Capitolo Quarto


La strategia politica nazionale del 
Partito Comunista Italiano. 

La proposta del Compromesso storico: novità e continuità 
con il passato.

Il Compromesso storico è la proposta lanciata per la prima volta da Berlinguer, a conclusione di tre articoli pubblicati su Rinascita tra il 28 settembre e il 9 ottobre 1973, all’indomani della tragica fine del presidente cileno Allende e del suo governo di Unidad Popular. Proprio prendendo a lezione i fatti cileni, il segretario del P.C.I. afferma che l’errore politico più grave che la sinistra potrebbe compiere in un paese capitalista occidentale è quello di puntare al 51 % dei suffragi, pensando che sia sufficiente per la sinistra ottenere la maggioranza assoluta anche risicata per poter intraprendere quelle trasformazioni essenziali per guidare le società occidentali verso il socialismo. Questa condotta porterebbe, al contrario, ad una saldatura stabile ed organica tra il centro e la destra, con il deleterio risultato di spaccare in due il Paese e di mettere in moto pericolose reazioni da parte della destra eversiva:
“...Questo è stato lo sbaglio fatale commesso da Allende, e questo non deve ripetersi in Italia. E’ indispensabile un nuovo grande “compromesso storico” tra le forze che raccolgono e rappresentano la grande maggioranza del popolo italiano.” [Berlinguer E., 1973a].

Questa alleanza è ciò che il segretario comunista definisce “una nuova tappa della rivoluzione democratica e antifascista”.
Un rapporto di tipo nuovo con il partito dei cattolici viene considerato come un passaggio fondamentale per consentire l’isolamento delle forze reazionarie e dare così il via alle riforme strutturali del sistema politico ed economico italiano. Così scrive Berlinguer su «Rinascita»:
“Il compito nostro essenziale è quello di estendere il tessuto unitario, di raccogliere attorno ad un programma di lotta per il risanamento e rinnovamento democratico dell’intera società e dello Stato la grande maggioranza del popolo, e di far corrispondere a questo programma e a questa maggioranza uno schieramento di forze politiche capaci di realizzarlo. Solo questa linea e nessun’altra può isolare e sconfiggere i gruppi conservatori e reazionari, può dare alla democrazia solidità e forza invincibile, può far avanzare la trasformazione della società.” [Berlinguer E., 1973b].

La Democrazia Cristiana è vista come un partito nel quale esistono profonde contraddizioni, certamente legato agli interessi dei grandi gruppi economici e alle posizioni di rendita parassitarie ma anche una forza politica che, per la composizione del suo elettorato, deve tenere conto delle aspirazioni popolari, fatto questo che la rende diversa da tutti gli altri partiti borghesi occidentali, in quanto non assimilabile ad un partito di tipo conservatore [Vacca, 1978].

Su molti temi importanti le posizioni tra comunisti e cattolici sembrano farsi più vicine, o, per lo meno, i toni si fanno meno accesi. Così, in occasione del referendum sul divorzio, voluto fortemente da Fanfani, come a suggello della propria linea politica centrista, il comportamento tenuto dal P.C.I. durante la campagna elettorale è volto a sostenere in modo deciso ma non estremista le ragioni del “no”.

Sull’aborto vi sono alcune dichiarazioni di leader comunisti molto vicine alla posizione dei cattolici. Così si esprime infatti Bufalini: “Per noi l’aborto non è un diritto nè una libertà nè un mezzo di emancipazione della donna” [Bufalini, 1975]. La linea ufficiale del partito sostiene che:
“...è prioritario, per vincere o almeno circoscrivere questa piaga, farla emergere dalla clandestinità che l’aggrava e che ne accentua il duplice carattere discriminatorio contro le donne e contro i poveri.” [Berlinguer G., 1977].

