CELESTINO V

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Autore:  ANTONIO GRANO    

PAPA CELESTINO V, chi era costui ?

(Cronologia essenziale)

1209  Nasce in Molise. Le sue origini sono rivendicate da numerosi luoghi molisani fra cui Isernia, S.Angelo Limosano, Macchia D'Isernia, Morrone del Sannio e molti altri. (Per un'ampia disamina di questo argomento vedi: Grano A., I Castelli di Pietro, Campobasso 1996).

1235   Si rifugia sul monte Palleno (oggi Porrara, fra Sulmona e Castel di Sangro) in una grotta scavata con le sue stesse mani.

1239   Si reca a Roma per prendere i voti.

1241   Si rifugia in località Segezzano presso Sulmona, alle falde del monte Morrone e continua a vivere in solitudine.

1245   Per sfuggire alla presenza assillante dei devoti e dei fedeli trova riparo sulle vette della Maiella. Vive lunghi anni in assoluta segregazione e in stato di perpetua penitenza ed autofustigazione della carne.

1273   Si reca a Lione a piedi per evitare che Gregorio X, nel Concilio Lionese II, disciolga la sua Congregazione.

1294   Senza aver mai posto la sua candidatura, e dopo aver trascorso circa sessantacinque anni in solitudine, viene eletto Papa il 5 Luglio nel Conclave di Perugia.

1294   Il 13 Dicembre, dopo cinque mesi di Pontificato, indisponibile ad ogni forma di corruzione, si dimette (colui che fece per viltade il gran rifiuto.... Dante).

1296   19 Maggio. Muore dopo dieci mesi di segregazione in Castel Fumone presso Anagni, prigioniero di Bonifacio VIII.

1630   Lelio Marini, Abate Generale della Congregazione dei Celestini, denuncia l'assassinio di Celestino V.

Celestino V, breve biografia

Pietro da Morrone, figlio di Angelerio e di Maria Leone, nasce nel 1209 (1215?) in provincia di Terra di Lavoro, così come narra la Bolla di Canonizzazione di Clemente V del 1306. Numerose località, da allora, ne rivendicano la paternità. Fra queste, Macchia d’Isernia, Molise, Morrone del Sannio e in particolare Isernia e S. Angelo Limosano, entrambe forti di numerose testimonianze coeve.

All’età di venti anni, dopo una breve e sofferta permanenza nel monastero benedettino di S. Maria in Faifoli, fugge alla ricerca della solitudine estrema, sospinto da una profonda e consapevole vocazione religiosa, maturata nel clima di quell’Aspettativa Escatologica in gran parte ispirata da Gioacchino da Fiore "il calavrese… di spirito profetico dotato".

Le notizie intorno alla sua infanzia sono scarsissime. Dall’Autobiografia apprendiamo che era un bambino un po’ stravagante, bizzarro, solitario e sfaticato, tanto da essere detestato dai fratelli, che non volevano spendere soldi per mandare agli studi un "fannullone".

Sempre tormentato da incubi, ossessionato da orripilanti visioni e, soprattutto, dalle fastidiose polluzioni notturne, fra il 1230 e il 1235, fugge senza rimpianti dal suo villaggio, ben deciso a non farvi mai più ritorno. Dopo una brevissima sosta in una grotta in località Scontrone, presso Castel di Sangro, raggiunge il monte Palleno (oggi Porrara), dove trascorre tre anni in una caverna da lui stesso scavata nella roccia, nei pressi del sito dove poi sorgerà il santuario di S. Maria dell’Altare. Qui, accantonato l’originario progetto di recarsi a Roma, trascorre in assoluta solitudine uno dei periodi più fecondi per la maturazione della sua spiritualità instaurando, da solo, senza mediazioni gerarchiche, la prima parte del suo proficuo e lunghissimo dialogo con Dio.

In seguito, sospinto dalla gente dei luoghi vicini a farsi consacrare sacerdote, ma anche e soprattutto per sottrarsi all’indesiderata frequentazione dei pellegrini, si reca a Roma.

