VUOLE DEFILARSI, CRITICA, COMPLOTTA,  POI CIANO CI RIPENSA....

"LA PAROLA D'ORDINE  è:
PRONTI AGLI ORDINI DEL DUCE"

( INTANTO  I "BARBETTA" E I SAVOIA  TRAMANO  IL "GOLPE" )
("la congiura delle barbette")
(UNA "NOTIZIA" DEGNA DI UN GIORNALE DI BOGOTÁ -  (dicono ancora oggi)


A NON VOLERE LA GUERRA ERA RIMASTO SOLO MUSSOLINI

"Sembra che come pacifista, in Italia,  sia rimasto solo io" 
 (Mussolini, nota di Ciano nel suo Diario)

Quando Hitler aveva occupato l'Austria, ne aveva dato comunicazione a Mussolini soltanto a cose fatte. Un sistema che poi avrebbe adottato per tutte le sue altre imprese. L'ingordigia di Hitler non aveva più freni. Il 15 marzo 1939 ingoiò sotto diverse forme tutta la Cecoslovacchia. Il 7 maggio l'Italia e la Germania firmavano il Patto d'acciaio, una vera e propria bomba a orologeria con la miccia all'articolo tre: 
"Se malgrado i desideri e le speranze delle parti contraenti dovesse accadere che una di esse venisse impegnata in complicazioni belliche con un'altra o altre potenze, l'altra parte contraente si porrà immediatamente come alleato al suo fianco e la sosterrà con tutte le sue forze militari per terra, per mare e nell'aria".

La rete si era chiusa. Hitler aveva in mano una cambiale in bianco che gli consentiva la più ampia libertà di manovra con la connivenza italiana. Il 23 agosto il dittatore nazista annuncia un altro colpo di mano, la firma dell'accordo di non belligeranza con Mosca...
IL PATTO RIBBENTROP-MOLOTOV - GERMANO/RUSSO
...per avere campo libero nel suo piano di invasione della Polonia. 

Mussolini ingoia il rospo ("ma come! ho lottato una vita intera a combattere contro i comunisti e ora quello lì si allea proprio con i bolscevichi?"! che figuraccia in Italia con i comunisti!! perfino imbarazzante)  inoltre è consapevole di non essere preparato militarmente per avventurarsi in un conflitto armato; ma il primo settembre 1939,  60 divisioni tedesche occupano la Polonia e due settimane dopo Varsavia capitola. 

Francia e Inghilterra per i patti stipulati in precedenza con la Polonia, dichiarano guerra alla Germania. Ma l'impegno sul fronte orientale fu quasi ininfluente. La voglia di "morire per Danzica" i Francesi non l'avevano. Il 70 per cento degli studenti disse no, la popolazione il 90 per cento.
I francesi combatterono per 11 giorni, subirono 1800 perdite, arretrarono  e si ritirarono nella loro Maginot a fare la "guerra da seduti"; la sitz krieg, dileggiata dai tedeschi che invece adottarono la blitz krieg (guerra lampo, di movimento).
Per gli inglesi l'impegno fu ancora minore, la percentuale di non interventisti era come in Francia. Il suo "appoggio" ai polacchi, in questa guerra che nessuno in patria voleva, registrò un solo caduto (uno!).
A "pagare" furono solo i polacchi. I morti non si sapranno mai. Ma i prigionieri sappiamo furono 910.000. Questi erano andati incontro ai panzer con i cavalli e le sciabole sguainate, come ai tempi dello Zar.

Mussolini pur esistendo il "patto d'acciaio", si era dichiarato subito  di voler "rimanere estraneo al conflitto",  usò anche un neologismo,  "non belligerante", perché sa di essere impreparato per stare a fianco del Furher anche se ne soffre per  tre ben precisi motivi: la sua simpatia per Hitler, la sua antipatia per Stalin, e il disprezzo che nutre per la Francia e l'Inghilterra ancora dalla Grande Guerra (Versailles!)  - Al Consiglio dei ministri,  così Grandi ce lo descrive "Era troppo evidente che contrastanti sentimenti cozzavano in lui. La delusione, l'amarezza, seppure contenute attraverso un linguaggio freddo, traspiravano da ogni parola. Terminò la seduta dichiarando che era dovere ed interesse dell'Italia rimanere estranea al conflitto dopo che la Germania era venuta meno ai suoi impegni di alleata". Sorprese tutti; amici e nemici. Per giorni e settimane evitò tutti, le folle, i gerarchi, le manifestazioni pubbliche. Si chiuse in un mutismo totale. In una occasione si affacciò al "suo balcone"; lo applaudirono come uomo della pace, rispose stizzito e sarcastico, "é quello che volevate no?" e girò i tacchi. (vedi 1939 - 2nda parte)

Arriviamo al 21 ottobre del '39. La guerra in Polonia si è conclusa in modo fulmineo. Tutti si chiedono ora cosa farà Hitler? Ha tutte le divisioni disimpegnate. Dove le dirigerà e quando?