Della nuova legge i comunisti difendono soprattutto l’intervento sociale, che dovrebbe consentire ai medici funzioni di accertamento e di valutazione congiunte con la donna, per rimuovere le cause che l’hanno condotta a prendere questa grave decisione [Berlinguer G., 1977]. E’ anche da notare che la difesa della legge, da parte del P.C.I., non è arroccata, ma si riconosce che è una norma sottoponibile a continua verifica.
Un momento fondamentale nel dialogo con i cattolici è certamente costituito dalla lettera indirizzata dal massimo leader comunista al Vescovo di Ivrea, mons. Bettazzi, in risposta a una precedente missiva dell’alto prelato. In essa Berlinguer specifica che il P.C.I. è: “...un partito laico e democratico e, come tale, non teista, non ateista e non antiteista” e che esso vuole uno Stato allo stesso modo laico e democratico. [Berlinguer E., 1977c].

Nell’idea berlingueriana la collaborazione con la D.C. non deve essere circoscritta ad un accordo tra i vertici ma deve funzionare innanzitutto a livello locale, in quanto offre una doppia opportunità, sia come momento di legittimità politica, sia come occasione per dimostrare la superiorità dell’efficienza comunista nell’ammi-nistrazione pubblica [Allum, 1977].
Riguardo agli eventi che hanno portato all’elaborazione della strategia del compromesso storico, oltre ai fatti del Cile ve ne sono altri, in particolare l’esaurimento della formula del centro-sinistra e il grave momento di crisi economica e sociale, fatti entrambi che danno luogo a una forte richiesta di cambiamento del modo di funzionare del sistema, così da emarginare i settori più improduttivi e parassitari [Ripa di Meana, 1974].

Secondo Allum sono possibili due letture opposte della nuova strategia del P.C.I., una difensiva, secondo la quale il partito non vorrebbe provocare nè una rottura nella pratica politica italiana, nè una spaccatura nella D.C., per timore di gravi conseguenze sulla fragile struttura costituzionale italiana, tenuto anche conto della delicata situazione del Paese negli anni ’70, l’epoca del terrorismo. Secondo una visione offensiva del Compromesso storico, invece, il vero punto di partenza di questa strategia sarebbe fornito dalla contestazione degli anni ’68 - ’69, cui il partito vorrebbe dare una risposta, mentre gli avvenimenti cileni costituirebbero solo l’occasione propizia per la presentazione del disegno. Premessa di questa seconda lettura è che in Italia vi sarebbero le condizioni per introdurre il socialismo senza incontrare particolari difficoltà [Allum, 1977].

In realtà di problemi il P.C.I. è ben consapevole di trovarne, e a chi obietta che di fronte a una maggioranza così ampia, composta non solo da democristiani e comunisti ma da tutte le forze democratiche, scomparirebbero quasi le forze di opposizione, Berlinguer replica in questo modo:
“...il giorno in cui le forze democratiche intraprendessero insieme un’effettiva azione di rinnovamento della società e della vita pubblica, non mancherebbe davvero l’opposizione dei gruppi privilegiati.” [Berlinguer E., 1974b].

Del resto nel P.C.I. si è convinti che per consentire l’instaurazione di profonde riforme e per sostenerle non sia necessario avere un’ideologia socialista. Si può giungere ad approvare e sostenere misure di tipo socialista anche muovendo da altre concezioni, in particolare:
“...ricavando dall’esperienza la constatazione che l’attuale sistema, così com’è, si dimostra incapace di risolvere problemi quali quelli posti dalla crisi odierna.” [Berlinguer E., 1974b].

