PARTE TERZA

CAPITOLO IV.
Le folle elettorali.

Caratteri generali delle folle elettorali - Come si possono persuadere - Qualità che il candidato deve possedere - Necessità del prestigio - Perché gli operai e i contadini scelgono così di rado i candidati tra loro - Potere che le parole e le formule hanno sull'elettore - Aspetto generale delle discussioni elettorali - Come si formano le opinioni dell'elettore: - Potere dei comitati - Essi rappresentano la più temibile forma della tirannia - I comitati della Rivoluzione - Nonostante il suo debole valore psicologico, il suffragio universale non può essere sostituito - Perché i voti sarebbero uguali anche limitando il diritto di suffragio - Ciò che esprime il suffragio universale in tutti i paesi.

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Le folle elettorali, cioè le collettività chiamate a eleggere i tutori di certe funzioni, costituiscono le folle eterogenee; ma siccome agiscono soltanto su un solo punto determinato: scegliere tra diversi candidati, non si può osservare in esse che alcuni dei caratteri descritti nei precedenti capitoli. I più visibili sono la debole tendenza al ragionamento, l'assenza di spirito critico, l'irritabilità, la credulità e il semplicismo. Nelle loro decisioni si vede anche l'influenza dei costumi e la funzione dei fattori enumerati in precedenza: la affermazione, le ripetizioni, il prestigio e il contagio.

Cerchiamo di vedere come si possono soggiogare le folle elettorali. La loro psicologia si dedurrà dai procedimenti che riescono meglio. La prima qualità che il candidato deve possedere è, il prestigio. Il prestigio personale non può essere sostituito che da quello della ricchezza. Il talento, il
genio stesso, non sono elementi di successo.

La necessità, per il candidato, di avere un certo prestigio, e di potersi quindi imporre senza discussioni, é capitale. Gli elettori, composti specialmente di operai e di contadini, scelgono ben raramente uno dei loro a rappresentarli, perché gli individui usciti dalle loro file non hanno per essi alcun prestigio. Non nominano un loro eguale che per ragioni accessorie, per contrapporlo, ad esempio, a un uomo eminente, a un padrone potente, alle cui dipendenze si trova ogni giorno l'elettore, e di cui egli ha così l'illusione di diventare per un momento lui il padrone.

Ma per esser sicuro del successo, il candidato non deve avere soltanto il prestigio. L'elettore vuol vedere lusingate le sue cupidigie e le sue vanità; il candidato deve coprirlo delle più stravaganti piaggerie, e non deve esitare a fargli le più fantastiche promesse. Dinanzi a degli operai non sarà mai troppo ingiuriare e offendere i loro padroni. In quanto al candidato avversario, si cercherà di schiacciarlo dimostrando con l'affermazione, la ripetizione e il contagio, che é l'ultimo dei mascalzoni, e che nessuno ignora i suoi numerosi delitti. E' inutile, s'intende, di cercare le prove. Se l'avversario conosce male la psicologia delle folle, cercherà di giustificarsi con buoni argomenti, invece di rispondere semplicemente alle affermazioni calunniatrici con altre affermazioni ugualmente calunniatrici; e non avrà nessuna probabilità di trionfare.

Il programma scritto dal candidato non deve essere troppo categorico, perché i suoi avversari potrebbero più tardi opporglielo; ma il suo programma orale non sarà mai eccessivo. Le più notevoli riforme possono essere promesse senza timore. Sul momento, queste esagerazioni producono molto effetto, e non impegnano affatto per l'avvenire. L'elettore non si preoccupa infatti di saper poi se l'eletto ha seguito la professione di fede acclamata, in base alla quale l'elezione ha avuto luogo.

Si riconoscono qui tutti i fattori di persuasione sopra descritti. Noi li ritroveremo ancora nell'azione delle parole e delle formule di cui abbiamo già mostrato il grande potere. L'oratore che sa adoperarli conduce le folle come vuole lui. Espressioni come l'infame capitale, i vili sfruttatori, l'ammirevole operaio, la socializzazione delle ricchezze, ecc. producono sempre lo stesso effetto, benché già un po' consunto. Ma il candidato che può scoprire una formula nuova, sprovvista di senso preciso, e di conseguenza adattabile alle più diverse aspirazioni, ottiene un successo infallibile. La sanguinosa rivoluzione spagnola del 1873 fu fatta con una di queste magiche parole, dal senso complesso, che ognuno può interpretare secondo la propria aspirazione. Uno scrittore contemporaneo ne ha raccontato la genesi in termini che meritano di essere riferiti. I radicali avevano scoperto che una repubblica unitaria è una monarchia travestita, e, per far loro piacere, le Cortes avevano proclamato ad unanimità la repubblica federale senza che nessuno dei votanti avesse potuto dire ciò che aveva votato. Ma quella formula estasiava tutti : era un delirio, un'ebbrezza. Sulla terra era stato inaugurato il regno della virtù e della felicità. Un repubblicano, al quale il suo nemico rifiutasse il titolo di federale, se ne offendeva come di una ingiuria mortale. Per le strade ci si avvicinava dicendosi: "Salud y republica federal!" Dopo di che si intonavano inni alla santa indisciplina e all'autonomia del soldato.

Che cos'era la « repubblica federale »? Gli uni intendevano con queste parole l'emancipazione delle province, delle istituzioni simili a quelle degli Stati Uniti o il decentramento amministrativo; altri miravano all'annullamento dell'autorità, al prossimo inizio della grande liquidazione sociale. I socialisti di Barcellona e dell'Andalusia predicavano la sovranità assoluta dei comuni; essi volevano dare alla Spagna diecimila municipi indipendenti, i quali avrebbero avuto soltanto leggi autonome, e avrebbero voluto inoltre sopprimere l'esercito e la polizia.
Ben presto, nelle province del Mezzogiorno, si vide l'insurrezione propagarsi da città a città, da villaggio a villaggio. Non appena un comune aveva fatto il suo pronunciamento, sua prima cura era di distruggere il telegrafo e la ferrovia per tagliare tutte le sue comunicazioni con i suoi vicini e con Madrid. Non c'era borgatella che non intendesse fare la sua cucina a parte. Il federalismo aveva ceduto il posto a un cantonalismo brutale, incendiario e massacratore, e per ogni dove si celebravano sanguinosi saturnali ».

