Capitolo Terzo


La struttura organizzativa dei tre partiti eurocomunisti: tradizione leninista ed evoluzione democratica.


La questione della democrazia interna: la trasformazione del
principio del centralismo democratico.

Il tratto distintivo della struttura organizzativa di ogni partito comunista è certamente il centralismo democratico. Ideato e forgiato da Lenin per assicurare la disciplina nel partito dei “rivoluzionari professionisti”, affinchè: “delle migliaia di uomini avanzino come un solo uomo quando il Comitato Centrale dà un ordine”, questo tipo di struttura ha due funzioni principali. La prima è quella di assicurare, teoricamente, il più ampio grado di discussione democratica dalla più piccola cellula o sezione fino al Comitato Centrale. La seconda, invece, una volta che quest’organo abbia deciso la linea politica generale, dopo aver vagliato le varie proposte, fa in modo che questa venga seguita fedelmente da ogni militante, senza reticenze, cosicchè la minoranza sconfitta assecondi in tutto e per tutto la decisione ufficiale del partito. 

Tutti i partiti comunisti nati sull’onda del successo della Rivoluzione Russa hanno adottato il centralismo democratico, probabilmente uno strumento indispensabile per garantire la loro stessa esistenza, in un’epoca in cui essi erano costituiti esclusivamente da quadri ed erano inseriti in contesti sociali molto ostili, tanto da essere spesso costretti alla clandestinità. L’epoca stalinista ha visto, non solo nel P.C.U.S., un accentuarsi così forte del carattere centralista e burocratico del centralismo democratico al punto che, per lungo tempo, dopo la morte di Stalin, il centralismo democratico è stato considerato dagli avversari politici dei partiti comunisti occidentali e dai partiti socialisti e socialdemocratici come un’ingombrante eredità stalinista e, pertanto, antidemocratica.

Negli anni ’70, con la strategia eurocomunista, le incongruenze tra il grado di democrazia interno al partito e la nuova concezione della democrazia e del pluralismo politico emergono palesemente.
L’evoluzione democratica dei partiti comunisti occidentali sembra sempre più allontanarli dall’originale matrice leninista, al punto che a volte i loro leader sono costretti a rivendicare l’immutata adesione a certi principi di Lenin, pur con gli opportuni distinguo.
Per quanto concerne il centralismo democratico, il P.C.I. rifiuta decisamente la tesi secondo cui esso è incompatibile con un partito democratico, e afferma:
“Questo principio non vuole assicurare unanimismo preventivo, ma è il metodo per garantire alla fine, dopo un confronto democratico di tutte le possibili alternative, l’indispen-sabile unità nell’orientamento e nel lavoro concreto del partito.” [Berlinguer E., 1978].

Si riconoscono, tuttavia, i rischi burocratici e le tendenze autoritarie che un uso sbagliato di questo metodo possono generare. L’obiettivo di ampliare il grado di democrazia all’interno del partito è del resto molto vivo, in quegli anni, nel P.C.I., tanto che nella 15ª Tesi per il XV Congresso si afferma: 
“...Il partito deve innanzitutto sviluppare una profonda democrazia di massa, metodi di libera discussione e di libera espressione delle posizioni di critica e l’iniziativa di ogni membro. Contemporaneamente deve rafforzare lo spirito di unità nelle relazioni tra i membri e il rifiuto del metodo delle “correnti” che provoca divisioni e corrompe la vita del partito, rendendo impossibile una vera dialettica democratica.” [Pribicevic, 1981, 176].

In realtà, tuttavia, all’interno dei partiti eurocomunisti, con la parziale eccezione del P.C.F., il principio dell’unità monolitica è ormai decaduto, e la legittimità delle differenti posizioni è accettata e, in alcuni casi, anche ufficialmente riconosciuta. Così nel P.C.I. si ha la componente della destra interna, che ha in Amendola il suo leader, e che, pur trovandosi sovente vicino alle posizioni dei partiti socialdemocratici europei su questioni come la C.E.E. e le riforme economiche, ritiene sempre essenziale per l’identità del partito il riferimento alla “Patria della Rivoluzione”, e la componente della sinistra, guidata da Ingrao, molto critica nei confronti dei Sovietici ma nello stesso tempo decisa avversaria di ogni “sbandamento socialdemocratico” in materia economica. Nel mezzo il “centro” di Berlinguer a far da mediatore.