Una vivace discussione si sviluppa poi, fuori e dentro il partito, a proposito della continuità del Compromesso storico con la tradizione comunista italiana.
Secondo la direzione del partito vi è una specie di “fil rouge” che lega il progetto dell’attuale segretario con l’elaborazione togliattiana della Via italiana al socialismo e, soprattutto, con Gramsci, per il quale il socialismo deve fondarsi sul consenso. Quest’ultimo, in particolare, è considerato, anche dagli avversari politici, come colui che per primo ha indicato la via per la conquista del potere. Egli infatti ha elaborato concetti che sono diventati patrimonio ideologico del P.C.I., come società civile, blocco storico ed egemonia. In Gramsci è centrale l’importanza della società civile, vista come complesso delle relazioni culturali, non più economiche come era in Marx. Attraverso la sua conquista si arriva ad occupare lo Stato, e, secondo l’intellettuale cattolico Del Noce, è proprio ciò che il P.C.I. sta perseguendo. Tuttavia nel partito vi sono alcuni che mettono in evidenza come vi siano problemi nel conciliare il pluralismo organico gramsciano con la vera democrazia, e per questo si formulano proposte, soprattutto da parte della sinistra di Ingrao, volte a inserire strumenti di democrazia di base nel sistema rappresentativo [Rizzo, 1977].

Anche fuori dal P.C.I. molti mettono in evidenza il fatto che, sebbene il partito continui a proclamarsi fedele continuatore dell’eredità gramsciana, vi sono ormai sensibili differenze tra il partito degli anni ’70 e le elaborazioni teoriche dell’intellettuale sardo. Così il concetto di egemonia è diverso, in quanto il P.C.I. si concepisce non come un Partito - Principe che guida le altre forze politiche verso il socialismo, ma come componente di un blocco di forze sociali e di partiti anche di diversa ideologia, che convengono sul progetto di trasformare la società.

Diversa è pure la concezione della forma di democrazia di base, intesa ora come momento di partecipazione al sistema democratico dello Stato e non più come fondamento rivoluzionario di contropotere [Salvadori, 1977, 61].

Ormai è chiaro al P.C.I. che lo stabilirsi di una larga coalizione politica è la condizione indispensabile per la buona riuscita del nuovo progetto.
Anche la pretesa continuità con la elaborazione togliattiana della Via italiana al socialismo è aspramente criticata dai non comunisti. Con essa infatti, si obietta, il rapporto di principio tra comunismo e democrazia restava ancorato allo schema leninista, mentre la dittatura del proletariato rimaneva la forma di transizione per attuare il socialismo e, infine, non si escludeva la via rivoluzionaria per la presa del potere. Inoltre, secondo Flores d’Arcais, vi era una certa doppiezza in Togliatti circa la concezione della democrazia, in quanto il metodo parlamentare era visto solo come strumento alternativo alla rivoluzione per la conquista del potere, avvenuta la quale avrebbe esaurito il suo compito. Negli anni ’70, invece, il P.C.I. segue sostanzialmente una strategia riformistica, vicina di fatto a quella della socialdemocrazia europea [Flores d’Arcais, 1979].

Ma tutta l’elaborazione del Compromesso storico non starebbe in piedi senza un adeguato supporto internazionale. Non è un caso se Berlinguer lancia il suo progetto in un momento in cui la distensione internazionale è all’ordine del giorno. La conferenza di Helsinki per la sicurezza e la cooperazione in Europa è in avanzata preparazione, mentre Brezhnev e Nixon hanno da poco raggiunto un secondo accordo per il controllo degli armamenti, il S.A.L.T. II.

Il P.C.I. sa che la questione della distensione è la più importante per la riuscita del suo piano di avvicinamento al governo del Paese. Più la situazione internazionale è tesa, più il partito comunista è avvertito dall’opinione pubblica moderata come partito antisistema e, quindi, antidemocratico. Per questo i comunisti italiani sono, per tutto il corso degli anni ’70, i più accesi sostenitori del dialogo tra Americani e Sovietici.

Le critiche al Compromesso storico.

Molto numerose sono le critiche mosse alla proposta di Berlinguer, sia da politologi che da uomini politici.
I socialisti temono che un eventuale accordo politico tra comunisti e democristiani finisca per rendere di fatto accessorio il loro contributo quantitativo nella grande alleanza tra le forze democratiche italiane. Inoltre muovono due obiezioni ai comunisti. La prima afferma che è quanto meno ingenuo pensare che chi lascia la D.C. per aderire ai partiti operai possa trovarsi a suo agio in una strategia che ha come scopo ultimo l’alleanza con la stessa D.C..
La seconda obiezione prende le mosse dalla considerazione di come è organizzato il sistema di potere democristiano, in particolare al Sud. E’ un’illusione, quella del P.C.I., di abbattere le clientele parassitarie stando al governo con i democristiani, senza che questi vi si oppongano [Lombardi, 1974].