In quanto all'influenza che i ragionamenti potrebbero avere sullo spirito degli elettori, bisognerebbe non aver mai letto il resoconto di una riunione elettorale per non saperne abbastanza a questo proposito. Vengono scambiate affermazioni, invettive, persino delle botte, qualche volta, e non mai ragioni. Se per un momento si stabilisce il silenzio è perché un ascoltatore di carattere difficile annuncia che sta per fare al candidato una di quelle domande imbarazzanti che divertono l'uditorio. Ma la soddisfazione degli oppositori dura ben poco, poiché la voce del propinante é coperta ben presto dagli urli degli avversari. Si possono considerare come riunioni pubbliche tipiche i seguenti resoconti, presi fra moltissimi somiglianti, e che prendo a prestito da due quotidiani.

« Avendo un organizzatore pregato l'uditorio di nominare un presidente, si scatenò l'uragano. Gli anarchici saltano sul palcoscenico per prendere d'assalto il tavolo. I socialisti lo difendono con energia; si picchiano, si danno dei mascalzoni, dei venduti, ecc..., e uno si ritira con un occhio ammaccato.
« Infine, il tavolo della presidenza, bene o male, è installato in mezzo al tumulto, e la tribuna resta al compagno X. -
« L'oratore fa una tirata contro i socialisti, che lo interrompono gridando : « Cretino! Bandito! Canaglia! » ecc., epiteti ai quali il compagno X risponde con l'esposizione di una teoria secondo la quale i socialisti sono degli « idioti » o dei « buffoni ».
« ... Il partito tedescofilo aveva organizzato, ieri sera, nella sala del Commercio, rue du Faubourg-duTemple, una grande riunione per preparare la festa dei lavoratori del primo maggio. La parola d'ordine era : « Calma e tranquillità ».
« Il compagno G... tratta i socialisti da « cretini » e da « mistificatori ».
« A queste parole, oratori e pubblico si insultano e vengono alle mani; le sedie, le panche, i tavoli entrano in scena, ecc., ecc. ».


Non bisogna pensare che questo genere di discussione sia una caratteristica di una determinata classe di elettori, e dipenda dalla loro condizione sociale. In tutte le assemblee anonime, anche se sono composte esclusivamente di letterati, la discussione riveste facilmente le stesse forme. Ho dimostrato che gli uomini in folla tendono all'uguaglianza mentale e ad ogni momento ne abbiamo la prova. Ecco, come esempio, un estratto del resoconto di una riunione composta soltanto di studenti:
« A mano a mano che la serata si inoltrava, il tumulto é andato via via aumentando; credo che non un oratore abbia potuto dire due frasi senza essere interrotto. A ogni istante i gridi partivano da un punto o dall'altro, o da quasi tutti i punti ad un tempo; si applaudiva, si fischiava; discussioni violente si accendevano fra gli uditori; i bastoni venivano impugnati, minacciosi; si picchiavano i piedi in cadenza sul pavimento; dei clamori investivano gli interruttori : « Alla porta! Alla tribuna! »
« C. prodiga all'associazione gli epiteti di odiosa e vile, mostruosa, venale e vendicativa, e dichiara che vuol distruggerla, ecc. ecc... ».


Ci si chiede come in condizioni simili, possa formarsi l'opinione di un elettore. Ma porre tale questione vorrebbe dire illudersi stranamente sul grado di libertà di cui gode la collettività. Le folle hanno delle opinioni imposte, mai delle opinioni ragionate. Queste opinioni e i voti degli elettori rimangono tra le mani dei comitati elettorali, i cui capi sono quasi sempre imprenditori, molto influenti sugli operai, ai quali fanno credito. « Sapete che cosa é un comitato elettorale, scrisse uno dei più valenti difensori della democrazia, lo Schérer? Semplicemente la chiave delle nostre istituzioni, il meccanismo principale della nostra macchina politica. La Francia è oggi governata dai comitati » (*).
(*) I comitati, qualunque sia il loro nome: clubs, sindacati, ecc., costituiscono uno dei pericoli da paventarsi della potenza delle folle. Essi rappresentano infatti, la forma più impersonale, e, di conseguenza, più oppressiva della tirannia. I capi che dirigono i comitati essendo ritenuti degni di parlare e agire in nome di una collettività sono fuori d'ogni responsabilità e possono permettersi tutto quel che vogliono. Il tiranno più crudele non avrebbe mai osato pensare le proscrizioni ordinate dai comitati rivoluzionari. Essi avevano, dice Barras, decimato e messa a posto la Convenzione. Robespierre fu padrone assoluto finché potè parlare in loro nome. Il giorno in cui il terribile dittatore se ne separò per ragioni di amor proprio, segnò l'ora della sua rovina. Il regno delle folle é il regno dei comitati, quindi dei condottieri. Non si potrebbe immaginare dispostismo più duro.

Inoltre non é troppo difficile agire su di essi, per poco che il candidato sia accettabile e possegga risorse sufficienti. Secondo le confessioni dei donatori, 3 milioni bastarono per ottenere le elezioni multiple del generale Boulanger.
Tale é la psicologia delle folle elettorali. Essa é identica a quella delle altre folle: né migliore, né peggiore.

