Capitolo Secondo 


Differenze storiche e sociologiche nei partiti eurocomunisti:
i riflessi nell’integrazione politica e culturale nei rispettivi paesi.


L’influenza del Comintern e dello stalinismo sulla fisionomia di P.C.I., P.C.F. e P.C.E..
L’influenza del Comintern, ovvero la III Internazionale, e dello stalinismo si è fatta sentire, anche se in misura differente, su tutti e tre i partiti, tanto da averne determinato a lungo la linea politica. La stessa nascita dei partiti comunisti, del resto, è stata frutto della III Internazionale, che, con le celebri 21 condizioni, ha provocato tra il 1920-21 le scissioni dai partiti socialisti, rimasti invece legati alla II Internazionale. Il collegamento con Mosca è stato anche accentuato dalle particolari vicende politiche nazionali, come il fascismo in Italia o la dittatura di Franco in Spagna a conclusione della guerra civile, situazioni che hanno obbligato alla clandestinità i partiti comunisti e condotto a Mosca molti dei loro leader. In questo modo i quadri dirigenti del P.C.I. e del P.C.E. si sono formati quasi interamente all’ombra del Cremlino.

Per quanto concerne il P.C.F., esso si è sempre distinto come il più fedele interprete della politica estera sovietica in Occidente, tanto da venirne considerato, con un paragone con la Chiesa francese, “il figlio prediletto”. Paradossalmente, infatti, l’impronta stalinista è rimasta più impressa nel partito francese, che ha conservato a lungo lo stile e la rigida impostazione di partito tipica del periodo cominternista, accumulando così un notevole ritardo rispetto alla evoluzione di partiti come lo spagnolo e, soprattutto, l’italiano. Lo stalinismo è stata una componente così fondamentale per il P.C.F., che esso è rimasto come shockato dalle denuncie del XX Congresso del P.C.U.S., al punto da inventare la favola del “rapporto attribuito al compagno Krusciov”, andata avanti fino al 1978, e di bollare il progetto togliattiano della “via nazionale al socialismo” come una svolta riformista [Buci-Glucksmann, 1979, 130].

Sicuramente una grossa parte di responsabilità per questa forte matrice stalinista è da attribuirsi a Thorez , leader del partito per oltre trent’anni, fino al ’64, molto amato dai militanti ma incapace di elaborare un progetto originale per la costruzione del socialismo in una società occidentale come la Francia, e soprattutto colpevole di aver accolto di buon grado ogni ordine di Stalin, compreso l’accordo con Hitler del ’39, restando a lungo impassibile mentre la Francia veniva attaccata e sconfitta dalla Germania nazista. Solo con il suo successore Waldek-Rochet il P.C.F. ha intrapreso la via per uscire da quel ghetto in cui esso stesso si era cacciato, prendendo due decisioni storiche come il sostegno alla candidatura di Mitterand alle presidenziali del ’65 e la “riprovazione” manifestata in seguito all’intervento sovietico a Praga nel ’68, la prima volta nella storia del P.C.F. in cui il partito ha condannato un atto politico dell’U.R.S.S. [Baudouin, 1978]. Ma anche in questa fase lo stalinismo non è scomparso dal partito, al punto che nel ’66 Marchais afferma a proposito della dittatura del proletariato che: “...abbandonarla sarebbe scivolare sul terreno della democrazia borghese, poichè il contenuto di classe dello Stato che deve costruire il socialismo sparirebbe.” [Daix, 1978, 54]. Infine, in piena epoca eurocomunista, il P.C.F. si proclama ancora partito rivoluzionario della classe operaia e d’avanguardia, nella più pura tradizione leninista [Laot, 1977].

Il P.C.E., pur costretto alla clandestinità dopo la sconfitta nella guerra civile del ’36, ha saputo sviluppare nel corso degli anni una forte autonomia nei confronti del P.C.U.S., grazie soprattutto alle forti personalità di Carrillo e di Dolores Ibarruri, la leggendaria “Pasionaria”, anche se ha dovuto subire una piccola scissione di una frazione prosovietica guidata da un altro eroe della guerra civile, Enrique Lister, in occasione della condanna della repressione sovietica della primavera di Praga.

