Capitolo Settimo


L’Eurocomunismo di fronte alla crisi dell’economia occidentale.

L’analisi degli eurocomunisti della crisi economica.

Secondo un ex esponente di primo piano del P.C.E., Fernando Claudin, la crisi economica che ha colpito in modo drammatico il mondo occidentale, alla metà degli anni ’70, sarebbe da considerare, insieme alla crisi politica dell’Europa meridionale e alle difficoltà della socialdemocrazia europea, una delle condizioni che hanno favorito l’emergere dell’Eurocomunismo.
Questa crisi è l’effetto di una serie di situazioni negative che hanno preso il via con l’abbandono, nell’agosto 1971, del regime di cambi fissi di Bretton-Woods, evento che ha decretato la fine della parità tra oro e dollaro e che ha determinato la svalutazione di quest’ultimo, e che hanno raggiunto l’apice con il primo shock petrolifero, originato dall’improvviso triplicarsi del prezzo del greggio a seguito della guerra del Kippur tra Egitto e Israele nell’ottobre 1973. Entrambi questi avvenimenti hanno generato un fortissimo incremento dei prezzi di tutti i prodotti e, dunque, un preoccupante aumento dell’inflazione, con conseguenze molto negative soprattutto per l’occupazione.

Secondo le analisi condotte dai tre partiti eurocomunisti, tuttavia, questi due eventi sarebbero soltanto delle cause secondarie, mentre la vera radice del problema sarebbe costituita dalla grave crisi strutturale del capitalismo. Le conseguenze di questa crisi si sono fatte sentire maggiormente nell’Europa del Sud, in quanto essa rappresenterebbe l’anello più debole del sistema capitalista.
Inoltre, secondo alcuni leader eurocomunisti, l’Occidente starebbe anche scontando gli effetti della fine del colonialismo e, perciò, si troverebbe costretto a pagare a prezzo di mercato ciò che prima non costava praticamente nulla [Berlinguer E., 1973d].

Secondo il P.C.F. il nocciolo del problema starebbe nella palese impossibilità, per il sistema capitalista, di sostenere un ritmo di sviluppo accettabile. Preso atto di ciò, i grandi trust e i monopoli vorrebbero obbligare lo Stato a piegarsi alle loro esigenze, per dar vita a quella fase dell’imperialismo che è chiamata “capitalismo monopolistico di Stato”.
A parere del P.C.E., nella Spagna post-franchista vi sarebbero segnali di una pericolosa alleanza tra il grande capitale finanziario e le forze reazionarie della vecchia aristocrazia ai danni della classe operaia e della piccola borghesia, una situazione che fa dello Stato, come afferma Carrillo, “un semplice gestore del grande capitale” [Holland, 1979].

L’analisi del P.C.I. si concentra, in particolare, sui risvolti nazionali della crisi, anche perchè il partito ritiene che l’Italia sia il paese del mondo capitalistico più seriamente colpito. Il segretario Berlinguer delinea i grandi errori economici e anche politici che sarebbero all’origine di questa difficile situazione. Innanzitutto l’abbandono della difesa del suolo e di migliaia di ettari di terra, cosa che ha portato l’Italia a dover importare prodotti agricoli per migliaia di miliardi. In secondo luogo, l’aver fatto della produzione di autovetture private l’elemento trainante dello sviluppo industriale e della spesa pubblica per infrastrutture, a discapito di altre strutture, come i trasporti pubblici.
Infine, una politica energetica:
“... che ha visto da una parte il pullulare di raffinerie ben oltre il fabbisogno del Paese, per di più nelle mani di privati, e dall’altra parte un insufficiente numero di centrali elettriche e di elettrodotti che colpisce in modo particolare lo sviluppo economico del Mezzogiorno.” [Berlinguer E., 1973d].

Il segretario comunista indica qual è la prima cosa da fare per avviare il risanamento del Paese:
“Un’autentica politica di moralizzazione civile deve essere combattuta per liquidare le pratiche della corruzione e delle clientele e per far funzionare correttamente le pubbliche amministrazioni.” [Berlinguer E., 1976b].

