Da secoli è un abito mentale sempre immotivato che perseguita un popolo di innocenti sparso in tutto il mondo

ANTIGIUDAISMO - ANTIEBRAISMO - ANTISEMITISMO - ANTISIONISMO



ANTISEMITISMO
(ce ne sono di 4 tipi) 

UN ODIO
INSENSATO CHE NON FINISCE MAI

di Marco Paganoni

Ha un andamento a ondate e ogni ondata potrebbe essere quella che va fuori controllo. Quando si diffonde, lo fa rapidamente e un po’ a tutte le latitudini, come se non contassero differenze politiche e sociali. Si autoalimenta in un crescendo parossistico, apparentemente slegato da ogni possibile motivo o pretesto. Stiamo parlando dell’antisemitismo, una delle più antiche malattie della società, cento volte dato per sconfitto e cento volte risorto, nel corso della storia. L’antisemitismo non è quasi mai un fenomeno omogeneo. Non esistono centri organizzati o burattinai occulti. Ma ogni forma di antisemitismo prepara il terreno e alimenta la fiammata successiva. Ogni gruppo che pratica l’odio antiebraico utilizza e ripropone le calunnie e i pregiudizi diffusi da chi ha già coltivato quell’odio, in altri tempi e in altri luoghi. Eventi diversi, in contesti anche distanti fra loro, sembrano indicare che il mondo contemporaneo non ha ancora saputo liberarsene completamente. 

In Europa orientale, i movimenti nazionalisti venuti alla luce con la caduta del comunismo ripropongono antichi copioni e sembrano talvolta fare a gara a chi è più antisemita, per dimostrare d’essere più patriota. In occidente, i pochi patetici nostalgici che fino a poco tempo fa si ritrovavano in qualche birreria folcloristica, oggi sono diventati un movimento neonazista sempre più sicuro di sé, capace di portare in piazza – com’è accaduto a Roma pochi anni fa – diverse centinaia di giovani, violenti e razzisti. I loro ideologi sanno citare a memoria le teorie di quegli storici detti "revisionisti" che da anni vanno diffondendo la peggiore delle calunnie: l’Olocausto come un’invenzione degli ebrei. è di questi giorni la notizia che in Francia si è celebrato il processo contro quattro giovani, vicini al Fronte di Jean-Marie Le Pen, che nel 1990 avevano profanato le tombe di un cimitero ebraico nella cittadina di Carpentras, infierendo in modo orrendo sul corpo di un defunto. Ma non è stato il solo episodio. Se ne sono registrati altri, in diversi paesi; l’ultimo non più tardi di un paio di mesi fa nel cimitero ebraico di Roma.

Intanto, nelle abitazioni dei terroristi kamikaze che si fanno saltare in aria con i passanti israeliani su un autobus di Gerusalemme o in un caffè di Tel Aviv, insieme alle pubblicazioni della Jihad Islamica che inneggiano alla morte dei "maiali ebrei" vengono trovate copie in arabo dei Protocolli dei Savi Anziani di Sion, il celebre falso antisemita che serviva alla polizia zarista di un secolo fa per scatenare la rabbia popolare nei pogrom antiebraici. 

L’"Antisemitismo" è prima di tutto una parola sbagliata. Coniata nel 1879 da un agitatore tedesco di nome Wilhelm Marr, ebbe subito molto successo per quell’aria da parola "scientifica" che le dava l’etimologia greca, mutuata dagli studi dell’epoca in campo linguistico. Ma di scientifico non ha nulla, a parte il suono, e il suo stesso uso può indurre in errori e confusioni. Fortunatamente le vere e proprie "teorie antisemite", che pure sono state insegnate e propagandate nella prima metà del Novecento da università e partiti politici, non hanno avuto corso che per poco più di mezzo secolo. Ma il termine "antisemitismo" è rimasto, e viene usato oggi per indicare – in modo piuttosto generico – ogni sentimento, atteggiamento, teoria o pratica che si ispirino a una forma di pregiudiziale diffidenza, disprezzo o odio verso gli ebrei come gruppo e verso il singolo ebreo in quanto tale. Evidentemente un fenomeno troppo vasto e variegato per essere compreso in un’unica parola. è dunque necessario tentare alcuni distinguo.

