28 ottobre 1922 

I grotteschi retroscena della "rivoluzione fascista" che condusse l’Italia nel baratro del secondo conflitto mondiale

  TUTTI VOLEVANO LA GUERRA, 
SALVO IL CAMERATA MUSSOLINI 

di Gian Piero Piazza 

Nella storiografia dell'era contemporanea il 28  ottobre 1922 rappresenta la data fatidica che  impresse all'Italia la  grande svolta politica con  l'avvento del fascismo di Mussolini al potere. 

La "Marcia su Roma", al di là dei significati densi di retorica di cui fu ammantata dai nuovi conquistatori, è stata l'impresa più plateale e al contempo più aleatoria e sofferta da parte degli esponenti "moderati" e legalitari del partito fascista, a cominciare dal suo capo. 
Una vittoria maturata nel rapido volgere di pochi mesi sull'onda di incalzanti e molto spesso imprevedibili avvenimenti e orchestrata sempre all'insegna di improvvisate manovre sotterranee in un clima di confusione pressochè totale.

 Proviamo ad analizzarle, queste premesse, che tramutarono in tangibile concretezza fumose velleità di potere cullate da una minoranza della popolazione composta in gran parte da squadristi intemperanti, e come violenza ormai  istintivi (non dimentichiamo erano quasi tutti reduci di una lunga faticosa guerra (per tre anni poco sentita)  conclusa con una pace che era quasi una sconfitta (fu chiamata appunto "vittoria mutilta"), e che al loro ritorno questi ex non trovarono nè i ringraziamenti del Paese, una classa politica inetta, e in più non avevano nemmeno più un lavoro)

La dimostrazione di forza che i "manganellatori" fascisti diedero nel maggio 1922 ebbe conseguenze sul piano psicologico e politico ben più consistenti di quelle che gli stessi organizzatori avevano preconizzato. Come entità politica, il partito fascista si era impegnato in prima persona soltanto nella repressione dello sciopero generale indetto per il primo maggio da socialisti e comunisti, vale a dire nell'unica dimostrazione di quel mese rovente da cui i fascisti erano usciti, se non con le ossa rotte, neppure poi tanto trionfatori.

E' vero che in alcune città gli squadristi erano riusciti nell'intento di evitare lo sciopero e che a Milano e in qualche altra località i lavoratori iscritti al sindacato fascista avevano garantito il regolare funzionamento dei principali servizi pubblici, ma a Roma e in tutto il resto del Paese la manifestazione di protesta organizzata dalle sinistre aveva ottenuto un successo straripante.

Mussolini e il segretario del partito Michele Bianchi non si lasciarono scoraggiare da quel fallimento che avevano tra l'altro sensatamente previsto, anzi rimasero piacevolmente sorpresi dai risultati lusinghieri registrati in alcuni importanti centri. Il più deluso di tutti fu invece Dino Grandi, il numero uno del fascio bolognese, uno dei maggiori esponenti della corrente "rivoluzionaria", che nei suoi conciliaboli segreti con i "frondisti" sognava di ottenere tutto e subito mediante un'azione di forza senza sapere bene con quali "truppe" o alleanze sarebbe stato in grado di porre a compimento il suo peregrino progetto. 
Ma sia Grandi che i suoi "fratelli" di ideologia,  nutrivano la certezza che al momento giusto la borghesia, quella "maggioranza silenziosa" che se ne stava a guardare, si sarebbe risvegliata dal colpevole torpore per schierarsi apertamente con gli squadristi.

I fatti tuttavia stavano a dimostrare nella forma più lampante l'esatto contrario. Gli avvenimenti del primo maggio avevano fatto constatare alle intransigenti frange rivoluzionarie fasciste quanto fosse ancora consistente la forza di comunisti e socialisti, che controllando la fetta preponderante dei lavoratori possedevano la facoltà di paralizzare il Paese con l'arma dello sciopero.