E' il momento più terribile per Mussolini. Non sa da che parte andare. Con chi allearsi. Hitler lo ha perfino umiliato quando Mussolini gli ha chiesto di voler far qualcosa per lui  se solo avesse avuto i mezzi (che chiese proprio a Hitler, rivelandogli: "sulla preparazione bellica italiana...... Considero mio sacro dovere di amico leale dirvi l'intera verità" - buttò giù la maschera, in casa non aveva nulla o quasi - lo vedremo a suo tempo nei vari anni del conflitto). Il Furher gli rispose quasi ironico, consigliandogli di fare solo propaganda anti francese e inglese, di occuparsi solo della "pubblicità" e basta. E lui dovette ubbidire.
Del resto mettersi contro Hitler  voleva dire provocarlo e magari farlo scendere dal Brennero. Non era un mistero questa mossa. Due alti funzionari, a Praga e a Dresda, avevano riferito in un banchetto, non proprio sobri, che ""nello spazio vitale della Germania figurava l'Alto Adige, Trieste, l'intera pianura padana, con lo sbocco sul mare Adriatico". Era presente un console italiano, e uno dei due che aveva fatto l'inquietante dichiarazione, era il nuovo goulatier di Praga.

 Ma anche mettersi con Francia e Inghilterra, dopo aver visto il blando e fittizio "appoggio" dato alla Polonia, non è che Mussolini  aveva molte scelte; per evitare la "padella" si sarebbe ritrovato nella "brace". E  per come andarono poi le cose al di là del Reno, e a Dunkerque, dopo il 10 maggio del 1940, non è che Mussolini sbagliò valutazione. Se la Francia capitolò in un mese, e l'appoggio dell'Inghilterra durò solo 5 giorni  (Il Corriere della Sera del 24 giugno-  parlerà di "vera e propria diserzione degli inglesi dai campi di battaglia sul suolo francese") per l'Italia bastavano poche ore. In Alto Adige, i Sudtirolesi,  già si stavano organizzando per dare il benvenuto ai tedeschi  (quello che poi fecero l'8 settembre sera del 1943, alle ore 18.03 - tre minuti dopo Radio Algeri; due ore prima della lettura del comunicato di Badoglio; erano già attivi in tutti i presidi, dal 1940 già a loro assegnati -vedi 1943).

Fra le varie testimonianze dei dubbi di Mussolini c'è quella di Grandi: "Che Mussolini non concepisse l'alleanza Italo-Tedesca come uno strumento di guerra lo dimostra il fatto che egli non entrò in guerra il 31 agosto 1939. Nonostante la sua letteratura, l'ideologia fascista-nazista, il programma politico dell'Europa, Mussolini non volle entrare in guerra e vi entrò solo in giugno 1940 non spinto dal dovere di solidarietà colla Germania ma bensì da un calcolo, che doveva però in seguito mostrarsi errato. Dunquerque non è stata la sconfitta dell'Inghilterra. Dunquerque è stata la sconfitta dell'Italia. Sembra un paradosso, ma è così. Senza la sconfitta britannica Mussolini non sarebbe entrato in guerra, malgrado l'alleanza con la Germania. Egli entrò in guerra spinto dalla paura della Germania". (archivio Grandi, b. 152, fasc. 199, sottofascicolo 6, ins.3, 1 agosto 1944, f.86).

Al limite possiamo anche immaginare che Mussolini rimase in attesa (avanzando tante scuse con Hitler - vedi lettera) che Francia-Inghilterra e Germania si logorassero tra di loro per un certo periodo. Poi sarebbe intervenuto lui come paciere, come a Monaco. Purtroppo non andò così; del resto non solo Mussolini, ma nessun generale al mondo avrebbe immaginato che la potente Francia sarebbe crollata in poche settimane e che l'Inghilterra si sarebbe ritirata a Dunquerque per ritornarsene sull'isola, abbandonando armi e bagagli sul continente.

Ma ritorniamo ancora a Grandi, quando dal suo Diario, ci offre un'altra preziosa testimonianza. Che dobbiamo ritenere sincera e attendibile,  perché scritta nel 1943-44, e Grandi certo non era l'uomo (rifugiato allora in Portogallo) che in tale data difendeva Mussolini, nè doveva proprio lui giustificarne il comportamento.
Nel 1939 Grandi prima mal tollerato da Mussolini e dai tedeschi, fu chiamato improvvisamente da Mussolini a ricoprire la carica di Presidente della Camera. Ma come proprio lui?