Quasi nulla si sa di questa sua esperienza, se non che prese alloggio presso il Laterano e che studiò con diligenza fino al conseguimento dei Voti.

Nel 1241 lascia Roma, ma invece di tornare sul Palleno, si ferma presso Sulmona, in località Segezzano, probabilmente dopo aver appreso che in quei luoghi aveva dimorato il famoso eremita Flaviano da Fossanova.

Anche qui, alle pendici del Morrone, trova riparo in una grotta presso la chiesetta di S. Maria di Segezzano, sulla quale sarà poi edificato il monastero di S. Spirito. In questa spelonca, Pietro comincia ad essere avvicinato da quelli che saranno i futuri discepoli. Si tratta di centinaia di giovani provenienti dalle vicine casupole di Bucchianico, Caramanico, Salle, Roccamorice, Pratola, attratti dalla sua crescente fama di santità, e vogliosi di condividere con lui le sofferenze e le privazioni della vita eremitica. Lui li accoglie suo malgrado, perché pur essendo animato da profondi sentimenti di generosità e di amore per il prossimo, non intende condividere con alcuno la sua solitudine.

Pietro è un uomo taciturno, silenzioso e riservato che fugge, quando può, la rumorosa invadenza dei suoi simili. Nel 1246, proprio perché insofferente alla frequentazione dei fedeli, che diventano sempre più numerosi e petulanti, abbandona l’eremo di Segezzano per rifugiarsi nella vicina Maiella dove, sull’orrida parete dell’Orso, alla Ripa Rossa, trova un primo, inaccessibile rifugio.

Successivamente si sposterà in uno fra i più impervi dirupi di quelle montagne, chiamato S. Spirito, quel S. Spirito di Maiella dove poi sarà edificato il famoso monastero che fino al giugno del 1293 sarà Caput Congregationis. Resterà per lunghi anni sulla Maiella, sempre in fuga dalle fastidiose turbe di fedeli che insidiavano la sua solitudine, e sempre alla ricerca di nuove e più irraggiungibili caverne, invano sperando nella loro capacità dissuasiva, perché masse di pellegrini poveri, infermi e disperati, per trovare conforto alle loro sofferenze, lo raggiungeranno ovunque, anche quando troverà rifugio nei proibitivi antri di S. Bartolomeo di Legio e di S. Giovanni sull’Orfento. Qui, sui monti della Maiella, negli anni che vanno dal 1246 al 1293, si consolida definitivamente la sua fama di venerabile taumaturgo.

Nel 1273, ormai sessantenne, si rende protagonista di un’avventura quasi leggendaria per quei tempi: per sostenere la causa della sua Congregazione che rischiava di essere soppressa, si reca a piedi (in pieno inverno) a Lione, dove stava per svolgersi il Concilio Lionese II. L’impresa fu coronata da successo perché la sua fama di santità aveva già da tempo varcato le Alpi, e Gregorio X ritenne di poterlo escludere dalla lista dei "sovversivi" che si annidavano nelle numerose sette ereticali tanto invise alle gerarchie ecclesiastiche dell’epoca.

Uomo mite, silenzioso, schivo, ma soprattutto umilissimo, Pietro condusse una vita sempre coerentemente ispirata ai canoni del cristianesimo primitivo e del pauperismo francescano. Penitenza, preghiera, silenzio, rigorosa astinenza, durissimi e prolungati digiuni, autofustigazione e mortificazione della carne: furono queste le direttrici che orientarono senza sosta e senza soluzione di continuità la sua lunga vicenda terrena.
Una fiaba ben orchestrata da alcuni suoi falsi estimatori lo vuole uomo di potere, uomo d’organizzazione, uomo d’apparato, instancabile manager dedito alla costruzione di castelli e palazzi, ma Pietro da Morrone non fu mai nulla di tutto ciò. La gran parte dei possessi attribuiti alla sua Congregazione gli pervenne da donazioni e cessioni a vario titolo, delle quali quasi sempre ignorò non solo l’entità, ma l’esistenza stessa.