QUATTRO TIPI DI ANTISEMITISMO - Non esiste un solo "antisemitismo". Anche schematizzando molto, se ne possono indicare almeno tre o quattro diversi tipi. Una prima forma – forse la prima anche in senso cronologico – è data dall’antisemitismo di matrice religiosa. Il cristianesimo, com’è noto, nasce dall’ebraismo, da esso si distacca e ad esso pensava di sostituirsi. Il cristianesimo non si presenta come una religione "nuova", ma come un fede antica quanto la rivelazione stessa contenuta nelle sacre scritture (ebraiche). Il cristianesimo deve quindi "appropriarsi dell’Antico Testamento" (secondo le parole del teologo cattolico Hans Küng), dando vita a un’imponente opera di "rilettura" della Bibbia alla quale contribuiranno tutti i massimi scrittori cristiani. Dalla predicazione di Paolo di Tarso in poi, per secoli la Chiesa ha continuato a concepire se stessa come l’interprete del "vero Israele", contrapposto a quello degli ebrei ormai superato e vuoto, alla "sinagoga cieca" che non ha saputo vedere il Cristo e, anzi, lo ha crocefisso. 

"Ogni volta che il cristianesimo riprende contatto con i suoi fondamenti – osserva lo scrittore milanese Stefano Levi Della Torre – non può che trovarsi di fronte ai suoi rapporti con l’ebraismo. è una questione originaria, non risolta e forse non risolvibile. A fondamento del cristianesimo stanno infatti due movimenti divergenti e complementari: l’assunzione della matrice ebraica (l’Antico Testamento) e la condanna degli ebrei. Per nascere, il cristianesimo ha dovuto prendere dagli ebrei e rifiutare gli ebrei."
Per secoli, la persistenza stessa del popolo ebraico – con la sua cultura, la sua fede, la sua incrollabile attesa del Messia – verrà vissuta dal mondo cristiano con difficoltà e fastidio. Gli ebrei verranno indicati come i colpevoli della morte di Gesù, additati al pubblico disprezzo, periodicamente vessati o costretti alla conversione forzata. Fino al paradosso di vedere nelle sofferenze inflitte loro un chiaro segno della condanna divina. "L’ideologia cristiana sugli ebrei che si forma tra la fine del primo e il quarto secolo d.C. – spiega lo studioso Cesare Mannucci – fornirà la base giustificatrice di una legislazione restrittiva che diventerà, con l’aumento del potere delle Chiesa, sempre più vessatoria, trasformando gli ebrei in cittadini discriminati ed emarginati".

MILLENNI DI CULTURA DELL’ODIO - Questo "insegnamento del disprezzo", unito a un vero e proprio "sistema di avvilimento" – come ebbe a definirli lo storico francese Jules Isaac nel 1959 –, praticato per generazioni e generazioni nell’Europa cristiana, finirà per rappresentare il più antico e consolidato terreno di coltura dell’antisemitismo. Servirà a creare una solidissima crosta di diffidenza e di paura. Servirà a giustificare provvedimenti di legge che escluderanno gli ebrei da molti mestieri e dalla proprietà immobiliare, costringendoli a dedicarsi a poche attività (commercio e prestito di denaro) che a loro volta contribuiranno a creare e consolidare il mito dell’ebreo avaro e usuraio. Servirà a legittimare la creazione di quartieri ghetto, l’imposizione di balzelli e pratiche umilianti, la cacciata di intere comunità, le violenze e le uccisioni.

L’abbandono ufficiale e definitivo di questo atteggiamento da parte della Chiesa nei confronti degli ebrei non arriverà che molto tardi. Solo una trentina d’anni fa, con la Dichiarazione "Nostra Aetate" (approvata dal Concilio Vaticano Secondo il 28 ottobre 1965), la Chiesa dichiara apertamente che l’accusa di "deicidio" non ha fondamento né storico né teologico e che l’alleanza stabilita tra Dio e il popolo ebraico non viene messa in discussione dall’avvento di Gesù e dalla nascita del cristianesimo. Affermazioni importantissime sul piano della storia del pensiero religioso, ma che giungono drammaticamente tardi, quando ormai il pregiudizio antiebraico, sparso a piene mani per secoli, si è radicato nel costume, nella mentalità, nello stesso linguaggio. Soprattutto, si è trasformato e in un certo senso riversato in altre forme e soggetti. "L’antisemitismo cristiano – scrisse Jules Isaac nel 1947 – è il ceppo potente dalle profonde e molteplici radici, sul quale sono venute a innestarsi in seguito tutte le altre varietà di antisemitismo". L’antisemitismo di matrice cristiana è pur sempre un antisemitismo che ha a che fare, almeno in teoria, con il credo religioso del singolo individuo. In linea di principio, per quanto disprezzato e vessato, l’ebreo poteva in qualunque momento cancellare il proprio marchio d’infamia riconoscendo la divinità di Gesù e la verità rivelata nel cristianesimo. In pratica, però, le cose non erano così semplici.