Non trarrò dunque da ciò che precede nessuna conclusione contro il suffragio universale. Se dovessi decidere in merito, io lo conserverei così com'è, per motivi pratici che derivano precisamente dal nostro studio sulla psicologia delle folle, e che io esporrò, dopo aver ricordato per prima cosa i suoi inconvenienti.

Gli inconvenienti del suffragio universale sono evidentemente troppo visibili per essere misconosciuti. Non si potrebbe contestare che le civiltà furono opera di una piccola minoranza di spiriti superiori che costituiscono il vertice di una piramide, i cui piani, allargandosi a mano a mano che decresce il valore intellettuale, rappresentano gli strati profondi di una nazione.

La grandezza di una civiltà non può certamente dipendere dal suffragio di elementi inferiori che rappresentano soltanto il numero. E i suffragi delle folle, sono anche, indubbiamente, molto pericolosi. Essi ci hanno condotto a parecchie invasioni; e col trionfo del socialismo, le fantasie della sovranità popolare ci costeranno certamente anche assai più care.

Ma queste obiezioni, teoricamente eccellenti, perdono praticamente tutta la loro forza, se vogliamo ricordarci della potenza invincibile delle idee trasformate in dogmi. Il dogma della sovranità delle folle é, dal punto di vista filosofico, così poco sicuro quanto i dogmi religiosi del Medioevo, ma esso ha di questi, oggi, l'assoluta potenza.

Esso é dunque inattaccabile come già lo furono le nostre idee religiose. Supponete un libero pensatore moderno trasportato per un potere magico in pieno Medioevo. Credete voi che di fronte alla potenza sovrana delle idee religiose che allora regnavano, egli tenterebbe di combatterle? Caduto nelle mani di un giudice, che volesse farlo ardere sotto l'imputazione di aver concluso un patto col diavolo, o frequentato il sabba, avrebbe egli pensato a contestare l'esistenza del diavolo o del sabba?
Come non si discute con i cicloni, così non si discute con le credenze delle folle. Il dogma del suffragio universale possiede oggi il potere che un tempo ebbero i dogmi cristiani. Oratori e scrittori ne parlarono con un rispetto e una adulazione che neanche Luigi XIV conobbe. Di fronte ad esso bisogna dunque comportarci come di fronte a tutti i dogmi religiosi. Solo il tempo opera su di essi.

Provarsi a scuotere questo dogma sarebbe tanto più inutile quanto più sono le sue ragioni apparenti. - « In tempi di uguaglianza - dice Tocqueville - gli uomini non hanno nessuna fede tra di essi, a cagione della loro somiglianza; ma questa stessa somiglianza dà loro una fiducia quasi illimitata nel giudizio del pubblico; perché non parrebbe loro verosimile, che possedendo tutti uguale intelletto, la verità non si incontri dalla parte del maggior numero ».

Occorre ora supporre che un suffragio limitato, alle capacità, ad esempio, migliorerebbe il voto delle folle ? Non posso ammetterlo un solo istante, e ciò per i motivi più sopra segnalati, motivi dell'inferiorità mentale di tutte le collettività, qualunque possa essere la loro composizione.
In folla. lo ripeto, gli uomini si uguagliano sempre, e, su questioni generali, il suffragio di quaranta accademici non é migliore di quello di quaranta portatori d'acqua. Io non credo che nessuno dei voti tanto rinfacciati al suffragio universale, il ristabilimento dell'Impero, ad esempio, sarebbe stato diverso con votanti reclutati esclusivamente tra scienziati e letterati.

Per un individuo, il fatto di sapere il greco o le matematiche, d'essere architetto, veterinario, medico o avvocato, non lo dota, su questioni di sentimento, di particolare acume. Tutti i nostri economisti sono gente istruita, professori e accademici, in gran parte. C'é un solo problema generale, ad esempio, che li abbia trovati d'accordo?
Dinanzi a dei problemi sociali, pieni di incognite, e dominati dalla logica mistica o affettiva, tutte le ignoranze si uguagliano.

Se dunque le persone rimpinzate di scienza componessero da sole il corpo elettorale, i loro voti non sarebbero migliori di quelli d'oggi. Esse si lascerebbero guidare soprattutto dai loro sentimenti e dallo spirito del loro partito. Nessuna delle attuali difficoltà scomparirebbe, e avremmo di certo in più la opprimente tirannia delle caste.

Limitato o generale, operando in un paese repubblicano o in un paese monarchico, praticato in Francia, nel Belgio, in Grecia, in Portogallo o in Spagna, il suffragio delle folle é dappertutto simile, e traduce spesso le aspirazioni e i bisogni incoscienti della razza. La media degli eletti rappresenta per ogni nazione l'anima media della sua razza. Da una generazione all'altra la si ritrova press'a poco identica.

Ed é così che ancora una volta ricadiamo su questa nozione fondamentale di razza, già così di frequente incontrata, e su quest'altra nozione derivata dalla prima: che istituzioni e governi sostengono una parte assai debole nella vita dei popoli.
Questi ultimi sono soprattutto guidati dall'anima della loro razza, vale a dire dai residui atavici di cui quest'anima é la somma.
La razza e l'ingranaggio delle necessità quotidiane: tali sono i dominatori misteriosi che reggono i nostri destini.

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miscellanee di ogni tempo - cosa si scriveva ieri Ndr.)

