbiamo ripetuta tante volte, creando così una buona "strada" associativa verso quei neuroni che hanno ricevuto più volte le ripetute informazioni. Ma se per anni non ripetiamo quella poesia, non la ricordiamo più. Questo perche le connessioni se non usate tendono a regredire a regredire, fino a scomparire del tutto. E' come una città che isolandosi da altre città, le strade cadono in disuso, ci crescono le erbacce, scompaiono del tutto, con la conseguenza che gli abitanti -isolandosi- non avendo più informazioni dal di fuori, entrano in declino e si impoveriscono. Anche quando un volenteroso vorrebbe uscire, rompere l'isolamento, non lo può più fare perchè non esistono più strade ma solo più una impenetrabile foresta. Così i cervelli ! (di alcuni). L'atrofia precede di poco la morte dei neuroni, dei dendriti, di alcune o di tutte le aree cerebrali. Se poi c'è un trauma, una ischemia, il processo del "suicidio" delle cellule neuroniche è ancora più accelerato.

In polemica con Cartesio, Locke negò che esistono idee innate e che "l'intelletto prima del processo cognitivo è completamente privo di ogni nozione, è tabula rasa, una pagina bianca su cui non è scritto nulla". Cartesio se poteva dire "io penso quindi io sono" è perchè aveva introdotto delle informazioni apprese da altri, di aver interagito. Se nasceva e viveva in una foresta da solo, senza contatti umani, non avrebbe mai potuto nè pensare nè esprimere un concetto. Locke senza avere la PET anticipa la Neuroscienza di duecento anni. La PET è la Tomografia ad Emissione Protoni, che nella corteccia cerebrale, soprattutto nella neocorteccia individua i neuroni che hanno o non hanno una informazione bioelettricamente depositata negli stessi, evidenzia la formazione o non formazioni di dendriti e sinapsi che le stesse informazioni se ricevute hanno creato fra un neurone e l'altro per fare associazioni, dare una risposta a una domanda, o autoassociandole farsi una domanda, porsi un dubbio o esercitare la propria creatività mettendo tanti associazioni di informazioni insieme in un modo diverso da come le abbiamo immagazzinate. E i tanti "magazzini" sono la nostra "conoscenza".

____ CONOSCENZA - "Ogni nostra conoscenza -affermava Locke- ha origine dall'esperienza esterna (dai sensi); dall'esperienza derivano le idee semplici che l'intelletto poi elabora e sintetizza costruendo con esse le idee complesse. La riflessione non è un'attività spirituale: non è altro che senso interno".
Locke anticipa intuitivamente il meccanismo neuronico. Lui allora non poteva certo immaginare che tutti i nostri sensi in effetti non sono altro che impulsi biolettrici scaturiti dalla polarizzazione-depolarizzazione di una sinapsi, che converte ioni in quanti, e li trasmette tramite gli assoni alle singole aeree del cervello, che decodificano l'impulso, da biochimico a elettrico (a livello di sinapsi, l'azione chimica cede il posto all'impulso elettrico), da analogico a digitale, e depositano nel neurone la sequenza di impulsi in quanti; questa sequenza prende il nome di engramma (che assomiglia molto alle etichette codice barre di una scatola di pelati comprata al supermercato, che ci dice dove è stata prodotta, chi l'ha confenzionata, la quantità, la qualità, il costo, la scadenza ecc.).

Cartesio poteva sì dire "io penso e dunque io sono" ma si dimentica che lui può pensare solo perché ha interagito con un suo simile, cioè ha ricevuto tramite un linguaggio (mimico o verbale) delle informazioni, che gli permettono di pensare. Senza informazioni non potrebbe nè pensare e tanto meno pensare di essere. Cartesio è insomma -nelle sue esperienze, nelle sue conoscenza, nei suoi pensieri - sempre debitore di qualcuno che a sua volta ha esperienze e conoscenze.
E' da bambini che inizia questa lenta trasformazione da creature che appena sanno, a creature che sanno di sapere, il che è l'essenza dell'autocoscienza. Ma non lo hanno appreso da soli, hanno bisogno di interagire con altri: all'inizio col padre e la madre, poi con gli amici di scuola, infine con l'ambiente in cui vivono. E se l'ambiente è culturalmente ricco ci si avvantaggia rispetto a coloro che vivono in un ambiente povero di esperienze e di conoscenze. Solo così si può imparare un linguaggio (verbale o mimico), con questo ricevere informazioni, e con le acquisite informazioni pensare, cioè scoprire e rappresentarci il mondo che ci circonda.
"Perfino il libero arbitrio è un fatto di esperienza. E' qualcosa che ciascuno di noi prova. Nessuno avrebbe immaginato che il libero arbitrio esistesse se non ne avesse fatto esperienza, con il che io intendo la capacità di effettuare delle azioni in base alle informazioni-esperienze introdotte, o almeno il tentare di effettuarle"
(John Eccles, Nobel 1963, La conoscenza del cervello, Piccin editore, Padova).
Non dimentichiamo che un cieco e sordo dalla nascita (i due principali sensi-veicoli dell'informazione verso il cervello tramite i meccanismi centrali della trasmissione sinaptica), nulla sa, nè del pensiero, nè sa che esiste, perchè nulla a lui possiamo comunicare, non riceve nessuna informazione dal mondo che lo circonda. Non sa cos'è la luce, i suoni, il linguaggio, l' infinito o il definito. Nulla! E senza percepire nulla, nulla può pensare e nulla può elaborare (e che è così basta visitare un istituto dei cosiddetti handicappati totali - alcuni sono vere e proprie "piante vegetali", con il cervello "piatto", con dentro (lo mette in evidenza la PET) proprio nulla, i neuroni ci sono ma non hanno ramificazioni, nemmeno un "stradina", nessun dendrite).
La storia della scienza è una dimostrazione di come il cervello sappia elaborare l’ immaginario percettivo generando logiche interpretative con cui vengono affrontate le problematiche osservate o udite per dimensionare un pronostico anticipativo degli eventi e pertanto esplorare il futuro.
Oggi le "neuroscienze cognitive" hanno iniziato a comprendere le basi neurologiche per mezzo delle quali il cervello acquisisce una percezione significativa del mondo generando una percezione sensoriale che altro non è che lo scenario delle nostre interazioni possibili con l’ ambiente in cui viviamo.


____ CREATIVITA' - Tutti i sensi potenzialmente a posto, poi l'ambiente, l'istruzione e una grande assimilazione di informazioni mettono in luce e utilizzano in modo corretto (alcuni bene, altri male) quello che abbiamo immagazzinato. Alcuni lo fanno disordinatamente, altri nel disordine tuttavia sono ancora capaci di fare poi ordine, ed altri ancora nell'associarle le informazioni in un certo modo creano qualcosa di completamente diverso da un suo simile pur avendo ricevuto le stesse informazioni. Il sapiente dà una risposta a una domanda quasi meccanica (nozionistica); Il sapiente-intelligente invece a una domanda dà una risposta con molte altre idee collaterali associate; mentre il sapiente-intelligente-creativo (il genio, l'inventore, lo scopritore) dà invece una risposta senza che nessuno abbia fatto una domanda, esprime quello che lui ha creato all'interno, che è il frutto di varie associazioni (ovviamente se le ha immagazzinate). La creatività di Beethoven è impostata tutta sulle 7 note che tutti noi conosciamo, soltanto che lui nel creare i suoi capolavori le sette note le ha disposte in un modo diverso. La creatività di un tale che ha inventato la radio, può essere ripresa da quel prigioniero che in un campo di concentramento costruì una piccola radio con un po di filo, una scatola di sardine e la grafite di una matita; ma gli fu possibile solo perchè aveva precedentemente appreso qualche nozione di come costruire una radio. Il primo è un creativo, mentre il secondo ha solo utilizzato - anche se brillantemente - solo alcune fondamentali nozioni apprese. In certi gruppi umani, antichi e moderni, e così anche in intere nazioni, è accaduta la stessa cosa: alcune hanno avuto dei creativi, altre li hanno solo utilizzati, e altre ancora hanno fatto nulla. Spesso non per destino ma per la scellerata scelta politica del loro governante.
Considerando comunque la genialità come un aspetto fondamentale della creatività, è possibile ammettere che in alcune persone dotate di particolari doti di genialità, si evidenzi una peculiare attività di connessioni sub-corticali che generano peculiari livelli di integrazione delle aree cerebrali superiori, favorendo combinazioni “innovative ” di concetti già acquisiti, capaci però di modificare il punto di vista tradizionale delle più antiquate acquisizioni mentali, permettendo in tal modo di intravedere e prevedere nuove soluzioni. Purtroppo la genialità non sempre viene condivisa; da che è mondo essa al contrario rischia spesso di essere considerata dai contemporanei una inutile stranezza (es. Beethoven a suo tempo); addirittura stupidità (es. la vaccinazione immunitaria); irrazionalità (es. tentare di far volare in cielo un oggetto da 100 tonnelate); o pura follia (es. la possibilità di parlare con vostra zia in Australia con una piccola scatoletta in mano (il cellulare!).

____ IL "COMPUTER" CERVELLO - Quello che oggi appare stupefacente, scoperto dai neuroscienziati, è che i neuroni nel sistema nervoso centrale degli esseri umani e di altri animali superiori, obbediscono alle stesse leggi che in questo momento stanno facendo funzionare il computer che avete davanti, che usano nei circuiti del proprio microprocessore l'on-off. Così come i bottoni sinaptici della nostra rete neurale nel ricevimento degli stimoli (delle informazioni dei cinque sensi) sono "inseriti" o "disinseriti" (on-off), per effetto della differenza del potenziale elettrochimico ionico delle rispettive membrane.

L'SNC, il sistema nervoso centrale è quasi identico a un nostro computer, è uguale perfino alle telecomunicazioni di oggi in forma analogica-digitale. Cordoni micellari, fasci di cavi detti fibrille (proprio come sta succedendo ora sul nostro doppino telefonico) hanno una identica tecnologia di trasmissione; utilizzano nei cavi per costruire e inviare le informazioni, quantità di energie di comode dimensioni, le compattano e sono distribuiti "a pacchetti" (uno spinge l'altro che gli è davanti, come gli elettroni in un cavo) ad alta velocità sulla rete neurale trasformando il flusso elettrico da digitale in analogico e riconvertendolo poi da analogico in digitale. In sostanza é quanto avviene nel nostro Modem. Perfino alcune trasmissioni della codifica e decodifica dei segnali della nostra vista (immagini) al nostro SNC, funzionano come l'ISDN, la linea dedicata, la commutata, la futura optoelettronica, o le porte logiche del ns. PC.
L'informazione globale, le interconnessioni, la optoelettronica, tutta la struttura, le ramificazioni, i nodi, i messaggi afferenti e efferenti su tutto il pianeta e la loro funzione (creare, infine trasmettere informazioni ai suoi abitanti - leggi "internet") "è" la perfetta riproduzione in macro del nostro apparato neurale, come struttura, come tecnica e come filosofia; perfino nei minimi particolari. Persino il potenziale elettrico della trasmissione del messaggio è quasi uguale (- 0,30 mVolt +0,70 mVolt - con questo potenziale infatti operano le sinapsi - quando determinano l'apertura o chiusura delle stesse membrane). Alcune frequenze di un telefonino cellulare sono identiche a quelle dei campi magnetici che coordinano, equilibrano e poi inviano gli impulsi al sistema nervoso centrale (infatti i campi magnetici possono causare disturbi al SNC, proprio perchè riescono a interferire con questo).
Nella interconnessione delle attuali telecomunicazioni vi é perfino un'analogia con la stessa struttura fisica della interconnessione delle reti neurali. I cavi "assoni-(come i cavi coassiali o il semplice doppino)" sono schermati e rivestiti di mielina (un polimero proteico-lipidico che forma una "guaina" intorno in funzione protettiva estremamente necessaria per inibire la dispersione di campi bio-elettrici negli assoni, cioe’ nelle fibre nervose che propagano le informazioni al cervello) per non andare in corto e impedire interferenze da campi magnetici esterni. Nodi e internodi che amplificano il segnale sono presenti negli stessi assoni della nostra rete neurale e si chiamano in termini neuroscientifici, proprio nodi e internodi, come, e tale e quali le antenne ripetitrici (celle), o i server dei provider (che interconnettono i nodi della rete).

Pacchetti di quanti (ioni) sono presenti nelle porte sinaptiche che operano e creano gli impulsi (come "i clock" del ns. computer). Nelle porte delle membrane l'impulso sinaptico si verifica con un aperto-chiuso, un vero e proprio on-off creato da un potenziale elettrico biochimico provocato dai neuromediatori, e sono proprio simili alle porte logiche di un computer-rete. E cosa curiosa, la trasmissione, dal e verso il mondo esterno, avviene in entrambi -cervello e computer- da analogica in digitale e riconversione da digitale in analogica.
Perfino la nuova tecnica optoelettronica è presente nei nostri occhi in quella che chiamiamo vista; qui le frequenze delle onde fotoniche fanno accendere i "pixel" in una area corticale (una specie di schermo monitor) specializzata: la v1,v2 per i contorni la v3,v4,v5 per i colori. Insomma funziona esattamente come la griglia di un monitor RGB che riceve i diversi impulsi dal nostro scanner digitale. Il tipo, il sistema e la frequenza nella codifica/decodifica e la trasmissione come nella multiplazione ottica è simile - e all'oscilloscopio il tracciato è quasi indistinguibile se trattasi di impulsi neurali o impulsi di una porta logica elettronica di un computer collegato alla rete.
Perfino un tecnico allenato all'oscilloscopio, non è in grado di distinguere la traccia del suono di una parola umana, da quella creata da un sintetizzatore vocale che di umano non ha nulla, solo bit, creati da una sequenza di impulsi elettrici prima convertiti e poi usciti da un altoparlante.
L'intera percezione dei nostri sensi, infatti, non é altro che un impulso elettrico creato dal mutamento della concentrazione di ioni di idrogeno sulla superficie delle cellule cerebrali; é continuo cambiamento di equilibrio fra sodio e potassio attraverso le membrane neuroniche. Ogni membrana di una cellula costituisce un generatore elettrico in miniatura.
E come velocità il potenziale d'azione viaggia sull' "autostrada" assone a una velocita inferiore a una Ferrari, cioè fra i 150 e i 280 km ora (e sono queste differenti velocità che determinano i nostri tempi di reazione).
Insomma un meccanismo perfetto costruito in circa 350 milioni di anni. "Il primo neurone comparve sul capo di un calamaro con un solo ganglio (un dendrite) che gli avvolge tutto il mantello con delle sinapsi che agiscono come dei sensori" (
Hodgkine Huxley, Nobel 1963). Ad ogni contatto con oggetti la sinapsi invia un messaggio bioelettrico al nucleo del neurone, che risponde "conosco già questo", oppure con alcune molecole codifica il nuovo in "questo non lo conosco", in modo da essere pronto a riconoscerlo in un altra occasione di pericolo, oppure premiante. Ogni messaggio-esperienza é un codice e ogni codice é un'esperienza acquisita. Il calamaro che ha più informazioni e ha immagazzinato più esperienze, sfugge alla cattura e sopravvive. Insomma il più informato è meno vulnerabile.
Nietzsche osservando gli uomini si espresse anche lui in questo chiarissimo modo "La selezione spazza via sempre il più debole, e negli umani il più debole é lui! l'uomo ignorante!".

Questi ioni di cui abbiamo appena parlato, generano un flusso di corrente negli assoni in pacchetti di quanti, che vanno poi a depositarsi nei neuroni lasciandovi (immagazzinandovi) una traccia; è la "traccia mnestica" (presunta registrazione fisica - "in bit", "in quanti di energia") dei nostri ricordi o esperienze; una traccia che nessuno fino a oggi ha mai visto, ma che i neuroscienziati che la cercano, gli hanno già dato un nome "ENGRAMMA". ( !!! )

John von Neumann, lo scienziato teorico dell'informazione ha stimato che i ricordi memorizzati durante una vita umana media dovrebbero ammontare a 2,8-10/20 (280 miliardi di miliardi) di bit (engrammi); fra quelli che ricordiamo e quelli che abbiamo immagazzinato ma che non abbiamo più richiamato alla nostra mente. Ma ci sono! Questo già lo sappiamo con la PET (Tomografia a Emissione di Positroni) eccitando alcuni neuroni. Alcuni sono ancora vuoti, altri hanno pacchetti di quanti depositati, cioè informazioni, visive, tattili, sonore, olfattive, gustative (i ricordi di esperienze fatte).

Ma non è la quantità di neuroni che sono presenti che formano un buon cervello. Solo da pochi decenni (Eccles, Nobel '68) conosciamo queste ramificazioni e la loro funzione. Il metro delle precedenti osservazioni dei paleoantropologi dell '800, era quello della capacità cranica. A maggior volume si pensava corrispondesse un grado superiore d'intelligenza. Era una cantonata. Oggi con la neuroscienza sappiamo che non é così. Einstein aveva solo 1400 cc. di materia grigia; il grande Dante 1420. Entrambe sotto la media di un uomo degli ultimi 30.000 anni. Perfino di molto inferiori al cervello dell'uomo
di Neandertal vissuto 90.000 anni fa.
Questo perchè loro vivendo in un ambiente culturale ricco, le informazioni depositate nei neuroni hanno fatto"germogliare" rami dendritici e sinapsi verso altri neuroni. Ogni neurone può - se vengono immesse informazioni - far "germogliare" 10.000 rami dendritici esplorativi verso i circa 100 miliardi di neuroni di cui siamo dotati fin dalla nascita; ripetiamo ognuno di essi ha la stessa potenziale capacità di sviluppare altri 10.000 "germogli", creando così una intricata "rete" di "strade" e "stradine" (cioè dieci milioni di miliardi di "connessioni" - è insomma un "internet" un po' più grande, ma molto simile. E nel cercare un ricordo, dobbiamo agire come facciamo con Google, dobbiamo impostare bene la nostra "ricerca" in modo tale da non creare una grande confusione di risposte. Se su Google cerchiamo solo "Michelangelo" si accavallano risposte con gli hotel che si chiamano Michelangelo, ma se mettiamo "Michelangelo pittore" le risposte sono mirate al grande artista perchè la ricerca avviene in una particolare area dove sono memorizzati i pittori. Idem nel nostro cervello: la domanda se mirata, la risposta viene cercata e subito trovata in quella particolare area dove noi (con metodo) abbiamo depositato i pittori e assieme ad essi (nelle "stradine" vicine a quest'area, e su altri neuroni) sono associate particolari loro opere. Ecco perchè spesso ricordando l'opera ci viene in mente anche il pittore, o all'incontrario, il Giudizio Universale ci richiama Michelangelo, associandolo al Giudizio. Ovviamente se noi abbiamo messo insieme le due informazioni. E questo è il metodo.

Risulta così superfluo che un soggetto abbia a disposizione alla nascita 100 miliardi di neuroni se poi non ha costruito con le informazioni la "rete" che gli serve per fare associazioni, elaborazioni e quindi dare delle risposte. Inutile costruire una città se non si fanno poi strade verso altre città e paesi. Così i computer, a cosa servirebbero 10.000.000 di computer se poi non li colleghiamo a una rete e se questa non ha rimandi ad altre informazioni dove in qualche luogo queste sono depositate. Nel caso del nostro cervello il buon Dio ci ha dato sì tutti i neuroni alla nascita, ma le strade ci ha detto "costruitevele voi".

In sostanza l'engramma dovrebbe comportarsi in questo modo; ad ogni ricezione di pacchetti di quanti, lascia una traccia dentro le nostre "scatolette" (neuroni). Si comporta come il classico "codice a barre" che il commesso di un supermercato applica su una scatola di pelati e poi li mette nelle "aree" dei vari "magazzini"; il suo generatore di impulsi elettronici, in pacchetti di quanti, scrive una traccia ("elettro-mnestica" stampata su un'etichetta la cui copia è magnetizzata su una memoria), ed ogni qualvolta senza la presenza del magazziniere se la commessa al banco deve leggere prezzo, caratteristiche o altro, usa all'inverso un lettore che legge la "traccia di quanti" "memorizzata" dal magazziniere. Ogni aerea di una memoria é inserita in molte altre connessioni, e ciascuna connessione è implicata in vari altri "magazzini" memorie - la nostra rete neurale è fatta proprio così, comprese le "aree", i "magazzini", le "memorie", le "connessioni".

Il proto-cervello del nostro antenato inizia avere un'area del suo cervello sempre più sviluppata. Il mondo più vario, le continue esperienze, le molte informazioni gli creano la necessità di avere "magazzini" più ampi, e chi ne ha di più ha quindi più informazioni e quindi sopravvive meglio. Più tardi farà ancora di meglio, non adibisce una sola aerea, ma allestisce diverse aree, ognuna specializzata in qualcosa, onde non dover cercare nell'intero "magazzino" con una grande perdita di tempo. Ma per farlo come fa un buon magazziniere, deve creare delle aree specifiche. Usa cioè un metodo.

I neuroni hanno molte informazioni immagazzinate dalle esperienze, e ognuno è collegato ad altri neuroni che hanno a loro volta altre informazioni immagazzinate. Le informazioni intergiscono svilluppando altri collegamenti dendritici, cosicchè gli scambi diventano sempre più numerosi, dando la possibilità di elaborare una massa enorme di informazioni già immagazzinate; ogni neurone riceve domande, fa confronti con ciò che già possiede, chiede (con i rami dendritici esplorando con le sinapsi) aiuto ai neuroni vicini della stessa area, se non trova si spinge in altre aree, fatto questo, elabora delle risposte. Avviene questo perchè oggi sappiamo che sono le stesse informazioni a far crescere i milioni di dendriti, e molti dendriti sviluppano sinapsi che si connettono ad altri dendriti, pronti a scambiarsi le reciproche informazioni e fare numerose associazioni, elaborazioni e fornire una o diverse risposte.
E' questo il primo efficiente cervello a stimolazione elettrica biochimica (essenzialmente sodio/potassio) oggi facilmente rilevabile con la Pet e la Tep. Il cervello del nostro ominide è ormai una vera e propria centrale chimica e bioelettrica che fabbrica neurotrasmettitori, endorfine, adrenaline. ecc. insieme o singolarmente, creando messaggi elettrici affarenti e efferenti. Messaggi premianti o punitivi.

Le interruzioni o eccitazioni provocate dagli impulsi elettrici dalle sinapsi fra neuroni, viaggiano su assoni con un potenziale elettrico - abbiamo già detto- fra i -30 e +70 mvolt (simile a un on-off di un processore di computer); le più vecchie cellule cerebrali o quelle in cui mettiamo ora una informazione, viaggiano sia nell'andata che nel ritorno sempre con gli stessi potenziali elettrici. Questi impulsi sono provocati dai neurotrasmettitori, sia quando un evento invia informazioni al neurone, sia quando quelli piú arcaici (frutto di lunghe esperienze) emergono e le contrastano inviando un proprio messaggio inibitore. Quelle acquisite dopo la nascita vengono sì immagazzinate nella neo-corteccia (la piu' recente) ma sono sempre collegate con alcuni rami dendritici arcaici situate nell'ippocampo, che hanno per milioni di anni fatto il loro dovere per la conservazione della specie (come la fame, il pericolo, la riproduzione ecc.). A contribuire alla nascita di queste reazioni chimiche sono alcune sostanze note come mediatori contenute sottoforma di molecole presenti in alcune particolari sostanze usate nell'alimentazione (una serie di amminoacidi - circa 50 quelle fino ad oggi conosciute). Sostanze alcune volte incompatibili tra loro, che venendo a contatto emettono una scarica elettrica; cioè inviano un particolare impulso che in sequenza va a depositarsi in uno o piu' neuroni. Ogni impulso è una sequenza di pacchetti di quanti, e ogni pacchetto scrive un engramma.
Il "Microprocessore" è ormai formato, lo "schema logico" non cambierà più; solo i "rami" dendritici, gli assoni, i gangli, le sinapsi potranno svilupparsi. Quando il "computer" cervello è ormai costruito; aumenterà solo la capacità della "Ram" e come usare i "sistemi operativi", cioè il "software" - che è in sostanza come fare a ricevere (acculturarsi) e come mettere in ordine le informazioni.
Lo schema è simile in entrambi nel cervello e nel computer: sensori, impulso elettrico, trasmissione dell'impulso, entrata nel deposito, elaborazione con i confronti delle precedenti informazioni, scelta di una strategia, infine l'attuazione di una risposta fisica o verbale. Proseguendo su questa strada il nostro antenato organizza ogni giorno la casualità degli eventi del mondo che lo circonda in strutture bene organizzate e in zone e aree ben precise. Chi lo fa a casaccio introducendo le nuove informazioni disordinatamente, senza ripartirle in aree ben precise, al momento di richiamarle fa fatica; quindi una maggiore intelligenza non è data dalla maggiore quantità di materia grigia, ma come questa viene organizzata fin dal primo momento, cioè quando andiamo a formare le aree, i nostri "magazzini".