"Mussolini stesso annunciandomi la mia nomina mi aveva detto "Prima del 1° settembre ( il giorno prima Hitler invase la Polonia. Ndr) la tua nomina a presidente non sarebbe stata possibile, perchè tu non sei un uomo dell'Asse. Infatti avevo deciso di nominare Farinacci, che era il candidato gradito ai tedeschi. L'avevo anzi già preannunciato nel luglio scorso, quando il posto si rese vacante. Ma ho preferito aspettare ed ho fatto bene. I Tedeschi ci hanno "tradito". Ed io intendo appunto colla tua nomina dimostrare -così come ho fatto colla nomina del recente governo- che noi intendiamo fare politica per nostro conto, in piena libertà". E Mussolini ripetè, scuro in volto, "Perchè i Tedeschi ci hanno tradito, facendoci trovare di fronte al fatto compiuto della guerra e dell'intesa colla Russia": "Non era del resto ciò che tu desideravi?" Poi ha aggiunto "Del resto i tedeschi si accorgeranno presto del grave errore compiuto. E lo realizzeranno il giorno in cui i loro sforzi si infrangeranno contro la linea Maginot che è imprendibile". (Mussolini ci credeva proprio al baluardo che era costato anni di lavori e ingenti spese ai francesi. Ndr.). Tu volevi la denunzia formale dell'alleanza il 1° settembre. Ma sarebbe stato un errore. Non bisogna dimenticare altresì il fatto che vi è una corrente in Germania la quale constatando l'impossibilità di sfondare la linea Maginot e del Reno, pensa alla Valle Padana come teatro classico di una guerra tra Germania e Francia. Una nuova "battaglia di Pavia". E a ciò cui penso sempre. Bisogna impedire sia che i francesi sia che tedeschi si orientino verso questa idea. La denuncia formale della alleanza italo-tedesca ci avrebbe indebolito troppo a Parigi e dato delle idee "pericolose" a Berlino, dove noi siamo disprezzati da troppa gente come i traditori dal 1915 e ora del 1939". (archivio Grandi, b. 152, fasc. 199, sottofascicolo 6, ins.2 "nota di Diario", 1 novembre 1944, ff. 45 e seg.)

Insomma gli ultimi giorni di non belligeranza furono per Mussolini i peggiori della sua vita. Cercava di capire dov'era il male minore. Ma non era facile!

Se dobbiamo credere al Diario di Ciano, Mussolini tentenna tra i due mali: quello immediato (la temuta colonizzazione tedesca) e quello futuro (se Hitler perde la guerra): "Mi ha telefonato il Duce che dice "se pensano di spostare un solo metro il palo della frontiera, sappiano che ciò non avverrà senza la più dura guerra, nella quale coalizzerò contro il germanesimo tutto il mondo. (ma a chi avrebbe chiesto aiuto? Ndr) E metteremo a terra la Germania per almeno due secoli" Mussolini era indignato "Questi tedeschi mi costringeranno ad ingoiare il limone più aspro della mia vita. Parlo del limone francese". Sta dunque pensando di allearsi con la Francia? (ma per la fine che poi fece la Francia il 10 Maggio, sarebbe stato un vero disastro per l'Italia. Per vendetta (e per il tradimento del Patto) Hitler avrebbe sull'Italia infierito oltre misura, e senza tanta strategia, perchè ora sapeva (dopo la famosa lettera di Mussolini citata sopra) che l'Italia non aveva nulla. Che era tutto un bluff.
Mentre lui aveva tutte le armate ai valichi est, nord, e ovest. Gli bastavano due, al massimo tre ore per scendere su Udine e su Ivrea, mentre dal Brennero con gli appoggi degli altoatesini, per scendere su Trento e Verona gli bastava una sola ora.

Ed è abbastanza singolare che nel periodo di non belligeranza, in tutto l'arco alpino dell'Alto Adige, Mussolini proseguì i lavori delle fortificazioni, l'insediamento di caserme e la dislocazione di reparti militari.
Fra l'altro ci furono anche alcuni attentati dinamitardi in zona. (chi scrive qui, è vissuto in Alto Adige per oltre quindici anni, e le fortificazione, le caserme e i presidi, per motivi militari li conosce tutti. Sa quando furono costruiti, dove, come e perchè).

