Pianeta Russia - Il libro raccontato

Lavrentij Beria


il grande satana dello stalinismo

 

di MARCO LAMBERTINI

Stalin si compiaceva di chiamarlo "il nostro Himmler". Senza dubbio, Lavrentij Pavlovic Beria fu, più di tanti altri personaggi che gravitarono intorno alla figura del dittatore georgiano, "l’uomo che servì a Stalin." Se il sistema stalinista assunse le forme tragiche e criminali che lo contraddistinguono come il modello insuperato del totalitarismo (insieme al regime hitleriano), lo si deve anche al ruolo sempre più influente che l’ambizioso e cinico funzionario comunista dall’ aspetto di un’intellettuale e la ferocia di una belva svolse negli anni delle grandi purghe. Per molto tempo, fino alla famosa denuncia dei crimini di Stalin ad opera di Nikita Krusciov, la grande regia repressiva ordita da Stalin fu imputata a figure come Beria ed Ezov ( da cui è tratto il termine ezovscina con cui i Russi indicavano il periodo più drammatico delle purghe). Il "Piccolo Padre", sempre presentato dalla macchina propagandistica come il grande protettore dell’Unione Sovietica, spesso raffigurato sorridente e paterno, doveva certamente essere - agli occhi dei più fedeli membri del partito e del semplice popolo sovietico - all’insaputa di quello che stava accadendo. Come racconta lo storico Paolo Spriano, le stesse vittime di Stalin morivano nelle proprie celle invocandone il nome e scrivendo sui loro muri "W Stalin" con il proprio sangue.

Per una serie di circostanze, e forse anche per la freddezza che lo contraddistingueva, Beria divenne nell’immaginazione popolare e nella letteratura storica e romanzesca dell’Unione Sovietica come il Grande Satana dello stalinismo. Una figura obbiettivamente spietata divenne così, erroneamente, il solo capro espiatorio di un sistema totalitario allucinante, una sorta di personaggio da fiaba dell’orrore, mono-dimensionale e senza sfumature, la cui essenza era il male puro. Quella di Lavrentij Beria fu, in realtà, una personalità complessa, ed il suo stesso ruolo all’interno dello scenario stalinista e post-stalinista fu molto più articolato di quanto si possa immaginare.

PERSONALITA’ COMPLESSA - Le recenti rivelazioni provenienti dagli archivi del Cremlino, ormai liberi dal segreto di Stato, hanno fatto sì che emergessero incredibili novità su Beria, soprattutto a proposito dei suoi tentativi riformisti e liberalizzatori nei mesi immediatamente successivi alla morte di Stalin. E’ per questo motivo che l’interpretazione della storica americana Amy Knight può essere definita (ed è definita dalla stessa interessata) "revisionista".

Per quanto possa sembrare incredibile, l’uomo che più blandì le paranoie cospiratrici di Stalin, l’uomo che più fedelmente eseguì ( e qualche volta addirittura stimolò) i suoi ordini eliminatori, fu lo stesso che contribuì a ritardare il soccorso medico del dittatore agonizzante e a cercare di introdurre elementi di liberalizzazione all’interno dell’Unione Sovietica e, soprattutto, nei rapporti tra il Cremlino e i Paesi satelliti. Addirittura - è la tesi della Knight - fu proprio questo il motivo per cui il molto più cauto e monolitico Kruscev, legato a doppio filo con gli interessi militari, decise di eliminare Beria, la cui fine aleggia ancora nel mistero e nella leggenda. Fu ucciso al momento della cattura all’interno delle mura del Cremlino, o in seguito, dopo torture e interrogatori di vario genere ? In ogni caso, Beria viene inserito da Amy Knight nel ristretto pantheon dei riformatori comparsi in Russia nel corso della storia. Insieme a lui, i più "riconosciuti" Pietro il Grande, Krusciov e Gorbaciov.

Nato in Georgia nel 1899 (vent’anni dopo Stalin) Beria non apparteneva alla generazione dei rivoluzionari che avevano combattuto lo zar. Si iscrisse al partito bolscevico nel 1917 e mosse i primi importanti passi negli anni venti e trenta, quando si mise in luce agli occhi di Stalin per la sua particolare fermezza e crudeltà nei confronti dei suoi stessi connazionali georgiani, prima come capo della polizia e poi come leader del partito in Georgia e Transcaucasia.