Poiché, inoltre, egli non poté respingere la pressante richiesta di centinaia di giovani che, attratti dal suo carisma personale, aspiravano ad unirsi a lui, fu costretto a trasformare in Congregazione quella prima comunità informale e, di conseguenza, a consentire l’edificazione di luoghi di accoglienza, di assistenza e di culto.

Gli anni che vanno dal 1274 al 1293, sono quelli della perfezione e della pienezza del suo percorso spirituale. Soprattutto, sono gli anni in cui si radicalizza la sua vocazione eremitica in contrapposizione a quella cenobitica. Pietro da Morrone non fu mai uomo da "comunità", mai uomo d’"Ecclesia" in senso stretto, mai uomo da "assemblea dei fedeli", mai parte supina di un’informe massa di credenti accomunata da vincoli dogmatici, ma cristiano individuo che crede nel messaggio di povertà e di rinuncia proposto da Cristo; messaggio al quale si atterrà scrupolosamente, fino in fondo, fino alle estreme conseguenze.

Nel giugno del 1293, sempre sospinto dalla sua insopprimibile brama di solitudine, convoca il quarto (ed ultimo) Capitolo Generale e, tra la costernazione dei discepoli, comunica la sua irrevocabile decisione di volersi ritirare per sempre sul Morrone, essendo ormai giunto al termine del suo percorso terreno. A tale scopo farà scavare il famoso eremo di S. Onofrio, dove vivrà per tredici mesi in assoluta segregazione, recidendo tutti i contatti col mondo esterno, salvo quelli strettamente connessi alla sopravvivenza.

In quella spelonca Pietro vive i suoi ultimi giorni nel più profondo e consapevole godimento della grazia divina. E’ felice, appagato, sereno. I suoi conti con Dio sono in ordine. E’ ormai sicuro di essere giunto alla meta, e pregusta con gioia l’imminente realizzazione dell’unico grande sogno della sua vita: ricongiungersi a Dio e riconsegnargli l’anima pura e immacolata così come Lui gliel’aveva affidata. Ignora che la Storia è in agguato e sta per stanarlo da quella vera e propria anticamera del paradiso chiamata S. Onofrio.

Se fosse morto prima del 5 luglio del 1294, sarebbe rimasto uno sconosciuto, uno fra i tanti eremiti e "santoni" che a quei tempi pullulavano sulla dorsale appenninica abruzzese. Quel cinque di luglio gli fu fatale. A Perugia, gli undici cardinali superstiti che da 27 mesi, da quando cioè era scomparso Niccolò IV, si contendevano il Soglio di Pietro, lo elevarono al Sommo Pontificato. Quel giorno, ormai esausti, incapaci di comporre un conflitto fondato esclusivamente sulle bramosie di potere delle potenti famiglie degli Orsini e dei Colonna, compiendo un gesto di autentica irresponsabilità mai adeguatamente biasimato dagli storici, i cardinali-elettori gli accollarono un gravame per lui insostenibile e da lui, per altro, mai richiesto né, tanto meno, ambìto. Nella mischia (e quindi negli affari del Conclave) si era gettato anche Carlo II d’Angiò il quale aveva urgente bisogno di un papa che ratificasse l’accordo raggiunto con gli aragonesi per la restituzione della Sicilia. E fu proprio in quella occasione che il francese misurò la grinta del Cardinale Benedetto Caetani, il futuro Bonifacio VIII, il quale lo invitò, non molto garbatamente, a farsi gli affari suoi in casa sua, e a starsene quindi alla larga dalle vicende della Chiesa.

