Dalla   Russia con orrore  - Memorie 


"...una fiumana di uomini che sempre più si ingrossava:  
sicché in breve si formò una colonna enorme, larga e lunga non so quanto...."
"Per alcuni chilometri mi sedetti su un carretto, ma poi dovetti rinunciarvi, sentendomi congelare".
"
Non eravamo uomini che camminavano, ma automi silenziosi e barcollanti che, nell'andare si urtavano come ubriachi. Un tale, a causa di un urtone si era rigirato su se stesso, e riprese la marcia in senso opposto, senza accorgersene". 

1942-1943 - Un sopravvissuto - Memorie di Gastone Borro  - Classe 1921

 
"Io 21enne, in quel 15 dicembre - 22 gennaio in Russia"


(ALTRA TESTIMONIANZA DI UN ALTRO 21 ENNE : QUI) > >
(di Sante Mucchietto )


Era il 15 dicembre e l'inverno russo già da qualche giorno faceva sentire i suoi rigori; la neve era caduta abbondante ed il freddo intenso l'aveva gelata, in modo che lo stare in piedi era problematico.
Negli ultimi tempi esisteva un certo nervosismo nell'aria; i Russi attaccavano in più punti con vera violenza. Di notte i nostri grossi calibri facevano tremare ogni cosa e la loro era una voce sinistra, rabbiosa, che dava l'impressione di un triste preludio.
Il centralino telefonico ribolliva di comunicazioni urgenti ed i centralinisti riferivano che qualcosa di grosso si maturava. Inoltre andavano verificandosi fatti strani: figure sospette apparivano nelle vicinanze del comando e fucilate minacciavano gli uomini isolati.
Il giorno 15 parve trascorrere tranquillo, ma verso sera fu predisposto che la compagnia d'allarme doveva tenersi pronta; infatti, poco dopo, venne l'ordine che alle prime ore del giorno 16 la detta compagnia doveva partire.
Lungo tutta la notte fu un continuo fervore di preparativi e per l'ora stabilita tutto era pronto.
Faceva un freddo eccezionale, l'alito nostro subito si condensava nel passamontagna, formandovi uno strato candido, le ciglia e le sopracciglia erano incrostate di ghiaccio, si respirava a fatica.
Il sole nascente, pallido e freddo, salutò i nostri primi passi verso un'avventura che doveva costare la vita a quasi la totalità dei miei compagni.

Giungemmo alla prima nostra destinazione, mentre il 3° battaglione, che andavamo a sostituire, sfilava ordinato e silenzioso; esso andava di rincalzo all'81° Fanteria che, durante la notte, era stato attaccato con irresistibile violenza. Di quelle centinaia di giovani il giorno dopo non ne sarebbero rimasti che poche decine.
Per tutta la giornata si lavorò per sistemarci ed affrontare la notte che si annunciava di eccezionale rigidezza: infatti lo fu tanto che in quel ricovero mal riparato, per quanto stanchissimo, a causa della precedente notte insonne, non mi riuscì di dormire ed al mattino le membra erano tutte irrigidite, quasi congelate.
Non si fece in tempo ad alzarci, che vennero a comunicare l'allarme e l'ordine di prepararsi per una nuova partenza. Presto si fecero i preparativi; il Capitano mi raccomandò di stare presso la sua persona e, non appena tutto fu all'ordine, si riprese la marcia.
Giungemmo, dopo giri e rigiri a causa del difficile orientamento nella candida distesa, sulle posizioni leggermente arretrate della 12° Compagnia; da lì, la maggior parte dei miei compagni, si portò sulle rive del Don. Quel giorno e la notte seguente si passò in attesa e questa parentesi mi servì a riposarmi abbastanza.
La mattina dopo pareva annunciasse cose favorevoli; infatti la Compagnia Mitraglieri era stata ritornata nel nostro settore, dopo aver efficacemente rintuzzato un'azione di Russi sulla nostra sinistra e ciò dava a sperare bene, ma dopo poche ore venne l'ordine di tenersi pronti per una nuova partenza: era l'inizio della ritirata.
Alle prime ore della sera, mentre la neve riprendeva a cadere, raggiungemmo il Comando del 1° Battaglione. Qui incominciai a comprendere che le cose erano gravi: si stavano bruciando tutte le carte importanti, distruggendo ogni attrezzatura e distribuendo, ai primi capitati, generi alimentari e di vestiario. Io approfittai per prendere un buon paio di stivali di feltro.
Tutti erano calmi e ridevano, il mio Capitano disse "Speriamo di fare in tempo". Ma in cuor mio ero più che fiducioso.
Incominciammo la ritirata in assoluto silenzio, le nostre artiglierie e i mortai avevano cessato ogni azione; l'ultimo colpo di questi mi rimase nel cuore e negli orecchi per lungo tempo, come una voce di persona cara.
Si camminò tutta la notte, assistendo ad una serie di meravigliosi e tragici spettacoli: all'orizzonte, incendi ed esplosioni facevano rosseggiare il cielo; poi un enorme incendio vicino illuminò noi e la candida scena di un bagliore sanguigno. Questo incendio si tramutò, poco dopo, in un'esplosione poderosa che sviluppò uno spettacoloso fungo di faville e di fiamme.
Al mattino seguente giungemmo al Comando Base del Reggimento veramente stanchi ma la sosta fu assai breve.
Nel frattempo lo spettacolo che si presentava ai nostri occhi era molto triste: tutto veniva distrutto, magazzini svaligiati ed il materiale calpestato e seminato ovunque. La strada era coperta di stracci, coperte e altro materiale vario, qua e là automezzi venivano abbandonati a causa della mancanza di benzina o per futili guasti.
Il cammino riprese, ma con fatica; l'arma e le coperte pesavano in modo insopportabile, gli occhi mi bruciavano dal sonno e la testa mi doleva.
Dopo altre quattro o cinque ore di faticosa marcia nella neve, si giunse al Comando di Divisione. Il paese dove questo sorgeva era tutto un ingorgo di mezzi e di uomini e fu giocoforza fermarsi un paio d'ore che servirono a riposarmi un poco.

