Evoluzione dei mezzi bellici e degli eserciti europei dall'Età Medievale all'Età Moderna

LE ARMI DA FUOCO
CHE UCCISERO LA NOBILTA' DELLA CAVALLERIA

di THOMAS MOLTENI

Sul finire del XV e con l'inizio del XVI secolo, varie furono le componenti di ordine sociale, politico, economico e tecnologico, che influenzarono e modificarono profondamente il modo di portare guerra: elementi che rimbalzarono sia sulla composizione e sull'organizzazione degli eserciti, sul loro armamento e persino sull'architettura militare e civile.

 Il rafforzamento di alcune grandi dinastie, quali quella d'Asburgo e quella Capetingia fu per la maggior parte dei casi dovuto all'accentramento burocratico e amministrativo degli Stati, al rafforzamento finanziario (specie la casa d'Asburgo grazie ai grossi carichi di metalli preziosi provenienti dalle Americhe) e militare, con i primi tentativi di creazione di eserciti nazionali. L'esercito medioevale (che "lavorava" solo in determinati periodi dell'anno, e che quindi aveva un'efficienza assai limitata: solo dalla "Guerra degli 80 anni" (1568-1648), si comincia a combattere anche durante i periodi invernali) era per lo più formato da mercenari, con grande affidamento alle cosiddette compagnie di ventura, spesso capitanate da grandi condottieri dai nomi che poi diverranno illustri quali Francesco Sforza e Cosimo De' Medici, e con amplissimo impiego delle truppe elvetiche considerate a lungo come le miglior combattenti, grazie soprattutto ai loro formidabili quadrati di picchieri (che rendevano assai meno efficaci gli attacchi di cavalleria). 

Macchiavelli nel suo Principe (1517) insisteva sull'importanza della formazione di un esercito nazionale (facendo riferimento alla forza dei soldati stanziali romani, che combattendo anche per la difesa delle loro città e famiglie divenivano quasi irresistibili) per ottenere un rafforzamento efficace dello Stato. 

Il primo grande esercito nazionale articolato può essere senza dubbio considerato quello spagnolo: infatti il nucleo centrale dei 150.000 uomini (cifra enorme per i tempi) di Carlo V era formato dai cosiddetti tercios, (classica suddivisione dell'esercito ispanico, in cui ogni tercio consisteva in 3.000 uomini) per la maggior parte nazionali spagnoli. Il resto era formato da mercenari o da uomini provenienti dal suo immenso "impero sul quale non tramontava mai il sole". Già l'esercito che il 2 gennaio 1492 completava la "Reconquista" issando la croce a Granada, era largamente formato da spagnoli e solo poche decine erano i mercenari. Inoltre, allo stesso tempo si cominciò ad utilizzare su vasta scala "il fante", mentre lentamente la cavalleria leggera cominciò a farsi largo a danno della tradizionale cavalleria pesante. L'esercito spagnolo non era ancora quella formidabile macchina da guerra che conoscerà vittorie per 150 anni consecutivi: infatti gli stessi veterani di Granada saranno facilmente sconfitti il 21 giugno 1495 sul campo di Seminara dalle truppe francesi guidate da Roberto Stuart d'Aubugny.

Mancava ancora qualcosa che potenziasse il fante castigliano, qualcosa di rivoluzionario: l'archibugio. Anche se Macchiavelli nella sua Arte della guerra trascurava il peso crescente delle armi da fuoco, il suo contemporaneo spagnolo Diego Salazar nel suo Tradado de re militari ammette l'importanza decisiva dell'archibugio, inserendo nella sua compagnia-tipo di 6.000 uomini, da lui chiamata legione, ben 1.000 archibugieri. 
Per quanto concerne l'artiglieria Macchiavelli era convinto che un esercito non dovesse avere più di dieci cannoni d'assedio (mentre i cannoni da campagna erano considerati completamente inutili). Salazar d'altro canto considera importante che un buon esercito abbia almeno dieci bocche da fuoco di grosso calibro e almeno 34 pezzi da campagna
Ecco come lo stesso trattatista spagnolo descrive l'importanza di questo pezzo d'artiglieria: "Si dovrebbe attendere l'assalto dei nemici onde scompigliarli perché è miglior partito e più vantaggioso attendere che si consumino e scemi la loro furia, piuttosto che esaurire la nostra attaccandoli". Ancora sul finire del Quattrocento, quando l'arma da fuoco era già stata inserita da tempo in diversi eserciti europei, i picchieri rimasero determinanti nell'esito degli scontri. A questo proposito esemplare è l'esercito borgognone di Carlo il Temerario che nel 1477 era composto da 1.250 picchieri, 1.250 cavalieri pesanti, 5.000 arcieri e oltre 1.000 archibugieri: eppure subì una serie di sconfitte, proprio a causa di un superiore numero di picchieri negli eserciti da lui affrontati. 
Ciononostante in Italia, furono considerate sempre più importanti le armi da fuoco, tanto che nel 1508 la Repubblica di Venezia decise di sostituire tutte le balestre con archibugi e ben presto molti altri Stati italiani seguirono l'esempio della Serenissima.

