Reportage dalla Terrasanta in occasione  del IX centenario della Prima Crociata
"1099, RICONQUISTA DI GERUSALEMME

.
MA QUANTO SANGUE…"
Un convegno di storici per trovare la verità fra le leggende 
che hanno inquinato le cronache delle spedizioni cristiane

di Elena Bellomo 

"Per le strade e le piazze si vedevano mucchi di teste; mani e piedi tagliati; uomini e cavalli correvano tra i cadaveri. Ma abbiamo ancora detto poco (...) basti dire che nel tempio e nel portico di Salomone si cavalcava col sangue all'altezza delle ginocchia e del morso dei cavalli. E fu per giusto giudizio divino che a ricevere il loro sangue (dei musulmani) fosse proprio quel luogo stesso che tanto a lungo aveva sopportato le loro bestemmie contro Dio. (...) Ma, presa la città, valeva davvero la pena di vedere la devozione dei pellegrini dinanzi al Sepolcro del Signore, e in che modo gioivano esultando e cantando a Dio un cantico nuovo."

Esaltazione ed orrore si mescolano nel racconto di un testimone oculare della presa di Gerusalemme, il chierico Raimondo di Aguilers, cappellano del principe crociato Raimondo di Tolosa. L'attacco decisivo alle fortificazioni della città santa era stato lanciato nella notte tra 13 e 14 luglio 1099. Le macchine d'assedio erano state affiancate alle mura a nord e sud. Erano stati i Lorenesi ed i Provenzali a scalarle per primi, aprendo poi le porte ai loro compagni. Seminando morte per gli stretti vicoli della città, i crociati avevano riconsacrato nel sangue i luoghi santi della Cristianità. Ma davvero alla conquista era seguita un'immane carneficina? Davvero nessuno fu risparmiato? Gli storici tendono oggi a ridimensionare la testimonianza che abbiamo appena citato.

è infatti molto probabile che le parole di Raimondo più che la realtà ricalchino alcuni versetti della Bibbia. Nello stesso tempo sono state recentemente ritrovate attestazioni che affermano l'esistenza di trattative per la liberazione di prigionieri ebrei, catturati dopo la conquista di Gerusalemme. Non tutti erano quindi periti nel tragico incendio della sinagoga dove avevano vanamente cercato riparo. Se davvero la portata dell'eccidio che seguì alla vittoria crociata deve essere ridimensionata, sicuramente però non si può dire altrettanto per il valore storico che questo evento ha avuto nella storia dell'Europa e del Vicino Oriente. Il successo della prima crociata pare una contraddizione in termini data l'esiguità e disorganizzazione dell'esercito cristiano e le difficoltà che si era trovato a fronteggiare, ma proprio dall'insospettabilità di un tale successo l'ideale crociato avrebbe tratto la propria linfa vitale per secoli.

Questa vittoria non era infatti un risultato della perizia e dell'abnegazione umana, ma la semplice realizzazione di un progetto divino in cui i combattenti cristiani si erano prestati quale strumento della Provvidenza. Animati da questa convinzione, principi e mendicanti, abati e predicatori itineranti avevano camminato in direzione dell'Oriente fino a raggiungere Costantinopoli, splendida erede della Romanità. Ma non si erano fermati qui, passato il Corno d'oro e conquistata Nicea, avevano affrontato i pericoli dell'Anatolia e valicato i monti del Tauro. Finalmente erano giunti ad Antiochia, sotto le cui mura avrebbero vissuto tragici mesi di privazioni fino a raggiungere la vittoria solo grazie al tradimento di uno degli assediati.

Quando il favore divino era sembrato arridere loro nuovamente, la loro fede era stata ancora messa alla prova. Era infatti giunto intorno alla città l'esercito del signore di Mosul ed i crociati da assedianti si erano tramutati in assediati. Proprio quando stavano per cedere alla disperazione, l'ausilio divino aveva però posto nelle loro mani la prodigiosa reliquia della lancia che aveva trafitto il costato di Cristo sulla croce. Poco importa che l'autenticità di questo pezzo di metallo fosse tutt'altro che unanimemente accettata. Portata alla testa dell'esercito crociato uscito fuori dalle mura, la Santa Lancia assicurò ai combattenti di Cristo la vittoria.

