TITO MUOVE GLI USA
E DA' SCACCO MATTO ALL'URSS

(2) 1948 UN BIG BANG POLITICO

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IL NO DI STALIN A TITO

COMINCIA IL CROLLO DEL BLOCCO SOVIETICO

Dopo lo scontro con Stalin il dittatore jugoslavo accetta  la "corte" degli americani

 Lo scisma non trova imitatori nei Paesi del blocco sovietico. Almeno in quegli anni

di FERRUCCIO GATTUSO

"Certo, Tito può essere una canaglia.
Ma è la nostra canaglia."
(Ernest Bevin, Ministro degli Esteri inglese)

Per comprendere l’atteggiamento che assunsero gli Occidentali, e soprattutto gli Americani, di fronte alla crisi dei rapporti tra URSS e Jugoslavia, è necessario comprendere il contesto internazionale in cui tale crisi prese forma. Il mondo, uscito dalla tragedia bellica, cambiava improvvisamente volto. In breve tempo la logica degli opposti blocchi, del loro equilibrio e reciproco contenimento, avrebbe condizionato le strategie politiche e militari di quasi tutte le nazioni, nonché la vita di milioni di persone dall’una e dall’altra parte. Nasceva la Guerra Fredda. Fin dai tempi della Seconda Guerra Mondiale, gli Occidentali avevano sempre considerato l’Unione Sovietica, benché alleata, come una potenziale minaccia alla propria sicurezza. Le ragioni di questa diffidenza erano militari e politiche: da una parte, le gerarchie militari occidentali vedevano nella strategia del colosso sovietico la continuazione delle mire imperialiste della Russia zarista, dall’altra, le più alte sfere politiche temevano il ruolo di Patria del socialismo reale che l’U.r.s.s. rappresentava per tutti i comunisti nel mondo. Uomini come Winston Churchill ed Ernest Bevin in Gran Bretagna, e come Truman, Marshall, Kennan negli Stati Uniti, erano di ferma convinzione anti-comunista e dedicarono ogni loro sforzo politico nella lotta all’U.r.s.s. e alla sua politica di influenza nel mondo.

LITIGIOSE CONFERENZE DI PACE - Durante i primi anni del dopoguerra si rafforzò la percezione che non avrebbe mai potuto esservi una convivenza pacifica tra i due sistemi occidentale e comunista. Alle conferenze di pace che si susseguirono dal 1945 al 1947, gli Occidentali si scontrarono subito contro il muro dell’intransigenza sovietica in ogni questione internazionale (non dimentichiamo che la politica estera del Cremlino era in quegli anni incarnata nella figura di Molotov).Oltre a ciò, le truppe dell’Armata Rossa tardavano a ritirarsi dalla zone occupate nell’Europa orientale e in Medio Oriente.

Se a tutto questo si aggiunge che in tutti i Paesi dell’Est le coalizioni dominate dai comunisti stavano egemonizzando la scena politica per poi prendere il potere definitivamente con l’appoggio di Mosca, si può ben comprendere quale dovesse essere l’atmosfera e l’atteggiamento nei confronti dell’Unione Sovietica negli ambienti governativi e diplomatici occidentali, soprattutto a Londra e Washington. Già nel primi mesi del 1946 Stati Uniti e Gran Bretagna cominciano a porre le basi di quella che diverrà la politica del Contenimento. Sono rispettivamente del febbraio e del marzo del 1946, infatti, il famoso "Long Telegram" dell’incaricato d’affari a Mosca George Kennan ed il discorso di Winston Churchill all’Università di Fulton in Missouri, prime essenziali prese di coscienza della nascita di un vero e proprio conflitto - la "Guerra Fredda" - tra Ovest ed Est.

CALA LA CORTINA DI FERRO 

Se Churchill esprimeva, nel suo celeberrimo discorso, la constatazione di un dato di fatto (la calata di una "cortina di ferro" da Stettino a Trieste e l’asservimento dei Paesi dell’Est al dominio stalinista), l’analisi di Kennan - che avrebbe molto influenzato la condotta politica generale dell’Amministrazione Truman - si spingeva più in là, formulando le basi di una grande strategia attiva contro Mosca. "Dovunque sia considerato appropriato - scriveva Kennan - saranno condotti sforzi per limitare il potere sovietico." Un anno dopo l’enunciazione del "Long Telegram" George Kennan divenne il Direttore del Policy Planning Staff all’interno del Dipartimento di Stato americano.

