Capitolo Nono


La crisi di rapporti tra gli eurocomunisti e i partiti dell’Est europeo.

La crisi dell’internazionalismo proletario.

I rapporti degli eurocomunisti con il mondo socialista conoscono, durante questi anni, un brusco raffreddamento. I tre partiti si rendono conto, anche se in misura differente tra loro, che un legame troppo stretto con i partiti dell’Est, e in particolare con il P.C.U.S., non giova alla loro immagine di comunisti democratici.
Del resto, il vecchio principio dell’internazionalismo proletario, retaggio del Comintern e del Cominform, già da alcuni anni dà chiari segni di logoramento.
L’ultima conferenza mondiale a cui abbiano partecipato tutti i partiti comunisti risale ormai al 1960, poco prima che avvenisse la rottura del partito comunista cinese con il resto del mondo socialista e, in particolare, con la dirigenza sovietica, giudicata “traditrice degli ideali della rivoluzione socialista”.
Le conferenze successive, a cominciare da quella di Karlovy-Vari, in Cecoslovacchia, nel 1967, sono volute dal P.C.U.S. e dai partiti ad esso più fedeli esclusivamente al fine di ottenere, da parte di una qualificata assise del movimento comunista internazionale, una condanna formale dell’eresia cinese. Ma nè alla Conferenza paneuropea del ’67, nè a quella mondiale di Mosca del 1969, il progetto sovietico ha buon fine. Anzi, in occasione di questo incontro, che resterà l’ultimo a questo livello, Berlinguer, allora vicesegretario del P.C.I., proclama la netta contrarietà dei comunisti italiani a considerare valido un unico modello di socialismo, con un suo centro dirigente in un partito o in uno stato-guida. Così Berlinguer nel suo intervento:
“E’ necessario riconoscere e rispettare pienamente l’indi-pendenza di ogni partito, non solo nella determinazione della propria politica e nella ricerca di una propria via di lotta per il socialismo, ma anche nelle proprie posizioni sulle grandi questioni del nostro movimento. Si tratta, in sostanza, di superare ogni tendenza a una concezione monolitica dell’unità del nostro movimento, tendenza non solo sbagliata ma utopistica.” [Berlinguer E., 1969].

Durante gli anni ’70, mentre il P.C.U.S. preme per organizzare una nuova conferenza mondiale, che non avrebbe altro scopo che confermare il ruolo dirigente del partito sovietico e la bontà del suo modello di socialismo, prima il P.C.I., il P.C.E. e la Lega dei Comunisti Jugoslavi, poi il partito rumeno e, infine, anche il P.C.F. oppongono il loro netto rifiuto a un tale progetto. Preso atto di questa forte ostilità e temendo ulteriori spaccature nel già lacero tessuto del comunismo internazionale, il Cremlino ripiega sulla più ragionevole proposta di un’assise paneuropea. Ma, anche in questo caso, le difficoltà non mancano. Prova di ciò è il fatto che, presi avvio nel 1974 i lavori preparatori per la conferenza, questa non vede la luce che nel giugno ’76, dopo un gran numero di riunioni plenarie, nelle quali tutti i partiti partecipanti sono intervenuti direttamente per discutere i punti di disaccordo, senza delegare ad altri partiti poteri di negoziazione. Si è perfino resa necessaria la formazione di una sottocommissione, formata da otto partiti, per stilare il testo del documento finale in sostituzione della bozza presentata dai comunisti della Germania dell’Est, giudicata troppo filosovietica.

Secondo una studiosa francese [Marcou, !976] quattro sono i motivi dello scontro. Innanzitutto c’è il problema del modo stesso di concepire l’internazionalismo, giudicato dagli eurocomunisti completamente da riformare e, a parere di altri, invece, principale fondamento del movimento comunista internazionale.
La seconda questione, direttamente collegata alla prima, è quella che riguarda il rapporto dei singoli partiti con il P.C.U.S.. Il diverbio nasce dalla pretesa del partito sovietico di fare del sostegno alla propria politica la pietra angolare dell’internazionalismo, idea giudicata inaccettabile dagli eurocomunisti e dai loro alleati jugoslavi.