Molte critiche sono mosse anche ai criteri con cui gli strumenti economici dello Stato sono utilizzati. Dichiara Berlinguer:
“Non l’effettivo bisogno o il merito sono i requisiti per stabilire i destinatari dell’intervento dello Stato, ma l’arbitrarietà, la casualità, lo sperpero, il clientelismo e l’influenza esercitata dai gruppi economici dominanti.” [Berlinguer E., 1975a].

Il P.C.I. vede una possibile soluzione della crisi nella ristrutturazione dei consumi delle famiglie, e ciò è una conferma dell’importanza che l’influsso keinesiano ha avuto sul modo di analizzare i problemi dell’economia da parte dei comunisti italiani [Holland, 1979].
Questa caratteristica del P.C.I. è riconoscibile, in particolare, nell’elaborazione degli obiettivi economici che esso vuole raggiungere a breve e media scadenza, traguardi certo più consoni a un partito socialdemocratico che non a una formazione di matrice leninista. Infatti, secondo Berlinguer:
“...le esigenze primarie sono: il contenimento dell’inflazione, la riduzione progressiva del deficit della bilancia dei pagamenti, la difesa e lo sviluppo dell’occupazione e delle attività produttive.” [Berlinguer E., 1974b].

La stampa non comunista parla di “comunismo manchesteriano”, mentre, in questi anni, la parola d’ordine in campo economico è “austerità”. Berlinguer è molto chiaro su questo punto. Essa non deve essere considerata come un normale strumento di politica economica che si propone di superare le difficoltà congiunturali del sistema capitalistico e consente, così, la ripresa e il ristabilimento dei vecchi meccanismi economici e sociali. Per il P.C.I. l’austerità:
“... è il mezzo per attaccare alla radice un sistema che è entrato in una crisi strutturale e per porre le basi per il suo superamento... Austerità vuol dire regole, efficienza e giustizia... Dunque, lungi da essere una concessione agli interessi dei gruppi dominanti, l’austerità può divenire una scelta politica con un alto contenuto di classe.” [Berlinguer E., 1977a].

Negli intendimenti del P.C.I. si vuole aprire una nuova fase dello sviluppo dell’economia italiana, che superi i vecchi modelli di comportamento segnati da un individualismo esasperato e socialmente discriminante.
Tuttavia, secondo alcuni esponenti dei movimenti di estrema sinistra, il presentare, da parte del partito comunista italiano, questa crisi economica come catastrofica per lo Stato democratico e potenzialmente assai pericolosa per le conquiste della classe operaia, determina la trasformazione dello stesso partito in “un fattore di ordine”, che lo porta a guadagnarsi, certamente, la riconoscenza della classe media, ma che lo allontana progressivamente dagli interessi reali della classe lavoratrice [Mandel, 1977, 41].

Le proposte di riforma avanzate dal P.C.I. e dal P.C.E..

Le riforme economiche portate avanti dal P.C.I. si muovono lungo tre direzioni: pianificazione democratica, autonomia decisionale delle singole imprese e maggiore partecipazione dei lavoratori alla gestione delle imprese. Secondo il partito italiano:
“...un’effettiva programmazione democratica dello sviluppo permette di sottrarre alle concentrazioni monopolistiche, ai grandi gruppi finanziari e alle società multinazionali il potere di determinare gli indirizzi dello sviluppo generale del Paese.” [Berlinguer E., 1974b].

L’obiettivo principale, secondo il P.C.I., deve essere quello dello sviluppo economico e sociale del Mezzogiorno. Esso è perseguibile solo attraverso lo strumento della programmazione, il quale:
“...non deve sovrapporsi meccanicamente e autoritariamente alle leggi di mercato... ma deve utilizzare nel modo giusto le stesse leggi di mercato, per effettuare uno spostamento massiccio di mezzi finanziari verso l’agricoltura e la ricerca scientifica.” [Berlinguer E., 1974b].

Il partito comunista italiano, del resto, è fermamente contrario alla soppressione del mercato e dei suoi rapporti di produzione, come è avvenuto in U.R.S.S., ma vuole impedire che siano solo pochi monopoli a dettare legge, sia per ciò che riguarda i prezzi, sia per quanto concerne la struttura dei consumi e della produzione, sia, infine, per l’utilizzazione e la distribuzione delle risorse. La pianificazione, secondo il P.C.I., va intesa come capacità di innovazione e di competizione, è prevista su base regionalista e va collegata alla riforma dei finanziamenti delle amministrazioni locali [Holland, 1979].