BRACCIO SECOLARE DI STALIN - Beria riuscì in questi anni nel difficile intento di assurgere alla notorietà, crearsi un notevole potere personale locale, e allo stesso tempo figurare come fedelissimo esecutore del compagno Stalin. Sopravvissuto così alle terribili purghe del 1936-38 e già provetto repressore, Beria si trasferì a Mosca per tentare la scalata ai massimi vertici. Assunse il comando della polizia politica sovietica - la famigerata NKVD - e riuscì ad entrare nella ristretta cerchia dei più influenti collaboratori di Stalin, fino a diventare nei successivi quindici anni la seconda autorità del Cremlino. Come capo della polizia politica Beria diresse anche l’immensa organizzazione del Gulag, il sistema di campi di lavoro dove milioni di cittadini sovietici trovarono la privazione di ogni libertà e la morte.

Nel 1945 - nuovo passo verso la vetta del potere - Lavrentij Beria divenne sovrintendente al progetto per la realizzazione della Bomba Atomica e membro effettivo del Politburo, nonché Vicepresidente del Consiglio dei Ministri. Da questo momento non abbandonerà più la vetta e, alla morte di Stalin, diverrà - insieme a Molotov e Malenkov - l’uomo più potente dell’Unione Sovietica.

Solo un incredibile, fortunata e coraggiosa trama, ordita in tutta fretta, permise a Krusciov di porre fine a quella che sembrava una carriera destinata al potere assoluto. Lavrentij Beria si differenziò sempre dal resto dei grigi e anonimi funzionari che attorniavano Stalin e seppe, molto più dei suoi colleghi, creare una perfetta rete di clientelismo sia a Mosca che nel paese natale, la Georgia.

BERIA VISTO DA VICINO 

Grazie a indubbie doti psicologiche personali, Beria riuscì sempre a comprendere le sfumature psicopatologiche di Stalin, a incanalarle verso i propri avversari e a deviarle dalla propria persona. Amy Knight si spinge fino ad affermare che, fin dagli anni quaranta, Stalin divenne in un certo senso psicologicamente dipendente da Beria. L’arma principale di Beria fu senza dubbio la lucidità perfettamente incastonata nel cinismo e nell’assenza di ogni sentimento di pietà. Il "compagno Lavrentij" era colui che - come ricordò lo jugoslavo Milovan Gilas, uno degli uomini fidati di Tito - nei grandi banchetti offerti da Stalin, in un perfetto gioco delle parti con il dittatore, induceva i commensali a bere smodatamente, per poi esporli e colpirli da una posizione di perfetta sobrietà. Una esatta metafora di come Beria condusse tutta la sua carriera.

L"Himmler di Stalin" condivideva, paradossalmente, affinità fisiche e caratteriali con il famigerato capo delle SS naziste. Perennemente in divisa cekista, di altezza inferiore alla media, aveva una testa tondeggiante, un naso pronunciato con occhi piccoli, sopra i quali stavano gli inseparabili occhiali a pince-nez. La maggior parte delle descrizioni - scrive la Knight - concorda sulla sgradevolezza del suo volto.

Lo storico Antonov-Ovseenko scrive che "al principio tutti si fidavano di Beria; ma dopo averlo conosciuto meglio non riuscirono più ad essere amichevoli con lui: era, infatti, un campione dell’intrigo e della delazione. era insuperabile nel far filtrare, al momento giusto, voci sgradevoli così da danneggiare i rivali nella scalata al potere. Poi li perseguitava uno per uno. Il giovane Beria riusciva tuttavia, ogni volta che fosse necessario, a reggere in modo convincente la parte del ‘gran bravo ragazzo’, ingenuo e allegrone."

INFIDO PER I COMPAGNI - Alla morte di Stalin, Beria apparì come il più pericoloso e potente uomo politico sovietico. Avendo assunto il controllo totale dell’apparato poliziesco, Beria rappresentò una minaccia per i suoi colleghi, che si organizzarono dietro al sottovalutato ( e per questo motivo fortunato) Krusciov per eliminarlo. I suoi tentativi riformatori, che contribuirono a creare le prime crepe nel monolitico sistema sovietico, convinsero la nomenklatura guidata da colui che sarebbe poi passato alla storia come il "destalinizzatore" Krusciov a capeggiare un complotto. Con l’avvento della glasnost negli anni ottanta, Beria è divenuto oggetto di un rinnovato interesse storico sia in Russia che in Georgia.

Lavrentij Pavlovic Beria nasce il 29 marzo 1899 nel villaggio di Merheuli, Georgia. Per tutta la vita rimarrà legato al proprio paese, a differenza di Stalin che cercò sempre di perdere ogni retaggio georgiano e si definiva "russo". Proveniente da una famiglia di contadini mingreli (una minoranza etnica nella regione dell’Abcasia), il giovane Beria era cresciuto in una società fortemente tradizionalista, patriarcale, fondata sulla famiglia e sul culto dei morti.

