Capitolo Decimo


Eurocomunismo e processo di integrazione europea.

Il giudizio dei partiti comunisti occidentali sul processo di integrazione europea durante la sua prima fase.


Quando, nel 1951, viene firmato il Trattato di Parigi, che istituisce la Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio (C.E.C.A), il giudizio dei partiti comunisti dell’Europa capitalista è unanime nel condannarlo. E’ l’epoca della Guerra Fredda e, secondo i comunisti occidentali, per i quali è da poco incominciato il lungo periodo di isolamento nella vita politica nazionale, questa nuova struttura non può avere altri scopi che: “...rafforzare il controllo dell’imperialismo americano sull’Europa” [Valli, 1977, 157].

Il più accanito avversario di questo primo progetto di integrazione europea si mostra il P.C.F., il cui acceso spirito ultranazionalista non può assolutamente accettare un accordo che prevede la cooperazione con il nemico storico della Francia, la Germania, proprio nelle industrie strategicamente più importanti.
Il Piano Shuman è definito: “Un piano di guerra e di disastro nazionale”, e la C.E.C.A. è ritenuta essere lo strumento per la messa in liquidazione dell’industria siderurgica nazionale, nonchè del-l’esercito. Il P.C.F. punta le sue critiche in particolare sul fatto che: “I capitalisti francesi, in nome dell’Europa, stanno svendendo l’in-dustria del carbone e dell’acciaio ai trust tedeschi.” [Pinto Lyra, 1973].

Inoltre, la C.E.C.A. viene definita come: “Un nuovo super monopolio, la cui costruzione porterà conseguenze catastrofiche per la classe operaia europea.”, e se ne critica il carattere antidemocratico, in quanto la partecipazione delle classi lavoratrici al processo decisionale è praticamente nulla [Pinto Lyra, 1973, 21].
Il P.C.I., pur concordando nell’analisi dei comunisti francesi per quanto riguarda le conseguenze economiche, sociali e militari del Trattato di Parigi, usa toni molto meno drammatici a proposito del rischio di una sovranità nazionale limitata.
Tuttavia, è soprattutto sul progetto, mai realizzato, della Comunità Europea di Difesa che la campagna antieuropea del P.C.F. raggiunge il suo azimut. I comunisti d’oltralpe mettono in grande evidenza il pericolo che questo progetto possa diventare il trampolino di lancio per i sogni espansionistici e revanscisti di Bonn, oltre che un nuovo strumento degli U.S.A. per rendere più aspra la Guerra fredda [Pinto Lyra, 1973, 28].

Pure con l’istituzione del Mercato Comune Europeo, nel 1957, si registra una sostanziale comunanza di giudizi tra P.C.I. e P.C.F.. Anche il P.C.E., sebbene la Spagna non faccia parte della C.E.E., condivide il parere dei partiti italiano e francese, i quali negano la possibilità che la neonata Comunità Economica possa diventare una terza forza equidistante da U.S.A. e U.R.S.S., in ragione dell’appartenenza di tutti e sei i Paesi fondatori alla N.A.T.O.. Inoltre, secondo questi partiti, a trarre vantaggio da questa alleanza tra Paesi capitalisti saranno soltanto i grandi trust e le multinazionali, mentre per gran parte dei popoli d’Europa le condizioni sociali peggioreranno, in quanto si verificherà un deciso allineamento verso il basso delle conquiste dei lavoratori [Pinto Lyra, 1973, 51].
Il P.C.F., anche in questo caso, pone l’accento sulla questione dell’attentato all’indipendenza del suo Paese.
Secondo il partito transalpino, la Francia, partecipando al Mercato Comune, finirà per degradarsi al ruolo di provincia della potente Germania Federale, mentre le sue istituzioni nazionali, in particolare il Parlamento, saranno lentamente ma inesorabilmente private di ogni potere per ciò che riguarda la scelta dell’orien-tamento da seguire in politica economica.

