IL NO DI STALIN A TITO

 (1) 1948 UN BIG BANG POLITICO

COMINCIA IL CROLLO DEL BLOCCO SOVIETICO

Dopo il distacco della Jugoslavia dalla dittatura
del "Piccolo Padre" gli Usa non stanno a guardare

di FERRUCCIO GATTUSO

Quando, il 28 giugno 1948, il Partito Comunista jugoslavo venne espulso dal Cominform, e di conseguenza dal monolite comunista apparentemente incrollabile, il mondo assistette attonito ad un evento assolutamente imprevedibile e dalle proporzioni in quel momento inimmaginabili. Quella che fino al giorno prima (nel senso letterale del termine) veniva definita dall’ambasciata francese a Belgrado "la figlia primogenita della chiesa comunista", raccoglieva il guanto di sfida lanciato da Mosca e cominciava un’autentica lotta per la sopravvivenza che avrebbe guadagnato a Tito e alla dirigenza jugoslava un posto di assoluta rilevanza non solo nella Storia tout court, ma anche in quella delle relazioni internazionali, del movimento comunista e, soprattutto, di quell’epoca che va sotto il nome di Guerra Fredda. 

Per le Potenze occidentali si concretizzava la possibilità di inserire nel colosso sovietico quello che si sperava potesse essere un virus. Per la prima volta, come veniva annotato dai diplomatici britannici del tempo in Jugoslavia, esisteva la possibilità di dare ad un’eresia all’interno del blocco avversario una solida base territoriale. Per i comunisti di tutto il mondo lo scisma ( e mai termine fu adoperato più appropriatamente ) tra Jugoslavia e Unione Sovietica assunse i toni, verbali e psicologici, di un vero e proprio dissidio religioso. Quella di Tito era, a tutti gli effetti, un "eresia" (non importa se meramente ideologica o anche di rivalità internazionale, come vedremo in seguito), e tale doveva essere rappresentata dall’efficientissimo sistema propagandistico del blocco orientale, organizzato nel Comitato di Informazione (Cominform) appena creato da Stalin. Fu così che, in pochissimo tempo, Tito e gli uomini del suo entourage politico si videro progressivamente accusare di atteggiamento ostile all’Urss, "deviazionismo" dai princìpi marxisti-leninisti (accusa temibile in quel tempo), per poi diventare "la cricca fascista agli ordini degli Occidentali."

Comunque si voglia interpretare l’impresa jugoslava, una cosa è indubbia: essa fu il primo passo, il primo reale tentativo all’interno del blocco dominato da Mosca, di reazione indipendentista verso la politica accentratrice dell’Unione Sovietica. Questa politica era il riflesso di diversi fattori. Da una parte essa era inserita nello stesso codice genetico della storia russa: la Grande Russia, erede dell’Impero d’Oriente, madre e simbolo del panslavismo, da sempre costituiva il punto di riferimento e il centro del potere assoluto in questa parte di mondo. Dall’altra, il fatto che Mosca fosse diventata l’indiscusso "faro" della Grande Promessa comunista, non faceva che rafforzare la sua posizione di egemonia spirituale, politica e militare.

L’IDOLATRIA PER STALIN Scrive Milovan Gilas (uno dei più influenti uomini di Tito) nel suo bellissimo "Conversazioni con Stalin" che "per gli Iugoslavi Mosca non solo era un centro politico e spirituale, ma la realizzazione di un ideale astratto - quello di una società senza classi - qualcosa che non solo rende facili e dolci sofferenze e sacrifici, ma addirittura giustifica la loro esistenza. Stalin non era solo, senza discussioni, il leader di genio; era anche l’incarnazione dell’ideale stesso di una società nuova. Questo culto idolatrico della personalità di Stalin - come del resto di tutto ciò che era sovietico - assumeva forme e proporzioni irrazionali. 