I primi passi politici Lavrentij li compie nel marzo del 1917 a Baku nell’Azeirbagian, subito dopo l’abdicazione dello zar e la nascita del governo provvisorio guidato da Kerenskij. Entra nelle file dell’ala bolscevica del RSDRP (partito socialdemocratico dei lavoratori) e insieme a qualche compagno di scuola fonda una cellula di partito.

Pochi mesi dopo Beria partirà per il servizio militare e lì svolgerà attività propagandistica, finché agli inizi del 1918 torna a Baku per terminare gli studi e conseguire il diploma di perito meccanico.

L’ESORDIO COME 007 - Sono anni pericolosi a Baku poiché, nonostante la pace stipulata con la Germania, il nuovo governo bolscevico si trova a dover affrontare l’avanzata dell’esercito turco. Dopo una breve dominazione turca della città, il controllo di Baku era passato nelle mani di un nuovo partito socialdemocratico, il Musavat. I bolscevichi ovviamente erano in concorrenza con questa forza politica e scelsero il giovane Beria come infiltrato nelle sue file. Questa attività di spionaggio fu utile a Beria per mettersi in luce agli occhi della dirigenza bolscevica, ma costituirà per lui una eterna spina nel fianco. Durante tutta la sua vita, periodicamente, emerse l’accusa velata che fosse stato un collaboratore del Musavat. Questa accusa emerse definitivamente, a moltissimi anni di distanza, anche quando Krusciov incastrò Beria "il traditore". Il primo incontro con Stalin probabilmente avvenne nel novembre del 1920, in occasione di una visita a Baku dell’emergente braccio destro di Lenin. Stalin, insieme a personaggi come Kirov e Ordzonikidze (figura fondamentale per Beria, poichè diventò il suo protettore per molti anni), puntava ad una completa sovietizzazione della Georgia e dell’Armenia confinante. Nell’aprile del 1920 viene organizzata la Ceka dell’Azeirbagian e Beria vi entra quasi da subito.

Le sue doti di ambizione, efficienza e durezza erano state notate e in quegli anni la polizia politica aveva bisogno di uomini come lui per realizzare il cosiddetto "Terrore Rosso" pianificato da Lenin:. Diretta dal famigerato Feliks Dzerzinskij, la Ceka scatenò un’ondata repressiva su tutta la zona per reprimere ogni minima opposizione ai bolscevichi (socialdemocratici e socialisti rivoluzionari erano visti come un nemico mortale, più dei borghesi).

LAVRENTJI MIETE PREMI - Nel settembre del 1922 il soviet dei commissari del popolo dell’Azerbaigian assegna un premio al giovane Lavrentij per la sua "guida coraggiosa e gli straordinari servizi al partito nel liquidare le organizzazioni dei socialisti rivoluzionari": un’orologio d’oro. Poco tempo dopo, e per gli stessi motivi, la polizia centrale di Mosca gli dona una serie di fucili Browning. Da Mosca Stalin comincia a notare i suoi movimenti.

Nell’autunno del 1921 Beria sposa Nina Tejmurazovna Gegeckori, nipote di un celebre bolscevico georgiano. Con questa bellissima donna Beria non comunicò mai. Vissero spesso lontani l’uno dall’altra e il matrimonio - come scrive la Knight - divenne "una formalità priva di significato, fonte di grande infelicità per la moglie." Dalla metà degli anni venti in poi, Beria compie ulteriori passi fondamentali: innanzitutto Sergio Ordzonikidze, suo amico e protettore, lasciò il suo incarico di primo segretario del partito locale e si recò a Mosca, dove si avvicinò a Stalin. Questo permise a Beria di avere una voce non indifferente al Cremlino. La fitta corrispondenza tra Beria e Orzonikidze continuò per anni finché, ovviamente, il vecchio bolscevico caduto in disgrazia non fu più utile a Beria, che lo abbandonò al suo destino.

ANNI '30: LA SCALATA 

Dal 1928 in poi, Beria dedica ogni sforzo ad eliminare dal proprio percorso ogni rivale di partito e si dimostra uno dei più efficienti collaboratori locali di Stalin nella realizzazione del programma di collettivizzazione delle campagne e di persecuzione dei kulaki, i contadini proprietari che divennero in quegli anni il simbolo del male e della controrivoluzione da abbattere senza pietà. Alla fine degli anni venti i contatti tra Beria e Stalin erano ormai frequenti, soprattutto quando il dittatore si recava a trascorrere le proprie vacanze estive a Gagra, vicino a Soci, sul Mar Nero, vicino al confine georgiano.

