L'ANNO 1000 e dintorni

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Canossa - La scena della sottomissione di Enrico IV

LA RIFORMA GREGORIANA

vedi biografia di Gregorio VII in "Biografia dei Papi" > >

il suo periodo in "Storia d'Italia" dal 1056 e successive > >

Gregorio, lo abbiamo letto nelle precedenti pagine degli annali, non compare nell'anno 1000, lui nasce a Soana dopo, fra il 1014 e il 1020, ma è l'assoluto protagonista non solo del primo secolo del millennio, ma anche dei successivi secoli. Uno dei grandi papi in assoluto. Al pari del suo omonimo "il Magno" (anno 590) nella riforma dei costumi ecclesiastici e nella lotta alle investiture fu un vero rivoluzionario poichè sconvolse nel profondo delle realtà, considerate - ormai per tradizione secolare -  legittime.
Si afferma che la "provvidenza", nel quadro desolante degli avvenimenti intorno a questa fatidica data, abbia poi scelto (per la seconda volta)  l'uomo giusto al momento giusto.  Una luce nella "notte" nel grande Medio Evo.

Uomo colto su moltissime discipline, GREGORIO VII quando sale  (con un carisma già straordinario e una grande esperienza - lo abbiamo letto nelle pagine precedenti) sul soglio pontificio nel 1073, proclama se stesso "servo dei servi di Dio". E pur evidenziando un assoluto disinteresse per il potere temporale, Gregorio mette le basi dello Stato pontificio, e lo fa (c'era l'esigenza urgente di un mutamento profondo - problema che Silvestro II e gli altri avevano  lasciato insoluto ) lo fa rompendo gli argini e mettendo in crisi l'assolutismo e la sacralità del potere imperiale.
Uscì poi alla fine dalla lotta sconfitto (morì in esilio a Salerno nel 1085)  ma non piegato.

Iniziamo con una sua lettera di fondamentale importanza storica inviata ai vescovi nel 1080. Gregorio ha quasi sessant'anni ed é quasi alla termine  del suo pontificato ma é in questa lettera che troviamo tutto il suo carattere e tutta la sua opera nella lunga storia travagliata, ma fondamentalmente positiva, delle autonomie comunali. Tutta la civiltà occidentale ha compiuto in  tre quarti di secolo, per l'intervento di Gregorio, un sostanziale salto qualitativo.
Il tono autoritario e fermo non va dunque  interpretato negativamente.

Così inizia quella lettera: "Fate in modo che il mondo intero comprenda e sappia che se voi potete legare e sciogliere il cielo, voi potete sulla terra togliere e dare a ciascuno, secondo i meriti gli imperi, i reami, i principati, i ducati, le contee e tutte le possessioni degli uomini. Spesso voi avete tolto ai perversi e agli indegni i patriarcati, le primazie, gli arcivescovati, i vescovati, per darli a uomini veramente religiosi. Se voi giudicate di cose spirituali, quale potenza non dovete avere sulle cose terrene? Sappiano oggi i re i potenti della terra come voi siete grandi e quale sia la vostra autorità. Che essi si guardino dal tenere in poco conto l'amministrazione e l'organizzazione della Chiesa".

Se parole di questo tenore venissero pronunciate oggi, quale giustificazione teologica del potere temporale, verrebbero sicuramente qualificate come "reazionarie". In realtà, nel secolo undicesimo, esse costituirono la base di un rinnovamento rivoluzionario in senso "democratico", quale raramente si é verificato in altre epoche storiche.
Nell'usare "democratico" molti - se sono legati a un certo genere di storia medioevale, molto critica sulla Chiesa - potrebbero sorridere; ma questa raccomandazione di fermezza rivolte da Gregorio ai vescovi, insieme con il gesto clamoroso delle scomuniche e deposizioni di re e imperatori, sottintendevano, infatti, anche all'emancipazione dei sudditi cristiani alla soggezione indiscriminata al potere dei sovrani "ingiusti" e a quello del clero "corrotto" che Gregorio combatteva.

Nell'anno 1000 e dintorni non c'era una sola Chiesa (riferendoci ai chierici)  ma due, una indegna, l'altra irreprensibile,  una falsa  e l'altra autentica, una opportunista conservatrice, l'altra onesta e progressista .  Bisogna dunque parlare di una e anche dell'altra cercando di separarle. Purtroppo  molti storici  ci raccontano la scelleratezza di una, mischiata all'altra, e dato che quella abietta (trasformista) non fu mai spazzata via, ma in ogni epoca alternativamente si restaurò con alcuni personaggi che dietro le loro virtù nascondevano ben altre ambizioni, il lettore superficiale di tutta un erba ha fatto un fascio. Spesso si sente dire "la Chiesa ha fatto questo di positivo ma ha fatto anche quest'altro di negativo", dimenticando  che c'erano due Chiese, quindi non separando le responsabilità di una dall'altra si rischia di avere una distorsione dei fatti, che portano a dei ricorrenti pregiudizi.