"La mera democrazia (questo indicibile bamboleggiare degli scrittori, in Francia, in Inghilterra, nell'America boreale dei dì nostri, che adorano le moltitudini, esaltano il principio di associazione, invocano e celebrano l'alleanza dei popoli - tale è la piaga principale, vezzo prediletto del secolo - non può sussistere, nè durare, perchè radicalmente inorganica...Il numero accresce la forza, ma non la crea... ....Un branco di pecore innumerabili è sempre men capace e men valido del mandriano...Mentre il diritto del Principe (l'Unto dal Signore Ndr.) è divino, poichè risale a quella sovranità primitiva onde venne organato ed istituito  il popolo di cui regge le sorti...La sovranità si riceve, ma non si fa e non si piglia...Ella importa la sudditanza, come un necessario correlativo; e il dire che il sovrano possa essere creato dai suoi soggetti, e trarne i diritti che lo previlegiano, inchiude contraddizione. Insomma, il sovrano è autonomo rispetto ai sudditi, e se ricevesse da loro l'autorità sua, non sarebbe veramente sovrano, perchè i suoi titoli ripugnerebbero alla sua origine... I sudditi dipendono dal sovrano, e non viceversa...L'obbligazione verso il sovrano deve dunque essere assoluta, altrimenti la sovranità è nulla..."La potestà è ordinata, e da Dio procede" a ciò allude l'Apostolo (Paul. ad rom., XII,1,2). Sapete donde nasce il più grave pericolo? Dal predominio della plebe, la quale promette una seconda barbarie più profonda di quella dei Vandali e degli Unni e un dispotismo più duro del napoleonico. Guai alla civiltà nostra se la moltitudine prevalesse negli Stati". -  (V. Gioberti, Studio della filosofia, cap. Della politica, vol III, Tipografia Elvetica, Capolago 1849). (Gioberti, quello Del primato morale e civile degli italiani" pubblicato nel 1843).
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Un polemista aggiunse : "Va bene il valido mandriano, ma se il mandriano non ha la collaborazione di  buoni "cani"  per tenere insieme il gregge, è costretto lui ad "abbaiare", a "fare il cane", e a rimanere un "cane"  perchè anche se è nato uomo un "cane" è.

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Per imporre i suoi programmi Stalin cosa scriveva?: "La Libertà? solo gli illusi e i forti vivono in questa fede. Ma l'umanità è debole ed ha bisogno di pane e autorità".
Notevole corrispondenza con le parole di Dostoievsky, quando il Grande Inquisitore dei Fratelli Karamazov si rivolge al Cristo reincarnato "E gli uomini furono felici di essere di nuovo condotti come un gregge e che il loro cuore era stato infine alleggerito d'un dono così terribile (della libertà) che aveva loro causato tanti tormenti".

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Quanto a Hitler,  in quaranta minuti di discorso alle folle, era capace di ripetere per 26 volte la stessa frase, molto semplice ma d'effetto, accompagnata dallo stesso gesto mimico, drammatico spesso con voce sprezzante, con gesti studiati che aveva provato prima davanti allo specchio; e diceva alle folle quello che i tedeschi volevano sentirsi dire: "Farò tornare grande la Germania"; "Riscatterò la vergogna"; "la razza tedesca  dominerà il mondo"; "ogni tedesco troverà lavoro"; e perfino...quando si ricordò che c'era anche l'"altra metà del cielo", aggiunse ... "le donne avranno tutte un marito!". Del resto fu proprio lui a dire (prendendo a prestito Le Bon) "Qualsiasi bugia, se ripetuta frequentemente, si trasformerà gradualmente in verità".  E lanciò lo slogan "Ein Volk, Ein Reich, Ein Führer" (un popolo, un impero, un capo)

"La massa - dirà Amann - ha sempre bisogno di un certo periodo di tempo per essere pronta ad apprendere una cosa. La sua memoria si mette in moto soltanto dopo che per mille volte le sono state ripetute le nozioni più semplici, e sono proprio queste che tendono ad abbattere l'istintivo potere di resistenza dell'individuo. 
E' la vecchia storia della necessità dei ripetuti colpi di martello per poter ficcare il chiodo o del costante cadere della goccia che consuma la pietra.
Quando poi la folla inizia a mettersi in moto non si ferma più, marcia, cammina, corre, e bela come un gregge, muggisce come una mandria, ruggisce come un branco, e a quel punto è capace di tutto".
 

"Hitler con la stessa semplice frase, strappava gli appalusi, eccitava gli animi della folla, e questa proiettava su di lui i propri latenti desideri cui il demagogo aveva semplicemente tolto il "coperchio". La frase, con la quale apriva o chiudeva ogni discorso o lo intercalava spesso, era sempre quella: il "Popolo vuole", il "Popolo mi ama", Il "Popolo brama", il "Popolo aspetta", il "Popolo è impaziente", il "Popolo pretende", il "Popolo desidera", il "Popolo è pronto", il "Popolo lotterà fino alla morte". Volk, Volk, Volk..... all'infinito.
Tutti i dittatori con il delirio di onnipotenza hanno sempre imbottito i loro discorsi  con la parola "Il Popolo" e non con la parola "i Cittadini".  Questi ultimi amano le persone serie, mentre il primo (la storia ne è piena) ama solo i ciarlatani; e questi sanno che basta apostrofare la folla chiamandola "popolo" per indurla a malvagità reazionarie. "Che cosa non si è fatto davanti ai nostri occhi, o anche non proprio davanti ai nostri occhi in "nome del popolo"." (T.Mann).

Leggiamo cosa scriveva Hitler nel suo Mein Kampf. Come intendeva avvalersi degli espedienti della propaganda: "Le masse non sanno cosa farsi della libertà e, dovendone portare il peso, si sentono come abbandonate. Esse non si avvedono di essere terrorizzate spiritualmente e private della libertà e ammirano solo la forza, la brutalità e i suoi scopi, disposti a sottomettersi. Capiscono a fatica e lentamente, mentre dimenticano con facilità. Pertanto la propaganda efficace deve limitarsi a poche parole d'ordine martellate ininterrottamente finchè entrino in quelle teste e vi si fissano saldamente. Si è parlato bene quando anche il meno recettivo ha capito e ha imparato.. Sacrificando questo principio fondamentale e cercando di diventare versatili si perde l'effetto, perchè le masse non sono capaci di assorbire il materiale, nè di ritenerlo".