Il terzo motivo di scontro è dovuto alle critiche mosse dai partiti più ortodossi nei confronti delle alleanze concluse dagli eurocomunisti all’interno dei loro Paesi, in particolare in riferimento al comportamento di P.C.I. e P.C.F..
Infine, l’ultima questione concerne la concezione della coesistenza pacifica, ritenuta da Mosca e dai suoi alleati una sorta di “compromesso storico imperiale”, un patto di non belligeranza stretto tra le due superpotenze al fine di consolidare i rispettivi schieramenti, e considerata invece dagli eurocomunisti, come si è visto, come una situazione capace di aprire nuovi scenari politici all’interno dei due blocchi.

Il punto su cui, in misura maggiore, si sfiora la frattura è certamente il rifiuto, da parte degli eurocomunisti, di concepire il P.C.U.S. come centro e motore del movimento comunista internazionale. Anche il P.C.F., solitamente molto cauto quando si tratta di contestare la Patria della Rivoluzione, in questo caso dichiara:
“Nessun partito o gruppo di partiti può fare leggi valide per tutti, proporre ricette universali, definire una strategia modello... Il movimento internazionale comunista non è e non può essere una chiesa nè un’organizzazione monolitica, che sottoponga ogni partito alla coercizione e al conformismo.” [Marchais, 1976b].

Alla fine, comunque, un compromesso viene raggiunto, anche se non si comprende bene quale sia, tra le due parti, la vera vincitrice. Secondo alcuni si tratta indubbiamente degli eurocomunisti, in virtù delle molte concessioni ottenute, come l’abbandono del vecchio concetto di “internazionalismo proletario”, sinonimo di partito-guida, per far posto a quello di “solidarietà internazionale”, come la fine dell’identità tra antisovietismo e anticomunismo, e come, infine, la legittimazione delle proprie strategie per la realizzazione della società socialista, senza più dover far riferimento al modello sovietico [Berti, 1976].

Secondo altri, invece, l’unico vero vincitore sarebbe Brezh-nev, mentre i partiti eurocomunisti avrebbero perso un’occasione unica per porre l’accento sulle differenze che, in modo sempre più ampio, corrono tra loro e i comunisti dell’Est. I comunisti occidentali avrebbero preferito, infatti, salvare le apparenze di un movimento comunista internazionale unito, anche a costo di pregiudicare la credibilità della loro autonomia. Inoltre, questo comportamento crea problemi a chi, all’Est, volendo rendersi più autonomo da Mosca, si aspetterebbe un aiuto più concreto da parte di quei partiti che si dicono paladini del comunismo democratico, i quali, invece, per timore di ingerenze sovietiche nei loro affari nazionali, fanno finta di nulla sull’inasprito controllo del Cremlino nei propri feudi. [Vasconi, 1976].

In ogni caso, durante la conferenza berlinese, l’unico punto su cui vi è accordo tra le due anime del comunismo internazionale è il tema della pace, mentre manca una convergenza, oltre che sul come costruire il socialismo, anche sull’analisi della crisi economica dell’economia capitalista [Berti, 1976].
L’impressione che si ricava al termine della Conferenza, comunque, è che i passi indietro compiuti dal Cremlino a proposito dei vecchi dogmi stalinisti, siano stati solo strumentali al buon esito della Conferenza stessa. Mosca si è resa conto che sarebbe stato controproducente forzare la mano per mettere in riga gli eurocomunisti, per questo ha assunto una tattica più attendista. Ma il comportamento tenuto dai sovietici nei mesi seguenti, mostra che, in realtà, nulla di veramente importante è cambiato. Ponomarev, uno degli esponenti più importanti del P.C.U.S., poche settimane dopo l’appuntamento di Berlino, dichiara senza mezzi termini: “...non può essere vera politica rivoluzionaria quella che esclude la solidarietà con il socialismo realizzato.” [Segre, 1977].
La replica del P.C.E. non si fa attendere. Carrillo, mai tenero con Mosca, afferma che, ormai, il ruolo di avanguardia nel processo di trasformazione sociale del mondo spetta alle forze progressiste dei paesi capitalisti, mentre l’U.R.S.S. e il suo blocco ne rappresentano solo la retroguardia [Tiersky, 1981].
Secondo il leader spagnolo:
“...criticare errori reali o presunti dei comunisti, criticare gli aspetti negativi dei regimi socialisti stabiliti, non è di per sè, nè controrivoluzionario nè antisovietico.” [Carrillo, 1977b].