Torniamo a Hitler alla vigilia dell'invasione francese. Dall'America Roosevelt (dopo le varie relazioni dei suoi emissari) tentò una pacificazione, prima che scoppiasse il peggio. "Hitler gli rispose  sprezzante "Io sono il capo di una povera nazione, voi signor Roosevelt parlate di pace e avete uno spazio vitale quindici volte più grande; parlate anche di giustizia, ma io non posso sentirmi responsabile dei destini del mondo, visto che il mondo non si è mai interessato prima d'ora delle condizioni pietose del mio popolo e della mia Germania".

Il 10 maggio 1940 le armate di Hitler invadono l'Olanda e il Belgio e dilagano in Francia. Mussolini non può più tirarsi indietro; il 10 giugno scende in armi al fianco dell'alleato tedesco. Il prologo era finito, il primo atto della tragedia (che - siamo realisti ! - non poteva evitare) si stava compiendo.

Nella cronologia dell'anno 1940, abbiamo visto gli eventi, quasi giorno per giorno. Un CIANO alla vigilia dubbioso e quasi ostile ai tedeschi. Ma il 20 maggio, a Milano,  prima di recarsi a Berlino per incontrarsi con  Hitler, fa un discorso che ha una profonda ripercussione. Tutta la stampa si schiera con Ciano e con le sue parole, "pronunciate in un clima di  fascistissimo ardore e formidabile entusiasmo". Anche se Mussolini non ha ancora rotto "gli indugi". 
Tentennerà fino al 5 giugno, poi si decise. Ma Hitler lo blocca. Sa che la partita l'ha vinta da solo, e non vuole alleati per spartire la "torta" Francia. Mussolini rinvierà l'entrata in guerra il 10 giugno "quando dichiarerà che "...secondo le leggi della morale fascista, quando si ha un amico si marcia con lui fino in fondo... Popolo italiano corri alle armi..... !!!"

Perchè si decise? Vi fu spinto da tutta l'opinione pubblica, di ogni ceto.  A parte le enfatiche e pompose pagine di "tutti" i giornali, le battute della gente comune in Italia non mancavano (ed erano anche piuttosto... realiste - come detto sopra): "per fortuna che l'Italia è alleata della Germania, altrimenti li avremmo in due giorni addosso";   tutti hanno paura di non poter saltare sul "treno Hitler" che va di corsa verso Parigi.  "Perchè mai ci siamo alleati allora con Hitler, per stare a guardare?'". E se Prezzolini spingeva all'azione gli italiani, Berto (che fra l'altro non era un fascista!) li offendeva pure: "starsene inerti a guardare gli avvenimenti è la cosa piu' vile che si possa fare". E così molti altri, fior di intellettuali, a dire le stesse cose sui giornali, come questa sul Bertoldo: "chi aspira spara, e chi non spara, spira".

Ma non c'era bisogno nemmeno degli intellettuali, tutti gli italiani (dal più stupido al più intelligente) erano convinti che bisognava salire sul carro del vincitore. Hitler si era permesso di ricacciare gli inglesi sull'isola e ora stava occupando l'intera Francia. Ed entrambe non erano il piccolo Stato di San Marino o il Principato di Monaco, ma due potenze mondiali travolte in una decina di giorni; (l'Inghilterra in cinque giorni!)  perfino umiliate e dileggiate sulla stampa nazionale.

"... fanno la figura di cattivi dilettanti in paragone con i tedeschi. Non ci s'improvvisa soldati e tanto meno quando si tratta di fronteggiare delle truppe come quelle del Terzo Reich.
Forzata la prima linea chi può ora minacciare le fortezze mobili dell'esercito di Hitler? Superiorità di materiale?  Non c'è dubbio....Velocità?  Anche....  Ma vogliamo immaginare che queste fortezze mobili   tedesche hanno una corazza  imperforabile come la pelle di Sigfrido dopo il bagno di sangue  del drago"
(Giornale di Sicilia, 25 maggio 1940 - e molti altri con lo stesso tono).

"IL FUHRER DIRIGE PERSONALMENTE LE OPERAZIONI DELL'OFFENSIVA -  Questa è la realtà. E i suoi generali, anche quelli altolocati, sono esecutori collaboratori di dettagli....e presuppongono non soltanto un'assolutamente eccezionale facoltà di concentrazione, quali tutti ormai riconoscono a Hitler, ma nello stesso tempo una vastità di concezione, una forza e un'audacia di decisione che, pur tributando il giusto riconoscimento ai generali, soltanto il Fuhrer può avere in questo momento" (Ibid.)