Il re, indignato per l’onta subita, ma anche disperato perché rischiava di veder vanificati gli effetti dell’intesa raggiunta, lascia Perugia, ma invece di procedere per Napoli si reca a Sulmona e gioca una carta che si rivelerà vincente: agendo sulle buona fede di Pietro, lo istiga a scrivere una strana lettera ai cardinali riuniti in conclave. In quella missiva Pietro sollecitava l’elezione del nuovo Papa, minacciando la collera di Dio se avessero ulteriormente protratto la vedovanza della "Sposa di Cristo". E quelli, come folgorati da una rivelazione del Cielo, individuarono proprio in lui, nel povero eremita morronese, l’agnello sacrificale al quale affidare, in uno dei momenti più drammatici dello scontro con il potere temporale, una Chiesa che aveva toccato il fondo della decenza morale e spirituale.

Fin da subito, però, la vittima sfuggì dalle loro mani, perché il nuovo Pontefice fu, di fatto, sequestrato dal re angioino, che ne fece un inconsapevole e prezioso strumento dei suoi maneggi politici.

Intorno a Celestino V, dal 29 agosto al 13 dicembre del 1294, pascoleranno faccendieri, maneggioni, affaristi, questuanti, trafficanti e "barattieri" d’ogni risma, che utilizzeranno il suo nome e le pergamene papali bollate in bianco, per concludere i loro turpi affari.

Costretto a lasciare l’Aquila per seguire il re a Napoli, Celestino comincia dapprima vagamente a meditare, nell’angusta cella che si era fatta costruire in Castel Nuovo, di deporre le insegne papali. Poi, quasi come folgorato da una rivelazione divina, comprende i motivi profondi del suo disagio: tramite la sua persona gli uomini che lo circondano stanno infangando l’onore e la dignità della "Sposa di Cristo" e questo per lui, che in altre questioni è mite e remissivo, è intollerabile.

E’ ormai vecchio, stanco, decrepito, consumato dagli acciacchi e da una vita fatta di stenti e di privazioni indicibili, ma trova il coraggio e la forza di opporsi a quello scempio.

Ergendosi come un guerriero in armi, ordinando a tutti di tacere, egli detta ed impone agli allibiti cardinali la sua rinuncia, incurante delle minacce del popolino napoletano che, sobillato dal re e forse anche da alcuni suoi discepoli, lo aggredisce devastando e saccheggiando la sua umile dimora. E’ il grande giorno. E’ il giorno del riscatto suo e delle Chiesa di Cristo. E’ il giorno in cui dimostra al mondo intero che in nome della fede si possono spostare anche le montagne. Come un gigante ferito, si ribella a quegli undici peccatori, li zittisce in nome di Dio e rinunzia (ecco perché non appartiene a Celestino V l’ombra di colui che fece per viltade il gran rifiuto, perché fu rinunzia , non rifiuto, e Dante conosceva benissimo la differenza fra i due termini !) a quell’incarico la cui ultima finalità era quella di dannare l’anima sua e di infangare il nome della Chiesa.

Quel 13 dicembre di settecento anni fa, colui il quale è passato alla storia come il capofila dei codardi, lascia il papato da trionfatore e da vincente: da trionfatore perché né le minacce, né le lusinghe dei "poteri forti" del suo tempo, riescono a tenerlo inchiodato ad un ruolo che non serviva a rendere gloria a Dio; vincente, perché vince la sola battaglia da lui combattuta, contro l’unico suo mortale nemico, il Maligno.

Povero Celestino! Pagherà duramente per questa sua inflessibile indisponibilità a servire gli interessi temporali di chiunque; sarà calunniato, offeso, vilipeso. Falsi estimatori e veri detrattori, riusciranno ad attribuirgli l’oscuro crittogramma dantesco che lo accusava di viltà e inettitudine. Ancora oggi questa calunnia trova numerosi consensi fra quanti ritengono di avere inequivocabilmente riconosciuto nell’"ombra di colui…", quella di Pietro da Morrone. E come se non bastasse, sul versante opposto, numerosi "estimatori", convinti di arricchire l’immagine del martire, provano ad attribuirgli inesistenti attitudini politico-manageriali-organizzative, costruendo così la caricatura di Pietro da Morrone.