Ogni azione del governo sovietico (anche per esempio l’attacco alla Finlandia), ogni elemento negativo dell’Unione Sovietica (anche, per esempio, i processi e le purghe) erano difesi e giustificati; anzi, cosa ancor più strana, i comunisti riuscirono a convincersi che quelle azioni erano giuste e lodevolissime. [...] Fra noi c’erano uomini dotati di un raffinato senso estetico, uomini con una notevole cultura letteraria e filosofica; eppure ci inchinavamo entusiasti davanti non solo alle idee di Stalin, ma anche alla perfezione con cui erano formulate. [...] A volte la nostra adorazione sfiorava il ridicolo; per esempio credemmo sul serio che la guerra sarebbe finita nel 1942 semplicemente perché Stalin lo aveva detto, e quando questo non accadde dimenticammo la profezia, e il profeta non diminuì neppur di poco nella nostra stima."
Infine, oltre ai fattori sopracitati, non va dimenticato quello legato alla particolare personalità di Stalin. Uomo dal carattere sospettoso, bisognoso di continui riconoscimenti e adulazioni, lo Stalin degli ultimi anni di vita aveva accentuato il proprio atteggiamento paranoico che vedeva complotti e minacce continue alla propria leadership, peraltro indiscussa. Questa condizione psicologica era stata alla base del Terrore scatenatosi all’interno dell’Unione Sovietica alla fine degli anni trenta. Ora quello stesso terrore riprendeva a diffondersi con eguale virulenza a cavallo tra gli anni quaranta e cinquanta, l’epoca dei grandi "complotti" e delle campagne antisemite.

LA JUGOSLAVIA DI TITO: PICCOLA URSS L’accentramento che il dittatore georgiano pretendeva all’interno dei confini sovietici , di conseguenza, non poteva che riflettersi anche nelle relazioni fra Stati all’interno del blocco comunista. Durante la Seconda Guerra Mondiale i rapporti tra Urss e Pcj (Partito Comunista jugoslavo, N.d.R.) si erano mantenuti su una linea di distacco ed in un certo senso di freddezza: i partigiani iugoslavi si lamentavano dell’insufficiente sostegno concesso loro da Stalin. Effettivamente essi non avevano tutti i torti: il Piccolo Padre - come il dittatore veniva definito dai comunisti di tutto il mondo - stava seguendo una politica molto cauta nei confronti degli Occidentali, cercando di non irritare quelli che, fino al completo esaurimento del conflitto, erano ancora i suoi alleati. Non aveva, Stalin, forse sciolto il Comintern per compiacere Churchill e gli americani, che vedevano in esso il pericolo dell’"internazionalismo proletario"? Di conseguenza, sarebbe stato un azzardo sostenere apertamente gli uomini di Tito, - ancora ufficialmente una delle fazioni partigiane che combattevano la lotta di liberazione contro l’invasore nazifascista - i quali non facevano mistero delle proprie intenzioni rivoluzionarie, addirittura sfoggiando la stella rossa sulle proprie divise.

Con la fine del conflitto e la nascita di una "nuova Jugoslavia" retta con pugno di ferro dalla carismatica figura di Josif Broz, detto Tito, apparve evidente quale tipo di legame legasse i due Paesi. La Jugoslavia si avviava a diventare lo stato più affine al modello sovietico, con un regime dittatoriale sostenuto da una potente polizia segreta (la famigerata Ozna) e un’imponente amministrazione statalista, decisa a puntare ad un’economia pianificata. La forza di questo legame spirituale con la Grande Madre del comunismo e di tutti gli slavi era sentito però unicamente dagli iugoslavi. I propositi dei Sovietici erano infatti ben diversi: quello che Mosca (o Stalin, il che è lo stesso) voleva era, in tutta la sua evidenza, solamente un rapporto "padrone-suddito". Nei piani imperialistici sovietici la Jugoslavia - così come ogni altro Paese dell’Est - doveva fungere da utile (e addomesticata ) pedina nella grande strategia politica della Guerra Fredda.

UNA SITUAZIONE PARADOSSALE La Jugoslavia però, e il Cremlino se ne sarebbe ben presto accorto, non era uguale agli altri Paesi suoi satelliti. I Russi - scrive J. Pirjevic nel suo "Il Gran Rifiuto - Guerra Fredda e calda tra Tito, Stalin e l’Occidente" - "erano incapaci di comprendere la differenza tra un paese che si era liberato con le proprie forze dall’occupazione straniera, ed aveva espresso una classe politica forgiatasi nella resistenza, e gli altri dell’Europa centro-orientale, liberati ed occupati dall’Armata Rossa. [...] Si creò così in Jugoslavia una situazione a dir poco paradossale: per assomigliare il più possibile all’Unione Sovietica, gli Iugoslavi dovevano disobbedire proprio ai Sovietici, convinti che il paese non fosse adatto ad esperimenti di tipo bolscevico." Nei rapporti tra diplomatici e militari, poi, l’atteggiamento assunto dai Sovietici nei confronti degli Iugoslavi era di malcelata superiorità. I Sovietici cercavano di egemonizzare in tutto e per tutto la realtà jugoslava e minavano alla base lo stesso regime "fratello" guidato da Tito, infiltrando propri uomini. Lo scopo fin troppo evidente era quello di creare una sorta di doppia struttura per mantenere in totale subordinazione le scelte politiche del Paese balcanico. 