Infine il P.C.F., sempre per consolidare la sua immagine di “difensore della nazione”, afferma che, con l’entrata della Francia nella “piccola Europa”, la sua agricoltura conoscerà una vera e propria ecatombe, e a farne le spese saranno soprattutto i piccoli agricoltori, i quali non hanno i mezzi per sopportare la concorrenza straniera.
Col passare degli anni, mentre le posizioni del P.C.E. e, in modo particolare, del P.C.I. riguardo alla C.E.E. diventano più mor-bide, il partito francese non modifica in modo sostanziale il suo atteggiamento intransigente.
Anche se la Comunità Europea non è più denunciata come “braccio politico della N.A.T.O.” [Pinto Lyra, 1973], essa resta, secondo il P.C.F., fortemente antidemocratica. Tuttavia, anche il partito francese, pur dichiarandosi assolutamente contrario all’ipotesi di un’integrazione politica, deve riconoscere che, nel corso degli anni, la C.E.E. ha compiuto anche alcune cose positive, specie a difesa dell’agricoltura francese [Pinto Lyra, 1973, 85].

Dopo la morte di Thorez, durante la segreteria Waldeck-Rochet, i comunisti francesi chiedono per la prima volta di entrare negli organismi comunitari non per “...condurre una lotta efficace contro le nefaste conseguenze del M.E.C..” [Valli, 1977, 165], ma per collaborarvi.

All’inizio della segreteria Marchais si registra, invece, un nuovo inasprimento dei rapporti con la C.E.E.. In occasione del referendum del 23 aprile 1973, riguardante l’allargamento della Comunità a Irlanda, Danimarca e, soprattutto, Regno Unito, il P.C.F. prende posizione in modo deciso a favore del “no”, adducendo sia ragioni economiche, come il rallentamento della produzione industriale, i possibili disequilibri settoriali, il deperimento ulteriore di certe aree meno sviluppate del Paese e l’aumento dei disoccupati, sia le solite ragioni di tipo politico-militare, a proposito del progressivo abbandono della sovranità nazionale. Ma il “no” comunista si spiega anche con ragioni di politica interna, per la duplice necessità del P.C.F. di apparire come l’unica vera forza di opposizione al governo e di affermarsi nei confronti dell’emergente partito socialista.

Il P.C.E., invece, già dalla fine degli anni ’60 è favorevole all’associazione della Spagna alla Comunità, ma il problema principale è il permanere del regime dittatoriale di Franco. Carrillo, nel suo discorso all’VIII Congresso del partito, nel 1972, afferma:
“E’ prioritario che il popolo spagnolo si liberi della dittatura franchista prima di avviare ogni genere di negoziato con la C.E.E.. Questo regime non ha nè l’autorità nè la forza per poter iniziare dei colloqui con il Mercato Comune che possano garantire l’interesse nazionale.” [Carrillo, 1972].

Naturalmente, il giudizio fortemente negativo espresso nel passato nei confronti della Comunità Europea non viene ora completamente ribaltato. Pur riconoscendo, infatti, la validità di certi risultati conseguiti dalla Comunità non solo in campo economico, il P.C.E. resta dell’avviso che il M.E.C. sia stata una creazione della Guerra Fredda in funzione antisovietica. Ora, certamente, la forza conseguita consente alla Comunità Europea di sfidare gli Stati Uniti quasi ad armi pari, riuscendo perfino a penetrare con successo nei loro mercati. Tuttavia, secondo l’analisi di Carrillo, le istituzioni comunitarie necessitano di profonde revisioni, in particolare occorre diversificare il commercio estero, espandendo le relazioni economiche con i Paesi socialisti e con i Paesi in via di sviluppo.
Infine, il partito iberico, ancora all’inizio degli anni ’70, giudica inopportuna un’integrazione immediata della Spagna alla C.E.E., perchè ritiene che il Paese, anche dopo la fine della dittatura franchista, non sarà in grado di darsi in breve tempo una struttura economica competitiva [Carrillo, 1972].