Pochi giorni dopo - il 2 aprile del 1946 - Christopher Warner, eminente figura del Foreign Office (Ministero degli Esteri britannico), scrisse un memorandum dal titolo "La Campagna Sovietica Contro Questo Paese" in cui sostenne che "l’Unione Sovietica ha annunciato al mondo il proposito di svolgere un ruolo politico aggressivo [...] Saremmo molto poco saggi a non prendere i Russi in parola, proprio come avremmo dovuto essere saggi nel non sottovalutare il Mein Kampf " La nascita nel settembre 1947 del Cominform; le affermazioni in seno alla conferenza di inaugurazione che ormai esistevano due campi contrapposti, uno socialista, l’altro "imperialista"; infine il colpo di stato in Cecoslovacchia nel febbraio dell’anno seguente, e il Blocco di Berlino ad opera dei Sovietici in giugno, convinsero definitivamente i governi occidentali della necessità di combattere con ogni mezzo il blocco centro-orientale.

"SICUREZZA USA" A RISCHIO - Questa presa di coscienza era emersa con chiarezza nel marzo 1948, in un significativo commento del National Security Council (NSC) americano in cui si affermava che "l’U.r.s.s. ha coinvolto gli Stati Uniti in una lotta per il potere, o "guerra fredda", in cui la nostra sicurezza è in pericolo e da cui non possiamo ritirarci a meno di un eventuale suicidio nazionale. […] L’obbiettivo ultimo del comunismo diretto dall’Unione Sovietica è la dominazione del mondo." Se l’interpretazione del governo americano era questa, è facile immaginare quale poteva essere l’atteggiamento nei confronti della Jugoslavia, considerata in quel momento ( e non a torto) il paese più fedele all’esempio sovietico. A tutto ciò va aggiunto inoltre il rilevante problema politico-strategico ( troppo complesso per essere affrontato in questa sede) della Questione di Trieste e della Venezia Giulia, che coinvolse Occidente e Jugoslavia per molti anni e che ebbe dal 1945 al 1948 il suo momento più caldo. All’interno di questa più ampia questione non va dimenticata la famosa crisi dell’abbattimento degli aerei americani ad opera degli Jugoslavi nell’agosto del 1946, un evento - questo - che ebbe delle forti ripercussioni emotive nell’opinione pubblica occidentale e americana in particolare.

DIMOSTRAZIONE DI FORZA - La convinzione che la politica attuata a Trieste dagli Jugoslavi fosse una diretta emanazione di quella sovietica indusse gli Americani a ricercare una dimostrazione di forza nella zona di confine tra Jugoslavia, Italia ed Austria. Gli aerei statunitensi cominciarono a sorvolare il territorio Jugoslavo sul tratto che doveva condurli da Udine a Vienna, e viceversa. Tra il 16 luglio e l’ 8 agosto 1946, non meno di 172 fra caccia e bombardieri avevano violato lo spazio aereo iugoslavo. Il 9 agosto aerei Jugoslavi costrinsero un C-47 americano ad atterrare vicino a Lubiana. Il 19 ed il 21 dello stesso mese altri due aerei vennero intercettati nei cieli Jugoslavi. L’esito di questo ennesimo confronto fu tragico, dal momento che gli apparecchi vennero abbattuti. "L’America intera esplose in un urlo di furore - scrive Pirjevic ne "Il Gran Rifiuto - Guerra Fredda e Calda tra Tito, Stalin e l’Occidente" - . La sensazione generale fu che dietro l’intero incidente ci fosse l’Unione Sovietica, interessata a mantenere uno stato di tensione nella vita politica internazionale, e che pertanto la reazione degli Stati Uniti dovesse essere immediata, netta e decisa. Il governo americano proibì infatti ai suoi cittadini di entrare in Jugoslavia, e rivolse a Tito una protesta diplomatica, che aveva quasi il carattere di un ultimatum. In verità, i Sovietici non approvavano affatto il colpo di testa Jugoslavo poiché si rendevano conto che atti simili potevano avere delle conseguenze gravi e imprevedibili."

PROTESTE DEGLI JUGOSLAVI - Ciò nonostante, le violazioni aere americane continuarono per tutto il mese di agosto, a dispetto delle continue proteste formali del governo Jugoslavo. Il 30 agosto l’incaricato Jugoslavo Makiedo inviava al Segretario di Stato f.f. Acheson una secca nota di protesta per le continue violazioni dei cieli Jugoslavi e affermava il rifiuto di ogni responsabilità da parte della Repubblica Federale Jugoslava per quanto riguardava l’abbattimento degli aerei statunitensi. Washington rispondeva, tramite la propria ambasciata a Belgrado, con una formale richiesta al Maresciallo Tito affinché il governo Jugoslavo si scusasse per l’abbattimento degli aerei. Lo stesso giorno Tito affermava di essere disposto al passo, ma ribadendo le ragioni Jugoslave.