Francamente, se subito dopo la fine del conflitto mondiale questo atteggiamento poteva sembrare perlomeno "aggressivo", nella logica della Guerra Fredda che si sarebbe venuta a creare di lì a poco, tutto ciò era comprensibile (anche se non condivisibile): per reggere lo scontro con l’Occidente, Stalin doveva avere sotto controllo il proprio blocco. Iniziative politiche internazionali individuali dei Paesi satelliti avrebbero costituito un elemento di debolezza in un sistema basato essenzialmente sull’assenza di democrazia. Il deterioramento dei rapporti tra Unione Sovietica e Jugoslavia visse la sua parte cruciale nel periodo che andò dalla fine del 1947 alla prima metà del 1948, e rimase perfettamente celato al mondo fino al fatidico 28 giugno, quando il Partito comunista jugoslavo venne espulso dal gotha dei Pc centro-orientali, il Cominform.

L’ORA X DELL’ERESIA JUGOSLAVA Anche dopo questa data, tra l’altro, i governi occidentali non vollero comprendere la reale portata dell’avvenimento. Solo alla fine di quell’anno Americani e Inglesi, dopo evidenti approcci diplomatici di Belgrado, si convinsero che la carta Tito poteva essere vincente nel confronto con l’Unione Sovietica. La nuova parola d’ordine - a Washington e Londra - diveniva così "to keep Tito afloat": tenere Tito a galla. (Quest’ultimo argomento però, e cioè l’atteggiamento degli Occidentali nei confronti della crisi sovietico-jugoslava, costituirà materia della seconda parte). Dal punto di vista ideologico, le incomprensioni fra il Cremlino e la Jugoslavia si basarono su di una serie di accuse che Stalin e i suoi uomini mossero contro coloro che inizialmente vennero definiti dei "compagni in errore", per poi diventare "agenti al servizio degli Occidentali". 

Gli attacchi dei Sovietici si mossero su diversi binari che riconducevano alla generale accusa di "deviazionismo". La natura di questi attacchi, provenienti dalle più alte cariche del Pcus, non era del tutto lucida e sconfinava spesso in toni isterici, tanto da rendere chiaro chi fosse il reale regista dietro essi: Stalin. Molto spesso, poi, le critiche cadevano in netta contraddizione fra loro: la dirigenza jugoslava veniva così accusata di attuare un deviazionismo contemporaneamente di "destra" (buharinismo) e di "sinistra" (trotzkismo). La difficoltà dei Sovietici risiedeva proprio nel dover cercare pretesti ideologici per attaccare e isolare Tito e i suoi uomini all’interno del mondo comunista, senza rendere palese il proprio tentativo di egemonizzazione all’interno del blocco centro-orientale. Ma ecco, punto per punto, le accuse lanciate dietro ordine di Stalin. La prima: una delle dispute tra Mosca e Belgrado (forse quella più autenticamente ideologica) consisteva nell’interpretazione del Piano Quinquennale che la Jugoslavia - in perfetta ortodossia comunista - stava iniziando ad attuare nella propria economia. Il Cremlino riteneva che questo piano fosse eccessivamente ambizioso ed irrealistico. Oltre a ciò, la dirigenza jugoslava si dimostrava scettica verso l’attuazione forzata della collettivizzazione.

LE PESANTI ACCUSE DI MOSCA Ricordiamo che la collettivizzazione delle terre e delle campagne era considerata dai sovietici un elemento essenziale per ogni trasformazione economica. Fu il grande piano collettivistico voluto da Stalin per l’Urss negli anni trenta a causare inenarrabili sofferenze verso il popolo sovietico, causando decine di milioni di morti e l’eliminazione (fisica) di un intero ceto, quello dei contadini proprietari, i cosiddetti kulaki. Lo scetticismo jugoslavo nei confronti di una collettivizzazione forzata nasceva dal particolare rapporto instauratosi fra i leaders iugoslavi e la classe contadina, il cui contributo, durante la guerra, era stato fondamentale ai fini della vittoria. Il Pci considerava i contadini "il più forte pilastro del nostro ordine statale". Tutto ciò era in netta contraddizione con i principi marxisti-leninisti che vedevano invece nella classe operaia l’elemento trainante e veramente rivoluzionario della grande marcia verso la società senza classi. Gli Iugoslavi, cercando di non colpire i contadini, si dimostravano pienamente consapevoli di deviare dalla strada maestra segnata dai "grandi padri" di Mosca. D’altro canto sapevano bene quali sofferenze avesse comportato la collettivizzazione forzata in Unione Sovietica, e si limitarono quindi ad una riforma agraria moderata, il cui scopo era l’eliminazione del latifondo e la ridistribuzione ai piccoli contadini delle terre confiscate. 