La posizione del P.C.I. è complessa, con un Togliatti dapprima fedele e potentissimo emissario di Stalin in Occidente e poi, con la svolta di Salerno e la creazione del “partito nuovo” e con l’elaborazione della teoria della “via nazionale al socialismo”, uno dei leader comunisti più innovatori. Anche se l’appoggio alla politica estera sovietica resta praticamente incondizionato, come testimonia la condanna dell’insurrezione ungherese del ’56, l’autonomia da Mosca si sviluppa soprattutto nella nuova concezione di principi come libertà e democrazia, che vengono considerati contenuti imprescindibili del socialismo [Berlinguer L., 1985], nella riscoperta dell’individuo e nell’abbandono della convinzione che l’uguagli-anza possa essere imposta dalla volontà di un principe illuminato, ovvero il partito di massa operaio della teoria gramsciana [Berlinguer L., 1985]. Infine, ciò che ha contribuito in maniera importante all’emergere di una elaborazione originale del P.C.I. all’interno del mondo comunista, è stato sicuramente la presenza di una personalità come quella di Gramsci, di certo colui che meglio ha cercato di applicare il modello leninista all’Occidente, correggendolo e rendendolo più adatto a un tipo di società profondamente diversa da quella russa del 1917. Il suo pensiero è considerato da alcuni, come si vedrà in seguito, l’ispiratore dell’Eurocomunismo.

Le conseguenze nella storia dei tre partiti dei diversi contesti
sociali, politici e istituzionali.

Francia, Italia e Spagna, oltre a molte affinità, come la comune cultura latina e cattolica e una storia spesso interconnessa, presentano anche alcune differenze significative, risalenti soprattutto alle vicende storico-politiche dell’ultimo secolo, che hanno inciso nell’esperienza storica dei tre partiti e che li hanno resi tra loro differenti, anche in modo rilevante.
Così la difficoltà incontrata dal P.C.F. di creare una rete organizzativa capillare si spiega col fatto che in Francia vi è sempre stato un basso grado di istituzionalizzazione delle divisioni sociali, cosa che ha determinato un basso grado di politicizzazione e particizzazione delle subculture [Bartolini, 1983, 168]. Inoltre, mentre il P.C.I. ha ricevuto un’eredità ricca e articolata dalla tradizione socialista italiana, il partito francese ha avuto in dote la struttura ectoplasmatica della S.F.I.O. (Section Française de l’Internationale Ouvrière) [Bartolini, 1983, 171]. Ulteriore differenza si è avuta nella formazione dei quadri dirigenti. Quelli del P.C.F. sono stati selezionati esclusivamente dalla classe operaia, quelli del P.C.I., invece, dalla lotta interclassista contro il fascismo, quelli del partito spagnolo, infine, si sono formati in condizioni di clandestinità, fatto che ha prodotto una certa burocratizzazione dei quadri stessi, in quanto ha limitato il rinnovamento dei dirigenti e ha portato i funzionari a instaurarsi in modo permanente nell’amministrazione del partito, essendo per loro impossibile accedere a delle responsabilità pubbliche [Alami, 1978, 75].

Diversa è stata anche l’impostazione della concezione stessa del partito. Il P.C.I. immediatamente dopo la guerra si è trasformato da partito di rivoluzionari professionisti in partito di massa, non ostacolando l’afflusso dei nuovi iscritti, malgrado potessero essere impreparati. I comunisti francesi, invece, hanno assunto queste connotazioni solo verso la fine degli anni ’60, restando a lungo legati, come si è visto, al dogma leninista del partito-avanguardia [Tarrow, 1976, 370]. Carattere peculiare del P.C.F. è, poi, lo spiccato spirito nazionalista, che deborda a volte in un mal celato razzismo, il cosiddetto Gallocomunismo, di ascendenza giacobina [Duhamel, 1979, 265]. Questo nazionalismo, così forte da prevalere a volte sullo stesso carattere comunista del partito, ha portato spesso il partito sulle stesse posizioni dei gollisti, come nel caso delle relazioni con l’Alleanza Atlantica, della concezione della Comunità Europea o dell’atteggiamento verso la cosiddetta “force de frappe”, l’arsenale atomico francese.

Differente è stato anche l’impatto dei partiti italiano e francese nei confronti della contestazione giovanile del ’68 e dei movimenti da essa nati. Qui è possibile confrontare solo P.C.I. e P.C.F., poichè in Spagna non si è sviluppato un vero movimento di protesta a causa della severa dittatura franchista. Se è vero che entrambi i partiti sono stati sorpresi dalla protesta e soprattutto dalla sua entità, il P.C.I. è comunque stato in grado di controllarla meglio e di trarre un grande beneficio elettorale da questa contestazione nei confronti del potere, riuscendo a farsi percepire come la sola forza politica capace del cambiamento. Viceversa per il P.C.F. il ’68 ha significato soprattutto la riattualizzazione brutale della rivoluzione, il timore di essere scavalcati a sinistra e di non essere più il solo partito rivoluzionario francese. Questa paura ha rallentato il processo di inserimento nella politica nazionale del partito, e ne ha bloccato l’espansione elettorale, facendo intravedere anzi un piccolo ma significativo arretramento; inoltre, considerando i contestatori come nemici di classe, il P.C.F., di fronte alla protesta sociale più ampia che la Francia abbia conosciuto nel secondo dopoguerra, non ha fatto nulla per svilupparne le forti potenzialità anticapitalistiche.