Fino al 1948 nulla sembrò cambiare nei rapporti tra il comunista Tito e l’Occidente. Il fatto che Jugoslavia e U.r.s.s. fossero indissolubilmente legate appariva agli occhi di tutti gli osservatori occidentali una verità incontrovertibile. Il comunismo, nelle parole di Kennan, "appariva una struttura monolitica, che raggiungeva, attraverso una rete di partiti comunisti fortemente disciplinati, praticamente ogni paese del mondo. In queste circostanze, qualsiasi successo di un PC locale, ovunque, doveva essere ritenuto come un’estensione dell’orbita politica del Cremlino, o almeno un’estensione della sua influenza dominante. Proprio perché Stalin manteneva un controllo così geloso, così umiliante sui comunisti degli altri paesi quest’ultimi, nella loro totalità, andavano considerati, in quel tempo, come il veicolo del suo volere, e non del proprio. Stalin era l’unico centro di potere nel mondo comunista."

I SEGNI DELLO STRAPPO - Perché proprio Tito e la Jugoslavia avrebbero dovuto sfuggire a questa regola ? L’impatto dello scisma sulla politica occidentale: gli occhi dell’Occidente su Tito. I governi occidentali impiegarono molto tempo per comprendere che qualcosa stava accadendo dietro le quinte del rapporto tra Mosca e Belgrado. Entrambi i paesi comunisti riuscirono per molti mesi a celare la progressiva crisi dei loro rapporti, e solo alcuni piccoli episodi iniziavano a colpire l’attenzione degli osservatori americani, britannici e francesi. Ad esempio, la rimozione del ritratto di Tito dagli edifici pubblici in Romania, o il mancato tradizionale messaggio d’augurio da parte di Stalin sulla stampa Jugoslava in occasione del compleanno di Tito (25 maggio).

L’incapacità, da parte degli Occidentali, di comprendere la reale portata di ciò che stava succedendo è messa bene in risalto da Pirjevic quando scrive: "Il mistero che circondava i reali rapporti tra Mosca e Belgrado restò praticamente impenetrabile; e ciò, grazie anche alla cecità degli Occidentali: nessuno si accorse, per esempio, del ritiro dei consiglieri sovietici, o gli diede il giusto peso. sebbene già a marzo circolassero voci di una massiccia partenza dei Russi."

IL DISSIDIO ALLO SCOPERTO -  L’occasione che permise agli Occidentali di percepire per la prima volta in modo chiaro l’esistenza di una "crepa" nel muro della "fratellanza" russo-Jugoslava avvenne quando fu comunicato dai Sovietici che la Conferenza Danubiana (durante la quale si sarebbe dovuto discutere del controllo internazionale del fiume Danubio) non si sarebbe svolta - come deciso precedentemente - a Belgrado. Tale annuncio fu fatto senza avvertire le autorità Jugoslave, con l’evidente intento di commettere un affronto dalle valenze simboliche. I due diplomatici americano e britannico - Robert Reams e Sir Charles Peake - osservarono i tentativi Jugoslavi, dall’esito infruttuoso, di annullare la decisione di Mosca. Lo stesso ministro britannico assistette ad uno sfogo del viceministro degli Esteri Jugoslavo Bebler, il quale giudicava un "affronto" la decisione sovietica.

Fu comunque il consigliere americano Robert Reams (che reggeva l’ambasciata statunitense in assenza di Cavendish Cannon) colui che per primo afferrò la portata del dissidio e le sue possibili implicazioni future. In un lungo telegramma del 18 giugno 1948 il diplomatico scrisse allo State Department che, a suo avviso, la reazione di sdegno Jugoslava nei confronti dei Sovietici poteva essere considerata la prima, aperta sfida di un paese satellite verso Mosca. "L’ambasciata ha la sensazione - queste le parole di Reams -che la risposta Jugoslava sia la prima diretta e irrevocabile sfida compiuta da un satellite nei confronti dell’autorità del Cremlino. […] Per la prima volta nella storia l’Unione Sovietica ha a che fare con un regime comunista al potere all’esterno dei propri confini, e che vuole rischiare per la propria indipendenza […]"

DIPLOMATICI ALL’ERTA - L’analisi di Reams era però basata sul presupposto che i dissidi tra Tito e Stalin avessero una natura meramente strategico-politica (legata cioè alla rivalità nella regione balcanica). Il diplomatico escludeva qualsiasi implicazione ideologica nel confronto tra i due paesi comunisti. Il telegramma terminava infine con un auspicio e un consiglio: l’auspico era quello che Tito costituisse un esempio per gli altri paesi comunisti, il consiglio era rivolto al governo americano, e cioè " un immediato sfruttamento di qualsiasi occasione atta a intensificare i dissidi sovietico-Jugoslavi, così come nel caso della Conferenza Danubiana."

La reale portata della crisi dei rapporti sovietico-Jugoslavi apparve in tutta la sua importanza il 28 giugno 1948, quando il Cominform annunciò ufficialmente l’espulsione del Pc Jugoslavo "per aver perseguito una politica ostile all’Unione Sovietica e per aver violato i principi pratici e teorici del marxismo." Nonostante questo fatto, gli Jugoslavi per più di un anno assunsero a livello ufficiale un atteggiamento di aperta lealtà nei confronti dell’U.r.s.s. Fu questo, oltre all’usuale difficoltà di interpretare i reali rapporti all’interno del blocco comunista, che ostacolò un’immediata presa di coscienza di quanto stava accadendo da parte degli Occidentali.