La decisione jugoslava di deviare dal dogma sovietico non fu comunque indolore. Alcuni comunisti della cerchia di Tito (ad esempio Hebrang) si mostravano più propensi alla linea ortodossa e questo creò un obiettivo indebolimento del PCI, che al contrario necessitava - nello scontro con il colosso di Mosca - della massima compattezza. Scopo del Cremlino, d’altra parte, era proprio questo: creare apprensioni ideologiche e divisioni all’interno del Pcj, in attesa di poter, prima o poi, rovesciare Tito e i suoi più fedeli collaboratori. Sostituendoli, ovviamente, con uomini più malleabili, e disposti a seguire ossequiosamente le direttive di Mosca.
La seconda critica che veniva mossa a Tito e ai suoi uomini era - per quanto possa sembrare paradossale, venendo da Stalin - la mancanza di democrazia all’interno del Pcj. La maggioranza dei membri del CC (Comitato Centrale), sosteneva questa tesi - erano stati cooptati, e non eletti dai membri del partito.

PC JUGOSLAVO. UN CLUB DI AMICONI Naturalmente c’era del vero in questa critica. Il CC del partito comunista jugoslavo - come scrive B. Heuser nel suo "Western Containment Policies in the Cold War - The Yugoslav Case 1948.53" - "era in realtà un "club" di vecchi amici […] con l’eccezione di Zujovic ed Hebrang. Questi due uomini si erano schierati con Stalin in occasione della disputa sul Piano Quinquennale, e come conseguenza furono espulsi dal CC, per poi essere in seguito imprigionati."
Il terzo argomento di scontro affondava le proprie radici sin dagli ultimi mesi del conflitto mondiale, e consisteva nei rapporti militari tra Mosca e Belgrado. Considerato il particolare rapporto che si instaurò in ogni paese dell’Est tra partigiani comunisti e Armata Rossa, e considerato parimenti l’alto valore simbolico che l’Armata Rossa aveva presso tutti i comunisti nel mondo, anche questa disputa può essere a buon diritto inserita tra le questioni ideologiche che si frapposero tra Tito e Stalin. La richiesta jugoslava affinché l’Unione Sovietica ritirasse il 60% dei suoi consiglieri militari e civili non fu certamente gradita da Stalin. Quasi tutti i consiglieri - e ciò lo si sapeva bene da entrambe le parti - erano ovviamente spie e "osservatori". Negli altri Paesi satelliti le dirigenze comuniste conoscevano bene questa realtà, ma la accettavano con fatalismo. Con la sua richiesta Tito ribadiva i propri intenti di indipendenza e orgogliosamente riaffermava la particolarità del caso jugoslavo.

Le incomprensioni in campo militare risalivano - come detto - ai mesi della "liberazione" da parte dell’Armata Rossa. I soldati sovietici si erano abbandonati ad eccessi nei confronti della popolazione (saccheggi, stupri, conflitti di potere con i partigiani titoisti, eccetera...). In aggiunta, i militari di Mosca assumevano un atteggiamento di superiorità e pretendevano un controllo assoluto sul comando jugoslavo. "Il comportamento dei soldati dell’Armata Rossa - scrive Pirjevic nella sua opera succitata - nel breve periodo che rimasero in Jugoslavia, fu un infausto preannuncio dell’atteggiamento che i loro compatrioti civili e militari avrebbero ostentato negli anni in cui la Jugoslavia cercò di conformarsi il più possibile al modello sovietico. […]"

ARROGANTI "CONSIGLIERI" SOVIETICI" Liberati dalla paura e dall’arbitrio cui da decenni sottostavano in patria, gli esperti sovietici, che si insediarono in tutte le istituzioni statali, industriali e militari, si comportarono con poco criterio e molta arroganza […], come se ognuno di loro avesse il diritto e il dovere di atteggiarsi a piccolo Stalin." Nel suo "Conversazioni con Stalin", Milovan Gilas ricorda come lui fosse il primo all’interno della dirigenza jugoslava ad attaccare, seppur pudicamente, il comportamento dell’Armata Rossa. e per questo rimanendo dapprincipio isolato addirittura tra i suoi compagni di partito. "Per i comunisti - scrive Gilas - il problema non solo era politico, ma anche morale: era questa dunque l’Armata Rossa, tanto idealizzata e tanto attesa ?[…]. Fu a causa di quelle parole che al principio del 1945 agenti sovietici in Jugoslavia cominciarono a mettere in giro voci di un mio supposto ‘trotzkismo’."