E’ poi doveroso considerare i differenti sistemi di governo operanti in Francia e Italia a partire dal dopoguerra. Infatti, mentre il partito italiano si trova in un contesto istituzionale che esso stesso ha contribuito a creare, il P.C.F. vive dal 1958 in un assetto costituzionale da esso non voluto e con un sistema elettorale particolarmente punitivo nei suoi confronti [Bartolini, 1983].

Diversa è, infine, l’analisi della società capitalista occidentale degli anni ’70. Per i comunisti francesi si è entrati nello stadio del capitalismo monopolistico di Stato, caratterizzato da una sempre più forte concentrazione centralizzata del capitale, con le imprese più grandi che controllano una parte decisiva del mercato e si accaparrano progressivamente tutti i mezzi economici e politici necessari a perseguire e accelerare l’accumulazione di nuovi capitali [Laot, 1977, 87]. Vi è inoltre una sempre più ampia connessione tra il capitale industriale e finanziario e lo Stato, che diviene così strumento di dominio da parte dei monopoli [Timmermann, 1981, 340] e, come tale, è orientato verso una forma sempre più autoritaria e repressiva.
Per il P.C.I. e per il P.C.E., invece, si è ormai superata la fase del dominio di classe garantito dalle istituzioni, anzi in questa fase queste possono venire utilizzate dalle masse per demolire le antiche strutture di classe [Timmermann, 1981, 342].

La composizione sociale dei tre partiti.

Tutti e tre si definiscono partiti della classe operaia, anche se la loro composizione sociale è venuta a modificarsi nel corso degli anni. 
Caratteristiche distintive dei comunisti transalpini restano comunque l’operaismo estremo, la difesa ad oltranza e quasi esclusiva degli interessi della classe operaia (ma solo francese), rivendicazioni che fanno del P.C.F. più una corporazione della società civile che un partito [Roucaute, 1981, 163]. Questo determina due conseguenze importanti: innanzitutto il fatto che certe fasce sociali, come i lavoratori immigrati, non vengono per nulla rappresentate dal P.C.F., e in secondo luogo il fatto che le rivendicazioni sociali di questo partito sono legate a certe analisi dei bisogni dei lavoratori ormai superate, come la richiesta quasi ossessiva di un incremento quantitativo del settore pubblico o l’attaccamento incondizionato al modello staliniano produttivista, che gli aliena l’appoggio degli ecologisti [Baudouin, 1978, 642]. I comunisti francesi si mostrano molto scettici nei confronti delle rivendicazioni qualitative, bollate quasi sempre come misure riformiste e non in grado di abbattere il sistema capitalista.

Particolare è anche il modo in cui viene inteso il comunismo da gran parte degli stessi militanti francesi, una sorta di comunismo popolare, in cui il partito è visto come lo strumento che denuncia i problemi dell’uomo comune, e viene così ad assumere una dimensione più sociale che politica, quasi una “religione del popolo” [Lavau, 1976, 86].

A partire dalla fine degli anni ’60 il P.C.F., perseguendo il fine di farsi accettare dall’opinione pubblica come possibile alternativa, ha tenuto una posizione di estrema prudenza riguardo a problematiche come il femminismo, l’ecologia, le condizioni nelle carceri, la droga, temendo che l’assunzione di una posizione eccessivamente aperta potesse respingere dal partito le classi popolari, e finendo così per accogliere l’ideologia dominante. Esemplare è la concezione della donna, definita “lavoratrice, cittadina e madre” [Lavau, 1979, 207].