O LA CONVERSIONE O LA MORTE - Quando, il 31 marzo 1492, il re di Spagna Ferdinando il Cattolico decretò l’espulsione entro quattro mesi di tutti gli ebrei dai propri territori pena la morte, non furono poche le famiglie ebraiche che accettarono obtorto collo la conversione al cristianesimo. Nessuno si fece molte illusioni sulla sincerità di queste conversioni, tanto più che effettivamente molti di questi convertiti a forza continuavano a praticare in segreto i costumi e i riti della propria religione. Chiamati con disprezzo "marrani" e perseguitati senza pietà dalla Santa Inquisizione, questi cristiani di recente conversione divennero una vera ossessione per gli spagnoli "cristiani da sempre". I quali, per allontanare da sé qualunque sospetto di "ebraicità", presero l’abitudine di vantare ed esibire non solo il proprio personale attaccamento ai precetti di Santa Romana Chiesa, ma anche quello dei propri padri e dei propri nonni. Fino a coniare un nuovo concetto: quello della limpieza de sangre, la "purezza del sangue", intendendo con questo il fatto di non annoverare nessun ebreo (o ex ebreo) tra i propri avi, da generazioni.

è dunque nella Spagna del XVI secolo che possiamo rintracciare i primi segni di un "antisemitismo del sangue" (ben presto tradotto anche in disposizioni di legge) che non dà più alcun peso alle scelte, più o meno libere, del singolo individuo o alla sua identità culturale e religiosa, e privilegia piuttosto la "nascita": oggi diremmo l’aspetto "genetico". Erano stati gettati i primi semi di un nuovo antisemitismo, diverso da quello religioso: l’antisemitismo razziale. Ma "l’età d’oro" dell’antisemitismo di tipo razziale verrà solo più tardi, a cavallo tra la seconda metà del XIX e la prima metà del XX secolo, in pieno clima positivista. Sarà il periodo in cui teorie falsamente scientifiche serviranno a legittimare i sentimenti di superiorità della civiltà bianca, europea e cristiana sopra tutte le altre. L’antisemitismo razzista ha conosciuto la sua massima espressione – com’è noto – nella teoria e nella pratica del nazismo.

LA TEORIA DELLE RAZZE INFERIORI - Il nazismo, anzi, fonderà la propria concezione politica su pochi, semplici principi razzisti: l’esistenza di razze umane precisamente e definitivamente connotate; l’esistenza di una gerarchia di valore tra razze umane superiori e inferiori, distribuite lungo una scala che vede in vetta la "razza ariano-germanica" e in fondo slavi, negri, zingari e "semiti"; il diritto da parte delle "razze superiori" di sfruttare fino allo stremo le "razze inferiori" e persino di eliminarle sistematicamente, se necessario, per il successo della "civiltà ariana". L’antisemitismo razzista, dunque, si basava su una concezione dell’umanità completamente diversa da quella cristiana. 

E il nazismo fu in effetti estremamente "pagano" e "anticristiano" in molte sue manifestazioni. Eppure, ad un esame appena più attento del fenomeno, appare evidente che la propaganda e, soprattutto, la pratica dell’antisemitismo nazista non avrebbero potuto affermarsi e diffondersi ed esplicarsi in modo così tragicamente efficace e capillare se non avessero potuto fare leva su un pregiudizio e un odio per l’ebreo già ampiamente consolidati e radicati. Per dirla in poche parole, il nazista tedesco impregnato della teoria del Superuomo non fece molta fatica a convincere il contadino cattolico polacco o ucraino che quella di sterminare gli ebrei fosse una causa buona e giusta. Se il terreno europeo era ben preparato allo scatenarsi della furia nazista, non lo si deve soltanto ai secoli di "insegnamento del disprezzo" da parte cristiana. 

