Capitolo Sesto


La politica nazionale del P.C.E. negli anni del- l’Eurocomunismo.

La situazione politica spagnola all’epoca dell’Eurocomunismo

La situazione del Partito Comunista di Spagna, fino al 1977, è radicalmente diversa da quella dei comunisti italiani e francesi, essendo esso costretto alla clandestinità da un regime, che, sebbene in agonia, non attenua per nulla la sua durezza.
Il legame a filo doppio tra il regime e il suo fondatore, indica la palese l’impossibilità per la dittatura di sopravvivere alla morte del Caudillo.
Dopo aver conosciuto un certo sviluppo economico, in particolare nell’industria pesante, negli anni ’50 e ’60, la Spagna vive forse in misura più grave di altri Paesi, la grave crisi economica che ha colpito tutto il mondo occidentale nei primi anni ’70. La protesta sociale e il malcontento crescono, mentre il regime risponde solo con la repressione. Centinaia di persona vengono arrestate, torturate e, a volte, uccise.

L’opposizione, braccata dalla polizia, cerca di mobilitare le masse. Si hanno disordini in un po' tutta la Spagna, in particolare a Madrid, a Barcellona, nelle altre principali città e nelle regioni a forte concentrazione industriale, come le Asturie. La strategia più seguita è quella della penetrazione nelle organizzazioni sindacali del regime per organizzare da lì la protesta dei lavoratori.
Ma la dittatura si fa ancora più oppressiva e la Spagna, negli ultimi mesi di vita di Franco e fino alla sua morte, nel novembre 1975, diventa uno Stato-caserma.
Il P.C.E., molti leader del quale hanno provato in prima persona le durezze della guerra civile, vive con un sentimento di paura mista a trepidazione quest’ultima fase della dittatura. L’opzione del colpo di stato alla maniera portoghese è fuori discussione, in quanto si ritiene che gli Spagnoli, dopo una guerra civile che ha spaccato in due il Paese e dopo quarant’anni di dittatura, non accetterebbero una nuova lacerazione drammatica.

Il P.C.E. vuole abbattere il regime franchista in maniera incruenta, ma in modo che nella lotta per la riconquista della libertà il ruolo dei comunisti sia di primo piano, così da riuscire a convincere l’opinione pubblica della propria affidabilità sul terreno della democrazia.
La stagione dell’Eurocomunismo è in piena fase ascendente durante la transizione della Spagna verso la democrazia. Carrillo è certamente l’avanguardia di questa nuova strategia, per temperamento, forse, ma soprattutto perchè l’Eurocomunismo rappresenta per il partito spagnolo la carta su cui puntare tutto per migliorare la propria immagine. L’obiettivo del P.C.E. è duplice. Innanzitutto rendere evidente che è possibile costruire una società socialista democratica, molto differente dalle esperienze socialiste esistenti, e, in secondo luogo, dimostrare che i partiti comunisti, quando operano in un contesto politico democratico, come nel caso del P.C.I. e del P.C.F., non costituiscono un pericolo per la libertà, ma sono, anzi, un elemento valido ed indispensabile per la crescita complessiva della democrazia.

Non è un caso se Carrillo è il leader che più di tutti desidera dare all’Eurocomunismo una struttura e un’organizzazione stabile, così da farne veramente un nuovo polo del comunismo, e da rendere più palese la presa di distanza da Mosca.
Questa scommessa del P.C.E, di considerare lo smarcamento eurocomunista come lo strumento più adatto per riuscire a diventare protagonista delle profonde trasformazioni in atto nella nuova Spagna, si rivela, tuttavia, col passare del tempo, piuttosto deludente. Carrillo, comunque, non ha di fronte molte alternative. Per il leader spagnolo la via eurocomunista rappresenta un’estensione della democrazia sul piano economico e sociale:
“Allo stesso modo in cui la società partecipa alla direzione della politica dello Stato, si tratta di fare in modo che essa partecipi alla direzione, alla proprietà e ai benefici dell’economia.” [Carrillo, 1977a].

Anche per il P.C.E. i fatti cileni insegnano una lezione, quella per cui, anche se le forze socialiste vanno al governo, non si risolve il problema dello Stato, anzi, si può creare un dualismo molto pericoloso tra il governo socialista e l’apparato dello Stato capitalista, che può portare quest’ultimo a boicottare e, perfino, ad abbattere l’esecutivo. Da ciò deriva, quindi, la necessità di stringere quella che Carrillo chiama “l’alleanza delle forze del lavoro e della cultura”. Il governo che essa esprimerà dovrà garantire, nella fase che conduce alla costruzione della società socialista, la permanenza della proprietà privata media e piccola accanto alla proprietà pubblica, perchè:
“...l’esperienza insegna che la socializzazione radicale a breve termine di tutti i mezzi di produzione e di scambio determina una distruzione e una disorganizzazione delle forze produttive e dei servizi.” [Carrillo, 1975].

La moderazione è sicuramente una costante della strategia del P.C.E., e la testimonianza più eclatante la si ha nella vicenda del riconoscimento della monarchia.
A seguito della scomparsa di Franco, dopo un primo momento segnato dal netto rifiuto dei comunisti di accettare l’istituto monarchico in generale, e la figura di Juan Carlos in particolare come sovrano legittimo, in quanto designato dallo stesso Franco, il P.C.E. riconosce, infine, al giovane re di aver condotto in modo più che dignitoso il Paese durante la difficile fase di transizione verso la democrazia. In effetti, ad eccezione della breve parentesi dei mesi immediatamente successivi alla morte di Franco, quando il governo è formato dai vecchi collaboratori dello stesso dittatore, Juan Carlos ha sempre perseguito una linea politica moderata, di riconciliazione nazionale, chiamando un centrista, Suarez, alla guida dell’esecutivo.