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Mussolini imparò a memoria "Psicologia delle Folle"
"Ho letto tutta l'opera di Le Bon e non so quante volte abbia riletto la sua "Psicologia delle folle.
E' un opera capitale alla quale ancora oggi spesso ritorno"
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"Regimi democratici possono essere definiti quelli nei quali, di tanto in tanto, si dà al popolo l'illusione di essere sovrano. (Mussolini - Da "Dottrina del fascismo" e S.e D., vol. VIII, pag 79-80).

"In un regime totalitario, come dev'essere un regime sorto da una rivoluzione trionfante, la stampa (l'informazione, la radio ecc.)  è un elemento di questo regime, una forza al servizio di questo regime. LA LIBERTA' sta nel servire la causa e il regime" ... ""il giornalismo italiano E' LIBERO  perché serve soltanto una causa e un regime: E' LIBERO perché, nell'ambito delle leggi del regime, può esercitare - e le esercita - funzioni di controllo, di critica e di propulsione".(Mussolini - Discorso ai direttori di giornali del 10 ottobre 1928).

"Il popolo non fu mai definito. È una entità meramente astratta, come entità politica. Non si sa dove cominci esattamente, né dove finisca. L'aggettivo di sovrano applicato al popolo è una tragica burla. Il popolo tutto al più, delega, ma non può certo esercitare sovranità alcuna. I sistemi rappresentativi appartengono più alla meccanica che alla morale"
" Al popolo non resta che un monosillabo per affermare e obbedire. La sovranità gli viene lasciata solo quando è innocua o è reputata tale, cioè nei momenti di ordinaria amministrazione. Vi immaginate voi una guerra proclamata per referendum? Il referendum va benissimo quando si tratta di scegliere il luogo più acconcio per collocare la fontana del villaggio, ma quando gli interessi supremi di un popolo sono in gioco, anche i Governi ultrademocratici si guardano bene dal rimetterli al giudizio del popolo stesso".
(Mussolini - Preludio al Machiavelli, in Gerarchia dell'aprile 1924. S.e.D., vol. IV, pag.109)

"Quando mancasse il consenso, c'è la forza. Per tutti i provvedimenti anche i più duri che il Governo prenderà , metteremo i cittadini davanti a questo dilemma: o accettarli per alto spirito di patriottismo o subirli". - (Mussolini - Disc. Risposta al Ministero delle Finanze, 7 marzo 1923 - S. e D., vol III, pag 82

"Voi sapete che io non adoro la nuova divinità: la massa. E' una creazione della democrazia e del socialismo. Soltanto perchè sono molti debbono avere ragione?. Niente affatto. Si verifica spesso l'opposto, cioè che il numero è contrario alla ragione". ( Mussolini - Intervista rilasciata a Ludwig, 1928, pag 197)

« Tra i popoli, nonostante le predicazioni, nonostante gli idealismi, ci sono dei dati di fatto che si chiamano razza, che si chiamano sviluppo, che si chiamano grandezza e decadenza dei popoli, e che conducono a dei contrasti, i quali spesso si risolvono attraverso la forza delle armi. »
(Mussolini - Dalle dichiarazioni fatte al Parlamento, il 6 Febbraio 1923). - III, 54.

 

« Noi creeremo, attraverso un'opera di selezione ostinata e tenace, la nuova generazione. »
(Dal discorso pronunciato al Congresso Fascista in Roma, il 22 Giugno 1925). - V, 117.

« Il gerarca deve avere in sé, moltiplicate, quelle virtù che egli esige dai gregari. »
(Dal discorso pronunciato al Foro Mussolini, il 28 Ottobre 1937). - XI, 171.

«Non é gerarca colui che non sa scendere in mezzo al popolo per raccoglierne i sentimenti e interpretarne i bisogni. »
(Dal discorso pronunciato al Foro Mussolini, il 28 Ottobre 1937). - XI, 171.


« Il popolo italiano ha creato col suo sangue l'Impero, lo feconderà col suo lavoro e lo difenderà contro chiunque con le sue armi. »
(Dal "Discorso dell'Impero" pronunciato a Roma il 9 Maggio 1936). - X, 119.


« Il nuovo Impero é stato fatto dal popolo; é impresa di popolo, e tutto il popolo italiano, qualora si trattasse di difenderlo, balzerebbe in piedi come un sol uomo, pronto a qualsiasi sacrificio, capace di qualsiasi dedizione. »
(Dal Gran Rapporto tenuto in Roma, ai pie' del Tempio di Venere, il 30 Maggio 1936). - X, 143.


«L'individuo non esiste, se non in quanto é nello Stato e subordinato alle necessità dello Stato. Man mano che la civiltà assume forme sempre più complesse, la libertà dell'individuo sempre più si restringe. »
(Dal discorso pronunciato all'Assemblea del P.N.F. in Roma, il 14 Settembre 1929). - VII, 147.

« Gli individui sono classi secondo le categorie degli interessi; sono sindacati secondo le differenziate attività economiche cointeressate; ma sono prima di tutto e soprattutto Stato.»
(Dall'articolo scritto per la voce "Fascismo" dell'Enciclopedia Italiana Treccani). - VIII, 71.

«Nessuno può ignorare l'Italia. »
(Dal discorso pronunciato al Costanzi di Roma, il 24 Marzo 1924). - IV, 72.

« L'Italia esiste e rivendica pienamente il diritto di esistere nel mondo. »
(Dal discorso pronunciato a Palazzo Littorio, il 7 Aprile 1926). - V, 312.

«L'Italia fascista é un'immensa legione che marcia sotto i simboli del Littorio verso un più grande domani. Nessuno può fermarla. Nessuno la fermerà. »
(Dal discorso pronunciato a Palazzo Venezia, il 27 Ottobre 1930). - VII, 233.

« Con un proletariato riottoso, malarico, pellagroso non vi può essere un elevamento dell'economia nazionale.»
(Dal discorso pronunciato all'Augusteo di Roma, il 9 Novembre 1921). - II, 204.