PRUDENZA IN OCCIDENTE - Alla Conferenza Danubiana, ad esempio (che alla fine si tenne comunque a Belgrado) gli Jugoslavi votarono su ogni questione in assoluta sintonia con i Sovietici e contro gli interessi occidentali. In ogni caso, pur ostentando prudenza (contrariamente ai propri rappresentanti diplomatici a Belgrado propensi a lanciarsi subito in aiuto di Tito), i governi occidentali cominciarono ad interrogarsi su quale atteggiamento assumere relativamente alla storica disputa. Il 30 giugno - dietro richieste dei propri diplomatici su come comportarsi nel nuovo inaspettato frangente - il Policy Planning Staff americano (l’ufficio politico da poco creato a Washington) rispose stilando un documento molto importante dal titolo "L’atteggiamento di questo governo verso gli eventi in Jugoslavia", nel quale venivano emanate le direttive comportamentali che qualsiasi rappresentante americano avrebbe dovuto assumere nei confronti dei colleghi Jugoslavi. In questo lungo documento venivano espresse considerazioni rivelatesi in seguito lungimiranti.

1) Innanzitutto non andava dimenticato che la Jugoslavia restava un paese comunista: ostile all’Ovest e rappresentante di una dittatura totalitaria. "Sarebbe di conseguenza da parte nostra un superficiale errore - sosteneva il documento - ritenere che, poiché Tito è caduto in disgrazia con Stalin, egli possa ora essere considerato nostro amico".

2) Il Cremlino perdeva la propria monolitica immagine e "poteva essere sfidato, e con successo, da uno dei suoi satelliti.

SCHIAFFO AL CREMLINO 

In seguito a questo evento, l’aura di mistica onnipotenza e infallibilità che ha sempre aleggiato sul Cremlino è stata intaccata." (Da questa considerazione gli Americani auspicavano sforzi da parte di tutti gli Occidentali per allargare la frattura tra Tito e Stalin, esprimendo la speranza che "questo esempio venga notato da altri comunisti ovunque". Una speranza che sarebbe andata delusa a breve termine poiché - come scrive Pirjevic - " per più di dodici anni dalla fine della guerra, i Pc dell’Europa dell’Est e dell’Asia rimassero così sospettosi nei confronti dell’Ovest, che sentirono il bisogno dell’appoggio sovietico contro l’ostilità delle potenze ‘imperialiste’. L’interferenza da parte di mosca fu decisamente il male minore, se paragonato all’interferenza occidentale, il cui scopo […] era la sostituzione dei governi totalitari comunisti con governi democratici eletti liberamente.")

3) La rottura avrebbe "imbarazzato e umiliato" gli stessi contendenti, che avrebbero fatto di tutto per minimizzarla prima, e ripararla poi.

Di conseguenza, l’Occidente doveva riuscire in una attentissima politica di contrappesi. Un aperto sostegno a Tito - infatti - lo avrebbe isolato all’interno del mondo comunista come "amico dell’imperialismo borghese"; d’altro canto, snobbare Tito avrebbe significato ridicolizzare la sua impresa e parimenti isolarlo in campo internazionale (fatto che avrebbe portato alla sua inevitabile caduta, poiché avrebbe dimostrato che "chi andava contro Mosca è perduto").

MOLTI DILEMMI SU TITO - La rottura tra Tito e Stalin, evento inaspettato e insperato, pose le Potenze occidentali di fronte ad una serie di dilemmi: come volgere a proprio favore la frattura? Si trattava forse di una cospirazione comunista per confondere l’Ovest, o, più semplicemente, per ottenere gli aiuti Marshall in modo indiretto ? La caduta di Tito avrebbe giovato all’Occidente, o piuttosto lo avrebbe fatto un suo mantenimento al potere, in funzione anti-sovietica ? I Sovietici si sarebbero limitati alle rappresaglie diplomatiche o si profilava all’orizzonte un intervento militare dell’Armata Rossa ?

Il rovesciamento violento di Tito avrebbe avuto positive ripercussioni sull’opinione pubblica mondiale, soprattutto in un Occidente già colpito dal golpe cecoslovacco del febbraio 1948, e nei cui vertici politici-militari si stava già delineando l’idea dell’Alleanza Atlantica.

A lungo termine, però, la resistenza di un Tito ben saldo al potere avrebbe arrecato maggiori vantaggi, diventando la Jugoslavia una sorta di stato cuscinetto tra i due blocchi. "Perfino nel caso il maresciallo [Tito, ndr] avesse dovuto fare ammenda - scrive Pirjevic - e fosse stato costretto a tornare nel gregge, sarebbe stato auspicabile che restasse al potere: era meglio infatti avere a Belgrado un Tito umiliato, che delle marionette sovietiche sotto l’egida dell’Armata Rossa."

