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WILLHELM GOTTFRIED LEIBNIZ

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LEIBNIZ WILHELM GOTTFRIED (1646-1716)  Nacque a Lipsia e si laureò in giurisprudenza a Norimberga. Tra le varie opere compose gli Acta eruditorum (1684), il Discorso di metafisica (1686) i Nuovi saggi sull’intelletto umano (1690) e il Saggio di teodicea. Si occupò di giurisprudenza, di storia, di teologia, di matematica e di fisica. 

LEIBNIZ  uomo di vasti e grandiosi progetti, si applicò alla soluzione dei più diversi problemi. Nella sua dottrina afferma l’ordine del mondo: vede in esso una libera creazione di Dio e si sforza di conciliare il meccanicismo  con il finalismo, la nuova scienza della natura con i principi della metafisica

(MECCANICISMO: "Teoria filosofica che ammette come unici principi della realtà la materia ed il movimento, e che riconduce l’insieme degli avvenimenti alle leggi del moto, escludendo il ricorso ai principi finalistici. Tutta la realtà è interpretabile come una concatenazione di cause ed effetti; tutti i fenomeni naturali sono prodotti esclusivamente dal movimento dei corpi nello spazio, senza che si verifichi alcun cambiamento qualitativo." - Dal "Dizionario di filosofia e scienze umane", Emilio Morselli, Carlo Signorelli editore.)
(FINALISMO: "concezione filosofica che sostiene esservi una finalità anche nell’ordinamento della natura, analoga a quell’intenzionalità che guida gli atti degli uomini quando si propongono di raggiungere un fine usando determinati mezzi. Il Finalismo, già criticato nell’antichità dall’atomismo, si scontrò con il meccanicismo, quando ebbe inizio lo sviluppo della scienza moderna". - Dal dizionario di letteratura, arte, cinema e scienze umane.)
(METAFISICA titolo assegnato nel primo secolo a.C. a quegli scritti di Aristotele che riguardavano le cause prime della realtà in quanto collocati dopo (meta) quelli che trattavano delle cose naturali (physikà). Ha assunto questo nome ogni dottrina che si presenti come scienza teoretica della realtà assoluta, che cerchi l’essenza immutabile delle cose, le cause e i principi primi dell’essere in quanto essere; prescindendo da qualsiasi dato dell’esperienza.)

Il pensiero che domina tutte le sue multiformi attività di Leibniz  è questo: esiste un ordine, non geometricamente determinato e quindi necessario, ma spontaneamente organizzato e quindi libero. Leibniz ha cercato di comprendere quest’ordine in tutti i campi dello scibile. 

Possiamo immediatamente notare la differenza che c’è tra questa concezione e quella di Spinoza (1), per il quale c’è un solo ordine causale, univoco e necessario, che è Dio stesso. Al contrario Leibniz presenta Dio come colui che ha scelto tra i vari ordini possibili dell’universo il migliore o più perfetto. 

Secondo Leibniz esistono due tipi di verità quelle di ragione e quelle di fatto: le prime sono verità assolutamente necessarie che riguardano il mondo della logica e che risultano fondate sul principio di identità e di non-contraddizione, ma esse non sono applicabili alla realtà empirica; le seconde sono le verità contingenti che concernono la realtà effettiva e che, al contrario delle prime, si fondano sul principio di ragion sufficiente (in virtù del quale nessun fatto può essere vero o esistente senza che vi sia una ragione sufficiente perché sia così e non altrimenti, ovvero esso spiega senza necessitare). 

Il principio di ragion sufficiente implica la causa finale; e su questo punto Leibniz si stacca da Cartesio (2) e Spinoza per riallacciarsi alla metafisica scolastica.

Il soggetto, sia nella verità di ragione e tanto più in quella di fatto, deve contenere la ragion sufficiente del suo predicato; Leibniz chiama questo soggetto sostanza individuale. Tale concetto è al centro della metafisica di Leibniz. L’uomo, che non ha una nozione compiuta della sostanza individuale, è costretto a desumere dall’esperienza o dalla storia gli attributi che le si riferiscono, mentre Dio, la cui conoscenza è perfetta, può scorgere in ogni sostanza la ragion sufficiente di tutti i suoi predicati; e pertanto la conoscenza di questa catena in fondo trasforma l’insieme delle ragioni sufficienti, in verità di fatto.

La natura non costituisce, per Leibniz, un’eccezione al carattere non necessario dell’ordine universale. Egli formulò la "legge della continuità", cioè quel principio secondo cui la natura non fa mai salti. Applicando questo principio giunse al rifiuto dell’atomismo, poiché per passare dal piccolo al grande o viceversa bisogna passare attraverso infiniti gradi intermedi e di conseguenza la materia può essere divisa all’infinito e non ci possiamo fermare agli atomi.