La quarta accusa rivolta dal Cremlino ai compagni iugoslavi fu la mancanza di autocritica. Questa accusa aveva, in quel tempo, una rilevante importanza ideologica, ed era il pretesto e l’arma con la quale Stalin aveva eliminato moltissimi oppositori all’interno del proprio partito. Il Pcus era il partito primus inter pares - questa la tesi di Mosca - e il Pcj doveva accettare le critiche, naturalmente costruttive, che riceveva dal proprio "fratello maggiore." L’analisi di questa mancanza di autocritica costituì l’argomento principale della famosa riunione del Cominform del giugno 1948. Il rifiuto jugoslavo a parteciparvi, dal momento che si sarebbe trattato di un autentico processo contro la dirigenza di Tito, portò all’espulsione del Pcj dal Cominform. Nello stesso mese il numero 15 del giornale del Cominform, a firma del suo direttore Judin (megafono di Stalin), pubblicò un articolo dal titolo "L’autocritica, arma possente dei partiti comunisti e operai". In esso si lodava il comportamento dei comunisti italiani e francesi, disposti ad accettare le sane critiche moscovite.

CRITICHE, AUTOCRITICHE, AUTOELOGI Altri comunisti, invece, - continuava l’articolo - erano "ubriachi di panegirici e di autoincensamento, non riuscivano a vedere i propri errori e peccavano di atteggiamento anti-marxista." Anche se non venivano fatti nomi, l’attacco era preciso. L’edizione serbo-croata del giornale venne naturalmente ritirata e di lì a poco la sede del giornale - che era a Belgrado - venne trasferita in Romania.
La quinta e ultima accusa che veniva a mossa a Tito e al Pcj era forse la più grave: il tradimento dei principi marxisti-leninisti. Da questa considerazione si ebbe poi l’escalation che portò alla guerra aperta fra i due Paesi e alle accuse verso Tito di essere al servizio dell’Occidente. Il comunicato di espulsione del Cominform così recitava: "Il Cominform constata che recentemente la dirigenza del Pcj ha ricercato una linea di comportamento scorretta sulle principali questioni di politica interna ed estera, una linea che costituisce una dipartita dal marxismo-leninismo."

Da questa accusa dipendeva quella - ancor più grave ed infamante - di "trotzkismo". Tito e i sui accoliti, sosteneva Mosca, cercavano di indebolire il fronte comunista perché guidato dall’Unione Sovietica. E per farlo ricorrevano subdolamente a slogan di sinistra sulla rivoluzione mondiale. Si trattava di un ritorno in piena regola all’antica questione tra Stalin e Trotzki sulla rivoluzione in un solo paese (sostenuta dal primo) o rivoluzione mondiale (sostenuta ovviamente dal secondo.) Stalin aveva oscillato tra queste due strategie per qualche tempo, ma nella nuova ottica della Guerra Fredda aveva optato per quella più prudente. Mosca - questa la tesi - non doveva stimolare, almeno per il momento, rivoluzioni per il mondo. La colpa degli iugoslavi, paradossalmente, era quella di seguire una condotta più comunista e radicale della stessa Urss, la quale di volta in volta adattava le strategie rivoluzionarie ai propri interessi di grande potenza. A seconda del momento storico, Stalin rinsaldava o allentava i legami con i vari partiti comunisti. Subito dopo la Seconda guerra Mondiale e fino ai primi mesi del 1947, Stalin incoraggiò le "vie separate al socialismo". Questo era il periodo in cui i regimi comunisti si insediavano all’Est, i comunisti francesi andavano al governo e quelli italiani, uniti ai socialisti di Nenni, erano vicini ad ottenere la maggioranza assoluta alle elezioni generali.