LA BORGHESIA FA IL PESCE IN BARILE 

Ma avevano soprattutto dimostrato che la borghesia non se l'era sentita di scendere in piazza e durante la giornata di sciopero si era limitata a mantenere una posizione di passiva diffidenza evitando ogni implicazione suscettibile di comprometterla. Gli squadristi che quel primo maggio si erano improvvisati conducenti di tram o netturbini non avevano trovato nè sostenitori nè palesi consensi da parte della cittadinanza e il distaccato atteggiamento del potenziale alleato aveva indotto i "frondisti" a placare le loro ardenti passioni rivoluzionarie per assumere posizioni più concilianti. Le loro mire di potere erano state relegate nell'ambito legalitario della lotta democratica e parlamentare e mai come nella prima metà di quel maggio a molti squadristi la rivoluzione fascista sembrò essere diventata un sogno irrealizzabile.

Ormai il fascismo delle grandi adunate e delle "spedizioni" aveva assunto il fievole riflesso di un astro al tramonto quando giunsero i trionfi di Ferrara e Carrara, le occupazioni paramilitari tanto esaltate negli anni successivi dagli storici del fascio da essere considerate senza alcuna valida motivazione quasi come un banco di prova della rivoluzione. La verità, molto meno enfatica ed esaltante, era un'altra: gli scopi delle massicce invasioni di squadristi volevano essere molto più modesti e limitati e dovevano configurarsi in pure e semplici azioni dimostrative intese a intimidire i socialisti e i comunisti nei luoghi dove, dopo la batosta subita nelle campagne dalla repressione degli agrari, stavano rialzando la cresta.

E infatti le "marce" su Ferrara e Carrara erano state organizzate più nelle file degli agrari che nei circoli fascisti, tant'è vero che Italo Balbo era approdato nel fascio bolognese dopo essersi messo in luce come capo dei "manganellatori" al servizio degli agrari. In un primo tempo Michele Bianchi era stato nettamente contrario alla dimostrazione, e aveva finito per autorizzarla soltanto per non contrariare gli agrari, che erano i principali finanziatori del fascio in Emilia, e soprattutto perchè si era reso conto dell'inutilità di vietare qualunque cosa a Italo Balbo, una testa calda che organizzava spedizioni punitive con lo spirito delle bravate studentesche.

DIALOGO POLITICO CON MANGANELLO

Un "passatempo" cui non avrebbe certo rinunciato per un divieto del segretario del partito. Mussolini dal canto suo non ne aveva mai voluto sapere e aveva anzi espresso un parere di assoluta inopportunità politica della manifestazione, a tal punto che a cose fatte non volle recarsi a Ferrara per partecipare al trionfo. Per sottolineare l'atmosfera d'incertezza che serpeggiava tra i vertici del fascismo va detto che neppure il "possibilista" Dino Grandi aveva voluto compromettersi al fianco di Balbo. Ma il successo dell'occupazione di Ferrara trascinò alla conversione per le azioni dimostrative molti esponenti del fascismo, politici compresi, e benchè Mussolini fosse contrario si procedette all'occupazione di Carrara.

La reale incisività delle due "spedizioni" fu quella di aver dimostrato una realtà per molti aspetti sorprendente. Mentre il governo continuava a impartire disposizioni per lo scioglimento e il disarmo delle squadre fasciste e il ministero dell'Interno chiedeva l'intervento delle forze armate per ristabilire l'ordine pubblico, all'atto pratico nessun ufficiale aveva dato l'ordine di sparare contro gli squadristi. E anche allora la borghesia era rimasta a guardare ed era scesa ad applaudire nelle strade soltanto dopo essersi resa compiutamente conto dell'identità dei vincitori.

