Capitolo Quinto


La politica nazionale del Partito Comunista Francese negli anni ’70.

Il difficile rapporto tra comunisti e socialisti: 
l’Union de la Gauche e l’Union du Peuple Français.

I rapporti tra i due principali partiti della sinistra francese sono sempre stati piuttosto tesi. Fin dalla nascita del P.C.F., nel 1920, con il congresso di Tours, i socialisti della S.F.I.O. sono stati considerati come dei rinnegati, dei traditori del socialismo, come coloro che erano scesi a patto con il capitalismo imperialista.
Solo nella seconda metà degli anni ’30 le relazioni tra i due partiti migliorano, e l’accordo raggiunto tra Thorez e il leader socialista Blum segna l’inizio dell’esperienza del Fronte Popolare, che, vinte le elezioni, dà vita ad un governo a guida socialista appoggiato dai comunisti.
Dopo la guerra, quando il P.C.F. è diventato il primo partito francese, le due anime della sinistra si ritrovano unite nel governo di coalizione che guida la ricostruzione del paese. Ma i venti della Guerra Fredda giungono anche in Francia, e i comunisti vengono estromessi dal governo, proprio con il contributo determinante dei socialisti. Tra P.C.F. e S.F.I.O. cala nuovamente il gelo, che permane fino alla morte del leader comunista Thorez, nel 1964.

La segreteria di Waldeck - Rochet dà l’impressione di voler aprire una nuova stagione nei rapporti con i socialisti. A conferma di ciò vi è l’appoggio alla candidatura Mitterand alle presidenziali del ’65. Ma il maggio ’68 e la conseguente riattualizzazione del tema della rivoluzione sconvolgono i piani dei comunisti, e così il dialogo si interrompe nuovamente.

Nel 1972, finalmente, comunisti, socialisti e radicali di sinistra raggiungono un’intesa, non limitata alla sola scadenza elettorale, ma imperniata su un programma di governo di legislatura, il Programma Comune, che ha il compito di porre le basi per la trasformazione della società. Per il P.C.F. è il coronamento di una lunga rincorsa per uscire da quel ghetto politico in cui ha vissuto per venticinque anni.
Del resto, la necessità di perseguire una politica di alleanze, innanzitutto con i socialisti, ma aperte a quanti più possibile, deriva al P.C.F. dall’analisi dei due tentativi di edificazione di una società socialista a partire da una società capitalista, più vicini cronologicamente, quello cileno e quello portoghese. Il P.C.F., pur riconoscendo la sostanziale diversità delle due situazioni, vede una chiave di lettura comune. Secondo i comunisti, infatti, vi sarebbero due pericoli, diversi tra loro ma entrambi molto concreti, quando si dà vita a un governo che si pone l’obiettivo di portare una società dal capitalismo al socialismo,
“il primo è quello di non operare in tempo le trasformazioni democratiche delle strutture economiche e politiche con l’appoggio del movimento popolare, quando ve ne siano le condizioni, mentre il secondo è quello di gettarsi in operazioni avventuristiche che non corrispondono alle possibilità reali del movimento popolare, ma siano semplicemente manifestazioni della velleità di “bruciare le tappe” e conducano le forze rivoluzionarie all’isolamento.” [Marchais, 1976a].

Tuttavia, la soluzione per scongiurare entrambi i pericoli è la medesima, ed è quella formulata da Berlinguer con il Compromesso storico, dare cioè vita ad un movimento popolare sufficientemente ampio da comprendere larghi strati sociali, uniti dall’obiettivo delle riforme. Questa è la prova, secondo il P.C.F., della sincera volontà dei comunisti di perseguire una politica unitaria della sinistra, in quanto “...essa non è per noi una tattica momentanea, ma una componente stabile della nostra strategia.” [Marchais, 1976a].