« Solo da canaglie e da criminali noi possiamo essere tacciati di nemici delle classi lavoratrici; noi che siamo figli di popolo; noi che abbiamo conosciuto la rude fatica delle braccia; noi che abbiamo sempre vissuto fra la gente del lavoro che é infinitamente superiore a tutti i falsi profeti che pretendono di rappresentarla. »
(Dal discorso pronunciato a Cremona, il 26 Settembre 1922). - II, 324.

« Amo gli operai che sono una parte integrante della vita della Nazione. »
(Dalle parole rivolte agli operai del Poligrafico di Stato in Roma, il 28 Gennaio 1923). - III, 50.

« I lavoratori devono amare la Patria. Come amate vostra madre, dovete, con la stessa purezza di sentimento, amare la madre comune: la Patria nostra. »
(Dalle parole rivolte ai portuali di Bari a Palazzo Chigi, il 10 Aprile 1923). - III, 101 e 102.

« È anche nell'interesse degli operai che la produzione si svolga con ritmo ordinato, vorrei quasi dire solenne".
(Dal discorso agli operai della "Fiat ,, di Torino, pronunciato il 25 Ottobre 1923). - III, 217.

« Le sorti del popolo lavoratore sono intimamente legate alle sorti della Nazione, perché il popolo lavoratore é parte di questa Nazione. Se la Nazione grandeggia, anche il popolo diventa grande e ricco, ma se la Nazione perisce anche il popolo muore. »
(Dal discorso pronunciato a Perugia, il 30 Ottobre 1923). - IIl, 237.

«La classe lavoratrice é la potenza, la speranza, la certezza dell'avvenire d'Italia. »
(Dal discorso pronunciato allo Stabilimento Tosi di Legnano, il 5 Ottobre 1924). - IV, 305.

« Se la Nazione é oppressa, la massa operaia é oppressa. Se la bandiera della Nazione é rispettata, anche gli operai che appartengono a quella Nazione sono rispettati. La gerarchia delle Nazioni si riverbera sulla posizione delle loro classi operaie. »
(Dall'articolo « Fascismo e Sindacalismo n, pubblicato sul numero del Maggio 1925 di Gerarchia). - V, 91.


«Adoriamo il lavoro che dà la bellezza e l'armonia alla vita. »
(Dall'articolo "Discorso da ascoltare", pubblicato sul Popolo d'Italia del 1o Maggio 1919). - II, 11.

« Il lavoro é la cosa più alta, più nobile, più religiosa della vita. »
(Dal discorso agli operai della " Fiat,, di Torino, pronunciato il 25 Ottobre 1923). - III, 218.


«Se il secolo scorso fu il secolo della potenza del capitale, questo ventesimo é il secolo della potenza e della gloria del lavoro. »
(Dal discorso pronunciato a Milano, il 6 Ottobre 1934). - IX, 130.


« Le leggi sono degli strumenti e la loro efficacia é in relazione diretta con l'energia e la tenacia di coloro che questi strumenti impugnano. »
(Dal discorso pronunciato al Parlamento, il 16 Maggio 1925). - V, 70.


« La libertà non é solo un diritto, ma é un dovere. »
(Dal discorso pronunciato al Senato, il 27 Novembre 1922). -- 111, 32.

« La libertà non é un fine; é un mezzo. »
(Dall'articolo "Forza e Consenso", pubblicato sul numero del Marzo 1923 di Gerarchia). - III, 78.

« La libertà non é, oggi, più la vergine casta e severa per la quale combatterono e morirono le generazioni della prima metà del secolo scorso. Per le giovinezze intrepide, inquiete ed aspre che si affacciano al crepuscolo mattinale della nuova storia ci sono altre parole che esercitano un fascino molto maggiore, e sono: ordine, gerarchia, disciplina. »
(Dall'articolo "Forza e Consenso", pubblicato sul numero del Marzo 1923 di Gerarchia). - III, 79.


«Ma che cosa é questa libertà? Esiste la libertà? In fondo, é una categoria filosofico-morale. Ci sono le libertà: la libertà non é mai esistita ! »
(Dal discorso pronunciato al Parlamento, il 15 Luglio 1923). - III, 196.

« La libertà senza ordine e senza disciplina significa dissoluzione e catastrofe. »
(Dal discorso pronunciato nell'atrio del Municipio di Torino, il 24 Ottobre 1923). - III, 214.

« Se per la libertà s'intende di sospendere ogni giorno il ritmo tranquillo, ordinato del lavoro della Nazione, se per libertà s'intende il diritto di sputare sui simboli della Religione, della Patria e dello Stato, ebbene, io Capo del Governo e Duce del Fascismo, dichiaro che questa libertà non ci sarà mai! »
(Dal discorso pronunciato nella Piazza Belgioioso di Milano, il 28 Ottobre 1923). - III, 225.

«La libertà non é un diritto: é un dovere. Non é una elargizione: é una conquista. Non é una uguaglianza: é un privilegio. »
(Dal discorso pronunciato al Costanzi di Roma, il 24 Marzo 1924). -- IV, 77.

« Il concetto assoluto di libertà é arbitrario. Nella realtà non esiste. »
(Dal discorso pronunciato al Cova di Milano, il t Ottobre 1924). -- IV, 291.

« Il Governo fascista ha ridato al popolo le essenziali libertà che erano compromesse o perdute; quella di lavorare, quella di possedere, quella di circolare, quella di onorare pubblicamente Dio, quella di esaltare la Vittoria e i sacrifici che ha imposto, quella di avere la coscienza di se stesso e del proprio destino, quella di sentirsi un popolo forte, non già un semplice satellite della cupidigia e della demagogia altrui. »
(Dalle parole rivolte ai rappresentanti dei Sindacati agricoli in Roma, il 30 Luglio 1925). - V, 124.