In termini concreti, i settori economici che il P.C.I. ritiene necessitino di un’accurata pianificazione sono, prima di tutto, i trasporti pubblici, sia per lo sviluppo della loro produzione che per la riorganizzazione del traffico nelle città. In secondo luogo, i comunisti reputano necessario un piano per assicurare la copertura del fabbisogno energetico del Paese. Infine è considerata indispensabile una pianificazione dell’agricoltura, che si proponga l’obiettivo del recupero delle terre abbandonate e la difesa del suolo [Berlinguer E., 1973d].

Un punto su cui la strategia dei comunisti italiani diverge di molto da quella dei francesi è l’incremento delle industrie pubbliche. In effetti, i principali esponenti del partito italiano hanno più volte ripetuto che la questione non è tanto di aumentare il numero di settori industriali nazionalizzati, cavallo di battaglia del P.C.F. e pomo della discordia con il P.S., quanto, piuttosto, di risanare e riordinare l’economia pubblica attraverso:
“...una conduzione della spesa pubblica fissata da criteri di severità e di rigorosa selezione, tagliando dove c’è da tagliare e favorendo invece l’accrescimento della spesa nei settori produttivi e in quelli di grande interesse sociale.” [Berlinguer E., 1974b].

Per questo motivo il P.C.I. porta avanti con decisione una battaglia contro i parassitismi e le rendite, in particolare quella finanziaria, la quale è però considerata, in modo erroneo, soltanto un sovrareddito lucrato dalle banche e non anche un essenziale servizio di collegamento tra risparmiatori e produttori [D’Angelillo, 1986, 156].
Il P.C.I. propone, inoltre, un riordino del sistema fiscale, che passi innanzitutto attraverso la tassa patrimoniale:
“...per introdurre finalmente criteri di elementare giustizia nella distribuzione del reddito e per impedire le scandalose evasioni che oggi si verificano.” [Berlinguer E., 1975a].

Infine è interessante notare la posizione del P.C.I. a proposito delle multinazionali. I comunisti, infatti, non desiderano che queste imprese se ne vadano dall’Italia, qualora essi dovessero partecipare ad un governo o guidarlo. A queste imprese si riconoscono addirittura degli elementi positivi, come l’internazionalizzazione dei processi economici, l’unificazione dei mercati mondiali, la diffusione dei capitali. Il P.C.I. propone di regolamentare la loro attività sul modello canadese, vale a dire piena libertà per le multinazionali a condizione che esse mostrino di arrecare un beneficio rilevante all’economia nazionale [Luciani, 1977, 62].

Di tutte queste proposte di riforma, tuttavia, il P.C.I. riesce a metterne in opera ben poche, ed è anzi costretto a fare parecchie concessioni sulle conquiste sociali già acquisite, come nel caso dell’accordo Lama-Agnelli del gennaio ’75, che fissa un nuovo meccanismo per il calcolo della contingenza. Allo stesso modo, quando il partito comunista italiano entra nella maggioranza del Governo detto di “Solidarietà nazionale”, è costretto ad accettare le severe misure economiche proposte dallo stesso per combattere l’inflazione. Questa, allora, viene immediatamente presentata dal Comitato Centrale dell’ottobre ’76 come “il pericolo più grave per le masse”, in forza della quale è legittimo chiedere dei sacrifici [D’Angelillo, 1986, 12]. Tutto ciò provoca, però, un certo disagio tra i militanti, e genera, soprattutto, le aspre critiche da parte dell’estrema sinistra, che ritiene che i dirigenti comunisti stiano scivolando verso analisi pericolosamente prossime a quelle dei grand!
i industriali, in particolare verso quella che reputa l’aumento dei salari come una delle cause principali dell’inflazione [Mandel, 1978].

