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LA NEP
La Nuova Politica Economica

Il X Congresso del partito bolscevico segnò la fine del "comunismo di guerra" ed il varo della cosiddetta "Nuova Politica Economica", la NEP.

Non tutti erano concordi con la decisione di Lenin, ma il massimo capo sovietico utilizzò la sua autorità per superare le opposizioni. Non c'é dubbio che il mutamento rispetto agli anni del comunismo di guerra apparve notevole. Finalmente si stabilì che venissero attenuate le requisizioni nelle campagne (dove molti imboscavano le derrate) e che il loro posto fosse preso da un'imposta in natura che i contadini dovevano consegnare secondo una quota prefissata; dal 1923 questa imposta venne pagata in denaro. Così ai contadini restava la possibilità di tenere parte del raccolto e fu loro consentito anche di commerciarlo. Vi furono infatti, delle piccole ma significative aperture alla ripresa del commercio privato. Poterono così sorgere piccole e medie aziende private autorizzate pure a tenere una modesta manodopera libera.

Lo Stato attenuò il suo controllo burocratico sulla società, pur controllando ancora la grande industria, i sistemi di trasporto e le banche; essendo ancora lo Stato e solo questo a poter gestire il commercio con i paesi esteri. Si parlò allora di sistema di "capitalismo di stato".
(l'antibolscevico Mussolini, nel 1931 (vedi)  copiò integralmente la NEP, quando fameliche banche  fagocitandole con i crediti inesigibili, stavano trascinando le industrie italiane al disastro. Con quella cinica politica dei banchieri - che ovviamente puntavano solo e solo sugli immobili delle inustrie - si erano registrati 14.000 fallimenti)

Inoltre agli specialisti borghesi furono riconosciuti nuovi ed importanti diritti. Essi avrebbero ricevuto maggiori stipendi ed una più ampia libertà nei loro compiti. Così ingegneri, professori o economisti (solo per fare qualche esempio) cresciuti nell'era zarista furono maggiormente e con profitto utilizzati secondo le loro competenze. Inoltre molti di loro potevano viaggiare all'estero, e tenersi informati sugli sviluppi scientifici e culturali dell'occidente. Ma con l'occidente iniziò anche un'importantissima collaborazione economica e commerciale.

Ford impiantò, ad esempio, in Russia una celebre fabbrica di trattori. Vennero, così grazie alla tecnologia occidentale, migliorate numerose fabbriche con nuovi e moderni macchinari. Furono migliorate le tecniche di estrazione di carbone e petrolio. Sicuramente la collaborazione occidentale permise una ricostruzione dell'apparato industriale e, pur in misura minore, un miglioramento delle tecniche agricole. Sotto il profilo militare, a NEP, ormai pienamente avviata, fu nel 1925 di grande importanza il trattato di Rapallo firmato con la Germania della Repubblica di Weimar. (tra l'altro numerosi aerei tedeschi - dopo che Hitler prese il potere - che vennero impiegati contro i russi prima nella guerra civile spagnola poi nella guerra mondiale erano stati costruiti proprio in Russia. Quanto ai carri armati, la Germania proprio in Russia apprese alcune tecniche costruttive, e in Russia inviò i suoi militari ad apprendere la tecnica delle truppe corazzate (vedi la storia del T. 34 ).

Intanto sul fronte interno si decise di abolire la CEKA, che era una sorta di polizia emergenziale nata per "salvare la rivoluzione", ma in pratica un organo provvisorio. Il suo posto venne preso dalla nuova polizia politica: la GPU, che comunque conservò estesi poteri repressivi.

Nei primi Anni 20 furono pure emanate delle riforme dette "civili". Ad esempio fu legittimato il matrimonio civile, garantito il divorzio e si cercò di incentivare in ogni modo l'istruzione. E va detto che sotto questo profilo il governo bolscevico si adoperò con grande impegno nel tentativo (riuscito) di alfabetizzare la "analfabeta" Russia.

Tuttavia la svolta politica segnata dalla NEP, più che da vera convinzione, era stata dettata da necessità. Come infatti il partito bolscevico era stato portato al potere nel 1917 da un movimento di protesta del tutto spontaneo, del quale ben seppe interpretare le esigenze primarie (pace e terra), nei primi anni 20, i bolscevichi rischiavano di essere proprio loro travolti dalle masse, esasperate dal comunismo di guerra, che li avevano aiutati nel prendere il potere.