Il segretario del P.C.E. si mostra anche molto esplicito a proposito dei rapporti tra i partiti comunisti dell’Est e quelli dei Paesi capitalisti e sull’internazionalismo. Circa la prima questione, Carrillo esclude che possa esserci una linea strategica comune tra eurocomunisti e partiti dell’Est, reputando che al massimo possono rimanere dei rapporti di cooperazione. Quanto all’internazionalismo, il leader spagnolo è caustico:
“E’ un residuo storico condannato a scomparire, in quanto l’unico internazionalismo legittimo, quello rivoluzionario, si misura in primo luogo dalle capacità di ogni partito di fare la rivoluzione nel proprio Paese, con le proprie forze e senza aspettarsi tutto dalle forze degli amici.” [Carrillo, 1975].


Il difficile rapporto dell’Eurocomunismo con il socialismo sovietico.

Un punto di forte contrasto tra gli eurocomunisti e Mosca è, senza dubbio, l’atteggiamento verso il modello socialista sovietico.
Il P.C.U.S., per il fatto di essere stato protagonista della prima rivoluzione socialista della storia, proclama che il suo modello è il migliore e l’unico in grado di contrapporsi con successo all’im-perialismo capitalista. Ogni altro tentativo di portare il socialismo al governo di un paese rischia di fallire in modo drammatico, come ha mostrato l’esperienza cilena. A proposito della via scelta dagli eurocomunisti, Mosca ritiene che essa sia troppo compromissoria verso i partiti borghesi e, quindi, incapace di produrre quei cambiamenti strutturali necessari per l’instaurazione del socialismo. Gli ideologi sovietici affermano anche che è assurdo, da parte dei comunisti occidentali, accogliere i principi della democrazia borghese, in quanto, come Lenin ha mostrato, non conta la maggioranza aritmetica ma quella politica rivoluzionaria.

Gli eurocomunisti si rendono ovviamente conto che affermare ancora, a metà degli anni ’70, questi principi nei Paesi a economia capitalista sviluppata, equivarrebbe a condannarsi ad un eterno autoisolamento sul piano politico nazionale. Secondo questi partiti, il socialismo può conquistare l’Occidente solo se unito alla libertà e alla democrazia. Pure il P.C.F. comprende ciò, anche se fino al 1975 esso è ancora impegnato ad esaltare: “...le innumerevoli conquiste e i grandi successi dell’U.R.S.S.”, relegando la questione del rispetto dei diritti umani in secondo piano [Baudouin, 1978, 119].
Fino a questa data, del resto, le rare critiche del P.C.F. rivolte all’U.R.S.S. hanno due caratteristiche peculiari, ovvero sono condannati solo quegli errori che possono nuocere alla reputazione del socialismo e, in secondo luogo, il partito francese non vuole che le proprie critiche si confondano con quelle dei non comunisti [Lavau, 1981].

Secondo un’analisi a dire il vero un po' discutibile, questo atteggiamento filosovietico del P.C.F., mantenuto fino all’autunno ’75, sarebbe il prezzo da pagare dalla nuova dirigenza per far accettare alla vecchia guardia, ancora legata al mito dell’Unione Sovietica, la nuova strategia di integrazione nazionale [Baudouin, 1978].

