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UN'ALTRA OPINIONE

ORIGINI DEL FEUDALESIMO LA CAVALLERIA MEDIEVALE
LA DECADENZA DEL MEDIOEVO IL PROCESSO DI DETERIORAMENTO
COME  DECADDE  LA CIVILTA' CRISTIANA DALLA RIFORMA FINO AL COMUNISMO
PSEUDO RIFORMA E RINASCIMENTO LE TRE RIVOLUZIONI

DALL' ORIGINE DEL FEUDALESIMO
ALLA DECADENZA - FINO AL COMUNISMO 

Il ruolo della famiglia. Le popolazioni, fuggendo il terrore e il disordine, cercano rifugio all'interno delle foreste, sulle cime dei monti, in mezzo alle paludi, in luoghi inaccessibili, dove la crudeltà e l'avidità degli invasori non le possa raggiungere. Città, villaggi e paesi, si disperdono e ciascuno fugge dove può. Ciascuno, o meglio, ogni famiglia. Poiché la famiglia é, in questo periodo, l'unica cellula sociale che rimane intatta: essa ha fondamento non nelle leggi, ma nell'ordine naturale e nel cuore umano; rinvigorita dalla forza soprannaturale della Grazia che la Chiesa le comunica, é l'unico baluardo che resiste all'impeto della barbarie.

 Da essa partirà l'opera di ricostruzione sociale dei secoli seguenti. Nascosta per difendersi dai pericoli esterni la famiglia resiste, si fortifica e diventa più unita: animata dallo spirito cattolico che la vivifica, non si lascia schiacciare dalle avversità, ma reagisce. Obbligata a bastare a sé stessa, essa crea i mezzi per sostenersi e difendersi. 
Lo Stato non esiste più, la famiglia lo sostituisce e la vita sociale si rinchiude nei focolari. Piccola società, é dapprima isolata ma collegata con altre uguali ad essa, con le quali a poco a poco si raggruppa per formare le prime collettività: i feudi. Gli uomini che si rivelano più capaci, con le caratteristiche più idonee a perseguire il bene di tutti, prendono in modo naturale la direzione delle comunità, guidano la reazione contro i nemici e la natura ostile, organizzano la difesa e la vita comune. La gerarchia sociale e l'autorità rinascono spontaneamente: in una comunità fondata su famiglie, che diventa una famiglia più grande, il capo sarà come un padre comune che veglierà su tutti. In questo piccolo mondo autonomo e autosufficiente, il capo é l'autorità suprema, colui che organizza il lavoro e la difesa. Egli è chiamato "sire" e la sua sposa "dama"; in seguito il gruppo prenderà il suo nome. 

La vita é semplice e frugale: si coltivano le terre dei dintorni e un'industria rudimentale, domestica, produce tutto il necessario per la sussistenza ed anche per offrire qualche comodità. Non vi é commercio: solo successivamente cominceranno gli scambi coi vicini. L'uomo cresce, lavora, ama, soffre e muore nel proprio luogo di nascita. Questa famiglia allargata é, per i suoi membri, la vera Patria. Ognuno la ama intensamente perché vi è integralmente inserito e perché sente direttamente la sua forza, la sua dolcezza, la sua bellezza. Nascono anche profondi sentimenti di solidarietà tra i suoi membri: la proprietà degli uni andrà anche a beneficio degli altri, l'onore di uno sarà anche l'onore di tutti e il disonore di uno ricadrà su tutti. Il feudo diventerà lo stadio più evoluto dell'organizzazione sociale a base familiare. 

La gerarchia feudale.

In una fase di successivo sviluppo il feudo riunisce il Barone (che vuol dire uomo forte) e la sua famiglia, i parenti prossimi, i vassalli nobili che lo aiutano (e ricevono in ricompensa, terre, responsabilità ed altri beni), il clero, e, infine, il popolo. In definitiva si è di fronte ad una gerarchia molto varia e complessa, non all'autorità assoluta di un unico signore su una moltitudine di sudditi uguali. I nobili si ordinano in gradi interdipendenti; i lavoratori possono essere sudditi diretti del signore o di qualcuno dei suoi nobili o persino di un borghese, e questi può trovarsi alle dipendenze di questo o quel sovrano. Persino fra i servi vi è una gerarchia e varie subordinazioni, esistendo anche servi di altri servi. Il rapporto di protezione e consacrazione esistente fra il signore e i suoi sudditi, va gradualmente stabilendosi anche tra i signori minori e quelli più potenti. I primi cominciano a raggrupparsi sotto l'autorità dei secondi con gli stessi legami di fedeltà che hanno verso i loro inferiori; anche i baroni, dopo i vassalli ed i servi immediati, diventano vassalli, pur conservando intatta la propria autorità sui loro uomini. Il signore feudale più importante, a sua volta si fa suddito di uno a lui maggiore, e, procedendo così, si forma un'enorme piramide di feudi diseguali, ordinati gerarchicamente in livelli progressivi, fino ad arrivare al barone supremo, il feudatario di tutti i feudatari, il signore feudale di tutti i signori feudali, il padre di tutti i padri: il Re, che dall'alto del suo castello veglia su tutti i feudi dei suoi vassalli e su tutta la nazione. 