Dal canto loro, socialisti e comunisti si erano ben guardati dal reagire, sicuramente intimiditi dal poderoso schieramento di forze. Alla fine di maggio, dunque, gli umori dei fascisti erano nuovamente mutati. Gli squadristi avevano scoperto quasi per caso di poter contare in qualsiasi frangente su un prezioso alleato, gli ufficiali dell'esercito. A tale disponibilità aveva sicuramente contribuito l'opera di persuasione del generale Corradini, un nazionalista convertitosi al fascismo e vicino alla "fronda" di Dino Grandi. Più che al "potere occulto" del generale Corradini, la connivenza degli ufficiali con il fascismo dipendeva dal fatto che i maggiori e i colonnelli in servizio permanente effettivo nel 1922 erano i tenenti e i capitani che avevano combattuto sul Piave e sul Grappa e che nel 1919 erano stati dileggiati da socialisti e comunisti e difesi soltanto dai fascisti della prima ora.

GLI UFFICIALI SI SCHIERANO CON IL DUCE
(vedi anche ESERCITO E FASCISMO)

Evidentemente per loro era giunto il momento di pagare il debito con il fascismo e ristabilire con il suo aiuto il potere della casta militare, profondamente umiliata dai governi del dopoguerra. La netta presa di posizione degli ufficiali diede coraggio a molti e fu l'elemento che determinò e accelerò la brusca svolta rivoluzionaria del fascismo, fino a quel momento saldamente inserito nel gioco democratico e parlamentare. 
Numerosi deputati nazionalisti passarono al fascismo andando a ingrossare le file del nucleo mussoliniano in Parlamento e aumentandone notevolmente il peso politico. In tutte le sezioni del partito fascista le adesioni si moltiplicarono a macchia d'olio e molti autorevoli giornali mutarono radicalmente posizione nei confronti del fascismo, addomesticando all'improvviso la loro linea politica che aveva fino allora apertamente osteggiato Mussolini e i suoi.

A questo punto vale la pena di azzardare un'ipotesi a puro titolo di presunzione fantapolitica, ma sicuramente suffragata dai fatti che determinarono la svolta autoritaria del fascismo nella scalata al potere.

 Il 29 maggio 1922 Mussolini e Bianchi convocarono a Milano i loro fedelissimi e anche alcuni elementi che pur non avendo brillato per lealtà nei confronti della "causa" e del loro capo possedevano tuttavia il pregio di avere un largo seguito nelle zone periferiche di loro influenza. Non si saprà mai con granitica certezza quello che Mussolini disse al gruppo ristretto dei suoi luogotenenti, ma il tono del discorso doveva presumibilmente essere stato questo: il fascismo ha dimostrato di avere tra le mani una forza di gran lunga superiore al numero degli iscritti e alla sua consistenza parlamentare. Non la semplice forza numerica, ma quella dirompente dell'azione e dei fatti. Tale forza conferisce al partito un potere ormai indubitabile. Ed è in virtù di questa sua forza che il fascismo è nelle condizioni di ottenere un potere molto maggiore anche nel governo del Paese. E allora che cosa aspettiamo? Prendiamocelo fino in fondo questo potere.

FASCISTI COLOMBE E FASCISTI FALCHI

Non è difficile immaginare che su quest'ultimo punto i consensi furono unanimi. Caso mai i contrasti dovettero esserci, e anche in modo molto marcato, sul metodo da seguire per impossessarsi del potere. Una delle poche cose certe di quella misteriosa assemblea ristretta è che la maggioranza optò per la soluzione rivoluzionaria. Tra coloro che avevano "votato" per la linea morbida e legalitaria da conseguire attraverso i normali canali parlamentari vi era lo stesso Mussolini, che tuttavia aveva un'idea tutta sua delle regole democratiche, visto che ricusò caparbiamente la volontà della maggioranza.
 Ma poichè non poteva neppure imporre così autoritariamente la sua idea, propose un compromesso che prevedeva di procedere simultaneamente in entrambe le direzioni, riservandosi di scegliere la strategia più valida a seconda di come sarebbero andate le cose.