Ciò che, però, crea, da subito, frizione con i socialisti è, come si è già visto, l’irrinunciabile pretesa del P.C.F. di esercitare un ruolo politico dirigente nella lotta per la trasformazione della società. Nasce da qui la “querelle” sulla proposta socialista del “fronte di classe”, rifiutata nettamente dal P.C.F., in quanto “la classe dei lavoratori ha il diritto di essere se stessa, senza doversi trovare in un magma indifferenziato” [Marchais, 1976a].

All’epoca della stesura del Programma Comune i rapporti all’interno della sinistra sono, in effetti, nettamente a favore dei comunisti, con il giovane partito di Mitterand, nato da appena due anni dalle ceneri della vecchia S.F.I.O., impegnato a costruirsi una propria credibilità. Il leader socialista, in questo frangente, è perciò costretto a fare buon viso a cattivo gioco, accettando, almeno formalmente, questo ruolo dirigente del P.C.F.. Ma a quanti tra i suoi militanti lo criticano per aver stretto l’accordo con i comunisti, Mitterand replica che il suo obiettivo principale è quello di dirottare due dei cinque milioni di voti del P.C.F. verso il P.S.. Quando, votazione dopo votazione, i fatti gli danno ragione, inevitabilmente i rapporti con il P.C.F. si deteriorano sempre di più.

Il partito comunista, del resto, non fa nulla per rendere meno incandescente la polemica, sostenendo con particolare ardore nella primavera del 1975, poco prima della svolta eurocomunista, il tentativo di golpe, in rigoroso stile leninista, del Partito Comunista Portoghese, appoggiato da una parte dell’esercito ma fortemente osteggiato dal Partito Socialista Portoghese. Una posizione, tra l’altro, quella del P.C.F., che lo vede isolato anche tra i partiti comunisti occidentali, essendo sia il P.C.I che il P.C.E. molto critici riguardo l’azione del P.C.P., che essi giudicano un colpo di mano sconsiderato.
Altro comportamento ambiguo tenuto dal P.C.F. è quello sulla “force de frappe”, l’arsenale atomico francese. Dopo un lungo tergiversare, il partito comunista si allinea, infine, sulla posizione gollista, che prevede la creazione e il mantenimento di un autonomo arsenale nucleare francese. Emerge, ancora una volta, il “gallo-comunismo” del P.C.F, il suo atteggiamento dichiaratamente nazionalista e antieuropeo, l’esatto opposto dell’attitudine del P.S. di Mitterand [Tiersky, 1979].

Altro motivo di diverbio, fin dall’inizio, è la questione dell’autogestione delle industrie nazionalizzate, idea fortemente caldeggiata dai socialisti ma molto osteggiata, specie nei primi tempi, dai comunisti, favorevoli ad assicurare una certa autonomia di gestione alle imprese pubbliche e nazionalizzate, ma a condizione che siano governo, sindacati e direzione dell’azienda a stabilire il grado dell’intervento dei lavoratori [Alfa Senior, 1972].
Tutti questi problemi fanno si che l’alleanza tra socialisti e comunisti, dopo il grande risultato delle municipali del ’77, che segnano il sorpasso sulla coalizione governativa, entri in una fase di stallo. Essa è certamente influenzata dal sopravanzamento del P.C.F da parte del P.S., evento che conduce, nell’autunno 1977, prima, ad una tormentata serie di trattative per aggiornare i vecchi accordi e, poi, alla rottura definitiva.

Sulle cause reali che hanno prodotto lo sfascio dell’intesa, si è sviluppato un feroce scambio di accuse tra i due partiti, ma molti, fuori e dentro il P.C.F., sono concordi nell’indicare nel partito di Marchais il principale responsabile. Già dai tempi del suo XXII Congresso, il partito comunista, rendendosi conto dell’ormai incontestabile sorpasso dei socialisti ai suoi danni, tenta di seguire una strategia alternativa, quella dell’Unione del Popolo Francese, volta principalmente a circondare il partito socialista a destra come a sinistra. Si tratta di una sorta di Compromesso storico alla francese, un progetto destinato soprattutto alle classi medie, in particolare ai gollisti delusi da Chirac e ai cristiani, e che vorrebbe relegare i socialisti in una posizione subordinata [Schwab, 1981].
Ma l’inaffidabilità politica del P.C.F. e il suo attaccamento a idee ormai superate e antiecologiche, come il modello economico produttivista, gli aliena l’appoggio degli ambientalisti e di ampi settori delle stesse classi medie [Baudouin, 1978, 644].