Elementi basilari del feudalesimo.

a) Il binomio fedeltà-protezione. L'essenza del feudalesimo é il binomio fedeltà-protezione, che riflette nell'ordine umano le relazioni fra l'uomo e Dio. Il superiore protegge l'inferiore fino a sacrificare la propria vita, e riceve da lui la promessa di fedeltà dei servizi. 
b) Il legame feudale. Il legame feudale genera tra il feudatario e il vassallo una relazione molto profonda. Il Re è la personificazione di tutto lo Stato, di tutta la società feudale. Se confrontiamo un nobile con un Re, vediamo nel primo una miniatura del secondo: il nobile è, su un piano minore, tutto ciò che il Re è su un piano maggiore. Se confrontiamo poi un nobile con un altro di categoria inferiore, vediamo che l'uno è la miniatura dell'altro, e così via, fino all'ultimo gradino della scala sociale. Vi è in seguito una ulteriore evoluzione: i Re di Francia, ad esempio, smembrano il loro regno in feudi, e danno ad ogni signore feudale una parte del potere regale di cui sono detentori. In questo modo il signore feudale non è solo una miniatura del Re, ma qualcuno che partecipa al potere del Re. Egli ha parte nel potere regale, ed è, per così una dire, un'estensione del Re.
c) Diritti ed obblighi. Il legame feudale ha la sua origine in un patto feudale comprendente due cerimonie.

- L'atto di fede ed omaggio: il vassallo si colloca in ginocchio davanti al signore, senza armi, e mette le sue mani in quelle del signore, con un gesto che significa abbandono, fiducia e fedeltà; si dichiara suo uomo e conferma la propria consacrazione verso la sua persona. In risposta, il signore fa alzare il vassallo e lo bacia. Questa cerimonia rappresenta la costituzione di un legame affettivo personale che, da quel momento, deve orientare le relazioni fra i due. In seguito vi è la cerimonia del giuramento: si giura sui Vangeli dando così all'atto un carattere sacrale. 

L'investitura: consistente nell'assegnazione solenne del feudo, fatta dal signore al vassallo tramite la consegna di un oggetto che simboleggia il feudo, per esempio un bastone o una lancia. Il patto feudale fissa gli obblighi reciproci: il barone deve ai suoi sudditi protezione, assistenza e difesa. Deve vegliare per tutti nei momenti difficili ed esercitare la giustizia in caso di contrasti. La sua autorità non è però assoluta: i costumi (le consuetudini) hanno nel feudo forza di legge scritta, e il barone non può, ammesso che lo voglia, revocare gli usi e modificare i diritti che la tradizione ha consacrato. La sua sposa è madre di tutti i sudditi, che aiuta e consiglia nelle loro necessità, dedicandosi specialmente all'educazione dei giovani fino al matrimonio. A loro volta i sudditi devono seguire il signore, chiedere il suo parere nelle questioni importanti come per sposarsi, così come il signore feudale dovrà chiederlo al nobile o al Re di cui egli stesso è vassallo. I sudditi più importanti collaborano col barone nell'amministrazione della giustizia e nei consigli che vengono riuniti per discutere qualche importante decisione. I doveri reciproci sono enunciati minuziosamente in giuramenti religiosi i cui testi si conservano ancora oggi. I vassalli vedono la fedeltà come un dovere, ma anche e ancora più come un beneficio: "la gente senza signore si trova in una non buona situazione", dice un proverbio dell'epoca.

LA CAVALLERIA MEDIEVALE.

Premessa.

La cavalleria è una delle più belle istituzioni nate dal seno della Chiesa nel medioevo. Essa non coincide esattamente con la nobiltà feudale, sebbene sia costituita prevalentemente da nobili e la maggioranza dei baroni feudali siano cavalieri, ma è un ordine distinto, nel quale i nobili si inseriscono mediante una cerimonia chiamata investitura. La nobiltà non è condizione assolutamente indispensabile per diventare cavaliere: vi sono casi di servi armati cavalieri, mentre certi nobili non giunsero mai ad appartenere a questa istituzione. I gradi della cavalleria.

Come tutti gli ordinamenti medievali, anche l'istituzione cavalleresca ha una gerarchia. Al primo gradino vi è il paggio. Il futuro cavaliere generalmente inizia il suo apprendistato a sette anni. Il paggio, figlio di un nobile, si mette al servizio di un nobile di categoria superiore, imparando a badare al cavallo e a combattervi sopra.Più o meno a 14 anni, il paggio diventa scudiero. A questo punto egli viene iniziato al maneggio delle armi, apprende le regole del combattimento e porta le armi e lo scudo del suo signore quando va in guerra. Giunto a 21 anni viene armato cavaliere.

La cerimonia dell'investitura.

La cerimonia dell'investitura, detta anche "ordinazione cavalleresca", si svolge generalmente in una chiesa, altre volte in un castello feudale o, ancora, in pieno campo di battaglia. Il giovane Don Enrique, ad esempio, fu armato cavaliere sul campo di battaglia per aver compiuto atti di valore straordinari nella conquista di Ceuta.