" GUAI AI NON PROTAGONISTI - Oggi non è più tempo di reclamare i nostri diritti calpestati facendo appelli a tardivi atti di resipiscenza; non è più tempo di piangere sulle tombe dei nostri seicentomila caduti nella Grande Guerra...è tempo di realizzare i nostri diritti, realizzarli nella sola maniere nella quale potevano e dovevamo realizzarli, con la precisa volontà di mantenere alto e puro il prestigio dell'Italia quale grande potenza operaia, guerriera e fascista, che intende mantener fede ai suoi impegni, e insieme con essi, al suo più grande destino. Nelle vicende di questi giorni si combatte una guerra che non è soltanto grande per le sue dimensioni belliche, ma che è tale, soprattutto per la funzione storica che assolve, fatalmente, come moto di giustizia e di liberazione. Funzione al cui sviluppo noi abbiamo preso e più prenderemo attivamente parte.
E GUAI AI VINTI E AI NON PROTAGONISTI"
(ibid)

Poi c'erano i "tutori" della Nazione. Il piccolo Re con i grossi stivali (di sette leghe, che gli serviranno poi nel '43 per scappare)  smise all'improvviso di essere un insofferente antitedesco; la sua frase che girava negli alti comandi militari era  "gli assenti hanno sempre torto".
Poi volle anche strafare a blitz francese concluso. In pompa magna cinse il collo di Gooring con il collare dell'Annunziata, che vuol dire trasformarsi in "cugino del Re". (Al processo di Norimberga, a Goring nel '45, gli stavano mettendo un altro "collare",  meno nobile, ma preferì suicidarsi)

("la congiura delle barbette")

Il Re, aveva già dimenticato  la congiura  ordita soli pochi mesi prima. Un golpe antifascista per scaricare Mussolini. L'anno prima infatti,  dalla fine di luglio al 19 agosto, fu messo in atto un tentativo per evitare la catastrofe dell'implicazione italiana nel conflitto polacco, che ebbe per protagonisti proprio Dino GRANDI e un personaggio insospettabile, il Principe UMBERTO di Savoia (ispiratrice forse sua moglie MARIA JOSE -VEDI ). La rivelazione dell'episodio -passato inosservato ai più- ma che stava per mutare il corso della nostra storia, ci viene da un giornalista americano, FRANK STEVENS, che il 10 ottobre 1939 scrisse sul "El Tiempo", quotidiano di Bogotà, un'ampia corrispondenza dall'Italia in cui, esaminando la situazione politica del nostro Paese, dava notizia di una "congiura delle barbette" che, facendo perno su DINO GRANDI e
ITALO BALBO, e DE BONO (piuttosto antitedeschi)  mirava a provocare un voto di sfiducia nel Gran Consiglio fascista per consentire al Re di destituire Mussolini e di formare un nuovo governo presieduto dal maresciallo Badoglio, formato da personalità ostili al fascismo o da fascisti di forte tendenza antitedesca.


(ma qualcosa del genere era già accaduto nel 1922, alla Marcia su Roma - VEDI ANNO 1922 e accadrà ancora nel 1943, il 25 luglio. E quasi con gli stessi protagonisti 
(meno Balbo morto nell'incidente aereo in Africa) 

Montanelli il 27 nov 2000, sul CorSera, scrive che quella della "Congiura delle barbette" (riportata qui, da un lettore letta appunto su "Cronologia") è una notizia degna di un giornale di Bogotà. Ma sappiamo poi il seguito. Balbo morto, Grandi fu il protagonista alla famosa seduta del 25 luglio (ci andò con in tasca due bombe a mano) e dovette far fagotto e riparare in Portogallo per non finire anche lui come la terza "barbetta": De Bono, fucilato a Verona come "traditore". Aveva ragione il giornalista di Bogotà! Come sarebbe andata a finire non lo sapevano in Italia, ma a Bogotà già lo sapevano.

Come vedremo piu' avanti, anche durante la guerra in Grecia, Grandi pensava a un Golpe, confiderà che lo aveva scritto in Grecia e lo aveva già in tasca "l'ordine" presentato poi nel '43 al Gran Consiglio.
E a quanto pare del "tradimento" ne sapeva qualcosa anche Rommel prima di lasciare Roma e recarsi in Africa a comandare l'Africancorp. ( vedi Diario e lettera alla moglie del 6 febbraio 1941)

Badoglio ce lo conferma nel suo "Memorie e documenti" in "L'Italia nella seconda guerra mondiale" 1a ed. Mondadori, 1946, pag. 35. "Era ormai noto a tutti che nessun segreto rimaneva a lungo tale in Roma, ove gerarchi e, specialmente, mogli ed amanti di gerarchi, si facevano vanto di diffondere ogni notizia"