Le masse nel 1917 in larga parte, come abbiamo detto, non erano bolscevizzate, ma videro in Lenin la persona che faceva al caso loro, così come Lenin seppe abilmente adattare il suo originario programma alle esigenze primarie che il popolo esprimeva nelle sue proteste. Ma é sempre bene ricordare la totale spontaneità dei violenti moti contadini e non solo dell'estate del 1917. Ora, nel 1921, Lenin si rese conto che continuando con la politica del comunismo di guerra, rischiava di essere vittima della rabbia popolare esattamente come successe ai governi provvisori, nati dopo la cosiddetta "Rivoluzione borghese del Febbraio 1917". Ovvero Lenin, indubbiamente con lucidità, non commise l'errore che 4 anni addietro avevano fatto prima lo Zar e poi i governi provvisori, che perseguirono una politica nettamente impopolare, senza venire incontro almeno alle primarie esigenze delle masse.

Ecco perché venne varata la NEP, ma come Lenin disse, essa era una "ritirata" momentanea dalla via maestra che restava sempre il socialismo.

Perciò la NEP non fu la svolta decisiva nella politica economica, ma solo un modo, disse Lenin, di permettere al paese di "riaversi" dopo gli anni della guerra, un tentativo di trovare un modus-vivendi con la società senza compromettere l'obiettivo finale che era e restava il socialismo.

Per atturalo Lenin affermò che in un paese arretrato come la Russia era necessaria una via "graduale".

Ma già alla fine del 1922 Lenin fu chiaro: non ci sarebbero state altre "ritirate".

Preliminare al varo della NEP era ristabilire l'ordine nelle campagne. Così fino al 1923 continuarono i duri scontri fra truppe dell' armata rossa e contadini, con la prima pronta a reagire contro ogni minima insubordinazione o tentativo di protesta. Fino agli ultimi mesi del 1922, le squadre di requisizione proseguirono le loro spedizioni nelle campagne, costringendo ancora, nonostante la Nuova Politica Economica, i contadini a consegnare le loro eccedenze. Tuttavia il clima parve cambiare verso il 1923 quando venne finalmente consentito una ripresa di un'economia di mercato, cercando anche di favorire il commercio fra città e campagne, fino a quel momento due mondi del tutto contrapposti. Perciò i contadini più ricchi, dopo aver devoluto allo stato l'imposta stabilita potevano adesso commerciare liberamente (e anche a caro prezzo) ciò che a loro rimaneva.

Inoltre, fu loro consentito, come detto, di tenere una modesta manodopera salariata al fine di incentivare la produzione. Questo favorì nei villaggi lo sviluppo della classe dei cosidetti KULAKI (contadini più ricchi) che vennero notevolmente rafforzati dal proseguimento della NEP. Col tempo il loro potere nelle campagne cominciò a crescere, finché arrivarono ad essere loro a gestire gli approvvigionamenti agricoli per le città, stabilendone i prezzi (col solito sistema che quando la domanda era alta, alti diventavano i prezzi)

I KULAKI, come era facile da prevedere, vennero ben presto guardati con estremo sospetto dai bolscevichi che vedevano in loro una sorta di nuovo ceto borghese che continuava ad acquisire potere, e vennero apertamente odiati quando cominciarono a richiedere prezzi sempre più alti nel vendere le loro eccedenze, che ovviamente sfuggendo ai controlli e riuscivano quasi a monopolizzare l'intero mercato.

Un altro obbiettivo fondamentale della NEP era quello di cercare di favorire la ripresa industriale.

Ma nelle fabbriche il clima restò quello del comunismo di guerra. I ritmi di lavoro imposti restarono terribili e la disciplina oltremodo severa. Non erano tollerati scioperi né tantomeno assenze ingiustificate, i sindacati non avevano praticamente alcun potere, anzi dovevano essere loro ad incitare i lavoratori ad una maggiore produzione. Si introdusse inoltre una forte differenziazione salariale con la quale si intendeva retribuire l'operaio in base a quanto produceva, con l'intenzione naturalmente di incentivarlo ad un lavoro sempre maggiore per ottenere così un salario più alto.

Intanto però fu tollerato lo sviluppo di una classe di piccoli imprenditori privati. Ed anche ad essi fu consentito, nelle loro aziende, di poter mantenere una manodopera, in genere mai superiore alle venti persone. Naturalmente, come detto, la grande industria restava saldamente nelle mani dello stato, tuttavia queste modeste aperture facilitarono la nascita di un congruo numero di piccole e medie aziende e, nelle città, con la cosiddetta classe dei NEPMANY (le persone che operavano privatamente).