Tra gli eurocomunisti il partito che conduce più in profondità la riflessione sul problema della democrazia nella vita del partito è senza dubbio il P.C.E.. In occasione del suo IX Congresso, nel 1978, il Partito Comunista di Spagna persegue, anche se con pochi risultati soddisfacenti, una linea volta a coinvolgere maggiormente l’insieme dei militanti, promuovendo una rielaborazione più moderna del centralismo democratico, in modo da assicurare la partecipazione democratica a tutti i livelli. Una testimonianza del nuovo grado di democrazia all’interno del partito è fornita dalle modalità stesse con cui si svolgono le discussioni al Congresso: voto in seduta plenaria e presenza di tutte le posizioni alternative che abbiano ottenuto più del 30 % di adesioni nei lavori di preparazione al congresso, cosa che pone implicitamente fine al principio dell’unità monolitica del partito [Calamai, 1978]. La riaffermata adesione al principio del centralismo democratico, nel caso del P.C.!
E., è anche legata al fatto che si tratta di un partito reduce da quarant’anni di clandestinità, la quale, tra le molte cose negative, ha prodotto, nel corso degli anni, anche una divisione dell’autorità nel partito tra la direzione che viveva in esilio e i quadri permanenti rimasti in Spagna [Alami, 1978].

Il P.C.F., dei tre partiti eurocomunisti, è certamente quello che è rimasto più statico nella concezione del centralismo democratico. Ancora nel ’77 un importante esponente del partito lo definisce: “essenza rivoluzionaria del partito d’avanguardia” [Tiersky, 1981]. Nel P.C.F. permane fortissima l’impronta stalinista. Il Comitato centrale, più che organo legislativo del partito, appare come l’organo ratificatore ed esecutivo dell’Ufficio Politico. Ogni evoluzione politica o dottrinale parte dal vertice, e la stessa proposta di abbandonare il principio della dittatura del proletariato è stata comunicata dal segretario Marchais durante un’intervista televisiva a meno di due mesi dal XXII Congresso, che ha poi proceduto solo ad una formale ratifica, senza una seria discussione tra i militanti [Alami, 1978].
Il peso dell’apparato, molto forte già nel P.C.I. e nel P.C.E., è addirittura opprimente nel partito francese. Esso è definito: “...macchina finalizzata a produrre unanimità” [Tiersky, 1981, 317], e tende a rendere praticamente nulla la forza della base militante nell’elaborazione della linea politica, oltre che ad atomizzare le critiche di eventuali oppositori.

Straordinari strumenti di controllo detenuti dal vertice del partito sono poi le “commissioni delle candidature”, organi che hanno la funzione di vagliare ogni promozione all’interno del partito, selezionando i candidati in numero uguale ai posti da ricoprire, così da rendere virtualmente superfluo il voto delle varie assemblee del partito [Duhamel, 1979, 93].
Molto dura, nel P.C.F., è poi la condizione del militante, il quale, certo, ha piena libertà di criticare il partito a livello di cellula, può dare pubblicità nazionale al suo disaccordo attraverso la tribuna di discussione che si apre su «L’Humanité» prima di ogni Congresso e proporre emendamenti al progetto iniziale, ma non può nè redigere un testo alternativo, nè unire altri militanti intorno alla sua mozione, nè tentare di fare approvare la sua tesi dal Congresso [Baudouin, 1978, 400].

Il P.C.F. si mostra molto inflessibile anche riguardo alla questione dell’ammissibilità delle correnti all’interno del partito. I suoi leader affermano: “...Il P.C.F. non è la Torre di Babele... Esso è un punto di riferimento per cittadini che condividono gli stessi ideali e gli stessi fini.” [Pribicevic, 1981, 177]. Inoltre essi difendono l’organizzazione centralizzata asserendo che le tendenze possono portare al congelamento delle discussioni fissando le divergenze e possono presentare il rischio di compromessi permanenti e, in ultimo, quello dell’indecisione nella linea politica generale del partito [Baudouin, 1978, 400 - 401]. Molto indicativa è la posizione di Elleinstein, punta di diamante dello smarcamento eurocomunista del P.C.F.: “La democrazia senza centralismo è l’anarchia interna”.
Secondo molti politologi l’attaccamento così indefesso dei comunisti francesi al centralismo democratico è anche spiegabile come un tentativo per rinforzare la specificità della propria identità comunista, appannata dalla stagnazione elettorale e dalla prodigiosa crescita dell’alleato socialista [Tiersky, 1981, 329]. 

Trasformazione ideologica e nuova concezione del ruolo del
partito nell’Eurocomunismo.