Beria divenne nell’ottobre del 1931 (a trentadue anni !) primo segretario del partito comunista georgiano. In poco tempo riuscì ad imporre un controllo assoluto sia sul partito che sullo stato della Georgia. Per anni la sua figura divenne, da queste parti, seconda solo a Stalin. I suoi ritratti troneggiavano ovunque e sulle pagine dei giornali veniva definito come figlio prediletto della Georgia (quando cadde in disgrazia a Mosca, molti georgiani commentarono con dolore che era caduto "l’ultimo difensore della Georgia").

Nel 1934 Beria ebbe un’importante occasione per guadagnarsi ulteriori favori di Stalin. Questi, preoccupato del prestigio del capo del partito di Leningrado Sergej Kirov - un uomo che non esitava ad affrontarlo a viso aperto, forte del suo prestigio di vecchio rivoluzionario - aveva deciso di eliminarlo e aveva affidato a Genrih Jagoa, capo della NKVD, l’organizzazione dell’assassinio.

La morte di Kirov avrebbe avuto anche l’effetto strategico di poter scatenare una caccia alle streghe contro gli immancabili cospiratori. Beria partecipò senza dubbio al complotto per assassinare Kirov., e si lanciò con zelo nelle purghe che seguirono e continuarono fino al 1938. Molti membri di partito caddero in disgrazia e vennero eliminati fisicamente, alla fine del gennaio 1937 anche Ordzonikidze fu perduto e scelse il suicidio. Scomparsa questa figura importante del partito georgiano, Stalin e Beria poterono affondare definitivamente il colpo nelle file dell’apparato comunista locale. Il legame tra i due, quindi, si consolidava.

SEQUENZA DI NEFANDEZZE 

I processi pubblici, sempre identici, divennero innumerevoli, e tutta la vecchia guardia bolscevica venne decimata. Stalin poteva così rimanere l’unico rivoluzionario degli esordi e per di più l’unico georgiano (la cosa avrebbe avuto i suoi vantaggi quando la riscrittura dei libri di storia a d opera del partito rappresentò Stalin come la figura fondamentale del comunismo georgiano, cosa peraltro falsa). Per comprendere come la personalità di Beria poté esaltarsi in questo clima di repressione, basti citare il caso di Nestor Lakoba, vecchio bolscevico. Lo storico Roj Medvedev racconta che la giovane moglie di lakoba venne arrestata poco dopo la morte del marito, accusato di ogni nefandezza, e condotta in una cella dove ogni notte la NKVD la prelevava per sottoporla a interrogatori, dai quali tornava priva di conoscenza e coperta di sangue. La donna avrebbe dovuto firmare un documento dove smascherava il marito traditore, ma di fronte al suo rifiuto Beria si accanì sul figlio quattordicenne, che veniva bastonato in sua presenza.

Dopo un’ennesima tortura la moglie di Lakoba morì e il figlio fu spedito in un campo di lavoro per ragazzi. Qualche tempo dopo il giovane scrisse a Beria (!) chiedendogli che gli fosse permesso di continuare gli studi, almeno nel campo; Beria, ricevuta la lettera, convocò il giovane speranzoso e lo fece immediatamente fucilare.

Per comprendere, invece, le dimensioni di queste purghe, basti sapere che tra il gennaio 1937 e il gennaio 1938 più di 4.000 membri del partito comunista georgiano vennero imprigionati e fucilati.

A CAPO DEL FUTURO KGB 

Nel 1939 Beria occupa un posto di importanza assoluta, che non abbandonerà mai realmente, nemmeno quando assumerà altre cariche: la direzione generale della polizia politica, in quegli anni chiamata NKVD (l’antenata del KGB). Caduto in disgrazia il precedente capo Ezov, Beria inizia a ripulire i quadri della polizia dagli elementi indesiderati e legati ad Ezov. Contemporaneamente, avvengono mutamenti anche nella conduzione della repressione poliziesca. Se Ezov si era abbandonato al terrore allo stato puro e ad eccessi cui lo stesso Stalin aveva ritenuto opportuno correre ai ripari, Beria realizzò un sistema più scientifico e selettivo (e in questo fu il padre delle tecniche KGB degli anni di Krusciov e Breznev). Si continuava a torturare i prigionieri, ma venne anche ordinato il rilascio di migliaia di persone, e i metodi divennero un po’ meno brutali. In quello stesso periodo Beria si occupò anche di politica estera. Nell’agosto del 1939 si concretizzò il famigerato Patto Von Ribentropp-Molotov, con il quale Nazisti e Sovietici si alleavano e procedevano alla spartizione della arbitraria della Polonia, nonché a diverse collaborazioni in campo militare.