Tutta questa serie di dilemmi indussero l’Occidente ad adottare un atteggiamento ondivago nei confronti della Jugoslavia.

TRE "OPZIONI POLITICHE" 
Le opzioni politiche erano essenzialmente tre:

1) puntare ad un rovesciamento di Tito e del partito comunista Jugoslavo, nel momento in cui erano più vulnerabili, per sostituirli con un governo filo-occidentale;

2) mantenere una posizione di distacco, assistendo agli sviluppi della vicenda;

3) sostenere economicamente e psicologicamente Tito.

Naturalmente qualsiasi passo doveva essere consequenziale alla comprensione del principale dilemma: poteva esser un complotto? Questa tesi veniva sostenuta con più convinzione dai Britannici. Due erano le pessimistiche possibilità, secondo eminenti personalità diplomatiche di Londra: o Tito cercava un tornaconto personale ( ottenere i contributi del Piano Marshall per il proprio Piano Quinquennale) o agiva per conto di Mosca.

Gli Americani, invece, sposavano la teoria della genuinità della sfida Stalin-Tito, e riuscirono ad imporre questo punto di vista. Già il 7 luglio, con l’analisi ad opera di Reams inviata al Dipartimento di stato americano si ha l’ufficializzazione dell’effettiva constatazione che la crisi tra Mosca e Belgrado era reale. "La tesi del complotto viene respinta dall’ambasciata - scrive Reams - […] Una reale breccia esiste tra i leaders Jugoslavi e il Cominform e tra il PC Jugoslavo e quello dell’Unione Sovietica[…]." Da questo momento in poi, Washington e Londra punteranno ad una politica di attesa, detta del "watchful waiting" (guardinga attesa).

SI METTE IN MOTO LA CIA 

Ciò nonostante, fu compiuto un tentativo di esecuzione della prima opzione strategica nei confronti di Tito. Il fatto grave fu che questa via fu cercata dalla CIA all’insaputa e contro le direttive ormai chiare del governo americano. Il disegno politico che puntava al rovesciamento violento di Tito e l’inclusione della Jugoslavia nella sfera occidentale trascurava in maniera sorprendentemente superficiale la più che probabile reazione sovietica. Mosca infatti avrebbe avuto buon gioco nel sostenere la legittimità e necessità di un intervento al "paese amico". Nonostante le più alte sfere del governo americano avessero deciso di imboccare la strada dell’attesa nei confronti di Tito, il servizio segreto americano decise di tentare la carta "aggressiva".

La CIA iniziò ad infiltrare in Jugoslavia gruppi di esiliati di destra, che in passato avevano combattuto contro i partigiani di Tito. con l’intento di rovesciare il regime comunista. L’ambasciata francese venne a conoscenza della trama e comunicò tempestivamente le proprie perplessità all’ambasciata americana. L’ambasciatore Cannon, ovviamente all’insaputa di tutta l’operazione CIA rimase, come scrive Heuser nel suo "Western Containment Policies in the Cold War - The Jugoslav Case 1948-53", "inorridito".

"UN TENTATIVO STUPIDO" -  Cannon, temendo di essere stato tenuto in disparte dal proprio governo riguardo all’operazione, di concerto con il Foreign Office britannico (che giudicò il tentativo CIA, una volta informato dei fatti, "inconcepibilmente stupido"), sollecitò il Dipartimento di Stato americano a mutare rotta strategica. La richiesta di spiegazioni inviata a Washington dal Ministro degli Esteri britannico Bevin servì a smascherare l’intera operazione del servizio segreto americano.

Il Consiglio di Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti intervenne immediatamente e la trama CIA venne cancellata.

La politica che Washington e Londra perseguirono per un certo periodo (almeno fino ai chiari approcci Jugoslavi verso l’Ovest del mesi di agosto) fu quindi di prudente attesa, e osservazione di ciò che stava accadendo tra i due regimi comunisti.

Soprattutto i Britannici mostravano di credere fermamente in questa strategia. A metà del 1948 l’ambasciatore britannico a Belgrado Sir Charles Peake ribadiva questo punto di vista e si dimostrava scettico sulla possibilità di avvantaggiarsi della frattura tra Tito e Stalin. Il diplomatico raccomandava, di conseguenza, l’adozione di una politica che passò sotto il nome di "abile inattività" ( "masterly inactivity" ).

La posizione americana, invece, andava lentamente mutando a favore di un moderato sostegno a Tito. Nei continui approcci con gli Alleati europei, gli Americani non mancavano di esaltare la portata storica dello scontro tra Mosca e Belgrado, sostenendo l’opportunità di approfittarne.