Un neurone nel cervello di un neonato. A mano a mano che la corteccia cerebrale estende le sue cellule embrionali, sempre più numerose si estendono le ramificazioni dei neuroni;, le reazioni sensoriali si sviluppano e si instaurano tutte quelle attività che selezionano e stabilizzano le sinapsi. E' l'epigenesi.

L'uomo alla nascita ha nel cervello circa 100 miliardi di neuroni (si formano nelle prime sedici settimane dopo la fecondazione, dopo smettono di dividersi perchè hanno raggiunto il loro numero massimo anche se il cervello pesa solo 200-300 grammi), ma sono tutti vuoti, infatti mancano le esperienza, le informazioni, il deposito di queste, e mancano innanzitutto le connessioni tra loro. Queste connessioni i neuroni iniziano a costruirle dal primo istante (vedi l'immagine sopra).
Ma anche quando queste informazioni vengono depositate a milioni e milioni, se non sono utilizzate frequentemente, nonostante anche una buona sistemazione, la connessione regredisce, si accorcia, perde il contatto con gli altri neuroni, scompare del tutto, e diventa difficile nel momento che sollecitiamo la memoria di fare delle associazioni con altre informazioni depositate in altri neuroni. Il magazzino é pieno ma manca la strada nei due sensi di marcia per "veicolare" l'informazione (sia per l'azione come per la retroazione - il cosiddetto feed-back).
Un bambino se nasce in Cina e impara nei suoi primi due-tre anni il cinese, se si trasferisce in un altra nazione non parla più la sua lingua ma quella del paese dove lui cresce; della sua lingua originale -se non si esercita a parlarla con altri cinesi- non saprà (apparentemente) più nulla, anche se ha tutti i vocaboli (ascoltati nei due anni precedenti) depositati nei suoi neuroni in una precisa area (di Broca), in tanti "engrammi"

I dendriti, le sinapsi, gli assoni (se non utilizzati) lo abbiamo già detto, vanno in atrofia, si comportano come alcune strade periferiche, che dopo averle costruite, se non utilizzate, diventano impraticabili proprio quando necessita percorrerle. Alle volte piccoli dendriti (stradine) portano a grandi strade (assoni), a banali ricordi che possono ricondurci però a fatti importanti, o perchè affini, o perchè collegati, o perchè vicini a quella zona; nulla va perso, ma tutto viene depositato. Infatti quando quella risposta giusta che cercavamo ci arriva in ritardo, diciamo "e pensare che questo lo sapevo". E diciamo una cosa giusta, possiamo pensare fin che vogliamo, ma se non abbiamo tenuto libere le "stradine" la causa è nostra, non del nostro cervello, dove nulla è andato perso; solo che non sono mai state o sono state poco utilizzate le sue "stradine". E cosa curiosa, quando abbiamo attivato il circuito, anche quando non abbiamo più bisogno, il cervello ci da sì una risposta, ma in ritardo, perchè ha dovuto "camminare" con fatica in stradine quasi impraticabili.
Con la ripetizione e l'esercizio mentale non solo contrastiamo il logoramento, non solo rinforziamo le antiche associazioni, ma ne creiamo sempre delle nuove anche se siamo vecchi. E' robusta una memoria ancorata ad estese associazioni, che non solo sfida il tempo, ma sfida quelle cancellazioni suscettibili alla debilitazione improvvisa (come può essere una lesione, un ictus) oppure a quella debilitazione lenta dovuta alla inesorabile e progressiva senilità.
Come le mille stradine che sono ai lati delle grandi autostrade, sembra servono a poco, poi ognuno di noi per entrare in autostrada ne utilizza una, così fanno tutti gli altri, quindi occorrono, sono necessarie: senza le piccole stradine di accesso le belle e grandi autostrade sarebbero del tutto inutili. Senza dendriti e sinapsi anche il cervello è inutile. E i dendriti e le sinapsi non ce li fornisce la natura, siamo noi a costruirli, con il sapere, la conoscenza, le esperienze.

Per concludere la stazione eretta è stata una "scoperta", un'esperienza positiva che si è poi voluta ripetere, ed è diventato poi (per i vantaggi) un "atto di volontà", e la insegniamo che è tale ai nostri piccoli fin dalla nascita. Infatti, se un neonato cresce isolato in una foresta (ed è accaduto) senza ricevere nessun insegnamento, nè ha la possibilità di imitare un suo simile, continua a camminare su quattro zampe. Se non riceve informazioni, diventa sì adulto, ma il suo comportamento si riduce a pochi atti istintivi, rimane selvatico, nè è in grado, nè lo sarà mai per tutta la vita di esprimersi con un liguaggio, e quindi non ha neppure le capacità di pensare. Non potrà mai dire "Cogito ergo sum" perchè non ha mai costruito un pensiero con la razionalità, non è dotato della facoltà intellettiva, nè ha coscienza e sensazione della propria esistenza.

Alla nostra nascita abbiamo a disposizione circa 100 miliardi di neuroni
(vuoti di informazioni), la cui rigenerazione é quasi inesistente nel corso della vita di un uomo (anche se recenti scoperte sulle "cellule staminali" nel cervello hanno eliminato il vecchio dogma della Neurologia per cui si riteneva che le cellule neuronali del cervello fossero incapaci di riprodursi. Oggi sappiamo invece che in un ambiente ampiamente stimolato, anche nell’ adulto la rigenerazione è sempre possibile a partire da "cellule staminali" cosi dette "Toto-potenti", che in qualità di precursori indifferenziati possono però differenziarsi in diverse forme cellulari. Però è anche vero che esistono nel cervello processi di stabilizzazione che rallentano e diminuiscono il numero di neuroni nel cervello e rallentano la crescita di nuove cellule neuronali), a partire dai 25 anni costantemente muoiono (per tanti motivi, senilità, radicali liberi, ecc.) all'anno l'1% del totale) sia quelli densi di informazioni accumulate, sia quelli vuoti a disposizione ma non utilizzati ( che in un uomo pur di media cultura sono di circa l'80/90% del totale). Spetta solo a noi movimentare le informazioni acquisite, trasferendole nei miliardi di neuroni che non abbiamo mai utilizzati. Si dovrebbero fare spesso queste movimentazione per richiamare le informazioni - fin che c'è ancora qualche traccia di "sentiero" - e depositarle nei neuroni ancora sani. (infatti, come abbiamo detto sopra, se ripetiamo ogni tanto quella stessa poesia non la dimentichiamo più per tutti gli anni della nostra vita). E' ormai accertato che i dendriti si diramano verso altri neuroni anche quando si è vecchi, perfino a 100 anni. Non è la vecchiaia che fa diventare stupidi, ma sono gli stupidi che non hanno messo in conto, già a partire da 30 anni, questa lenta e progressiva distruzione di neuroni che trasforma il nostro cervello in un colabrodo (sono poi i cosiddetti "vuoti di memoria"); a circa 45-50 anni di neuroni ne mancano all'appello una buona metà.
La rieducazione dei cerebrolesi consiste proprio in questo: far rinascere le connessioni in neuroni ancora sani e vuoti; ma se quelli precedenti sono andati distrutti senza aver movimentato le informazioni che contenevano, la rieducazione diventa difficile, bisogna partire da zero, come alla nascita; cioè insegnare al cerebroleso nuovamente a parlare, a camminare, a pensare, ecc. ecc.
La natura ha creato un meccanismo perfetto. In parole povere, prima che un neurone muore, vicino a questo ci sono altri mille neuroni vuoti e inutilizzati pronti con i loro piccoli bracci a sostituirsi ad essi e quindi accogliere il "bagaglio" di informazioni se queste informazioni però le seguitiamo a movimentare, cioè a trasferire.
(se in una alluvione, prima che si allaghino i piani bassi portiamo ai piani alti tutto quello che possiamo salvare dalla distruzione, non perdiamo nulla. Mentre se restiamo passivi perdiamo tutto ciò che avevamo accumulato, soldi, mobili, vestiti, album dei ricordi ecc.; dobbiamo ricominciare tutto da capo - ed è quello che deve fare un cerobroleso, sempre che abbia accanto chi gli fa "nuovamente" da "mamma"; una "paziente mamma", non mettendogli accanto solo una badante filippina o marocchina che al massimo lo aiuta solo a fare qualche banale operazione). ( vedi anche le pagine di "CERVELLO e MEMORIA" )

Torniamo al discorso della "stazione eretta" sopra accennato: le due (possiamo dire, anomale) curvature (fra i dischi lombari e quelli cervicali) garantiscono una elasticità maggiore, necessaria per sostenere il peso del corpo e della testa, mentre nelle scimmie la colonna vertebrale è quasi diritta; e sia quando camminano a quattrozampe, sia quando stanno erette la colonna resta sempre a forma di arco.
La volontà nel nostro ominide fu più forte dell'architettura ossea, e anche se causò qualche problema, lo sviluppo della stazione eretta - con tutti i vantaggi in grado di compensare gli inconvenienti detti sopra - procedette nelle savane africane su "due gambe"
a spron battuto, e non solo metaforicamente. Una fase indispensabile quella dell'equilibrio nella deambulazione a due gambe, perchè liberando gli arti anteriori dalla locomozione essa favorì il secondo stadio dell'evoluzione del nostro antenato: un'organizzazione migliore degli arti superiori che via via si accentrarono nella specializzazione delle mani come principali organi del lavoro. E' da questo momento che il nostro proto-ominide inizia a diventare Homo habilis. A "scoprire" il mondo innanzitutto, toccando, guardando, ascoltando, provando e riprovando come fa un inventore oggi.


Le articolazioni delle zampe anteriori non più impiegate per arrampicarsi sui rami, o appoggiate a terra per camminare,
si raddrizzarono, e le falangi si accorciarono in un assetto tale da poter svolgere un lavoro manuale. Determinante fu il pollice più corto e la sua flessione all'interno della mano, un movimento estremamente necessario alla presa.

John E. Pfeiffer (nello scritto The emergence of Man La nascita dell'uomo), dimostrò che "lo sviluppo delle articolazioni precedette lo sviluppo del pensiero". Più precisamente, nel graduale adattamento questi ominidi prima di conseguire un aumento dell'encefalo, specializzarono le articolazioni superiori ed in particolare le mani. Lo sviluppo della neocortecia fu quindi una conseguenza dell'eleborazione di nuove attività indi all'accumulo di nuove esperienze. "il miglioramento della presa precede il miglioramento del pensiero" (Pfeiffer, 1971). Come ribadisce anche Bardiga, la struttura del cervello degli ominidi, è dunque "in stretto rapporto con l'esercizio della tecnica [lavoro]", cioè con il grado tecnologico raggiunto dalle specie. In particolare, la porzione del cervello che si è sviluppata sotto gli stimoli dell'attività umana è la regione fronto-temporo-parietale media che, già con i primi ominidi, ha subìto il continuo aumento della superficie della corteccia cerebrale (Bordiga, 1973).
Quando questo "primo passo" verso il futuro fu compiuto e da quale specie di ominide, è impossibile stabilirlo con certezza. Tra il 1997 e il 2001 sono stati scoperti un certo numero di frammenti datati tra i 5,2 e i 5,8 milioni di anni e sembrano fare parte di una nuova specie, L’Ardiphithecus ramidus kababba. Le notizie emerse su questa nuova (presunta!) specie sono troppo rare e confuse per fare delle valutazioni attendibili, ma se questi resti appartenessero veramente ad un antenato primordiale dell’uomo, potremmo spostare indietro l’orologio della storia fino a 6 milioni di anni.

2.000.000 a.C.

CIOTTOLI - UTENSILI - Dalle prime esperienze con le mani l'Homo habilis cui abbiamo accennato sopra ha avuto fino a questa data un tempo per specializzarsi di circa 3-4 milioni di anni (corrispondono a circa 120-160.000 generazioni). Dei precedenti "lavori", dei primi "attrezzi", non abbiamo reperti, perchè essendo questi fatti in legno o in osso, quindi deperibili, non sono giunti fino a noi; non così quelli realizzati con le pietre, che hanno all'incirca questa data e proseguono in una varietà infinita per altre 40.000 generazioni.


O dagli scimpanzè, o dai primi ominidi austrolopitechi (che significa scimmia australe), o dai primi homo habilis, questi rudimentali utensili (detti choppers) erano quindi da molto tempo già usati.

Alcuni, i primi, erano piuttosto semplici e grezzi, impiegati per difesa o per attacchi agli animali ma anche come offesa ai propri simili per impossessarsi di un territorio; altri successivi, sono meglio lavorati, più scheggiati, adatti a semplificare certe operazioni quotidiane soprattutto nella caccia, per tagliare pezzi di carne, per le rudimentali lance idonee a colpire gli animali da lontano, o per farne asce e mazze dopo averle legate all'estremità di un robusto ramo. Per quest'ultima idea-operazione, non sempre si poteva trovare la pietra adatta all'uso, ma utilizando solo quella che era disponibile; il primo "scalpellino" della storia cercò di sagomarla percuotendola con un'altra pietra, scheggiandola fino al punto di adattarla all'estremità dell'impugnatura lignea. Ha insomma il nostro ominide realizzato il primo "oggetto" durevole fatto con le proprie mani, il primo prodotto artigianale della storia, anche se, prendiamone atto, era già una vera e propria arma aggressiva che nei vari contrasti, dispute, liti, usò senza scrupoli contro un suo simile.

I primi strumenti acheuleani, risalgono a 1,6 milioni di anni orsono. Si tratta di utensili ancora scheggiati su una faccia ma hanno già una perfezione e una simmetria che evidenzia non solo abilità ma anche della creatività. E sono oggetti-strumenti che variano in funzione dello scopo.


1.000.000 a.C.

____ PIETRE - A quest'epoca le pietre scheggiate e usate come utensili sono decisamente migliori....

...la tecnica neolitica si perfeziona, la presenza di questi manufatti tra i reperti di scavo di questo periodo, indica una tecnologia sempre più avanzata nella scheggiatura di ciottoli, che non sono più solo unifacciali, ma bifacciali. La cosiddetta "amigdala".
In essi: "si riconosce la ricerca deliberata, vale a dire consapevole, di strumenti con una forma predeterminata, che in precedenza esistevano soltanto nella mente dell'autore" (Arsuaga, 2001). Belli come sculture moderne, dimostrano di essere anche funzionali agli scopi per cui vennero costruiti. La cosiddetta età della pietra levigata rappresentò la prima grande rivoluzione tecnologica, la prima tappa verso l'affermazione dell'homo sapiens.

E' un crescendo nella tecnica non solo della scheggiatura ma anche nella levigatura; un'operazione questa che fatta con lo sfregamento, che fornisce alla pietra scheggiata una estremità affilata o delle aguzze punte alla lancia e alle frecce; vengono realizzati perforatori, raschiatoi per lavorare le pelli, asce forate, mazze, accette. L'abilità nello scheggiarle, l'esperienza acquisita nel tempo che fa migliorare sempre di più lo strumento, dopo aver scoperto le operazioni più valide il nostro ominide le ha immagazzinate nel cervello che si sta sempre di più ingrandendo, e cerca di ripeterle queste azioni migliorandole e tramandando poi il "come si fa" ai suoi discendenti.

Questo periodo "della pietra" inizia e finisce in tempi diversi a secondo della zona geografica perché legato a un miglioramento tecnologico strettamente locale ma anche all'approvvigionamento di particolari ciottoli, come la selce (presente in Francia e in Inghilterra), o la ossidiana (un ciottolo vetroso fragile ma duro, di origine vulcanica che si trova solo nell'isola di Lipari, Pantelleria, Sardegna, nell'isola Egea di Melos, in Anatolia, Armenia, nei Carpazi). Ed è curioso che si sono ritrovati alcuni di questi semplici utensili anche in zone prive della materia prima; questo significa che fra tribù anche lontane già erano in atto degli "scambi commerciali".

500.000 a.C.

____ FUOCO - Quando l'uomo scoprì che era possibile controllare il fuoco e, in molte cose, il suo utilizzo poteva essere vantaggioso, si ebbe un salto considerevole nell'organizzazione degli ominidi.
Il fuoco è sorgente di calore nelle stagioni fredde oltre che una sorgente di luce nella notte. Inoltre il fuoco è una arma di difesa e di offesa. Cosicchè l'utilizzo del fuoco, permise all'umanità di compiere il primo grande passo verso la comprensione delle leggi della natura, e dall'emancipazione da essa. I vantaggi acquisiti riguardavano sia miglioramenti della vita nelle dimore che nelle tecniche di caccia. All'interno delle caverne e nelle capanne vennero create zone di sonno, calde e luminose di notte, in cui era possibile difendersi dai grossi predatori. La fobia del fuoco degli animali fu utilizzata anche come strategia di caccia, come spingere gli animali in una trappola. Inoltre s'inventò una nuova tecnica -forse scoperta per caso- per rendere lance e giavellotti di legno con l'uso della fiamma più duri ed efficaci.
Probabilmente il fuoco era conosciuto prima di questa data (Dagli scavi nella grotta di Swartkrans in Sudafrica è emerso il primo focolare, datato circa 1,5 milioni di anni fa (Renfrew e Bahn, 1995). Ma probabilmente era un fuoco originato da fulmini, dalle lave dei vulcani, dall'autocombustione di sterpaglie nelle torridi estati, che poi veniva conservato alimentandolo con altro materiale infiammabile come la legna.
Purtroppo quando per tante cause il fuoco si estingueva bisognava aspettare un nuovo incendio. Tuttavia si era già in grado di conservarlo e anche di trasportarlo durante gli spostamenti. Perfino difeso strenuamente chi voleva impossessarsene. E forse fu durante una di queste carenze che l'uomo notando che lo sfregamento di due bastoncini di legno dolce emanavano calore, ebbe l'idea di insistere nello sfregamento fino ad infuocare uno dei bastoncini, al punto di accendere il fuoco in un cumulo di foglie secche. Altri ipotizzano che nello scheggiare le selci, le scintille furono il primo accendino semi-naturale per i successivi fuochi.
Comunque sia, gli uomini il fuoco non lo ricevettero un bel giorno dal mitico Prometeo, nella realtà, lo hanno acquisito con la conoscenza della natura attraverso il tempo. L’osservazione dei fenomeni e i vari tentativi di riproduzione o di controllo di essi, ha fatto sì che in alcuni casi si arrivasse a felici risultati. Il più importante, da quando il fuoco l'uomo lo poteva ottenere quando voleva -procurandosi così calore- fu quello di poter fare migrazioni in altri luoghi lontani più freddi.
Fornì inoltre la possibilità di allungare il giorno. Con più tempo a disposizione, la sera i nostri antenati si sedevano attorno al fuoco, e indubbiamente fra gesti e grugniti, questi convegni stimolarono lo sviluppo del linguaggio parlato, dando impulso alla cooperazione e alla socialità.

200.000 a.C.

____ AMBIENTE - Scoperta la funzionalità delle mani, dopo aver modellato un bastone, scheggiato una pietra, costruito un utensile, l'uomo inizia a trasformare anche l'ambiente, dove vive e opera con altri suoi simili. Ma nei rapporti con gli altri bisogna capirsi, ed ecco nascere un "linguaggio" che non è ancora fonico, ma mimico, gestuale. Nel corso di altre 8.000 generazioni questi gesti ripetuti milione di volte diventarono un vero e proprio linguaggio (non del tutto scomparso).

100.000 a.C.

____ LINGUAGGIO GESTUALE - MIMICO - E' il primo vero e pratico linguaggio della "comunicazione" fra gli ominidi. Inizialmente i gesti furono accidentali ma nel ripeterli per farsi capire diventarono mimici, poi espressivi, poi simbolici ed infine tecnici con una precisa codifica. Questo linguaggio, ancora primitivo, si tramette a vista, ma serve benissimo per eprimersi e farsi capire. Inizialmente lo si usò per indicare cose, azioni, pericoli, successivamente l'espressività dei gesti - soprattutto quelli della faccia per le varie occasioni - furono in grado di esprimere anche i propri pensieri e i sentimenti. I primi gesti furono semplici, i successivi ibridi (combinazione di due gesti distinti) poi si giunse a quelli composti, che sono più gesti indipendenti ma che in sequenza possono formare una frase e perfino un intero discorso (ancora oggi i gesti mimici li utilizziamo: se ci fermiamo al bar e indichiamo al barista con l'indice il tavolino, portiamo indice e pollice alle labbra, e mimiamo l'atto di bere, il barista -senza che noi pronunciamo una sola parola - capisce subito che deve fare quattro operazioni: servirci, al tavolino, il caffè, dentro una tazzina. Ancora oggi esistono dei gesti basati su un sistema formale, cioè sono codificati, hanno un proprio significato - come quello dei sordomuti, delle bandiere aereo-portuali, della borsa, del vigile ecc. ).
Il linguaggio gestuale lo potremmo definire di comprensione universale, ma come sono oggi le parole di altre lingue, anche il gestuale è soggetto a diverse interpretazioni, perchè, come le parole, molti gesti sono locali. Fino al punto che alcuni possono essere amichevoli in un luogo e ostili in un altro, perchè in modo diverso inizialmente furono codificati nei vari luoghi. Oltre a questi gesti che indicano cose e azioni, nascono gesti di rito, della soddisfazione o dell'amarezza, quello dei saluti, dell'accoglienza e del commiato, con tutte le variazioni di gerarchia e di ruolo sociale. Nascono anche quelli più complessi, e sono quelli del "legame", del "contatto fisico", un linguaggio prudente che deve superare l'inclinazione naturale di ogni individuo che vuol difendere il proprio spazio fisico personale. Per alcuni nostri simili certi contatti ravvicinati con gli altri sono ancora oggi una vera fobia angosciosa ed esistenziale - guai a toccarli mentre si parla, e si sentono perfino a disagio se ci avviciniamo un po' troppo a loro. Questo perchè i nostri progenitori ci hanno lasciati impressi nel nostro ipotalamo centinaia di segnali spiacevoli sul contatto fisico. Alcuni, anche se ci sembrano incomprensibili e banali, creano avversione, ostilità, angoscia, repulsione verso un nostro interlocutore, anche se oggi facciamo fatica a capirne il motivo. Bellissmo il volume di Desmond Morris, "L'uomo e i suoi gesti - La comunicazione non-verbale nella specie umana". Mondadori, 1977. Un libro sulle azioni, sul modo in cui le azioni diventano gesti e i gesti trasmettono messaggi. Un catalogo completo del comportamento umano, un'antologia del linguaggio del corpo, dei gesti e delle espressioni del viso che accompagnano i nostri veri sentimenti, spesso nascosti sotto la maschera delle convenzioni, verbalmente recenti rispetto al linguaggio dei gesti che si era invece perfezionato (e nonostante il parlato, hanno resistito) nell'arco di centomila anni. E sono gesti con i quali noi esprimiamo mimicamente il significato che sta sotto il nostro comportamento esteriore in tutta una gamma di occasioni sociali: rapporti famigliari, amichevoli, di lavoro, di accoppiamento, della preminenza, dello status, della difesa del territorio, e degli innumerevoli riti.
E oltre ai gesti, spesso solo dopo un prudente contatto fisico scopriamo verso i nostri simili alcune inclinazioni o avversioni, e quest'ultime sono alcune volte intolleranti anche se il malcapitato è da tempo un nostro carissimo amico/a. Ancora più complesso poi, il linguaggio mimico è il contatto fisico con l'altro sesso. L'intimità non la conquistiamo abitualmente solo con un colto e intelligente discorso; ma solo con i gesti e con un cauto preliminare contatto fisico, che soprattutto per la donna è spesso essenziale oltre che determinante per giungere ad una vera e propria unione fisica oltre che psicologica. Si può fingere per opportunismo (es. sposare un uomo ricco) ma poi per entrambi la vita a due è un inferno se non esiste un'affinità a livello "epidermico" (e non solo metaforico) .