Eppure come abbiamo visto nel caso dell'esercito borgognone, queste armi non erano affatto determinanti in uno scontro; questo soprattutto a causa del fatto che le prime armi da fuoco "portatili" lasciavano ancora molto a desiderare. Un arciere ben addestrato poteva lanciare 10 frecce al minuto con una certa precisione e con un raggio di 200 metri, mentre ci voleva diverso tempo per ricaricare un archibugio degli inizi del '500 ed il suo fuoco era accurato fino a 100 metri. 
La diffusione di una tale arma, quindi si deve al fatto che il suo uso non richiedeva virtualmente nessun addestramento: secondo J.F. Guilmartin " se in pochi giorni un buon sergente istruttore poteva addestrare un archibugiere ragionevolmente buono, erano necessari molti anni ed un intero stile di vita per produrre un arciere capace". 

Gli archibugieri, secondo alcuni studiosi, (tra i quali Piero Pieri, uno dei pochi storici militari italiani) furono già determinanti nella battaglia di Cerignola, combattuta dalle truppe ispaniche contro i francesi nel 1503; Pieri afferma inoltre che Consalvo di Corboba, comandante spagnolo a Cerignola, sia stato il primo ad inserire un numero di 100 archibugieri all'interno di compagnie formate da 500 fanti, 200 picchieri e 200 tra arcieri e balestrieri. 
Nel 1512 durante la battaglia di Ravenna, ancora combattuta da francesi e spagnoli che si contendevano diverse regioni d'Italia, la vittoria francese venne considerata da molti quale una vittoria di Pirro poiché le forze francesi, assai superiori in numero a quelle ispaniche, subirono gravissime perdite.

La cavalleria francese che avanzava perfettamente allineata contro il nemico fu falcidiata dagli archibugieri e dai cannoni spagnoli: durante lo scontro persero la vita numerosi nobili cavalieri francesi, tra cui il comandante e condottiero Gastone de Foix (di cui anche Ludovico Ariosto cantò le lodi). La formazione spagnola, il cosiddetto tercio, era ormai matura per fare il suo exploit

Nel 1515, durante le guerre d'Italia, a Marignano si ebbe lo scontro decisivo per le sorti del Ducato di Milano. In campo vi erano 22.000 svizzeri con una predominanza dei loro fantastici picchieri, considerati invincibili, e 32.000 francesi che durante i due giorni di scontri sembrarono avere il sopravvento ma con il sopraggiungere di 12.000 uomini dell'esercito di Venezia e l'utilizzo dell'artiglieria e delle armi da fuoco portatili rovesciarono l'esito dello scontro. Infatti, se gli attacchi di cavalleria erano assolutamente inutili contro i quadrati di picchieri, questi ultimi offrivano invece un facile bersaglio alle scariche dell'artiglieria da campagna e degli archibugi.

Anche nelle due battaglie considerate decisive per il controllo dell'Italia (alla Bicocca nel 1522 e a Pavia nel 1525, - in quest'ultimo scontro lo stesso re francese Francesco I venne catturato e tradotto in catene a Valencia - che consegneranno la penisola alle truppe di Carlo V) la presenza delle armi da fuoco fu determinante. L'imperatore Carlo V affida al marchese di Pescara il comando dei fanti, i quali vengono addestrati, oltre che nell'uso dell'archibugio, anche ad operazioni di rapida manovra basate su scorrerie, imboscate e attacchi di sorpresa. Queste nuove tattiche di combattimento verranno impiegate anche durante la campagna che avrebbe successivamente portato al decisivo scontro di Pavia del 1525. Le truppe francesi guidate da Francesco I si accampano nei pressi di Pavia, il marchese di Pescara deciderà di usare una tattica del tutto particolare, che ci viene ben descritta da Raffaele Puddu in questo passo: "Con pochi uomini una notte dopo l'altra, il Pescara si accosta a tratti sempre diversi del perimetro difensivo, ordina di sparare tutti gli archibugi con grande strepito al grido di "Espaņa! Espaņa!" e se ne ritorna tranquillamente ai propri quartieri. I continui allarmi disorientano il nemico e ne impediscono il riposo finché, ingannandosi sul vero scopo del condottiero spagnolo, decide di non dar più peso ad azioni che reputa solo dimostrative. E' il momento che l'astuto marchese attendeva: fatta la consueta scarica di archibugeria nei pressi del vallo, prende con sé 1.400 fanti, piomba in silenzio su un punto differente, penetra nel campo francese senza incontrare resistenza e scorrazza tra le tende, facendo strage dei nemici sorpresi nel sonno e inchiodando numerosi pezzi d'artiglieria, per poi ritirarsi, indisturbato e senza perdite, coi prigionieri e col bottino".

