GERMANIA DEL DOPOGUERRA 1918-1933

 DAL DOPOGUERRA A WEIMAR  

Una repubblica
senza 
repubblicani

Alla fine della prima Guerra mondiale
comincia un esperimento democratico che segnerà il futuro dell’Europa

di ALESSANDRO FRIGERIO

"Merita la libertà soltanto colui che la conquista giorno dopo giorno", così ammoniva Wolfgang Goethe. E il motto potrebbe ben figurare come epigrafe sul palazzo della cittadina di Weimar – così ricca di ricordi del grande scrittore e del romanticismo tedesco – dove dal febbraio al luglio del 1919 si riunì l’Assemblea costituente che diede vita alla costituzione di quella che è passata alla storia come Repubblica di Weimar. Epigrafe ammonitrice, perché libertà e democrazia caddero in testa alla Germania guglielmina alla fine della prima guerra mondiale senza che quasi nessuno le avesse invocate. E sopravvissero tra l’indifferenza dei più fino al 1933, quando Hitler mise tutto nel cassetto senza suscitare il minimo rimpianto.

La storia della Repubblica di Weimar, quindi, come cronaca di un fallimento conseguito grazie alla scarsa legittimazione popolare, ma anche con il concorso delle migliori intenzioni. Come quelle enunciate nella carta costituzionale: elaborata da eminenti studiosi, all’epoca fu considerata un gioiello di liberalità, basata com’era su di un delicato mélange di parlamentarismo e presidenzialismo, e con un Reichstag che, eletto attraverso il democraticissimo sistema proporzionale, si rivelò scrupoloso garante della rappresentatività ma assai meno della governabilità. Con eguale sfoggio di democraticità, nel 1933 la costituzione di Weimar consentirà al nazismo di prendere il potere in modo assolutamente legale. Weimar però non fu solo un esperimento di astratta alchimia politica. La prima repubblica tedesca non è pensabile senza il trauma della sconfitta, senza le clausole del trattato di pace, senza il fervore rivoluzionario comunista e il feroce nazionalismo di quegli anni. La guerra, nella cui vittoria quasi tutti in Germania avevano creduto sino all’ottobre del 1918, aveva logorato fino allo stremo l’esercito, l’economia del Paese e la sua stessa struttura sociale.

LA CADUTA DELLA MONARCHIA

 L’armistizio che pose fine alle ostilità tra le forze dell’Intesa e gli Imperi centrali era basato sui Quattordici punti enunciati dal presidente americano Wilson (tra i punti fondamentali la riduzione degli armamenti, la libertà dei mari, la sistemazione pacifica delle questioni coloniali e la revisione delle frontiere in Europa centrale in base al principio dell’autodeterminazione), ma in extremis si aggiunse come precondizione una trasformazione istituzionale della Germania stessa: in poche parole il Kaiser Guglielmo II e il capo di stato maggiore dell’esercito Ludendorff, considerati responsabili della guerra, dovevano andarsene. Né l’esercito esausto, fino ad allora sacro depositario dei valori imperiali, ne la popolazione ormai alla fame si opposero alle richieste alleate. Come ebbe modo di dire Walther Rathenau, il patron della Aeg e futuro ministro degli esteri: «Quella che si chiama rivoluzione tedesca è lo sciopero generale di un esercito sconfitto».
Ad imitazione dell’esempio russo, all’inizio del novembre del 1918 si erano costituiti un po’ in tutto il Paese consigli di operai e soldati, alcuni reparti della Marina si erano ammutinati, a Berlino gli scioperi si susseguivano uno dopo l’altro e anche i soldati della riserva di stanza nella capitale erano ormai in rivolta.

A Monaco, le mai sopite istanze secessioniste della Baviera portarono alla costituzione di un governo socialisteggiante. In questo clima ormai assai prossimo alla rivoluzione totale, il 9 novembre 1918 la repubblica fu proclamata dai leader socialdemocratici Friedrich Ebert e Philipp Scheidemann da un balcone del Reichstag. Nessuno sapeva ancora come sarebbe stata, quel che appariva certo è che più che una conquista democratica della nazione la repubblica nasceva come un estremo rimedio per impedire torbidi peggiori. Del resto le tensioni sociali non svaporarono subito. Tra i socialdemocratici alla guida del governo legittimo e i rivoluzionari comunisti capeggiati da Karl Liebknecht e Rosa Luxemburg si svolse ancora, nelle strade e nelle piazze tedesche, una lotta per la conquista del potere che durerà fino all’anno successivo.