I PRIMI TIMORI DI STALIN L’instabilità in Europa era molto vantaggiosa per Stalin, e questa politica aggressiva e di creazione di stati-satelliti cuscinetto doveva fungere da rinsaldamento dei confini per l’Urss Questa politica, però, fu alla base della reazione dell’Occidente che - tra il 1946 e il 1947 - giunse alla formulazione della politica del Contenimento, maturata tra Washington e Londra. Il famoso discorso di Winston Churchill sulla "cortina di ferro" all’Università di Fulton, Missouri nel ‘46 e l’enunciazione della Dottrina Truman nel marzo del ‘47 avevano impressionato Stalin, che ora si mostrava più cauto. In questo quadro, l’aggressività rivoluzionaria jugoslava (che tesseva rapporti con i PC cinese e indiano e sosteneva i ribelli comunisti in Grecia) costituiva un elemento incontrollabile per l’Urss. L’accusa di "tradimento marxista" lanciata da Mosca non cadde nel vuoto. Scrive Pirjevic che "pur essendo coscienti d’aver scelto l’unica via per conservare la propria dignità di rivoluzionari e di uomini, [gli uomini di Tito: ndr] cercavano di nascondere anche a se stessi l’orrore del sacrilegio che stavano per compiere. Si ribellavano a Stalin, ma contemporanemante, con ogni fibra del proprio essere, volevano rimanere stalinisti." 

Due erano essenzialmente gli argomenti che portarono allo scontro di natura politica internazionale, più che ideologica. La questione del sostegno alla Rivoluzione Greca e quello della Federazione Balcanica. Come già spiegato in precedenza, Stalin temeva la creazione di epicentri rivoluzionari difficili da controllare, soprattutto nella nuova realtà della Guerra Fredda. Da molte considerazioni e testimonianze (soprattutto provenienti dalla fonte autorevole di Gilas) si può affermare che Stalin non volesse assolutamente il successo dei ribelli comunisti in Grecia. Il sostegno che Tito dava ad essi portò la Jugoslavia in una condizione di isolamento internazionale, dalla quale l’Urss - in posizione autorevole all’Onu - non fece nulla per farla uscire. In uno degli ultimi contatti diretti con la dirigenza jugoslava prima della rottura definitiva, tra il gennaio e il febbraio 1948, Stalin ammonì gli Iugoslavi ad abbandonare la politica in Grecia.

LA FEDERAZIONE BALCANICA "La rivoluzione greca deve cessare - sentenziò Stalin - . Non hanno nessuno prospettiva di successo. Credete forse che la Gran Bretagna e gli Stati Uniti vi permetteranno di spezzare la loro linea di comunicazione nel Mediterraneo ? Figuriamoci. E non abbiamo una flotta. La rivoluzione greca deve essere troncata, e il più presto possibile." L’ennesimo scontro tra Mosca e Belgrado lo si ebbe a causa dei tentativi iugoslavi di creare una federazione balcanica, ovviamente da loro egemonizzata (tentativi che cominciarono già dal 1946, ma si accelerarono nel 1947 e nel 1848). Tito, infatti, attraverso una politica di contatti bilaterali con i Paesi confinanti, mirava ad edificare una federazione di natura essenzialmente economica, ma che aveva in sé le potenzialità di risolvere un altro annoso problema: quello delle minoranze etniche. Nei territori di confine tra uno stato e l’altro, infatti, vivevano milioni di persone appartenenti a minoranze etniche. La minoranza schipetara nelle regioni del Kossovo e di Metohja - ad esempio - era molto numerosa e potente e un patto con l’Albania avrebbe portato i suoi vantaggi. "Lo stesso Enver Hoxha - scrive Pirjevic - nel 1946 chiedeva a Tito, con le lacrime agli occhi, che fosse creata quanto prima una federazione tra i due Paesi, da lui considerata l’unica speranza di salvezza per la sua patria." Una politica estera così spudoratamente indipendente non poteva che allarmare oltre misura Stalin. I Sovietici cercarono quindi di mettere i bastoni tra le ruote agli Iugoslavi, dapprima cercando di isolarli all’interno dell’area balcanica, poi attuando una politica apparentemente contraddittoria ma dall’intento destabilizzatore, sostenendo in Albania le forze anti-jugoslave e in Bulgaria quelle interessate all’unione con la Jugoslavia. Il proposito, che Tito colse immediatamente, era palese: usare la Bulgaria come un "cavallo di Troia" per fagocitare la Jugoslavia. Dal momento che la politica balcanica di Tito continuò sfrontatamente per tutto il 1947 , Stalin convocò al Cremlino per ben due volte gli Iugoslavi: il l’8 gennaio e il 10 febbraio del 1948. Nella seconda data venne convocata anche la dirigenza bulgara.