L’NKVD avrebbe svolto in questo scenario un ruolo molto importante. Beria (uno dei più convinti fautori dell’alleanza) doveva condurre l’attività della propria polizia neri territori occupati della Polonia orientale. E’ di questo periodo l’impressionante massacro della foresta di Katyn, a lungo imputato ai nazisti, ma la cui responsabilità è ormai ampiamente provato gravare sui sovietici A Katyn venne eliminata un’intera generazione di ufficiali dell’esercito polacco. Quindicimila soldati (di cui quattromila ufficiali) vennero giustiziati e seppelliti nella foresta, su ordine di Stalin e ovviamente di Beria.

L’IMPERO DEI GULAG 

Un altro compito fondamentale dell’NKVD era la direzione del sistema dei Gulag, i campi di concentramento sovietici nelle regioni siberiane. Nel 1940 il Gulag comprendeva già numerosissimi campi per un totale di 1.700.000 internati. Utili come forza lavoro. Questa moderna forma di schiavismo fu fondamentale per l’Unione Sovietica. L’attività principale per l’NKVD era l’edilizia. vennero costruite strade, centrali idroelettriche. Una massa impressionante di uomini fu adibita anche all’estrazione del ferro, dell’oro, alla produzione di legname. Per Beria si trattava di un’enorme responsabilità, e puntò a migliorare le condizioni di vita dei prigionieri per un calcolo di mera efficienza economica. Sotto la sua direzione il gulag fece un decisivo salto di qualità, e Stalin non mancò di notarlo. Il ruolo più importante svolto dalla NKVD durante gli anni quaranta, e principalmente durante la guerra, fu quello di forza di controllo dell’Armata Rossa. I rapporti tra Stalin e i militari erano stati sempre improntati ad una reciproca diffidenza e negli anni del conflitto mondiale il dittatore temeva che i generali potessero ottenere troppo potere e libertà di movimento.

Nel luglio del 1941 Stalin emise l’ordine che le fila dell’esercito dovevano essere "purgate degli elementi inaffidabili" e che le truppe sovietiche sfuggite all’accerchiamento tedesco andavano inquisite dall’NKVD. Fu l’occasione per controllare, perseguitare e decimare le gerarchie dell’Armata Rossa. Si venne così a creare una situazione paranoica per i soldati sovietici, che dovevano guardarsi dai tedeschi così come dagli stessi agenti NKVD (una realtà narrata dal grande scrittore russo Aleksandr Solzenicyn nel suo mai troppo lodato "Arcipelago Gulag").

MIGLIAIA DI VITTIME 

Fu l’ennesima occasione capitata a Beria per mettersi in mostra come poliziotto e inquisitore senza eguali. Quando le sorti del conflitto volsero a favore dei Sovietici e cominciò il contrattacco e la cacciata delle forze tedesche, l’NKVD raddoppiò la propria attività: Beria scatenò i propri agenti nei villaggi russi dove erano passati i tedeschi, nonché nei territori europei "liberati" dall’Armata Rossa. Impossibile venire a conoscenza del reale numero delle vittime della polizia sovietica in questo periodo.

Negli anni subito dopo il conflitto mondiale si concretizzò quell’atmosfera nei rapporti internazionali tra i due blocchi occidentale e orientale che andò sotto il nome di Guerra Fredda. Gli ultimi mesi della guerra avevano fortemente impressionato i Sovietici: gli Stati Uniti avevano dimostrato di possedere un’arma micidiale, senza precedenti: la bomba atomica. Sottovalutata da Stalin per molto tempo, dopo Hiroshima e Nagasaki l’arma nucleare divenne una priorità assoluta per l’Unione Sovietica. Un altro grandioso e prestigioso passo nella carriera di Beria (anzi, l’ultimo prima del declino) fu la nomina a direttore del programma per la realizzazione dell’Atomica. Dal 1945 al 1953, questa impresa offrì a Beria l’opportunità di esercitare un’enorme influenza nella politica militare dell’U.r.s.s. Il 20 agosto del 1945 Beria fu posto a capo del Comitato Speciale per la Bomba Atomica" (oltre a lui vi erano altri otto membri, tra cui Malenkov). Ponendo l’enorme potenziale lavorativo del sistema Gulag al servizio del programma atomico, Beria fu determinante per la buona riuscita dell’impresa.