Anche le proposte di riforma economica avanzate dal P.C.E. sono oggetto di forti perplessità da parte di esponenti politici dell’estrema sinistra e di molti stessi comunisti.
In effetti il programma economico elaborato per le elezioni politiche del ’77 è certamente un esempio di moderazione. Si chiede la nazionalizzazione immediata soltanto per le grandi banche e per le industrie che agiscono in monopolio, mentre la piccola e la media proprietà verrebbero garantite ancora per lungo tempo [Holland, 1979]. Questa linea politica moderata è giustificata dal vertice del partito con la ragione che il fragile cammino della Spagna sul terreno della democrazia non deve conoscere scarti improvvisi e potenzialmente molto pericolosi, ma deve procedere in modo tranquillo e lineare.

Il caso del P.C.F.: la difficoltà di formulare proposte di riforma 
adeguate ai problemi correnti.

Se moderazione e gradualità negli obiettivi da raggiungere sono le principali caratteristiche della strategia politica del P.C.E. e del P.C.I., il Partito Comunista Francese fa dell’intransigenza la sua linea politica. Le rivendicazioni sociali, a differenza del partito italiano, non sono pressoché mai di natura qualitativa e sono volte, quasi esclusivamente, ad ottenere aumenti salariali e il mantenimento dei posti di lavoro [Baudouin, 1978, 463].
Per il P.C.F. è indispensabile un incremento quantitativo dell’intervento dello Stato sull’economia e, difatti, le nazionalizzazioni rappresentano la disposizione centrale del Programma comune. Marchais in più di una occasione afferma:
“I grandi mezzi di produzione e di scambio dovranno diventare proprietà della società... Non esiste socialismo se questa condizione non viene realizzata.” [Marchais, 1976a].

Ciò è all’origine dei contrasti con il P.S., il quale privilegia più la democratizzazione del settore pubblico che non la sua estensione. Del resto, le nazionalizzazioni per il P.C.F. non rappresentano solo una battaglia ideologica, ma sono soprattutto un atto di affermazione della sovranità nazionale. “Fabbrichiamo francese e compriamo francese” è, infatti, lo slogan ricorrente dei comunisti nella lotta contro le multinazionali [Baudouin, 1978, 475]. Sulle nazionalizzazioni un accordo tra i due partiti della sinistra francese è comunque raggiunto, e prevede che esse siano immediate per le banche e gli istituti di credito, più graduali, invece, per le risorse minerarie e per le industrie aerospaziali e farmaceutiche. Inoltre, si dovrebbe pervenire, entro breve termine, ad una regolamentazione dei trust siderurgici, petroliferi e dei trasporti aerei, mediante una partecipazione dello Stato con quota maggioritaria [Alfa Senior, 1972]. E’ significativo il fatto che proprio sulla questione del numero delle imprese da nazionalizzare, si consumi la rottura dell’alleanza tra i due partiti nel settembre 1977.

Un altro motivo di contesa con i socialisti è rappresentato dalla questione dell’autogestione. Per il P.C.F. essa è da affrontarsi solo dopo che si è proceduto alle nazionalizzazioni, quando si risolverebbe semplicemente con l’elezione dei consigli operai sulla base delle rappresentanze sindacali riconosciute [Holland, 1979]. Alcune intese programmatiche sono, in ogni caso, raggiunte con i socialisti anche su questo punto. Così, ad esempio, entrambi i partiti concordano nell’affermare che l’intervento dei lavoratori nella gestione delle imprese debba venire stabilito da un consiglio composto da rappresentanti del governo, dalla direzione dell’azienda e dai rappresentanti degli operai, intesi esclusivamente come i sindacati ufficialmente riconosciuti.
Riguardo alla proprietà sociale, il P.C.F. dichiara che essa non sarà costituita esclusivamente dalle nazionalizzazioni, ma che
“... essa rivestirà forme diverse, come la proprietà cooperativa, municipale, dipartimentale, regionale. Nello stesso tempo, in tutta una serie di campi, la piccola proprietà privata (artigianale, commerciale e industriale), la proprietà agricola a carattere famigliare permettono una migliore soddisfazione dei bisogni e saranno perciò mantenute anche in una Francia socialista.” [Marchais, 1976a].

E’, comunque, molto eloquente l’omissione della garanzia del mantenimento della media proprietà, esplicitamente riconosciuta da P.C.I. e P.C.E..

Il rapporto tra i partiti eurocomunisti e le organizzazioni sindacali a loro affini.