Se andiamo ad analizzare scrupolosamente i conventi, le abbazie, gli arcivescovati e la stessa gerarchia ecclesiastica romana dei successivi secoli (ancora oggi)  non è difficile scoprire che dentro sono vissuti  contemporaneamente elementi conservatori e individui progressisti, sempre in lotta, e che hanno condizionato alternativamente prima la stessa vita religiosa, e parallelamente quella  civile, politica ed economica. Di papi intransigenti - spesso su tutto -  ne conteremo a decine e di papi progressisti ne annoveremo altrettanti. Questa "guerra" non è mai cessata. (non dimentichiamo l'elezione di papa Giovanni XXIII,  il suo Concilio Vaticano II, e le sue aperture alle masse anche comuniste - tutto fortemente contrastato da un episcopato integrista conservatore)

Ma ritorniamo a questo periodo. L'intransigenza nel valersi gli imperatori dei due poteri per loro inscindibili, il religioso e il politico, fornirà alla Chiesa il primo movente per opporsi alla loro politica "imperialistica". Nasce qui il germe della lotta per le investiture.
Delle due spade, una simbolo del potere spirituale l'altra di quello temporale, Carlomagno aveva saputo valersi, ma aveva avuto il buonsenso di non immischiarsi nelle faccende del clero. Con i suoi successori i due poteri si sono invece confusi a danno della Sede apostolica. Una confusione dovuta all'anarchia sempre più estesa.
Concedendo investiture a destra e a manca, i re di Germania, del Sacro Romano Impero, hanno creato uno strapotere dei vescovi tedeschi e una chiesa nazionale teutonica ostile a quella romana (Quando poi apparirà Lutero, questa ostilità latente per un paio di secoli, gli verrà utile)
Di sacro non c'era più nulla, di romano neppure e in quanto all'impero era un'anarchia totale.

L'alba dell'anno Mille trovò un mondo nel caos. La leggenda che a Satana gli avevano messo le catene e si sarebbe slegato dopo dieci secoli sembrava quasi confermarlo. Il mondo era il vecchio Stato carolingio, ma questo impero del franco-germanico, nell'anno 1000 si era frantumato negli pseudo regni della Germania, mentre quelli di Francia e Italia erano  sminuzzati in ducati, contee e marchesati indipendenti e rivali. L'antica unità sovrana aveva ceduto il posto a un agglomerato di potentati, l'organizzazione della società feudale aveva decentrato il potere. I nobili investiti di una autorità quasi totale nel feudo, pur vassalli, erano legati al re solo per dovere di fedeltà, di tributi in denaro e di aiuto armato, e avevano creato col tempo una gerarchia  alla cui testa si trovavano solo loro: i principi.
Anche una buona parte della Chiesa si era feudalizzata, da quando il sovrano iniziò ad  appoggiarsi   agli ecclesiastici per indebolire i grossi feudatari laici, creando così  i principi-vescovi e i vescovi conti.

I due poteri, nell'anno 1000, spirituale e temporale, Stato e Chiesa, sono sempre inscindibilmente uniti; ma la supremazia é del primo sul secondo. Ottone lo ha stabilito mezzo secolo prima, nel suo "Privilegium", per cui lui imperatore - così i suoi successori - hanno il diritto di eleggere non solo i vescovi ma persino il pontefice. La stessa Sede apostolica è anch'essa ridotta a un vescovato di cui il re può concedere o togliere l'investitura.
E' il periodo dove dappertutto si formano chiese locali, i vescovi diventano autonomi in Francia (chiesa gallicana), in Germania e in Italia. Più della metà non sono più preti, ma laici e spesso sono  i figli o i nipoti dei potenti feudatari o degli stessi preti, che diventano perfino papi.

Questo improvviso laicizzarsi del clero genera due gravi mali: il nicolaismo e la simonia. Il diacono eretico NICOLA d'Antiochia, contrario al celibato dei preti dà nome al primo male; il ciarlatano SIMON che cercò di comprare i miracoli di San Pietro, dà nome al secondo.
Quando il sovrano investe un suo vassallo di feudo ecclesiastico (un'abbazia, una chiesa, una città), confondendo i due poteri, gli conferisce  anche l'investitura religiosa, lo crea cioé vescovo o abate, prerogativa che una volta spettava al papa. Ma fa ancora di più: arriva a vendere il feudo al miglior offerente, per il semplice motivo che il feudo degli ecclesiastici  non é ereditario. Si fanno quindi le gare per conquistare a soldi sonanti i feudi ecclesiastici. Grandi famiglie si accaparrano vescovati, abbazie, città, e perfino (come vedremo con  Marozia nel 931) la Sede apostolica per i loro figli. Naturalmente questi prelati sono ben lontani dall'essere uomini di Dio: vivono nel lusso, s'interessano più di guerra che di anime, si divertono, hanno moglie e più spesso concubine, sperperano i beni della Chiesa in feste o per fare la dote ai figli. Questo nell'alto clero. Quello basso dov'era possibile e c'erano le condizioni, non offriva di sicuro esempi migliori.
Di religiosità cristiana neppure l'ombra, la giustizia  inesistente o grossolana , la scienza  ridotta a magia, e i sudditi non godevano di nessuna libertà  anche se non erano servi della gleba (quelli che prima si vendevano insieme al podere), ma artigiani, commercianti, piccoli imprenditori, salariati ecc.