La marcia riprese con lena in una fiumana di uomini che sempre più si ingrossava: da ogni parte giungevano automezzi, artiglieria e truppe, sicché in breve si formò una colonna enorme, larga una decina di metri e lunga non so quanto. Lungo tutta la strada da noi percorsa sorgevano continui incendi, in modo che, dopo breve tempo, la zona era punteggiata da innumerevoli fiammate.
A notte fonda giungemmo in un paese completamente incendiato ed ogni casa era circondata da uomini che si scaldavano.
Qui la sosta si faceva tormentosa: il freddo era insopportabile, stare fermi non si poteva, per muovermi ero troppo stanco, fame e sete mi tormentavano e nessuna delle due cose potevo soddisfare. Dopo qualche ora la marcia riprese, ma io ero più sfinito di prima.
Si superò, senza incidenti, un punto in cui una solitaria mitragliatrice russa, nascosta nella boscaglia di piccole alture, faceva corre su di noi colorati proiettili; non so a chi sparasse, perché i proiettili passavano sulle nostre teste.
Giungemmo al primo albeggiare in una spianata limitata da costoni. La colonna si fermò tutta e gli ufficiali superiori cercarono di riordinarla: un soldato semi impazzito lanciò una bomba a mano contro un colonnello, a tre - quattro metri da me, ma nessuno ebbe conseguenze. Il solo già si faceva alto, io, con un mio compagno, avevo trovato una scatoletta di pesce, ma non si fece in tempo a mandar giù i primi bocconi che un'esplosione si verificò in mezzo alle truppe: era il primo colpo di mortaio nemico che scoppiava. Sulle prime fu un impazzire di macchine che correvano in tutte le direzioni, un fuggi fuggi degli uomini verso un punto, che non sapevano neppure loro quale fosse. Poco dopo un maresciallo gridò "Savoia!" ed i più volenterosi si lanciarono ad occupare i costoni che circondavano la zona.
Io rimasi un po' a guardare, trattenuto anche dall'altro mio compagno, ma poi mi decisi, lo abbandonai e salii sul costone. Era iniziata una sparatoria infernale, l'aria era tutta un fischiolio; non ero ancora giunto dove si svolgeva il combattimento che mi toccò buttarmi a terra, tanta era la gragnola di colpi.
In questo momento ebbi modo di ammirare il valore del nostro Cappellano che, leggermente curvo, andava da un soldato all'altro, chiedendo se vi fossero feriti e dando il suo aiuto. Poi mi feci coraggio e andai più avanti, all'altezza dei più avanzati: i russi si vedevano un po' in distanza.
Incominciai a sparare, ormai incurante di tutto qual dannato fischiare; a destra e a sinistra feriti e morti già seminavano il terreno. Non erano passati che pochi minuti, quando un fulmineo guizzo verde mi piombò sulla spalla; un proiettile tracciante mi aveva raggiunto in pieno. Un calore di ferro caldo mi attraversò la spalla, lungo tutto il braccio sentivo un forte indolenzimento, mentre le dita si muovevano malamente e non reggevano il peso del fucile.
Risolsi di ritornare indietro per una medicazione, ma non mi ero trascinato che per pochi metri, quando un colpo di mortaio scoppiò vicinissimo. Miracolosamente non ne rimasi per nulla colpito.
Come Dio volle raggiunsi il posto di medicazione ove, con poche bende, tamponarono la ferita e, ormai reso inutilizzabile, mi coricai a terra, riparandomi dietro un carretto, perché anche lì cadevano proiettili e colpi di mortai.
Nel frattempo il grosso della colonna aveva creduto bene di proseguire la strada in una direzione qualunque e presto si era allontanata dal luogo; quelle poche centinaia di uomini che avevano sostenuto il combattimento, erano rimasti isolati e ben presto il cerchio russo si era inesorabilmente chiuso intorno a loro.