Eppure nemmeno questo traguardo era sufficiente e i crociati si sarebbero nuovamente messi in marcia verso sud, verso Gerusalemme, città terrena e celeste nello stesso tempo. Sulla strada le difficoltà sarebbero ancora una volta sembrate insormontabili. Pur di sopravvivere i crociati sarebbero arrivati a cibarsi delle stesse carni delle loro vittime, ma nulla li avrebbe distolti dal loro compito, nulla li avrebbe arrestati nella loro marcia. E finalmente a quattro anni dall'appello che Urbano II aveva lanciato in soccorso della chiesa d'Oriente, martoriata dagli infedeli, essi fecero il loro trionfale e sanguinoso ingresso nella Città Santa e nella storia.

L'impronta dei conquistatori franchi che nel 1099 fecero propria la città in cui Salomone aveva eretto il Tempio è ancora oggi tangibile. Poco importa che quello che era l'ingresso principale alla maestosa basilica del Santo Sepolcro costruita dai crociati a metà circa del XII secolo, sia stato trasformato nel magazzino di un'anonima bottega dei mercati arabi della città, ancora oggi la chiesa che avvolge il luogo del breve riposo delle spoglie di Cristo, si erge comunque austera e sobria all'interno del quartiere cristiano. Il suo campanile, rimasto mozzo per il crollo degli ultimi piani, richiama ancora i fedeli delle diverse confessioni cristiane alla preghiera. 
L'interno non rispecchia più l'egemonia di cui il rito latino godette in epoca crociata. Ortodossi, armeni, cattolici, abissini, siriani si dividono lo spazio fisico e quello spirituale in una cattedrale in parte ricostruita in epoca moderna, ibrida nell'architettura come nelle molteplici lingue delle proprie preghiere e nei diverse colori dei sai e delle tonache dei sacerdoti che vi amministrano i sacramenti. Eppure per chi abbia solo un po' di dimestichezza con il periodo crociato il Santo Sepolcro non è solo un simulacro di spiritualità, ma anche il luogo del potere. Qui i sovrani di Gerusalemme venivano incoronati, qui le loro spoglie mortali dormivano il sonno eterno, uniche prescelte a riposare sulla stessa terra che aveva accolto Cristo. Frammenti marmorei delle loro splendide tombe oggi ornano le moschee dei musulmani che riuscirono a strappare loro Gerusalemme oppure giacciono abbandonati.

Solo recentemente è stata ricostruita l'arca sepolcrale di Baldovino V, il re bambino, che non riuscì nemmeno a regnare e morì poco prima che Gerusalemme andasse perduta. Nel giorno del IX centenario della conquista da parte dei crociati, in realtà Gerusalemme non appare diversa.

Il ricordo di guerre e discordie ben più recenti forse occupa interamente la sua memoria o forse secoli di promiscuità tra razze, lingue e religioni diverse l'hanno resa avvezza ai bruschi cambiamenti, all'affollarsi di uomini in prossimità delle sue mura o dei suoi mercati. 
Ancora oggi è possibile vedere le pietre lavorate dai prigionieri cristiani di Saladino o i buchi fatti dall'artiglieria giordana nelle mura della città. Non solo i crociati, ma ogni popolo che qui abbia dimorato ha lasciato traccia di sé.

 Il regno di Davide ha il suo severo custode nel Muro del pianto a cui nessun fedele osa girare le spalle e nelle cui sottili fenditure si insinuano piccole carte con incise le preghiere di ciascuno. Appena sopra di essa si staglia contro il cielo estivo la snella sagoma di un minareto. Proprio al disopra della fila di ebrei raccolti in preghiera si erge infatti la spianata del tempio e la Cupola della Roccia è il gioiello che vi è incastonato. Nei giardini che l'attorniano giocano bambini e sostano famiglie. 
Giovani e vecchi conversano o leggono all'ombra degli alberi. Un recinto di pietra e pace attornia questa distesa animata da fedeli e curiosi. Tutt'intorno i tetti dorati di Gerusalemme circondano il terzo luogo santo dell'Islam. Il canto del Muezzin riempie l'aria di Gerusalemme cinque volte al giorno intervallata dai rintocchi delle campane, le campane delle chiese moderne della Dormizione o dell'Orto degli Ulivi o quelle antiche di San Giacomo degli Armeni, dove i giovani monaci in fila in piedi accanto alle pareti decorate in ceramica bianca e blu recitano l'officio dondolandosi appena avanti ed indietro sotto gli occhi di un fratello più anziano che con gesti lenti e solenni si aggiusta il caratteristico cappuccio triangolare sul capo canuto. Per le strade le comitive di pellegrini che recitano il rosario incrociano i bambini che vanno a scuola sotto scorta armata e gli ambulanti arabi.