Ma arrivò Gregorio, prendendo di petto i "carrieristi e i simoniaci" con il suo "Dictatus papae".


Dictatus di papa Gregorio VII (Roma Archivi Vaticani)

E' la sua prima rivoluzione. Con intelligenza pari solo al coraggio, Gregorio cambiò la storia del Medioevo, riabilitando la Chiesa, ma soprattutto mettendo in crisi le vecchie e insufficienti strutture politiche dell'Impero. Insomma il  vero millennio inizia con lui.

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LA RIFORMA GREGORIANA

Nei manuali di Storia medievale, normalmente, la Riforma gregoriana viene vista in maniera positiva, poiché con essa -si dice- Gregorio VII seppe "por fine" all'anarchia ecclesiastica dei due secoli precedenti. E, altrettanto naturalmente, si fa capire che questo era l'unico modo per risolvere il problema dell'anarchia.

Che un problema di anarchia effettivamente esistesse, nessuno può metterlo in dubbio. La chiesa romana era in balìa delle famiglie nobiliari più potenti della capitale.

Tuttavia, gli storici raramente si chiedono le motivazioni socio-culturali di tale anarchia. Ragionando in termini esclusivamente politici, essi ne addebitano le cause allo scarso prestigio, alla indebolita autorevolezza della chiesa istituzionale: di qui il giudizio positivo nei confronti della svolta autoritaria di Gregorio VII.

Lo storico, al massimo, giudica negativamente quegli aspetti dogmatici che oggi risultano, in virtù dell'avvenuta secolarizzazione dei costumi e dei valori, particolarmente sgraditi. Ma il valore della riforma in sé non viene messo in discussione.

Assai raramente uno storico riesce a supporre che l'anarchia ecclesiastica avrebbe potuto essere risolta con un maggiore senso democratico della vita sociale, civile e quindi nell'ambito della stessa chiesa.

Di regola lo storico dà per scontato che la chiesa non è capace di democrazia, in quanto non è mai stata (se non nella primissima fase) un'istituzione democratica; per cui egli ritiene inevitabile il ricorso alla forza quando si tratta di risolvere problemi di organizzazione interna (specie se questi portano all'anarchia).

Gli storici ritengono che la chiesa cattolica, a livello istituzionale (cioè a prescindere dai suoi singoli esponenti) si sia sempre posta nella storia solo in maniera politica. Poste le cose in questi termini essi non possono che avere, nei confronti dell'anarchia, un giudizio analogo a quello della stessa chiesa.

Gli storici (solo italiani?) fanno molta fatica ad accettare le due seguenti idee: 1) che la religione debba restare separata dalla politica (questa, per loro, è stata un'acquisizione del secolarismo, che la chiesa romana ha dovuto accettare obtorto collo); 2) che nell'ambito della religione sia possibile vivere un'esperienza democratica, cioè non anarchica (come nel protestantesimo) né autoritaria (come nel cattolicesimo).

Ora, quali furono le cause dell'anarchia ecclesiastica italiana? Esse vanno cercate nel desiderio anticristiano, espresso quasi sin dalle origini, della chiesa romana, di poter disporre di un certo potere patrimoniale da considerarsi come fondamento del proprio potere politico. Non a caso la chiesa romana s'è trasformata, con la svolta costantiniana, da chiesa perseguitata a chiesa privilegiata, sino a diventare, già con Teodosio, chiesa persecutrice.

Ufficialmente la chiesa romana come istituzione non s'è mai opposta a questo ruolo di potenza economico-politica: chi ha provato a farlo è stato o emarginato, o perseguitato o strumentalizzato.