USA, POLITICA DISTESA 

Soprattutto uomini come Reams, e Harriman (rappresentante speciale degli U.S.A. in Europa), si impegnarono affinché Washington cercasse di realizzare timidi approcci verso Tito. L’attività di Reams fu incessante nel convincere il Dipartimento di Stato: in diversi dispacci a cavallo dei mesi di agosto e settembre 1948, il diplomatico americano mise in risalto l’assoluta importanza di mantenere Tito "neutrale" nel confronto tra i blocchi, e invitò il proprio governo a dimostrarsi amichevole verso Tito. Qualche timido avvicinamento in realtà era già avvenuto: il 19 luglio, ad esempio, era stato firmato l’accordo fra Belgrado e Washington riguardante i beni americani nazionalizzati ed il risarcimento dei danni per gli aerei abbattuti nell’agosto del 1946. Come conseguenza di questi gesti distensivi Jugoslavi, gli Stati Uniti avevano proceduto allo scongelamento dell’oro Jugoslavo (47 milioni di dollari) depositato nelle banche americane prima dello scoppio della guerra. Infine, U.S.A. e Gran Bretagna avevano accettato di vendere 60.000 tonnellate di greggio, del quale la Jugoslavia aveva notevolmente bisogno.

Lo svolgimento della Conferenza Danubiana (31 luglio-18 agosto 1948) fu un’ occasione che gli Occidentali ritenevano propizia per osservare gli sviluppi dei rapporti tra Sovietici e Jugoslavi. I diplomatici occidentali accorsero a Belgrado convinti di assistere a nuovi sviluppi dello scontro tra Tito e Stalin, ma restarono delusi.

LA LITURGIA COMUNISTA 

Secondo la classica liturgia comunista, Jugoslavi e Sovietici evitarono in ogni modo di palesare i propri insanabili dissidi, professando in diverse occasioni la propria fede rivoluzionaria. Qualche sfumatura la si poteva comunque cogliere: lo Jugoslavo Bebler, ad esempio, per rivolgersi all’assemblea ricorse alla lingua francese e non, come di consueto, al russo, con evidente irritazione della delegazione sovietica. Il 20 agosto, due giorni dopo la chiusura della conferenza, la macchina propagandistica del Cominform ricominciò a funzionare a pieno ritmo. Si rese noto che alcuni alti ufficiali filo-cominformisti Jugoslavi avevano tentato la fuga ed erano stati incarcerati, e si accusava la leadership titoista di comportarsi "con metodi hitleriani" nei confronti dei dissidenti (il che era vero , ma detto dal Cremlino...).

Nel mese di agosto la situazione precipitò e le relazioni tra Mosca e Belgrado divennero - attraverso manifesti atti simbolici da entrambe le parti (citati nella prima parte: il Discorso di Tito alla Prima Divisone Proletaria, il violento attacco della Pravda del 27 agosto, ecc.) - irreparabilmente compromesse. Il Mondo, a questo punto, poteva sapere. Fu la Jugoslavia a muovere i primi passi, e nel senso di un avvicinamento all’Occidente. Il ministro degli esteri Jugoslavo Bebler, tra agosto e settembre, non mancò di lanciare messaggi ai colleghi occidentali e al loro mondo diplomatico.

STALIN SCATENA LE "PURGHE" 

Esisteva un caso Jugoslavo che contrapponeva la propria validità al monolitismo staliniano. In un approccio con l’ambasciatore britannico Peake, Bebler pose in risalto l’importanza del discorso di Tito alla Prima Divisione Proletaria e le sue implicazioni per la futura politica Jugoslava. Intanto, dietro le quinte del blocco comunista stava scatenandosi una serrata "caccia alle streghe". Reciproca. La repressione stalinista eliminò in media uno ogni quattro membri di ciascun PC dell’Est tra il 1948 e il 1953 (anno in cui Stalin morì).

Alti funzionari come il polacco Gomulka, l’albanese Xoxe, il bulgaro Dimitrov, l’ungherese Rajk, il cecoslovacco Slansky, nel migliore dei casi furono umiliati ed allontanati dal potere, nel peggiore eliminati fisicamente. Lo stesso avveniva in Jugoslavia nei confronti di chi cercava di rimanere fedele a Stalin e al Cominform: l’OZNA (Polizia segreta di Stato) si scatenava riempiendo le carceri ( e le fosse) di dissidenti.Questa repressione convinse ovviamente (ma erroneamente) gli Occidentali che una forma di "titoismo" si era sviluppata oltre-cortina, ma che era stata stroncata sul nascere. L’illusione che una certa forma di "titoismo" fosse esportabile negli altri paesi satelliti sarebbe morta presto. Già nello stesso mese di agosto il Russia Committee britannico (ufficio all’interno del ministero degli Esteri dedicato ai rapporti con la Russia) ammetteva - doppo uno studio sulle potenzialità del "titoismo" - che la gran parte dei PC non erano minimamente interessati alla sfida Jugoslava.