La gragnola di colpi era raddoppiata e le esplosioni dei proiettili si succedevano a pochi metri le une dalle altre; tutti erano a terra bocconi e non sapevano che fare. Quelli che continuavano a combattere, dovevano indietreggiare, incalzati dalla preponderanza nemica. Altri, persi d'animo, alzavano le mani.
Ad un dato momento si fece avanti un russo con una bandiera bianca e ci chiese di arrenderci; allora un ufficiale si rivolse a noi e gridò "Ci arrendiamo?", ma io mi sentii ribollire e gridai "No!" e un'altra voce mi fece eco e la sparatoria riprese. Di minuto in minuto la situazione peggiorava: la maggioranza aveva terminato le poche munizioni che aveva in tasca e non c'era un buco in cui ripararsi perché su ogni metro di terreno grandinavano proiettili.
Occorreva una decisione immediata e la trovammo: alcune decine di noi, cioè quei pochi rimasti che non erano in condizioni gravi, si riunì e, al grido di "Savoia!", si lancio in una direzione scelta da un ufficiale.
Percorsi pochi metri lungo un canalone, ci si parò davanti un discreto numero di russi che ci guardavano attoniti.
Appena li vedemmo, scaricammo su di loro bombe a mano e fucilate e questo servì a svegliarli: si voltarono e se la diedero a gambe.
Questa scena ci fece ridere tutti, ma non perdemmo tempo e iniziammo l'inseguimento; ad una svolta del canalone scomparvero come inghiottiti dalla terra, abbandonando però sul terreno alcuni feriti che finimmo a baionettate, anche perché si fingevano morti e di loro non ci si poteva fidare.
L'improvvisa scomparsa di tutti quei russi ci fece pensare ad un'imboscata; infatti, giunti alla fine del canalone, una mitragliatrice ci tempestò di colpi; corremmo a ripararci, ma cinque o sei decisero di continuare ma caddero feriti alle gambe.
Correndo, incespicando nella neve, attraversammo quel terreno scoperto, ma il pericolo non era ancora finito; i russi, non potendo più colpire con la mitragliatrice, davano la caccia all'uomo con i mortai.

Da più di quarantotto ore ero in marcia e avevo l'impressione che, da un momento all'altro, sarei caduto a terra; soffrivo un caldo insopportabile, ogni passo era una gran fatica per il dolore che mi procurava la spalla ferita. Comunque il pensiero che i russi certamente stavano inseguendoci non mi faceva decidere di buttarmi a terra; allora presi una soluzione disperata: mi liberai del pesantissimo pastrano di pelo che mi gravava sulle spalle e mi tolsi la bustina e il passamontagna.
Mi sentii meglio perché l'aria gelida mitigò il gran caldo e mi ritornarono le forze; ciò mi permise di raggiungere i compagni che, nel frattempo, si erano allontanati.
Poco dopo, improvvisamente, incontrammo la coda di quella colonna che poco prima ci aveva abbandonato, così raggiungemmo, attraverso una scorciatoia, i nostri compagni.
La marcia continuava, un po' più sollevato ma non meno stanco di prima. Intanto il gran caldo mi era passato, il sudore si asciugava gelido sulla pelle, brividi profondi mi scuotevano.
Il sangue scorreva lungo il fianco fino al piede sinistro, che sentivo inzuppato. Speravo che alla prossima tappa mi avrebbero curato, ma già il sole calava all'orizzonte per la terza volta e nessuno accennava a fermarsi. Per alcuni chilometri mi sedetti su un carretto, ma poi dovetti rinunciarvi, sentendomi congelare.