Si denota, quindi, che l'utilizzo dell'archibugio fu accompagnato anche da un evolversi delle tecniche di combattimento, non secondarie rispetto alle innovazioni e alle migliorie prettamente meccaniche ottenute dalle armi da fuoco. Queste tecniche basate su attacchi alle spalle o con utilizzo dei più vari stratagemmi in parte andavano a ledere e contrastare quello che era stata per secoli la base del combattimento tra cavalieri: il codice cavalleresco. Il codice era basato sulla lealtà e il rispetto del proprio avversario aveva un rituale tutto particolare: durante lo scontro rifiutava perentoriamente l'uso delle armi da fuoco, in quanto andavano contro quello che veniva considerato "il giudizio divino". Inoltre l'ascesa del "fante archibugiere" e della cavalleria leggera (sempre più ampiamente utilizzata in quanto più adatta a riunirsi in unità autonome, a ricognizioni, rapide scorrerie, alla protezione di un esercito in marcia a protezione della fanteria) che rimaneva comunque una cavalleria plebea, la quale in qualche modo usurpava il grado di cavaliere da secoli appannaggio della nobiltà, non facevano altro che modernizzare l'esercito cinquecentesco e affrettare la fine delle obsolete tecniche di combattimento. 

Ma se queste mostravano la loro decadenza nelle grandi guerre e nelle battaglie, i duelli invece fiorivano ovunque (molte furono le scuole di fioretto e spada che proprio in questo secolo si aprirono in Europa): basti pensare alle disfide di Barletta, che vennero combattute proprio in quegli anni tra i campioni dei diversi eserciti in guerra (prima tra francesi e spagnoli, poi tra francesi e italiani). Insieme al duello, fiorì tutta una serie di poemi cavallereschi, che ebbero un enorme successo in tutta l'Europa dell'epoca, come per esempio L'Orlando furioso di Ludovico Ariosto o L'Amadigi di Gaula di Rodriguez de Montalvo che uscì per la prima volta nel 1519 e che arrivò ad essere pubblicato in 32 diverse edizioni. In questo fenomeno si manifesta una tipica sfasatura Cinquecentesca tra la crisi irreversibile della cavalleria feudale come strumento di guerra ed il perdurare dell'egemonia sociale di una classe dalla forte compattezza culturale, sempre ostinatamente fedele a rituali ed atteggiamenti tipicamente cavallereschi.

Quindi, il primo massiccio impiego di armi da fuoco leggere quali l'archibugio in sostituzione delle compagnie di arcieri e alabardieri e delle nuove tecniche di combattimento è stata attribuito proprio ai tercios spagnoli, anche se ancora si discute in merito a quale condottiero spagnolo assegnare la palma dell'iniziatore e dell'impiego su larga scala dell'archibugio. Per molti è considerato Consalvo de Cordoba, ma c'è anche chi vede in tale precursore il comandante più importante e rinomato di Carlo V: il Marchese di Pescara.

L'introduzione del moschetto dopo il 1550, iniziata con i reggimenti spagnoli in Italia, accelerò il processo di evoluzione degli eserciti dato che la nuova arma poteva sparare una palla da 2 once con forza sufficiente da perforare una corazza alla distanza di 100 metri. Quindi gradualmente il moschettiere divenne il padrone dei campi di battaglia, mettendo fuori gioco tutti gli altri specialisti militari. Queste truppe saranno utilizzate nelle numerosissime guerre che sia Carlo V che Filippo II affronteranno durante i loro regni ottenendo una serie di successi incredibili, che per lungo tempo faranno pensare all'invincibilità di queste formazioni.

di THOMAS MOLTENI
Ringrazio per l'articolo
concessomi gratuitamente
dal direttore di


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