E' certo che l'industria nel periodo della NEP ebbe una ripresa, riuscendo almeno a tornare al livello precedente alla guerra mondiale, ma era pur sempre un valore troppo basso. I bolscevichi volevano avviare uno sviluppo industriale, ma la Russia restava pur sempre un paese in larghissima parte agricolo. La maggior parte degli abitanti erano contadini; e basilare per l'avvio di una vera politica che favorisse lo sviluppo dell'industria era disporre di una vasta manodopera da utilizzare per questo scopo, che però non c'era. Di certo il proseguimento della NEP, pur con la sua parte di effetti positivi, non avrebbe mai creato una rinascita industriale. Da qui i dubbi nel partito bolscevico: come conciliare la NEP e lo sviluppo industriale e soprattutto come conciliarla con l'obiettivo primario del socialismo?

Oltretutto gli auspicati scambi commerciali fra città e campagna avvenivano con grande difficoltà. I beni industriali costavano troppo, era impossibile che la maggior parte dei contadini avesse interesse ad acquistare in città, spesso non ne avevano le possibilità e neanche sarebbe loro convenuto. Fu quella la cosiddetta "crisi a forbice", ovvero il divario sempre crescente fra il costo dei beni industriali e quelli delle campagne. Un divario che rese quasi impossibile qualsiasi vera collaborazione fra i due mondi, come sarebbe invece stato nelle intenzioni bolsceviche.

Col passare del tempo i bolscevichi guardavano con sempre più timore agli effetti della NEP. Nelle campagne si stava registrando un aumentato potere dei KULAKI, i quali potevano imporre prezzi sempre maggiori per la vendita dei loro prodotti agricoli. Ma con timore misto a disprezzo si guardò anche al peso che, nelle città, stavano assumendo i NEPMANY. Essi furono identificati come portatori di "pericolosi elementi capitalistici". Così a vasti settori del partito parve di andare verso una indesiderata "deriva borghese". Ed inoltre la BSE bolscevica mal sopportava l'accresciuto potere degli specialisti borghesi, che cominciavano ad avere sempre più voce in capitolo nell'insegnamento, nelle attività scientifiche, in quelle militari, arrivando pure a trattare di questioni economiche. Ciò divenne ben presto intollerabile per larga parte dei bolscevichi; la NEP ai loro occhi, più che essere una ritirata momentanea dalla via maestra del socialismo, stava diventando una resa ad un capitalismo "strisciante".

Dubbi e perplessità si estesero nel partito, che fu ben lungi dal trovare una linea comune. In passato, nei momenti di crisi, quando non si riusciva a trovare un accordo, spesso l'autorità di Lenin aveva risolto i problemi, imponendo la sua posizione. Ma stavolta non poté essere così. Già nel 1922 in Lenin vi erano stati i primi problemi di salute. Nel corso del 1923, fu poi colpito da un primo attacco cerebrale che ne minò le funzioni vitali rendendolo in breve inabile alla vita politica, proprio nel momento in cui il dibattito all'interno del partito si faceva serrato. Negli ultimi mesi del 1923 Lenin, subì altri due attacchi cerebrali; le sue condizioni fisiche peggiorarono rapidamente, finché dovette assentarsi definitivamente dalla scena politica. Il 24 gennaio 1924 poi l'epilogo; Lenin muore all'età di 54 anni, senza che le questioni che l'avvio della NEP aveva posto fossero risolte.

La domanda primaria era: continuare o no la NEP? e se si, come era possibile farlo senza farsi attrarre da "soluzioni capitalistiche"?.

Inoltre, era evidente la necessità di uno sviluppo industriale, ma per ottenerlo serviva un'adeguata manodopera, che ancora scarseggiava, visto il carattere rurale della Russia.

Ed intanto si cominciarono ad affilare le armi per la successione di LENIN.

L'opinione di TROCKIJ era che la Russia, data la sua arretratezza ed il suo isolamento, non poteva diventare potente nel campo industriale con le sue sole forze. La NEP andava abolita, perché dava troppo spazio agli elementi capitalistici. Bisognava dare vita ad una vera politica socialista, ma soprattutto uscire dall'isolamento politico internazionale. Andavano finanziati ed incoraggiati, disse Trockij, i movimenti rivoluzionari all'estero, perché una rivoluzione europea, come era il progetto originale dei bolscevichi, consentisse una cooperazione europea fra altri paesi socialisti.