____ GIAVELLOTTO - A parte la clava, la prima vera arma, costruita per tale scopo e con la volontà di farla diventare tale fu senza dubbio il giavellotto realizzato in duro legno, con la punta indurita sul fuoco. Noi abbiamo forse qui presente il giavellotto che si usa e viene lanciato nelle competizioni di atletica leggera, mentre quello antichissimo anche se aveva la stessa foggia, non veniva lanciato solo con le mani (forse i primi) ma faceva uso di un geniale propulsore. Questo consisteva in una striscia di pelli di animali, cioè una correggia avvolta in parte al giavellotto, con lo scopo di aumentare il braccio di leva onde scagliarlo il più lontano possibile; imprimeva inoltre un moto rotatorio all'arma in modo da stabilizzare la traiettoria. Acquisita una certa abilità l'uomo preistorico nel praticare la caccia riusciva a colpire con precisione la preda a distanze di sicurezza notevole, anche da 50-80 metri. Dalla preistoria il sistema passò agli egiziani e ai babilonesi, ma questi non più impegnati nella caccia ma solo nelle guerre il sistema del lancio fu abbandonato e per colpire i nemici in battaglia si ritornò all'arcaico ravvicinato lancio a mano. Anche i Greci sia in guerra che nei giochi lo utilizzarono come semplice lancia come quello attuale. Furono poi Romani a riscoprire il lancio del giavellotto con la correggia (chiamato "pilum"). Ma crollato l'impero, quest'arma scomparve dai campi di battaglia. Nel 1900, ricomparve l'attrezzo greco, ma solo per le manifestazioni sportive.

80.000 a.C.

____ COTTURA CIBO - Nell'utilizzare il fuoco la scoperta più importante fu che le carni cotte sui carboni ardenti o su pietre riscaldate dalla fiamma, erano non solo più saporite, ma anche meno dure da masticare. Inoltre la cottura uccide i parassiti e i batteri, responsabili di numerose malattie. Si pensa che l'uso di arrostire le carni risalga a questa età. Prima di allora, i denti utili per macinare e frantumare erano grandi, dopo questa data si fanno piccoli, perchè poco impegnati a fare grandi sforzi nella masticazione. L'usanza di cuocere il cibo può aver contribuito a rimodellare i contorni del volto umano. "I cibi più morbidi sollecitano meno la mascella e i muscoli mascellari, che divennero più piccoli insieme ai molari. Questo a sua volta si ripercosse sul disegno dell'intera faccia: le grosse e prominenti sporgenze ossee sopraorbitali, e altre spesse protuberanze ossee, sostegno dei potenti muscoli mascellari, si ridussero di molto quando il volume dei muscoli diminuì. Il cranio divenne più sottile, favorendo un'espansione della calotta cranica che doveva ospitare un cervello di maggior volume" (Pfeiffer, 1971).

60.000 a.C.

____ DIETA - Per Alan Woods e Ted Grant, la modifica delle relazioni sociali è in relazione con il consumo di carne, l'organizzazione della caccia e l’aumento del volume del cervello (Wood e Grant, 1997). Quest’ultimo consuma il 20% dell’energia prodotta dall’organismo, nonostante costituisca soltanto circa il 2% del peso totale. A sostenere l'incremento dell'encefalo, come conferma anche Francesca Giusti, vi fu il passaggio all'alimentazione carnea (Giusti, 1994). La carne con il suo contenuto di calorie, proteine e grassi fornì una serie di sostanze importantissime per l’organismo umano, soprattutto per il rinnovamento dei tessuti (Engels, 1876). Tale alimentazione, con la cottura, accorciò i tempi di digestione e i processi vegetativi. La cottura è in sostanza una frantumazione delle grandi molecole di proteine, carboidrati e grassi in molecole più piccole, più digeribile e assimilabili. In definitiva, la carne "portò all’acquisto di tempo, di sostanze e di energia" (ibidem).
Il fuoco rivoluziona quindi la dieta. Nuovi alimenti vegetali ed animali immangiabili crudi, permettono ora in territori pur ristretti la vita di comunità più numerose. Infatti, insieme ai cambiamenti fisici si verificarono nuovi stimoli alla vita di gruppo, il mangiare insieme favorisce l'aggregazione (ancora oggi si va a cena con gli amici anche se non si ha per nulla fame). Gli uomini potevano passare più tempo nelle loro dimore attorno al focolare, mangiando insieme agli altri membri del gruppo e passando il tempo a gesticolare. Le ore dopo il tramonto, di relativo riposo, potevano essere impiegate per progettare le attività sempre più complesse del giorno successivo. Questa nuova complessità richiedeva l'evoluzione di più elaborati e raffinati mezzi di comunicazione. "Il linguaggio, la forma più umana dell'umano comportamento, deve aver preso un enorme impulso quando la caccia si sviluppò e i focolari ardevano allegri dopo il tramonto" (
Pfeiffer, 1971).
Ma come vedremo più avanti, il fuoco, o meglio il focolare, ebbe un ruolo centrale anche nelle prime esperienze mistico-religiose dell'uomo. Ovvero tracce di manifestazioni nella sfera spirituale. Coscienza del se. Immedesimazione nei suoi simili. Culto dei propri famigliari morti. Credenze che la vita continua dopo la morte. Convinzione soggettiva con una sensazione dell'esistenza di un essere supremo che governa la natura, gli uomini, l'universo. Forse per gli stessi motivi, e come riti propiziatori, nei più remoti meandri delle caverne, nacquero all'incirca in questo periodo, le prime espressioni di arte, i primi dipinti, i primi graffiti. E ancora, il fuoco rese molti millenni dopo possibile vari cambiamenti chimici nella materia inanimata, come la fusione dei metalli.

50.000 a.C.

____ FOCOLARE - Il focolare, il luogo di incontro giornaliero del gruppo, dove si consumava il cibo frutto dell'organizzazione sociale e della caccia, fu sicuramente anche il posto dove lentamente si sviluppò il linguaggio umano. La facoltà di esprimersi per mezzo della parola o l'espressione stessa; un insieme di locuzioni con cui l'uomo esprime i propri pensieri e sentimenti. Ancora oggi in alcuni popoli il focolare è sacro. Lo è fra le tribali genti delle montagne caucasiche della Cecenia, ma lo è anche nelle civilissime metropoli del Giappone. Ma anche in occidente, fino a pochi decenni fa ogni cosa - non a caso - la si apprendeva accanto al focolare, il cosiddetto "filò". Da questi filò, prima ancora dell'alfabetizzazione di massa, e prima ancora dell'avvento della scrittura, sono stati tramandati i miti, le grandi epopee del passato, i disastri provocati dalla natura, le prime cronologie dell'umanità, le prime storie di un popolo, di una tribù, del proprio clan, quelle della propria famiglia e quelle di ogni componente. La data di estinzione del focolare o caminetto (per la duplice funzione che aveva in casa - cuocere le vivande e riscaldare) è abbastanza recente: 1742, quando Benjamin Franklin inventò la "stufa" in ferro, quella che fino a pochi anni fa avevamo tutti in casa con i neri tubi in ferro. (vedi - "stufa" anno 1742).

40.000 a.C.

____ AMORE e FAMIGLIA - Con molta probabilità fu accanto al focolare che nacque l'amore e anche il concetto di famiglia. Nel momento in cui era già avvenuto un personale processo di identificazione con la conoscenza del mondo del Sè e dell'Io, forse fu nel buio di una grotta, rischiarata da una calda fiamma di un focolare, che un uomo e una donna guardandosi scoprirono sulle reciproche labbra un sorriso e improvvisamente si levò ad entrambi un lampo di felicità, un'espressione di gioia intensa, una emozione nuova. Il processo di identificazione dei due crea da quell'istante un "Noi", un legame capace di costruire una vita con un suo fulcro e una precisa direzione che porta a vivere questo "noi" insieme, uniti. Non è ancora un matrimonio, ma non è nemmeno una semplice unione carnale o di beni. Ma è un'unione di felicità condivisa da due individui uniti nell'anima con un anelito interiore, quello di vivere nel profondo una comunanza di vita. Nasce così la prima cellula famiglia, una istituzione sociale che porterà in breve alla nascita della vera e propria società umana. Nella famiglia formatasi con i figli inizia la suddivisione dei compiti, ci si organizza nelle funzioni, nasce la cooperazione e il rispetto gerarchico di padri e figli, di giovani e vecchi; mentre prima d'ora questi ultimi erano quasi considerati inutili al gruppo. Ed infatti, nei reperti delle esumazioni, troviamo solo da questa data i primi scheletri di persone anziane, perchè prima non erano nè inumati nè venerati. E' da questo momento che l'anziano assume un'importanza determinante per la famiglia e per il gruppo anche se non è più impegnato nella caccia e nelle altre attività faticose. Infatti, è lui, con molto tempo a disposizione, a raccogliere le notizie dei fatti, è lui il privilegiato osservatore di ogni cosa. Ed è sempre lui a ricombinare le notizie, a metterle in associazione, per creare quindi nuove strategie della cooperazione legate alla sopravvivenza "si fa questo, non si fa quest'altro". Quando poi più tardi nascerà il linguaggio parlato sarà lui a raccontare agli altri le storie, gli avvenimenti del mondo che lo circonda, a narrare cose che non ha mai visto direttamente ma sa che esistono, di cose che non ha mai fatto ma sa come si fanno. Lui diventa il "magazzino" delle esperienze sue e di altri del gruppo. Questi altri, fra di loro, impegnati come sono nella caccia si conoscono poco, ma l'anziano patriarca li conosce tutti, al ritorno vede gli umori, osserva i loro visi, le loro espressioni di gioie o di dolori, coglie le sfumature di ogni manifestazione dei sentimenti. Con i suoi occhi indaga, e il suo sguardo scrutatore alcune volte quasi paralizza l'osservato, perchè è ormai capace di intuire anche ciò che gli si vuol nascondere. Questo disagio millenario resiste tutt'oggi. Gli occhi puntati su di noi ci creano un indefinito malessere, temiano di essere messi a nudo. Ci sono mille ragioni per cui un individuto che si sente fissato in viso, storna gli occhi, ma il nostro vecchio ora le ha comprese tutte. Questo vecchio è il "saggio" del villaggio, poi diventa lo "stregone", ma in effetti è il primo psicologo. E' diventato il lettore dell'animo altrui, e allenato com'è a osservare tutte le mille sfumature dei suoi simili, capisce intenzioni, verità e menzogne già al primo sguardo.

40.000. a.C.

____ MIGRAZIONI - Dopo aver nella sua dieta alimentare bilanciato da quasi 100.000 anni carne e vegetali, con i famosi 8 amminoacidi essenziali e le vitamine che alterna o contemporaneamente unisce alle proteine animali, il nostro ominide con un cervello più sviluppato (rispetto a precedenti gruppi che già si erano spinti in Europa) da queste sostanze alimentari e in parallelo dalle esperienze che lo stesso cervello gli ha permesso di fare, è ormai padrone del suo ambiente e del territorio che lo circonda. Sviluppato il senso dello spazio e del tempo, coordinati i comportamenti del gruppo, questo inizia a muoversi con maggiore intelligenza in ogni direzione. E questi nuovi gruppi sono i primi veri esploratori del Pianeta Terra. Grandi migrazioni lo portano a una comparsa poligenetica nei vari continenti partendo (anche questa, come la precedente) da un origine policentrica individuata nella zona della Rhodesia, considerata la culla dell'umanità intera (come emerge dai lavori del gruppo di Cavalli Sforza). Nel corso dei successivi millenni questi insediamenti creeranno quelle che scientificamente sono dette differenze razziali. E sono differenze esercitate dall'ambiente, dalle latitudini dove si sono insediati, soprattutto nei quattro caratteri principali visibili: pigmentazione della pelle, capelli, altezza, morfologia del volto.

A questi nuovi gruppi (identificati col tipo Cro-Magnon, mentre i precedenti erano del tipo Neanderthal, estintosi), bastano 5000 anni (circa 200 generazioni) per diffondersi in tutte le zone dei continenti, occupandoli, vivendoci, modificando subito i territori dove fanno i primi insediamenti fissi, e quindi hanno più tempo da dedicare alla comunità cui appartengono, e dove ancora a gesti si discute ci si organizza. Da queste sinergie nascono gli stimoli a voler riversare ai propri simili le innumerevoli comuni esperienze. Come dice un antico detto cinese "se io so una cosa e tu ne sai un'altra, se ce la scambiamo, dopo, entrambi sappiamo due cose". Ma per poterlo fare bisognava prima dare un nome alle cose, e a ogni nome di cosa il suono doveva essere diverso da un altro. O almeno modularlo diversamente per non confonderlo con altri.

30.000 a.C.

____ LINGUAGGIO e LARINGE - L’uomo forse proprio accanto al focolare e con tanto tempo a disposizione elaborò una forma di comunicazione straordinariamente complessa, riuscendo a dare ad ogni cosa un significato specifico. Questo perché, "l’uomo riuscì ad articolare suoni più complessi degli animali grazie all’uso delle consonanti, possibile soltanto con lo sviluppo della stazione eretta" (Wood e Grant, 1997). Già con il bipedismo, l'uomo aveva sviluppato una serie di modifiche che riguardarono la testa. La sua posizione rispetto al corpo, cambiando, era diventata anch'essa eretta, allineata con la spina dorsale. La mandibola subì un ridimensionamento. Anche la posizione della lingua cambiò, invece di essere situata completamente all’interno della bocca, una parte di essa si adagiò nel cavo, e una parte si posizionò all’interno della gola andando a formare la parte posteriore del tratto orofaringeo. La mobilità della lingua consentì non più un suono gutturale ma la modulazione dello stesso suono nella cavità orifaringea. Ma..."La forma dell’apparato vocale e la capacità fisica di combinare vocali e consonanti sono i presupposti fisici del linguaggio umano, ma niente di più. Solo lo sviluppo della mano, connesso inscindibilmente con il lavoro e la necessità di sviluppare una società altamente cooperativa, ha reso possibili l’aumento delle dimensioni cerebrali e del linguaggio" (ibidem).

Comunque sia, sappiamo, dopo attenti studi che i primi utilizzatori del linguaggio (escludendo i gridi a bocca spalancata) pronunciarono come prima sillaba la P; è il fonema che si ottiene nel modo più semplice: dopo la chiusura della bocca basta spingere con forza fuori l'aria e aggiungere i 5 principali suoni non occlusivi che sono poi le vocali; formando cosi pa, pe, pi, po, pu. Seguì poi strigendo le labbra la B e la M , più tardi le palatali C , infine le dentali T, D, G, N, e per ultime la S, Z ecc. Con questi suoni ancora quasi gutturali, nacquero le prime sillabe, che accoppiate (ma spesso anche singole come vedremo più avanti) formarono i primi vocaboli per dare un nome alle cose. E sono tutti nomi semplici, quasi tutti bisillabi occlusivi. Se sfogliamo un antico dizionario Babilonese, Caldeo, Sanscrito, Egiziano, troviamo che quasi tutti i vocaboli risentono di quest'iniziale periodo arcaico, diciamo di "esplorazione" fonetica: mas  indicava il mese, mon  la luna, tag  il giorno, set  la settimana, vag  le stelle erranti (i pianeti), anu  era il cerchio ma poi indicò l'arco dell'anno, buc  indicava la bocca o il mangiare, l'illirico bat  il bastone, l'egiziano ba  o bai   il cavallo, il sanscrito bad  il bagno, sempre in sanscrito pa  il padre, pitu  il bere, par  il parlare, pat  l'arrabbiato pazzo e stupido, mentre pac  un pecorone; e molti altri, che dopo 25 mila anni in alcune lingue sono rimasti tali e quali, oppure come radice.
In sostanza questi suoni articolati provati e riprovati iniziano a creare dei fonemi e questi, soli o abbinati ad altri, formano tutti i vocaboli che conosciamo. Con soli 40 fonemi si può creare una lingua. I primi linguaggi forse fino al 5000 a. C non andarono oltre questa cifra. Successivamente si arrivò al massimo, cioè a 124 fonemi. Con questi 124 "suoni" oggi (strano ma vero) si possono pronunciare tutte le parole esistenti in qualsiasi lingua, compresi tutti i dialetti. (nel mondo sono circa 10.000 i linguaggi). Un buon sintetizzatore vocale oggi ne utilizza 120-122 di fonemi. L'autore qui di Cronologia, ha utilizzato pionieristicamente circa 25 anni fa i primi sintetizzatori vocali della Texas Instrument; quando dalla stessa tastiera bisognava creare con le lettere dell'alfabeto i vari fonemi per far dire al computer questo o quel vocabolo. Oggi è tutto più semplice, con l'immissione diretta o di una registrazione vocale, è il computer che lavora, scinde i vari fonemi in bit, poi li riproduce fedelmente. Sembra che parli pure lui con la laringe, ma in effetti ci rimanda indietro velocissimamente -in un insieme- una lunga serie di suoni più o meno modulati dal sintetizzatore, che operando in un altro modo, se vogliamo, ci suona Beethoven, Mozart, ci fa sentire il cinguettio di un uccello, e genera perfino gli ultrasuoni che noi non siamo in grado di sentire con le nostre orecchie.


Le famose pitture rupestri della grotta di Lascaux in Dordogna

20.000 a.C.

____ ARTE - Le prime manifestazioni artistiche sono di questo periodo. La celebre serie di animali delle grotte di Altamira, di Lascaux, di Trois Freres e altre, ne sono la straordinaria testimonianza. Significato e funzioni di tali opere hanno dato origine a diverse intepretazioni. L'ipotesi più accettata è quella secondo la quale quest'arte avrebbe un origine magica, propiziatoria. Il fatto che queste espressioni figurative sono presenti in buie grotte e cavità quasi nascoste, significa che non erano semplici decorazione di un ambiente abitato, ma erano queste caverne dei sacri "santuari" visitati dai "pellegrini" abitanti in grotte vicine; e forse l'artista era lui stesso stregone. Nella maggior parte sono raffigurati degli animali, con uomini attorno che li cacciano, ed esprimono in tal modo il desiderio dell'occasionale "pellegrino", delle azioni che lui vorrebbe compiere sull'oggetto reale.


Graffito trovato in una regione desertica del Nordafrica

COLLOCAZIONE SPAZIALE E TEMPORALE
Oggi in Europa si contano 350 località, in cui sono state trovate tracce di dipinti o sculture paleolitiche. In Francia sono stati individuati almeno 160 siti. Alcuni di questi sono veramente importanti: Lascaux, Niaux, Les-Trois-Freres, Font-de-Gaume, Les-Combarelles, Chauvet, Cosquer, Cussac e Rouffignac. Tutti questi luoghi rivaleggiano in bellezza con la grotta d'Altamira in Spagna. Le zone a maggiore concentrazione artistica sono: il Perigord, Quercy (la valle del fiume Lot), i Pirenei e la valle di Chauvet (Ardeche). I Pirenei francesi e la Spagna Cantabrica, possono essere considerati, come un'unica area. Nella zona del Perigord sono concentrati più di sessanta siti differenti: Lascaux, Rouffignac, Font-de-Gaume (importanti per i dipinti), Les-Combarelles e Cussac (per le incisioni), Cap Blanc (per i bassorilievi). Nell'area di Quercy, numericamente meno consistente, si trovano, circa, trenta caverne dipinte. I siti principali sono Cougnac e Pech-Merle. I Pirenei, costituiscono un gruppo numericamente equivalente a quello di Quercy. La maggior parte dei siti contenuti in quest'area risalgono al Magdaleniano, ma alcuni di essi appartengono a periodi precedenti (Gargas, alcune gallerie in Les-Trois-Freres ed Portel). Le grotte e i ripari sono accorpati in piccoli raggruppamenti, come le caverne basche nelle montagne di Arbailles, le tre caverne di Volp e le sei nel bacino di Tarascon-sur-Ariege. Tra queste sono significative: Niaux, Les Trois-Freres, Tuc d'Audoubert, Le Portel, Gargas. La valle del Ardeche, contenente il sito di Chauvet, può essere considerata di secondaria importanza, con circa una ventina di caverne. Altri ripari e caverne sono sparsi in vari luoghi: la caverna Provenzale di Cosquer, Pair-non-Pair nella Gironde, i tre siti di Le-Placard, Chaire-a-Calvin, Roc-de-Sers nel Charente, Roc-aux-Sorciers e le sculture di Angles-sur-l'Anglin nel Vienne, le due caverne di Arcy-sur-Cure in Borgogna, la grotta di Mayenne Sciences in Mayenne, uno o due ripari nella foresta di Fontainebleau ed altre due caverne, compreso Gouy, in Normandia (Clotters, 2002). Nel Sud Italia vi sono alcune grotte istoriate, soprattutto in Puglia, in Sicilia ed in Calabria.

L'arte parietale può essere inserita in un arco temporale che va dal Perigordiano ed il Magdaleniano in Francia ed in Spagna. In Italia oltre al Gravettiano ed Epigravettiano, si hanno anche casi neolitici. Il rinoceronte realizzato nella grotta Chauvet-Pont-d'Arc, risale al primo periodo (31460 +/- 460 BP), le impronte negative della grotta H.Cosquer, appartengono al Perigordiano finale (27110 +/- 390 BP), mentre il bisonte nero trovato nella stessa grotta è stato realizzato nel Solutreano (18010 +/- 190 BP), un altro bisonte nero trovato a Niaux appartiene al periodo successivo, il Magdaleniano (12890 +/- 160 BP), allo stesso periodo appartengono il piccolo bisonte nero della grotta di Altamira (13570 +/- 190 BP) ed un altro bisonte trovato nella grotta di Covaciella nelle Asturie (14260 +/- 140 BP), mentre il suolo di carbone di Lascaux risale al 12.000 a.C. In Italia, le tre figure di cavalli della grotta Pagliacci, risalgono all'Epigravettiano (18.000 BP). Allo stesso periodo, probabilmente, appartengono anche la crosta stalagmitica della grotta di Santa Maria di Agnano (25.000-12.000 BP) e le figure di grotta Paglicci (15.000-20.000 BP), mentre la grotta dei cervi ha soltanto frequentazioni Neolitiche. Le incisioni della grotta del Genovese risalgono al 9230 a.C., mentre quelle del riparo di Addaura al 10.000 a.C. (data incerta). Il bue di grotta Di Romito in Calabria invece risale al 9.500 a.C. Infine le iscrizioni della Valcamonica sono databili a partire dal 8.000 a.C.

Il motivo che determina la scelta di concentrare i luoghi dell'arte parietale in alcune aree, piuttosto che in altre, non è ancora chiaro. Sicuramente, la scelta degli uomini paleolitici, non era condizionata dalla presenza di un numero consistente di ripari e caverne nei territori prescelti. In Francia, luoghi ricchi di grotte e ripari, come la Lingue-doc, Roussillon, la Provenza o ancora le valli nel sud di Quercy e di Aveyron, erano scarsamente considerate dagli artisti paleolitici. Sicuramente esistevano delle motivazioni culturali, legate al mondo magico-rituale che, oggi comprendiamo solo in parte (Clotters, 2002).