Il suo scopo a questo punto era ben preciso, prendere il potere e assumere in prima persona l'incarico di capo del governo. Coerente con le sue idee, Mussolini tentò la mossa politica, cercando accordi tra i popolari di don Sturzo, la cui posizione in seno al partito si era notevolmente affievolita dopo la morte del suo più illustre sostenitore, Papa Benedetto XV, cui era succeduto al soglio pontificio Papa Pio XI Ratti, che a differenza del suo predecessore non vedeva di buon occhio l'ingerenza del clero nella politica. Indebolito nei suoi poteri, don Sturzo rappresentava la soluzione ideale per un'alleanza suscettibile di portare il fascismo al governo. Ma le trattative condotte anche sul versante di esponenti popolari che non condividevano l'ostilità del prete di Caltagirone per il fascismo andarono a vuoto. E mentre il presidente del Consiglio in carica, l'imbelle Luigi Facta, continuava a "nutrire fiducia" sulla possibilità di salvare il suo traballante governo con l'offerta di alcuni ministeri ai fascisti, il 18 giugno il futuro dittatore avviò con la monarchia le trattative segrete per la presa del potere.

L'arduo compito era quello di convincere Sua Maestà a non opporsi al piano rivoluzionario delle Camicie Nere. Tuttavia, prima di avventurarsi sulla pericolosissima china del colpo di Stato bisognava quantomeno chiarire il problema di fondo: con l'appoggio della Corona o contro di essa? 

MAESTA’, POSSIAMO FARE IL COLPO DI STATO?

La delicata questione fu affrontata da Mussolini con l'intercessione del generale Corradini, il capo dei nazionalisti molto legato agli esponenti di spicco degli ambienti monarchici. Quel giorno a Firenze Corradini ebbe un incontro con uno dei più gloriosi membri di Casa Savoia, il vecchio Duca d'Aosta, padre di quell'Amedeo che sarebbe stato consacrato dalla storia meno di 20 anni dopo con l'appellativo di eroe dell'Amba Alagi. Il generale confidò apertamente al Duca le intenzioni dei fascisti senza peraltro suscitare nè apprensione nè tantomeno indignazione nel blasonato interlocutore, evidentemente favorevole al ripristino di un po' d'ordine nel caos della situazione politica e il colloquio, nonostante la sua estrema delicatezza, si esaurì in poco più di mezz'ora. Al momento del congedo chiese formalmente al Duca d'Aosta di fare pressioni sul Re affinchè non si opponesse all'ascesa del fascismo al potere. Il Duca promise di adoperarsi in modo che Sua Maestà fosse informato, sollevando però l'ipotesi di un rifiuto da parte sua.
 In tal caso, rispose abilmente Corradini che si era tenuto per ultimo l'argomento decisivo, i fascisti avrebbero considerato il rifiuto di Vittorio Emanuele III alla stregua di un atto di abdicazione. Al sovrano deposto sarebbe subentrato come reggente fino alla maggiore età del Principe ereditario Umberto lo stesso Duca d'Aosta.

E' facile arguire che il Duca, lusingato, si affrettò a informare il Re usando presumibilmente i toni più efficaci per convincerlo ad accettare la proposta dei fascisti. Diversamente non si spiegherebbe con quanta duttilità e accondiscendenza il sovrano si comportò durante le fatidiche giornate di ottobre, sicuramente assillato dal timore di essere deposto. La conferma che la minaccia espressa da Corradini fosse fondata deriva dal fatto storicamente accertato che nei giorni della "marcia su Roma" il Duca d'Aosta fu sempre in stretto contatto con il quartier generale fascista che si era insediato a Perugia, pronto a trasferirsi a Roma per assumere la reggenza in caso di "complicazioni". 
Rimaneva un ultimo dubbio da sciogliere, e anche questo a conferma che il Duca d'Aosta si era affrettato a informare Vittorio Emanuele della ricattatoria proposta fascista.