Tra gli intellettuali cattolici vi è chi, come Del Noce, mette in guardia dal vero fine che sta sotto la strategia comunista. Se davvero il P.C.I. persegue fino in fondo gli insegnamenti di Gramsci, allora, secondo Del Noce, il Compromesso storico non rappresenterebbe altro che lo strumento più idoneo per annullare la cultura cattolica, entrando in essa e permeandola della nuova mentalità, quella della “nuova chiesa”, il comunismo [Del Noce, 1974].

Tra i politologi Pasquino coglie l’errore essenziale del Compromesso storico nella distorsione tra il momento in cui nasce, quando vi è una forte paura per la tenuta democratica dello Stato, e la fase politica che segue, che vede, al contrario, una forte espansione democratica. Il problema sarebbe allora costituito da una strategia concepita come difensiva, ma che si deve applicare ad un momento storico di altissimo potenziale di mobilitazione civile e democratica [Pasquino, 1983, 46].
A una conclusione simile giunge anche Tarrow, secondo il quale più il P.C.I. mette in risalto i rischi di un aggravamento della crisi italiana, più diventa per esso arduo ottenere il via libera per operare profonde riforme, in quanto i suoi alleati possono agevolmente rispondere che proprio la serietà della crisi non consente di introdurre riforme sociali troppo dispendiose [Tarrow, 1981].

Ancora secondo Pasquino, l’analisi che Berlinguer fa della D.C. è troppo ottimistica, in quanto se è vero che il partito democristiano non è solo il rappresentante del grande capitale ma è soprattutto un partito popolare, ciò non significa necessariamente una predisposizione della Democrazia Cristiana verso una politica di riforme [Pasquino, 1983].
Dall’analisi condotta da D’Angelillo risulta che l’errore più grave del P.C.I. è quello di vedere una piena coincidenza tra austerità e rinnovamento, quando vi sarebbe invece una netta divaricazione. Altro sbaglio è l’iniziale convinzione della possibilità di fare della crisi un’occasione per la trasformazione del Paese, illusione che crolla nel 1978, quando ci si rende conto che l’urgenza dei problemi economici e del terrorismo non permette di operare nel senso di un’evoluzione strutturale del sistema [D’Angelillo, 1986, 20].

Secondo Bonanate la contraddizione di fondo sta invece nel non preoccuparsi, da parte del P.C.I. degli effetti che avrebbe sul sistema geopolitico internazionale una riuscita del suo piano politico, in pratica si rimprovera una visione troppo ottimistica della distensione [Bonanate, 1978, 136].
Le critiche più aspre sono però quelle avanzate da Fisichella, per il quale il Compromesso storico sarebbe soltanto uno strumento usato dal P.C.I. per cautelarsi da due rischi. Quello per cui un crollo improvviso del regime dei partiti potrebbe travolgere anche lo stesso partito comunista, in quanto ritenuto o la vera causa dei guai del regime, o suo complice, e quello per cui le forze politiche tradizionali riescano a superare la crisi e facciano ricadere il P.C.I. nell’isolamento [Fisichella, 1979, 8]. Secondo Fisichella, inoltre, il carattere non ideologico attribuito dai comunisti al tipo di Stato che vorrebbero costruire, non è una prova di acquisita democrazia, tanto più che nella società immaginata dal P.C.I. un partito può competere non per il successo del proprio modello sociale, ma solo per collaborare alla trasformazione completa verso il socialismo. Infatti la condanna del Partito Comunista Italiano contro l’invasione sovietica della Cecoslovacchia è stata dovuta!
esclusivamente al fatto che si è giudicato un tragico errore l’intervento armato, in quanto il processo di revisione della società era saldamente nelle mani dei comunisti, e il ruolo primario del partito non era minimamente messo in discussione [Fisichella, 1979, 54].