Egli aderì alla nuova concezione fisica, che al contrario di quella cartesiana, vedeva nella forza l’elemento originario, mentre secondo Cartesio gli elementi originari del mondo fisico erano l’estensione e il movimento; il principio cartesiano della immutabilità della quantità di movimento venne sostituito col principio di conservazione della forza o azione motrice. 
Ciò che rimane costante nei corpi che si trovano in un sistema isolato non è la quantità di movimento (Q=MV), ma la quantità di azione motrice o forza viva (oggi diremmo l’energia cinetica: E=1/2MV2). Leibniz considera perciò la forza come la vera realtà dei corpi assai più reale del movimento, il quale come lo spazio e il tempo non è reale di per se stesso. 

Ci sono due tipi di forze quella passiva che costituisce la massa di un corpo ed è la resistenza che il corpo oppone alla penetrazione del movimento e quella attiva che è tendenza all’azione.

Leibniz introduce il concetto di monade con il quale estende al mondo fisico il suo concetto dell’ordine contingente, cioè unifica il realtà fisica e il quella spirituale in un ordine universale libero. Estende però anche il concetto di forza alle realtà metafisiche, infatti le monadi sono intese come punti di energia rappresentativa. Esse sono "atomi spirituali", sostanze semplici, senza parti, e quindi prive di estensione o di figura e indivisibili. Come tali sono l’una diversa dall’altra (da qui il principio della "identità degli indiscernibili"), eterne e non si possono disgregare: solo Dio può crearle o annullarle. I gradi di perfezione delle monadi sono determinati dal grado delle loro percezioni. Dio è la monade delle monadi, poiché al contrario delle altre monadi rappresenta il mondo da tutti i possibili punti di vista.
Anche la materia è costituita da monadi ed è infinitamente divisibile in quanto è un aggregato di sostanze spirituali. Esistono due tipi di materia: la materia prima che è la potenza passiva che è nella monade e che la costituisce insieme alla potenza attiva, e la materia seconda intesa come aggregato di monadi.
Tutte le monadi sono perfettamente chiuse in se stesse, cioè senza possibilità di comunicare direttamente l’una con l’altra; nello stesso tempo ognuna è legata all’altra, poiché ognuna è un aspetto del mondo, ovvero una rappresentazione più o meno chiara di tutte le altre monadi. 

Da qui la dottrina dell’armonia prestabilita: per essa l’anima e il corpo seguono ognuno le proprie leggi, ma l’accordo è stato stabilito da Dio nell’atto di dare questi leggi, perciò anima e corpo sono in ogni istante in armonia. 

All’idea fondamentale di un ordine contingente si connette la scoperta del calcolo infinitesimale, infatti un ordine di questo genere suppone una continuità fra le cose, gli enti o le idee da cui risulta. La continuità a sua volta suppone di considerare le differenze minime o infinitesimi, da qui l’esigenza di trovare nuovi strumenti di calcolo che considerino un’infinità di grandezze infinitesime. 

Il contributo di Leibniz al calcolo infinitesimale non consiste tanto in nuovi risultati, Newton  (3) lo aveva anticipato, quanto nell’aver trovato i simboli, che sono tutt’oggi usati, che rendono possibile effettuare le ricerche infinitesimali.


(1) SPINOZA BARUCH DE (1632- 1677) Nacque ad Amsterdam da una famiglia ebraica che era stata costretta ad abbandonare la Spagna per intolleranza religiosa. Fu educato nella comunità israelitica di Amsterdam, ma nel 1656 fu scomunicato ed espulso da essa per "eresie pratiche ed insegnate". La sua fu un’esistenza appartata e dedita al sapere. La prima opera cui attese fu un "Trattato su Dio e l’uomo e la sua felicità"; nel 1663 pubblicò "Principi di filosofia cartesiana". Scrisse anche il "Trattato teologico-politico", ma senza dubbio la sua opera fondamentale fu: "Etica ordine geometrico demonstrata".Relatore: Marco Cascianini.

(2) DESCARTES RENè (CARTESIO) (1596-1650). Importante filosofo la cui personalità segna una svolta decisiva dal Rinascimento all’età moderna. Fu educato nel collegio dei gesuiti a La Flèche, dove rimase fino al 1612. Morì a Stoccolma a causa della polmonite. Tra le sue opere, di capitale importanza sono i tre saggi intitolati La diottrica, Le Meteore e La Geometria, ai quali premise una prefazione intitolata Discorso sul Metodo e che pubblicò nel 1637. Compose inoltre il Mondo, poi rielaborato sotto forma di sommario destinato alle scuole e con il titolo Principi della filosofia (1644).

(3) NEWTON ISAAC (1642-1727) Nacque a Woolsthorpe il giorno di Natale dello stesso anno in cui morì Galileo. Nel 1661 entrò a Cambridge dove ebbe come maestro il matematico Isaac Barrow, a cui successe nella cattedra di matematica nel 1669. Cominciò da allora il periodo più fecondo di scoperte. Si occupò di ottica, ideando il telescopio a riflessione, di fisica, occupandosi della rifrazione della luce bianca, e soprattutto compose una delle più grandi opere scientifiche di tutti i tempi: Philosophiae Naturalis Principia Mathematica (1687). Dopo tale pubblicazione e fino alla morte ricevette vari e importanti incarichi di carattere scientifico, mondano e politico.

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