Per quanto riguarda il P.C.I., esso è il partito che prima degli altri e in misura maggiore ha mutato il suo atteggiamento verso le strutture della Comunità Europea. Hanno, probabilmente, contribuito a questo cambiamento gli ottimi risultati conseguiti dalla Comunità nei suoi primi dieci anni di vita. Questi hanno fatto sentire il loro influsso benefico in modo particolare sull’Italia, che negli anni ’60 stava vivendo il suo boom economico, con la crescita dell’occupazione e delle esportazioni e con il generale miglioramento delle condizioni sociali della classe operaia [Lambert, 1978].

Un ruolo di primo piano in questa svolta operata dal P.C.I. è certamente da attribuirsi a Giorgio Amendola. Egli è stato il primo esponente comunista occidentale, nel 1965, a riconoscere la Comunità come realtà oggettiva del panorama politico internazionale, di cui tenere conto. Anche in conseguenza di ciò, già nel 1969, il P.C.I. inizia a partecipare in modo attivo al funzionamento della Comunità, con l’ingresso di alcuni suoi rappresentanti al Parlamento Europeo, cinque anni prima dell’arrivo dei comunisti francesi.
Il P.C.I. persegue già allora un obiettivo, quello di far diminuire l’onnipotenza del Consiglio dei Ministri a favore del Parlamento, organo che il partito italiano ritiene debba essere eletto a suffragio universale diretto [Ronzitti, 1972].

La valutazione sulla C.E.E. da parte di P.C.I., P.C.F. e P.C.E. durante l’Eurocomunismo.

Il rapporto con l’Europa costituisce uno dei punti focali dell’Eurocomunismo.
Il partito italiano è il primo a rendersi consapevole del fatto che è impossibile costruire il socialismo in un Paese dell’Europa Occidentale senza tenere conto del processo di integrazione in corso [Lambert, 1979]. Già a partire dalla Conferenza di Bruxelles dei partiti comunisti dell’Europa capitalista, nel 1974, il P.C.I espone ai partiti fratelli il convincimento secondo il quale l’Europa dovrebbe muoversi in modo equidistante dai due blocchi e consolidare il suo ruolo di terza forza del futuro assetto politico internazionale. Berlinguer pone, in quest’occasione, le fondamenta della futura costruzione eurocomunista, parlando della necessità:
“...che l’avanzata del socialismo nella parte d’Europa in cui operiamo proceda nella ricerca di strade nuove pienamente corrispondenti sia alle particolarità e alle tradizioni di ogni nazione, sia ai tratti comuni che si presentano in questa zona del continente.” [Berlinguer E., 1974a]

Inoltre, il leader comunista italiano lancia un’idea:
“Un’Europa Occidentale democratica, indipendente e pacifica, che non sia nè antisovietica nè antiamericana ma si proponga di stabilire rapporti di amicizia e collaborazione con questi e con tutti gli altri Paesi.” [Berlinguer E., 1974a]

Il P.C.I. matura anche la convinzione che è indispensabile un forte potenziamento delle istituzioni comunitarie e, in primo luogo, del Parlamento. Amendola, in particolare, afferma che solo attraverso la C.E.E., profondamente riformata e democratizzata, è possibile risolvere i gravi problemi economici che affliggono l’Europa Occidentale:
“Noi riteniamo utile la presenza di un’organizzazione democratica multinazionale che affronti i problemi che i singoli stati nazionali dimostrano di non essere in grado di risolvere (moneta, circolazione dei capitali, controllo delle società multinazionali, energia, inquinamento, ecc.).” [Amendola, 1974].