DAI "SERVIZI" ALL’ATOMICA 

Lavorando a stretto contatto con gli stessi scienziati nello stabilimento segretissimo di Suhumi, seguì passo passo la realizzazione dell’atomica sovietica. Il 29 agosto del 1949 esplodeva la prima bomba atomica sovietica al plutonio: l’incredibile impresa lasciò stupefatti gli Americani che si attendevano un successo degli avversari non prima del decennio successivo (anche se, a onor del vero, va detto che moltissime informazioni furono ottenute con lo spionaggio più che con la ricerca). Il biennio 1948-1949 fu per Beria anche un periodo di aspre lotte intestine al partito. Alleato con Malenkov, Beria entrò in aspra concorrenza con Zdanov, uno dei più dogmatici comunisti dell’epoca, rappresentante degli interessi della burocrazia del partito. Su diverse questioni, come ad esempio la politica economica da adottare nei confronti della Germania orientale, le fazioni di Beria e Zdanov erano in aperta collisione, ma la realtà consisteva nel fatto che era in atto una semplice lotta per il potere. Per fortuna di Beria e Malenkov, Zdanov morì improvvisamente nell’agosto del 1948, e non ci volle molto per costoro annientare la fazione che faceva capo al burocrate comunista.

Dietro a Stalin, quindi, cominciava ad apparire con sempre maggiore chiarezza un "triumvirato", composto da Beria, Malenkov e Molotov (1959-1953.3). Proprio quando la Storia sembrava essere in procinto di consegnare a Beria il massimo grado di potere, cosa cui aveva sempre agognato, cominciò il declino per il grande stratega georgiano. Fatto ancora più paradossale, a decretare il tramonto della stella dell’astuto, temutissimo Lavrentij Beria fu un uomo da lui sempre sottovalutato: il grezzo, impulsivo Nikita Krusciov.

KRUSCIOV CONTRO BERIA 

Krusciov, seppur avesse vestito importanti cariche all’interno del partito, aveva saputo prudentemente rimanere dietro le quinte, cominciando peraltro a tessere le prime trame contro Beria. Da sempre vicino agli interessi della casta militare, il futuro segretario del PCUS non poteva che detestare un uomo come Beria, che in passato aveva rappresentato l’occhio della polizia politica sui soldati sovietici. Oltre a ciò, Krusciov temeva di Beria l’astuzia unita all’arroganza, nonché la facilità con cui il georgiano poteva avvicinare Stalin e - per finire - la salda alleanza con Malenkov.

Il 5 marzo 1953, in circostanze alquanto misteriose, morì Josif Stalin. L’evento scatenò una delle più feroci lotte per la successione della storia sovietica. Non fu mai provato (né i documenti ora accessibili del Cremlino sono in grado di fare luce sui fatti) se il dittatore morì nella propria residenza o altrove, se qualcuno (Beria ?) ritardò volutamente i soccorsi del "Piccolo Padre" agonizzante. Quel che è certo è che la morte di Stalin giungeva in uno dei momenti più cupi della scena sovietica: sono gli anni del Complotto dei Medici, dell’antisemitismo mai ufficializzato ma imperante, delle epurazioni nelle fila del partito causate da un dittatore onnipotente e sempre più paranoico. Ad accrescere la tensione tra i più influenti uomini di Stalin, e ad aumentare l’incertezza per l’immediato futuro, fu il fatto che il dittatore non aveva designato un successore. Si venne a creare, per la prima volta nella storia del partito e dell’Unione Sovietica una situazione anomala: mancava il Capo attorno al quale raccogliersi e le cui decisioni erano insindacabili. Quello che erano stati Lenin prima e Stalin poi.

NEL RUOLO DI RIFORMATORE...-  Si venne quindi a creare una sorta di potere collegiale, dominato dalle incertezze e dalle sovrapposizioni dei ruoli e dei poteri. Una cosa era comunque indubbia: Beria appariva come la figura più potente e temuta, soprattutto poiché manteneva saldo il controllo sulla polizia politica. Ci sono poche testimonianze sul cambiamento improvviso di Beria dopo la morte di Stalin, anche perché la macchina propagandistica sovietica puntò a screditare completamente la sua figura scatenandosi in un’autentica damnatio memoriae. Prima come traditore di Stalin poi - dopo la denuncia dei crimini stalinisti ad opera di Krusciov nel 1956 - come rappresentante perfetto dello stalinismo. Non si può negare, comunque, che Beria puntò, già dai mesi successivi alla scomparsa di Stalin, a una politica di riforme e di "destalinizzazione" in diversi settori: dalla polizia politica alla politica estera. Beria mirava chiaramente al sostegno popolare. L’astuto Lavrentij aveva compreso come le cose fossero cambiate: fino a quando persisteva il culto aggregante della figura di Stalin gli "uomini di corte" del Cremlino potevano dimenticarsi del popolo sovietico. Fede e terrore lo tenevano a bada; ora si trattava di dare una base di legittimità al potere, senza ricorrere al palese uso della forza. Tra la metà di marzo e il mese di aprile, Beria compì delle mosse che indubbiamente spiazzarono gli avversari: propose di eliminare molti programmi edilizi, la cui utilità era dubbia; criticò l’istituzione delle "agrocittà", che aveva scontentato i coltivatori (ma che era una politica agricola invece fortemente sostenuta da Krusciov); sottopose al Presidium un documento nel quale veniva avanzata la richiesta di amnistia per moltissimi prigionieri.