La rottura dell’alleanza dei socialisti, avvenuta, secondo i comunisti, a causa di disaccordi circa il numero di aziende da nazionalizzare, segna in realtà la fine del tentato processo, da parte del P.C.F., di omologarsi alla realtà politica nazionale, nonchè, molto probabilmente, la fine dello smarcamento eurocomunista del partito, anche se, paradossalmente, da questo momento, Marchais rivendica per il P.C.F. proprio questo attributo.

In realtà, però, la vera causa del fallimento dell’Union de la Gauche é da ricercarsi nel carattere esclusivamente elettoralista di un’alleanza in cui ognuno dei due partner ha puntato più a indebolire l’altro che a vincere insieme.
Per quanto riguarda le colpe del P.C.F., si può parlare di un concorso tra una grande paura e un grave errore politico.
L’errore è stato quello di aver giudicato inutile associare la base del partito all’elaborazione del progetto dell’alleanza con il P.S., e di non aver consentito, in conseguenza di ciò, alla formazione di comitati di unità popolare, privandosi, in tal modo, di un formidabile strumento per mobilitare la base socialista contro la presunta svolta a destra del vertice del partito.
Inoltre, le stesse vibranti proteste del P.C.F. contro questo cambio di strategia politica operato dal P.S., sono giunte con circa tre anni di ritardo. Risale, infatti, alle presidenziali del ’74 il momento in cui il programma politico ed economico del candidato socialista Mitterand, per altro pienamente sostenuto dai comunisti, ha cominciato a divergere dal Programma Comune.

La paura, di cui il P.C.F. è accusato sia dai socialisti che da alcuni dei suoi stessi intellettuali, come Althusser, sarebbe stata, invece, dovuta alla circostanza di trovarsi di fronte ad una situazione economica piuttosto difficile, che non consentiva un aumento della spesa pubblica, ma che, anzi, costringeva a dover assumere misure molto impopolari. Ciò avrebbe spaventato i comunisti e li avrebbe indotti a porre fine all’alleanza, prevaricandosi così la sola opportunità praticabile di diventare un credibile partito di governo [Duhamel, 1979].

I tentativi del P.C.F. di porsi come forza di governo.

Secondo Lavau tre sono le esigenze funzionali per un sistema politico. La prima è l’esistenza di una grande forza politica di opposizione capace di convincere i suoi militanti a rispettare certe regole basilari del sistema stesso. In secondo luogo è necessaria una forza politica che agisca come un “tribuno del popolo”, in modo cioè da incanalare verso vie legali e istituzionali la protesta dei cittadini. Infine, è indispensabile l’esistenza di un partito capace di porsi come alternativa credibile.
Negli ultimi anni, a parere del politologo francese, il P.C.F. avrebbe operato per soddisfare queste tre esigenze, non riuscendo tuttavia a farsi completamente accettare come alternativa di governo, proprio per il suo contemporaneo comportarsi da tribuno, malgrado un deciso sforzo per legittimare certi elementi del sistema politico.

Del resto, per il P.C.F., l’unica soluzione per convincere veramente l’opinione pubblica moderata delle proprie buone intenzioni è operare una seria svolta politica. In effetti, nei primi tempi dell’Union de la Gauche, il partito comunista sembra veramente deciso ad avviare la sua trasformazione.
L’enfasi per le grandi conquiste dell’Unione Sovietica e delle democrazie popolari diminuisce un po' di intensità, e le performance del socialismo sono esaltate solo quando qualcuno le mette in dubbio. Anche l’atteggiamento verso l’Alleanza Atlantica muta sensibilmente, venendo sostanzialmente accettata la permanenza della Francia in questa struttura anche nel caso di una vittoria delle sinistre, a patto che ciò non nuoccia alla politica di indipendenza condotta da un governo democratico [Baudouin, 1978].