Dove si snodava il cardo romano della città oggi si trova un centro commerciale e anche qui tra le vetrine si aprono le arcate delle antiche botteghe di epoca crociata. Gerusalemme è una città che da secoli conosce e vive di questa sacra coabitazione, di questa profana vicinanza. Anche in epoca crociata questa città, i cui santuari erano però solo cristiani, era affollata di franchi nati in Palestina, i pullani, di pellegrini appena giunti dall'Europa, di commercianti ebrei e arabi. Oggi Israeliani, Palestinesi, Europei e Americani si aggirano sotto le volte di quei mercati che proprio una regina di Gerusalemme, Melisenda, fece erigere. Solo all'imbrunire la città si ammanta di un irreale silenzio, soprattutto nella sera di venerdì in cui comincia lo Shabbat. Si stenta a riconoscere le strade dei mercati adesso deserte, popolate solo di gatti e di persiane chiuse dietro le quali si celano le variopinte mercanzie in vendita durante il giorno.
Per le strade si incontrano poche persone. Alcuni sono ebrei ortodossi con i loro caratteristici riccioli ai lati del volto ed i copricapi scuri, spesso di pelliccia, anacronistica e preziosa eredità di un passato trascorso in paesi ben più freddi rispetto alla Palestina di pieno luglio. Addentrandosi nel quartiere ebraico, il silenzio si fa più denso. Nemmeno l'aria è più impregnata degli odori di spezie dei mercati arabi.

Tutto è lindo e tranquillo, come se in effetti qui fosse stata trasportato anche un pezzo della natia Europa in cui i padri degli Israeliani di oggi avevano vissuto. Proprio nel cuore del quartiere ebraico si apre un piccolo spiazzo circondata da colonne e se lo si osserva con attenzione si riconoscono nei suoi contorni il perimetro di una chiesa, ormai scoperchiata, ma non per questo meno bella e suggestiva così immersa nella notte di Gerusalemme. è Santa Maria dei Teutonici, meta di pellegrini che qui trovavano ospitalità e chiesa dei monaci cavalieri che avrebbero conquistato la Prussia e la Pomerania. Appena usciti da essa in lontananza si scorge il Muro del pianto e un po' più in alto la spianata delle moschee. In un magico triangolo notturno i luoghi di culto delle tre grandi religioni, che tante volte in passato hanno combattuto l'una contro l'altra, sembrano pacificamente spartirsi una saggezza antica e foriera solo di pace.

Eppure novecento anni fa qui in nome di Cristo venne combattuta una tragica e decisiva battaglia. Se ne sentono gli echi non solo nel rintocco delle campane, ma anche nelle litanie dei pellegrini che sono venuti, lo portano scritto sulle loro magliette, con l'unico intento di chiedere scusa per il passato. Ma non basta prendere coscienza degli orrori perpetrati in passato, bisogna capire il perché, interrogarsi su cosa realmente pensassero gli uomini che avevano sopportato ogni genere di privazione pur di conquistare la Città Santa, ricostruire il modo in cui combattevano, esaminare le testimonianze storiche, archeologiche o architettoniche che ci hanno lasciato.

Tra le colline che attorniano Gerusalemme, presso uno dei primi kibbutz di questa regione, storici provenienti da tutti i Paesi del mondo hanno dibattuto per cinque giorni della conquista di Gerusalemme e delle vicende del regno latino a cui essa diede vita. Gli interventi presentati sono stati più di cento, abbracciando tutte le discipline della medievistica e gli argomenti più disparati, dall'analisi delle cronache crociate alla lavorazione della canna da zucchero. Dopo aver ripercorso le linee principali della storiografia inerente alla crociata, da Jean Baptiste Mailly a Joseph-François Michaud e a Steven Runciman, i lavori del convegno sono proseguiti dividendosi in numerose sessioni parallele. In relazione ad ogni argomento non è stata considerata solo la prospettiva dei Franchi del Levante, ma anche quella di musulmani ed ebrei e non sono nemmeno mancati interventi dedicati alla modificazione dell'idea di crociata, al suo rigenerarsi nel nord Europa, al suo divenire strumento politico del Papato.