MUSSOLINI METTE IN TRAPPOLA IL RE

Il sovrano, prima di decidersi ad accogliere l'offerta di Mussolini per scongiurare il ricatto, pretese che il capo del fascismo si impegnasse formalmente a salvaguardare la monarchia. Una richiesta legittima difficilmente attuabile. Mussolini infatti non poteva permettersi la spudoratezza di annunciare pubblicamente che stava ordendo un colpo di Stato, ma che se la Corona lo avesse appoggiato i fascisti sarebbero diventati i garanti della monarchia italiana. Il nodo apparentemente inestricabile fu abilmente sciolto dal Ministro della Real Casa con il supporto del senatore Alberto Bergamini, direttore dell'autorevole quotidiano di Roma "Il Giornale d'Italia".    
In una lettera al direttore pubblicata da "un gruppo di ufficiali" i cui nomi non comparivano e che si dichiaravano "simpatizzanti del fascismo antibolscevico" essi esprimevano la loro esitazione ad aderire apertamente al partito fascista nel timore di dover rinnegare il giuramento di fedeltà fatto alla Corona. E precisavano che, pur essendo ideologicamente schierati con i fascisti, nel malaugurato caso che si fosse arrivati a un conflitto tra il fascismo e la monarchia non avrebbero indietreggiato di fronte all'eventualità di ordinare ai loro soldati di aprire il fuoco contro i nemici di Casa Savoia.

Per quanto la faccenda sfiori il grottesco e possa apparire come una montatura di stampo goliardico, l'originale della lettera è stato ripescato negli archivi del "Giornale d'Italia" e la calligrafia di chi l'ha redatta è risultata essere quella del senatore Bergamini. 
Mussolini si affrettò fin troppo prontamente a rispondere ai sedicenti ufficiali che "il fascismo ha accantonato la sua tendenzialità repubblicana e ha adottato nei confronti della monarchia la legge del do ut des". In parole povere, il fascismo non avrebbe mosso un dito in favore della monarchia se la monarchia a sua volta non avesse fatto nulla contro il fascismo. Ma se avesse avuto buoni motivi per esprimere riconoscenza si sarebbe adoperato in tal senso. 
Mussolini concludeva inequivocabilmente dichiarando che "La Corona, dunque, non è in gioco purchè in gioco non voglia mettersi".

MARCIA SU ROMA: UNA SCENEGGIATA

Il gioco insomma era fatto. Con quella lettera e la tempestiva risposta fu siglata la tacita alleanza tra Mussolini e Vittorio Emanuele, che il 28 ottobre non decretò lo stato d'assedio all'arrivo delle milizie di squadristi che occuparono la capitale quasi pacificamente. Mussolini era rimasto a Milano in attesa delle decisioni del Re e il 30 ottobre poteva formare il suo governo composto prevalentemente da esponenti della destra nazionale. Cominciava sotto i crismi della legalità la svolta autoritaria di una dittatura che avrebbe dominato l'Italia per un ventennio. 
Escludendo i "nemici" politici per eccellenza, le sinistre, Mussolini riuscì a comporre un governo in apparenza aperto a varie forze, ma aveva designato i suoi uomini nei posti chiave. Nei mesi successivi all'insediamento del nuovo regime si scatenò una violenta campagna di repressione contro gli operai comunisti e i loro capi, molti giornali di opposizione vennero duramente colpiti, i politici e gli intellettuali avversi al fascismo furono duramente perseguitati e mandati al confino, altri finirono uccisi sotto le bastonate spesso a causa dell'eccessivo zelo di chi doveva eseguire gli ordini.