La situazione sociale e politica dell’Italia degli anni ’70.

La situazione sociale italiana in questo decennio è segnata da due problemi fondamentali, il terrorismo e l’emergenza economica. 
Sono gli anni di piombo, iniziati con la strage di Piazza Fontana a Milano nel 1969, l’epoca degli opposti estremismi, prima rosso e poi nero, la strategia della tensione. Forse proprio l’idea del Compromesso storico, con il possibile incontro tra i due grandi partiti di massa italiani, provoca un incremento delle azioni terroristiche, determinate a colpire sempre più in alto, fino a giungere alla strage di via Fani, con il sequestro e l’assassinio di Moro. In quella che viene ricordata come la “notte della Repubblica”, il P.C.I. prende una netta posizione contro il terrorismo e a sostegno delle istituzioni democratiche dello Stato. Il partito è molto critico verso quegli intellettuali, alcuni dei quali assai vicini allo stesso P.C.I., che dichiarano: “nè con le Brigate Rosse, nè con lo Stato”. In un articolo su Rinascita Vacca definisce questo atteggiamento come pericoloso e:
“...segno di sfiducia qualunquistica contro questo Stato... Pertanto deve essere confutato tenacemente anche sul piano culturale perchè altrimenti si corre il pericolo che la gente veda lo Stato esclusivamente come macchina coercitiva, estranea ai cittadini, per di più gravata da pesanti disfunzioni.” [Vacca, 1978].

Si afferma apertamente che nella lotta contro il terrorismo è in gioco la difesa dello Stato italiano, che ha una sua peculiarità rispetto a tutte le altre nazioni occidentali, in quanto suo fondamento è l’antifascismo.
La crescita del Partito Comunista, costante dal 1948, raggiunge alle amministrative del ’75 e alle politiche del ’76 il suo apice. Un italiano su tre vota per il P.C.I. e di ciò devono tener conto tutte le altre forze politiche italiane.
Vi è sicuramente un’evoluzione nell’immagine che gli italiani hanno del P.C.I., in quanto sempre di meno lo considerano un pericolo per la democrazia e sempre di più ritengono utile una sua partecipazione al governo del paese. Ciò che ha contribuito a questo cambiamento nel corso del tempo sono alcuni fattori, primo dei quali la convinzione che il P.C.I. ha saputo trasmettere circa la realizzabilità di una “Via italiana al socialismo” completamente diversa dalle precedenti esperienze. Inoltre vi sono l’immagine del “buon amministratore”, i mutati rapporti con i cattolici e, infine, il successo tra i giovani [Lange, 1976]. Tutto ciò porta, tra il 1976 e il 1979, alla fase dei governi di “solidarietà nazionale”, con il P.C.I. che, proprio nel giorno del rapimento di Moro, entra a far parte della maggioranza di governo, pur non avendo alcun suo rappresentante nell’esecutivo presieduto da Andreotti.

Ma il terrorismo non è la sola emergenza di quegli anni. La debolezza dell’economia italiana, una delle più fragili tra quelle capitaliste, è messa a nudo, all’inizio degli anni ’70, da due eventi molto vicini nel tempo. La fine degli accordi di Bretton Woods, cioè della parità tra dollaro e oro e, soprattutto, il primo shock petrolifero. Gli anni del boom economico sono ormai lontani, e la crisi e la disoccupazione sono all’ordine del giorno. I primi anni ’70 sono segnati dai grandi scioperi operai, come se la contestazione giovanile di fine anni ’60 si fosse trasferita nelle fabbriche.
Il crollo degli investimenti, la fuga dei capitali, la speculazione sulla moneta, tutte queste cose hanno, secondo il leader comunista, un’origine:
“...nella mancanza di indirizzi generali chiari, nell’instabilità politica, nel dissesto della pubblica amministrazione e nel dilagare delle pratiche corruttrici e clientelari. Ciò costringe sovente gli operatori economici in ogni campo, già stretti dalla crisi, a sottoporsi al pagamento di tangenti per ottenere licenze o servizi che dovrebbero essere normalmente assicurati da un corretto funzionamento degli uffici statali.” [Berlinguer E., 1976b].