In questa fase, durata circa un anno e conclusasi, nel maggio ’77, con le prime elezioni libere dopo oltre quarant’anni, si sono operati importanti cambiamenti in senso democratico. Oltre alla legalizzazione di tutti i partiti politici, da ultimo il P.C.E., nel marzo ’77, si sono poste le basi per le successive trasformazioni delle istituzioni, in particolare gli organismi regionali e, soprattutto, si è smantellato l’oppressivo regime di polizia.
Per i comunisti, se il 1976 è stato ancora un anno molto difficile in quanto permaneva lo stato di illegalità del partito e continuavano, quindi, gli arresti dei militanti, il 1977 rappresenta la liberazione e la fine della clandestinità. Il primo (e unico) vertice eurocomunista, che si svolge a Madrid all’inizio del mese di marzo del ’77, segna il primo grande atto pubblico del P.C.E.. Nel maggio successivo si svolgono le elezioni politiche. Per il partito comunista, tuttavia, queste si rivelano una mezza delusione, in quanto esso raccoglie meno del 10 % dei consensi, con una punta massima del 20 % a Barcellona.
La sinistra è controllata saldamente dai socialisti di Gonzales, capaci di elaborare un programma probabilmente più vicino alle aspettative di un Paese che vuole sì cambiare, ma non in modo traumatico.

Le difficoltà del P.C.E. dopo la riacquistata libertà.

Le prime elezioni libere vedono il successo di una maggioranza moderata, la coalizione di centro-destra guidata dal confermato premier Suarez. Il dato più importante di questo appuntamento elettorale è, tuttavia, la forte penalizzazione delle due ali estreme dello schieramento politico. Del deludente score del P.C.E. si è già detto, ma ancor peggio va al movimento che maggiormente si richiama ai principi franchisti, l’Alianza Popular di Fraga Iribarne, che non raggiunge nemmeno il 9 %.
Vincitori e vinti concordano, comunque, nel riconoscere che è ormai indispensabile e urgente avviare la Spagna verso la democrazia. Per questo motivo rappresentanti di tutti i partiti si incontrano per definire una tabella di marcia per avviare le riforme più importanti e stabilire i contorni della nuova Costituzione. Questa intesa fra tutte le forze politiche è chiamata Pacto de la Moncloa, perchè raggiunta nel palazzo dove ha sede il governo. Il P.C.E. è, certamente, uno tra i partiti che maggiormente hanno caldeggiato questo accordo, che segna, di fatto, la fine di ogni discriminazione anticomunista.
Tuttavia, il P.C.E. non riesce nemmeno in questa fase a legittimarsi completamente agli occhi dell’opinione pubblica moderata per una serie di ragioni, tra le quali la difficile sintonia con i cattolici, di cui si è parlato in precedenza e, soprattutto, l’arroventato rapporto con i socialisti, verso i quali i comunisti nutrono una profonda diffidenza, molto difficilmente superabile e che, anzi, conosce un’accentuazione nei mesi successivi alle elezioni. Ciò nonostante, nel documento politico finale del IX Congresso del P.C.E., nell’aprile ’78, si dichiara che:
“Il partito comunista persevererà nell’impegno di realizzare la più ampia collaborazione con il P.S.O.E. e con le altre formazioni socialiste, ai fini del consolidamento e dello sviluppo della democrazia insieme con altre forze democratiche.” [IX Congresso del P.C.E., Tesi nº15, aprile 1978].

L’obiettivo dei comunisti è infatti quello di:
“...realizzare una nuova formazione politica a cui partecipino i partiti che si ispirano al socialismo che, pur rispettando la personalità e l’indipendenza di ognuno dei suoi componenti, riunisca le forze di tutti e costituisca una reale alternativa di governo ai partiti borghesi, in grado di realizzare il socialismo nella democrazia.” [Tesi nº15].

Il progetto si dimostrerà però, nei fatti, impraticabile.
Altri problemi sorgono nel P.C.E., come la delusione di molti militanti comunisti di non essere riusciti ad abbattere la dittatura, pur avendone pagato il prezzo più alto, e di assistere quasi in modo passivo alla fase di transizione alla democrazia, dove il controllo del potere è nelle mani della borghesia [Alf, 1979].
Questo periodo storico si rivela, in effetti, del tutto diverso da quello immaginato dal P.C.E., perchè non si verifica alcun crollo improvviso delle vecchie istituzioni franchiste, ma, al contrario, i settori più aperti del regime si dimostrano capaci di gestire molto bene la progressiva costruzione dello Stato democratico [Calamai, 1978].

Alcuni militanti rimproverano inoltre al partito di essersi impegnato in modo contraddittorio di fronte ai difficili compiti di questo momento politico, rilevando un notevole ritardo di analisi e di comprensione del processo in atto. Non è un caso che proprio le tesi sulla natura del processo di transizione e sul ruolo del partito in questo momento chiave, siano tra le più discusse e le più modificate di tutto il Congresso. Un grande problema del P.C.E. è proprio il fatto di non essere riuscito a porsi compiutamente come partito con una prospettiva di governo, oltre che di lotta, cosa che è stata in grado di fare il P.C.I., anche se, occorre riconoscerlo, agendo in piena libertà da più di trent’anni, e non da soli pochi mesi [Alf, 1978].
Infine, l’ultima difficoltà per i comunisti spagnoli è quella di trovarsi di fronte ad un alto rischio di competizione a sinistra, proprio a causa della scelta eurocomunista [Linz, 1978].

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