La stagione eurocomunista produce anche importanti novità nell’ambito ideologico, dove si registra la scomparsa del vecchio carattere dogmatico in riferimento alla dottrina marxista-leninista.
Nei nuovi documenti statutari del P.C.I. si afferma che il partito, da un lato, sa porsi nella condizione di poter misurare e verificare la validità dei suoi orientamenti teorici e politici, e quindi di aggiornare le formulazioni entro cui vivono i principi trasmessi dai suoi maestri rivoluzionari. Dall’altro lato, è un partito che vuole aprirsi e costruire un sistema di rapporti, di alleanze politiche e sociali e di confronti ideali molto vasto. Sul leninismo Berlinguer dichiara nel corso di un’intervista del 1978:
“Se con il termine leninismo (o con la locuzione “marxismo-leninismo”) si vuole intendere una specie di manuale di regole dottrinali staticamente concepite, un blocco di tesi irrigidite in formule scolastiche, che si dovrebbero applicare acriticamente in ogni circostanza di tempo e di luogo, si farebbe il massimo torto a Lenin... Noi non siamo leninisti a questo modo... [Berlinguer E., 1978].

Cambia anche in modo essenziale la concezione del ruolo del partito. Il P.C.I. ha da tempo abbandonato la definizione di avanguardia, preferendo il termine “partito-guida” e lo stesso ruolo di direzione è ora condiviso con altre forze, che sono considerate su un piano di eguaglianza [Pribicevic, 1981, 170]. Allo stesso modo il P.C.I. non considera più il suo modulo organizzativo come un prototipo della nuova società socialista, nè per aderire al partito è più necessario professarne l’ideologia. Questa nuova concezione laica del partito ha permesso un forte afflusso di cattolici, in precedenza bloccati dal carattere palesemente ateo del P.C.I.. Tuttavia, sul fatto che il P.C.I. sia divenuto un partito fino in fondo laico alcuni nutrono dei dubbi. Innanzitutto è singolare che il P.C.I. giunga, con cinquant’anni di ritardo, ad elaborare i medesimi principi del socialismo democratico, rivendicandoli come nuovi, ma è addirittura paradossale che, una volta ricongiuntosi alla tradizione socialista, senta immediatamente il bisogno di differenziarsene, riproponendo il mito della continuità con la tradizione comunista e quello della diversità da ogni altro partito [Salvadori, 1979].

Molto importanti sono anche i cambiamenti dottrinali che avvengono durante questa fase nel P.C.E.. Esso, in occasione del suo IX Congresso, si definisce come:
“...un partito marxista, rivoluzionario e democratico che si ispira alle teorie dello sviluppo sociale elaborate dai fondatori del socialismo scientifico, Marx e Engels. L’apporto di Lenin è ritenuto, in tutto ciò che conserva di valido, fondamentale, anche se è da ritenersi superato il concetto secondo cui “il leninismo è il marxismo della nostra epoca.”” [Tesi n° 15 del IX Congreso del Partido Comunista d’España, aprile 1978].

La nuova concezione non più ideologica della teoria di Marx porta il P.C.E. a ripensare il proprio ruolo e ad essere: “...favorevole all’unità d’azione delle forze di tendenza sia marxista sia socialdemocratica... e alla cooperazione fra questi su base d’uguaglianza” [Tesi n°15], nonchè ad operare per la costruzione di uno stato non ideologico ma laico, che non sia una copia del partito, il quale costituisce solo una parte della struttura della società.

Nel P.C.F., infine, i tiepidi segnali di rinnovamento si trovano proprio nei mutamenti ideologici, come l’abbandono del principio della dittatura del proletariato, giustificato dal partito con il fatto che il termine “dittatura” evoca automaticamente i regimi fascisti ed esprime quindi la negazione stessa della democrazia, mentre il termine proletariato non rappresenta più, nella seconda metà degli anni ’70, la totalità della classe operaia nè, tantomeno, l’insieme dei lavoratori. Inoltre, nel corso del XXIII Congresso del 1979, la formula “marxismo-leninismo” viene rimpiazzata, come principio-guida del partito, da: “Socialismo scientifico fondato da Marx e da Engels e sviluppato da Lenin” [Wright, 1981, 115], mentre Kanapa, membro dell’Ufficio Politico, ha affermato in precedenza che “una teoria scientifica non è una verità assoluta”.
Per quanto riguarda la concezione del ruolo del partito, si può notare che anche se l’attaccamento alla vecchia idea di partito d’avanguardia è molto forte, come si è già detto, ed è rivendicato con particolare veemenza nei confronti dei socialisti, in alcune occasioni i comunisti francesi tendono a smorzare un po' i toni, limitandosi a indicare come essenziale un ruolo dirigente del partito nella lotta per la trasformazione della società [Marchais, 1976a].