La Comunità Europea, pur essendo ancora definita: “...la piccola Europa del capitale e dei trust”, viene riconosciuta ormai come una componente stabile e di primo piano del contesto politico occidentale, la quale, pur tra innumerevoli errori, ha ottenuto, nel corso degli anni, buoni risultati in certi settori, in particolare nella difesa dell’agricoltura francese dalla concorrenza statunitense. Una svolta importante si ha anche nel mutato atteggiamento del P.C.F. riguardo alle Istituzioni comunitarie. Esse sono sempre state definite: “...antidemocratiche e asservite al grande capitale”, ma, nell’aprile ’77, il partito comunista si dichiara improvvisamente favorevole alle elezioni a suffragio universale per il Parlamento Europeo, purchè l’assetto dei poteri di questo organismo resti immutato e, quindi, molto limitato. E’ una parziale legittimazione delle Istituzioni comunitarie.
Ma, certamente, la proposta su cui i comunisti puntano tutte le loro ambizioni è l’obiettivo di edificare un “socialismo dai colori della Francia”, come recita lo slogan del XXII Congresso, un tipo di socialismo distinto da tutti i precedenti modelli e, in particolare, da quello sovietico, del quale, anzi, si criticano gli aspetti più burocratizzati e illiberali.

Prima del Congresso il documento più importante che mette in luce la volontà del partito di evolversi in senso “liberale”, è la Dichiarazione delle Libertà del maggio 1975, dove, per la prima volta nella storia del P.C.F., non si fa menzione del termine socialismo. Il P.C.F. si dice deciso non solo a confermare tutte le libertà già garantite dalla Costituzione in vigore, ma anche ad ampliarne il numero, introducendone di nuove, in modo da condurre la democrazia “jusqu’au but”, al suo grado massimo.
La democrazia è ritenuta:
“...il terreno principale della lotta di classe rivoluzionaria per la trasformazione della società, e solo delle riforme democratiche profonde danno alla nazione la piena disposizione del suo sviluppo economico e sociale, assicurando la partecipazione dei lavoratori alla direzione degli affari del Paese.” [Kanapa, 1977].

Per questo la crescita della democrazia, secondo il partito comunista, va sviluppata su tre fronti, innanzitutto quello sociale, ponendo fine alle ineguaglianze che gravano in particolare sulla classe lavoratrice, in seguito quello economico, attraverso le nazionalizzazioni, la partecipazione dei lavoratori alle decisioni economiche delle imprese e la pianificazione democratica, infine il fronte politico.
Nel suo discorso al XXII Congresso Marchais è molto esplicito nell’affermare che non sono tollerabili restrizioni alle libertà e ai diritti della democrazia e che:
“...niente è più estraneo alla nostra concezione del socialismo di ciò che viene chiamato “comunismo da caserma”, che incasella in moduli identici tutto e tutti... Se il carattere di certe libertà è oggi puramente formale è perchè il regime borghese le ha svuotate del loro contenuto.” [Marchais, 1976a].

In particolare sulle regole del gioco democratico il discorso del leader appare del tutto nuovo rispetto alla prassi comunista. Dichiara infatti Marchais:
“Nella battaglia per il socialismo, nulla può sostituire la volontà della maggioranza democraticamente espressa come la lotta e il suffragio universale. Qualunque sia la via al socialismo nel nostro Paese, quali che siano le sue modalità di attuazione, bisogna essere convinti che ad ogni tappa maggioranza politica e maggioranza aritmetica devono coincidere.” [Marchais, 1976a].

Si può agevolmente notare che tra gli insegnamenti di Lenin e le parole di Marchais il salto è notevole.
Tuttavia permangono molti dubbi su quanto dichiarato dal massimo dirigente comunista, soprattutto riguardo al tema del pluralismo politico. Infatti, secondo Marchais, sbagliano quanti affermano che i regimi dei Paesi dell’Est sono tutti a partito unico, perchè, in realtà, in stati come la Bulgaria e la Germania Est, per non parlare della Polonia, vi sarebbero dei veri e propri sistemi multipartitici. Ciò fa supporre che al concetto di pluralismo politico il P.C.F. associ il significato che gli altri partiti politici, nella nuova società socialista, non debbano avere altro ruolo che quello di mera mobilitazione del sostegno popolare al regime guidato dal solo, vero partito rivoluzionario [Schwab, 1981].