La notte era già inoltrata quando un razzo azzurro attraversò il cielo e si fermò splendente nell'aria, illuminandoci; subito dopo una sparatoria ci colse da più punti, costringendoci a buttarci per terra. Eravamo circondati nuovamente e questa volta tutta la colonna al completo, compreso un buon numero di tedeschi: iniziavano così le tremende ore che tutti poi chiamarono "Valle della morte".
Tutta la notte trascorse tra una continua sparatoria che pareva uno spettacolo pirotecnico. Io mi coricai sulla neve, al riparo di una casa; per un po' mi addormentai, ma poi compresi che non avrei vissuto molto a causa dell'assideramento e allora gironzolai tra le case e mi infilai in una di queste. Ci stetti qualche ora, ma il trambusto che sentii in seguito, mi diede l'impressione che la colonna stesse riprendendo la marcia. Uscii, ma mi ero sbagliato, tentai di rientrare in quella casa ma avevo perso l'orientamento, forse a causa della febbre che mi aveva intontito.
Il giorno dopo la situazione era immutata e continuavo a vagare come un automa, incurante del mitragliare; trovai un po' di paglia e mi sedetti, aspettando che succedesse qualcosa.
Nel cervello passavano decine di pensieri: vedevo nitidissima la mia casa, i miei cari, la mia città, ma poi mi seccava di dover morire in quello squallore, sotto la neve; eppure quelle figure esanimi, lorde di sangue, dalle labbra paonazze e dal viso bluastro, aumentavano.
Tornai ad alzarmi. 
Dopo un po' incontrai una carretta intorno alla quale alcuni tedeschi mangiavano; per un po' li guardai e poi mi decisi. Mi avvicinai ed offrii loro una matita rientrante in cambio di cioccolata e pane; finalmente, dopo tre giorni di digiuno, potei mettere qualcosa sotto i denti. Mi sentii meglio e col cervello più saldo. Intanto i russi facevano affluire maggiori forze: prima erano solo mitraglie, poi si aggiunsero i mortai e noi eravamo fitti fitti su quel terreno, così ogni colpo erano vittime e i colpi erano molti…. Oltre a tutto questo, intervenne una nuova arma tremenda: la Catiuscia, una specie di mortai a molte canne, montata su un autocarro e lanciava ad ogni sparo da otto a quarantotto colpi. Si annunciò da lontano come un rumoreggiare di tuono e immediatamente, dopo una bufera di esplosioni, di fiammate e di schegge, si abbatté sulla carne viva di tutti noi; dal silenzio si levarono lamenti e pianti di bestie e uomini che si dibattevano nell'ultima agonia.
A questa prima scarica successero altre per tutta la giornata.
Nel pomeriggio i russi parevano decisi a farla finita con noi ed oltre a raddoppiare il bombardamento, si fecero avanti in forze.
Le linee di difesa dei tedeschi parvero cedere e fu allora che si ebbe uno slancio di tutti al grido "Savoia!": chi col fucile con le ultime cartucce, chi col fucile preso per la canna, chi con un bastone, chi a mani vuote, tutti si gettarono sui russi.
Poco dopo prigionieri e armi catturate scendevano nel fondo della valle.

Cinque volte avvenne lo scontro, cinque volte i nemici andarono a nascondersi, fuggendo.
Per quanto ogni attacco nemico venisse ricacciato, non si poteva resistere in quelle condizioni e nella notte fu deciso di sfondare: duemila carabinieri andarono all'assalto ed al secondo attacco si fecero largo; per il varco aperto tutti si infilarono e la marcia ricominciò, ma con lo strazio di abbandonare sul luogo centinaia di feriti e congelati, che non potevano continuare la strada. Ricordo la scena di un ufficiale a cui una scheggia aveva aperto il ventre in modo che le viscere uscivano fuori; era seduto sulla neve e si guardava la tremenda ferita con una smorfia di ribrezzo, poi scoppiava in un pianto disperato nella chiara cognizione che per lui non vi era salvezza.
Passò la notte e passò il giorno; un'altra notte e un altro giorno, ancora una notte e un giorno e, salvo poche ore di sosta, non c'era alcun ordine di fermarci. La stanchezza era angosciante, il freddo raggiungeva quaranta gradi sotto zero in un succedersi di bufere. Non erano uomini che camminavano, ma automi silenziosi e barcollanti che, nell'andare si urtavano come ubriachi.
Un tale, che a causa di un urtone si era rigirato su se stesso, riprese la marcia in senso opposto, senza accorgersene. Molti stramazzavano e non si rialzavano più, altri, durante una breve sosta, piombavano in un sonno profondo e, quando i compagni andavano a svegliarli, erano come impietriti, altri ancora, rifugiandosi in isbe isolate, rinunciavano a proseguire la marcia.