IL "COMUNISMO NAZIONALE" 

Tuttavia, le indagini del Russia Committee provarono che lo scisma tra Unione Sovietica e Jugoslavia poteva essere interpretato come il primo sintomo di una realtà che andava sviluppandosi, e che venne definita "comunismo nazionale", un comunismo cioè in antitesi con quello stalinista. "Questo implicò - scrive Heuser - la considerazione che non era il comunismo in sé il peggior nemico del ‘Mondo Libero’ (benché restasse un male), ma il Comunismo come mezzo dell’imperialismo russo".

Le considerazioni del Russia Committee britannico erano pienamente condivise dal consigliere americano Reams che si adoperò incessantemente nel convincere il Dipartimento di stato ad assumere una nuova politica verso Tito: quella di moderati ma chiari appoggi a Tito. Nei dispacci del 31 agosto, del 15 settembre e del 27 dello stesso mese, il diplomatico statunitense metteva in risalto l’assoluta importanza del ruolo di neutralità tra i blocchi che la Jugoslavia stava per assumere. Tito - questa la tesi di Reams - era ben saldo al potere, e Mosca non avrebbe potuto eliminarlo con facilità. Troppo rischioso per due motivi essenziali: innanzitutto, un intervento militare sovietico avrebbe compromesso definitivamente l’immagine del Cremlino agli occhi dell’opinione pubblica; in secondo luogo, il rischio di un’occupazione territoriale della Jugoslavia avrebbe avuto costi altissimo (l’occupazione tedesca durante la Seconda Guerra Mondiale stava a dimostrarlo).

I DUBBI SU TITO 

La conclusione dell’esperto americano era quella di dimostrare un aperto riconoscimento della serietà della sfida titoista, soprattutto dal punto di vista ideologico. Gli U.S.A. dovevano cioè riconoscere, almeno apparentemente, la "via Jugoslava al socialismo". Anche se le speranze a lungo termine andavano verso un mutamento del regime titoista. Gli effetti positivi a breve termine per l’Occidente - affermava Reams - sarebbero andati in direzione di una diminuzione della tensione in zone come la Venezia Giulia e la Grecia.

Rimanevano comunque diffidenze e incertezze, nei massimi vertici americani, riguardo alla reale natura della neutralità Jugoslava. In uno scontro tra i blocchi - questo ci si chiedeva a Washington - Tito sarebbe rimasto neutrale, o avrebbe alla fine subito il "richiamo della foresta" ( e cioè la sirena comunista sovietica) ?

Gli ultimi dubbi furono fugati tra ottobre e novembre. Il 5 ottobre il membro della delegazione Jugoslava all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite Bebler ebbe un colloquio con un importante rappresentante del Ministero degli esteri britannico, il Ministro di Stato Hector Mac Neil. In questa occasione Bebler si lamentò della condizione di isolamento in cui versava il proprio paese. Le condizioni economiche in Jugoslavia erano critiche e il Piano Quinquennale si avviava al fallimento. Per questi motivi, offerte di aiuto economico (da qualsiasi parte provenissero) sarebbero state accolte benevolmente a Belgrado.

SOS BELGRADO-LONDRA 

Il messaggio era già chiarissimo, ma Bebler lo rafforzò chiedendo apertamente aiuti a Londra. Il diplomatico Jugoslavo , però, asseriva che era necessario mantenere un certo distacco politico tra Tito e i governanti occidentali, affinché la sua posizione non venisse indebolita, soprattutto all’interno (i filo-moscoviti, seppur perseguitati, erano ancora molti in Jugoslavia). Negli stessi giorni un altro importante avvenimento nacque da un contatto apparentemente irrilevante. Tito incontrò un rappresentante cinematografico americano di nome Eric Johnston, giunto a Belgrado per vendere film americani in Jugoslavia. Anche se questo fatto poteva sembrare già di per sé significativo, il discorso che Tito fece si rivelò una bomba.

Tito - pienamente cosciente dei contatti tra Johnston e alcuni politici americani, soprattutto del Partito Repubblicano e sapendo dove sarebbero giunte le sue parole - affermò chiaramente un concetto: egli sarebbe morto da comunista, ma pretendeva di esercitare il proprio potere "in casa sua". Il dissenso con Mosca nasceva dalle pretese imperialiste del fratello maggiore sovietico. Per questo motivo la Jugoslavia aveva bisogno dell’aiuto occidentale, ma non doveva aspettarsi concessioni politiche per lui pericolose. A precise domande dell’americano Tito rispose addirittura che la Jugoslavia sarebbe rimasta molto probabilmente neutrale in uno scontro tra i blocchi causato dall’aggressività sovietica.