L’apparato organizzativo dei tre partiti eurocomunisti.

Anche nella fisionomia organizzativa si possono notare molte affinità tra il P.C.I. e il P.C.E., mentre il P.C.F. conserva una struttura di tipo tradizionale.
Il partito comunista spagnolo e, soprattutto, quello italiano tendono a privilegiare la sezione, a scapito della cellula, come primo momento di aggregazione nel partito, fatto che indica una volontà di non apparire come partito esclusivamente della classe operaia e, come tale, fortemente ideologizzato, come è il caso del P.C.F., ma piuttosto come forza politica aperta anche a chi non si professa marxista. In questo modo si spiega anche la grande attenzione portata dal P.C.I a tutti i nuovi movimenti nati sull’onda della contestazione sessantottina, comportamento molto diverso dal partito transalpino, che si mostra invece molto freddo con questi, ad eccezione del Movimento per la Pace [Tarrow, 1976, 377].

Un’ulteriore differenza tra i due principali partiti è costituita dal rapporto fra gli amministratori locali comunisti e i rispettivi partiti. Per ciò che riguarda il P.C.F. tutte le alleanze locali vengono vagliate dai dirigenti dipartimentali e, a volte, nazionali. Gli amministratori locali del P.C.I., invece sono più politicizzati rispetto ai colleghi degli altri partiti italiani, ma sono meno legati nei confronti del partito rispetto ai comunisti francesi [Tarrow, 1976, 385]. Infine è molto differente la penetrazione territoriale dei due partiti nelle rispettive società. Mentre il P.C.F. è organizzato quasi esclusivamente nella regione parigina e in pochi altri dipartimenti a prevalenza industriale, il P.C.I. attua una strategia di presenza in tutto il territorio italiano e in tutti i settori della società, grazie a una rete organizzativa capillare che dispone, fra l’altro, di una casa editrice (la Editori Riuniti), di pubblicazioni quotidiane, settimanali e mensili a vasta tiratura, di scuole di partito e di una solida base economica, grazie al collegamento alla Lega delle Cooperative.

La contestazione all’interno dei partiti eurocomunisti.

La contestazione all’interno del P.C.I. è stata storicamente più limitata che nel P.C.F. e, soprattutto, nel P.C.E.. Prima di tutto i comunisti italiani non hanno praticamente mai conosciuto nella loro storia scissioni autentiche, nè pro-cinesi, nè pro-sovietiche, fino a quella tra P.D.S. e P.R.C in anni piuttosto lontani da quelli dei quali si sta parlando. La compattezza del partito non è mai venuta meno, forse anche grazie al carisma e all’abilità dei suoi leader, da Togliatti a Berlinguer. L’unica scissione di un certo spessore si è avuta nel 1969 ad opera dei dissidenti de «Il Manifesto», che criticavano aspramente la linea politica del partito, giudicato ormai “riformista”. Durante la stagione eurocomunista le contestazioni riguardano principalmente due questioni, l’appoggio del partito alla politica di “austerità” dei governi di solidarietà nazionale, critica mossa soprattutto dalla componente sindacalista del partito (Trentin, Garavini), e la condanna che il partito !
ha mosso nei confronti dell’U.R.S.S. all’indomani dell’invasione dell’Afghanistan e dei fatti polacchi del dicembre ’81. In questa occasione la componente filosovietica di Cossutta dissente fortemente dalla linea della Direzione e soprattutto dalla posizione di Berlinguer secondo cui si sarebbe ormai verificato: “...l’esaurimento della spinta propulsiva nata dalla Rivoluzione d’Ottobre.” [Berlinguer E., 1981].

Il P.C.E., al contrario, ha conosciuto di frequente nella sua storia dolorose scissioni, a cominciare dal 1963, con la creazione del Partido Comunista Español di tendenza maoista, e, soprattutto, nel 1970, con la formazione di un partito di stretta osservanza filosovietica, per qualche tempo concorrenziale al P.C.E. stesso, guidato da un eroe della guerra civile, il generale Lister.
La riacquistata libertà all’indomani della fine della dittatura non produce la sperata unità e i segni della divisione sono ben visibili durante il IX Congresso, con la contrapposizione tra “eurocomunisti” e “leninisti”, segno di un malessere assai diffuso nel partito, e con la vibrante richiesta di maggiore democrazia nel partito, soprattutto sotto forma di un maggior diritto all’iniziativa, alla discussione e alla critica da parte di ogni militante. Molto forte è anche il confronto tra le vecchie e le nuove generazioni [Calamai, 1978].