Le proposte di riforma politica avanzate dal P.C.F..

Nel periodo di transizione che dovrebbe condurre la società francese dal capitalismo al socialismo, la prima fase è rappresentata dalla democrazia avanzata, nella quale si dovrebbe porre fine al potere dei monopoli, attraverso una profonda riforma democratica della politica e dell’economia [Laot, 1977, 32]. Questa riforma è, però, vincolata al delicato sistema di rapporti in seno alla sinistra. Così, dal momento della firma del Programma Comune fino a tutto il 1974, il P.C.F., convinto della propria superiorità organica e culturale nei confronti dei socialisti, persegue una politica di chiaro stampo giacobino e centralista, imperniata su una strategia di occupazione delle istituzioni chiave dello Stato, senza alcun accenno al decentramento. Ma, dal 1975, e ancor più dopo l’avvenuto sorpasso elettorale, dal 1977, la strategia muta e l’obiettivo dei comunisti diventa la penetrazione dello Stato a partire dalla periferia [Baudouin, 1978, 440].
Questo lo si può rilevare innanzitutto a proposito del diverso atteggiamento del partito verso le municipalità. Non solo il P.C.F. si dichiara estremamente favorevole ad un più ampio decentramento, sia politico che economico, ma mostra interesse anche verso problemi, fino a quel momento, ad esso del tutto estranei, come, ad esempio, il tempo libero [Milch, 1976].
L’offensiva antiburocratica e anticentralista prende ufficialmente il via con il XXII Congresso, dove Marchais proclama:
“...è proprio nel regime attuale che si va sviluppando una burocrazia tecnocratica che pretende dominare ogni aspetto della vita nazionale; è lo Stato del grande capitale che esercita un’assillante tutela sulle collettività locali. Noi lottiamo contro questo autoritarismo, questa soffocante centralizzazione di potere...” [Marchais, 1976a].

Il P.C.F. combatte anche una battaglia per rendere la cultura “...non più un oggetto di mercato e nemmeno di lusso, ma un bene comune a tutti gli uomini”. Da qui la difesa ad oltranza della scuola pubblica, ritenuta una delle poche possibilità che la società capitalista offre alle famiglie lavoratrici [Lavau, 1976, 96].
Sul tema delle riforme istituzionali l’atteggiamento del P.C.F. è molto chiaro.
Antipresidenzialista per eccellenza, il partito comunista vuole una grande riforma costituzionale, che limiti in maniera considerevole i poteri presidenziali, sia per la politica interna che per quella estera. Anche la funzione del governo si vorrebbe ridefinita, in modo da fare di esso solamente un organo collettivo di deliberazione, incaricato di applicare le leggi votate [Baudouin, 1978, 507].
Recuperare il ruolo centrale del Parlamento e ripristinare lo scrutinio proporzionale, sono questi i veri cavalli di battaglia del P.C.F.. Per i comunisti è inammissibile il progressivo depauperamento che l’Assemblea Nazionale ha conosciuto a partire dall’istituzione della V Repubblica. Così si esprime Marchais: “Il funzionamento, le condizioni di lavoro dell’Assemblea Nazionale ne fanno oggi un simulacro, una parodia di Parlamento.” [Marchais, 1976a]. Nei progetti dei comunisti, invece, c’è una repubblica di tipo parlamentare, con trasferimento di molte competenze statali alle regioni e ai dipartimenti.
Per quanto riguarda la riforma del sistema elettorale, è scontata la richiesta comunista di abbandonare il maggioritario, ritenuto da sempre eccessivamente penalizzante per il partito comunista e, fondamentalmente, antidemocratico.

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