Intanto gli italiani come si prepararono in quei giorni di inizio guerra? Se dobbiamo sempre credere a Montanelli ecco la sua risposta in L'Italia dell'Asse,, Rizzoli ed. 1981-  "I più fecero come chi scrive, cioè nulla. Ci lasciammo portare dagli avvenimenti quasi dissolvendoci in essi, e senza contribuirvi nè in un senso nè nell'altro. Quelli di noi che vennero richiamati alle armi, cioè quasi tutti, non furono soldati traditori, ma nemmeno buoni soldati".
E se fece lui "nulla" che era un ufficiale, cosa potevano fare gli altri poveri cristi che dovevano ubbidire? Li portarono al macello! (così scriveva anche Rommel:  "li portano al macello, e non soccorrono i feriti portandoli in Italia perchè non vogliono far vedere la disfatta. Gli abbiamo dato 5 aerei da trasporto, vanno in Albania e tornano indietro vuoti, con gli ospedali pieni di feriti. Che però nessuno si sogna di far tornare in Italia". - vedi la lettera sopra di Rommel).
 
 
Insomma non si poteva in queste condizioni "cioè fare nulla", e nemmeno lontanamente sperare di vincere; ma a Bogotà già lo sapevano! Anzi se tutti gli italiani avessero letto i giornali di Bogotà avrebbero capito che questi erano più credibili, o almeno non falsi.
Perchè nonostante Montanelli affermi "senza contribuirvi" il giornale dove lui scriveva  contribuiva eccome: con Hitler. "Il Corriere della Sera, proprio del 24 giugno in prima pagina scriveva "L'Italia contribuisce in modo positivo a modificare profondamente la situazione strategica  e il rapporto delle forze in questo teatro della guerra....E troveranno il loro giusto compenso, come hanno già trovato il leale riconoscimento del nostro alleato". (all'uscita del giornale la Francia stava già capitolando - Comodo ! - Ndr).
A Bogotà non scrivevano questo! Scrivevano la verità! Ed era cosi vera che una barbetta morì in circostanze misteriose pochi giorni dopo l'inizio della guerra, l'altra scappò in Portogallo (dopo il famoso 25 luglio '43), e la terza finì con una pallottola alla schiena a Verona!
"Giusto compenso" che l'Italia poi non ebbe, forse proprio perchè, molti come Montanelli "fecero nulla", e questo lo avevano capito non solo a Bogotà, ma lo aveva capito anche Hitler. (vedi la chiarissima lettera di Rommel alla moglie)

Torniamo alla possibile congiura prima dei grossi eventi. Liquidato Mussolini, l'Italia avrebbe denunciato il Patto d'acciaio e rinsaldato i legami con la Francia e l'Inghilterra. Il Principe Umberto, non sappiamo se vero protagonista del complotto, si sarebbe adoperato per mandare in porto l'operazione e avrebbe avuto tre incontri con il neoeletto Papa PACELLI, al quale avrebbe chiesto consiglio e sostegno. Ecco a proposito quanto scrisse 
FRANK STEVENS,  il 10 ottobre 1939 sul "El Tiempo" ("degno di Bogotà").

"Umberto si è recato in tutta segretezza dal Pontefice. Il cardinale Maglione lo ha introdotto nelle stanze private di PIO XII. Il Principe ha uno sguardo triste, preoccupato. E' latore di una proposta audace. L'Imperatore e Re suo padre è disposto a rinunciare al trono in favore del figlio se questo gesto e le sue ripercussioni possono permettere al nuovo sovrano di liberare l'Italia dalla degradante obbedienza agli ordini di Berlino. Il Papa chiede due giorni per riflettere e allo scadere del secondo giorno Umberto riattraversa il cortile di San Damaso in Vaticano per conoscere il responso del capo della Chiesa. 
Pio XII parla a lungo, tristemente. Il Principe ascolta in silenzio. Quando Umberto lascia la biblioteca sa che il Papa teme, non per lui ma per il Paese, che un così radicale mutamento sconvolga la situazione interna, conduca a una guerra civile e favorisca l'avvento di un razzismo pagano". 
(questi gravi timori li possiamo trovare riassunti nel discorso del
Natale del '42

    ... MA IL PAPA NON GLI DIEDE APPOGGIO  - Senza l'appoggio del Papa il "golpe" non avvenne, ma il fatto non toglie nulla alla veridicità della rivelazione fatta dal giornalista sud-americano, che appare molto ben informato sui retroscena della politica italiana del tempo. Una rivelazione che contiene molti elementi di credibilità, avvalorati nel 1966 dall'esilio di Cascais da parte dello stesso Umberto che ammise l'intenzione, maturata nel 1939, e concretamente poi condotta a termine solo il 25 luglio 1943; cioè l'intenzione di provocare un voto di sfiducia del Gran Consiglio del fascismo per mettere in minoranza Mussolini e chiederne le dimissioni.
(In base allo Statuto Albertino si poteva fare e infatti lo si applicò nel '43).