LA RABBIA DI STALIN SU DIMITROV Fu in questa occasione che Stalin, furente, umiliò il segretario bulgaro Dimitrov e intimò, senza mezzi termini, che l’Urss andava consultata per quanto riguardava la questione balcanica. "Il vostro guaio non sta negli errori - urlò Stalin - ma nel fatto che la vostra posizione è diversa dalla nostra !" "Lanciai a Dimitrov un’occhiata di sbieco - scrive Gilas nelle sue "Conversazioni" - , il leone del processo di Lipsia che dalla sua trappola aveva osato sfidare Göring e il fascismo allora al massimo della potenza, adesso si comportava come un cane battuto." Quello del 10 febbraio fu l’ultimo incontro di vertice tra Sovietici e Iugoslavi. La guerra era ormai apertamente dichiarata e - di lì a poco - si sarebbe scatenata una spaventosa "caccia alle streghe" dall’una e dall’altra parte (titoisti e stalinisti). La Jugoslavia, ora, era sempre più sola.

L’escalation dello scontro Stalin/Tito nei mesi immediatamente successivi alla scomunica del Cominform. L’ufficializzazione dello scontro aperto tra Tito e Stalin portò automaticamente all’isolamento della Jugoslavia. Rumeni ed Albanesi furono i primi ad attaccare il Pcj, seguiti a ruota dai cecoslovacchi. Solo in Polonia il leader Gomulka ave a cercato di avvicinarsi prudentemente a Belgrado, e ciò portò alla sua progressiva disgrazia politica. Apparve chiaro che, chiunque non solo avesse cercato di giustificare Tito, ma non lo avesse attaccato con la giusta veemenza, sarebbe stato estromesso dal potere se non eliminato fisicamente. "A un mese esatto dalla pubblicazione della condanna del Cominform - scrive Pirjevic - Tito e i suoi erano scesi, nell’opinione di Mosca, al gradino più basso. Essi non erano più considerati dei compagni ancora recuperabili attraverso il processo catartico dell’autocritica, ma dei sanguinari lacchè dell’imperialismo. L’abitudine di veder subito un Giuda nell’oppositore politico, introdotta nella mentalità comunista da Lenin, fu insomma rispettata, e rivolta assai presto contro Tito. La stampa cominformista […] seguì naturalmente il pifferaio moscovita, aggiungendo alle accuse contumelie e insinuazioni di ogni genere.

I TITOISTI FANNO QUADRATO " Gli jugoslavi non titubarono nell’organizzare una difesa: all’interno del Paese venne repressa brutalmente qualsiasi voce di dissenso, la polizia segreta Ozna controllava ogni aspetto della vita sociale, alla ricerca dei "traditori". In diverse occasioni Tito tenne ad affermare la solidità del Pcj. Prima in occasione del V Congresso del Pcj (fine luglio 1948), la dirigenza titoista volle rinsaldare le fila. Esso fu organizzato in modo tale che qualsiasi voce di dissenso fosse cancellata, e la trionfale rielezione di Tito a segretario generale fu la dimostrazione al mondo comunista che gli Iugoslavi erano compatti; poi, pochi giorni dopo, il 10 agosto, Tito pronunciò il famoso discorso alla Prima Divisione Proletaria. Esso aveva lo scopo di rinsaldare le fila dell’esercito jugoslavo, scosso in quel momento da avvenimenti traumatici. la scomunica del Cominform aveva generato defezioni tra i militari, preoccupati anche della sproporzione dello scontro con il colosso moscovita. Nel discorso il Maresciallo Tito introdusse un elemento straordinariamente innovativo: l’enunciazione formale della "via jugoslava al socialismo". 

La Jugoslavia - questa le parole di Tito - non perseguiva interessi nazionalistici ma lottava per la vittoria del socialismo nel mondo. Tito menzionò una volta sola Stalin, e fu per criticarlo. Non era solo lui, annunciava sfrontatamente Tito, l’unico interprete del marxismo-leninismo(!). "Questo discorso - scrive Pirjevic - conteneva una parte fortemente innovativa: finora gli Iugoslavi avevano cercato di spiegare il dissidio con Stalin come la conseguenza di informazioni scorrette di cui questi era stato vittima; la disputa non era dunque nata da un’eresia, ma da un errore […] Adesso invece Tito aveva l’ardire di rivendicare il significato e il valore dell’esperienza jugoslava." Il 24 agosto la "Scanteia" di Bucarest pubblicò un articolo in cui la "cricca di Tito" veniva definita una "banda di assassini"; lo stesso giorno il Ministro degli Esteri Jugoslavo Bebler criticava apertamente Stalin di fronte all’ambasciatore britannico a Belgrado. Nel mesi di settembre a Praga veniva fondata la "Nuova Borba" (titolo in aperta polemica con la "Borba", la "Pravda" di Belgrado), il cui compito era lo "smascheramento del tradimento compiuto da Tito ai danni del popolo Jugoslavo."