Io continuavo a camminare sempre col proposito che ai prossimi 100 metri mi sarei gettato a terra: il piede sinistro mi sanguinava, tanto che lo stivale era tutto sporco al di fuori; all'inguine una ghiandola si era gonfiata e dava dolori lancinanti, che paralizzavano la gamba destra. Ogni tanto scivolavo sul ghiaccio, cadevo, schiacciando la spalla ferita ed il braccio penzolante. 
Camminavo tenendo spesso gli occhi chiusi e nella mente si affollavano ricordi della vita passata e pensieri strampalati. La febbre mi impastava la bocca e mi faceva bruciare dalla sete, che non si calmava, nonostante la neve inghiottita.
Avevo calmato la fame masticando granoturco trovato in una casa.
Come avrei preferito abbandonarmi nella neve ed attendere che la morte venisse dolcemente!
Ma il pensiero della famiglia mi spingeva innanzi un altro poco e mi faceva sopportare ogni spasimo.
Finalmente, dopo dieci giorni di marcia, senza dormire e sopportando continui combattimenti, giungemmo a Cercovo, una piccola cittadina sperduta nella steppa. Nell'arrivare in questo luogo, dopo tutti gli orrori sopportati, ci parve di toccare il cielo, perché trovammo una casa per ripararci e qualche boccone da masticare.
Però l'odissea non era finita! 

Giungendo a Cercovo, mi riuscì di essere ricoverato presso l'infermeria tedesca e potei, con bevande calde e qualche cibo, rianimarmi un po'. Ma la tranquillità durò poco: i russi, due giorni dopo il nostro arrivo, chiusero il cerchio intorno a noi con forze che ogni giorno aumentavano.
Eravamo in 11.000 fra italiani a tedeschi, ma i russi erano più di 3 divisioni con artiglierie e le maledette "Catiusce". Perciò, ben presto ricominciò il martellamento delle armi automatiche, dei mortai e dei cannoni: le case saltavano ad una ad una, avventurarsi per le strade era sinonimo di morte, essendo tutte prese di mira dalle mitragliatrici nemiche, appostate sulle alture attorno alla città.
Nei pressi della casa che fungeva da ospedaletto, le esplosioni erano fitte ed un certo punto si ruppero anche i vetri; rimediammo a questo inchiodando alla finestra una coperta e rimanemmo al buio perpetuo.
In quell'infermeria eravamo in otto italiani, ma quelli che si trovavano in migliori condizioni eravamo io ed un altro; i rimanenti avevano i piedi talmente congelati che per muoversi dovevano trascinarsi carponi. Ad un dato momento i tedeschi non poterono più darci da mangiare e fummo costretti a procurarcelo noi richiedendolo al Comando italiano; in quella confusione ciò significava fare della ore di coda all'asprezza di quei rigori, senza dire che per giungere dove venivano distribuiti i viveri, occorreva percorrere un buon chilometro di strada sotto il fischiare dei proiettili e gli scoppi del bombardamento russo. Questo divertimento toccava ogni giorno a me ed all'altro compagno, cioè agli unici che, pur a malapena, si reggevano in piedi. Non parliamo poi della necessità di provvedere all'acqua: il pozzo era circondato dai cadaveri di quei poveracci che avevano tentato l'impresa ed io la dovevo tentare tutti i giorni se volevamo bere. 
In questo modo si durò una decina di giorni, poi il Comando nostro ci obbligò ad effettuare il trasferimento nella casa assegnata agli italiani altrimenti non avrebbe più passato i viveri e così facemmo.
Nella nuova casa mi incontrai con i militari della mia compagnia e potei contare quante conoscenze mancavano. Dei miei superiori diretti il colonnello, il maggiore, il capitano e la maggior parte degli ufficiali; dei miei compagni direttamente conosciuti ve ne erano circa una decina, il rimanente, ed erano molti, tutti scomparsi, compresi i quattro cari amici colleghi di fureria.
Ad ogni modo questo, per quanto rattristante, non dava meraviglia, anzi, quando si incontrava un amico o un conoscente, la prima esclamazione era "Come, non sei ancora morto?" e se questo non lo si diceva lo si lasciava intendere per le varie espressioni di viva meraviglia.

Intanto i giorni passavano e la posizione peggiorava, i morti erano seminati ovunque, le case intorno alla nostra venivano ad una ad una infilate dai proiettili anticarro russi e si attendeva da un momento all'altro anche il nostro turno.
Le razioni dei viveri diminuivano sempre più sino a farsi irrisorie; i russi attaccavano giorno e notte ad ondate successive sempre più numerose; i feriti che aumentavano continuamente non potevano più essere medicati, mancando tutto il necessario ed anch'io avevo maglia e camicia inzuppate di pus che usciva abbondante dalla ferita non più medicata da molti giorni.
Si comprendeva che le cose non sarebbero andate molto alla lunga in quel modo. Infatti il giorno sedici (gennaio) venne l'ordine di tenerci pronti perché si sarebbe tentato lo sfondamento ed il proseguimento della marcia. Alla sera infatti così fu.
Dopo venti giorni di accanita resistenza che aveva inflitto ai russi forti perdite, eravamo costretti a tentare la fuga, avendo però portato a termine il nostro compito che era quello di tenere a bada il maggior numero possibile di forze russe, distraendole così dalla lotta che divampava altrove.
Io presi la decisione di partire con gli altri negli ultimi cinque minuti perché, reggendomi malamente in piedi, ero stato illuso, come tutti i feriti gravi, che il giorno dopo le autoambulanze sarebbero giunte a portar via tutti; ciò naturalmente era assurdo ma serviva a tener tranquillo quel migliaio di poveri esseri che veniva abbandonato al suo destino essendone impossibile il trasporto.
Fu un'ispirazione della Madonna che mi decise ad aggiungermi agli altri e sulle prime quasi non mi reggevo in piedi ma poi mi feci forza e potei stare alla pari dei miei compagni.