I profondi cambiamenti ideologici e politici in atto nei tre partiti che danno vita all’Eurocomunismo, si riflettono anche sui movimenti sindacali che fanno riferimento alle loro medesime posizioni politiche.
Il sindacato comunista francese, la C.G.T. (Confederation General du Travail), oltre ad essere l’organizzazione più grande e rappresentativa del Paese, è anche l’unica ad appoggiare in modo esplicito il Programma Comune. Si può perfino dire che la strada che ha condotto all’intesa tra P.C.F. e P.S. sia stata preparata da un analogo accordo firmato, nel ’66, tra la C.G.T. e la confederazione sindacale di matrice socialista, la C.F.D.T. (Confederation Française Democratique du Travail), per una piattaforma rivendicativa comune.

Buoni rapporti tra le due organizzazioni dei lavoratori permangono fino alla rottura tra comunisti e socialisti, anche se differenze di analisi e di strategia sono evidenti. Così, la C.G.T. definisce suo scopo ultimo il porre fine allo sfruttamento capitalista per mezzo della socializzazione dei mezzi di produzione e di scambio. Quest’ultima è poi ritenuta essere lo strumento più importante per l’instaurazione del socialismo, considerazione in piena sintonia con l’analisi condotta dal partito comunista. Il parallelismo tra partito e sindacato prosegue anche sul terreno dell’autogestione, tema molto caro alla C.F.D.T., e ritenuto, invece, dalla C.G.T. questione da prendere in considerazione solo a nazionalizzazioni avvenute, anche se si riconosce l’importanza di assicurare la promozione della responsabilità dei lavoratori [Laot, 1977, 76].

L’intesa del ’66 rappresenta certamente un evento storico, in quanto la caratteristica principale del sindacalismo francese è sempre stata la sua estrema divisione, fatto che, insieme ad altri, ha contribuito a renderlo particolarmente debole. Per tutti gli anni ’70, invece, le analisi condotte dalle due confederazioni sulla crisi economica della società capitalistica, e sugli strumenti per superarla, sono simili. Ad esempio, sia la C.G.T. che la C.F.D.T. analizzano la condizione dei lavoratori in termini di sfruttamento, dominio e alienazione, anche se il sindacato comunista pone l’accento sul ruolo della proprietà privata come origine dello sfruttamento, relegando in secondo piano dominio e alienazione, mentre per il sindacato socialista le tre cause si trovano tutte sullo stesso piano.

Nell’analisi della crisi la C.G.T. si avvicina, tuttavia, maggiormente alla tesi del P.C.F. del capitalismo monopolista di stato, in quanto la causa ultima della congiuntura economica negativa sarebbe l’accumulazione di capitali da parte dei grandi monopoli, che genererebbe una polarizzazione dei rapporti sociali tra la piccolissima minoranza sfruttatrice e la stragrande maggioranza sfruttata [Laot, 1977, 112].

Da entrambe le formazioni sindacali lo Stato è visto contemporaneamente come amministratore, istituzione e apparato di repressione. Inoltre, tutte e due le confederazioni criticano le esperienze socialdemocratiche, considerate capaci solo di gestire il sistema capitalista e non di instaurare una vera società socialista, che resta, invece, il loro obiettivo.
La nazionalizzazione resta, per il sindacato comunista come per il P.C.F., il mezzo più idoneo per procedere all’appropriazione collettiva dei mezzi di produzione e scambio, mentre la C.F.D.T. è più cauta.

Per quanto riguarda la pianificazione, altro cavallo di battaglia della C.G.T., il sindacato di orientamento socialista si dice disponibile ad essa, purchè sia garantito un alto grado di decentramento democratico [Laot, 1977, 183].
Sul rapporto sindacato-partito politico esiste, invece, una netta differenza tra le due confederazioni. Per la C.G.T. il sindacato non deve impegnarsi sul terreno politico oltre una certa misura, ma deve lasciare tale compito ai partiti, i quali hanno un ruolo e una responsabilità più grandi nell’operazione di trasformazione della società. I sindacati devono portare il loro contributo limitatamente ai settori economici e sociali che influiscono sulle condizioni di vita dei lavoratori. La C.F.D.T. è assolutamente contraria a questa impostazione del sindacato, ridotto a poco più di un supporto del partito politico, perchè ritiene che ciò pregiudichi l’autonomia del sindacato. Entrambe le organizzazioni rifiutano, comunque, il principio di un legame organico con un partito [Laot, 1977, 192], anche se, nel caso della C.G.T. è da rilevare la completa fusione, a livello di impresa, tra la cellula del P.C.F. e la sezione sindacale. [Tiersky, 1976].