UN GIORNALE AVVELENA LA JUGOSLAVIA La Nuova Borba, benché proibita dalle autorità iugoslave, ebbe una certa diffusione tra i cominformisti iugoslavi e fu uno dei tanti tentativi di ingerenza diretta da Mosca contro Tito. Il 6 novembre, nel discorso di commemorazione della Rivoluzione di Ottobre, Molotov (braccio destro di Stalin) accusò violentemente la leadership jugoslava. L’alto funzionario sovietico si dimostrava però fiducioso negli "elementi sani" all’interno del PCJ: essi avrebbero potuto riportare la Jugoslavia in seno alla famiglia comunista. Il 27 dicembre, di fronte all’Assemblea Federale che si accingeva a discutere il bilancio federale per il 1949, Tito affermò in un discorso di due ore che la Jugoslavia - isolata dalle democrazie popolari asservite a Mosca e posta in condizione subordinata (da qualche settimana era cominciato anche il boicottaggio economico, N.d.R.) affinché fosse sfruttata come serbatoio agricolo del blocco comunista - si vedeva costretta ad allacciare rapporti con qualsiasi Paese che volesse aiutarne lo sviluppo. Era la minaccia di avvicinarsi all’Occidente. Il 31 dicembre Mosca annunciava tramite la "Pravda" l’intenzione di annullare ogni rapporto commerciale con Belgrado. La risposta di Tito non si fece attendere. Nella notte di San Silvestro, in un discorso alla radio, il Maresciallo ricordò tutti i grandi sacrifici del popolo jugoslavo. Tito mise in risalto l’unità del Paese contro i nemici esterni e concluse sfoggiando ottimismo per il futuro.

(Nel luglio del 1950 viene varata la legge sui consigli operai; viene introdotto nelle imprese jugoslave una prima forma di autogestione operaia. L'introduzione dell'autogestione nelle imprese jugoslave è stata la prima conseguenza della rottura tra Tito e Stalin e del rifiuto da parte jugoslava del modello sovietico di socialismo. Ndr).

Erano passati solo pochi mesi da quando la Jugoslavia comunista era considerata, non solo dagli Occidentali, il Paese più fedele a Mosca, e da essa prediletto. Il piccolo stato balcanico aveva sfidato il colosso sovietico ed era sopravvissuto alla dichiarazione di sfida. Stalin, nella sua onnipotenza, non era riuscito a scalzare dal potere Tito e i suoi uomini. "L’anno in cui Orwell aveva dato, col suo ‘1984’ il ritratto più vero e inquietante del ‘Grande Fratello’ . scrive Pirjevic - si concludeva così con la sua sconfitta."

IL BIG BANG DELL’UNIVERSO COMUNISTA L’importanza dello scontro fra Tito e Stalin fu di proporzioni enormi: esso costituì la prima manifestazione di dissidenza nei confronti di Mosca. In un certo senso, la lotta per l’indipendenza da Mosca ingaggiata dalla Jugoslavia può essere vista come il primo sintomo dell’inevitabile crollo del monolitismo sovietico cui abbiamo assistito negli ultimi anni. Non sembra incredibile affermare quindi che la sfida di Tito può essere considerata come la madre di ogni successivo sforzo indipendentista condotto all’interno del blocco sovietico, da quello ungherese del 1956, a quello cecoslovacco del 1968, addirittura a quello polacco del 1980.
Quella di Tito fu una reazione al centralismo della politica stalinista. Il caso jugoslavo ha dimostrato fino a che punto arrivassero le pretese di controllo da parte di Mosca: dalla pubblicazione della corrispondenza tra Stalin e Tito e tra il PCUS e il PCJ si evince il fatto sconcertante che il Cremlino pretendesse di poter insediare liberamente spie e uomini filo-sovietici nel governo jugoslavo. Paradossalmente, quindi, si può affermare che la ribellione del comunista radicale Tito fu uno dei primi sintomi del crollo del comunismo.
L’assolutismo e l’irreformabilità del comunismo sovietico ha fatto si che qualsiasi deviazione dalla strada decisa da Mosca costituisse un pericolo. Qualsiasi tentativo di riforma è miseramente fallito (dai tentativi di Dubcek in Cecoslovacchia fino a quelli relativamente recenti di Gorbaciov in Urss). Proprio per la sua essenza assolutista il sistema dominato da Mosca, pena la sua stessa esistenza, non poteva accettare la dialettica democratica. Poiché non ne possedeva gli anticorpi.

di FERRUCCIO GATTUSO

Ringraziamo per l'articolo
(concesso gratuitamente) 
il direttore di
 

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