LE TECNICHE
Le capacità artistiche degli esecutori variano moltissimo. Alcune opere sono molto semplici e modeste, mentre altre, per la loro precisione nell'esecuzione, sono sbalorditive. Le tecniche di base utilizzate dagli artisti paleolitici per l'arte rupestre o parietale sono: la pittura e l'incisione. Da un'evoluzione di quest'ultima, derivano i bassorilievi, che sono le rappresentazioni più belle ed impegnative. Tra i bassorilievi più antichi vi sono la Venere di Laussel ed il pesce realizzato sul soffitto della grotta di Abri-du-Poisson, entrambi, appartenenti al Gravettiano (28-20 mila anni BP) e situati nel dipartimento di Dordogne, in Aquitania, ma la maggior parte dei basso-rilievi appartengono ai periodi successivi, Il Solutreano ed il Magdaleniano. Al primo periodo appartengono le incisioni di Roc-de-Sers (Charente) e Fourneau-du-Diable (Bourdeilles, Dordogna). Nella prima, sono rappresentati una decina figure di animali allineati su dei blocchi di pietra, invece, nella Fornace del Diavolo sono raffigurati due bovini selvatici ed una terza figura poco chiara. Invece, le tre figure femminili associate ad alcuni animali, trovati ad Angles-sur-L'Anglin, ed i due grossi cavalli, trovati nel sito di Camp-Blanc, appartengono al Magdaleniano.
Le incisioni più semplici, sono chiamate lineari. Si tratta della più diffusa forma di arte delle caverne. Questa tecnica ha moltissimo in comune con la pittura. Il modo con cui sono tracciati i contorni con limitate sfumature e tipico anche di quest'ultima (Collins, 1980). Una serie di incisioni di questo tipo, tra cui la testa di un cavallo, particolarmente ben fatta, si trovano all'interno di una grotta, presso il castello di Commarque. Questo luogo, anch'esso molto importante, fu scoperto dall'abate Breuil nel 1915. Altre Incisioni si trovano anche nella Grotta di Chabot, su una superficie di 3 per 0,80 metri. Tra i vari segni è distinguibile la sagoma di un mammut. Altri esempi famosi sono: la testa d'orso e la silhouette femminile di Pech-Merle, la testa di cervo della grotta di Pergouset, il bellissimo cavallo di Lascaux, la renna di Les-Combarelles e i bisonti di Mairie-de-Tayjat.
Gli artisti per realizzare le loro opere si servivano di un bulino, per le incisioni più recenti, ma tale tecnica non era conosciuta prima dei 27.000 a.c. In alcuni casi durante gli scavi archeologici sono stati scoperti gli scalpelli, come a Roc-de-Sers. Ad esempio, la renna di Belcayre (Dordogna, 30.000 a.C.), fu realizzata in maniera molto rozza, con un oggetto appuntito, simile ad un piccone. I lineamenti del corpo, realizzati con quest'attrezzo, risultarono molto grossolani, ad eccezione della testa che fu eseguita con una cura maggiore. Un esempio di tecnica più raffinata si trova a Le-Ferrassie, dove le linee furono realizzate attraverso l'incisione di una serie di piccoli fori.
La pittura è il mezzo d'espressione più spettacolare, secondo in bellezza, soltanto ad alcuni bassorilievi. Leroi-Gourhan divise l'arte paleolitica in quattro stili, o periodi. Il primo fu definito "arcaico" per la sua semplicità di esecuzione. Si sviluppò nel Aurignaziano, tra il 30.000 e il 23.000 a.c. Il secondo, sviluppatosi tra il 17.000 e il 15.000 a.c. (tra il Perigordiano e l'inizio del Solutreano), fu caratterizzato dalla rappresentazione completa dei contorni degli animali. NeI terzo stile, definito "manierista" (tra il 17.000 e il 15.000 a.c. ), si sviluppò la ricerca del movimento nella rappresentazione, oltre che ad una maggiore precisione nella descrizione dei dettagli anatomici e l'introduzione della bicromia. Ad esso appartengono le opere di Roc-de-Sers, Lascaux, ecc. Nell'ultimo periodo, definito "il barocco del Magdaleniano" (fino all'8500), si ebbe una maggiore attenzione per i volumi. Le figure assumevano posizioni complesse, dimostrando la conoscenza problematiche tipiche della pittura occidentale. Altamira, Niaux e Rouffignac appartengono a questo periodo (Leroi-Gourhan, 1977).
I colori utilizzati erano soltanto tre: il tuorlo, il rosso ed il nero. Da questi si potevano ottenere una grande varietà di sfumature, come a Font-de-Gaume e Altamira. Il colore rosso era ricavato attraverso la lavorazione dei minerali di ossido di ferro (limonite e ematite), mentre il nero era realizzato attraverso il diossido di manganese. Durante il Musteriano, il minerale era utilizzato in pezzi, simili a dei pastelli. Nei periodi successivi, gli uomini paleolitici impararono a polverizzare i minerali, e ad applicarli sulle pareti, una volta diluiti.
Il colore era applicato sulle pareti con la punta delle dita, in modo da ottenere una fila di impronte digitali, oppure era spalmato quando si volevano realizzare dei tratti continui (Collins, 1980). gli stencil delle mani erano realizzati attraverso l'impiego di una tecnica differente. La tinta, contenuta nella bocca, era soffiata sulla mano utilizzando un corto cilindro in osso. Tale tecnica è stata utilizzata per realizzare le impronte nere e le macchie dei cavalli di Pech-Merle (ibidem).

L'artista nell'eseguire il suo dipinto, in molti casi si limitava a tracciare soltanto il contorno delle figure, come nei siti di Pech-Merle e Cougnac, mentre avvolte ne sfumava alcune parti, ottenendo un effetto policromo di particolare bellezza. Esistono anche degli esempi in cui tutta la figura era riempita di colore, come a Font-de-Gaume, Altamira, Lascaux e Chauvet. Per realizzate le sfumature era utilizzata una spatola o un tampone di pelliccia, con cui era stesa la tinta (ibidem). In un caso, il cavallo di Ekain, fu realizzato un contorno ben preciso mentre la profondità fu realizzata attraverso l'uso del chiaroscuro (Ramirez, 1994). Mentre il bisonte di Marsoulas fu realizzato attraverso una moltitudine di punti rossi discontinui. Lo spettatore poteva percepire il volume dell'animale soltanto ad una certa distanza (Ramirez, 1994).
Non sono rari i casi, in cui, furono associate diverse tecniche artistiche, soprattutto pittura ed incisione. Come sui bassorilievi di Camp-Blanc e Roc-aux-Sorciers dove sono state scoperte tracce di coloranti.
Un altro caso particolare, consiste nei bisonti di Tuc-d'Audoubert, realizzati in argilla, sono un esempio straordinario delle capacità artigianali degli uomini paleolitici.

LA PROSPETTIVA e gli altri espedienti tecnici
La prospettiva è una tecnica utile a dare tridimensionalità ad oggetti rappresentati su una superficie piana secondo un punto fisso detto "punto di vista". La tecnica moderna si basa sull'impiego di raggi immaginari che partono dal contorno di un oggetto osservato ed arrivano verso l'occhio dell'osservatore. L'intersezione di questi con un piano verticale, danno il "quadro". Il problema della rappresentazione tridimensionale su superfici piane venne affrontato per la prima volta dai Greci verso la fine del V sec a.C. Gli artisti paleolitici non conoscevano la prospettiva, ne gli altri metodi moderni utili a dare profondità alle opere, tuttavia riuscirono ad elaborare delle tecniche particolari, con il quale riuscirono a superare i limiti delle rappresentazioni bidimensionali. Per la rappresentazione degli animali era preferito il profilo laterale, ma spesso, tale metodo limitava la realizzazione di elementi particolari. Un esempio calzante è lo stregone di Les Trois Frères. L'uomo che ha realizzato quest'opera ha dovuto superare la difficoltà di rappresentare elementi particolari disposti su piani differenti, come le corna e la coda, su una superficie piana a due dimensioni. La soluzione venne trovata nel torcere artificialmente la figura. La testa venne rappresentata utilizzando una visione frontale, il resto del corpo attraverso il profilo laterale. L'artista inventò una tecnica che Collins chiama "prospettiva di torsione" (Collins, 1980), utilizzata anche in altre epoche storiche. Gli egizi usavano, spesso, rappresentare il corpo secondo una visione frontale ad eccezione della testa, vista di profilo. Numerosi esempi sono riscontrabili nel catalogo curato da Cristiane Ziegler per una mostra, da lei realizzata, a Palazzo Grassi (Ziegler, 2002). Anche gli artigiani greci, a partire dal VII sec. a.C., impiegavano espedienti simili per realizzare le decorazioni su vari materiali: armi di bronzo, ceramiche, monete e gemme in pietra dura. Tra tutte le ceramiche attiche conosciute, segnaliamo come esempio, un cratere ateniese del 750 a.C. parte di un corredo funebre. Nell'illustrazione della scena funebre rappresentata su di essa, la muta dei cavalli è stata realizzata in modo da dare maggiore profondità alla scena, espedienti simili non sono rari nell'arte paleolitica. L'uso di combinare la testa di profilo ed il corpo di prospetto unito ad una serie di gesti, secondo Alan Johnston, serviva agli artisti greci a creare flusso e movimento (Boardman, 2002). A tale scopo gli artisti Paleolitici avevano adottato anche altri espedienti. Un caso interessante è il cinghiale della grotta di Altamira in spagna. L'animale è stato disegnato con 8 zampe piuttosto che 4. Alcuni esempi interessanti in cui si è cercato di superare i limiti delle due dimensioni, sono: i tori eseguiti nella medesima grotta ed i cervi della grotta di Lascaux. In entrambi i casi la superficie rocciosa viene utilizzata per dare alla figure volume e movimento. La policromia ed un saggio utilizzo di sfumature, avevano il medesimo scopo di dare profondità ai soggetti. A Font de Gaume
e a Lascaux troviamo alcuni esempi.

I TEMI della rappresentazione
I disegni erano rinnovati ogni anno, sovrapponendo i nuovi ai precedenti. Gli artisti nell'esecuzione dei disegni non seguivano alcun criterio. Non seguivano un unico asse orizzontale, tutti gli elementi avevano angolazioni differenti e non vi era proporzioni tra essi. Non erano raffigurati alberi, piante o elementi topografici. Non vi è nessuna rappresentazione che riguardi gli astri, come il sole e la luna, o nuvole (Collins, 1980).
Le categorie dei soggetti rappresentati sono quattro: figure animali, figure umane, simboli (antropomorfi o geometrici) ed insiemi di linee indeterminate. Leroi-Gourhan realizzò un'analisi sulla frequenza dei soggetti rappresentati, basandosi su un campione di 66 siti. Nel 63 % dei casi si trattava di immagini di animali, tutti i segni insieme erano il 34%, e soltanto nel 4% dei casi furono identificate delle figure umane. L'animale più rappresentato era il cavallo, ed in ordine decrescente, il bisonte, lo stambecco, il cervo, il mammut, e la renna. E' stato notato che, i primi due animali, spesso, erano associati all'interno della stessa rappresentazione. Ma le associazioni tra soggetti potevano variare, anche notevolmente, da sito a sito. A Font-de-Gaume delle 200 immagini individuate, tra animali e simboli, 84 riguardavano soltanto bisonti. Vi sono alcuni luoghi, in cui, i segni sono numericamente più significativi, rispetto alle rappresentazioni animali. Un esempio è la grotta di Niaux, in cui i segni sono tre volte di più numerosi degli animali. Le rappresentazioni umane sono molto meno numerose. Inoltre, nella maggior parte dei casi, si tratta di esecuzioni molto sommarie, in cui è distinguibile soltanto la silhouette. Alcuni tipi di segni sono in relazione al corpo umano, perché ne riproducono alcune parti. Si tratta degli organi sessuali maschili e femminili, e gli stencil delle mani, riscontrabili in numero elevato; A Quercy, nei Pirenei centrali e nella Spagna Cantabrica, sono state scoperte più di 500 impronte di mani.
Gli animali disegnati, appartenevano alla fauna locale. Avvolte l'insieme dei soggetti rappresentava una scena di caccia, ed in casi molto particolari, alcuni di essi venivano trafitti da frecce o colpiti da bastoni o da boomerang (Campbell, 1990). Una scena di questo tipo fu eseguita nella grotta di "Les-Trois-Frères". Al suo interno, è stata scoperta un'intera parete ricoperta di incisioni. I soggetti (mammut, rinoceronti, bisonti, cavalli, orsi, asini, renne, ghiottoni, bue muschiati), furono inseriti in una scenografia completata da una serie di lance scagliate su di essi. In generale, bisonti e orsi erano gli animali più rappresentati nei siti Aurignaziano-Magdaleniani. Su gli orsi, in alcune occasioni, erano rappresentati anche i fori delle ferite (ibidem). Nell'Italia Meridionale il bue sostituisce il bisonte. Un caso particolare sono il salmone di Abri du Poisson ed i tonni della grotta del Genovese.
I simboli, ad eccezione di quelli a carattere sessuale, nella maggior parte dei casi non sono comprensibili. Nei periodi più antichi i simboli vulvari sono a forma di pera, mentre nel più tardo Aurignaziano diventa più comune una forma a triangolo rovesciato. Vi sono anche esempi di falli, alcuni incisi su pietra e uno proveniente dal rifugio roccioso di Blanchard scolpito intorno ad un corno di bisonte. Nel Magdaleniano si diffondono anche le vulve a coda di pesce, falli circoncisi e segni a punta. Nella grotta di Pech-Merle, ed in altri casi, furono disegnate file di dischi, macchie o linee. Nella grotta di Fount de Gaume sono stati scoperti dei segni simili ai tetti a spiovente delle case, e per questo sono stati chiamati tectifomi. In alcuni casi, questi insiemi erano così grandi e complessi da essere definì dagli esperti: "Grandi Simboli". Questi complessi di linee, in alcuni casi erano distinguibili in tre gruppi differenti (Collins, 1980). Per Giedion "tutti i grandi simboli sono deliberatamente oscuri, essi erano destinati ad essere incomprensibili a tutti tranne che agli iniziati" (ibidem). Fatta eccezione per le rappresentazioni simboliche degli organi sessuali, le rappresentazioni umane sono estremamente rare. I soggetti maschili erano più ricorrenti su piccoli oggetti, come statue, utensili decorati o placche. Tra i rari casi pittorici vi sono gli uomini con le lance situati nelle grotte di Cognac e Pech-Merle. I soggetti femminili erano più frequenti, la Venere di Laussel è forse la più famosa. Le rappresentazioni femminili, soprattutto nell'arte mobiliare, avevano tutte caratteristiche simili. Erano tutte piuttosto grasse, alcune presentano i segni della gravidanza. I glutei erano grandi e molto accentuati (in alcuni casi sono steatopigie, cioè presentano un accumulo di adipe nei glutei, riscontrato nelle donne delle popolazioni boscimane). Il seno era prosperoso. I volti erano realizzati in maniera molto approssimativa. Le caratteristiche facciali erano rare, occhi, naso e bocca spesso non erano rappresentati. Le braccia snelle erano incrociate sul petto. Le cosce erano ben modellate, ma le gambe e i piedi erano raramente compresi nelle rappresentazioni. Sia i simboli sessuali che le veneri indicano un'interesse degli uomini e le donne paleolitici per la fertilità. Nel Magdaleniano l'interesse per le figure umane incominciò ad aumentare. Le figure sono spesso "piegate" o curve all'altezza della vita a forma di boomerang. La testa è rappresentate di rado e i piedi e le braccia sono ugualmente poco importanti. A quest'epoca appartengono un'importante serie di figure maschili. Tra queste soltanto alcune sono identificabili come tali, mediante la rappresentazione del pene. Alcune di loro presentano attributi animali. L'uomo di Gabillou, in Dordogna, ha le corna di bisonte, mentre lo stregone di Les-Trois-Frères ha delle corna ramificate, oltre ad una serie di altre caratteristiche animali. A Tuc-D'Audobert, invece, sono stati scoperti degli uomini con testa d'alce. Nel celebre sito di Lascaux, all'interno di una cripta, si trova una figura maschile distesa. La silhouette, posta in posizione orizzontale, ha il pene eretto ed un becco d'uccello. Qualcosa di simile si trova nel sito di Addura, presso il Monte pellegrino, vicino Palermo. Qui troviamo un incisione in cui viene illustrata una danza rituale comprendente: figure distese, organi sessuali in evidenza e musi a becco di uccello. Anche la postura dei soggetti richiama quella degli animali, obliqua o orizzontale. Non esiste nell'arte parietale, una singola rappresentazione maschile dipinta in una posizione completamente eretta, con lineamenti facciali chiaramente umani, e comunque trattati con la stessa precisione dedicata agli animali (Collins, 1980). Secondo Giedion: "Gli uomini raffigurano se stessi solo di rado, ma gli animali costantemente, sembra che essi vogliano essere animali, non hanno alcuna arroganza nella loro umanità"(ibidem).
IN ITALIA esistono un numero minore di grotte contenenti esempi di arte parietale. Nel Sud Italia vi è una maggiore concettrazione, soprattutto in Puglia, in Sicilia ed in Calabria. La Puglia è la regione più rappresentativa. All'interno del suo territorio si trovano: la grotta Romanelli, la prima in Italia a restituire testimonianze artistiche risalenti al paleolitico. Al suo interno è stato scoperto una gran quantità di pietre incise con motivi geometrici o zoomorfi. Le incisioni su parete più interessanti sono un bovide ed un'alce, mentre tra i soggetti geometrici troviamo un ciottolo dipinto con cerchi pieni di colore rosso. I soggetti astratti sono stati accorpati da Graziosi nello stile "mediterraneo", documentato soprattutto nell'arte mobiliare. Oltre a grotta Romanelli, altri esempi sono stati scoperti a grotta delle veneri di Parabita, grotta del cavallo presso Santa Maria di Leuca e grotta Sacara presso i laghi Alimini (Orlando, ...; Ingravallo, 2004). La grotta di Parabita è famosa anche per le due piccole statuine in osso di età gravettiana. Nella grotta Paglicci, sono presenti delle pitture parietali in ocra rossa, le uniche conosciute in Italia, tra cui tre cavalli, di cui uno rampante, associati ad impronte di mani e stencil). Nella grotta dei Cervi è possibile trovare vari soggetti umani ed animali stilizzati, la figura di uno stregone, e molte rappresentazioni simboliche, tra cui vi sono quelle "spiraliformi" e le impronte di mani. All'esterno della grotta di Santa Maria di Agnano, in cui sono state scoperte due sepolture epigravettiane, sopra una crosta stalagmitica posta all'esterno della grotta, sono stati individuati alcuni segni geometrici. La seconda area importante è la Sicilia, dove a partire dal 9000 a.C. fioriscono le arti figurative. Qui troviamo la grotta del Genovese, situata sull'isola di Levanzo (nell'arcipelago delle Egadi); In una grande caverna, scoperta nel 1947, accessibile soltanto attraveso un basso corridoio naturale, sono stati scoperti 4 figure umane danzanti, 10 bovidi, 12 equidi, 6 cervi e un felino. Sulle pendici del Monte Pellegrino, presso Palermo, nel 1953 è stato scoperto il riparo dell’Addaura. Nella scena centrale, già precedentemente illustrata, sono raffigurati nove uomini disposti in cerchio, nell'atto di intraprendere una danza rituale. Due di esse si trovano all'interno del cerchio, stese per terra, piegate in maniera innaturalmente. In una cavità vicina, Addaura III, sono state scoperte altre figure di uomini e di animali, che non presentano criteri compositivi. Nella Grotta Niscemi sul versante opposto del Monte Pellegrino, invece sono stati scoperti bovidi, capridi ed equidi. In Calabria, in località Papasidero (Cosenza), nella grotta di Romito, sono state scoperte diverse figure animali, tra cui quella di un bue. Nel Nord italia il sito più importante si trova in Valcamonica, dove, lungo il corso del fiume Oglio, sono visibili almeno 200.000 figure incise sulla roccia (nell'immagine sotto)

I graffiti più antichi sono rappresentazioni di figure animali, per lo più cervidi, incise a semplici linee con pietre silicee. In Località Villabruna, in provincia di Belluno, presso una sepoltura mascile epigravettina sono stati scoperti ciottoli dipinti con linee ondulate rosse.



IL SIGNIFICATO dell'arte delle caverne. - REALTA' e rappresentazione.
L'arte può essere intesa come una descrizione mimetica della realtà, oppure come la volontà di esprimere un concetto simbolico-astratto. I maestri del 500 italiano, come Raffaello o Caravaggio, si sono distinti per la loro capacità di riprodurre la realtà percepita, fin nei minimi particolari. All'opposto, Picasso, Derain, Mondrian, ecc., hanno elaborato un linguaggio pittorico tendente al massimo grado di astrazione, fortemente simbolico. Oggi è difficile dimostrare, a posteriori, la capacità degli artisti paleolitici di elaborare dei concetti in chiave simbolica. Sono in molti a sostenere che, l'arte paleolitica era per chi la eseguiva soltanto un passatempo, praticato durante il tempo libero. L'artista, non faceva altro che rispondere al suo istinto "naturale" di decorare. Si trattava di "arte per l'arte", emersa dal riconoscimento da parte dell'uomo di casuali somiglianze nella natura (Pfeiffer, 1971; Collins, 1980). Probabilmente, almeno all'inizio, il significato dell'arte era quello di rappresentare la realtà. La rappresentazione, ai suoi esordi, era frutto di un processo di elaborazione analogico (imitazione delle forme che percepiamo guardando), scomposto in due fasi: percezione ed interpretazione della realtà. In questo caso, qualsiasi rappresentazione prevedeva la conoscenza della realtà oggettiva, ed allo stesso modo, la conoscenza si manifesta attraverso una rappresentazione mimetica. Successivamente, le rappresentazioni risultarono essere frutto di un'idea dell'artista, cioè della sua elaborazione della realtà in forma ideologica, utilizzando un procedimento di tipo logico. Il prodotto dell'artista si allontana da un'elaborazione naturalistica, per assumere sempre più caratteristiche antinaturalistiche e concettuali. L'arte, nel suo nuovo significato, assunse un ruolo centrale all'interno di pratiche religiose. La rappresentazione artistica aveva un forte contenuto simbolico, legato alla caccia e la procreazione (Campbell, 1990).

Se analizziamo, ad esempio, una delle categorie più ricorrenti nell'arte rupestre, il mondo animale, si vede che l'uomo tendeva ad aderire ad una descrizione di tipo analogica-naturalistica. Gli artisti adoperavano ogni tipo di accorgimento tecnico, per far si che i soggetti dipinti o scolpiti si avvicinassero alla realtà. Gli animali erano riprodotti con un impressionante cura dei particolari. L'aderenza alla realtà, sembrava dipendere esclusivamente dalle capacità artistiche. Ma un'analisi più profonda dei soggetti, dimostra la presenza di un contenuto concettuale anche in questo tipo di rappresentazioni. Infatti, esiste un legame molto forte tra il linguaggio analogico con cui sono realizzati e le manifestazioni mistico-religiose cui sono collegati.