La logistica delle crociate, l'organizzazione del regno latino di Gerusalemme, i pellegrinaggi armati sono dunque solo alcuni dei temi trattati in questi interventi che saranno poi ripresi nel primo numero di una nuova rivista di prossima uscita, il cui titolo sarà, non a caso, Crusades, una nuova pubblicazione internazionale, curata dai massimi nomi della crociatistica, che offrirà spazio ai contributi di storici, diplomatisti ed archeologi, volti a comprendere meglio la complessa realtà del movimento crociato.

Tenere un convegno nell'esatta ricorrenza del successo della prima spedizione in Terrasanta negli stessi luoghi che ne furono teatro novecento anni fa, dà un sapore particolare a questo evento accademico. Discorrere della Gerusalemme crociata o dell'esercito di Saladino in una biblioteca o nell'aula magna di una università occidentale non è come sentire le stime circa la consistenza dell'esercito crociato sullo stesso suolo che fu da questo calpestato o parlare della celebrazione del giorno della conquista di Gerusalemme in epoca crociata seduti sugli spalti della torre di Davide, l'apoteosi delle fortificazioni della Città Santa. Da Montjoie, la collina della gioia, oggi frequentata da pellegrini ebrei perché qui si vuole vi sia la tomba del profeta Samuele, i crociati videro per la prima volta Gerusalemme dopo anni di viaggio ed proprio a ricordo di questo momento di letizia chiamarono questo luogo Mons Gaudii. Qui gli occhi dello storico dopo novecento anni ricercano il paesaggio che videro i crociati ed individua, non senza emozione, uno spicchio della cupola della Roccia, che sporge da dietro un'altura.

Desta ancora più emozione sentir parlare della nascita dell'ordine templare dopo che si è visitato il tunnel che proprio i templari scavarono sotto la città di Acri. Nella stessa città è in via di restauro anche il maestoso complesso in cui ebbero sede i loro rivali e compagni, i cavalieri dell'Ospedale di S. Giovanni. 

( gli ORDINI CAVALLERESCHI  quello dei TEMPLARI ,  e quello dei GIOVANNITI )

I resti della torre crociata sino a cui giungeva la catena che chiudeva il porto della seconda capitale del regno dopo Gerusalemme, presidiano ancora le acque del Mediterraneo. Così fa anche la fortezza crociata di Arsuf che recentemente è stata oggetto di diverse campagna di scavo. Non deve sorprendere che il regno crociato di Gerusalemme e le sue vestigia siano oggetto di una simile attenzione in Israele. In realtà questo periodo storico è studiato in modo tanto approfondito perché interpretato anche come precursore dell'attuale situazione della Palestina.

Come i crociati in nome di una precisa identità fondarono qui un nuovo organismo politico, nel medesimo modo è nato Israele, frutto di forza di volontà e lotta, speranza ed intransigenza. La trama delle vicende del regno crociato di Gerusalemme non si dipana però nel solo stato di Israele. In Siria le fortezze crociate sovrastano ancora gli abitati arabi, ma è difficile visitarle se sul passaporto porti stampato il visto di Israele. Relativamente più semplice entrare in Giordania dove le maestose moli dei castelli cristiani di Kerak e Shauback gettano la loro ombra sul deserto, una volta attraversato da carovane di pellegrini diretti verso la Mecca, ghiotta preda per i rapaci signori crociati dell'Oltregiordano. Proprio con la visita a questi suggestivi luoghi immersi nei colori tenui di un tramonto nel deserto si conclude la nostra visita alla Terrasanta dei crociati.
 
Nella placida distesa del deserto giordano, che non appena scompare il sole comincia a farsi fredda malgrado l'estate inoltrata, i clamori dei conflitti che hanno attraversato il Vicino Oriente dall'antichità ad oggi paiono immensamente lontani. Forse però in questa regione dove l'opposizione e la lotta sembrano quasi divenute parte dell'identità di popoli ormai abituati al confronto continuo per la sopravvivenza ragionare del passato e cercare di capirlo è il primo passo verso la costruzione di un futuro di pacifica convivenza e finalmente sarà così superato il paradosso che vuole questa regione, culla delle più grandi religioni, martoriata dall'incomprensione e dalla guerra.

 Elena Bellomo 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
Victory in the East, di J. France - Cambridge University Press, 1994
Le crociate viste dagli arabi, di A. Maalouf - SEI, Torino 1989
I Crociati, di J. Lehmann - Edizioni Garzanti, Milano 1996

Ringrazio per l'articolo
concessomi gratuitamente
dal direttore di


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vedi anche "i cristiani sulla via dell'inferno" 
A GERUSALEMME E RITORNO > >


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