La sera precedente la cerimonia, il candidato digiuna, si confessa e passa la notte in orazione durante la cosiddetta "veglia delle armi". L'ordinazione del cavaliere giunse ad essere considerata come un ottavo sacramento ma la Chiesa la considerò sempre al massimo come un sacramentale. La cerimonia comincia con la celebrazione del Sacrificio Eucaristico. Nell'omelia il sacerdote ricorda gli obblighi che il cavaliere sta per assumere, poi benedice le armi che fra poco gli saranno consegnate. Di solito il padrino è il signore feudale della regione, che, seduto col futuro cavaliere davanti a sè in ginocchio, lo interroga in merito alle sue disposizioni nell'assumere gli obblighi che la sua condizione di cavaliere gli impone; poi riceve il giuramento di obbedienza e quindi gli consegna pezzo per pezzo l'armatura, lasciando per ultima la spada. In Francia la cerimonia terminava con la cosiddetta "colèe": un gran colpo che il signore feudale dava sul collo del candidato, dicendogli: "sois preux", ossia "sii valoroso". Dopo ciò il nuovo cavaliere veniva acclamato a gran voce dai presenti. Doveri del cavaliere.

Gli obblighi morali imposti al cavaliere mettono bene in luce il valore di questa istituzione. Essi sono: combattere per la fede, essere sottomesso al feudatario, mantenersi fedele alla parola data, proteggere i deboli, le vedove e gli orfani, combattere l'ingiustizia.

I poeti medievali fanno la descrizione del cavaliere ideale. Deve essere "puro di cuore, sano di corpo, generoso, dolce, umile e poco chiacchierone". In lui sono presenti le due massime qualità morali richieste ai nobili dell'epoca: coraggio e generosità. In qualsiasi circostanza il cavaliere deve difendere la fede. Il giuramento di sostenere la fede in Gesù Cristo, trova la sua origine nell'abitudine di sguainare la spada alla lettura del Vangelo, in uso ai primordi della cavalleria. Con ciò si intendeva manifestare la disponibilità a spargere il proprio sangue in difesa della dottrina della Chiesa. Ruolo storico del cavaliere.

Questa magnifica istituzione contribuisce molto alla fioritura di una delle virtù essenziali dell'epoca: il rispetto fra gli uomini. Il signore deve amare i suoi vassalli ed essi devono amarlo a loro volta; in questo modo, secondo l'espressione di un famoso storico, "mai il precetto divino 'amatevi gli uni gli altri' penetrava in modo tanto profondo il cuore degli uomini". La fama delle straordinarie virtù del cavaliere corse anche al di fuori dei confini della Cristianità: mentre San Luigi IX, Re dei francesi, si trovava prigioniero dei mussulmani, uno dei loro capi, minacciandolo con le armi, chiese al santo di essere ordinato cavaliere: "Fatti cristiano", rispose il Re. Tale episodio spiega l'ammirazione che i nemici della Cristianità avevano per questa splendida istituzione. 

La punizione del cavaliere corrotto.

Se un cavaliere violava le leggi della cavalleria, mancava al suo onore o tradiva il suo giuramento, veniva degradato. La cerimonia della degradazione era terribile. Il cavaliere indegno veniva condotto sulla piazza principale della città da un corteo di cavalieri vestiti a lutto. Ogni tanto il corteo si fermava e un araldo proclamava ad alta voce il crimine commesso. Giunti sul luogo della cerimonia, il reo veniva posto su un cavallo di legno dove gli si toglievano, uno ad uno, tutti i pezzi dell'armatura dinanzi al popolo riunito, che lo copriva di scherno. Un cavaliere degradato si riduceva in uno stato tale che finiva col cambiare città, non trovando più in alcun ambiente degli aiuti per vivere. 

Corruzione e fulgore dell'ideale cavalleresco.

Il romanzo "don Chisciotte" di Cervantes, descrive una cavalleria decadente, romantica e sentimentale, dell'epoca dell'autore, allo scopo di ridicolizzare l'ideale del suo tempo. Nel XVII secolo, infatti, gran parte del nobile ideale di servizio alla società e alla verità, proprio dell'autentica cavalleria medievale, era già stato perduto. Il più bel frutto della cavalleria fu la nascita degli ordini religiosi militari, o monastico-guerrieri, avvenuta nei primi anni del 1100, dei quali il grande S. Bernardo di Chiaravalle, scrisse:"Un nuovo genere di milizia, dico, mai conosciuta prima di ora: essa combatte senza tregua e nello stesso tempo una duplice battaglia, sia contro i nemici in carne e sangue, sia contro le potenze spirituali del male nelle regioni dello spirito. Ed io, invero, non giudico tanto degno di ammirazione che resista valorosamente ad un nemico corporeo con le sole forze del corpo, ritenendola, anzi, cosa frequente. Ma anche quando col valore dell'anima si dichiari guerra ai vizi o ai demoni, neppure allora dirò che questo è degno di ammirazione, sebbene sia degno di lode dal momento che si vede il mondo pieno di monaci. Ma quando il guerriero e il monaco si cingono con vigore ognuno della sua spada e nobilmente vengono insigniti della loro dignità, chi non potrebbe ritenere un fatto del genere veramente degno di ogni ammirazione, fatto che appare del tutto insolito?. Ecco un combattente veramente intrepido e protetto da ogni lato, che come riveste il corpo di ferro, così riveste l'anima con l'armatura della fede. Nessuna meraviglia se, possedendo entrambe le armi, non teme nè il demonio nè l'uomo; non teme la morte, anzi la desidera. Difatti cosa potrebbe temere in vita o in morte colui per il quale Cristo è la vita e la morte un guadagno? Certamente sta saldo con fiducia di buon grado per il Cristo, ma desidera ancor più ardentemente che la sua vita sia dissolta per esistere in Cristo: perchè questa è in verità la cosa migliore. Pertanto, avanzate sicuri, combattenti, e con animo intrepido respingete i nemici della Croce del Cristo, stando certi che nè la morte, nè la vita, potranno separarvi dall'amore di Dio che è in Cristo Gesù; ripetendo a voi stessi a ragione in ogni pericolo: 'Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo del Signore' (Rom. XIV, 8). Con quanta gioia tornano i vincitori dalla battaglia! Quanto fortunati muoiono i martiri in combattimento! Rallegrati, o forte, se vivi o vinci nel Signore: ma ancor più esulta e sii glorioso nella tua gloria se morirai e ti riunirai al Signore. La vita è certo fruttuosa e la vittoria gloriosa: ma a buon diritto è da preporre a entrambe la morte sacra. Infatti, se sono beati coloro che muoiono nel Signore, quanto più lo saranno quelli che muoiono per il Signore!" (S. Bernardo, "De laude novae militiae ad milites templi", scritto fra il 1128 - data del concilio di Troyes, in cui fu approvata la Regola dei Templari- e il 1136, il testo completo si trova nella "Patrologia Latina" del Migne).CAPITOLO XV