In primo luogo, l'ossessione per il mondo animale e la scarsa volontà di autorappresentarsi o di rappresentare qualsiasi altro elemento naturale, è spiegabile soltanto se si considera l'ammirazione per gli animali, come una forma di culto o di animismo (Collins, 1980). Scrive Giedion: "La figura dell'essere umano appariva trascurabile a paragone con la bellezza e la forza della figura animale... L'auto esaltazione con cui sia l'uomo che la donna erano presentati nudi alla luce del sole nella scultura greca era totalmente inimmaginabile per l'uomo primitivo" (Collins, 1980). Nessun altro elemento appartenente alla realtà riusciva ad ottenere la stessa attenzione degli animali. Il sole, la luna, le nuvole, o qualsiasi altro elemento legato al territorio non vennero mai illustrati. Ugualmente si può di dire per il fuoco, i fulmini o l'acqua. L'uomo stesso è presente in pochissime rappresentazioni.
In secondo luogo, l'arte parietale era inserita all'interno di un contesto specifico: le grotte e i ripari. Questi luoghi, di difficile accesso e, in alcuni casi, senza la possibilità di utilizzo di una fonte di luce diretta, erano le sedi più improbabili per esecuzione di lavori artistici così impegnativi, a meno ché, non esistessero delle motivazioni culturali specifiche. È da scartare l'ipotesi secondo cui gli artisti Paleolitici fossero dei Bohemien, ribelli ed emarginati dalla società in cui vivono. Al contrario, gli artisti erano integranti in essa, e ben voluti, perché con la loro opera esprimevano le speranze e i timori dell'intera comunità. L'artista, prima di essere un abile disegnatore, era un mago potente. Le grotte decorate erano le sedi dei santuari mentre gli animali erano una rappresentazione degli spiriti che questi popoli veneravano. Secondo alcuni, tale sistema magico-religioso era sorretto da due principi complementari, identificati nelle due specie animali più rappresentati il cavallo e il bisonte (Ramirez, 1994).
PERCEZIONE E RAPPRESENTAZIONE
L'esperienza artistica, per certi aspetti, è comparabile all'esperienza della caccia. In essa vigono gli stessi processi percettivi utilizzati dall'uomo per individuazione delle tracce lasciate dalle sue prede. Come dice Brusa -Zappellini, la traccia è un indizio, "è un segno che ha un senso in sé", ma allo stesso tempo è anche "un segnale che ha un senso fuori di sé", perché aldilà della sua forma, permette di identificare la fattezze dell'animale che l'ha lasciata (Brusa -Zappellini, 2002). "L'impronta della preda evoca, dunque, qualcosa d'altro, costringe la mente a riflettere sul nesso che unisce lo spazio al tempo, l'assenza alla presenza" (ibidem). La percezione dei segnali, inducono l'osservatore ad elaborare una realtà fittizia, senza la quale è impossibile impostare le proprie strategie di caccia. L'artista-stregone opera come un cacciatore. Egli però non deve trovare degli indirizzi materiali su di un'azione avvenuta in passato, deve, invece, trovare delle forme in grado di assumere l'aspetto dell'animale da rappresentare, egli si avvale della "capacità evocativa delle linee e dei volumi di creare un riconoscimento fittizio, di carattere illusorio" (ibidem). Soltanto successivamente, quando avrà soddisfatto questo primo principio, darà inizio all'opera. All'origine dell'arte vi è quindi un "attitudine proiettivo-fantastica dell'immaginazione" utilizzata in maniera di
fferente dal cacciatore e dall'artista-stregone (ibidem). La scelta di simulare la realtà attraverso la natura, risultava essere doppiamente suggestiva quando, per realizzare le proprie opere, venivano scelti corridoi contorti e oscuri all'interno di grotte naturali. La sensazione che si provava immergendosi in tali luoghi, non era soltanto di caratteristica illusorio. "Nella mentalità primitiva, fortemente animistica, le analogie formali dovevano evocare, nello spazio magico delle infinite fluttuazioni visive, osmosi e metamorfosi continue" tra il mondo animale e quello minerale (ibidem). La mano dell'artista, attraverso il ritocco dei contorni, oltre a riprodurre degli elementi del mondo reale voleva anche celebrare l'unione dei mondi naturale e minerale, attraverso una prospettiva animistica. Il processo di creazione artistico doveva essere suddiviso in tre fasi: "a) il riconoscimento isomorfo affidato all'intuizione del momento; b) il ritocco teso a sottolineare l'avvenuto riconoscimento; c) l'attività figurativa vera e propria che cristallizza, nell'immagine dipinta, l'apparizione fissandola nel tempo" (ibidem). Esistono numerosi esempi di adattamento dei soggetti alle forme della natura. Nella Grotta di Altamira, sono stati realizzati due bisonti sfruttando due grandi sporgenze ovali della volta rocciosa. A Rouffignac dei serpenti sono stati realizzati partendo dalle fratture naturali della parete. Nella Grotta di Niaux, una testa di cervo è stata realizzata partendo da una cavità naturale completata con l'aggiunta delle corna. A Lascaux, invece è stato realizzato un branco di cervi, che sembrano emergere dall'acqua mentre attraversano un fiume, in questo caso la rocca è stata utilizzata per simulare l'acqua del fiume.

IL GESTO ARTISTICO. Un confronto con l'arte contemporanea
Il grande maestro Fontana, nel suo Manifesto Blanco, scrisse che, il "gesto" e l'invenzione artistica nell'arte sono più importanti del suo contenuto materiale, essi sono: "gli unici atti di eternità possibili per l'uomo". Secondo Fontana, l'arte diventa eterna attraverso il significato che vuole tramandare, non attraverso le tecniche con cui è realizzato. La stessa cosa si potrebbe dire per l'arte paleolitica, Essa dovrebbe essere analizzata per i suoi significati e non per l'abilità tecnica con cui è realizzata. l'arte preistorica presenta molte analogie con le opere degli artisti contemporanei. Guardando meglio, sembra che "Concetto spaziale. Attese" dialoghi perfettamente con molte delle opere segni che primitive, anzi, potrebbe essere una loro naturale evoluzione. Nel quadro di Fontana, il gesto rapito che taglia la tela, sembra offrire la possibilità di oltrepassare la dimensione abituale, per essere proiettati all'interno di un mondo fantastico (Mirolla, Gallo, Zucconi, 2002). Ma questo non è, anche, lo scopo dell'arte paleolitica? Non c'è dubbio. Le figure, i segni e i luoghi esprimono, tutti, la volontà degli uomini paleolitici di varcare quella soglia. Quando gli uomini paleolitici incidevano la roccia dura, esprimevano la stessa volontà di oltrepassare la materia, lo spazio conosciuto? È possibile. In alcuni casi, il linguaggio utilizzato è raffinato, come ad Altamira e Lascaux, in altri è sintetico e sgraziato, in altri casi ancora è essenziale e misterioso, come quando vengono utilizzati dei segni. Le soluzioni tecniche impiegate, in alcuni casi, sono così innovative che, gli artisti-stregoni che le hanno inventate dimostrano di essere dei precursori degli artisti delle avanguardie. Il cinghiale della grotta di Altamira ad esempio, è stato disegnato con otto rampe, anziché quattro. Questo espediente venne adottato perché l'esecutore voleva rappresentare l'animale in movimento. Se confrontiamo questo soggetto con "Il ciclista" di Natalija Goncarova, un esponente del cubofuturismo russo, riconosciamo l'utilizzo di una tecnica simile per descrivere la velocità ed il movimento. Esaminando la tecnica pittorica del bisonte di Marsualas, notiamo l'utilizzo di una tecnica che si basa su un principio scoperto dagli impressionisti, ed utilizzato nella forma più estrema dai divisionisti e dai fauves. Gli impressionisti avevano scoperto che, se due colori venivano stesi puri sulla tela, attraverso dei piccoli tocchi, questi ad una certa distanza risultavano fusi insieme, un esempio classico dell'utilizzo di questa tecnica nell'ottocento è "Grenouillère" di Monet (Cioffi, Finocchi Ghesi,Picone, Zucconi, 2000). I Fauves, successivamente, utilizzarono lo stesso principio, separando in maniera più marcata i colori, "Barche a Collioure" di Derain e "Lusso, calma e voluttà" di Matisse costituiscono un esempio dell'evoluzione estrema della tecnica divisionista. Gli artisti-stregoni, in alcuni casi, dimostravano di conoscere già questo principio, anche se espresso in maniera monocromatica. Un ultimo esempio, può essere attinto dall'arte mobiliare, si tratta della venere di Ostrava (27.000). Una piccola statuina femminile in ematite, di cui ci è giunto soltanto il tronco, alta 5 cm. Scoperta nel sito Gravettiano di Ostrava-Petrkovice in Moravia, nella Repubblica Ceca. Guardandola con attenzione, emerge una similitudine clamorosa con uno dei dipinti simbolo dell'arte delle Avanguardie. Si tratta di "Les Demoiselles d'avignon" di Pablo Picasso. in questa opera, le figure vengono scomposte e ricomposte in un insieme di frammenti che seguono prospettive differenti (Mirolla, Gallo, Zucconi, 2002). La Venere di Ostrava sembra dare fattezze reali alle damigelle rappresentate nell'opera manifesto del cubismo. Tale somiglianza diventa ancora più sbalorditiva se si pensa che le due opere sono state eseguite a 25.000 anni di distanza.

(dalla pagina "I nostri primi antenati" )

____ ARCO e FRECCE - Forse erano già in uso prima di questa data, ma non abbiamo certezze. Le prime che conosciamo sono quelle presenti nelle pitture rupestri accennate sopra. Come fanno pensare nuove scoperte, in Africa sembra che l'uso risalga già attorno al 46.000 a.C. A parte l'uso pratico che era poi quella di poter colpire le prede da una maggiore distanza, l'invenzione dell'arco è la prima "macchina" che immagazzina energia; infatti ha questa caratteristica: l'energia muscolare del braccio viene lentamente immagazzinata nel tendere l'arco trattenuto alle due estremità da una corda e poi rilasciata tutta in una volta. E' una vera e propria macchina, che continuò ad essere usata -assieme alle catapulte che sfruttavano lo stesso principio di una corda tesa- fino a quando nel XV secolo fu realizzato l'archibugio. Ma poco prima era stato inventato un certo tipo di arco più grande orizzontale che in seguito si chiamò....

____ BALESTRA - Questo attrezzo veniva usato in Estremo Oriente già nell'anno 2000 a.C. Nel 1000 a.C. i cinesi ne realizzarono un tipo capace di lanciare perfino dardi a ripetizione. Ma la vera classica balestra nacque in Francia intorno al 1050 con un marchigegno micidiale; l'arco non veniva più teso dalla muscolatura umana ma da una duplice manovella, e al rilascio improvviso della corda, scoccava un dardo piuttosto corto che aveva una gittata di circa 300 metri. L'attrezzo micidiale era composto da una molla semiellittica composta da più fogli di legno per dare elasticità (in seguito perfezionandola fu costruita con fogli di flessibile acciaio). Sembrò un'arma così terrificante che in un concilio ecclesiastico del 1139 si cercò di limitarne l'uso, ovviamente consentendolo soltanto contro coloro che non erano cristiani. Aveva però un difetto, era molto pesante, e fatto molto più importante, ad ogni freccia la balestra doveva essere nuovamente caricata. Questo svantaggio fu subito eliminato dai Gallesi che crearono nel 1298 l'...

____ ARCO LUNGO - Era nuovamente verticale, misurava 180 centimetri e aveva frecce di 90 centimetri. Un abile arciere era in grado di scoccare una freccia a quasi 230 metri e ricaricandolo in brevissimo tempo ne poteva lanciare 5-6. Questo voleva dire che se una squadra di arcieri operava in sincronia alternata potevano lanciare contro il nemico in continuazione una nuvola di frecce. Edoardo I d'Inghilterra, formò proprio questa squadra e la mise alla prova contro gli scozzesi nella battaglia di Falkirk, il 22 luglio 1298. Ottenne i risultati sperati sbaragliando il campo nemico. Ma l'arma non era poi così semplice, per tendere il grosso arco occorreva la forza di un gigante, e per non disperdere inutilmente le frecce anche una certa precisione. Rimase un'arma usata solo dagli inglesi, nessuna altra nazione la utilizzò. Di archi lunghi gli inglesi ne fecero largo uso e si distinsero nel XIV secolo nella guerra dei Cent'anni. Gli speciali reparti di "arcieri" diventarono perfino un fiore all'occhiello degli inglesi. Ancora oggi esistono in Inghilterra "Gli arcieri (guardie) della Regina".

____ CORDA - In parallelo all'arco fu perfezionato la corda; che non era sconosciuta, le prime erano fatte di fibra vegetale intrecciata. Le successive, già migliori, realizzate con sottili strisce di pelli, nel 3000 a.C. sono già di cuoio, e con questo tipo di corde verosimilmente innalzarono i grandi blocchi per costruire le piramidi. Quelle che per i successivi cinquemila anni furono poi le tradizionali corde, nascono in Cina, utilizzando e intrecciando una fortissima fibra: la canapa. Dall'Oriente le corde in canapa si diffusero anche in Occidente e sappiamo che i Romani nei cordami di ogni tipo, soprattutto nelle navi ne facevano largo uso, utilizzarono pure loro la canapa. Nel primo millennio non ci furono grandi innovazioni, e quasi per l'intero secondo millennio; le migliorie furono fatte nel '700 e '800 solo nelle macchine per fabbricare le funi; prima occorrevano molti uomini per distendere, unire, intrecciare, torcere la bira, con le macchine ne bastava uno solo di uomo per fare chilometri di cordami in un giorno. Nel 1950 iniziarono a diffondersi le fibre artificiali (es. Nylon) che mandarono ben presto in soffitta quelle di canapa. Le prime rispetto alle secondo, a parità di diametro, hanno non solo una robustezza 3-4 volte superiore, ma hanno anche una migliore maneggevolezza e scorribilità; oltre che essere impermeabili.

____ TORCIA - LUMI AD OLIO - Fu anche questa una invenzione occasionale di questo periodo, forse dovuta a un attenta osservazione. Nell'arrostire le carni, il gocciolio del grasso che si depositava sulla legna, formava una fiamma senza però consumare il legno; questo fin quando lo stesso legno era impregnato di grasso liquido come olio. Asportando un ramo infiammato esso diventava una ideale torcia, trasportabile, per essere impiegata dove necessitava, come in una grotta. E se si consumava l'olio, bastava immergere un'altra volta il legno nell'olio. A qualcuno venne un'idea geniale: mettendo molto olio in un pietra concava e al centro una specie di stoppino di dure fibre vegetali porose, per effetto della capillarità delle fibre lo stoppino bruciava e nello stesso tempo si autoprelevava l'olio necessario per continuare a bruciare. Nelle caverne dopo il "riscaldamento" anche la "luce" fu assicurata. Una tappa successiva fu quella di una specie di candela, realizzata nel 3000. a.C. (vedi), figura infatti in un dipinto egiziano di quell'epoca.

12.000 a.C.

____ ANIMALI DOMESTICI - I primi reperti che sono stati trovati sono di una caverna in Irak, a Kirkuk. Sono resti fossili di cani insieme a resti di scheletri umani. E ciò fa pensare che coabitavano, e che quindi erano stati addomesticati. Forse non in un modo intenzionale ma nella maniera più banale, cioè allevando dei cuccioli orfani per dilettare qualche bambino. Crescendo insieme si stabilì un legame affettivo e quindi anche quando divennero grandi non solo non furono mangiati ma ci si accorse che erano buoni compagni e amici dell'uomo, a casa come guardiani e a caccia come collaboratori, pur accontentandosi di qualche rimasuglio del banchetto. L'animale successivo fu forse la capra, che non aveva le stesse funzioni del cane, ma ne aveva una molto importante, quella di fornire latte, carne e pelli. Inoltre essendo erbivora non era un problema alimentarla, non rubava i bocconi agli uomini. Accrescendone il numero, l'allevamento in definitiva era a buon mercato e, senza dispendio di energie, un prezioso sostituto della caccia. Nè si era più impegnati a inseguire le mandrie di animali in migrazione. Scoperta questa manna, l'allevamento poi si estese anche ad altri animali di piccola taglia. All'inizio selvatici ma con le varie selezioni e abitudini nella cattività molte specie diventarono tutti docili animali domestici, e magazzini viventi di cibo sempre a disposizione.

8000 a.C.

____ AGRICOLTURA - Fin quando i primi uomini conducevano una vita nomade, o costretti a inseguire animali da cacciare se volevano alimentarsi, non ebbero tempo per occuparsi di agricoltura. Era del resto ancora carnivoro, e quindi i vegetali interessavano ancora poco. Probabilmente in una certa data ci fu una periodo di carestia, dovuta ad una caccia povera. Dovettero per forza di cose trovare alternative alimentari per sopravvivere. Questo grosso problema si pose nella zona nord dell'Iraq - che più tardi doveva diventare l'Assiria -  e nella zona meridionale degli Zagros, dove non molto lontano a ovest sorgeranno i futuri stati di Sumer, Akkad e dell'Elam; cioè la Mesopotamia. Da circa 25.000 anni gli ominidi della seconda grande migrazione erano giunti in queste zone iraniche, e dopo circa 800 generazioni che si erano da allora succedute, gli insediamenti dovevano essere numerosi. Lo testimoniano moltissimi insediamenti di civiltà neolitiche non ancora dissepolti. Qui sorse il "Paradiso Terrestre"  (l'etimo nacque proprio qui in Iran) della vegetazione mondiale. Sulle rive del Caspio c'è il museo naturale dell'agricoltura mediterranea e perimediterranea. I maggiori centri della coltura intensiva sono qui. Qui l'origine di quasi tutti i frutti e le varietà di verdure che si conoscono al mondo, compresa tutta la varietà di cereali, riso, grano, segala, soia, granoturco; compresi gli agrumi, i legumi, il cotone, il tabacco, il tè, la canna da zucchero, gli olivi;   la stessa vite è stata specificatamente individuata come originaria di questa zona, nel Turkestan, sulle sponde del Caspio. Se da poco avevano addomesticato i piccoli animali per la propria alimentazione, qui "addomesticarono" anche le piante. La vegetazione spontanea esisteva, ma non era certo sufficiente all'alimentazione per lunghi periodi. Ciononostante tutto partì da questi "Giardini" (anche questo etimo da "zardis" nacque qui,  e indica ancora oggi in Iran gli orti e i frutteti locali, cioè degli appezzamenti di terreno coltivati e recintati) e ogni pianta o frutto raggiunse in varie epoche sia l'Occidente sia l'Oriente (non per nulla che la pista per la Cina rimase per altri 7000 anni quella del Turkmenistan, trasformandola nel crocevia di due mondi. Da questi luoghi e proprio da queste piste scesero in estremo Oriente le piante selvatiche,  trasformando i cinesi nei migliori ibridisti del mondo.
In questi territori iraniani del Caspio, prosperano ancora oggi tutte le famiglie delle piante selvatiche sopra citate. Che sono in pratica quasi tutte le piante che ci sono utili nell'alimentazione vegetale. Ma anche l'allevamento intensivo nacque qui. Sembra proprio che il nonno della pecora e della capra siano entrambi del Turkmenistan dove vive l' argali, una pecora selvatica dei monti Elburz. Il bovino, il bos primigenius é nativo di questa zona; era un animale gigante, ma gli abitanti selezionarono le specie nane (quelle attuali) e le addomesticarono. Per quanto riguarda il maiale, le più antiche ossa finora note al mondo (della Sus  scrofa)  sono quelle recuperate dalla spedizione di Coon proprio sulle sponde del Mar Caspio (a Belt).
E arriviamo alla coltura dei cereali e dei legumi. Nascono qui (ed esistono ancora) le prime piante selvatiche di quasi tutti i cereali che conosciamo. Prendiamo i due più importanti per la futura alimentazione umana: il grano e il riso. La coltivazione avvenne forse occasionalmente per un errore che la natura ogni tanto commette.  Nella sua forma selvatica, la pianta del frumento regolarmente giunta alla maturazione, il suo baccello inizia ad aprirsi facendo cadere i semi che si disperdono sul terreno pronti a rinascere la successiva stagione. Probabilmente non avendo altro da mangiare gli abitanti si misero (facendo concorrenza agli uccelli) a raccogliere con tanta pazienza i chicchi sul terreno sparpagliati. La lingua sumerica diede il nome all'oggetto  con il verbo chiamando il chicco  gran  o ghan , che significa appunto sparpagliare.

Di tanto in tanto la pianta selvatica annuale subisce per alcune ragioni (es. il clima) un mutamento che ne determina accidentalmente l'estinzione quando la spiga (o il baccello di alcune leguminose) perde la propria capacità di aprirsi. Il chicco non cade e la pianta marcisce con il suo stelo assieme ai suoi potenziali semi. Quando questo accade, non solo a terra non ci sono chicchi da raccogliere ma l'anno dopo in questo terreno non vi cresce ovviamente nulla. L'osservazione avvenuta forse in più stagioni, portò alla grande scoperta. Se infatti l'uomo interviene su questa piantina prima che marcisca e provvede al momento giusto a raccogliere i chicchi  battendo la spiga con i baccelli non aperti, non solo ottiene il prodotto da utilizzare subito nell'alimentazione ma può usarne anche una parte per la successiva e necessaria  seminagione. Inoltre può tagliare le spighe e portarle a casa, senza perdere neppure un chicco se raccolte al tempo giusto: cioè con un chicco già maturo ma non abbastanza maturo per cadere. E cosa più interessante e pratica, può seminarli questi chicchi in un terreno vicino alla sua dimora. Iniziò tutto così. I primi proto-agricoltori iraniani da semplici raccoglitori si trasformarono in coltivatori seminatori dopo aver sgranato (!!) da queste spighe i semi,  assicurandosi così non solo la pappa quotidiana ma anche il prossimo raccolto se fatto con oculata intelligenza: cioè attento a far ripetere ad ogni stagione quello che prima faceva la natura con la piantina; cresceva, emetteva il chicco, questo maturava, cadeva, e l'anno dopo (se c'erano però le condizioni) tornava nuovamente a germogliare. 
Altrettanto accadeva alla piantina del riso, ai piselli, alle fave, alle lenticchie, e a molti altri cereali, legumi e tante varietà di verdure. Molti ortaggi vanno in semenza, ma se il clima non è favorevole, la semenza non cade ma marcisce sulla stessa pianta.

____ VANGA - ZAPPA - Per rompere la terra e mettere a dimora i semi occorreva un attrezzo, e questo fu all'inizio una specie di punteruolo in selce con una impugnatura (che usiamo ancora oggi per mettere a dimora semi o piantine già germogliate), poi si ricorse a una rudimentale zappa, in seguito qualcuno ebbe l'idea di far trascinare questa zappa da un animale, e meglio della zappa utilizzò scapole di animali di grossa taglia per tracciare il solco, infine iniziò a modellare un grosso tronco di legno con una punta curvata, che via via migliora fino a diventare poi l'aratro che vedremo in seguito, sempre più perfezionato. Nel 500 a.C. con a disposizione il bronzo gli aratri cambiarono anche la foggia: furono realizzati pesanti, capaci di penetrare più a fondo nel terreno. Nel II secolo d.C. con a disposizione una buona fucinatura del ferro l'aratro compare munito di una grossa lama verticale che taglia il terreno (coltro) e una triangolare affilata (vomere). Più tardi gli si aggiunse il "versoio" che ha la caratteristica di riversare ai lati del solco la terra arata. Fu l'attrezzo più importante della storia della civiltà.