Il primo episodio, isolato, di frizione con la dirigenza del-l’U.R.S.S., si ha nel ’74, a seguito dell’appoggio implicitamente dato dai sovietici al candidato di centro-destra alla presidenza, Giscard, in contrapposizione a Mitterand, sostenuto congiuntamente da P.S. e P.C.F.. In quest’occasione, il Partito Comunista Francese formula pesanti critiche all’indirizzo della burocrazia sovietica, per il suo conservatorismo e per la sua connivenza con le classi dirigenti del mondo capitalista [Baudouin, 1978, 144].

Ma per le reali prese di posizione sulla mancanza di libertà in U.R.S.S., occorre attendere fino all’ottobre 1975, a seguito di episodi come l’internamento del matematico Pliuch e la diffusione di un documento televisivo su un campo di rieducazione in Lettonia. Ora la qualità delle riprovazioni fatte è decisamente differente, in quanto il P.C.F. pare non preoccuparsi più nè della non ingerenza in questioni riguardanti altri partiti, nè del rischio di portarsi nella stessa posizione degli antisovietici [Baudouin, 1978, 192].

In effetti, pur non riguardando le critiche le strutture economiche, politiche e sociali dello Stato sovietico, e pur impegnandosi il segretario Marchais, a nome del partito, una volta di più, a: “...combattere risolutamente l’antisovietismo, le menzogne e le calunnie di cui sono continuamente oggetto i Paesi socialisti” [Marchais, 1976a], lo stesso leader comunista non può esimersi dal denunciare le gravi mancanze di questi stessi Paesi, in fatto di libertà fondamentali:
“E’ naturale che noi esprimiamo il nostro dissenso di fronte alle misure coercitive che attentano alla libertà di opinione, di espressione, e di creazione, dovunque siano in vigore...
Non possiamo ammettere che l’ideale comunista, che si prefigge come obiettivo principale il benessere dell’uomo, possa essere macchiato da atti ingiusti e ingiustificati.” [Marchais, 1976a].

Durante la stagione eurocomunista, il giudizio del P.C.F. sull’U.R.S.S. si spinge fino al punto di definire, in essa, la presenza di una sovrastruttura insufficientemente democratica e, occasionalmente, oppressiva. Significativo è il giudizio di Elleinstein, l’artefice della svolta eurocomunista del partito francese: “Bisogna riconoscere che in U.R.S.S. il socialismo esiste solo in modo molto imperfetto.” [Baudouin, 1978]. Con la pubblicazione dell’opera “Les communistes et l’Etat”, realizzata da alcuni tra gli intellettuali più importanti del P.C.F., la Rivoluzione d’Ottobre è abbassata al rango di esperienza singolare e, pertanto, non trasferibile alla situazione francese [Baudouin, 1978, 360].

Il comportamento del Partito Comunista Italiano, durante tutti gli anni ’70, è all’insegna di una critica prudente ma costante all’indirizzo del modello sovietico. La drammatica conclusione della Primavera di Praga, che ha portato alla decisa condanna dell’aggressione sovietica, ha certamente lasciato il segno nel P.C.I., che si è forse reso conto della sostanziale incapacità dei regimi dell’Est di soddisfare le legittime esigenze di libertà dei loro popoli.