RIVOLUZIONE MANCATA  

Obiettivo dell’estrema sinistra era quello di riproporre una rivoluzione di tipo bolscevico, ma a differenza dell’ottobre 1917 russo qui la minoranza rivoluzionaria non era riuscita ad infiltrarsi nella struttura amministrativa statale e neanche ad ottenere il controllo nei vari soviet operai e militari formatisi spontaneamente nel Paese. Gli stessi Liebknecht e Luxemburg – contrariamente a Lenin, impadronitosi del potere con un abile colpo di mano di una minoranza spacciato poi per insurrezione popolare – confidavano ottimisticamente in una spontanea rivolta operaia che sarebbe scoccata, magicamente, da una serie ininterrotta di scioperi e manifestazioni.

Ma le divisioni interne, la spietata repressione del governo e il freddo inverno berlinese spensero gli ardori rivoluzionari. Karl Liebknecht e Rosa Luxemburg furono arrestati e poi assassinati da un gruppo paramilitare nel gennaio 1919; altri scioperi e timidi tentativi insurrezionali a Brema e a Monaco furono stroncati nei mesi successivi. «I Tedeschi non assalterebbero una stazione ferroviaria senza aver prima acquistato il biglietto d’ingresso», così osservò malignamente Lenin dopo il fiasco di una rivoluzione che riteneva a portata di mano. La frattura lacerante tra socialdemocratici al governo e comunisti nelle piazze sarà così aspra da compromettere successivamente la possibilità di un fronte comune di forze progressiste anche di fronte all’avvento del nazismo.

Una ulteriore spada di Damocle sospesa sul futuro della neonata repubblica era rappresentata dalle clausole del trattato di pace. La Francia, in barba ai principi enunciati da Wilson, era ben determinata a salvaguardarsi definitivamente dal militarismo tedesco, e per fare ciò, al grido della parola d’ordine l’Allemagne paiera, chiedeva il controllo della riva occidentale del Reno sotto forma di annessioni territoriali o con la creazione di uno stato cuscinetto, il disarmo perpetuo della Germania e il pagamento di pesanti riparazioni. Tutto ciò in contrasto con Gran Bretagna e Stati Uniti, che ritenevano fosse più costruttivo per un futuro di pace una limitazione generale degli armamenti e un atteggiamento meno mortificante contro i vinti; oltretutto, per le potenze occidentali un’entità statale forte al centro dell’Europa sarebbe stata un ottimo baluardo contro il temuto dilagare del fenomeno bolscevico.


GLI SQUILIBRI SOCIALI

  Il trattato firmato a Versailles nel giugno del 1919 scontentava però sia le pretese della Francia sia le speranze tedesche di un atteggiamento magnanimo. L’Alsazia e la Lorena tornavano alla Francia; la Polonia riceveva la Posnania e l’Alta Slesia mentre Danzica era costituita in città libera; le colonie e i protettorati tedeschi venivano spartite tra le potenze vincitrici; la Renania rimaneva in mano alla Germania ma con l’impedimento di installarvi truppe o costruirvi fortificazioni; i bacini carboniferi della Saar erano concessi per quindici anni alla Francia, passati i quali un plebiscito avrebbe deciso il futuro della regione; l’esercito tedesco veniva ridotto a 100 000 effettivi, la marina a 16 000, l’aeronautica vietata; infine le riparazioni in denaro che, dopo complicati conteggi, furono fissate nel 1921 nell’enorme cifra di 269 miliardi di marchi-oro pagabili in quarant’anni, scontati poi in 132 miliardi per trent’anni.

Insomma, le clausole esclusivamente punitive del trattato di pace rappresentarono negli anni a venire un motivo di turbamento del delicato equilibrio su cui poggiava la nuova repubblica. Il trattato, accettato per necessità, fu definito, non solo dai partiti di destra ma anche da quelli di centro e dai socialdemocratici, come un vero e proprio diktat, ovvero come una imposizione di cui ottenere una futura revisione. Oltre a tutto ciò, a rendere instabile tutto il quadro contribuiva il sovrapporsi e l’intersecarsi di nuove e vecchie strutture sociali. Abbiamo già visto come la frattura tra socialdemocratici e comunisti, che si dividevano i voti del proletariato, fosse ormai incolmabile: i primi sostenevano la repubblica, i secondi la consideravano una creatura borghese. Ma anche la borghesia non era compattamente unita a difesa delle istituzioni: la ricca borghesia industriale sperava solo di veder riaffermato il proprio potere, mentre la piccola borghesia, composta da impiegati e funzionari pubblici e indifesa sotto il profilo sindacale, oscillava tra la destra e l’estrema sinistra.