Uno storico, se vuole essere obiettivo, non deve mai limitarsi a costatare i fatti, cercando di dimostrarne la loro intrinseca necessità, ovvero l'impossibilità di seguire vie alternative. Occorre invece che si sforzi di chiarire i seguenti aspetti:

1. ogni fatto, al momento di porsi, non è necessario, ma frutto della libertà;
2. di fronte alla necessità di risolvere determinati problemi vi è sempre la possibilità di seguire più di una soluzione;
3. una soluzione diventa più probabile di un'altra, perché vengono compiute delle scelte, più o meno consapevoli, più o meno autonome;
4. quando si tratta di scegliere una determinata soluzione, le condizioni storiche ereditate dal passato esercitano inevitabilmente una loro influenza, la quale però non può essere considerata decisiva, in ultima istanza, ai fini della scelta da compiere;
5. una soluzione ad un certo punto viene presa perché le contraddizioni risultano insopportabili;
6. per trovare la soluzione migliore ci si può avvalere della "memoria storica" e/o del "desiderio di liberazione" (le due cose non sono in antitesi e possono non essere complementari: la "memoria" p.es. può venir meno, il "desiderio" no);
7. la decisione di adottare una soluzione che poi si rivela sbagliata, non pregiudica mai di per sé e definitivamente la possibilità di riadottare una soluzione migliore;
8. le migliori soluzioni (anche se sono sbagliate) sono quelle che vengono adottate col maggior consenso popolare, poiché esse educano le masse a credere nella democrazia.

Nel caso della Riforma gregoriana gli storici addebitano le cause dell'anarchia ai seguenti fattori:

1. vescovadi, pievi, abbazie... venivano concessi secondo le regole del clientelismo (favori personali ecc.: oggi diremmo "voti di scambio");
2. la gestione del patrimonio ecclesiastico non rispondeva alle esigenze dell'utilità sociale (è una conseguenza del punto precedente);
3. le stesse cariche ecclesiastiche spesso venivano comprate (simonia), erano oggetto di contesa tra le famiglie più in vista (assenza quasi totale di vere vocazioni);
4. alcuni storici aggiungono, inspiegabilmente, che forte era la corruzione dei preti cosiddetti "concubinari", considerando "anormale" il matrimonio dei preti: come se di fronte ai divieti ancora informali della chiesa istituzionale al matrimonio non fosse inevitabile passare dal matrimonio legittimo al concubinato monogamico.

Gli storici apprezzano la Riforma gregoriana anche per un'altra ragione: con essa si sarebbe favorita l'unificazione di un territorio, eliminando i particolarismi tipici delle situazioni sociali anarchiche.

In realtà l'unificazione (qualunque essa sia, anche nazionale) non può essere, di per sé, considerata migliore della frammentazione. Quel che bisogna guardare è il contenuto socio-politico delle cose: esistono unificazioni positive perché politicamente democratiche; altre negative perché realizzate in maniera autoritaria (senza considerare che ciò che appare politicamente "democratico" non è detto lo sia anche sul piano socio-economico).

Stesso discorso vale per la frammentazione: una divisione democratica del territorio è sempre da preferire a una unificazione imposta con la forza delle armi.

L'unificazione può essere accettata solo quando è il frutto di un processo popolare e quindi di una larga partecipazione democratica. Ma anche quando essa si realizza, è sempre a livello locale che si verifica quotidianamente l'uso del potere democratico.

AGOSTINISMO E RIFORMA GREGORIANA

L'agostinismo, intorno al mille, era entrato profondamente in crisi: la riscoperta dell'aristotelismo, sul piano ideologico, e la riforma autoritaria di Gregorio VII, sul piano politico (cui seguiranno, sul piano militare e commerciale, le crociate), furono le due risposte che la chiesa cattolica diede alla crisi dell'agostinismo.

Sarebbe interessante, in tal senso, verificare concretamente il motivo per cui tale crisi abbia prodotto dei risultati così sconvolgenti per la religione (nei suoi aspetti etici e conciliari). L'agostinismo non è stato semplicemente "riformato" ma addirittura "soppresso", "dimenticato", come fosse una cosa irrimediabilmente superata. Al punto che la sua successiva riscoperta avverrà soltanto nell'ambito protestante, in maniera del tutto strumentale, al fine di giustificare la rottura col cattolicesimo. In ambito cattolico la riscoperta dell'agostinismo (si pensi al giansenismo) non è avvenuta senza influenze calviniste e senza un certo rifiuto per la dimensione politica della fede (il che di per sé non è negativo, se il credente s'impegna come cittadino nella società civile: era forse questo il caso dei giansenisti?).

La rottura operata dal papato nei confronti dell'Alto Medioevo agostiniano fu traumatica, ma ancora più lo fu quella nei confronti dell'ortodossia bizantina (nel 1054). E' difficile non pensare, in tal senso, che fra i motivi che sollecitarono il movimento delle crociate non vi fosse anche quello (ufficioso) coltivato dall'intellighenzia clericale e integrista, di dare una "lezione armata" alla confessione che non aveva voluto accettare il primato di Pietro e di Roma.

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