Il 24 dicembre di quello stesso anno , a soli dodici giorni dalla sua rinunzia, con il prezioso apporto dei voti francesi pilotati da Carlo d’Angiò, è eletto papa Benedetto Caetani che assume il nome di Bonifacio VIII. Nasce fra il nuovo pontefice e il re di Napoli la torbida intesa che cancellerà d’un colpo la ruggine perugina e getterà lo scompiglio fra le file dei seguaci di Celestino, degli "spirituali", dei "fraticelli".

Nella notte del 1 gennaio del 1295, quando mancano 17 mesi alla fine del suo martirio, braccato come un pericoloso delinquente dalle polizie congiunte di Carlo d’Angiò e di Bonifacio VIII, il papa dimissionario fugge da S .Germano per raggiungere la sua amata cella sul Morrone e successivamente la Puglia, da dove tenterà l’imbarco per la Grecia.

Catturato presso Vieste e consegnato a Bonifacio, dopo essere stato "ospitato" nella dimora anagnina del Papa, è tradotto nell’orrenda torre di Castel Fumone dove resterà fino alla fine dei suoi giorni. La detenzione, nonostante le numerose falsificazioni addotte dai partigiani di Bonifacio, fu durissima; il rigore estremo di quella cattività è stato ampiamente documentato da tutti i cronisti dell’epoca.

Finalmente, dopo trecentodiciannove giorni di carcere duro, la sua bell’anima si svincola dall’aborrita carcassa di carne e ossa, per raggiungere la meta da sempre agognata: Dio. Sono le 16 (al vespro) di sabato 19 maggio 1296.

Quattrocento anni dopo, Lelio Marini, il più informato biografo del Santo (Pietro fu canonizzato il 5 maggio del 1313 da Clemente V) proverà a dimostrare, con un’accurata e puntigliosa disamina di numerosi reperti storici, che Pietro fu barbaramente ucciso per ordine di Bonifacio VIII. Da allora, da quel lontano 1630, su quell’episodio è calato il velo del silenzio, e un nuovo enigma, fra i tanti che l’avvolgono, si è aggiunto a quella straordinaria vicenda del tardo Medio Evo: quello della sua morte. E non v’è dubbio che si tratti di quello più inquietante. Se misterioso è ciò che appare e non appare, ciò che ha un volto e mille volti, ma soprattutto ciò che vaga fra le incrollabili certezze della storia e le impalpabili suggestioni della leggenda, la morte di Pietro Angelerio da Morrone che fu Papa Celestino V, è un evento misterioso.

Certo, un delitto è sempre un delitto, e tutti sanno che abitualmente "paga", per il buon motivo che gli autori (esecutori e mandanti), proprio perché giocano d’anticipo, all’insaputa della vittima e dei futuri investigatori, riescono a pre-confezionare gli avvenimenti (a costruirsi l’alibi) in modo da depistare le indagini. Ma nel caso della morte di Celestino tutto diventa ancora più nebuloso perché, quando tutti gli elementi sono acquisiti e riscontrati, sorge il problema della loro collocazione all’interno di un universo di valori (storico-etico- morali) univoco e quindi universalmente riconosciuto.

Tutti sanno che la conclusione del percorso terreno di Pietro non è stata naturale, eppure quella vicenda resta ai margini della percezione, non ha varcato i confini delle coscienze, non suscita emozioni; semplicemente non c’è. La verità su quella morte, così come emerge dalla pur complessa e multiforme congerie delle antiche scritture, è inconfutabile; eppure è stata resa irriconoscibile da una sorta di balletto pirandelliano in cui le più consistenti prove a favore della morte naturale sono spesso contenute nelle dichiarazioni dei "colpevolisti", mentre provengono dai più accaniti "innocentisti" le prove più solide a favore dell’accusa. Il mistero della morte di Celestino è tutto qui, nella verità espressa, ma non rivelata.