Nei primi momenti i russi furono sorpresi per la nostra sortita ma poi incominciarono a tempestare con tutti loro mezzi, tanto da fare parecchie vittime, poi, man mano che ci si allontanava, la reazione diminuì, finché ci immergemmo nell'assoluto silenzio della steppa.
Terminate le esplosioni, incominciai a fare i conti con la fatica, il freddo ancor più eccezionale e la neve in cui si profondava sino al ginocchio.
Mi sentivo febbricitante e sin dalla partenza quasi privo di forze; mi attaccavo, per aiutarmi, a qualche sporgenza delle slitte trainate dai cavalli ma ne venivo scacciato perché i cavalli si affaticavano molto.
Più andavo innanzi e più mi sentivo perduto; inoltre, per completare l'insieme, nello stivale di feltro, che avevo dovuto precedentemente tagliare per toglierlo onde medicare le piaghe al piede, mi si era infilata parecchia neve che pressata divenne ghiaccio. Dopo breve tempo non avevo più nessuno sensibilità al piede, mi si era congelato.
Ad un dato momento mi parve di essere del tutto perduto: avevo incontrato un fosso che dovevo superare, scivolandovi dentro trovai che la neve era più alta del ginocchio e non mi riusciva più di tornare fuori. Con un grande sforzo potei però cavarmela ma la colonna aveva continuato la strada ed io mi trovavo solo e stremato, senza la possibilità di raggiungerla. In quel momento persi la calma e mi prese la disperazione: invocai, gridando, il nome di Dio, della Vergine e della mamma, continuando ad arrancare come potevo. Poco dopo la grazie venne: la colonna si era fermata per alcuni minuti dandomi così la possibilità di raggiungerla, ed un conducente di slitta, compiacente, mi permise di attaccarmi e di farmi trascinare. Ancora un poco e non avrei avuto la forza per proseguire, rimanendo solo ed esposto ad ogni insidia.

Cammina e cammina si incontrò un villaggio e lì decisi di entrare in una casa per togliermi lo stivale e cercare di rianimare il piede congelato. Così feci e con energiche fregagioni, sostituendo poi la calza incrostata di ghiaccio con un'altra che avevo in tasca, potei rianimare un poco il piede e riprendere subito la marcia.
Nel frattempo era trascorsa tutta la notte e parecchie ore del nuovo giorno e come al solito di fermarsi non se ne parlava. Ad un dato momento quattro caccia russi piombarono fulminei su di noi mitragliando. Fu una cosa istantanea di cui mi resi conto solo dopo; fortunatamente non ci furono vittime, ma quasi contemporaneamente colpi di artiglieria sovietica caddero presso le nostre file procurando un grande scompiglio. Questo servì a fare accelerare la marcia ed a farmi maggiormente soffrire, ma d'altra parte vedevo cadere i proiettili un po' di qua e un po' di la della colonna che, se avessero colpito giusto, mi avrebbero preso in pieno. Per qualche chilometro questa sinfonia si accompagnò e poi finalmente si chetò.
Non era ancora finita: ad un dato momento mi accorsi di avere la mano sinistra gonfia come una patata; era anch'essa congelata. Feci immediatamente delle frizioni con neve e ciò mi fece stare meglio; continuai poi per delle ore a muovere incessantemente le dita, sino a che la circolazione del sangue riprese ad essere regolare.
Verso sera, quando proprio non ne potevo più e ad ogni centro metri ero costretto ad abbandonarmi nella neve per calmare la stanchezza e i dolori che soffrivo, giungemmo in un grosso paese ove la colonna sostò.
Sostò però troppo poco per lasciarmi il tempo di attenuare la stanchezza, inoltre si era abbattuta sulla steppa una tormenta di neve e di vento da togliere il fiato. Sentii le membra non più in grado di resistere a quel gelo ed allora decisi di ritornare presso quelle case che avevo appena lasciate, non importandomi più di nulla.
Non c'era più posto nelle stanze riscaldate delle isbe e mi adattai a stendermi sopra un mucchio di grano collocato in uno stanzino. Nello stendermi allungai le braccia e sotto le mie dita sentii qualcosa di solido e rotondo; scavai un poco e vennero fuori sei o sette uova che bevvi subito una dopo l'altra. Ritengo sia stata la mia salvezza perché al mattino, prima che sorgesse l'alba, malgrado la notte insonne per il freddo e la tensione nervosa, calmata la bufera, ripresi il cammino con nuove forze. 
Quale fu la mia sorpresa quando, dopo pochi chilometri, trovai uno sbarramento di capisaldi e di artiglierie tedesche che costituivano una linea difensiva abbastanza potente.
Avevo finalmente raggiunto la tanto sospirata nuova linea tedesca. Mi ritrovavo, dopo più di trenta giorni di indescrivibile incertezza per la sicurezza della mia vita, nella possibilità di continuare a vedere questa terra e di poter riabbracciare i miei cari. In cuor mio innalzai al Cielo un canto di gioia e di esultanza che più bello non avrei potuto.