Nel partito si distinse poi l'opinione di BUCHARIN, che, passati gli anni in cui fu sostenitore del comunismo di guerra, riconosceva adesso, che se aveva ragione Trockij nell'auspicare una rivoluzione europea, dato che essa non dava segno di esplodere, era però necessario fare professione di realismo. Bisognava insistere con la NEP, perché la via del compromesso era quella che avrebbe salvato la Russia.
(così affermava nel 1920 LOSOWSKI, presidente dei sindacati operai della nascente Russia sovietica. In un colloquio avuto con dei giornalisti occidentali recatisi a studiare l'organizzazione del regime comunista russo, ammise che " i rapporti economici fra i diversi centri di vita e di produzione non ammettono la contemporanea esistenza di organizzazioni sociali così antagoniste. Come si potranno conciliare nelle relazioni commerciali l'economia comunista e quella borghese?
Nella vita economica internazionale valgono le leggi dei vasi comunicanti; perciò o noi saremo costretti ad accettare le vostre leggi, o voi le nostre, e ciò in un breve periodo di tempo. Per salvare le nostre conquiste dobbiamo guadagnare tempo, utilizzare anche il più breve respiro, altrimenti è la morte".
(intervista riportata in "Bagliori di Comunismo" - La guerra dei contadini, di Italo Caracciolo - ed era il 1922 !!)

Vi era poi un altro personaggio, fino a quel momento un po' nell'ombra e di certo non conosciuto come altri bolscevichi quali, oltre naturalmente a LENIN, TROCKIJ, RIKOV o ZINOVEV. La persona in questione era JOSIF STALIN.

Egli nel corso degli anni, sfruttando la sua posizione di segretario generale, era andato acquisendo consenso all'interno del partito. Nel dibattito in corso, la sua posizione fu definita quella del "socialismo in un solo paese". Stalin affermò che quelle di Trockij erano chimere, che la Russia non doveva attendere un'improbabile rivoluzione europea per avviare il socialismo e che nemmeno si dovesse continuare col compromesso della NEP. La grandezza territoriale della Russia e le sue risorse rendevano assolutamente possibile percorrere la via socialista senza dover dipendere dai paesi esteri o dagli elementi capitalistici come i KULAKI o i NEPMANY.

"Che cos'é la possibilità della vittoria del socialismo in un solo paese?" disse Stalin, "E' la possibilità di risolvere le contraddizioni tra proletari e contadini poggiando sulle nostre forze interne; se tale possibilità non esistesse edificare il socialismo vorrebbe dire agire senza prospettive. Ma negare quella possibilità vuol dire mancare di fiducia nella nostra causa, vuol dire abbandonare il leninismo." Stalin sapeva quali corde toccare, molti quadri operai furono entusiasti delle sue parole.
Stalin prometteva di far grande la Russia, di erigerla a superpotenza, di farle superare l'arretratezza senza alcun compromesso "borghese". Aveva intuito, che in larga parte del partito, pur non volendo mettere in discussione Trockij, non si credeva più alle sue idee di "rivoluzione permanente". Ed ancora peggio per la base bolscevica era ciò che diceva Bucharin, che in pratica, volendo insistere con la NEP, era come se affermasse che il socialismo, per raggiungere il quale si era combattuto, in pratica non si sarebbe realizzato. Inoltre lo stesso Lenin aveva detto che la NEP era una ritirata "momentanea".

Prima di esaminare come si risolse la lotta per il potere e quale linea riuscì a prevalere é utile ricordare ciò che Lenin in quello che é stato definito il suo testamento politico scrisse ormai minato dalla malattia: "Compagni propongo di pensare alla maniera di sollevare Stalin dall'incarico di segretario generale e di sostituirlo con un uomo che si distingua dal compagno Stalin solo per questa qualità: di essere più tollerante, più leale, più riguardoso verso gli altri compagni. Stalin é troppo rude e se questo difetto può essere tollerato nei rapporti fra noi comunisti diventa intollerabile nella funzione di segretario generale. Potrà apparirvi una piccolezza tutto ciò, ma penso che dal punto di vista dell'evitare una scissione e considerando i rapporti che si vanno creando fra Stalin e Trockij ciò non sia una piccolezza, e se anche lo fosse, sarebbe una piccolezza che può avere importanza decisiva"

Nella prossime puntate   esamineremo come Stalin prese il potere e l'avvio dell'ERA STALINIANA

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(by GIACOMO PACINI)

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