COME DECADDE LA CIVILTA' CRISTIANA: 
" LE TRE RIVOLUZIONI "

La decadenza del medioevo.

"Nel secolo XIV si può cominciare ad osservare, nell'Europa cristiana, una trasformazione di mentalità che nel corso del secolo XV diventa sempre più chiara. Il desiderio dei piaceri terreni si va trasformando in bramosia. I divertimenti diventano sempre più sontuosi. Gli uomini se ne curano sempre di più. Negli abiti, nei modi, nel linguaggio, nella letteratura e nell'arte, l'anelito crescente a una vita piena dei diletti della fantasia e dei sensi va producendo progressive manifestazioni di mollezza. Si verifica un lento deperimento della serietà e dell'austerità dei tempi antichi. Tutto tende al gaio, al grazioso, al frivolo. I cuori si distaccano a poco a poco dall'amore al sacrificio, dalla vera devozione alla Croce, e dalle aspirazioni alla santità e alla vita eterna. La Cavalleria, in altri tempi una delle più alte espressioni della santità e dell'austerità cristiana, diventa amorosa e sentimentale, la letteratura d'amore invade tutti i paesi, gli eccessi del lusso e la conseguente avidità di guadagni si estendono a tutte le classi sociali. Questo clima morale, penetrando nelle sfere intellettuali, produsse chiare manifestazioni di orgoglio, come ad esempio il gusto per le dispute pompose e vuote, per i ragionamenti sofistici e inconsistenti, per le esibizioni fatue di erudizione, e adulò vecchie tendenze filosofiche, delle quali la Scolastica aveva trionfato, e che ormai, essendosi rilassato l'antico zelo per l'integrità della fede, rinascevano sotto nuove forme. L'assolutismo dei legisti, che si pavoneggiavano nella conoscenza vanitosa del diritto romano, trovò in prìncipi ambiziosi una eco favorevole. E di pari passo si andò estinguendo nei grandi e nei piccoli la fibra d'altri tempi per contenere il potere regale nei legittimi limiti vigenti al tempo di S. Luigi di Francia e di S. Ferdinando di Castiglia." ("Rivoluzione e Contro-Rivoluzione", d'ora in poi abbreviato in "RCR", del Prof. Plinio Correa de Oliveira, I parte, Cap. III, 5.b).

La grandezza della civiltà cristiana.

La civiltà medievale, quando ben studiata, appare tanto grande e forte che non si capisce come possa essere caduta. In verità, è quando si considerano i resti che ancora sopravvivono della Civiltà Cristiana, e la forza dei medesimi dopo 400 anni di Rivoluzione, che si capisce quanto fu grande il medioevo. Ma allora, come è riuscita la Rivoluzione ad abbattere questo ordine?.

Il tallone d'Achille: l'orgoglio e la sensualità.

Per quanto fosse sacrale, la Civiltà Cristiana, come tutto quanto esiste sulla terra, aveva i suoi punti deboli. Essa presentava due talloni d'Achille, due punti vulnerabili.Questi due talloni sono l'orgoglio e la sensualità. Di tutte le debolezze dell'uomo, quella che più urta contro tutta la struttura della società medievale è l'orgoglio. L'orgoglioso rifiuta una enorme serie di gerarchie che stanno sopra di lui, si irrita con esse fino al punto di non poterle sopportare. A sua volta la sensualità cozza contro ogni freno. Un individuo orgoglioso e sensuale fino in fondo è un anarchico. Lo sviluppo dell'anarchia avviene in modo progressivo, di generazione in generazione, per mezzo dell'abolizione di tutte le disuguaglianze che disturbano l'orgoglio e di tutte le leggi che frenano la sensualità.La struttura gerarchica solidissima del medioevo, che si erse nella bufera e che resistette ai peggiori marosi, cadde quando essa era nella sua fase trionfale: non per opera dei suoi avversari -non furono i barbari o i turchi ad abbatterla- ma a causa di un veleno interno, del peccato. I responsabili, coloro che iniziarono a peccare, furono i membri della Cristianità che non reagirono come avrebbero dovuto.