____ MOLA (vedi sotto)
____ MULINO (vedi sotto)
____ MACINAZIONE - Per i cereali, soprattutto per il grano la macinazione all'inizio non fu un compito facile, richiedeva pazienza, resistenza fisica e tanto tempo. All'inizio si usava per i cereali un utensile ideato molto tempo prima per pestare bacche. Consisteva in una base di pietra, e una pietra più piccola che veniva impugnata. Spingendo quest'ultima sulla prima, avanti e indietro, frantumava i chicchi, li riduceva in farina che poi scendeva ai lati. Di altre soluzioni col tempo ne trovarono diverse. Una fenditura laterale, poi una scanalatura centrale, poi per frantumare e schiacciare s'inventarono un sistema tipo grosso mattarello. Quest'ultimo metodo suggerì forse quello definitivo: apparso nel V secolo a.C. consisteva in un grande sasso al centro con sopra una specie di grande mattarello fatto a ruota, che girava in cerchio sulla stessa pietra, macinando e riducendo in farina ogni cosa. Era nato un nuovo straordinario attrezzo: la mola. Che aveva due altre grosse potenzialità, una tecnica e l'altra economica: la prima (subito applicata) era che piazzando un palo in orizzontale con una estremità infissa nella mola e all'altra estremita una forza motrice a spinta muscolare, il lavoro era di molto semplificato; inoltre essendo un banale moto rotatorio si potevano impiegare anche animali tipo asini che dovevano semplicemente girare in cerchio attorno al basamento della mola. La seconda potenzialità (anche questa subito divenuta effettiva) era che procedendo in questo modo la farina ottenuta in una sola giornata era prodotta in una quantità enorme, tale che l'operatore si trovò a praticare un'attività molto redditizia, quella di macinare una grande quantità di grano anche per terzi. Era nato il mugnaio del molino che lavora per conto terzi. Ma da cosa nasce cosa; avendo disponibile la materia prima, presto i mugnai divennero anche fornai. Allestendo grandi forni per cuocerci dell'ottimo pane (nell'immagine sotto mola e forni dell'epoca romana sono ancora visibile a Pompei - si noti al centro della mola il foro quadrato dove veniva inserito il palo per la trazione animale).


____ PANE - Quando un uomo o una massaia impastò la prima farina di grano, oppure di orzo, farro, miglio, segala, avena, e la mise a cuocere a forma di focaccia sulla cenere calda, una data precisa non la si conosce. Forse da qualche millennio. Ma ciò che ottenevano doveva essere poco presentabile, poco buono, e anche poco digeribile. Galeno che fu il primo dietologo della storia, nei suoi trattati di medicina occupandosi del pane, ancora nella sua epoca (129-201 d.C.), quindi già piuttosto avanzata, affermava "il pane cotto nella cenere è pesante e di difficile digestione. Quello cotto in un piccolo forno o in una stufa causa dispepsia ed è indigesto. Quello cotto su un braciere è piuttosto malsano. Mentre il pane cotto in grandi forni eccelle invece in tutte le buone qualità, giacchè ha un buon sapore, fa bene per lo stomaco, è facilmente digeribile e viene assimilato molto facilmente". Dunque, quando insieme ai mugnai nacquero anche i grandi forni del pane, questo alimento migliorò in modo considerevole, in tutte le sue specie: fatto a focaccia, a pagnotta, a cialda ecc. Ovviamente la principale bontà era data dal tipo di farina, questa dal tipo di grano, quest'ultimo secondo il tipo di terreno e di coltivazione, ed infine come e con che cosa si impastava la farina, perchè oltre la semplice acqua era già in uso aggiungere olio o strutto per rendere il pane soffice. Quello spugnoso, lievitato (da levit che significa alzarsi), sembra sia nato in Egitto. Qui un particolare tipo di grano la cui farina ottenuta conteneva una maggiore quantità di glutine, una volta impastato in condizioni ideali e quando probabilmente alcuni microrganismi favorevoli si insinuarono, fermentando produceva anidride carbonica, formando così minuscole bolle di gas nell'impasto. Quest'ultimo lasciato per un po' di tempo da parte prima della cottura, cioè a lievitare quanto bastava, nel cuocerlo il pane ottenuto aveva quella fraganza che ancora oggi tutti conosciamo. Essendo stato quello della fermentazione un processo accidentale, per riprodurlo deliberatamente si mobilitarono tutti i "chimici" del tempo con scarsi risultati. Il metodo più comune rimase per secoli quello di usare "quella materia serbata del dì innanzi". Cioè conservare una piccola quantità di pasta fermentata e incorporarla nell'impasto del giorno successivo. Ancora oggi pur essendoci i lieviti secchi pronti all'uso quasi istantanei, il metodo del "dì innanzi" è tuttavia sempre rimasto in uso.

____ CALCOLARE - Nella necessità di fare delle distribuzioni del cibo e del raccolto, oppure contare il numero degli animali che aveva catturato durante la caccia, l'uomo sentì il bisogno d'inventarsi un metodo di conteggio, e sicuramente, non bastandogli più le dita delle mani, iniziò a fare delle tacche nel suo bastone di legno. Ma erano conti statici, non modificabili con una operazione aritmetica, salvo usare diversi bastoni per avere un reale totale. Una vera e propria operazione di calcolo (perchè le tacche diventarono palline che si potevano spostare) arrivò più tardi con l'invenzione del primo rudimentale ABACO ( vedi anno 5000)

____ ANNO LUNARE - Il nostro saggio vecchio, che ha sempre molto tempo per meditare, e sempre attento sulle azioni, passioni e sentimenti dei suoi simili, la stessa attenzione la rivolge al mondo circostante, e osserva, s'interroga sui fenomeni che dominano il mondo. Nelle tanti notti insonni, guarda il cielo fuori dalla sua capanna, scopre così che la luna dopo vari giorni è ritornata a risplendere con la sua faccia piena, scopre la periodicità, afferra la nozione del tempo, che non è solo quella del giorno e della notte, ma intuisce che è molto più esteso, articolato e ciclico. Ne vuole scoprire il segreto, e nei tanti mesi e anni che lui ha già vissuto (anche se non ha ancora una nozione precisa cosa sia un mese e un anno) ricorda che la luna dopo aver peregrinato nel cielo qui e là, dopo un certo periodo di tempo sorge puntualmente in cielo con le sue fasi e infine piena come sempre. Ma dall'ultima volta - si chiede- quanto tempo è passato? Prende il suo solito bastone e ogni fine del giorno quando nel cielo buio compare la luna, inizia a fare una tacca (
tag= in caldeo significa incidere, ma significa anche giorno in sancrito)

(Questi primi documenti scritti su un bastone (risalenti a 12-10.000 a.C.) sono stati ritrovati in un sito africano dall'archeologo Alexander Marshak. Vi sono una serie di tacche e di punti incisi, che segnerebbero le fasi lunari. In una punta di zanna rinvenuta in Cecoslovacchia si susseguono gruppi di 16, 15, 15 (le fasi lunari divise in due); mentre in una zanna le tracce vennero incise in sequenze di sette. E nel bastone d'osso detto di "La Marche" in Francia compaiono sei lunghe serie di tacche che in totale danno 356 tacche. Un'ottima approssimazione di un anno lunare che è di 354 giorni).

Ricostruiamo questi tentativi - Dopo 28 notti osservandola, la Luna è ancora lì sorta in cielo e presenta la stessa faccia piena come quando lui fece la prima tacca. Ha quindi scoperto questo primo fenomeno ciclico (mensile) , ma non basta, perchè ricorda che dopo tanto tanto tempo, dopo le quattro stagioni, sorge proprio in un punto preciso, sempre sulla cima di quel colle che ha davanti. Deve esserci un altro segreto, un ciclo molto più ampio, che a lui è ancora sconosciuto, ma che nell'apprenderlo sarebbe utile in attività importanti legati alla stagione (migrazioni temporanee in zone di caccia, di pesca, raccolta di bacche e frutti, e forse la prima agricoltura). Cosa fare? iniziare un'altra serie di tacche? Certo, perchè lui vuole ora capire e per capire deve misurare questi singolari periodi. Ciò che ha gia ottenuto, la ricomparsa mensile della luna piena, ha capito è la misura di un periodo, che lui chiama mas (
mas=mese in sanscrito significa appunto misura - questa radice arcaica mas=misura segue tutte le lingue; mensis in latino, messen in tedesco, measure in inglese, e ancora dal sanscrito mas-mon = misura-luna dà il nome a luna e mese (moon-month, che sarà mutuato nell'inglese.)
Continua ad osservare per mesi e mesi e fa una scoperta ancora più interessante e strabiliante. Dopo 13 mas (dopo 13 bastoni riempiti di tacche) la luna è nella stessa precisa esatta posizione. Intuisce tutto, dalla grotta chiama tutti fuori, e predice quella sera che la luna sorgerà esattamente in quel preciso punto del cielo. Poi spiega col suo bastone in mano il fenomeno, la sua scoperta, tracciando per terra per farsi capire un simbolico cerchio del percorso che fa la luna in cielo. E cerchio o anello in sanscrito è anu. E' nato l'anno, l'anno lunare dei mesi, l'anu composto dai vari mas mon (mesi lunari). Quanto alle fasi, ha scoperto sempre dal suo bastone che sono sempre quattro divisi in gruppi di sette, e ogni periodo di una fase lo chiama
set.
Il set (
set-=settimana) è quindi diviso in sette. Ad ogni tacca gli dà un mome. Oltre che la Luna, in cielo vi erano 5 stelle che non erano fisse ma nel cielo vagavano (dal sanscrito vag= errante). La Luna, il Sole e i cinque pianeti visibili, erano allora i 7 corpi celesti conosciuti erranti e prima ad ognuno di essi e poi anche ai sette giorni furono dati il nome degli dei e delle dee allora ritenuti importanti. Nelle successive migliaia di anni i nomi non cambieranno più. In particolare il Giorno della Luna ( mon-tag) e il giorno del Sole (sun-tag) furono perfino inseriti così com'erano nella lingua anglosassone dal monaco Wulfrid (lui il padre del vocabolario germanico, e in seguito ispiratore di quello anglo-sassone - era di padre goto e madre greco-mesopotamica). Nel comporre questo vocabolario - e per conciliare certi fonemi già esistenti presso i goti-
Wulfrid usa un po' di tutto, parole mesopotamiche, egiziane, greche, latine). Infatti si è conservato in tedesco il nome del giorno (tag) e in inglese quello della luna (moon), che diede poi la radice al mese (lunare, poi solare) month, e al lunedi monday. De resto anche nell' italiano rimase il "lune-dì" che significa, giorno della Luna.

Non così il primo giorno della settimana. Questo, dai Sumeri-Babilonesi, era dedicato al Sole, e in entrambe le lingue inglese e tedesco (perché refrattari ai cambiamenti papali o ai cesaro-papisti di turno) è rimasto fino ad oggi da allora,
Son-tag e Sun-day, il giorno del Sole; cioè la nostra Domenica che invece i sacerdoti cristiani dopo Costantino vollero dedicare al Signore (da dominus- signore dominatore).

In seguito sumeri e babilonesi fecero qualcosa di più. I Pianeti nel corso dell'anno passavano attraverso conglomerati di stelle: le costellazioni, cui diedero ognuna il nome di un
zoe=animale, zoes= animali, in seguito in greco = zodiakos.
Lo zodiaco lo divisero in 12 parti uguali che corrispondono appunto a 12 segni zodiacali. Che però sono oggi spostati rispetto allora, per effetto del fenomeno della precessione degli equinozi. Altro clamoroso errore è che calcolando l'anno con i 12 mesi lunari (che sono più corti di quelli attuali solari) le stagioni nel tempo erano sfasate anche di un mese rispetto al reale anno solare che è poi quello che determina le stagioni. Molto empiricamente aggirarono l'errore aggiungendo periodicamente un tredicesimo mese per riagguantare una primavera che in pochi anni ovviamente era diventata inverno. Quando poi in seguito alcuni di loro emigrarono in occidente, prima gli etruschi poi i greci, l'errore lo importarono anche nel mondo romano. I Romani lo modificarono più volte l'anno lunare (o di Numa), ma era sempre impreciso (fra l'altro esisteva - rispetto alla Mesopotamia- anche una discreta differenza di latitudine, figuriamoci l''inizio della Primavera come doveva essere: piuttosto ghiacciata). Tale calendario rimase fino all'epoca di Giulio Cesare, quando con la spedizione in Egitto i Romani scoprirono dagli astronomi egiziani l'anno solare di 365 giorni divisi in 12 mesi da 30 giorni e aggiungevano a fine anno 5 giorni. Tramite l'astronomo greco Sosigene, lo si introdusse a Roma nel 46 a.C. col nome di "anno giuliano" anche se tardò a imporsi amministrativamente. Inoltre non era proprio esatto, mancava un quarto di giorno ogni anno (0,25 - quindi un giorno ogni quattro anni). Sia gli Egiziani che i Romani rifacendo i calcoli ricorsero allora al sistema degli anni bisestili. Un giorno da aggiungere appunto ogni quattro anni trasformando l'anno bisestile in 366 giorni. Ma anche questo col tempo risultò astronomicamente impreciso. La Terra infatti non compie un giro intorno al Sole in 365,25 giorni (cioè 365 giorni e 6 ore), ma in 365 giorni, 5 ore, 48 minuti e 46 secondi. Di conseguenza vi era una sfasamento all'indietro di 11 minuti e 14 secondi ogni anno, cioè circa tre giorni ogni 400 anni, che a lungo andare faceva anticipare gli equinozi, e quindi le stagioni.
Nel 1582 fu Papa Gregorio XIII (e da lui poi prese il nome come "anno gregoriano") a interessarsi al problema, e affidò il compito al matematico gesuita tedesco Klau (o Clavius) che con una singolare soluzione fece abolire 11 giorni che si erano nel frattempo nell'errore accumulati e stabilì che l'anno bistestile di 366 giorni non lo si applicava negli anni secolari, esclusi però quelli divisibili per 4, come l'anno 1600, il 2000, che sono appunto bisestili. Fece insomma quadrare i conti, anche se rimase ancora un errore dello 0,0003 giorni ogni anno. Occorrono però migliaia di anni prima che ci sia lo sfasamento di un solo giorno.
La curiosità è questa. I Cinesi influenzati dall'astronomia babilonese, proseguendo gli studi avevano già allestito nel 300 a.C. un calendario con l'anno di 365,25 giorni (anno di Chuan YU) e più tardi anche le ore del giorno e della notte, come del resto avevano fatto oltre due millenni prima gli Egiziani dividendole in 12 ore notturne e 12 diurne (avvantaggiati dal fatto che in Egitto, essendo quasi sull'Equatore, la notte e il giorno hanno quasi sempre lo stesso numero di ore).

7.500 a.C.

____ ABITAZIONI - Le grotte erano sempre stati i ripari dei primi ominidi. Forse spingendosi nella savana dove questi ripari naturali non erano presenti, i cacciatori fin dal 10.000 a.C. avevano improvvisato la costruzione di capanne a struttura conica formata da pali robusti, riuniti al vertice e ricoperta da frasche o da pelli. Per difendersi da animali predatori, lungo il perimetro esterno, venivano infissi profondamente nel suolo altri pali robusti perpendicolari al terreno. Forse da queste costruzione a qualcuno venne l'idea di utilizzarle come pareti di un abitazione, ricoprendole con dei grossi pali, facendo nascere i primi tetti, i primi orizzontali o inclinati, in seguito erigendo a fronte un'altra palizzata a struttura a doppio spiovente gravante su un grosso trave centrale. Questo permise un ampia metratura e all'interno le prime divisioni in locali. Con lo stanziamento fisso e la nascita della civiltà agricola, questi ripari oltre che costruirli con questa tecnica, avendo più tempo a disposizione, probabilmente per chiudere gli interstizi si usò fango argilloso crudo che al sole indurisce come una malta. Questo materiale suggerì un'altra idea, di "prefabbricare" dei blocchi di fango seccati al sole per poi utilizzarli a piacere; nel ca. 7000. a.C. già vi sono alcune case costruite con mattoni crudi, con ambienti interni intonacati, perfino colorati, ed alcune perfino imponenti di 6 m per 4.  Uno dei più antichi che si conoscono di questi villaggi  è quello di Qual'at Jarmo che sorge su un ettaro e mezzo nella pianura di Chamchama (Iraq settentrionale). Poco lontano in Giordania, subito dopo, sorse su quattro ettari Gerico, e a Konya in Anatolia su dodici ettari Catal Huyuk.
Queste costruzioni contenevano all'interno un focolare centrale, vari utensili, e più tardi, nel 6000-5000 a.C. anche decorazioni interne. Il sistema dei mattoni di argilla cotti al sole divenne usuale in molti luoghi. Inoltre, le case iniziarono ad essere quasi sempre quadrate o rettangolari. Alcune con i muri rialzati senza un'apertura e per accedere all'interno si entrava da una terrazza sul tetto tramite una scala di legno. Con più ingegnosi accorgimenti -forse nel costruire edifici sacri - nacque la prima idea dell'....

____ ARCHITRAVE - Esso rappresenta il primo elemento costruttivo impiegato dall'uomo in opere edili. Costituito da una trave orizzontale, sostenuta da due elementi verticali. Ideale per costruire la cornice superiore di una porta d'entrata, o finestre. Quando poi si cominciò a utilizzare la pietra, da Stonhenghe alla porta dei Leoni di Micene, dal tempio di Karnak (che ha colonne alte 21 metri, 3 di diametro con sopra un architrave di 70 t ) e fino al Partenone di Atene, Egiziani e Greci portarono al massimo grado di grandiosità le costruzioni fatte con architravi. Furono poi i Romani a sviluppare il principio dell'arco, diventandone maestri. (vedi "arco" anno 759 a.C.)

____ PALAFITTE - Pur con le prime case in pietra e mattoni, la costruzione della casa in tronchi di legno - retaggio arcaico - non fu del tutta abbandonata dagli abitanti di zone lacustri. Il miglior sistema per difendersi da animali aggressivi era quello di costruire capanne sopra una piattaforma ricavata da pali infissi nel terreno acquitrinoso o sulle rive dei laghi. Sembra che questa tecnica "palafitticola" sia stata praticata -prima ancora dei laghi prealpini- nell'antica Tracia, sulle sponde del mar Nero, alla foce del Danubio. Qui - a Varna- esistono ancora numerosi siti archeologici di antichi villaggi palafitticoli databili 4000-5000 a.C. Ma ne esistono anche in Italia, fra i quali quello al lago di Ledro (TN); dopo il prelievo di acqua per una diga, è emerso dal lago un intero villaggio palafitticolo del 1500-1000 a.C., con numerosi reperti che sono i più antichi rinvenuti in Italia, e che dimostrano che queste genti erano in stretto contatto con i micenei, ma anche con gli scandinavi (si è rinvenuto un pugnale che è molto simile a quello trovato a Micene nella tomba dell'olio databile 1500 a.C., e si è trovata dell'ambra la cui provenienza è indubbiamente del mar baltico). Le capanne del villaggio erano costruite su piattaforme sollevate sopra il livello dell'acqua, mediante pali tondeggianti infissi nella melma del fondo. Il tavolato era pure questo costruito con tronchi d'albero, talvolta spaccati in due, e non si limitava a sostenere una sola capanna, ma si estendeva sotto l'intero villaggio. - Sulle sponde del lago oggi sorge uno dei più interessanti e importanti musei italiani dell'epoca palafitticola. Da questo e altri laghi vicini, i palafitticoli verso il 1000 a.C. li abbandonarono, scesero nella pianura Padana, disperdendosi e integrandosi con le culture locali. Meno un gruppo che portandosi a est sulle rive dell'Adriatico, quando in seguito dovettero trovare un luogo non accessibile ai nemici, l'antica tecnica della palafitticultura fu riesumata e iniziarono a costruire su delle isolette degli insediamenti, che via via perfezionandosi portarono a far sorgere Venezia.

7000 a.C.

____ CERAMICA - Se le mani erano da tempo operose, come il fabbricarsi un ricovero o i numerosi attrezzi, nel momento in cui lo stanziamento in un luogo divenne fisso, il bisogno di avere degli oggetti utili quotidiani era enormemente cresciuto e fra questi i contenitori. Probabilmente erano state fatte ceste per il trasporto di cose o i prodotti dei raccolti. Quanto ai liquidi per trasportarli quasi certamente venivano usati già da millenni contenitori di legno cavi o lungo le coste grosse conchiglie. Pur sempre utili ma non proprio ideali. Forse proprio da una cesta dimenticata nel fango argilloso, un attento osservatore nel recuperarla, notò che il fango seccatosi e induritosi al sole aveva casualmente fatto un contenitore ideale per trasportare liquidi o per farne delle urne. E se il caso aveva modellato grezzamente una specie di vaso, abilità manuale e ingegnosità avrebbero potuto fare di meglio. Poi un ingegno ancora più aperto, non utilizzò più la cesta come anima, ma solo più l'argilla. Modellata e "cotta" al calore del sole, questa induriva velocemente. Poi forse un giorno in cui il "vasaio" aveva fabbricato molti vasi e il sole era mancato, lui ebbe l'associativa idea che se il sole dava calore, anche il fuoco lo dava, e quindi pensò bene di essiccare i suoi manufatti vicino al fuoco; così scoprì che l'azione del calore molto più intenso del sole aveva reso ancora più dura l'argilla dei suoi vasi, non più porosi e fragili come i precedenti, e decisamente molto resistenti all'acqua (nell'intenso calore un processo chimico fa fondere i quarzi contenuti nell'argilla, rendendola dura e vetrosa). Il metodo non fu più abbandonato, ma anzi migliorato, e nel farne tanti di vasi l'abilità pure migliorò. All'inizio erano vasi grezzi, asimmetrici, spesso con volto umano come quelli nell'immagine sopra; ma a forza di rigirarseli fra le mani a qualcuno venne d'idea di mettere il vaso su una specie di ruota e far girare insieme alla ruota anche il vaso mentre una mano con un leggera pressione sull'argilla morbida modellava via via un prodotto con l'azione circolare, cioè simmetrico, oltre che esteticamente più bello a vedersi. E quanto al bello qualcuno iniziò anche a dipingerli, all'inizio con qualche ornamento geometrico o astratto...

... poi acquisita i pittori abilità e tecnica, iniziarono a rappresentare delle scene, dalle più banali a quelle per ricordare grandi eventi, come le battaglie.

 

Questa abilità si spinse così a fondo che ancora prima della scrittura, proprio le figure dipinte su i vasi di ceramica, ci narrano con una certa accuratezza e per circa 3000 anni le prime storie, tramandandoci volti di personaggi, scene di battaglie, i miti, ma anche la vita e le molte attività di un popolo; proprio come un vero libro illustrato.

 

6000 a.C.