« Se la libertà dev'essere l'attributo dell'uomo reale, e non di quell'astratto fantoccio a cui pensava il liberalismo individualistico, il Fascismo é per la libertà. È per la sola libertà che possa essere una cosa seria, la libertà dello Stato e dell'individuo nello Stato.»
(Dall'articolo scritto per la voce "Fascismo" dell'Enciclopedia Italiana Treccani). - VIII, 71.


«La lotta é l'origine di tutte le cose perché la vita é tutta piena di contrasti. »
(Dal discorso pronunciato al Rossetti di Trieste, il 20 Settembre 1920). - li, 99.

« Rinunziare alla lotta significa rinunciare alla vita. »
(Dal discorso pronunciato a Palazzo Chigi, il 20 Dicembre 1923). - III, 290.

"Dobbiamo dire che siamo stati nobilmente assecondati. Ci voleva anche un uomo come quello che la Provvidenza ci ha fatto incontrare; È dunque con profonda compiacenza che crediamo di avere con esso ridato Dio all'Italia e l'Italia a Dio. - (Pio XI - dopo il Concordato).
Quando Mussolini sdoppiò la questione clericale dalla questione religiosa, assieme alla parola Patria, assieme alla parola Duce, l'ex contadinello di Romagna, l'ex ribelle allievo dei Salesiani, l'ex socialista, l'ex redattore della "Lima" che si firmava negli anni ruggenti del suo anticlericalismo "il vero eretico", diventato poi "l'uomo della provvidenza", ebbe una "voce" come Giovanna la pastorella di Lorena, e fece risuonare dal suo "vangelo-giuramento" il nome di Dio.
Del resto
«Facendomi cattolico - diceva Napoleone al Consiglio di Stato - ho terminato la guerra della Vandea; facendomi mussulmano mi sono insediato in Egitto, facendomi oltramontano ho conquistato i preti in Italia. Se avessi governato un popolo di Giudei, avrei ristabilito il tempio di Salomone. »

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Ma co
me sappiamo, l'opportunismo ad entrambi servì a poco; perchè ogni tanto "il popolo", fa quello che vuole.

 "Non sono affatto abnormi e inutili tutti i comportamenti umani che non hanno la razionalità e la meccanicità dei meccanismi autoregolantisi o, (peggio) quando qualcuno li vorrebbe regolare (compresi quelli politici ed economici). Se si vogliono trarre conclusioni sull'uomo bisogna studiarlo e accettarlo complicato com'e'. E guai a non esserci queste contraddizioni, sono solo queste che ci distinguono dagli animali" .
A dire queste cose  è guarda caso Wiener  il padre della cibernetica, proprio l'uomo degli "automi". E aggiunse "Ogni società efficiente (e ogni dittatore)  che crede a un certo punto di aver trasformato l'uomo e l'intera sua società in efficiente formicaio, fallisce perchè non ha studiato (credendosi Dio) e non ha osservato nè le formiche nè gli uomini". 
(Wiener, Introduzione alla cibernetica, Ed. Boringhieri).

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"Se cerco di immaginare il dispotismo moderno, vedo una folla smisurata di esseri simili ed eguali che volteggiano su se stessi per procurarsi piccoli e meschini piaceri di cui si pasce la loro anima… Al di sopra di questa folla, vedo innalzarsi un immenso potere tutelare, che si occupa da solo di assicurare ai sudditi il benessere e di vegliare sulle loro sorti. È assoluto, minuzioso, metodico, previdente, e persino mite.
Assomiglierebbe alla potestà paterna, se avesse per scopo, come quella, di preparare gli uomini alla virilità. Ma, al contrario, non cerca che di tenerli in un'infanzia perpetua. Lavora volentieri alla felicità dei cittadini ma vuole esserne l'unico agente, l'unico arbitro. Provvede alla loro sicurezza, ai loro bisogni, facilita i loro piaceri, dirige gli affari, le industrie, regola le successioni, divide le eredità: non toglierebbe forse loro anche la forza di vivere e di pensare?".
( Tocqueville )
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Un politico preoccupato di dover fornire le "prove" di quanto andava affermando, il suo consigliere di suggestione di fama nazionale gli disse: "Prove? Non ne avete bisogno! Dite al popolo una data cosa con solennità ed autorità, e ripetetela abbastanza spesso e non avrete bisogno di offrire alcuna prova.  Ripetizione e pretesa autorità, sono due vecchie frodi mascherate da Verità; usatele e siete a posto!"
 

Bulwer Litton fu ancora più chiaro: "Quando state per profferire qualche cosa di straordinariamente falso, cominciate sempre con la frase: "è un fatto accertato" ecc. Molte false affermazioni sono state sempre accettate se precedute da un "Io asserisco senza tema di contraddizione" ecc.; Oppure "E' generalmente ammesso dalle migliori autorità, che..."; "Le migliori fonti di informazioni concordano";, oppure "Come voi probabilmente sapete". -" Spesso non occorrono nemmeno queste se l'affermazione è fatta in un modo autoritario. Essa viene accettata a causa del tono della voce o del teatrale gesto che l'accompagna e anche  se non ci sono argomenti o prove logiche, sono ugualmente cacciate dentro quali verità lampanti".
(W. W. Atkinson "Suggertione e auto-suggestione". Bocca, 1943)

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Normalmente i "grandi demagoghi" che si sentono "messia", se non scrivono il loro  "libro-vangelo" sotto l'impulso della "Pseudologia fantastica" (patologia di coloro che credono fermamente a ciò che dicono) non stanno bene.