Separata e intrecciata con l’ostilità antiebraica di natura religiosa e di natura razziale, si era sviluppata un’ulteriore forma di antisemitismo, particolarmente subdola e sfuggente; l’unica, forse, che trova cittadinanza ancora oggi, anche presso persone e ambienti che aborrono razzismo e intolleranza religiosa: l’antisemitismo di tipo politico. L’antisemitismo, cioè, che attribuisce agli ebrei in quanto tali un disegno politico (un complotto per dominare il mondo) e la volontà/capacità di utilizzare a tale scopo mezzi potentissimi (il dominio sulla finanza mondiale, sui mass-media, sul mondo della cultura). è l’antisemitismo teorizzato nei Protocolli dei Savi Anziani di Sion; lo stesso che attribuisce agli ebrei la responsabilità, di volta in volta, per l’avvento del capitalismo e del comunismo; lo stesso che alligna nelle pagine di Marx e di Proudhon e che fa capolino nelle campagne "anti-mondialiste" della moderna destra politica, così come nella fraseologia di tanta propaganda violentemente "anti-sionista".

LA PARANOIA ANTIEBRAICA DI HITLER - Il nazismo seppe agitare con forza anche questa paura per il "pericolo ebraico". Così, nella Germania del Terzo Reich e poi nell’Europa occupata dalle truppe tedesche, il secolare odio per gli "assassini di Cristo" si fuse all’immagine dell’ebreo infido, egoista e affamatore, insieme alla paura e al ribrezzo per questa "razza non umana" (Adolf Hitler) tesa alla conquista dell’umanità, dando luogo a quella sorta di gigantesco Caso Dreyfus gonfiato all’inverosimile che fu l’esplosione della paranoia antiebraica durante la seconda guerra mondiale. 

Oggi, dopo un disastro così grande come la Shoà, il genocidio nazista, esiste la diffusa convinzione che non vi sia più spazio per alcuna forma di antisemitismo che non sia del tutto patologico o residuale. Purtroppo le cose non stanno così. Accade piuttosto che tanti segnali, piccoli e meno piccoli, non vengano presi abbastanza sul serio perché, sullo sfondo di ciò che è stato l’Olocausto nazista, sembrano tutto sommato poco gravi.
Paradossalmente, chi associa alla parola "antisemitismo" immagini di camere a gas e forni crematori non riesce più a usare lo stesso termine per qualificare un semplice comizio che si scaglia contro la "finanza ebraica internazionale", o un articolo di giornale che fa riferimento al "Dio violento e vendicativo degli ebrei", o la parola "rabbino" usata come sinonimo di "avaro". Chi invece – come l’Istituto Wiesenthal di Parigi, l’International Center for the Study of Anti-Semitism di Gerusalemme o il Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea di Milano – raccoglie sistematicamente anche questi segnali "minori" (che vanno dalle vere e proprie violenze a profanazioni, scritte sui muri, minacce, lettere anonime, manifestazioni ostili, pubblicazioni propagandistiche) ci offre un quadro assai diverso dell’odierna ostilità antiebraica. Il fenomeno è parso particolarmente preoccupante negli ultimi anni nei paesi dell’est europeo, dove diverse organizzazioni politiche (si pensi a Pamyat in Russia, ma anche a certe posizioni del premier croato Tujiman) hanno rispolverato il tradizionale armamentario della propaganda antisemita come espressione di profondo nazionalismo.

"OLOCAUSTO? QUALE OLOCAUSTO?" 

Ma anche in occidente non mancano segnali preoccupanti. Da un lato vi sono i veri e propri neonazisti convinti, che praticano un antisemitismo diretto ed esplicito (esibendo svastiche e andando ad attaccare stelle gialle sui negozi di ebrei romani, come avvenne pochi anni fa). Non sono molti e probabilmente non sono nemmeno in aumento. Ciò che preoccupa, caso mai, è il fatto che ottengano troppo ascolto e troppa attenzione, riuscendo talvolta a introdursi come "interlocutori legittimi" in questo o quel talk show televisivo. Più grave è la persistenza del pregiudizio antiebraico nel linguaggio comune. L’uso del termine "ebreo" come insulto o della metafora di "Auschwitz" come esaltazione dell’annientamento del nemico in quella particolare manifestazione di antisemitismo che definiamo "da stadio" ci dice quanto certi cliché siano ancora radicati nella nostra cultura diffusa: i presupposti psicologici profondi su cui fu lanciata la caccia all’ebreo in epoca nazista non sono dunque cambiati di molto.