Naturalmente le sofferenze non erano finite: mi trovavo in mezzo alla steppa sempre così ossessionatamente candida e sterminata; aveva ripreso un vento gelido e violento, che soffiava, innalzando turbini di nevischio; l'artiglieria russa batteva alle spalle e sembrava volesse rincorrermi. Nonostante tutto questo ero felice e la mia felicità mi portò fortuna perché poco dopo passò un automezzo tedesco che ad un mio cenno si fermò, caricandomi e questo era un fatto assolutamente imprevedibile.
Con tale mezzo raggiunsi rapidamente il paese di Belovosc ove riposai una intera giornata.
Non ebbi molta tranquillità neppure in questa sosta perché sapevo che i russi continuavano ad avanzare e non vi erano automezzi sufficienti per caricarci tutti e cioè qualche centinaia di italiani ivi giunti. Inoltre gli ufficiali del Comando tappa ove ero ricoverato pensarono bene di abbandonarci e fuggire nascostamente durante la notte. 
Questo fatto, appena risaputo, mise in particolare orgasmo tutti. Fortunatamente nella notte giunse un'autocolonna italiana incaricata appunto di caricarci; potei così, nonostante parecchia lotta perché non c'era posto per tutti, montare sopra ad un autocarro e partire.
Arrivai a Starobesc che era giorno fatto; qui non sapevo che partito prendere, girai un poco per la città in cerca di una soluzione qualunque.
Il Comando tappa e gli ospedali erano zeppi ed a loro non conveniva rivolgersi. Ad un dato momento mi imbattei in una autoambulanza in attesa di partire e vi salii con molti altri feriti, ma alcuni ufficiali non volevano saperne di trasportarci e pretendevano di farci scendere. Noi, esasperati da tanta contrarietà, ci imponemmo, giungendo qualcuno a minacciare con le armi; si ottenne così di partire; si ottenne così di partire per Voroscilograd.
Fu un viaggio disastroso perché costretto a farlo in piedi e sballottato in tutti i modi. Finalmente il giorno dopo giungemmo al 4° Ospedale di riserva che mi ricoverò e così mi fu possibile dormire un poco e rianimarmi con cibi e bevande. Un ufficiale medico guardò la ferita che emetteva continuamente pus e gli indumenti ne erano tutti impregnati; non c'era niente da fare perché il proiettile aveva leso la parte ossea e questa si era infettata.

Due giorni dopo, il 22 gennaio 1943, per via ferroviaria, partii verso la Polonia e ciò significava l'addio definitivo alla Russia.
Fu come allontanarci da un incubo infernale, un incredulo risveglio da un sogno orrendo e, per quanto tutti i componenti di quella tradotta fossero feriti e allo stremo delle loro forze, un canto alto e gioioso accompagnava l'andare del convoglio; era un canto che sgorgava da cuori che sapevano cosa fosse la morte e che vedevano rifiorire la vita. Ma io facevo una riflessione: non sarebbero bastati tuorli d'uova né brodi di gallina e cure affettive per cancellare quel ricordo di gelide solitudini e soprattutto di tanti cari fratelli abbandonati. Questo, come un nodo segreto, come un angolino di neve, si sarebbe incastrato in fondo al cuore. 

Dopo più di quarant'anni dai fatti sopra descritti ho ripreso in mano l'originario manoscritto e mi è parso necessario ricopiarlo, perché in molti punti non risulta chiaramente leggibile e vi sono molte correzioni. E' stato scritto con fatica durante la lunga degenza in ospedale; avevo solo la mano destra libera: tutto il busto ed il braccio sinistro erano immobilizzati in una pesante ingessatura, fatta da mani inesperte.
Ho effettuato qualche lieve aggiunta ai fatti descritti, in quanto i ricordi sono ancora precisi nella mia memoria. 