Lenin Che fare il libro bianco
Hitler il Mein Kampf, Il libro marrone
Mussolini La dottrina fascista, Il libro nero
Stalin Lo stakhanovismo, il libretto d'acciaio

Mao tse-tung  Pensieri Il libretto rosso
in arrivo il Libretto del sogno dell'Italia. "Tutti ricchi, liberi, felici come me". - (colore non ancora definito)

Tutti populisti.
Mai uno che abbia avuto poi successo.
Gli autori poi!!!

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"La nostra intenzione ora è di delegittimare il governo; si deve andare alle elezioni. Come avete visto, per "grazia ricevuta" gli astensionisti devono ringraziare me per avere invitato gli italiani  a stare a casa e a non votare. Proseguendo su questa linea "di libertà" e di "democrazia" ("non votare è un diritto del popolo", e noi daremo questa libertà democratica di non votare) noi ci batteremo per imporla questa democrazia".
Noi insisteremo con gli elettori di starsene a casa; con solo un 2% dei "ns. azionisti elettori" NOI vinceremo; poi il Parlamento che costituiremo, varerà la nuova legge elettorale. Già penso a una legge Acerbo, anzi migliore:  ogni voto ricevuto deve valere per due. Ci assicureremo così il prossimo ventennio con l'assoluto e democratico potere conferitoci da tutto il popolo (che democraticamente non ha votato").
"Faremo un unico "listone", un unico giornale, un'unica televisione, un'unica "voce" della vera libertà"; come ai bei tempi, quando era sufficiente il 2% dei voti per guidare l'Italia "liberale" dei "Principi"; o quell'altra Italia che venne poi dopo  con un unico "listone".  Lo ha fatto Mussolini, poi Hitler, entrambi imitati anche da Stalin. Perchè non farlo noi?  "Vi daremo LA LIBERTA' di scegliere: o votare noi o stare a casa. Siamo così forti da poterci permettere di lasciare sopravvivere la democrazia (del branco, perchè  i mandriani giobertiani siamo noi!)" (cose sentite negli anni 2000)
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Ma abbiamo sentito anche questa, quando fallisce la bassa politica e si ricorre alla fede: "Solo dopo aver esaurito tutte le vie che il Signore può metterci a disposizione nella sua bontà, ma solo dopo, dovete prepararvi anche a impugnre la spada, a lottare per la causa di Cristo" - Così mi disse Giorgio La Pira quando nel 1943 ci spinse a batterci contro nazifascisti e comunisti" (*). Cosi Zeffirelli sul Corriere della Sera del 25 febbraio 2006. - Gli chiede l'intervistatore Paolo Conti: "Ma la spada era una metafora, o alludeva a proprio all'uso delle armi?" - Risposta: "Non c'era alcuna allusione. Occorreva uccidere, finite le altre vie offerte dal Signore. La sua era una posizione senza se e senza ma: la spada da impugnare non lascia, mi pare dubbi.....L'uomo ti suggeriva sempre una preghiera alla Madonna, ma era pronto a suggerire l'uso della spada. Aveva in mente certo i grandi modelli dei martiri morti per la fede".
E poi alcuni si meravigliano che il fondamentalismo islamico nella lotta scomodi il Corano, Maometto e la Jihad !! quando in Italia - in pieno clima elettorale - si scrivono ancora oggi certe cose: "Uccidere per la causa di Cristo".

Quando fallisce la religione come politica, si ricorre (è cosa vecchia) alla politica come religione:

(*) Abbiamo visto in questi giorni pre-elettorali italiani, alcuni seguaci del "nuovo unto dal signore" in piazza, dove lui parlava, osannarlo con uno striscione, dove stava scritto "B... Presidente", e a caratteri cubitali "Santo Subito! ".
(foto immortalata dal Corriere della Sera del 1° aprile, 2006). ( Che blasfemia !!! Ma non è un po' troppo?).
Un pesce d'aprile? forse; ma qualcuno è capace di crederci per davvero e di lasciare ai posteri il "nuovo vangelo". (ma ho i miei dubbi, la Storia non l'ha scritta mai un settantenne, a questa età resta solo la megalomania senile di chi credeva di poter fare molto e alla fine non lascia nessuna traccia.
Per chi non lo sapesse, anche Hitler, nel '34 (per aver favorito il Concordato con la Santa Sede) fu proposto in Vaticano - con lui ancora in vita - di farlo "santo".
(Lettera di Enrico Cuccia, pubblicata dal "Corriere d. S.). Sappiamo com'è finita. Male !
Il suo collega "caporale" cinque anni prima in Italia per gli stessi motivi, si era invece accontentato di essere indicato come "l'Uomo della Provvidenza" e si limitò a scrivere una "Dottrina" ("la concezione fascista è spiritualistica", "Il Fascismo è una concezione religiosa"
(Mussolini, "La Dottrina del Fascismo", Sei ed. 1941). Anche lui sappiamo com'è finita. Malissimo !
Che tristezza queste folle, che ascoltano, che si eccitano (compresi certi colti vertici) che qualche volta perdono il lume della ragione, col cervello spento dal più sfrontato e becero fanatismo (o è becero opportunismo?). Ha dunque ragione Le Bon ?!

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(*) Ecco perchè molti giovani non hanno ancora capito nulla della "2a Guerra Mondiale". Infatti molti mi scrivono e mi chiedono "ma chi l'ha scatenata i comunisti, i fascisti, i nazisti?". "E chi l'ha persa, i Comunisti? Ma allora la Resistenza che cos'era? Da che parte stava?
Alla faccia di tanti storici, che scrivono libri di Storia per le scuole !!! E se i giovani imparano dalle scuole siamo a posto !!! Sanno tutto sulle guerra del Peloponneso, ma nulla sull'ultima guerra. Poi in questa ingenua ignoranza si ritrovano un bel giorno a marciare chissà dove cantando impavidi, vado, vinco e torno. Contenti loro !!

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vedi anche il simpatico pezzo del grande Robert Musil
"Il politico? Il signore COMESIVUOLE e il signore COMESIDEVE"

 

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