Molte, comunque, sono le ragioni che trattengono il P.C.I. da una clamorosa rottura con Mosca. Secondo Allum, vi sarebbero innanzitutto seri problemi di natura ideologica, in quanto il partito dovrebbe spiegare quali siano le caratteristiche di un autentico regime socialista e per quale motivo l’U.R.S.S. non le presenti. Inoltre, dovrebbe giustificare i motivi di tanto ritardo nel riconoscere che l’Unione Sovietica non è uno stato socialista. Ma la motivazione che maggiormente frena il P.C.I. è legata al rischio di una possibile crisi di identità tra molti dei suoi militanti, fatto che potrebbe dar luogo anche a dolorose scissioni [Allum, 1977]. Blackmer dà un’altra spiegazione. A suo parere, tanto più la politica nazionale e i programmi del P.C.I. diventano simili a quelli degli altri partiti, tanto più importante diventa, per esso, la capacità di offrire una prospettiva internazionale chiaramente diversa [Blackmer, 1976].
In realtà, il partito italiano arriva a sfiorare la rottura definitiva con Mosca. Accade durante l’inverno ’81, quando in Polonia viene proclamato lo stato d’assedio. Ne L’Unità, il giorno successivo al colpo di stato militare, si legge un commento molto eloquente: “Per essere riconosciuto come tale il socialismo deve lasciare ai lavoratori la possibilità di esprimersi ed organizzarsi.” [L’Unità, 14 dicembre 1981].
Ingrao, a proposito del nuovo regime polacco, dichiara:
“Se un regime che dispone di tutte le leve fondamentali del potere, può reggere l’urto di una grande protesta operaia solo con lo stato d’assedio, significa confessare la sconfitta più grave del socialismo.” [Ingrao, 1981].

Il solo Cossutta, nella Direzione del partito, resta su posizioni filosovietiche. Anche Berlinguer condanna senza appello il golpe e, nella relazione al Comitato Centrale del gennaio ’82, afferma:
“E’ accaduto che per gli errori compiuti in particolare nel campo economico (le forzature nello sviluppo, la centralizzazione autoritaria, ecc.), per i fenomeni di burocratizzazione (lo stato-partito, il monolitismo, la perdita della specifica funzione politica del partito, il marxismo stravolto in ideologia di stato), per il prevalere di un dogmatismo chiuso... è venuto a determinarsi un singolare rovesciamento. In primo piano, invece della realtà, si è posta l’ideologia, anzi una sorta di credo ideologico concepito come un corpo dottrinario ossificato.” [Berlinguer E., 1982].

Tuttavia, quando questa “quasi rottura” avviene, l’Euroco-munismo è da tempo entrato in crisi profonda e l’unità di intenti tra i tre partiti è ormai solo un lontano ricordo.

Per quanto riguarda il P.C.E., esso è certamente il partito che, in misura maggiore, vorrebbe dare risalto ed ampliare l’auto-nomia degli eurocomunisti dal Cremlino. Nell’analisi sul socialismo sovietico condotta nel suo libro “Eurocomunismo y estado”, il segretario del P.C.E. parte dalla premessa che la dittatura del proletariato è stata, per la Russia del 1917, una necessità storica ineluttabile, come del resto la violenza rivoluzionaria. Il problema, però, nasce dal fatto che:
“... la dittatura del proletariato è stata instaurata con un sistema di partito unico, e ha subito gravi deformazioni e addirittura processi degenerativi molto seri.” [Carrillo, 1977a, 190].

L’amara constatazione del leader del P.C.E. è che lo Stato immaginato da Lenin, dopo ormai sessant’anni di potere del P.C.U.S., non si intravede neanche lontanamente:
“Al suo posto è cresciuto un potente apparato di Stato al di sopra della società... All’interno di questo Stato è cresciuto e ha operato il fenomeno stalinista, con una serie di tratti formali simili a quelli delle dittature fasciste.” [Carrillo, 1977a, 192].

E’ certamente l’accusa più grave rivolta da un partito comunista al “grande fratello sovietico”, e difatti la replica del Cremlino non si fa attendere, come si è visto.
Ma le critiche avanzate da Carrillo non sono finite. Egli denuncia anche il fatto che lo Stato sovietico non solo non si è democratizzato, ma ha anche mantenuto molti dei suoi elementi di coercizione nei rapporti con gli altri Stati socialisti. Il leader spagnolo arriva a negare ogni carattere socialista all’U.R.S.S., ed è l’unico tra i leader eurocomunisti a spingersi a tanto. Afferma infatti Carrillo:
“Se le democrazie borghesi hanno in sè molto di formale, ne ha anche molto la democrazia operaia, cui finora i comunisti sono giunti... Il regime sovietico non solo ha mantenuto con-tenuti di diritto borghese, ma è anche giunto a deformazioni e degenerazioni che, in altri tempi, si potevano immaginare possibili solo in Stati imperialisti.” [Carrillo, 1977a, 195].