____ TELAIO
____ LINO
____ TESSUTI
____VESTIARIO - Fino a questo periodo i nostri progenitori per ripararsi dal freddo o dal sole avevano utilizzato pelli e pellicce; ma questi capi non erano porosi, nelle giornate calde erano pesanti e puzzavano pure. La tecnica della concia non era ancora un arte, il metodo usato risaliva alla preistoria, ed era quello di far seccare al sole le pelli, più tardi utilizzarono il sale per renderle imputrescibili, e prima di usarle venivano ammorbidite con olio vegetale o grasso di animali.
Mentre qualche anno fa, si pensava che i primi tessitori appartenessero al neolitico, cioè non prima di 5,000 o 10,000 anni. Oggi, si hanno le prove che l'arte di tessere e cucire era già praticata 30 mila anni fa. Le donne del paleolitico inferiore erano delle abili tessitrici. Tra le prove più importanti vi è il ritrovamento di una novantina di frammenti di argilla rinvenuti nell'Ex-Republica Ceca, datati attorno ai 27.000 anni fa. La stessa equipè (Soffer et. allievi) ha scoperto una serie di attrezzi d'osso e di avorio ed altri oggetti che probabilmente venivano usati come pesi, utili per filare e tessere.
Ma le traccie dell'abilità di tessitori dei popoli del paleolitico superiore si trovano in numerose statuine ritrovate in Europa ed in Russia, soprattutto nelle "Veneri". Su alcune di queste sono visibili alcuni esempi di vestiario. Le Veneri di Willendorf (Austria) e di Kostenky (Russia), sono adornate con un copricapo a forma di cesto.
La tecnica di intrecciare delle sottili liane o il vimine ricavato dai sottili rami di salici e tigli per farne robusti cordami o oggetti per ogni esigenza come le ceste, era indubbiamente conosciuta da millenni. Questa esperienza deve aver suggerito l'idea di realizzare sempre con l'intreccio una fibra vegetale molto diffusa e sottile che era il lino, relativamente corto ma che la torcitura progressiva con aggiunta continua di fibra (tramite il fuso, arnese di legno che fatto ruotare su se stesso, provoca la torsione dello stoppino) fa allungare il filo all'infinito. Se poi questo filo viene lavorato a ordito (insieme di fili messi in verticale destinati a formare la larghezza di un tessuto) e a trama (fili che s'intrecciano con l'ordito su un semplice telaio orizzontale - e i primi telai di questo periodo sia in Egitto che in Mesopotamia sono molto semplici, cioè orizzontali come l'immagine a fianco) secondo l'abilità e la detrezza del tessitore si ottiene un discreto tessuto. All'inizio era forse solo una specie di rete, come quella dei nostri grezzi sacchi di juta, ma costruendo telai migliori e soprattutto verticali, con l'agginta di una pedaliera, che compaiono verso il 2500-2000 a.C. (come quello nell'immagine di apertura sopra) manovrando l'intreccio con destrezza e precisione, il risultato iniziò ad essere tale da ottenere dei "teli" sempre più sottili, che iniziano a chiamarsi "tessuti" (da "texla"), ideali per confezionare mantelli, copricapi, tuniche, e altro genere di vestiario. La stessa tecnica fu poi applicata per le fibre di cotone (in India) e di lana negli altri paesi. Tre fibre che ben presto rivoluzionarono l'abbigliamento umano fino all'avvento delle fibre artificiali.
Quanto ai telai, questi - pur con qualche miglioria - rimasero molto simili a quelli antichi fino alla fine del medioevo, pur realizzando tessuti di pregio. I migliori rimasero sempre quelli orientali, dove l'arte tessile era giunta a tecniche straordinarie. E proprio due città orientali sono rimaste famose nella storia della tessitura mondiale: nella irachena Mosul dove prese il nome la famosa "mussola" o "mussolina" (un tessuto finissimo di cotone, ma anche di seta e di lana, molto utilizzata per biancheria intima o leggerissimi abiti femminili), e nella siriana Damasco, dove presero il nome i tessuti "damascati", una particolare lavorazione che dà effetti diversi di lucentezza, creando disegni opachi su fondo satinato.
Nel 1467 un italiano - Giovanni Calabrese - realizzò un telaio per particolari tessuti, con una serie di monopole che - da una grossa intelaiatura posta in alto- bisognava alzare e abbassare per farvi passare il fuso che forma la trama. Un altro, molto simile ma sempre rudimentale fu il telaio di un francese Claude Dangon realizzato nel 1605. Più ingegnoso quello fabbricato da Basile Bouchon, che eliminò le monopole e iniziò a usare dei grossi aghi e degli arpini. Ma si deve attendere il 1677 per avere un primo telaio quasi automatico realizzato da un francese - De Gennes. Ma era ancora nulla a confronto della miglioria che apportò nel telaio nel 1733 l'inglese John Kay, quando inventò la "flying shuttle " (ovvero la "navetta volante") due spolette che si muovono velocissimamente dentro due scatole con la forma della stessa spoletta, su una rotaia e attraverso la quale a turno rimbalzando tramite due molle laterali - una da un lato l'altra l'altra dall'altro lato - introducono il filo automaticamente nell'ordito. Queste macchine erano ancora in funzione negli anni '50 nelle numerose tessiture di Biella. Entrando nel reparto telai, c'era da impazzire dal rumore che decine di telai facevano con le navette, che erano sì "volanti" ma anche "scioccanti" per il secco "schiocco" del duplice rimbalzo.
Si afferma che la "navetta volante" fu l'attrezzo che sconvolse il mondo del lavoro; la prima innovazione tecnologica che non solo rivoluzionò la tessitura ma innescò la rivoluzione industriale, riducendo alla disoccupazione una miriade di tessitori artigiani casalinghi, che pochi anni dopo ricevettero un altro micidiale KO dall'inglese Edmund Cartwright quando nel 1785 (vedi) l'inserzione della trama alzando i licci (un meccanismo che alza e abbassa i fili dell'ordito per far passare la navetta del filato della trama) la rese la tessitura automatica; e dal francese Joseph Marie Jacquard quando nel 1808 realizzò il telaio automatico a schede perforate. Nel primo caso non occorreva più il tessitore che alzava i licci, e nel secondo non serviva più l'uomo per dare le istruzioni alle navette quando queste nell'ordito e nella trama tracciavano i disegni sul tessuto. Il lavoro umano era ormai ridotto a pochissime operazioni. E scomparvero pure queste quando l'americano James Northrop a fine Ottocento realizzò una macchina completamente automatica in uso ancora oggi. Anche se oggi con l'elettricità e l'elettronica si inserisce la scheda e il telaio lavora 24 ore su 24 ore senza mai fermarsi. Le emuli di Penelope ormai non occorrono più, oggi la stessa Penelope sarebbe o in cassa integrazione o disoccupata. E le Penelopi biellesi in questi ultimi tempi ne sanno qualcosa.

____ PETTINE - Con sempre più rapporti sociali, donne e uomini avevano inziato a curare anche la propria persona. Una poca attraente forma di trascuratezza erano i capelli, lunghi, impastati, sporchi. Probabilmente lavando le lunghe chiome sorse anche la necessità di disterderli, raccoglierli, cioè di pettinarli. I primi pettini in legno o in avorio con una fila di denti erano probabilmente già usati a partire dall'8000 a.C. in Scandinavia (dove i capelli sono abbondanti e lunghi rispetto a quelli ricci dei paesi mediterranei o africani). Tuttavia anche nei reperti egiziani scopriamo che erano molto diffusi nell'anno 3000. Nelle camere funerarie delle piramidi, fra gli oggetti delle donne compaiono veri e propri necessaire per la bellezza del viso e del capo: creme, unguenti, civettuoli specchi, e pettini in avorio molto simili agli attuali. I pettini con materiale artificiale furono invece fabbricati in parkesina nel 1862 (precedendo di cento anni quelli di plastica).


____ COSMETICI - L'uso e quindi la loro origine sembra provenire dall'antico Oriente. Ma anche in Egitto e in Mesopotamia si sono ritrovate le prime testimonianze nelle tombe reali fin dal 3500-3000 a.C.. Scatolette contenenti belletti, unguenti per la pelle, creme per il viso, profumi, e perfino rossetti per le labbra e ombretti usati per il trucco intorno agli occhi, con dei veri e propri trattati di cosmesi e manuali di come preparare le creme. Fino a pochi anni fa una celebre industria di cosmesi aveva come sua icona pubblicitaria l'immagine della regina egiziana Nefertiti vissuta nel 1370 a.C. che ha un trucco di una accuratezza molto simile a quello oggi praticato dalle donne più moderne. Prima in Grecia poi a Roma, l'arte della cosmesi fu molta praticata dalle classi patrizie e ricche, con un'ampia gamma di belletti che andavano dalle ciprie per schiarire le guance ai vari rossetti per labbra, fino ai famosi maniacali bagni di latte di Poppea, consorte di Nerone. Con il crollo dell'impero Romano, l'uso delle donne di farsi belle scomparve e non certo per una loro scelta. Un po' perchè i Barbari che occuparono e dominarono la penisola non avevano questi civili abitudini, ma soprattutto perchè nella concezione cristiana la cura del corpo era segno di vanità, e questa era considerata la figlia della cuncupiscenza, il cui padre era il malefico tentatore Satana. Per quasi l'intero medioevo imperò più soltanto il grigiore della vita e come compagna la rassegnazione che andava sempre vestita di nero, come se la vita fosse una perenne vigilia del proprio funerale.
Furono poi le Crociate a far riscoprire agli europei i cosmetici, i profumi, le creme di bellezza, le tinture per capelli ecc. Molti nobili si erano trasferiti in Medio Oriente nel corso dell'Impero Latino, e vivendo a contatto con il lusso di certi arabi, non trovarono nulla di peccaminoso mutuare le abitudini degli "infedeli"; anzi, quando molti di loro tornarono in patria, diffusero nelle corti di tutta europa l'arte della cosmesi, soprattutto femminile; iniziò così la gara di dame e regine a farsi belle, ma che solo a inizio del 1900 si estese a tutte le donne, anche se non mancarono mai i "bacchettoni", e le "bacchettone", come la stessa Simone de Beauvoir, che nella sua bibbia del femminismo del dopoguerra (Deuxieme sexe) occupandosi dei cosmetici li critica severamente, sostenendo che "servono soltanto a rafforzare la posizione delle donne come oggetti sessuali". Per fortuna che anche le femministe non pensarono che il trucco è soltanto un artificio inteso soltanto a mistificare e a ingannare gli uomini: chiaramente alle donne piace truccarsi per loro stesse e per le altre donne non meno che per gli uomini. Ogni donna che vuol sentirsi felice fin dalla mattina, anche se non deve incontrare nessuno, è abituata ad applicarsi un minimo di trucco, perchè il trucco può servire a far cambiare l'umore dell'intera giornata. Inoltre è un divertimento che ultimamente anche i "bacchettoni, ipocriti" uomini hanno scoperto ("finalmente - dicono alcune donne - molti non si rendevano conto che erano brutti e molto spesso puzzavano pure").
Fino al 1960 in Italia il maquillage femminile era ancora considerato un prodotto della cuncupiscenza, e per chi non lo sapesse era proibito entrare in chiesa con il rossetto sulle labbra. Altrettanto considerato sconveniente entrare nelle scuole di ogni grado. Guardata male anche quella donna che osava usare rossetti vistosi. A inasprire questa "peccaminosa" tendenza della scoperta della donna dei prodotti della bellezza ci pensò pure una "tempestiva" ipocrita canzone moralista, straziante, il cui ritornello era: "Mamma mormora la piccina, compri solo profumi e belletti e non balocchi per me". Ma non era vero! Semmai ne compravano ancora troppo pochi! Nel 1959 l'Italia era ancora a queste bassissime percentuali:>
Uso del rossetto .........ITALIA 22 %-.OLANDA 58% -.G. B. 73 % -.FRANCIA 61 % -.GERM.41%
Uso shampoo .............ITALIA 19 % -.OLANDA 80% -.G.B 63 % - .FRANCIA 69 % -.GERM. 68 %
Uso profumi ...............ITALIA 20 % -.OLANDA 68% -.G. B. 43 % -.FRANCIA 85 % -.GERM. 69 %
Maquillage donne........ITALIA 15 % -.OLANDA 58% -.G. B. 58 % -.FRANCIA 55 % -.GERM. 49 %


____ ZATTERE - Indubbiamente fu una esigenza dell'uomo quella di galleggiare per attraversare un fiume e gli stagni, o per andare sui laghi a pescare. Lo avevano fatto fino ad ora utilizzando un tronco, ma poi a qualcuno venne l'idea di accoppiare due, tre, quattro tronchi, legarli con delle liane e formare piccole o grandi zattere in grado di tenere a galla sulla superficie uno o più uomini oltre le loro merci. Usando poi dei bastoni come pagaie e come timone trovarono anche il modo di scivolare sulle acque nella direzione voluta.

____ FALCE - Non era ancora quella che conosciamo oggi in metallo, ma era quasi simile. Si trattava sostanzialmente di coltelli ottenuti da pietre scheggiate e affilate che fissate all'estremità di un corto bastone erano in grado di tagliare steli del grano o altro. Dalla pietra si passò all'uso delle ossa; infatti la più antica falce realizzata con questo materiale, con la classica curvatura, è stata ritrovata in Palestina e risale a oltre 6000 anni. a.C.
Anche quando si iniziò a farle in metallo, per altri due millenni la foggia rimase sempre uguale. Un corto manico con all'estremità una piccola lama curvata, che ancora oggi si chiama "falcetto". Chi la usava doveva chinarsi ed era piuttosto faticoso. La falce come la conosciamo oggi, in occidente non era sconosciuta, fu introdotta in Europa durante le crociate. Mentre i Principi erano impegnati in altri questioni, un anonimo contadino al seguito catturò l'idea da un orientale e al ritorno dopo averne fatta una uguale bel presto si diffuse in tutta Europa. L'idea era piuttosto banale, l'orientale la lama l'aveva realizzata molto ampia, e alla stessa aveva applicato un lungo bastone, in modo che stando eretto con un abile movimento del braccio, con meno fatica e più risultati tagliava gli steli, il fieno e ogni altra cosa.

____ AGO - Anche se i primi, realizzati in osso, sono stati ritrovati in caverne che datano 20.000 a.C. indubbiamente per cucire unite le pelli, inventato il filo, quindi il telaio e il tessuto, l'attrezzo divenne indispensabile per creare indumenti e quindi anche l'ago fu perfezionato pur nella sua semplicità e praticità, infatti ancora oggi lo usiamo. Quelli di questo periodo sono ancora in osso, successivamente verso il 3000 a.C. compaiono quelli realizzati con la forgiatura dei primi metalli.

____ AMO - I primi - anche questi inizialmente in osso - sono stati rinvenuti nei pressi del mar Nero in questo periodo. Furono molto usati dai palafitticoli visto che vivevano perennemente sull'acqua e da essa ricavavano abbondante cibo. Ma è accertato che nel 25.000 a.C. un popolo che abitava nelle zona della Dordogna usava una sorta di amo (
Coles e Himgs, Thechaolegy of Eary Man, Londra 1969, p. 233). Può darsi che la tecnica di caccia consistente nel deporre qua e là esche per attrarre prede animali abbia suggerito per la prima volta all'uomo l'idea di indurre i pesci a tentare di mangiare un'esca legata all'etremità di una lenza. Forse i primi ami erano delle spine, ma poi tecniche perfezionate di lavorazione dell'osso condussero ben presto a inventare un amo. In Francia e in Spagna, attorno al 12.000 a.C. all'amo si era poi aggiunto l'arpione, e non doveva essere difficile ai lacustri infilzare qualche grosso pesce.

____ CHIODO - Prima ancora di quelli in metallo, quasi certamente furono usati quelli in legno (i falegnami li usano ancora oggi, detti anche cavicchi a misura variabile). Inizialmente si usarono forse per chiudere fessure, poi per unire tra loro due parti in legno quando costruivano mobili. Questo tipo di chiodi in legno sono stati trovati in Mesopotamia e datano 3500 a.C. Con l'uso dei metalli, e soprattutto del ferro, il chiodo inizia ad assumere la forma attuale: un asticella di metallo battuta a caldo per forgiare una punta aguzza da una parte e una copocchiuta dall'altra; su quest'ultima per conficcarla nel legno si batte con un martello. "Chiodo" viene infatti probabilmente dalla radice latina "clavu(m) che significa "battere". Se qualcuno ha avuto modo di vedere qualche casa o mobile demolito, avrà notato questo tipo di chiodi con il gambo non rotondo ma quadro, che fino al tardo ottocento e primo novecento si usavano ancora; e qualche fabbro li fabbrica ancora oggi.

____ CHIODO RIBATTUTO - Quando dopo il XIII secolo vi era già un certa diffusione del ferro, usato nelle cerniere dei portoni, nei chivistelli, ed altro, sorse la necessità di avere un tipo di chiodo non solo in ferro ma capace di sfidare la trazione che esercitava l'applicazione; l'accorgimento fu quello di far uscire dall'altra parte il chiodo e ribatterlo formando così un'altra capocchia che teneva saldamente uniti i due elementi. Era decisamente poco estetico. Più tardi - nel 1556 - fu un tedesco - George Bauer - a risolvere il problema, illustrando su un suo trattato come realizzare uno spesso chiodo conico appuntito che aveva lungo il gambo un filo sinistrorso; era insomma nata la ....

____ VITE ... per farla entrare nel legno si poteva anche usare il martello, ma il problema nasceva quando bisognava estrarla. Fu più tardi trovata la soluzione, predisponendo alla capocchia una fenditura sulla quale veniva appoggiato un primordiale "toglivite", in gergo popolare "cacciavite". Ma non tutti usavano queste viti, perchè il processo di fabbricazione fino al 1760 avveniva a mano; il filo a spirale sulla vite bisognava farlo a colpi di lima, e per fare una decina di viti occorreva quasi un'ora, quindi era un processo piuttosto costoso. Il problema dei costi fu poi risolto in Inghilterra; le macchine passo passo stavano allargando il loro regno e a contribuire non poco a questo sviluppo furono due inglesi i fratelli William e Job Wyatt, brevettando una macchina che automaticamente da un grosso fil di ferro tramite una fresa tracciava la spirale, poi altrettanto automaticamente lo spezzava nella lunghezza voluta, un altra macchina faceva la capocchia e su questa tracciava la fenditura. In un'ora si riuscivano a produrre oltre 500 viti.
Nulla a confronto della macchina poi realizzata a Birmingham dall'inglese George Nettleford, che nel 1849, "sparava" automaticamente, quasi senza intervento dell'uomo, a getto continuo viti di ogni misura desiderata; George Nettleford creò così quell'impero dell'industria meccanica che è ancora oggi la GKN (la prima e ultima lettera sono le sue iniziali).

La vite occupò un posto importante nella meccanica di Leonardo da Vinci; di varie specie compaiono in molti suoi schizzi nei famosi quaderni nei quali insieme ad altri con molta intuizione alcuni disegni anticipano moderne invenzioni. Il modello preferito da Leonardo è quello della "vite retrosa" che combina su uno stesso gambo una filettatura sinistrosa e una destrosa. Inoltre nei disegni figura anche una macchina per produrre le viti (nell'immagine sopra); una manovella aziona, tramite ingranaggi, due gambi laterali sui quali scorre la fresa che filetta il "pezzo centrale". Sotto il banco sono disegnati diversi ingranaggi che possono essere sostituiti a seconda del passo richiesto. Quella dei due fratelli inglesi William e Job Wyatt come idea non era poi molto diversa.

____ COLLA - Oltre i chiodi, i falegnami egiziani in questo stesso periodo per tenere insieme e far aderire materiali vari usavano anche alcuni tipi di colla. Per quasi sette millenni il procedimento per ottenere la cosiddetta "colla da falegname" rimase invariato. La ottenevano, bollendo ossa, zoccoli, corna, pelli. Altre colle più blande erano quelli ricavate da alcuni vegetali o da pesci. Dal '900 in poi la chimica facendo passi da giganti, iniziò a realizzare una lunga serie di colle adesive ricavate da materie chimiche artificiali, soprattutto dai derivati del petrolio; come il vinile un radicale monovalente presente in molti composti organici. O dalle varie resine. Nei grandi laboratori chimici, e nelle relative industrie oggi si producono diverse migliaia di tipi di colle; da quella applicata al francobollo, a quella che unisce le due ali di un aereo. Sono a lenta essicazione oppure - le supercolle- induriscono in pochi secondi.

5000 a.C.

____ ABACO - Sembra che sia stato inventato dagli Assiri. Consisteva in una tavoletta con scanalature in cui si collocavano delle piccole pietre . Altri storici affermano inventato dagli Egizi. Comunque sia i mercanti che dovevano tenere il conto di grandi carichi, avevano ideato inizialmente un sistema di scanalture nella sabbia, in cui mettevano in verticale dei sassolini per indicare la quantità di merce o sacchi che passavano davanti loro. Da qui va ricercata indubbiamente l'origine del nostro metodo di mettere i numeri in colonna per le addizioni. I "contabili" spostavano da una scalatura all'altra un sassolino quando la colonna di destra era piena, così come noi riportiamo le decine, le centinaia e le migliaia da una colonna di destra a quelle di sinistra. Probabilmente in seguito fu costruita una vera e propria calcolatrice "portatile" (come la tavoletta assira) e più avanti ancora si usò una serie di asticelle di metallo in cui scorrono dei dischetti o delle palline ("pallottoliere"), forse di origine cinese, e che gli arabi da loro mutuarono nel IX secolo, insieme all'uso delle cifre indiane che comprendevano anche lo zero.
Il sistema dell'abaco si basa sul "principio di posizione", e il pallottoliere è un esempio di numerazione posizionale, perchè in esso le palline assumono un valore diverso secondo la propria posizione. Le prime tracce di tale sistema risale anch'esso agli indiani che ne facevano uso fin dal VI secolo.
Pur essendo un antico strumento per fare delle semplici operazioni aritmetiche, oggi in molti paesi mediorientali e orientali l'abaco è ancora in uso; e prima dell'invenzione delle calcolatrici elettromeccaniche poi elettroniche, era impressionante la velocità degli abili commercianti nell'eseguire i calcoli .


In questo caso, dopo aver addizionato e quindi spostato le varie palline
la somma ci offre alla base il risultato di 8.157.402
(da notare: qui lo zero lo abbiamo aggiunto noi, e sembra incredibile che nessuno fino a quando lo introdussero gli indiani, nessuno aveva dato un nome al simbolo della colonna vuota - sicchè il 402 diventava 42 con non poca confusione. Gli arabi prendendolo in prestito dagli indiani cominciarono ad indicarlo con un puntino 4.2 - Poi adottarono il simbolo indiano: lo 0.

Prima ancora dell'apparizione dello zero, la numerazione inventata dai romani comprendeva già il decimo segno matematico, rappresentato dalla X. Ed era una numerazione a base cinque e dieci. Ma le operazioni matematiche con le cifre romane rappresentate da due gruppi uno inferiore I - V - X e uno superiore L - C - D - M, erano piuttosto complesse. Una semplice cifra come 673 la si scriveva D C L X X I I I e se volete provare solo ad addizionarla, viene il mal di testa, descrivere il metodo per fare una moltiplicazione o una divisione, il mal di testa aumenta ancora di più.
Si preferì adottare il vecchio sistema "abacus" (del tipo assiro-egiziano, una tavoletta in legno o in terracotta), e i sassolini li chiamarono "calculi" (da qui la parola "calcolo" per indicare un procedimento operativo).
Da non dimenticare infine un antico sistema di numerazione binario (cinese), cioè a base 2 costruito con due sole cifre: 1 e 0, rappresentate da una linea intera e da una spezzata, che è tornato di attualità perchè oggi con questo sistema si possono eseguire calcoli utilizzando circuiti elettrici, e combinando più circuiti elettrici si è potuto realizzare il calcolatore elettronico, cioè il nostro computer (vedi a tale proposito i CHING e ovviamente anche il COMPUTER).

____ NUMERI - Nozione matematica di primaria importanza, furono introdotti, più o meno consapevolmente, fin dall'antichità al fine di poter operare su quantità di elementi costituenti insiemi o su quantità esprimenti misure di entità materiali. La prima numerazione scritta risale al 3500 a.C. presso i Sumeri, in Mesopotamia. La numerazione posizionale attuale, con nove cifre e lo zero, è stata elaborata in India intorno al V secolo d.C., ma da come vediamo in tabella il decimale non era sconosciuto agli egiziani, ai babilonesi, ai cinesi e persino ai maya. Tuttavia la prima esposizione sistematica è del matematico indiano Brahmagupta nel VII secolo d.C. Furono poi gli Arabi - con il matematico Muhammad ibn Al-Khwarizimi (780-850) - durante la loro dominazione a utilizzarli (come concetto ma non come scrittura) e solo molto più tardi con la possibilità di fare risultati di aritmetica pratica, fu Leonardo Fibonacci (1170-1230) a diffonderli nell'Europa medioevale, con il suo trattato "Liber abaci". Essendo notoriamente "usati" dagli arabi, impropriamente si chiamarono "numeri arabi", invece la scrittura vera e propria era quella indiana. Da notare che i Maya utilizzavano già la numerazione decimale, con una singolarità: sono espressi in due modi, come i cinesi, perfino più elegantemente: in punti e linee (vedi immagine sopra)
L'arabo Muhammad ibn Al-Khwarizimi intorno all'810 scrisse anche un libro di matematica coniando un termine che in italiano divenne "algebra".