Ma tutto sommato, per l'uomo della strada, l'avvento di Mussolini significò anche la possibilità di assumere un ruolo sociale certamente non determinante, ma capace di esaudire i suoi desideri di partecipazione e di protagonismo. Il borghesuccio in camicia nera, coinvolto nei rituali imposti dallo stile fascista delle adunate e delle parate, si sentiva più grande e rispettato. Nelle intenzioni della monarchia, della casta militare, dei grandi capitalisti e della stessa Chiesa, che avevano accettato di gestire il potere in comproprietà con il fascismo, Mussolini aveva il compito di attuare un passaggio indolore e una radicale riforma dello Stato. E nei primi anni del suo "mandato" seppe dimostrare grandi qualità di statista, lasciando tutti al loro posto.

Il Paese, in virtù di una stabilità politica mai verificatasi dagli inizi del secolo, sembrava destinato a imboccare la via di un crescente benessere. Ma il destino di Mussolini doveva incrociarsi con il nazismo di Hitler che avrebbe trascinato l'Italia verso la catastrofe.

HITLER E DUCE, INIZIO DA NEMICI

Il connubio fra il Duce e il caporale austriaco che nel 1933 era stato designato alla guida della Germania fu tutt'altro che idillico, ma anzi in più occasioni in aperto contrasto, a tal punto che nei giorni che precedettero l'entrata in guerra dell'Italia al fianco dell'alleato tedesco Mussolini aveva manifestato il desiderio di entrare in conflitto contro Hitler.

 Il 10 giugno 1940 è una data che, come ogni fatto storico, racchiude in sè un aggrovigliato antefatto. Eccone, in sintesi, la cronistoria in cui non mancarono teatrali colpi di scena.

Quel 10 giugno Mussolini dichiarò guerra alla Francia e all'Inghilterra per tenere fede al patto con la Germania. Era lo stesso Mussolini che fino a poche settimane prima si augurava, se non proprio la sconfitta delle armate tedesche, almeno una battuta d'arresto alla loro avanzata. Era lo stesso Mussolini che aveva lavorato strenuamente per giungere a una pace di compromesso e aveva confidato al figlio Vittorio pochi giorni prima del 10 giugno: "Adesso che siamo alla vigilia della guerra tutti desiderano affrettare i tempi e sparare il primo colpo di fucile: il Re, lo stato maggiore, i gerarchi e anche il popolo. Per quanto paradossale possa sembrare, oggi l'unico pacifista sono rimasto io".

La sua decisione scaturiva da un groviglio di sentimenti contrastanti. Dopo aver tentato di fare blocco con la Francia e l'Inghilterra, era finito nell'orbita hitleriana e aveva cercato di giocare su tre tavoli: incitare francesi e inglesi a fare barriera con lui alla crescente potenza tedesca, sfruttare al massimo, come faceva Hitler, la presunta abulia delle grandi democrazie occidentali, avanzando rivendicazioni in Africa e in Europa. Assumere il ruolo di unico mediatore della pace nella duplice veste di amico-alleato della Germania e di difensore dell'equilibrio europeo. Un obiettivo che richiedeva una dose di cinismo e spregiudicatezza senza confini, un gioco d'alta acrobazia che alla fine non riuscì, sia perchè i due dittatori non avevano valutato compiutamente il peso degli Stati Uniti, sia perchè Hitler nello svolgimento del suo programma era ormai uscito da ogni confine della logica politica e della strategia militare, addirittura dalle norme fondamentali che regolano la stessa esistenza dell'umanità.

IL DUCE SUCCUBE DI HITLER

A tutto questo si aggiunse nell'ultimo periodo il terrore della sicura rappresaglia di una Germania che appariva ormai dominatrice. Dichiarando la guerra, Mussolini sperò di imboccare la strada meno pericolosa. In precedenza, gli attriti fra il Duce e il Führer si erano manifestati in diverse occasioni. Nel 1934, quando Hitler espresse la sua intenzione di annettersi l'Austria, Mussolini fu irremovibile. 
Il capo nazista tentò ugualmente il colpo e il 25 luglio il cancelliere austriaco Engelbert Dollfuss venne assassinato. Mussolini reagì inviando le divisioni al Brennero e facendo fallire la manovra di Hitler. Il dittatore tedesco mise in campo tutte le sue doti di persuasione per ricucire lo strappo. Cominciò ad esaltare la comune matrice ideologica dei due movimenti e proclamò Mussolini "il più grande uomo di Stato del mondo, al quale nessuno ha diritto di paragonarsi neppure da lontano". E fece di tutto per dimostrarsi un suo disciplinato ed entusiastico allievo.