L’INIZIO DEI COMPROMESSI 

Questi due eventi, unitamente ai progressivi deterioramenti tra Mosca e Belgrado negli ultimissimi mesi del 1948 convinsero senza alcun timore l’Occidente a giocare la carta-Tito. Naturalmente il mantenimento di buoni rapporti con la Jugoslavia (che cominciarono definitivamente con il 1949 e proseguirono per tutta la durata del regime titino) implicava considerevoli compromessi. Gli Stati Uniti, la Gran Bretagna, la Francia - nazioni- madri della democrazia occidentale - avrebbero aiutato e sostenuto un Paese totalitario in cui le libertà fondamentali non erano minimamente rispettate. Per calcolo politico, gli Occidentali chiusero più di un occhio su quanto succedeva entro i confini Jugoslavi (e l’atteggiamento oggi tenuto verso la Cina, nonostante Tien An Men e il Tibet, fanno pensare che poco sia cambiato negli equilibri e nelle priorità della politica internazionale).

Paradossalmente, venne tenuto un atteggiamento molto più amichevole nei confronti della Jugoslavia comunista che nei confronti dell’Italia, la cui scelta era stata nel campo democratico. Una figura come quella di Tito, in quegli anni, incontrava all’interno delle maggiori opinioni pubbliche occidentali e tra gli intellettuali (non solo di sinistra) molto più favore dei meno "eroici" personaggi della classe politica italiana. A dispetto delle sue contraddizioni e delle indubbie "macchie" dittatoriali, Tito esercitò - fino alla sua morte - un indiscusso fascino su chi osservò, incredulo, la sua sfida storica all’onnipotente Compagno Stalin.

DOMANDA CONCLUSIVA 

In conclusione, lo scisma di Tito servì all’Occidente ? Dando per scontata l’estrema importanza storica dello scisma tra Tito e Stalin, resta d’altra parte da valutare fino a che punto questo evento sia stato determinante, all’interno del conflitto della guerra fredda, per la vittoria dell’Occidente che sarebbe sopraggiunta quarant’anni dopo. A posteriori - come abbiamo già scritto - si può ben considerare la sfida indipendentista di Tito nei confronti di Stalin e del Cremlino come la prima "crepa" nel monolite sovietico.

Da lì nacque la speranza che Mosca poteva essere sfidata e che si poteva sopravvivere alla proclamazione di tale sfida. Da lì nacque, almeno a livello ideale, la convinzione che potesse esistere un socialismo diverso da quello imposto e diretto da Mosca. Certamente, gli sforzi indipendentisti che si realizzarono anni dopo, prima a Budapest e poi a Praga, avevano caratteristiche democratiche che il tiranno Tito non si sognava di porre in essere nel proprio paese; ma il passo di Tito fu comunque fondamentale e servì da esempio. Assumendo un metro di giudizio a lungo termine, quindi, la sfida di Tito può ben essere considerata una delle moltissime e graduali tappe della guerra fredda che portarono alla vittoria del blocco occidentale. Se invece questa sfida la si pone sotto una luce contingente relativa ai primi anni della guerra fredda, allora il giudizio cambia.

SCISMA UTILE MA NON TANTO 

La rottura tra Tito e Stalin illuse, inevitabilmente, molti osservatori occidentali sull’effetto che essa avrebbe potuto avere sui partiti comunisti dei Paesi satelliti e dell’Ovest. La scomunica di Tito ad opera del Cominform stava ad indicare quale fosse il destino di chiunque, comunista, osasse assumere un atteggiamento anche solo minimamente indipendente dalle direttive di Mosca. Nonostante ciò, però, il fatto che Tito stesse resistendo doveva dimostrare agli occhi dei comunisti (soprattutto occidentali) che sfidare il Cremlino era possibile. Così almeno era l’ottimistica considerazione di Americani e Britannici. Le aspettative occidentali andarono però presto deluse. A parte qualche defezione irrilevante, le fila comuniste rimasero compatte attorno alla Grande Chiesa di Stalin. I due più importanti PC dell’Ovest - quello francese e quello italiano - si schierarono decisamente contro la Jugoslavia e a favore di Mosca. La gran parte degli intellettuali "organici" europei (e non solo quelli) condannarono Tito e la sua "eresia".

Mosca, quindi, poteva contare, nella sua campagna propagandistica contro Tito, di numerosi e alquanto zelanti vassalli. L’effetto della rottura tra Belgrado e Mosca portò, ad esempio in Francia, alla nascita di una limitata ultrasinistra opposta allo stalinismo del PCF. Addirittura - secondo la Heuser - "l’espulsione della Jugoslavia dal Cominform potrebbe persino aver ritardato lo sviluppo di tendenze più indipendenti nei PC occidentali, come ad esempio in Italia".

di FERRUCCIO GATTUSO

Ringraziamo per l'articolo
(concesso gratuitamente) 
il direttore di
 

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