Un terzo segnale preoccupante, e che si diffonde a macchia d’olio, è rappresentato da quello che potremmo chiamare "il rigetto dell’Olocausto". Un sentimento di insofferenza che conquista sempre più persone e che si manifesta con una vasta gamma di atteggiamenti. C’è chi si limita a sbuffare ("basta con questa storia dell’Olocausto, gli ebrei ne parlano troppo, fanno le vittime"), chi trasforma l’insofferenza in accusa ("gli ebrei ne approfittano"), chi punta a relativizzare e minimizzare ("in fondo quello che è successo agli ebrei non è niente di speciale, succede a tanti altri, in guerra succedono sempre queste cose, le fanno un po’ tutti, e poi saranno stati davvero così tanti gli ebrei morti, non ci sarà qualche esagerazione?"), fino ad arrivare ai veri e propri "negazionisti" i quali cercano appunto di negare che sia mai avvenuto un genocidio ai danni degli ebrei.

GIUDEOFOBIA: RIFLESSO CONDIZIONATO - Benché questi ultimi siano pochi e isolati (in Francia e in Germania la propaganda negazionista è punita dalla legge), è chiaro quanto possa essere invece pericolosa la perdita di memoria storica implicita nella più generale e indiretta "insofferenza per l’Olocausto". "La storia ha dimostrato che quando l’antisemitismo si radica nel 20 o 30 per cento di una società, non c’è quasi più nulla da fare – spiega Simcha Epstein, dell’Università Ebraica di Gerusalemme –. Bisogna quindi intervenire prima, quando una reazione ha ancora possibilità di successo, senza aspettare che i segnali di antisemitismo diventino tali e tanti da non essere più controllabili. è stupido non reagire subito". Non è facile spiegare la persistenza di un pregiudizio che si è già rivelato così pernicioso come quello antisemita. In una certa misura – non sembri un paradosso – la persistenza stessa è una spiegazione.

La giudeofobia fa ormai parte, e da tempo, della nostra tradizione e della nostra cultura. Si trasmette, si riproduce, si adatta a nuove situazioni e nuovi linguaggi. Rappresenta una sorta di campionario di idee fisse cui si può fare ricorso in ogni momento e che continua egregiamente ad assolvere il suo scopo principale e profondo, che è quello tipico di un pregiudizio: permette di spiegare (tutto) senza fare la fatica di capire e conoscere veramente le cose (i processi, le difficoltà, i pericoli, le causalità e la casualità). Funziona come un riflesso condizionato che scatta ogni volta che sorge l’esigenza di rafforzare la propria identità di gruppo: per rassicurarsi, per rafforzarsi, per affrontare un passaggio epocale. Come l’atteggiamento xenofobo (più o meno espresso in teorie razziste ben formulate), anche l’atteggiamento antisemita scaturisce dalla problematica di fondo del rapporto con "l’altro". Ma con alcune differenze. La xenofobia – cioè la diffidenza e l’ostilità verso lo straniero, il diverso, l’altro da sé – è caratteristica di ogni gruppo associato. Ma è un fenomeno che ha a che fare con l’incontro (e il conflitto) fra "noi" e il "diverso da noi". è un sentimento fortemente irrazionale e tuttavia empirico, legato alla difficile esperienza individuale e sociale dell’incontro/scontro fra culture.

L’antisemitismo ha a che fare, invece, con "il diverso che è tra noi", che non è immediatamente visibile, che "corrode" dall’interno il gruppo, che va attivamente cercato e smascherato. In questo senso è un sentimento altrettanto irrazionale, ma del tutto mitico: la xenofobia si manifesta in presenza di "estranei". L’antisemitismo si mantiene e si manifesta anche in società dove gli ebrei non ci sono più, dove sono scomparsi da generazioni. La xenofobia è una risposta facile a un problema complesso di rapporti fra mentalità diverse. L’antisemitismo, invece, è un problema tutto interno alla mentalità antisemita: non v’è nulla che l’ebreo possa fare o non fare per scrollarsi di dosso il pregiudizio antisemita. Sta solo al non ebreo decidere di liberarsene.

 

e vedi anche  IL CLAMOROSO "CASO MORTARA" di Pio IX > > 

ALTRO IN TABELLA ISRAELE > >

 

di Marco Paganoni

Ringraziamo per l'articolo
(concesso gratuitamente) 
il direttore di
 

in rete vedi SULL'ANTISEMITISMO
e anche il portale dell'ebraismo in italia  http://www.morasha.it


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