Ai margini della percezione rimane anche tutta la pregnanza del suo messaggio di pace e di tolleranza. Di fatto, in questi ultimi settecento anni, Celestino V è stato vittima dell’ignoranza, della mala fede e della disinformazione più o meno pianificata. Fu indicato di volta in volta come santo e stregone, miserabile e benestante, ignorante e colto, disciplinato e anarcoide, eretico e ortodosso.

La verità è che Pietro da Morrone, ancora oggi, è una mina vagante per i "poteri forti", laici ed ecclesiastici. La povertà, la continenza, la riservatezza, il disprezzo per il possesso e il rifiuto del potere, così come lui li ha vissuti e praticati, rappresentano valori fortemente trasgressivi e destabilizzanti per il "mercato", che si regge esclusivamente sulla cultura del più sfrenato consumismo e sulla dilapidazione delle risorse umane ed ambientali.

"La sua elezione fu una disgrazia per la Chiesa", impreca lo storico tedesco Peter Herde, occultando così la verità-vera e cioè che quella elezione fu una disgrazia soprattutto per lo sfortunato eremita. Pietro da Morrone è ancora oggi un uomo scomodo per alcune retroguardie del mondo cattolico, che non gli hanno mai perdonato il coraggioso gesto della rinuncia, col quale ha concretamente dimostrato che il potere non è tutto nella vita di un uomo, né il fatto che quel gesto fu anche (diamogli finalmente nome e cognome) un atto di vera e propria insubordinazione. Ma non è tutto: l’umile eremita del Morrone sconta ancora oggi la pena dell’ ostracismo, perché è accusato di aver instaurato un rapporto diretto con Dio, prescindendo dalla mediazione delle gerarchie ecclesiastiche; di essere stato formalmente un benedettino, ma sostanzialmente un francescano, un francescano di rottura, pauperista, "testamentario".

E non gli è stata perdonata, infine, la sua ostinazione, il suo temperamento forte, "meridionale", il suo agire riservato e taciturno, in una società come la nostra dove trionfa il presenzialismo e il vaniloquio. Consiste in ciò la vera pericolosità di Pietro da Morrone. Il suo messaggio è devastante, perché, ove divulgato e recepito, manderebbe in frantumi la fatua impalcatura costruita dai venditori di felicità a prezzi stracciati. Non è certo un caso se la figura e l’opera di Pietro da Morrone sono stati rimossi dai testi di storia. Non è un caso se la ricerca del materiale che narra la vicenda di questo straordinario e sfortunato eroe medievale è talmente proibitiva da sfiancare anche il più ostinato investigatore.

E’ superfluo aggiungere che se sulla sua vita è stato steso il velo della rimozione, sulla sua morte è stato disposto un vero e proprio "silenzio di Stato". Evidentemente la morte di Celestino V non è proprio una di quelle morti che pesano come una piuma. Evidentemente c’è chi teme che quella verità porti con sé lo stravolgimento di chissà quali equilibri politico-religiosi. Ma quella verità non può più essere occultata, perché incombe su di noi oggi più che mai. Basti pensare che il presunto mandante di quell’omicidio fu papa Bonifacio VIII, "quello che inventò il Giubileo" Rendere giustizia (tentare di rendere giustizia) a tutti, alla vittima, come al presunto colpevole, è oggi possibile e necessario. Indagare sul "delitto Celestino" significa gettare uno sguardo sul nostro non lontano passato, un passato che non può lasciarci indifferenti anche se, ormai proiettati nel terzo millennio, riteniamo di aver acquisito una sorta d’immunità dalla barbarie. Forse non è cosi, forse la barbarie è ancora tra noi!