... LAVRENTJI DESTALINIZZA - La novità più sensazionale fu però pubblicata il 4 aprile sulla Pravda: Beria, mascherato dietro un comunicato della polizia politica, compiva un formale ripudio dell’esistenza del "complotto dei medici" e spingeva per la riabilitazione degli arrestati. Contemporaneamente, il culto di Stalin subiva graduali ma significativi ridimensionamenti, sulle pagine dei giornali, nelle citazioni all’interno del partito. Lentamente, Beria cercava di aumentare le prerogative dello Stato a discapito del Partito, nonché puntava ad una valorizzazione delle varie nazionalità all’interno dell’Unione Sovietica. Stalin aveva voluto "russificare" il grande impero sovietico, ora Beria faceva macchina indietro. Uno degli scontri più duri con Krusciov fu proprio relativamente alla politica delle nazionalità in Ucraina, feudo del futuro segretario del PCUS. Beria chiedeva senza mezzi termini la promozione degli ucraini ai posti di dirigenza e l’uso della lingua locale in tutte le questioni ufficiali.

Anche in politica estera Beria avviò riforme indiscutibili. Sotto la sua regia si giunse ad un armistizio in Corea, la Pravda arrivò persino ad elogiare con moderazione un discorso di Eisenhower, e vennero compiuti dei passi per arrivare ad un incontro segreto con il "ribelle" jugoslavo Tito. Ma la mossa più spregiudicata (e azzardata, come vedremo) Beria la compì nei confronti della Germania Orientale. Fu questa politica, rivelatasi in seguito disastrosa per il dominio europeo sovietico, a condannare Beria e a legittimare la cospirazione di Krusciov.

... E PARLA DI LIBERALISMO - L’economia tedesca orientale era agli inizi degli anni cinquanta letteralmente a pezzi, con grave penuria di generi alimentari e di prima necessità. Le fughe ad Ovest aumentavano di giorno in giorno. Alla base della grave crisi vi era il dogmatico programma del capo del PC tedesco Ulbricht (industrializzazione e collettivizzazione forzate). Tra la fine di maggio e l’inizio di giugno Beria produsse all’interno del Presidium un documento doveva auspicava varie cose: 1) la Germania Est doveva abbandonare il programma di costruzione forzata del socialismo 2) la collettivizzazione doveva rallentare visibilmente 3) doveva terminare la politica di eliminazione del capitale privato (!) 4) andavano introdotte riforme liberali nel sistema finanziario 5) bisognava aumentare la tutela dei diritti individuali dei cittadini (!). Analizzate a posteriori, queste richieste hanno dell’incredibile, soprattutto se si pensa che ad avanzarle fu un uomo come Beria. In ogni caso, Beria riuscì a fare accettare questa politica riformatrice. Il 10 giugno il Politburo della Germania Est annunciò pubblicamente il "nuovo corso" ricevuto come ordine da Mosca; il 13 giugno il governo concesse un’amnistia a centinaia di prigionieri politici. Finché avvenne l’inevitabile. Il mutamento di rotta scatenò aspettative incredibili nella gente, fino a che si giunse a dimostrazioni di aperto scontento popolare e allo discesa in piazza degli operai il 16 giugno a Berlino Est. In poche ore la rivolta si estese a tutto il paese. A mezzogiorno del 17 giugno i carri armati sovietici soffocavano nel sangue la rivolta.

IL COMPLOTTO 

Con l’intervento sovietico terminarono anche le velleità riformatrici di Beria. La fine politica (e non solo) di Beria era vicina, e con essa terminava il suo tentativo lungimirante di alleggerire il monolite sovietico. Beria aveva compreso come il sistema necessitasse uno "svecchiamento" e le sue riforme per cancellare gli aspetti più rigidi dello stalinismo avrebbero potuto avvicinare, anche se di poco, il consenso popolare alla distante nomenclatura del partito unico. La versione ufficiale narra che Beria fu arrestato il 26 giugno 1953 durante una riunione del Presidium organizzata pochi giorni dopo la crisi tedesca. La lunga trama tessuta da Krusciov negli ultimi mesi avrebbe dato i suoi frutti in poche, frenetiche ore.