Immenso peccato della Cristianità.

Vi fu, in un determinato momento, un peccato che potremmo chiamare il peccato immenso. Cluny, l'ordine religioso che diede origine alla fase più splendente del medioevo, si rilassò, e rilassandosi distrusse le condizioni di resistenza di quell'ordine sacrale e gerarchico. La marea montante dell'orgoglio e della sensualità, incontrando anche queste complicità, giunse ad un grado tale che, nel secolo XVI, quel che doveva accadere accadde. Le acque si erano alzate a tal punto che finirono con l'aprire una prima breccia nella diga.

Come si sviluppò• il processo di deterioramento.

Quando in una società l'orgoglio e la sensualità crescono senza essere seriamente combattuti, tutto l'edificio crolla. L'uguaglianza completa è il sogno esplicito o implicito dell'individuo che si consegna all'orgoglio, che, se non frenato, provoca la caduta di tutte le gerarchie. D'altro canto a causa dell'orgoglio, che porta l'uomo a rifiutare la dottrina della Chiesa, e a causa della sensualità, che porta le persone a vivere abitualmente in stato di peccato mortale e perciò in stato di ribellione contro la dottrina della Chiesa, comincia a nascere il sogno di una Chiesa senza Gerarchia, che ammette il divorzio, l'immoralità, che non condanna le mode indecenti, che lascia la sensualità espandersi a piacimento.Qual'è la conseguenza? Secondo Paul Bourget, quando gli uomini non vivono in accordo con le loro idee, finiscono con mettere le idee d'accordo con la loro vita. Quando un uomo diviene abitualmente orgoglioso, sebbene riconosca che la umiltà è una virtù, egli tende ad ammettere dottrine che, in ultima analisi, nascono dall'orgoglio. Quando vive in modo sensuale, tende ad ammettere dei principi che muovono nella direzione del libertarismo. Se egli non pone le azioni in accordo con le idee, finisce col porre le idee in accordo con gli atti. Le eresie esplodono da questo genere di cause. E tutta la struttura sociale rovina a partire da questo punto.Niente di più forte di una società cattolica, sacrale, gerarchica, con uomini umili e casti. Niente di più debole di questa società se gli uomini divengono orgogliosi e sensuali.Il medioevo conosce degli alti e bassi, che in qualche parte d'Europa vengono superati, e crisi di orgoglio e sensualità, anch'esse dominate. Fra queste crisi c'è quella del secolo XIII, quando Nostro Signore suscita l'ordine del francescani, che praticano in modo esimio l'umiltà e la purezza; suscita pure l'ordine dei domenicani, per combattere su un terreno più intellettuale di quello dei soli costumi, quegli stessi difetti. S. Francesco, S. Domenico, S. Alberto Magno, S. Tommaso d'Aquino, S. Bonaventura e tanti altri santi di questi ordini, respingono la marea montante della sensualità e dell'eresia e salvano il medioevo. Nel secolo XV l'orgoglio e la sensualità cresceranno di nuovo, in modo enorme, forse senza precedenti. I santi che predicano la necessità di una riforma dei costumi per ridare vita alla purezza e all'umiltà, come S. Bernardino da Siena, non vengono ascoltati. San Vincenzo Ferreri comincia a predicare che la fine del mondo è vicina, e che egli è l'angelo predetto dall'Apocalisse per annunciare tutta una serie di catastrofi. E le catastrofi cominceranno di fatto nel secolo XVI, col protestantesimo. Come ha dimostrato il prof. Plinio Correa de Oliveira nell'opera RCR, questo processo di decadenza della civiltà medievale diede origine alle tre grandi Rivoluzioni della storia dell'Occidente: la Pseudo-Riforma, la Rivoluzione Francese ed il Comunismo.Queste tre Rivoluzioni sono di fatto tre tappe di una sola Rivoluzione, che "vuole distruggere tutto un ordine di cose legittimo, e sostituirlo con una situazione illegittima. Infatti l'ordine di cose che si sta distruggendo è la Cristianità medievale. Ora, la Cristianità non è stata un ordine qualsiasi, possibile come sarebbero possibili molti altri ordini. E' stata la realizzazione, nelle condizioni inerenti ai tempi e ai luoghi, dell'unico vero ordine tra gli uomini, ossia della Civiltà Cristiana.Nell'enciclica Immortale Dei, Leone XIII ha descritto in questi termini la Cristianità medievale: 'Fu già tempo che la filosofia del Vangelo governava gli Stati, quando la forza e la sovrana influenza dello spirito cristiano era entrata bene addentro nelle leggi, nelle istituzioni, nei costumi dei popoli, in tutti gli ordini e ragioni dello Stato, quando la religione di Gesù Cristo posta solidamente in quell'onorevole grado che le conveniva, traeva su fiorente all'ombra del favore dei Prìncipi e della dovuta protezione dei magistrati; quando procedevano concordi il Sacerdozio e l'Impero, stretti avventurosamente fra loro per amichevole reciprocanza di servigi. Ordinata in tal guisa la società, rec• frutti che più preziosi non si potrebbe pensare, dei quali dura e durerà la memoria, affidata ad innumerevoli monumenti storici, che niuno artifizio di nemici potrà falsare od oscurare'.Così quanto è stato distrutto dal secolo XV ad ora e la cui distruzione è oggi ormai quasi interamente compiuta, è la disposizione degli uomini e delle cose secondo la dottrina della Chiesa, maestra della Rivelazione e della legge naturale. Questa disposizione è l'Ordine per eccellenza. Ciò che si vuole instaurare è, per diametrum, il suo contrario. Quindi, la Rivoluzione per eccellenza". ("RCR" del prof. Plinio Correa de Oliveira, Parte I, cap. VII, 1E ed 1F)

Pseudo-Riforma e Rinascimento

Dopo aver descritto la decadenza del medioevo, occorre parlare delle successive tappe del processo rivoluzionario.