Il 1935 fu l'anno che diede l'avvio alla catastrofe. Il 2 ottobre Mussolini mosse alla conquista dell'Abissinia. La Società delle Nazioni dichiarò le sanzioni contro l'Italia e solo la Germania non vi aderì. Fu la prima tangibile prova della futura alleanza che si perfezionò il 25 ottobre 1936 con la firma di un accordo politico, l'Asse Roma-Berlino. Per una strana reazione, di fronte all'impennata imperialistica dell'Italia Londra e Parigi cominciarono a blandire la Germania, sebbene fosse evidente la smania di potenza di Hitler. Il suo programma di riarmo non era più clandestino: ricostituzione dell'aeronautica, istituzione del servizio di leva obbligatorio portato a due anni, una flotta modernissima pur nei limiti dell'accordo navale con l'Inghilterra. Finalmente gli inglesi parvero accorgersi del pericolo e tentarono un riavvicinamento con l'Italia.

 Il 2 gennaio 1937 veniva firmato a Roma un "patto fra gentiluomini" in cui si riconosceva che il libero movimento nel Mediterraneo era un interesse vitale delle due nazioni e che i reciproci interessi non erano incompatibili. Ma i rapporti diplomatici fra l'Inghilterra e l'Italia si raffreddarono per una serie di ripicche e incomprensioni e gli eventi condussero inesorabilmente Mussolini verso la stretta della Germania.

LA SPAGNA SOTTO I COLPI DEI NAZIFASCISTI

Scoppiò la guerra civile in Spagna, la Germania e l'Italia si trovarono per la prima volta a combattere a fianco a fianco. Ormai non c'era più nessun ostacolo all'agognata annessione dell'Austria. E quando il 12 marzo 1938 le truppe tedesche invasero Vienna Mussolini questa volta non si mosse. " Sono stufo di fare da solo la sentinella all'Austria", commentò amaramente il Duce. Quando Hitler aveva occupato l'Austria, ne aveva dato comunicazione a Mussolini soltanto a cose fatte. Un sistema che poi avrebbe adottato per tutte le sue altre imprese.

L'ingordigia di Hitler non aveva più freni. Il 15 marzo 1939 ingoiò sotto diverse forme tutta la Cecoslovacchia. Il 7 maggio l'Italia e la Germania firmavano il Patto d'acciaio, una vera e propria bomba che recitava, all'articolo tre: "Se malgrado i desideri e le speranze delle parti contraenti dovesse accadere che una di esse venisse impegnata in complicazioni belliche con un'altra o altre potenze, l'altra parte contraente si porrà immediatamente come alleato al suo fianco e la sosterrà con tutte le sue forze militari per terra, per mare e nell'aria".

La rete si era chiusa. Hitler aveva in mano una cambiale in bianco che gli consentiva la più ampia libertà di manovra con la connivenza italiana. Il 24 agosto il dittatore nazista annuncia un altro colpo di mano, la firma dell'accordo di non belligeranza con Mosca per avere campo libero nel suo piano di invasione della Polonia. Mussolini ingoia il rospo, consapevole di non essere preparato militarmente ad avventurarsi in un conflitto armato, ma il primo settembre 60 divisioni tedesche occupano la Polonia e due settimane dopo Varsavia capitola. Francia e Inghilterra dichiarano guerra alla Germania.