____ CANALI - IRRIGAZIONE - Da cosa nasce cosa. Gli iraniani  dopo i primi risultati come coltivatori dei "giardini", si conquistarono  anche la fama mondiale di maestri nell'arte dell'irrigazione e distribuzione delle acque (ancora oggi in Iran i canali sono sotto il controllo politico). A causa di qualche periodo di siccità, l'acqua necessaria alle colture scarseggiava. Nè si poteva stare con le mani in mano a veder bruciare i raccolti fra una pioggia e l'altra. Salvo quelli che erano vicinissimi ai fiumi, se non pioveva i terreni interni diventavano aridi, e se vi erano delle colture queste andavano perse. Sorsero così i primi ingegneri fluviali che non si limitarono a deviare le acque dei fiumi e dei laghi con una rete di migliaia di canali, ma scavarono dentro le montagne grandi gallerie (le qanat - ed esistono ancora quelle fatte seimila anni fa) per portare il prezioso liquido  nei più lontani "giardini", insegnando quest'arte al resto del mondo (Anche gli Egizi, i territori degli ultimi 600 chilometri del Nilo erano all'epoca della prima dinastia ancora impraticabili ! Il fiume straripando creava in un luogo migliaia di piccoli canali che resistevano un anno, ma l'anno dopo ne creava altri mille in un altro terreno, lasciando i precedenti all'asciutto. Mesopotamici e Egiziani li insegnarono anche ai Romani dopo quattromila anni. - Leggi la prima parte della Storia di Roma.)
Ma se la carenza di pioggia causava le siccità e le carestie, la troppa abbondanza di pioggia causava danni maggiori, quando i fiumi uscendo dal loro letto invadevano campagne, colture e fattorie seminandovi la distruzione con le alluvioni. Bisognava quindi aprire canali di scolo, dragare i letti dei fiumi, costruire argini capaci di contenere le piene. L'imbrigliamento delle acque inoltre con una intelligente rete di canali consentiva a molti chilometri di distanza una intelligente "irrigazione" (da un termine latino che significa "annaffiare verso l'interno"), e gli "ingegneri" seppero fare benissimo il loro mestiere, fecero lavori ingegnosi oltre che ciclopici. A Ninive il re assiro Sennachireb fece costruire per il rifornimento idrico della città, un canale rivestito di lastre di pietra, largo 20 metri e lungo circa 80 chilometri.
(Per altre notizie sul Caspio, di questo periodo e su questa prima civiltà vedi "Sul Caspio il "Paradiso" della Terra")

____ ALLEVAMENTO PESCI - O PESCHIERA - Se in Mesopotamia e in Egitto erano degli artisti nel creare canali, dighe, paratoie e laghi artificiali, in Cina non è che erano indietro. Oltre che creare una serie di terrazzamenti per le colture vegetali, costruirono una serie di vasche per l'allevamento dei pesci, trasformandole in permanenti risorse alimentari. Le prime peschiere risalgono al 4500-4000 a.C.

____ CIBO SECCO - (vedi sotto)
____ CIBO AFFUMICATO - Entrambe i due procedimenti per conservare il cibo erano già conosciuti verso questa data. Il primo, eliminando la parte umida impedisce all'alimento di avariarsi a causa della proliferazione di batteri o di funghi nocivi. Specialisti dell'essicazione furono le popolazioni nordiche. Probabilmente notando salmoni, merluzzi e aringhe scaraventati dalle onde sulla battigia, scoprirono che quelli seccati dal sole si potevano conservare per molto tempo, e se bagnati essere usati nell'alimentazione (lo stoccafisso ancora oggi è uno dei più famosi). Antichissime relazioni commerciali dei Paesi mediterranei, prima ancora di aver scoperto i paesi del Gotland, parlano di "mercanti di pesce secco dei mari del Nord". In seguito, nel Medioevo, ma anche più recente (1940) per accaparrarsi i mercati del pesce secco ci furono vere e proprie guerre (famosa quelle "delle Aringhe", all'epoca di Giovanna D'arco). E parlando di aringhe, oltre l'essicazione, in parallelo sorse anche la tecnica dell'affumicazione, che grazie all'azione degli effetti antiossidanti e antibiotici presenti nel fumo contribuisce alla conservazione dell'alimento. Ancora oggi in Islanda e in Scozia si usano nell'affumicatura le stesse antiche tecniche. Altrettanto antiche sono quelle adoperate dalle popolazioni soprattutto alpine, dando la preferenza a ciò che hanno a disposizione: carne di cacciagione, di maiale, di manzo, o salumi fatti con le stesse carni ecc. Famosi sono gli "speck" tirolesi, o le "bresaole" valtellinesi. Un'altra tecnica di conservazione è quella della...

____ SALATURA - Una operazione anche questa per prolungare la conservazione di alcuni cibi, soprattutto carne e pesce, ma anche vegetali, conosciuta come operazione della "salamoia". Il più famoso è il "salame" che prende il nome proprio dal "sale". Anche un tipo di pesce nordico poco dissimile dall'aringa, molto diffuso, col nome di "salacca", prende il nome da "sale". Nei Paesi mediterranei era questa un operazione poco diffusa, anche perchè il sale è sempre stato carente, e quindi prezioso, fino al punto che lo si usava ancora nel periodo romano per pagare i soldati come denaro, il cosiddetto "salario".

____ BILANCIA - Nascendo il commercio soprattutto delle derrate alimentari, fu un esigenza quella di pesarle per dare una più o meno quantità delle stesse. Il congegno più semplice fu quello di utilizzare un bastone messo in equilibrio o trattenuto al centro, con appesi alle due estremità opposte due piatti. Su uno le merci, sull'altro dei pesi convenzionali, ognuno dei quali rappresentava un certa quantità delle stesse merci. Il primo utilizzo lo si fa risalire a questo periodo. Nel 3500 a.C. questo tipo di bilance, figurano prima nei graffiti poi nei papiri egiziani. Molto simili sono le bilance Mesopotamiche dello stesso periodo. Un tipo di bilancia comparve nel periodo romano ed era costituita da una leva a braccia diseguali, con un peso costante che scorreva su un braccio, e all'estremità sorreggeva o un gancio o un piatto; era chiamata "stadera".
5.000 anni dopo, a metà del nostro Novecento entrambi i due sistemi erano ancora in uso in molti negozi e nei mercatini delle nostre città, e lo sono ancora in molte arretrate contrade del mondo. Quelle moderne ormai sono elettroniche, con alcuni modelli di alta precisione che possono misurare anche il milionesimo di grammo.

4000 a.C.

____ METALLI (vedi sotto e sgg.)
____ RAME - Con le tante pietre che scheggiavano ormai con una discreta abilità, gli uomini s'imbatterono in alcuni strani ciottoli che invece di frantumarsi sotto i colpi si deformavano; quando non erano verdi (perchè già ossidati) questi ciottoli erano rossicci lucidi ed anche più pesanti. A questo strano oggetto con la martellatura gli si poteva dare la foggia desiderata. Inizialmente essendo raro si fecero solo oggetti ornamentali. I primi reperti martellati sono di questa data, rinvenuti in Turchia nel giacimento di Cayonu Tapesi. La singolare materia di cui era fatto il ciottolo non era ancora in forma pura ma in minerale, cioè misto a roccia; ma quando -forse accidentalmente- uno di questi oggetti martellati cadde in un grande fuoco (il rame fonde a 1083° C) scoprirono che non solo fondeva ma lo si poteva ottenere in forma pura; inoltre quand'era fuso nel successivo raffreddamento la sostanza assumeva la forma del terreno dov'era scivolata la colata.
L'idea fu allora di preparare uno stampo particolare in modo che assumesse la forma dello stesso. Furono così ricavati lame di coltelli, falcetti, aghi, punte di freccia. La scoperta indubbiamente fu rivoluzionaria; il cercare questo tipo di ciottoli presto divenne un'attività frenetica, fino al punto che questa singolare sostanza prese il nome di "metallo", che appunto deriva da una antica parola greca che significa "cercare", e la tecnica di fonderlo con il fuoco si chiamò "metallurgia". Il primo giacimento di questo minerale di rame sembra sia stato nell'isola di Cipro.

____ ORO - (vedi sotto)
____ ARGENTO - Entrambi i due metalli forse fecero la loro comparsa contemporaneamente al rame. L'oro scoperto non proprio in forma di minerale (si trova raramente in natura) ma in pepita che provengono di solito da giacimenti primari primitivi entro filoni quarzosi; o da giacimenti secondari originati dal disfacimento dei primi; oppure trovato in polvere nelle sabbie e arenarie aurifere alluvionali. La rarità di questi ritrovamenti ("metalli" come abbiamo detto significa appunto "cercare") la non ossidazione, la bellezza del metallo, anche se non era utile per fare altri oggetti perchè tenero, indubbiamente sollecitarono la "ricerca". Quanto all'argento forse fu estratto dallo stesso rame - come si fa ancora oggi mediante processi di cianurazione del piombo argentifero o da sottoprodotti della metallurgia del rame.
L'oro fonde quasi alla stessa temperatura (1083° C) del rame - a 1063° C-, mentre l'argento a 960° C. - Con gli scarsi mezzi che avevano a disposizione, prima del 2500 a.C. anche l'oro e l'argento inizialmente era lavorato martellandolo. Le prime fusioni dell'oro e dell'argento e perfino tracce di saldatura compaiono in Mesopotamia solo in questa data per fabbricare monili personali, vasellame, oggetti vari. Il metodo della saldatura per fusione - pur migliorandolo- proseguì per il resto dei secoli, fino al 1877, quando lo statunitense Elihu Thompson introdusse la saldatura elettrica a resistenza. Migliorata nel 1907 quando la Aeg rese noto il procedimento della saldatura ad arco.

____ FILO DI FERRO (vedi sotto)
____ FILO D'ORO - Si parla di fili d'oro già nel libro dell'Esodo nell'Antico Testamento intorno al 2000 a.C. Il metallo molto duttile e malleabile veniva prima ridotto con la martellatura in sottili fogli; separato poi in striscioline, torcendole come le normali fibre vegetali, si otteneva un filo per confezionare collane, ma anche per fabbricarci tessuti. Con lo stesso sistema del foglio e delle striscioline fu poi trattato, l'argento, il rame e in seguito il ferro. La trafilatura per ottenere il filo metallico (da una verga rovente un maglio idraulico dà continui colpi e lo fa uscire da un foro - detto appunto trafila) apparve solo nel IX secolo anche se in una forma rudimentale; tuttavia tale metodo continuò fino al tardo Ottocento. Oggi si usa lo stesso sistema, soltanto che le macchine sono automatizzate, e dalla trafila possono uscire in un solo giorno chilometri di filo di vari metalli per tutti gli usi; fil di ferro in grosse bobine, per poi realizzare in particolari macchine, chiodi, viti, aghi, anelli per confezionare catene; fil di rame per l'industria elettrica. Inoltre con lo stesso sistema dell'intreccio dei fili per la tessitura, unendo assieme diversi fili di ferro si possono ottenere cavi di ogni spessore, fino a quelli che oggi sostengono gli imponenti ponti sospesi.
Dal filo di ferro fu in seguito ricavato con una particolare macchina il ....

____ FILO SPINATO - Realizzato dall'americano Joseph Glidden nel 1873; ma aveva una funzione precisa, quella di recintare alcuni appezzamenti di terreno dove gli animali praticavano il pascolo. La banale idea passò in mano agli strateghi militari e già nella Prima Guerra Mondiale, se ne fece largo uso nelle trincee: grandi spirali di filo di ferro spinato erano disseminati in vari modi e in vari sbarramenti successivi, lungo i campi di battaglia; questi ostacoli determinavano l'arresto dei soldati che andavano all'assalto delle postazioni nemiche. Vi erano alcuni reparti speciali che dotati di trinchetto, con vere e proprie azioni quasi suicide, aprivano varchi in una prima trincea, ma spesso perivano sotto il fuoco del nemico nel secondo sbarramento o nel terzo (in alcuni casi anche nel settimo). Il sacrificio di centinaia di migliaia di italiani nella Grande Guerra, fu dovuta per la maggior parte a questi cinici ordini di "assalti alla baionetta" suicidi.


____ MERIDIANA ARCAICA - Le più antiche sono state rinvenute in Mesopotamia e in Egitto. E risalgono all'VIII-VII secolo a.C. Ma si pensa che fossero già conosciute nel 4000 a.C. in Egitto. Anche perchè essendo sempre costanti le ore del giorno nell'arco dell'intero anno, il compito dello stilo che faceva ombra su un quadrante graduato era piuttosto facilitato, non occorreva rimuoverlo seguendo l'arco che compie in cielo il sole nelle varie stagioni, non essendoci in Egitto nè giornate lunghe nè giornate corte, il sole nasce e tramonta nell'arco dell'anno quasi sempre alla stessa ora.....

____ ORE E MINUTI ....Infatti, proprio per questo motivo sulla misurazione del tempo di un giorno non sempre lo stesso sistema fu adottato dalle antiche civiltà. Alcune come in Egitto la giornata di luce -ripetiamo essendo quasi sull'Equatore- era quasi costante, sulle 12 ore, ed infatti furono proprio gli egiziani a dividere il giorno in dodici ore, in oru, che erano delle coppe d'oro che in base alla loro ombra interna graduata davano la frazione di un giorno. Con lo stesso principio delle ombre furono poi inventati gli gnomoni (un antenato della meridiana, conosciuto in Cina nel 3000 a.C.) messi attorno alla base di un obelisco; l'ombra del medesimo posandosi su un gnomone indicava una certa ora del giorno. Gli Egiziani avevano adottato la numerazione sassagesimale, e furono appunto loro a creare con gli gnomoni un "antenato" del "quadrante" del futuro orologio. Con le 12 oru e anche i 60 minuti. I cosiddetti minu che gli egiziani sacerdoti del Sole nel dividere il cerchio (la matematica in Egitto non fu mai - in quasiasi epoca- molto avanzata) mutuarono dai conducenti di muli. Una legge già millenaria imponeva loro di non caricare gli animali con sacchi oltre i 64 minu di grano; questo minu era la singola (legale-codificata) razione di grano che ogni operaio riceveva in un giorno. In seguito anche la numerazione sessagesimale partì da questa diffusa e comune divisione del carico in uso in tutti i granai d'Egitto, che permetteva i calcoli della divisione anche a un bifolco, infatti gli bastava tracciare in terra un cerchio (in questo caso specifico un cono di grano) e poteva facilmente dividere lo stesso con delle linee ricavando così 1, 2, 4, 8, 16, 32, 64 razioni. I sacerdoti del sole usarono lo stesso sistema ma lo adattarono a 60. E più tardi sembra che abbiano gli egiziani inventato anche il quadrante dei gradi, con 4 volte 60, cioè sempre impostato sul sistema numerico sessagesimale, usato per dividere gli angoli (in gradi, minuti, secondi e, come abbiamo appena letto, anche il tempo, dividendolo in ore, minuti, e in seguito seguendo il sistema anche in secondi.
Stranamente in Cina, (vedi i CHING) quasi alla stessa epoca viene impostato un quadrante con I-Ching, ma con 64 (non minu) ma esagrammi, e non 60. Inoltre lo gnomone era conosciuto fin dal 3000 a.C. - Sull'evoluzione invece del vero e proprio orologio vedi l'anno 270 a.C.

3760 a.C.

____ CRONOLOGIA - Questa disciplina che studia gli eventi storici e la loro successione temporale, secondo i vari popoli hanno una data di riferimento che varia nelle diverse epoche e civiltà. Gli Ebrei seguono il testo sacro della loro religione e fanno risalire l'inizio cronologico al 3760 a.C. - I Greci computano il tempo iniziando dalla prima Olimpiade svoltasi nell'anno 776 a.C.- I Romani iniziano la narrazione degli avvenimenti partendo dalla fondazione di Roma avvenuta il 753 a.C. - I Musulmani inziano a conteggiare anni e a riferire avvenimenti partendo dall'Egira (fuga di Maometto a Medina) anno 622 d.C. - Ovviamente qui abbiamo utilizzato come punto di riferimento gli anni convenzionalmente usati dall'era cristiana (dalla nascita di Gesù Cristo).

3600 a.C.

____ BRONZO - Erano passati appena qualche secolo dalla scoperta del rame, quando in altri ciottoli fra i tanti selezionati per ricavarne rame, comparve un altro metallo di colore biancastro. Era questo il minerale cassiterite o stannite, cioè lo stagno. Messo sul fuoco insieme al minerale di rame (che fonde a 1083°) fondendo a soli 231° il risultato di questo miscuglio rame-stagno, fu il bronzo; si era cioè creata una lega, che una volta raffreddata era un metallo così duro da competere con la pietra; e proprio perchè diversamente dal rame era meno malleabile e meno duttile, usandolo per fabbricare coltelli, falci, segacci ecc. questo nuovo metallo conservava molto più a lungo l'affilatura.
La prima scoperta del metallo fu all'incirca in questa data (probabilmente in Armenia o nell'Anatolia) ma prima che si trovasse un procedimento per ottenere una valida metallurgia per fabbricare arnesi, armi e corazze passeranno alcuni secoli. Nel 3000 a.C. il Medio Oriente si trovava in piena età del bronzo, che si allargò poi in tutte le direzioni. In Europa circa 1000 anni dopo; in Italia le prime zappe, pugnali, accette in bronzo datano il 1800 a.C. (Cultura di Polada - nei primi villaggi palafitticoli - lago di Ledro, lago di Garda, lago d'Iseo, lago di Fimon ecc. ). E alla stessa data in Puglia. Il termine "bronzo" alcuni storici lo fanno derivare da Brindisi. Il Berthelot che lo fonda su una forma basso-greca "brontesion", trovata nello scritto di un alchimista, pensa appunto a Brindisi (conosciuta sotto l'antico nome Brundusium, e col latino Brundisium), dove gli artigiani locali fondevano e lavoravano magistralmente questo metallo che proveniva dal vicino Medio Oriente. Furono per secoli i maggiori specialisti nell'arte di fabbricare specchi, i primi che si conoscono fatti con una certa maestria nella lucidatura della superficie, non essendoci ancora a quel tempo quelli in vetro (vedi "SPECCHI" anno 2000 a.C.)

____ COLTELLO - Con le pietre scheggiate alcuni esperti artigiani, dalla selce avevano già ricavato e realizzato uno strumento molto simile a un pugnale, ve ne sono alcuni quasi perfetti che datano 25.000 a.C. Gli ultimi assomigliano a uno stiletto con la lama sottile e appuntita. Con il bronzo prima e con il ferro poi gli artigiani si sbizzarrirono nelle fogge e nei motivi incisi, spesso unici perchè personali; forniti di manico per l'impugnatura, utilizzati per svariati usi. In periodo romano compaiono quelli forgiati in acciaio; sono di ogni tipo e uso, per la caccia, per la guerra, o più semplicemente da utilizzare a tavola per mangiare; quella era allora l'unica posata. Fino all'anno 1000 d.C. la forchetta era ancora sconosciuta, anche se alcuni coltelli da tavola già si fabbricavano con due punte per infilzare meglio i pezzi di carne. I primi ovviamente furono i fabbri a realizzarli; ma alcuni si erano così specializzati nell'arte della coltelleria, che già a Firenze nel tardo Medioevo esisteva una corporazione di "coltellai". Non erano da meno altre città, o piccoli paesi italiani che sono ancora oggi i più grandi produttori mondiali di coltelleria. Furono realizzati sempre in ferro, quindi con il brutto difetto di arrugginire con l'acqua o l'umidità, fino a quando nel 1921 la statunitense International Silver Company realizzò i primi coltelli in acciaio inossidabile.

____ CUCCHIAIO - Al pari del coltello, il suo uso risale alla preistoria. Indubbiamente l'antenato fu una conchiglia, che fornì poi l'idea per farne uno in legno con un manico prensile. Erano di foggia piuttosto grossa, dei mescoli, abitualmente usati per mescolare nella cottura i cibi liquidi e le minestre nei grandi calderoni. Sulle tavole invece comparve tardi, nel XVII secolo, perfino dopo la forchetta che prima del 1000 d.C. in Occidente era del tutto sconosciuta.

3500 a.C.


____ RUOTA
____ CARRI - Anche prima di questa data il trasporto delle cose era già in uso da millenni, ma il sistema consisteva nel trainare con braccia umane o con animali da tiro il carico, se questo era un unico pezzo; se erano tanti e piccoli venivano messi sopra una specie di slitta fatta strisciare per terra. Forse nel voler spostare carichi molto pesanti sotto questi strascichi furono posti dei tronchi che fungevano come rulli facilitando così l'avanzamento del carico (in certi casi lo facciamo ancora oggi). Ovviamente questi rulli dovevano essere raccolti da dietro e rimessi davanti, ed era una bella fatica se si doveva fare un lungo percorso, inoltre era una gran perdita di tempo. Qualcuno pensò di utilizzare questo principio del rullo, che però è la semplice rotazione di un tronco su se stesso, quindi non si poteva applicarlo fisso alla slitta. Ma due sezione di questo tronco con al centro un mozzo applicato alla slitta lateralmente da una parte e dall'altra, potevano ruotare liberamente e far muovere la slitta più rapidamente. L''idea fu geniale, e visti gli immediati risultati i miglioramenti non mancarono; ben presto la tecnica di costruire una ruota fece passi da gigante, rivoluzionando tutto il trasporto via terra, prima a due poi a quattro ruote. Un tipo di tali carri sembra siano nati nella terra dei Sumeri verso il 3000 a.C.. Dalla ruota piena a due tre sezioni, si passò a quella più leggera fatta a cerchio con 2, 4, 8 raggi in legno, fino a giungere, quando si usarono i metalli, alle ruote con attorno al cerchio di legno una fascia in ferro, sì più pesanti, ma nell'impiego soprattutto su strade accidentate, più resistenti del legno. La più antica ruota in Italia - la prima nell'immagine sopra a un solo raggio - è stata rinvenuta nel villaggio palafitticolo di Mercurago (Lago Maggiore); la si fa risalire al 1500 a.C.




____ RUOTA IDRAULICA - Una ruota a pale fatta girare dalla caduta dell'acqua, viene attribuita al meccanico greco Ctesibio nel 250 a.C.. Altri affermano inventata da Erone di Alessandria nel 120. a.C. Ma sembra che in Oriente, in Cina, questa tecnica di sfruttare l'acqua fosse conosciuta fin da tempi immemorabili, forse dal 1500 a.C., infatti venivano usate con l'acqua in caduta che colpiva le pale poste sul bordo esterno della ruota. Quella di Ctesibio rimase quasi sconosciuta per oltre 1500 anni, fino agli anni delle Crociate. Proprio in Terrasanta gli europei scoprirono la forza idrica, che gli arabi avevano appreso proprio dai Cinesi da circa cinque secoli che però questi ultimi la usavano quasi esclusivamente per far funzionare mulini per la macinazione dei cereali. Gli europei invece iniziarono ad usarla come vera e propria forza motrice; la ruota faceva girare un mozzo centrale con un ingranaggio e tramite una cinghia muoveva un volano che con le varie riduzioni alimentava di una infinità di macchine; fra le tante quelle delle segherie (ancora oggi in esercizio), nelle ferriere, nelle industrie tessili e in altri settori di produzione . L'idea molto più tarda, con quasi lo stesso principio diede poi origine alla turbina idrica nel 1827 e mezzo secolo dopo alla turbina azionata dal vapore. (vedi "turbina" anno 1884)

____ RUOTA VOLANO - Furono realizzate nelle macchine accennate sopra; piuttosto grandi, all'inizio in legno, in seguito in metallo sempre molto pesanti. Furono poi applicate anche nei primi motori ad alimentazione a vapore poi in quelli elettrici; lo scopo era quella di far diventare la grande ruota solidale a un asse o a un albero motore, col compito di regolarizzare in modo costante il movimento rotatorio tramite la forza motrice immagazzinata invece a scatti. Negli sbalzi dello stantuffo azionato dal vapore, e in seguito anche dalla corrente elettrica, per inerzia il pesante volano permetteva di far funzionare la macchina in un modo quasi continuo.

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