Questo nuovo stato d'animo conteneva un desiderio possente, sebbene più o meno inconfessato, di un ordine di cose fondamentalmente diverso da quello che era giunto al suo apogeo nei secoli XII e XIII. Anche nell'Umanesimo e nel Rinascimento troviamo perciò l'ostilità al soprannaturale e al Magistero della Chiesa, così come all'austerità dei costumi. "Il tipo umano, ispirato ai moralisti pagani, che quel movimento introdusse come ideale in Europa, e la cultura e la civiltà coerenti con esso, è il precursore dell'uomo avido di guadagni, sensuale, laico e pragmatista dei nostri giorni, della cultura e della civiltà materialistiche in cui ci andiamo immergendo sempre più.In alcune parti d'Europa, esso si sviluppò senza portare all'apostasia formale. Notevoli resistenze gli si opposero. Ed anche quando si installava nelle anime, non osava chiedere -almeno all'inizio- una rottura formale con la fede.Ma in altri paesi attacc• apertamente la Chiesa. L'orgoglio e la sensualità, nel cui soddisfacimento consiste il piacere della vita pagana, suscitarono il protestantesimo. L'orgoglio diede origine allo spirito di dubbio, al libero esame, all'interpretazione naturalistica della Scrittura. Produsse la rivolta contro l'autorità ecclesiastica, espressa in tutte le sette con la negazione del carattere monarchico della Chiesa universale, cioè con la rivolta contro il papato. Alcune, più radicali, negarono anche quella che si potrebbe chiamare l'alta aristocrazia della Chiesa, ossia i Vescovi, suoi prìncipi. Altre ancora negarono lo stesso sacerdozio gerarchico, riducendolo ad una semplice delegazione del popolo, unico vero detentore del potere sacerdotale. Sul piano morale, il trionfo della sensualità nel protestantesimo si affermò con la soppressione del celibato ecclesiastico e con l'introduzione del divorzio". ("RCR" del prof. Plinio Correa de Oliveira, Parte I, cap. III, 5B).

Rivoluzione Francese.

Questa tendenza ugualitaria, che si era già manifestata in materia religiosa, passò anche nel campo politico. "Allo scopo di evitare qualsiasi equivoco, conviene sottolineare che questa esposizione non contiene l'affermazione che la repubblica sia un regime politico necessariamente rivoluzionario. Leone XIII ha messo in chiaro, parlando delle diverse forme di governo, che 'ognuna di esse è buona, purchè sappia procedere rettamente verso il suo fine, ossia verso il bene comune, per il quale l'autorità sociale è costituita' (Enciclica Au milieu des sollicitudes, del 16.2.1892). Qualifichiamo come rivoluzionaria, questo sì, l'ostilità professata, per principio, contro la monarchia e contro l'aristocrazia, come se fossero forme essenzialmente incompatibili con la dignità umana e l'ordine normale delle cose. E' l'errore condannato da S. Pio X nella lettera apostolica Notre Charge Apostolique, del 25 agosto 1910" ("RCR" del prof. Plinio Correa de Oliveira, Parte I, cap. III, 5E).  Una prima manifestazione di ugualitarismo politico, fu la Rivoluzione Inglese, che decapitò Carlo I, proclamò la repubblica in Inghilterra, ed abolì virtualmente i titoli di nobiltà. Precisamente fu la setta di Cromwell, i Puritani, la quale non ammetteva disuguaglianze religiose, che, coerentemente, insorse anche contro le disuguaglianze civili. Perchè se qualcuno odia le disuguaglianze a causa dell'orgoglio, questi è disturbato sia dalla disuguaglianza religiosa quanto da quella civile, e finisce con scagliarsi contro ambedue. Questa Rivoluzione suscitò una reazione dopo la morte di Oliver Cromwell. Suo figlio Richard rimase al governo molto poco tempo, e subito dopo ebbe luogo il ristabilimento della monarchia con Carlo II. 

La continuità del processo rivoluzionario.

Ma questa tendenza rivoluzionaria esplose sopratutto in Francia, paese che era stato fortemente lavorato dal protestantesimo.