Resta infine da capire l'atteggiamento marcatamente contrario del Papa al tentativo di destituzione del Duce. Ed è anche risaputo che Pio XII (ma solo più tardi - non dimentichiamo che fu uno dei protagonisti del concordato Germania-Vaticano) era ostile a Hitler e al suo regime perchè esaltava i valori pagani. Probabilmente il Pontefice, nella sua valutazione negativa, aveva anteposto all'avversione per il dittatore nazista il timore di peggiorare la situazione provocando le sue violente ritorsioni contro l'intero cattolico popolo italiano ma soprattutto su quello cattolico tedesco. 
(A tale riguardo inseriamo un particolare documento di  Mons. Marchetto, Nunzio Apostolico)
I SILENZI DI PIO XII
  poi anche il GRAVE DISCORSO DEL NATALE 1942

Ma ritorniamo a CIANO, che secondo tante fonti storiche, era insofferente ai tedeschi, ed era contrario alla guerra. Ma fino a che punto?
Abbiamo rintracciato sulla Gazzetta del Popolo,  il suo discorso tenuto a Milano il giorno 20 maggio, poche ore prima di recarsi a Berlino (da 10 giorni Hitler ha già scatenato l'inferno in Francia, e proprio il 20 ha chiuso Belgi, Olandesi, Inglesi e Francesi in una sacca ). Ciano,  nei commenti dei giornali, che amplificano il suo discorso, non sembra proprio che gli manchi l'entusiasmo e la determinazione di marciare a fianco dei  tedeschi. Il suo fu un discorso di guerriero, e nel declamarlo prese perfino atteggiamenti mussoliniani.
"In un clima di fascistissimo ardore e di formidabile entusiasmo"

Senza voler interpretare nulla,  pubblichiamo semplicemente il giornale e il testo.

 " PRONTI AGLI ORDINI DEL DUCE" Roma, 20 maggio, pom. - Se come riferiscono le notizie da Londra e da Parigi, il discorso di Milano ha fatto all'estero una forte impressione, all'interno ha suscitato i più larghi e calorosi consensi. Il discorso del nostro ministro degli esteri ha ricordato le nostre aspirazioni:
"Tutti avvertono e profondamente sentono che l'Italia non può rimanere estranea alla nuova sistemazione europea e mondiale che si sta preparando. Il trattato di Versaglia è ormai in pezzi e qualcuna delle ingiustizie che aveva sanzionato è già stata riparata. Ma altre rimangono e dovranno essere cancellate ....Le nostre aspirazioni sono naturali perchè sono eque ed indispensabili alla vita medesima del Paese. Esse avrebbero potuto e dovuto già essere state appagate: ma la cattiva volontà delle Potenze demo-plutocratiche ha impedito ogni concreta realizzazione.
E prima di tutto l'Italia imperiale intende far valere i suoi diritti sovrani in terra, in aria e sul mare, diritti che da quando è scoppiata la guerra sono stati misconosciuti e offesi. 
La recente formidabile documentazione resa pubblica colla relazione Pietromarchi ha dimostrato e denunciato alla Nazione e al mondo la pretesa anglo-francese di tenerci prigionieri nel mediterraneo, di sottoporci al loro controllo, di limitare arbitrariamente i nostri traffici e i nostri rifornimenti.
Questo stato di cose (si riferisce alla non belligeranza - Ndr) deve cessare e cesserà.
La violenza esercitata a nostro danno ha chiarito la pretesa anglo-francese di tenere l'Italia in uno stato di soggezione che è intollerabile e incompatibile coi nostri diritti, colla nostra dignità di Stato sovrano, colle nostre stesse possibilità di vita.
Tutti gli italiani che sentono la fierezza di vivere in questa eccezionale epoca, in questo clima eroico creato dal Duce, avvertono come la nostra ora si avvicini".

E  l'immensa eco che le fiere parole del conte Ciano hanno avuto prima fra la moltitudine milanese e poi in ogni parte d'Italia dimostra che gli italiani sono pienamente consapevoli dell'ora storica.
LA PAROLA D'ORDINE E': PRONTI AGLI ORDINE DEL DUCE".