Nel maggio 1940 le armate di Hitler invadono l'Olanda e il Belgio e dilagano in Francia. Mussolini non può più tirarsi indietro e il 10 giugno scende in armi al fianco dell'alleato tedesco. Il prologo era finito, il primo atto della tragedia si stava compiendo.

UMBERTO TENTA IL GOLPE ANTIFASCISTA...

Eppure nel 1939, dalla fine di luglio al 19 agosto, fu messo in atto un tentativo per evitare la catastrofe dell'implicazione italiana nel conflitto che ebbe per protagonisti Dino Grandi e un personaggio insospettabile, il Principe Umberto di Savoia. 
La rivelazione dell'episodio passato inosservato ai più e che stava per mutare il corso della nostra storia ci viene da un giornalista americano, Frank Stevens, che il 10 ottobre 1939 scrisse per "El Tiempo", quotidiano di Bogotà, un'ampia corrispondenza dall'Italia in cui, esaminando la situazione politica del nostro Paese, dava notizia di una congiura "delle barbette" che, facendo perno su Grandi e Balbo, mirava a provocare un voto di sfiducia nel Gran Consiglio fascista per consentire al Re di destituire Mussolini e di formare un nuovo governo presieduto dal maresciallo Badoglio e formato da personalità ostili al fascismo o da fascisti di tendenza antitedesca.   Liquidato Mussolini, l'Italia avrebbe denunciato il Patto d'acciaio e rinsaldato i legami con la Francia e l'Inghilterra.

 Il Principe Umberto, vero protagonista del complotto, si sarebbe adoperato per mandare in porto l'operazione e avrebbe avuto tre incontri con il neoeletto Papa Pacelli, al quale avrebbe chiesto consiglio e sostegno. Ecco al proposito quanto scrisse Stevens: "Umberto si è recato in tutta segretezza dal Pontefice. Il cardinale Maglione lo ha introdotto nelle stanze private di Pio XII. Il Principe ha uno sguardo triste, preoccupato. E' latore di una proposta audace. L'Imperatore e Re suo padre è disposto a rinunciare al trono in favore del figlio se questo gesto e le sue ripercussioni possono permettere al nuovo sovrano di liberare l'Italia dalla degradante obbedienza agli ordini di Berlino. Il Papa chiede due giorni per riflettere e allo scadere del secondo giorno Umberto riattraversa il cortile di San Damaso in Vaticano per conoscere il responso del capo della Chiesa. Pio XII parla a lungo, tristemente. Il Principe ascolta in silenzio. Quando Umberto lascia la biblioteca sa che il Papa teme, non per lui ma per il Paese, che un così radicale mutamento sconvolga la situazione interna, conduca a una guerra civile e favorisca l'avvento di un razzismo pagano". 

... MA IL PAPA NON GLI DIEDE APPOGGIO 

Senza l'appoggio del Papa il "golpe" non avvenne, ma il fatto non toglie nulla alla veridicità della rivelazione fatta dal giornalista americano, che appare molto ben informato sui retroscena della politica italiana del tempo. Una rivelazione che contiene molti elementi di credibilità, avvalorati nel 1966 dall'esilio di Cascais da parte dello stesso Umberto che ammise l'intenzione, maturata nel 1939, e concretamente condotta a termine solo il 25 luglio 1943, di provocare un voto di sfiducia del Gran Consiglio del fascismo per mettere in minoranza Mussolini e chiederne le dimissioni.

 Resta infine da capire l'atteggiamento marcatamente contrario del Papa al tentativo di destituzione del Duce. E' risaputo che Pio XII era ostile a Hitler e al suo regime che esaltava i valori pagani. Probabilmente il Pontefice, nella sua valutazione negativa, aveva anteposto all'avversione per il dittatore nazista il timore di peggiorare la situazione provocando le sue violente ritorsioni contro l'intero popolo italiano. 
( VEDI I SILENZI DI PIO XII ) 

Gian Piero Piazza 

Ringraziamo per l'articolo
(concesso gratuitamente) 
il direttore di
 


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