Nel secolo XVI, una gran parte della Francia divenne protestante, e se non fosse stato per l'ausilio di Federico II, Re di Spagna, e l'influenza dei Papi, lo sarebbe divenuta interamente. La Rivoluzione continuò ad avere un carattere religioso, e diede vita al Giansenismo, una forma travestita di Protestantesimo. Il Giansenismo produsse un progressivo raffreddamento religioso, che culminò nello scetticismo, ossia nello spirito di dubbio nei confronti della religione. Coi giansenisti incontriamo i gallicani, che sono cattolici, ma negano l'autorità del Papa sulla Chiesa di Francia.Il naturalismo rinascimentale si sviluppò, e divenne Deismo, ossia accettazione vaga di un Dio impersonale. Il Deismo genera una mentalità atea che si esprime nella corrente culturale detta dell'enciclopedismo, che elaborò la dottrina della completa uguaglianza civile.Uno studio attento dell'Assolutismo monarchico, dimostra che la politica dei monarchi assoluti, in tutto quel che non pregiudicava la loro autorità, era segnata dallo spirito ugualitario. La riduzione dei privilegi del clero e della nobiltà, fatta in modo progressivo dai Re assoluti, andava nella direzione di un'equiparazione politica di tutti i cittadini, sotto il potere dello Stato. I favoritismi continui dei Re, nei confronti della parte più attiva e sviluppata della plebe, cioè della borghesia, contribuì ancor più ad una situazione di uguaglianza politica.La corruzione dei costumi, che era cresciuta dalla fine del medioevo, raggiunse nel 1700 un grado inimmaginabile.

La Rivoluzione Francese, continuatrice del Rinascimento e del Protestantesimo.

La Francia, imbevuta degli elementi che nei paesi nordici avevano prodotto il protestantesimo, si preparava, attraverso l'enciclopedismo e l'assolutismo, ad una convulsione profonda, che altro non sarebbe stata se non la proiezione, nella sfera religiosa, filosofica, politica, sociale ed economica, dei principi protestanti. Alla fine del secolo XVIII il protestantesimo era consumato, minato al suo interno dai progressi crescenti del dubbio e dello scetticismo, stancato ed invecchiato, mancava di forza di espansione. Umanesimo e Rinascimento erano sorti da molto tempo. Ma ciò che questi 3 movimenti avevano di più dinamico e fondamentale, ossia lo spirito che li aveva suscitati, sopravviveva ed era più forte che mai. Questo spirito doveva lanciare la Francia, e poi l'intera Europa, in un cataclisma liberale e ugualitario.

La Rivoluzione Francese fu notevolmente segnata dallo spirito protestante; la Chiesa Costituzionale da lei organizzata, altro non era se non uno strumento mal nascosto per impiantare in Francia un vero protestantesimo. Lo spirito ugualitario, anti-monarchico ed anti-aristocratico della Rivoluzione Francese è la proiezione, nella sfera civile, della tendenza ugualitaria che portò il protestantesimo a rifiutare gli elementi aristocratico e monarchico della gerarchia ecclesiastica. Il fermento comunista che lavorava all'estrema sinistra di questa Rivoluzione, e che finì per esplicitarsi in movimenti come quello di Babeuf, non era se non la copia laica dei movimenti pre-comunisti, come quello dei Fratelli Moravi, che brulicavano in quella che si potrebbe chiamare la estrema sinistra protestante. La completa laicizzazione dello Stato, la continua evocazione dei modelli del paganesimo classico, mostrano nella Rivoluzione Francese gli effetti dell'Umanesimo, del Rinascimento e dell'Enciclopedismo.

Comunismo.

"Nel protestantesimo erano nate alcune sette che, trasponendo direttamente le loro tendenze religiose nel campo politico, avevano preparato l'avvento dello spirito repubblicano. S. Francesco di Sales, nel secolo XVII, mise in guardia il duca di Savoia contro queste tendenze repubblicane (Sainte -Beuve, Etudes des lundis -XVIIème siècle- Saint Francois de Sales, Librairie Garnier, Parigi 1928, pag. 364). Altre sette, spingendosi più avanti, adottarono principi che, se non si possono chiamare comunisti in tutto il senso odierno del termine, sono perlomeno pre-comunisti.Dalla Rivoluzione Francese nacque il movimento comunista di Babeuf. E più tardi, dallo spirito sempre più attivo della Rivoluzione, sorsero le scuole del comunismo utopistico del secolo XIX e il comunismo detto scientifico di Marx". ("RCR" del prof. Plinio Correa de Oliveira, Parte I, cap. III, 5D).

La Rivoluzione Francese, apparentemente chiusa con l'instaurazione dell'Impero, si propagò per tutta Europa negli zaini dei soldati di Napoleone. Le guerre e rivoluzioni che segnarono il periodo dal 1814 al 1918, furono un insieme di convulsioni nel corso delle quali tutta l'Europa si trasformò secondo lo spirito della Rivoluzione Francese.La tesi ugualitaria si espresse nella Dichiarazione dei Diritti dell'Uomo -magna carta della Rivoluzione Francese e dell'era storica da questa inaugurata- in tutta la sua nudità: "Gli uomini nascono e rimangono liberi e uguali nei diritti". E' chiaro che questo principio è suscettibile di una interpretazione 'pro bono'. Ma il testo della famosa Dichiarazione era per lo più generico: affermava l'uguaglianza e la libertà senza menzionare alcuna restrizione. Esso propiziava una interpretazione larga e sfavorevole: una uguaglianza e una libertà assolute e totali (questo problema è trattato più a fondo in "RCR":  gli uomini sono uguali per natura, e diversi solo nei loro elementi accidentali).  