Si deplora, inoltre, l’enorme potere del partito-stato, in cui si riassume ogni potere decisionale, cosa che determina un estra-niamento dei lavoratori da ogni importante decisione sociale. Il segretario comunista si pone anche il dubbio se, per caso, le stesse strutture burocratiche dello Stato sovietico non siano l’ostacolo principale alla trasformazione completa del regime verso il socialismo. Conclude Carrillo:
“Uno Stato in cui l’esercito e i suoi organi hanno tanta importanza, pur essendo uno Stato senza capitalisti e pur sostenendo la lotta dei popoli per la loro liberazione, corre il rischio di considerare la potenza come obiettivo fondamentale e tende a trasformare l’ideologia in strumento di potenza.” [Carrillo, 1977a, 205].

Purtroppo, il leader spagnolo si trova a fronteggiare praticamente da solo il contrattacco sovietico portatogli dalla rivista «Novoe Vremia», poichè Berlinguer e Marchais preferiscono defilarsi e mantenere una posizione più cauta, dimostrando così, in mo-do palese, tutta la debolezza dell’Eurocomunismo, proprio nel momento in cui la più grande determinazione sarebbe necessaria.

Eurocomunismo e politica estera sovietica.

I drammatici eventi di Praga dell’agosto ’68 hanno certamente chiuso un’epoca nel movimento comunista internazionale. Quasi tutti i principali partiti comunisti occidentali, infatti, hanno condannato duramente l’intervento del Patto di Varsavia o hanno espresso la loro riprovazione. E’ questo il caso del P.C.F., che, per la prima volta nella sua storia, non ha condiviso una decisione di Mosca. Tuttavia, col passare dei mesi, la tensione tra il partito francese e quello sovietico scende notevolmente, e i rapporti vengono presto normalizzati, tanto che al termine di un incontro tra le due delegazioni, nel novembre ’68, nel comunicato finale, si legge, a proposito della questione cecoslovacca:
“Le due delegazioni... hanno espresso il desiderio che, nel quadro degli accordi conclusi e messi in opera dal P.C.U.S. e dal P.C. di Cecoslovacchia, la situazione si normalizzi sulla base del marxismo-leninismo.” [Valli, 1977, 200].

Il progressivo allontanamento dalla politica attiva, a seguito di una malattia, del segretario Waldeck-Rochet e l’ascesa al vertice del partito da parte di Marchais sono, forse, tra le cause principali del nuovo riavvicinamento tra Parigi e Mosca. In effetti, dopo qualche tempo, a differenza del P.C.I. e del P.C.E., il P.C.F. riallaccia i rapporti con il P.C. “normalizzato” di Cecoslovacchia e, più in generale, torna ad essere la fedele eco della politica estera sovietica. Anche durante la stagione eurocomunista questo atteggiamento non cambia in modo sostanziale.

Del resto, un analogo comportamento, durante questo stesso periodo, è tenuto anche da P.C.E. e P.C.I.. I due partiti, infatti tranne che in isolati episodi, sostengono in modo puntuale le colonne portanti della visione politica internazionale di Mosca. Gli eurocomunisti contestano, ad esempio, il modo in cui si sta evolvendo il processo di pace in Medio Oriente. In particolare le critiche si concentrano sul trattato di Camp David tra Israele ed Egitto, in quanto i tre partiti ritengono che l’U.R.S.S. sia stata tenuta un po' ai margini delle trattative, condotte in modo troppo esclusivo dagli Stati Uniti. Anche il comportamento tenuto dai sovietici nel continente africano e, in particolare, nel Corno d’Africa, chiara conferma dei propositi espansionistici di Mosca, viene lodato, poichè ritenuto: “...un fattore di crescita del processo di pace e della progressiva autodeterminazione dei popoli del continente”.