Le indicazioni del racconto relative alla composizione della colonna in ritirata, l'entità delle forze russe e nostre, le azioni per liberarci dagli accerchiamenti, forse non sono esatte perché raccolte da voce che correvano tra noi militari. Invece le mie personali peripezie sono riportate con assoluta precisione.
Continuando il racconto sopra riportato che termina il 22 gennaio 1943, posso aggiungere che a Voroscilograd fummo caricati su carri bestiame che ben presto internamente si rivestirono di ghiaccio, perché l'umidità dei nostri corpi si condensava sulle pareti. Un viaggio che ritengo di sei o sette giorni, estenuante: distesi sulla paglia, ammucchiati come sardine (30 per ogni vagone), nell'impossibilità di soddisfare i nostri bisogni, con scarsissimo cibo.

Giungemmo a Leopoli; la gente ci guardava come se fossimo fantasmi: avvolti in coperte, con la barba di 40 giorni, laceri e zoppicanti; il mio corpo emanava un odore nauseante.
Un ospedale militare tedesco ci accolse, limitandosi tuttavia a fornirci cibo, bevande e una doccia calda collettiva, in un grande stanzone.
Ripartimmo due giorni dopo su un treno ospedale italiano che giunse il 6 febbraio a Monselice, in provincia di Padova. Fui accolto in un piccolo ospedale militare di riserva, sistemato presso un istituto scolastico.
Mi parve un sogno stendermi in un regolare lettino con lenzuola odoranti di pulito.
Stavo molto male ma ero felice. La febbre era altissima per l'infezione al braccio che sempre più si estendeva, brividi continui percorrevano il corpo; sembrava dovessero tagliarmi d'urgenza il braccio. I medici poi decisero di incidere profondamente la carne all'altezza dell'omero per aprire la sacca di pus che si era formata e quindi mi ingessarono, L'operazione fu dolorosissima perché senza anestesia.
A metà aprile la ferita ancora non migliorava, il pus continuava a sgorgare, la febbre però era quasi scomparsa.
Decisero di mandarmi a Venezia presso l'ospedale civile del Lido e ben presto il miglioramento si fece evidente anche se lento. La ferita si richiuse interamente verso la fine di agosto; il 6 settembre 1943 fui dimesso dall'ospedale.
Un nuovo capitolo, dopo tre anni di vita militare, si apriva per me. Le difficoltà non mancarono in quanto dovevo trovarmi al più presto un lavoro, perché i miei genitori erano anziani e non godevano di alcun reddito.

Per circa un mese fui ospite di mio zio a Venezia, in ottobre giunsi a Milano e mi presentai alla Cassa di Risparmio ove fui subito assunto e questo mi consentì una certa tranquillità, anche se gli eventi politici di quegli anni erano motivo di continui gravi pericoli.
Ovviamente le peripezie appena superate mi facevano considerare ogni difficoltà come poca cosa. Si era fissata nel mio animo una letizia di fondo: mi sentivo nato una seconda volta perché aver salvato la vita dopo quelle vicende andava oltre ogni logica.

Ero certo di dover tutto a Dio, provavo anche una confidenza e una tenerezza particolare per Maria di cui avevo colto per la prima volta la caratteristica di madre; a Lei infatti mi ero rivolto con molta confidenza, come a persona viva, nelle situazioni più drammatiche.
Tornando a Milano mi rinserii nuovamente nella mia Parrocchia (S. Carlo al corso) partecipando al gruppo di Azione Cattolica che già, prima di partire per la vita militare, mi aveva fornito una preparazione spirituale che poi si dimostrò preziosa per darmi la forza necessaria a superare i momenti più difficili.
Furono anni importanti fatti di lavoro, studio (dovevo ancora diplomarmi) e disponibilità al prossimo, anche in opere caritative. Era un maturare graduale che mi preparava alla ricerca della mia strada; una strada molto lunga che proverò a raccontare in seguito.


Memorie di Gastone Borro
Finito di scrivere a Gressoney, 24 agosto 1984. 


Mi auguro di fare cosa gradita a tutti di aggiungere, e quindi di inviarvi, anche la testimonianza di mio padre. Una sintesi in poche pagine della sua permanenza in Russia che va dall'estate del 1942 al gennaio del 1943. Egli ha comunque preferito rendere in tutta la sua drammaticità solo quel periodo che ritiene più importante. Mio padre non parla volentieri di quell'esperienza che ancora oggi gli procura dolore, ma sono comunque riuscita a mettere insieme queste poche righe. Ringrazio- Silvia Maria Borro. casbo@iol.it


(ALTRA TESTIMONIANZA DI UN ALTRO 21 ENNE : QUI) > >


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