I segnali negativi presenti al IX Congresso si mostrano in tutta la loro drammaticità al X Congresso, nel 1981, ricordato come il congresso delle divisioni. Se la componente vicina al P.C.U.S. risulta meno consistente del previsto, ben più significativa si dimostra la forza del gruppo degli “eurocomunisti rinnovatori”, che non si riconosce nella relazione del segretario sul partito. 
In questo modo, anche se la linea eurocomunista del P.C.E. è riconfermata a larghissima maggioranza, l’impressione che se ne ricava è quella di un partito spaccato, con un segretario rieletto soltanto dal 70 % dei delegati e che risulta appena il 15° tra gli eletti al Comitato Centrale. Le principali proposte degli eurocomunisti rinnovatori si concentrano sulla forma del partito, che si vorrebbe con una struttura federale che garantisse piena libertà di espressione per le correnti d’opinione, pur permanendo la norma del centralismo democratico. Tuttavia queste richieste non vengono accettate dal congresso.
Questa spaccatura all’interno del partito non è più ricomposta, al punto che nel novembre ’82 Carrillo si dimette da segretario generale e, all’inizio del 1984, esce dal partito [Waller, 1987].

Infine il P.C.F., esso pure immune da scissioni nel corso della sua storia, ma alle prese, a partire dalla rottura con i socialisti nel settembre ’77, con una forte contestazione interna, agevolata anche dalla parziale liberalizzazione del partito avvenuta dopo il XXII Congresso. La contestazione in realtà era già nell’aria immediatamente dopo la conclusione del congresso stesso, come confermano le dimissioni verificatesi in molte cellule, e soprattutto le critiche di Althusser, strenuo difensore della validità del principio della dittatura del proletariato e grande accusatore dei metodi per nulla democratici utilizzati dal partito per eliminare il principio stesso [D’Eramo, 1976]. Le prospettive, però, di una partecipazione al governo ormai ritenuta prossima, fanno passare in secondo piano la potenziale forza dirompente della contestazione, che cova sotto la cenere e che esplode dopo la sconfitta elettorale del marzo 1978.

Caratteristica principale dei “ribelli” è quella di essere quasi tutti degli intellettuali che, pur partendo da posizioni ideologiche anche distanti, convengono sulla richiesta primaria di una maggiore democrazia nel partito [Baudouin, 1980, 82].
Le critiche mosse alla Direzione sono svariate. Si rimprovera, tra l’altro, il settarismo tenuto nei confronti del P.S., l’eccessivo operaismo spinto fino al miserabilismo. Ma è ancora Althusser a formulare la critica più dura, quella per cui è il P.C.F. il vero responsabile della sconfitta, in quanto, vistosi scavalcato dal P.S., ha preferito far perdere la sinistra intera piuttosto che tentare di rovesciare il rapporto di forza ad esso sfavorevole [Baudouin, 1980, 85]. Molte critiche concernono anche il problema della circolazione delle idee all’interno del partito e l’eccessivo verticalismo che estranea il militante dalle decisioni del vertice. Si richiedono profonde revisioni nell’organizzazione del partito, come la valorizzazione delle assemblee di sezione rispetto a quelle di cellula, si critica il sistema cooptativo della equipe dirigente, si domanda l’abrogazione della commissione delle candidature e la rappresentanza proporzionale, nelle varie assemblee del partito, della minoranza.
Il problema dei contestatori, divisi tra “althusseriani” ed “eurocomunisti” e a loro volta distinti in sottogruppi, è, però, la loro eccessiva frammentazione. In questo modo l’apparato pressoché monolitico del partito ha buon gioco a spuntarla, riuscendo prima del XXIII Congresso del 1979 ad annichilire ogni contestazione [Baudouin, 1980, 94].

Interessante è analizzare il modo con cui il partito riesce a controllare questo fenomeno. Nessuna epurazione di staliniana memoria, ma una precisa strategia composta di tre fasi, tesa a screditare i contestatori. Innanzitutto un momento tradizionale di intimidazione burocratica, seguito poi da una fase di banalizzazione ideologica capace, grazie a concezioni sulla dottrina e sulla democrazia interna più teoriche che reali, di smussare l’originalità rivendicativa dei critici e di riportare sui dirigenti il monopolio dell’innovazione. Infine una discreta ma efficace fase di normalizzazione amministrativa [Baudouin, 1980, 96].

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