Dunque per il P.C.I. il riassestamento dell’economia del Paese passa obbligatoriamente attraverso il risanamento del settore pubblico per mezzo di una politica economica di programmazione e una generale opera di moralizzazione della politica.

Le proposte di riforma politica del P.C.I. negli anni del Com-
promesso storico.

Nel precisare in che cosa consiste il suo progetto, Berlinguer dichiara costantemente che esso darebbe il via a importanti riforme in tutti i settori, nei rapporti di produzione, nella distribuzione del reddito, nei consumi e nelle abitudini di vita, nella natura del potere, introducendo nel funzionamento generale della società alcuni elementi propri del socialismo, anche se: “...non si tratta di porre come obiettivo ravvicinato la società socialista.” [Berlinguer E., 1976b].
Tra le proposte di riforma avanzate dal P.C.I. si segnalano quelle concernenti le istituzioni, in particolare il Parlamento, il quale, pur conservando il ruolo di centralità nel sistema politico italiano, come la Costituzione prescrive, dovrebbe razionalizzare il proprio lavoro, iniziando una progressiva ripartizione dei compiti tra le due Camere, che, per un verso, tenda ad una differenziazione delle loro funzioni, con prevalenza per l’una dell’attività legislativa e per l’altra dell’attività di controllo, mentre, per altro verso, porti ad aumentare i casi in cui le due Camere procedono in seduta comune, come la discussione della fiducia al governo. Inoltre si auspica in campo legislativo un serio snellimento, in modo che il Parlamento resti impegnato solo sulle leggi più importanti, lasciando alle Regioni le altre competenze.

Proprio le regioni costituiscono il secondo cavallo di battaglia del P.C.I.. Berlinguer, in più di un’occasione, afferma:
“Occorre battersi perchè le Regioni esercitino pienamente tutti i loro poteri legislativi e amministrativi... Le Regioni devono essere considerate come un’articolazione democratica necessaria, come una delle istituzioni alle quali compete l’elaborazione e l’attuazione di parti fondamentali di una nuova programmazione dello sviluppo economico.” [Berlinguer E., 1974b].

Nel P.C.I. è forte la convinzione che si ha il pieno sviluppo della democrazia rappresentativa quando la si abbina alla democrazia decentrata. In questo modo le Regioni diventano un nuovo modo di concepire e gestire la spesa pubblica e la programmazione. Del resto quest’ultimo strumento di politica economica è ritenuto dal P.C.I. essenziale per promuovere lo sviluppo sociale ed economico del Mezzogiorno, al fine di utilizzare correttamente, senza sovrapposizioni autoritarie, le stesse leggi di mercato [Berlinguer E., 1976b]. Altre richieste di cambiamento riguardano l’istituto del referendum, di cui si chiede un aumento del quorum dei cittadini necessario per promuoverlo, e di meglio definire le materie ad esso non sottoponibili.

Si propone una riforma del Consiglio supremo della difesa, che dovrebbe consentire una più ampia rappresentatività, integrando la sua composizione con membri designati dal Parlamento.
Infine il P.C.I. ritiene necessaria una riforma dei servizi di sicurezza, i quali dovrebbero essere distinti in due soli servizi fondamentali, uno che si occupi della difesa della sovranità nazionale e l’altro con compiti di difesa dell’ordine democratico. Entrambi dovrebbero essere posti sotto la direzione politica di un organismo collegiale, formato dal Presidente del Consiglio e dai ministri competenti, che periodicamente riferisca al Parlamento [Berlinguer E, 1974b].
Unica cosa che non deve mutare è il sistema elettorale, che deve restare rigorosamente la fotografia reale delle opinioni diffuse nel Paese, e quindi proporzionale puro.

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