Una prova concreta del nuovo atteggiamento del P.C.I. verso le istituzioni europee verrà, in seguito, fornita dall’elezione nelle sue file di Altiero Spinelli, certamente una tra le personalità che contribuiranno maggiormente al rilancio del processo di integrazione economica e politica della Comunità Europea.
Infine, il nuovo pensiero dei comunisti italiani verso la C.E.E. determina un loro sensibile avvicinamento verso le posizioni della socialdemocrazia europea, in particolare quella tedesca. Del resto, il P.C.I. ritiene che il superamento dell’antica divisione tra i partiti operai sia uno degli obiettivi che l’Eurocomunismo deve cercare con maggiore intensità. Questo tema è presentato da Berlinguer già durante la Conferenza di Bruxelles. Per il leader comunista italiano, l’unico modo per dare forza all’immagine di un’Europa impegnata nel processo di distensione internazionale e per perseguire il rinnovamento democratico delle istituzioni comunitarie è: “Stimolare il processo di avvicinamento e di intesa tra tutte le forze di sinistra, democratiche e antifasciste.” [Berlinguer E., 1974a].

Il discorso a proposito della necessità di fare dell’Europa l’elemento cardine della coesistenza pacifica, operando nel senso del potenziamento del carattere democratico degli organi della C.E.E., è pienamente condiviso dal P.C.E.. Nella risoluzione finale del suo IX Congresso si legge:
“Noi aspiriamo a un’Europa dei lavoratori, a un’Europa dei popoli: un’Europa unita sul piano politico ed economico, che abbia la sua politica indipendente, non subordinata nè agli Stati Uniti nè all’Unione Sovietica ma che mantenga relazioni positive con entrambi; un’Europa che contribuisca al superamento dei blocchi militari e del bipolarismo, alla democratizzazione della vita internazionale, rendendo possibile a tutti i popoli decidere da sè e in piena libertà dei propri destini.” [IX Congreso del Partido Comunista d’España, aprile 1978].

Del resto, con la morte di Franco e il progressivo smantellamento del suo regime, cade ogni pregiudiziale del P.C.E. contro un ingresso della Spagna nel M.E.C.. Anzi, durante la stagione eurocomunista, in più di un’occasione il segretario Carrillo dichiara che tale ingresso deve avvenire come membro a tutti gli effetti e non più solo come semplice Stato associato. Nei documenti del IX Congresso il partito definisce l’integrazione della Spagna alla C.E.E. come una necessità economica e politica, in quanto essa può contribuire allo sviluppo delle forze produttive e porre le basi della struttura stessa dell’economia spagnola.
Non si nega di certo che esistano anche aspetti antidemocratici nel presente edificio comunitario, come la forte impronta che conservano i monopoli nel determinare la scelta delle strategie politico-economiche da seguire. Ma questa è una ragione in più che spinge il P.C.E. a ritenere indispensabile un ingresso della Spagna nella C.E.E., proprio allo scopo di trasformarla, ridefinendone gli obiettivi.
Ciò non trova per nulla d’accordo il P.C.F., assolutamente contrario ad un allargamento della Comunità, definita anche durante la breve parentesi eurocomunista “la piccola Europa dei trust e dei monopoli”. Nasce così un’accesa polemica tra i due partiti, che testimonia una volta di più la debole consistenza dell’unità di intenti tra gli eurocomunisti.

La critica del P.C.F. concerne la struttura generale del M.E.C., giudicata un tentativo operato dalle nazioni capitaliste per coordinare l’internazionalizzazione dei capitali. Si accusa, in particolare, il Mercato Comune di aver aperto la strada alla penetrazione dei mercati europei da parte delle grandi multinazionali americane [Baudouin, 1978, 236]. Il partito francese è anche l’unico tra gli eurocomunisti ad opporsi risolutamente ad un ampliamento dei poteri del Parlamento Europeo. Anzi, fino all’aprile 1977, il partito transalpino si dice assolutamente contrario anche alla semplice elezione a suffragio universale diretto di questa assemblea, in quanto, come afferma Kanapa: “...questa elezione rinforzerebbe il peso della reazione in Europa a svantaggio delle forze democratiche e degli interessi delle Nazioni”. Poi, nell’aprile 1977, all’improvviso e senza alcuna discussione a livello di base del partito, ma con una semplice decisione dell’Ufficio Politico, il P.C.F. si di chiara favorevole ad un’elezione popolare dei rappresentanti del Parlamento di Strasburgo, a condizione, però, che i poteri di tale assemblea non siano minimamente rinforzati.