Per ciò che riguarda l’Italia, l’entrata del P.C.I. nell’area di governo, nel periodo ’76 - ’79, segna in modo molto netto la strategia della C.G.I.L.. Berlinguer formula un auspicio sull’unità delle tre confederazioni sindacali italiane, ritenendola indispensabile nel particolare momento di grave tensione sociale vissuto dal Paese:
“Un movimento sindacale unitario che intervenga, oltre che sulle questioni rivendicative salariali che riguardano i lavoratori dipendenti, anche sui grandi obiettivi della democrazia e del progresso economico e sociale di tutto il Paese, è una forza della democrazia repubblicana.” [Berlinguer E., 1974b].

In effetti la seconda metà degli anni ’70 registra, oltre ad un elevato grado di convergenza delle strategie di C.G.I.L., C.I.S.L. e U.I.L., una marcata riduzione della conflittualità sindacale, che è resa ben evidente dalla dichiarazione di Lama sul “salario come variabile dipendente” [D’Angelillo, 1986, 13].
>Nella Spagna, infine, la linea strategica tenuta dalle Commissioni Operaie, legalizzate come il P.C.E. solo nel 1977, è improntata alla moderazione e alla collaborazione con gli altri sindacati spagnoli.
>A livello europeo le tre organizzazioni dei lavoratori di matrice comunista sembrano trovare, durante la stagione eurocomunista, vaste convergenze nelle rispettive rivendicazioni. Del resto, tra i sindacati italiano e francese una buona collaborazione è già in corso da anni, in quanto C.G.I.L e C.G.T. sono, infatti, entrate insieme, nel ’66, nel comitato economico e sociale della C.E.E. [Lambert, 1979].
Durante l’Eurocomunismo una sostanziale identità di vedute viene espressa a proposito di molti eventi, come lo sviluppo positivo della distensione, la possibilità di attuazione di importanti cambiamenti sociali nell’Europa meridionale e, infine, il buon andamento delle relazioni tra le grandi federazioni sindacali dell’Est e dell’Ovest.

Una convergenza si rileva anche nelle critiche rivolte alle democrazie popolari dell’Europa orientale per i gravi attentati portati alle principali libertà e alla democrazia e, in particolare, per l’assoggettamento dei sindacati al partito - stato. Si deplora, inoltre, la sostanziale sterilità della Federazione Sindacale Mondiale, l’organizzazione che riunisce i sindacati si ispirazione comunista, nell’elaborazione di un’esauriente analisi della crisi economica dell’Occidente, che vada oltre i desueti slogan propagandistici. [Moynot, 1981, 275-276].

Tuttavia, come per il P.C.F., così anche per la C.G.T. il completo superamento delle vecchie convinzioni si rivela un obiettivo molto arduo da raggiungere. Così, mentre la C.G.I.L. già nel ’74 viene ammessa nella Confederazione Sindacale Europea, l’organizzazione che riunisce i sindacati di orientamento socialdemocratico, la C.G.T. inizia, a partire dal 1978, un lento processo involutivo.
Il sindacato italiano, al contrario, prosegue in modo convinto nella critica alla Federazione Sindacale Mondiale, dimettendosi, nel 1978, da tutte le responsabilità direttive e conservando solo il titolo di membro associato [Moynot, 1981, 281].

Anche le Commissioni Operaie mantengono solo questo status all’interno dell’organizzazione, e condividono gran parte delle critiche rivolte dai colleghi italiani.
Le successive prese di posizione del sindacato francese su eventi come la questione dell’allargamento della C.E.E. e l’invasione sovietica dell’Afghanistan non faranno che aumentare l’isolamento della stessa C.G.T., la quale, nel giugno ’80, vedrà perciò respinta la sua richiesta di adesione alla Confederazione Europea Sindacale [Moynot, 1981, 291].

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