ANTONIO GRANO del Centro Studi e Ricerche "Celestino V"

l' Autore ha scritto recentemente

La leggenda del chiodo assassino
(tutte le verità sulla morte di Pietro
da Morrone che fu Papa Celestino)
Prefazione di Mons. Andrea Gemma

Napoli 1998. Tommaso Marotta Edit.
pp 250, L.25.000 (13.5 Euro)

Dalla prefazione di Mons. Andrea Gemma

"L'autore di queste pagine, veramente sine ira et studio, ma con una documentazione inoppugnabile e rigorosamente comparata, passa in rassegna le varie ipotesi, vaglia e giudica, apprezza e demolisce con una freddezza direi sconcertante, per cui ciò che egli dice risulta straordinariamente convincente". Alla fine, invano si cercherebbe in questa catasta di documentazione una benchè minima propensione diremmo così sentimentale verso l'una o l'altra ipotesi. Il Grano si accontenta -e lo fa con l'arma del rigoroso ragionamento non senza condirlo con quell'ironia sottile che i grandi maestri conoscono e che talvolta rasenta il sarcasmo- di accatastare prove e controprove, argomentazioni e deduzioni, per cui le conclusioni vengono da se e chi si azzardi a replicare si trova inesorabilmente spiazzato.
Penso che quelli che cadono sotto la mannaia documentativa di queste pagine difficilmente potranno rialzarsi".


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Centro Studi e Ricerche "CELESTINO V"
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86070 Macchia D'Isernia (IS)


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Un altro capitolo su Celestino.

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per maggiori approfondimenti...
http://www.homolaicus.com/storia/storia.htm

CELESTINO V FU DAVVERO UN VILE?

Perché Dante considerò papa Celestino V un "vile" (Inferno, III, 60)?

Dopo aver accettato il pontificato nel 1294, all'età di 79 anni, Celestino V -pressato dalle forze integraliste della curia romana- abdicò dopo solo cinque mesi e morì nel 1296. Era un benedettino, ma di tipo eremitico. Le sue origini sociali erano contadine.

Perché dunque accettò l'incarico? Probabilmente per "spirito di obbedienza", o forse perché s'illudeva di poter dare un contributo alla risoluzione della crisi generale della chiesa, o forse perché non aveva capito le strumentalizzazioni che si stavano operando dietro la sua nomina…

Fatto sta che anche il Petrarca lo considerò un "vile" (De vita solitaria, III, 27). Tuttavia -a differenza di Dante, che vedeva le cose in maniera alquanto idealistica-, il Petrarca ritenne che quella rinuncia fosse stata "utile a lui e al mondo per l'inesperienza degli affari, perché era uomo di assidua contemplazione, per l'amore alla solitudine".

Il Petrarca, in un certo senso, mostrava più pragmatismo di Dante, per quanto nessuno dei due mise mai in discussione il fatto che il papato dovesse avere un ruolo politico.

Dante infatti voleva un pontefice disposto a collaborare, alla pari, coll'imperatore: quale delusione dovette subire quando vide che dopo Celestino salì al soglio Bonifacio VIII, la quintessenza del conservatorismo! Proprio Bonifacio VIII sarà causa del suo esilio da Firenze e -a suo giudizio- causa ultima della rovina della stessa città.

Viceversa, il Petrarca voleva soltanto un pontefice "capace", "affidabile", come avrebbe dovuto essere nella migliore tradizione della chiesa cattolica.

Nessuno dei due seppe mai valorizzare, sul piano umano e politico, il rifiuto di Celestino V.

Va però detto che Dante non nomina mai il pontefice, pur essendo l'unico ch'egli riconosca nel girone degli ignavi.

Probabilmente ciò è dovuto al fatto che, pur dovendolo condannare, come politico, alle pene eterne dell'inferno, come uomo invece non se la sente d'infierire su un personaggio la cui unica colpa fu la debolezza di non saper regnare. Ecco perché lo riconosce soltanto, senza incontrarlo.

Dante non può mettersi a parlare sul piano umano con una persona cui non riconosce neppure il titolo di "avversario politico".

Dante sta a Machiavelli come Petrarca sta a Guicciardini.

Enrico Galavotti galarico@inwind.it

 

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