Quando, nel giugno ’79, hanno luogo le prime elezioni europee, il partito di Marchais imposta la sua campagna elettorale attaccando in modo esasperato le istituzioni europee. Questo fatto determina un’accentuazione delle divergenze con gli altri eurocomunisti, soprattutto con il P.C.I., del quale il partito francese contesta l’analisi della crisi economica e le soluzioni avanzate per superarla. Infatti, mentre il partito italiano è convinto che occorra una collaborazione attiva da parte di tutte le forze della classe operaia europea, il P.C.F. ritiene che la crisi sia prima di tutto un problema da risolvere sul piano nazionale [Bibes, 1979].

Le differenti proposte di riforma delle istituzioni comunitarie formulate dagli eurocomunisti.

La differenza nelle proposte per rinnovare l’assetto istituzionale della C.E.E. è notevole tra gli eurocomunisti, specie tra P.C.I. e P.C.F..
Il partito italiano vuole rendere più democratico il funzionamento complessivo dell’apparato comunitario. In occasione dell’in-contro di Bruxelles, Amendola lancia la proposta dell’elezione a suffragio universale diretto dell’Assemblea di Strasburgo. Egli auspica, soprattutto, che questo organo non abbia solo poteri consultivi, ma acquisti una maggiore rappresentatività democratica. Tuttavia questa proposta, come si è visto, non soddisfa per niente il partito di Marchais, sempre risolutamente contrario ad un’istituzione sovranazionale. Ma Amendola non demorde e, sempre a Bruxelles, presenta il quadro delle riforme che il P.C.I. ritiene necessarie per rendere più democratica la C.E.E.:
“La Commissione è un grande segretariato senza poteri decisionali. Tutti i poteri sono del Consiglio dei ministri che è sede di estenuanti mercanteggiamenti e di accordi precari. Bisogna rovesciare tali rapporti. Nella Commissione debbono entrare con funzioni responsabili i rappresentanti del sindacato europeo, delle associazioni agrarie, delle cooperative.” [Amendola, 1974].

Inoltre i comunisti italiani chiedono una profonda revisione della politica agraria comunitaria, ritenuta inflazionistica, improduttiva e, in molti casi, dannosa per l’Italia.
La battaglia portata avanti dal P.C.F. sul tema delle riforme istituzionali della C.E.E. è, invece, di segno totalmente opposto.

Il vertice del partito è favorevole, malgrado le indicazioni fornite dai suoi rappresentanti al Parlamento di Strasburgo, ad un incremento dei poteri del Consiglio e, soprattutto, a conservare la regola dell’unanimità per tutte le decisioni prese da questo organismo. Il P.C.F. vuole, inoltre, che il monopolio decisionale resti al Consiglio dei ministri e non passi al neonato Consiglio Europeo, ritenuto troppo simile, nei suoi principi, al presidenzialismo [Bau-douin, 1978, 247-248]. Le ragioni di un atteggiamento così ben disposto verso l’istituzione forse “meno” democratica della C.E.E. e, viceversa, di netta chiusura verso l’ipotesi di un Parlamento Europeo con più poteri, ovvero l’esatto opposto della strategia tenuta nella politica nazionale, si spiegano, forse, con il fatto che il vertice del partito, confidando nella vittoria elettorale dell’Union de la Gauche, ritiene che il Consiglio dei ministri sia l’organo in cui il P.C.F. può far sentire maggiormente il suo peso politico.

Per quanto riguarda i progetti per una futura Unione economica e monetaria, essi sono ferocemente attaccati dal P.C.F., perchè ritenuti dannosi per l’economia nazionale [Baudouin, 1978, 251].
Il partito di Marchais si pone, infine, l’obiettivo di riorientare le relazioni economiche esterne della C.E.E., bloccando le penetrazioni giapponesi e americane e incrementando gli scambi con il C.O.M.E.C.O.N. e i Paesi in via di sviluppo [Baudouin, 1978, 253].

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