Difficile è anche il rapporto tra il P.C.F. e la Chiesa, sempre a causa del suo dogmatismo esasperato. Sono pochi i militanti credenti, e nessuno ha posizioni rilevanti all’interno dell’apparato, nè sono noti intellettuali cattolici comunisti. L’unico, infatti, Roger Garaudy, già membro dell’Ufficio Politico, è stato espulso dal partito nel 1970, prima della sua conversione religiosa. 
Nella composizione sociale del partito negli anni ’70, si può notare una distorsione tra l’influenza elettorale stagnante e il numero degli iscritti, in costante aumento fino al 1978 [Pudal, 1989, 294]. In secondo luogo è significativo l’aumento degli iscritti non operai, soprattutto studenti e tecnici, anche se, salendo nella gerarchia del partito, la componente operaia resta di gran lunga maggioritaria. Indicativo è anche lo scarso peso, nei centri direttivi del partito, delle donne, malgrado la loro percentuale tra gli iscritti sia prossima al 50 % [Buci-Gluksmann, 1979].
Un ulteriore aspetto importante è costituito dalla volatilità degli iscritti, due terzi dei quali hanno aderito al partito dopo il 1968, cosa che facilita il controllo della base da parte del vertice, i cui membri si sono formati politicamente in piena epoca staliniana, negli anni ’40 e ’50 [Pfister, 1979, 165].
Infine è da notare il basso grado di omologazione politica del P.C.F. nella società francese, il suo costante proclamarsi partito anti-sistema, anche durante l’epoca eurocomunista, il rifiuto di ogni strategia gradualista di integrazione e il proposito costante, anche nel momento dell’alleanza con il partito socialista, di determinare u-na rottura drastica del sistema capitalista [Timmermann, 1981, 14].

Il Partito Comunista Spagnolo vive una forte concorrenza interna con il P.S.O.E., il partito socialista guidato da Felipe Gonzales e da altri giovani uomini politici, nati dopo la guerra civile e cresciuti insieme a tutta la società spagnola degli anni ’60 e ’70. Il P.C.E., invece, corre il rischio di una lacerazione tra il vertice, formato da persone non più giovanissime, testimoni della guerra e vissute per anni in esilio, e la base, molto giovane e, per certi versi, estremista [Pierini, 1977].
Difficoltà ulteriore è il rapporto con i cattolici, in quanto più della metà degli Spagnoli nel 1977 ritiene impossibile essere contemporaneamente buoni cattolici e comunisti [Linz, 1978], mentre Carrillo descrive la Chiesa come un apparato ideologico dello Stato, anch’essa coinvolta nella crisi globale della società capitalista [Carrillo, 1977, 30], anche se aggiunge che voci nuove, di autentico rinnovamento, si sono levate negli ultimi anni dalla Chiesa stessa.

La composizione sociale del partito negli anni ’70 mostra che, sebbene si mantenga una forte matrice operaia (il 55 % degli iscritti nel 1977), il numero degli intellettuali e dei tecnici è in grande progresso [Tiersky, 1981].
Per quanto riguarda l’omologazione sociale del partito, pur con tutte le difficoltà connesse al lungo periodo di illegalità, il P.C.E., a differenza dei “fratelli” francesi, ha assunto una strategia gradualista di integrazione nazionale, non domandando, nel suo programma elettorale, nè molte nazionalizzazioni, nè rotture drastiche con la società capitalista e nemmeno la chiusura immediata delle basi americane in Spagna.
La politica estera, poi, con il mutato atteggiamento verso la C.E.E., è il momento trainante del processo di inserimento nella vita politica nazionale, mentre per il P.C.F. essa è soltanto una variabile dipendente della strategia politica generale [Timmermann, 1981, 21].
Per marcare maggiormente il suo rinnovamento, il P.C.E. dichiara durante il suo IX Congresso, nel ’78, di non considerarsi più l’unico rappresentante della classe operaia, nè la sua avanguardia [IX Congreso del Partido Comunista d’España, 1978]. Questo, però, pone a rischio l’identità stessa del partito, tanto che Carrillo deve affermare:
“Noi non cerchiamo di tendere la mano al capitalismo imperialista decadente, bensì di accelerarne la liquidazione; non passiamo dalla parte della socialdemocrazia, che continuiamo invece a combattere ideologicamente; vogliamo agire come marxisti, come comunisti, nei paesi sviluppati nei quali ci troviamo ad operare, negli anni settanta.” [Carrillo, 1977, 19].