Solo con l’intervento sovietico in Afghanistan, il P.C.I. e, in parte, il P.C.E. sembrano rendersi finalmente conto che la politica estera sovietica non è poi così diversa da quella, definita imperialista, degli U.S.A.. 
Nel rapporto di Ledda al Comitato Centrale del P.C.I., si denuncia con preoccupazione il fatto che il processo della distensione venga messo in pericolo dal comportamento espansionistico del-l’U.R.S.S., che ormai solo con la potenza del suo esercito riesce a far prevalere il proprio sistema politico e sociale [Levesque, 1989]. Anche la rivista Rinascita condanna in modo inequivocabile l’inter-vento dell’Armata Rossa:
“Le questioni di principio non sono astrazioni che possono essere piegate alle ragioni dell’opportunità politica o venire usate a seconda delle circostanze o dei soggetti in causa...
Nessuna loro violazione, da nessuna parte può essere tollerata o giustificata, pena un ulteriore decadimento della civile convivenza.” [Rinascita, nº1, 1980].

L’episodio afgano è anche importante perchè segna il momento in cui si consuma il distacco del P.C.F. dal movimento eurocomunista. Il partito francese è, infatti, l’unico tra i partiti comunisti occidentali a giustificare l’intervento russo, e lo fa in base al fatto che: “...un Paese ha diritto a chiamare un alleato se si trova dinanzi a una interferenza di agenti stranieri.” [Morgan, 1983].
Il P.C.F., inoltre, nell’aprile ’80, organizza insieme al partito comunista polacco una conferenza sulla pace e il disarmo. All’in-contro non partecipano nè il P.C.E. nè il P.C.I., i quali non intendono avallare implicitamente la politica estera sovietica, e non condividono nemmeno l’idea, comune a tutti i partecipanti all’incontro, che non esista una terza via oltre capitalismo e socialismo reale [Marcou, 1986]. Secondo il P.C.I., un tema come la pace non può essere sviluppato sulla base di appelli generici, che prescindono dai problemi reali e dalle situazioni oggettive del mondo contemporaneo. Così si esprime Rubbi in un intervista su Rinascita:
“Una tale iniziativa non solo non è utile ma rischia di essere dannosa, perchè può portare i comunisti in Europa ad un isolamento in un momento in cui la loro iniziativa dovrebbe essere rivolta a conseguire il massimo di convergenza unitaria con tutte le forze progressiste e democratiche, non solo comuniste” [Rubbi, 1980].

Dopo i fatti della Polonia, come si è già detto, la tensione tra P.C.I. e P.C.U.S. raggiunge il suo massimo grado. Il partito italiano critica innanzitutto il fatto che, nei mesi precedenti la proclamazione dello stato di assedio Mosca, invece di incoraggiare lo sforzo, peraltro tardivo, dei comunisti polacchi di percorrere la strada dell’unità con le altre forze sociali nazionali, associandole al governo del Paese, ha sempre invitato il governo polacco a rafforzare la difesa del vecchio e ormai logoro sistema politico, criticando, anzi, ogni minima riforma. [Guerra, 1981].
Ingrao, interrogato se, a suo parere, il golpe militare ha evitato l’intervento dell’Armata Rossa, risponde:
“Sembra un argomento pieno di realismo, ma dobbiamo sapere ciò che comporta l’accettazione di un tale argomento: esso significa subire un’interpretazione dei blocchi esistenti, che cancella di fatto la sovranità dei Paesi che appartengono al blocco stesso... e significa anche considerare l’Est, in ultima istanza, come una chiusa sfera di dominio e di controllo da parte sovietica.” [Ingrao, 1981].

Anche il tono del segretario Berlinguer è molto duro:
“Ciò che è avvenuto in Polonia ci induce a considerare che, effettivamente, la capacità propulsiva di rinnovamento delle società, o almeno di alcune di esse, che si sono create nell’Est europeo, è venuto esaurendosi. Parlo di una spinta propulsiva che ha la sua data di inizio nella rivoluzione socialista di Ottobre.” [Berlinguer E., 1981].

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