L'unico a non parlare era Mussolini.
Quando poi la sofferta "avventura" iniziò (dopo aver visto umiliare in un baleno, Francia e Inghilterra nelle Fiandre, proprio lo stesso giorno, il 20) tutti plaudirono.

L'Eco di Bergamo
, il 21 giugno, titolò su 8 colonne in prima pagina "Crisi dinastica in Gran Bretagna. Dopo la sconfitta degli inglesi -  Era di prosperità per l'Europa"
"A Madrid rievocano Napoleone: Gli inglesi si comportarono in Spagna  come i briganti"


Il Corriere della Sera,
il 24 giugno "L'Italia contribuisce in modo positivo a modificare profondamente la situazione strategica (all'uscita del giornale la Francia capitolava - Ndr) e il rapporto delle forze in questo teatro della guerra....E troveranno il loro giusto compenso, come hanno già trovato il leale riconoscimento del nostro alleato".

Una panzana! - I compensi furono poi irrisori. Mussolini aveva chiesto la Corsica, la Tunisia, Avignone, Valenza, Lione, Casablanca, Beirut; l' occupazione fino al Rodano e testa di ponte a Lione più la consegna della flotta francese dentro il Mediterraneo. Quanto a lealtà, Hitler non lo invitò nemmeno in Francia; lui  farà il "suo" armistizio e detterà le "sue" condizioni a Parigi, e Mussolini  "si faccia le proprie in separata sede a Roma con i francesi".... "Io non chiederò queste cose ai Francesi".
(Forse a Hitler non gli era sfuggito come scrive Montanelli che "allo scoppio della guerra i più fecero come me, cioè nulla". E se gli ufficiali italiani facevano nulla, chissà i subalterni!
Probabilmente (se è vero ciò che scrive Montanelli) anche Hitler se n'era accorto.

 Alla fine Mussolini otterrà, solo l'uso del porto di Gibuti, in Africa.

Per Mussolini fu una cocente umiliazione. Era entrato nell'avventura per riscattare la "vittoria mutilata" della Grande Guerra  e ora il grande spettro di Versailles era ancora nell'aria, a Compiegne: l'Italia non era stata invitata.
Tenta di mettere a disposizione un corpo di spedizione per la progettata invasione dell'Inghilterra, che tutti si aspettano,  ma Hitler rifiuta (ma Mussolini invierà comunque alcune inutili "libellule", adatte a volare nel sole di Roma, non sulla Manica con le nebbie - vedi testimonianze dell'asso dell'aviazione).

Rientrato in Italia, Mussolini è furibondo; ha deciso di fare da solo. Iniziare una "Guerra Parallela".  Anche dopo un incontro con Hitler al Brennero avvenuto il 4 ottobre, non porta a conoscenza del Fuhrer la sua intenzione di invadere la Grecia. Vuol fare come lui,  stupirlo a cose fatte. Lo informa nell'incontro successivo avvenuto a Firenze il 28 dello stesso mese. Hitler è furibondo. E non sa ancora che la guerra in Grecia (perderà un mese con i Serbi, per arrivarci) è la manciata di sabbia dentro il  suo perfetto ingranaggio strategico, logistico e militare, preparato per invadere la Russia; un piano che Mussolini ignorava e che Hitler gli tenne nascosto.
Perderà tempo, partirà in ritardo per la Russia e, come Napoleone, quasi nello stesso luogo (Borodino)  andrà incontro alla disfatta.  A causa dei Balcani, Hitler ritardò di 6 settimane, non aveva tutte le divisioni, e in più  l'inverno in Russia arrivò in anticipo di 6 settimane. Le 12 settimane  provocarono il disastro, si fermarono alle porte di Mosca, poi la disfatta; infine la trappola di Stalingrado
Andò quasi meglio a Napoleone, perchè Hitler  non arrivò mai a Mosca, comunque  giunsero entrambi  alle porte di una città vuota, data alle fiamme dagli stessi russi, con temperature a 40-52 gradi sottozero (non accadeva da 142 anni) con tutti i rifornimenti bloccati dalla neve. 
Comandante in capo nel 1812 era un certo generale Kuzov, mentre l'uomo che stava attendendo Hitler si chiamava generale  Zukov. Entrambi con lo stesso alleato: il generale "Gelo".

Fatto singolare, e  non certo di buon auspicio, Hitler per invadere la Russia, scelse la data del 22-23 GIUGNO, lo stesso giorno quando Napoleone  decise di invadere la Russia. 
Hitler voleva sfidare il destino?  Vinse il destino!

Francomputer
Alcune  righe, e quelle sul giornalista Stevens
sono prese dall'articolo sulla Marcia su Roma
riportato  nell'anno 1922, di Gian Piero Piazza.

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