Ben inteso, è questa interpretazione quella che corrispondeva allo spirito della Rivoluzione nascente. Lungo il suo corso, essa andò scaricando tutti i suoi partigiani che non concordassero con questo spirito. La caccia ai nobili e ai chierici fu seguita dalla caccia ai borghesi. Doveva rimanere solo il lavoratore manuale.Finito il Terrore, la borghesia, desiderosa di eliminare in tutta l'Europa le antiche classi privilegiate, continuò ad affermare gli "immortali principi" del 1789. Essa lo faceva in modo ambiguo ed imprudente, non temendo di suscitare nelle masse popolari la tendenza all'uguaglianza e alla libertà complete, al fine di ottenere il loro appoggio nella lotta contro la monarchia, l'aristocrazia ed il clero.Questa imprudenza facilitò in larga misura lo sbocciare del movimento che avrebbe messo in scacco il potere della borghesia. Se tutti gli uomini sono liberi e uguali, con che diritto esistono i ricchi? Con che diritto i figli ereditano, senza lavorare, i beni dei loro padri?Già prima che l'industrializzazione formasse le grandi concentrazioni di proletari sottonutriti, il comunismo utopistico proclamava essere una illusione la mera uguaglianza politica istituita dalla borghesia, ed esigeva l'uguaglianza sociale ed economica assoluta. L'anarchismo, che sognava una società senza autorità, si propagava. Questi principi radicali minarono dopo poco la mentalità di numerosi monarchi, di potestà e nobiltà civili ed ecclesiastiche, ed istillarono in larghissime fasce di beneficiari dell'ordine allora vigente una certa simpatia per la "generosità" degli ideali libertari e ugualitari, così come una "cattiva coscienza" quanto alla legittimità dei poteri di cui si trovavano investiti.I leaders marxisti conoscono, in misura maggiore o minore, le idee di Marx, ma la base comunista generalmente non ne conosce la dottrina. Quello che la spinge a radunarsi attorno ai suoi capi sono vaghe idee di uguaglianza e giustizia, diffuse dal socialismo utopistico. Se i marxisti incontrano fuori dal loro ambiente, in certe zone dell'opinione pubblica, un'aura di simpatia, lo devono ancora all'irradiazione universale di principi ugualitari della Rivoluzione Francese e al sentimentalismo romantico del socialismo utopistico.

"E cosa vi può essere di più logico? Il deismo dà come frutto normale l'ateismo. La sensualità, in rivolta contro i fragili ostacoli del divorzio, tende di per sè stessa al libero amore. L'orgoglio, nemico di ogni superiorità, attaccherà necessariamente l'ultima disuguaglianza, cioè quella economica. E così, ebbro del sogno di una Repubblica Universale, della soppressione di ogni autorità ecclesiastica e civile, dell'abolizione di qualsiasi Chiesa e, dopo una dittatura operaia di transizione, anche dello stesso Stato, ecco ora il neobarbaro del secolo XX, il più recente e più avanzato prodotto del processo rivoluzionario". ("RCR", del prof. Plinio Correa de Oliveira, Parte I, cap. III, 5D).

Conferme dai documenti del Magistero Ecclesiastico.

Oltre alla solida dimostrazione storica, fino ad oggi non confutata da alcuno, la teoria delle tre rivoluzioni trova fondamento in numerosi documenti del Magistero della Chiesa, di cui ne citiamo alcuni emblematici a diverso titolo.

A proposito dell'esecuzione di Luigi XVI, nel 1793, Papa Pio VI diresse una allocuzione al Concistoro nella quale mostra il vero carattere della Rivoluzione Francese. Egli afferma che Luigi XVI fu assassinato in odio alla fede, da una cospirazione preparata da calvinisti alleati ai filosofi atei del secolo XVIII. Ciò dimostra il legame esistente fra protestantesimo e Rivoluzione Francese. Entrambi avevano lo stesso obiettivo finale e lo stesso spirito. Papa Leone XIII, nella Lettera Apostolica "Pervenuti all'anno vigesimo quinto", dimostra splendidamente come il libero esame protestante aprì la strada al filosofismo del sec. XVII e questi, a sua volta, preparò l'ateismo moderno.Pio XII espone il legame esistente tra le tre tappe della Rivoluzione in numerosi documenti, e, in modo particolarmente efficace, sia dal punto di vista teologico che da quello sociale, nel discorso "Nel contemplare" del 12.10.1952.

Durante il Concilio Vaticano II, fu presentata una petizione, firmata da 213 Vescovi, che chiedeva la condanna del comunismo. In questa petizione si affermava che gli errori comunisti hanno la loro origine nei principi della Rivoluzione Francese. L'importanza di questo documento sta nel fatto che quei Vescovi avevano sottoscritto questa affermazione.

Anche nel magistero di Giovanni Paolo II è frequente il ricorso all'espressione "moderno processo di liberazione", il cui sviluppo storico è descritto nel documento "Libertatis conscientia" (della Congregazione per la Dottrina della Fede ed approvato dal Pontefice stesso il 22.3.1986) e corrisponde esattamente a quanto esposto nel nostro studio. In tale documento vengono esposte dettagliatamente le principali tappe del "moderno processo di liberazione" e si denuncia il fatto che è "contagiato da errori mortali circa la condizione dell'uomo e della sua libertà" (n.19) e connotato da una "mortale ambiguità" (n.20).

 

per gentile concessione di
Cristianità

DIZIONARIO PENSIERO FORTE


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