Il P.C.I., infine, a differenza del P.C.F., ha da sempre sviluppato una strategia di omologazione sociale, privilegiando il carattere nazional-popolare del partito. In questo modo è riuscito a costruire una forte organizzazione, con oltre 1 800 000 iscritti, vale a dire tre volte il numero di iscritti del P.C.F., una rete capillare presente in tutto il tessuto sociale del paese, attenta a ogni novità della società civile (femminismo, ecologia, movimenti pacifisti), un partito che resta in prevalenza operaio, ma aperto senza discriminazioni anche ai ceti medi, costantemente alla ricerca del dialogo costruttivo con i cattolici e con una forte presenza cattolica tra i suoi intellettuali, come Rodano, per citarne uno.
La capacità del partito di porsi contemporaneamente come partito di opposizione e di governo, ha fatto sì che i temi politici avessero sempre un’importanza superiore rispetto alle rivendicazioni esclusivamente economiche, cavallo di battaglia del P.C.F. [Tarrow, 1976, 369]. In particolare i comunisti italiani hanno saputo elaborare scelte originali sia in politica interna (la Via nazionale al socialismo, il Compromesso storico) che in politica estera (il mutato atteggiamento, nel corso degli anni, nei confronti della Comunità Europea, la svolta sulla N.A.T.O.), che hanno attratto i voti non solo della classe operaia, ma anche dei ceti medi, forse anche perchè i moduli d’azione del P.C.I. si sono mostrati spesso molto più simili a quelli di un grande partito socialdemocratico che non a quelli di un partito comunista [Timmermann, 1981, 14].
Dei tre partiti eurocomunisti quello italiano è certamente quello meglio integrato nella propria realtà nazionale. Il successo del P.C.I. al di fuori della classe operaia è spiegabile anche grazie alla reputazione di “buon amministratore” goduta dal partito per via dei buoni risultati ottenuti nelle città e nelle regioni da esso governate.

Il ruolo degli intellettuali nei tre partiti.

Significativa è l’attitudine dei tre partiti nei confronti degli intellettuali.
Nel P.C.E. circa un terzo degli iscritti sono intellettuali e il loro ruolo è importante al punto che i comunisti iberici definiscono il loro come un “partito operaio e delle forze della cultura”.
Nel P.C.I. il ruolo degli intellettuali è tanto rilevante da creare problemi di vario genere, come sensi di estraneità, a volte, tra i militanti operai o anche problemi di disciplina interna [Tarrow, 1976, 374].
Il P.C.F. ha invece problemi opposti, in quanto lo scarso numero di intellettuali crea maggiori difficoltà di adattamento alla vita politica in una democrazia borghese. Ma è soprattutto il modo in cui vengono considerati gli intellettuali all’interno del partito a fare la differenza con i comunisti italiani e spagnoli. Per il P.C.F., infatti, la figura dell’intellettuale è vista con un alone di scetticismo e di dubbio, come un potenziale eretico, ed è pensato nell’immaginario collettivo dei militanti come una persona che se ne sta beatamente a lavorare su una scrivania, mentre gli operai faticano in fabbrica.
Il P.C.I., invece, ha avuto un attenzione costante verso gli intellettuali fin dai tempi di Gramsci. Ciò ha procurato indubbi vantaggi ai comunisti italiani, offrendo loro la possibilità di un maggiore dibattito interno e facendo in modo che le svolte politiche e dottrinali non fossero solo imposizioni dei vertici [Timmermann, 1981, 375].

L’influenza di Gramsci sull’Eurocomunismo.

Secondo i leader dei partiti eurocomunisti, Gramsci é stato il padre spirituale di questa nuova strategia comune. In realtà egli ha certamente avuto una funzione decisiva ponendo la questione della nazionalizzazione del bolscevismo, ma poi si è creata una tensione tra l’eredità gramsciana e la nuova strategia dei tre partiti, che è quella di superare l’esperienza sovietica [Salvadori, 1978, 41]. In effetti Gramsci non si è spinto fino al punto di abbandonare il principio della dittatura del proletariato, ma l’ha solo elaborato nel concetto di “egemonia”. Gli eurocomunisti si troverebbero allora più vicini agli avversari di Lenin, come Kausky, il quale affermava una linea politica volta ad allargare il sistema parlamentare fino a dargli un contenuto palese di partecipazione democratica [Salvadori, 1978]. In questo modo allora l’Eurocomunismo separerebbe ciò che nel leninismo e nel gramscismo era unito. Qualcuno, del resto, anche all’interno del P.C.I., ha ammesso che il plura!
lismo organico, fondato sul concetto di egemonia, creerebbe a volte problemi di inconciliabilità con la vera democrazia, e c’è chi, come Ingrao ha suggerito di inserire momenti di democrazia di base nel sistema rappresentativo [Rizzo, 1977, 92].
E’ innegabile comunque che un insegnamento ai tre partiti eurocomunisti Gramsci lo ha dato, quello per cui lo Stato lo si conquista occupando la società civile. Questa sarebbe la rivoluzione adatta all’Occidente, non quella violenta del modello bolscevico [Bettiza, 1978, 96].

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