In questa riunione, cui parteciparono tutte le più alte cariche del partito, Krusciov costruì una regia perfetta nella quale Beria fu dapprima criticato, poi isolato e infine arrestato con un plateale colpo di scena: l’entrata di alcuni militari armati. che lo presero in consegna come "traditore del popolo e del partito".

Il sottovalutato, l’ingenuo e contadino Nikita Krusciov era riuscito a convincere uomini come Malenkov, Molotov, Bulganin a prendere parte attiva nella vicenda. Via via, seguirono tutti gli altri. In una metafora dialettica delle famose pugnalate a Cesare, uno ad uno i più influenti membri del Presidium si scagliarono contro Beria che - intuendo la situazione - cercò senza fortuna di far pervenire ai suoi uomini all’esterno dell’edificio un messaggio di aiuto (quando fu arrestato stringeva un biglietto fra le mani con la scritta "Allarme !").

"TRADITORE DEL POPOLO" 

L’arresto di Beria costituì un’operazione ad altissimo rischio, poiché Krusciov, al momento della riunione del Presidium, non aveva conquistato al suo progetto che pochi influenti personaggi, né poteva immaginare come la maggioranza avrebbe reagito durante la discussione. Si giocò tutto in quel drammatico momento. Il verbale della storica riunione del Presidium è stato dichiarato smarrito dagli archivi, e l’unica testimonianza è contenuta nelle memorie di Krusciov. Da questo momento non si saprà più nulla di Lavrentij Beria. Fu trasferito alla prigione di Lefortovo ? Da lì fu portato in un bunker sotterraneo ? Fu ucciso già negli uffici del Presidium ?

Quel che è certo è che tutti gli uomini legati a Beria caddero rapidamente in disgrazia, la moglie e il figlio ventottenne Sergio furono messi agli arresti. A luglio si riunì il plenum del Comitato Centrale, in occasione del quale i membri del Presidium dovevano spiegare al Partito la propria condotta e la decisione di arrestare Beria. Fu un momento drammatico per i cospiratori che si giocarono il tutto per tutto. In ordine, prima Malenkov, poi Krusciov, poi Molotov, poi Bulganin, poi Kaganovic, e infine tutti le figure minori coinvolte nel complotto esposero le proprie accuse verso il "traditore" Beria. In quella drammatica seduta non uno si alzò a chiedere con quale autorità si fosse proceduti all’arresto di Beria o per quale motivo non si fosse consultato prima il Comitato centrale, come di regola. nessuno dubitò delle accuse, e nessuno chiese perché la perfidia di Beria fosse stata mascherata solo in quel momento. In uno scenario dalle fosche tinte medioevali, dove ognuno sapeva che avrebbe seguito il destino del condannato se avesse cercato di difenderlo, fu consumata la fine di Lavrentij Beria e il 7 luglio 1953 il Comitato Centrale approvava all’unanimità la condanna.

SPARITO DALL’ENCICLOPEDIA - Secondo la più tradizionale liturgia comunista, Lavrentij Pavlovic Beria scomparve dal passato dell’Unione Sovietica. Seguendo, per ironia della sorte, il destino di tante sue vittime, cadde nell’oblio dei "non esistenti". Poco tempo dopo, la Bol’saja sovetskaja enciklopedia inviò a tutti gli abbonati una nota che suggeriva di eliminare "con un coltellino o una lametta" la voce "Beria" fornendo in sostituzione una sul "Mare di Bering". Scompariva così una delle figure più tragiche e complesse di quell’ "enigma avvolto nel nulla" che era - nelle parole di Winston Churchill - l’Unione Sovietica. Nella sentenza del Comitato Centrale che lo condannava non ci fu la minima menzione sui veri crimini compiuti da Lavrentij Beria. Non una riga sulle repressioni e le uccisioni di migliaia di vittime innocenti, non un accenno alle purghe, alle tecniche "persuasive" della sua famigerata polizia politica.

"Nel destino toccato a Beria - scrisse Charles Bohlen, ambasciatore degli Stati Uniti a Mosca in quel tempo - c’è, naturalmente, una forma di elementare giustizia, ma sarebbe stato più equo se fossero state le sue vittime, e non i suoi complici, a comminare la meritata punizione." ("BERIA" di Amy Knight Mondadori editore pagg. 348)

di MARCO LAMBERTINI

Ringraziamo per l'articolo
(concesso gratuitamente) 
il direttore di
 

QUI PIANETA RUSSIA


  ALLA PAGINA PRECEDENTE

CRONOLOGIA GENERALE     TAB. PERIODI STORICI E TEMATICI