TENTATIVO DI PUTSCH  

La vecchia nobiltà, priva ormai degli antichi privilegi, sognava la restaurazione dell’Impero. Infine tra i contadini – per tradizione vicini ai partiti conservatori – era molto forte l’influenza del centro cattolico. Un discorso a parte merita l’esercito, la Reichswer. Rimasto sotto il controllo degli ufficiali provenienti dallo stato maggiore imperiale e ridotto drasticamente, fornì con la massa degli ufficiali e dei sottufficiali smobilitati una base di reclutamento per l’estrema destra. In questo clima nacque la Repubblica di Weimar. E dopo la sua proclamazione le tensioni non si esaurirono, ma durarono anzi fino a tutto il 1923. Nel marzo 1920 si ebbe il fallito putsch guidato da Wolfgang Kapp, che, sostenuto da squadre armate (i Freikorps) reclutate fra soldati e ufficiali smobilitati, per quattro giorni tenne in scacco Berlino autoproclamandosi cancelliere. I numerosi gruppi nazionalistici estremisti scatenarono un’ondata di terrore contro i marxisti e anche contro importanti esponenti del governo.

Il ministro delle finanze Matthias Erzberger fu assassinato nell’agosto del 1921 e stessa sorte toccò al ministro degli esteri Walther Rathenau, assassinato nel giugno del 1922: il primo si era "macchiato" della colpa di aver firmato l’armistizio, il secondo pagò la sua disponibilità ad una intesa con le potenze alleate sulle riparazioni. Proprio in questo periodo iniziò a salire alla ribalta la città di Monaco come centrale del nazionalismo più esasperato. Qui aveva messo radici il generale LUDENDORFF, schieratosi con l’estrema destra, e qui ADOLF HITLER stava fondando il suo partito nazionalsocialista (NSDAP), lanciando strali contro i marxisti, gli ebrei e le potenze vincitrici, tutti insieme considerati responsabili della sconfitta e sabotatori della rinascita dello spirito nazionale tedesco. Benzina sul fuoco della propaganda nazista fu gettata dalla profonda crisi, legata al problema delle riparazioni, scoppiata nel 1923. La Francia, di fronte alle esitazioni del governo tedesco a pagare i danni di guerra stabiliti dalla commissione alleata, nel gennaio di quell’anno invase il territorio della Ruhr.

UN PERIODO DI STABILITA’ 

L’obiettivo era contemporaneamente economico e politico: far sentire alla Germania il peso della sconfitta e ottenere il controllo delle risorse minerarie e industriali della Ruhr per prendere direttamente quel che i Tedeschi non volevano consegnare. Il risultato fu un crollo del marco, la rovina economica per milioni di salariati, pensionati e piccoli risparmiatori e il riacutizzarsi dell’estremismo di destra e di sinistra. Salito al potere (agosto 1923) in questo delicato frangente, toccò al leader del partito popolare Gustav STRESEMANN risolvere la situazione.
Il suo operato politico si indirizzò subito verso due obbiettivi a breve termine: porre fine agli attriti con la Francia e mettere a tacere gli estremismi all’interno del Paese. Cessati gli scioperi e le agitazioni nelle zona occupate della Ruhr, il governo riallacciò i contatti con gli alleati in merito allo spinoso problema delle riparazioni. Sul piano della politica interna, invece, Stresemann procedette allo scioglimento dei governi a forte presenza comunista della Sassonia e della Turingia, soppresse un tentativo rivoluzionario marxista nell’ottobre del 1923 ad Amburgo e represse, in novembre, un altro putsch, questa volta a Monaco, organizzato da Ludendorff e Hitler.

La credibilità dell’opera avviata da Stresemann, nel frattempo passato al dicastero degli esteri dove rimarrà fino alla morte nel 1929, consentì infine di risolvere anche il difficile problema delle riparazioni contemporaneamente a quello vitale della ripresa economica e industriale tedesca. Nel 1924 con il piano del finanziere americano DAWES si giunse alla concessione di rilevanti prestiti americani e inglesi alla Germania: si comprese che se la macchina produttiva tedesca fosse stata messa in grado di lavorare a pieno ritmo, forse anche le riparazioni avrebbero potuto essere pagate e i prestiti sarebbero stati rimborsati.

Il piano Dawes, attenuando il contrasto tra la Germania e i vincitori, sembrò inaugurare una fase di distensione dei rapporti internazionali. La disponibilità alla trattativa di Stresemann, incontratasi con un analogo atteggiamento del ministro degli esteri francese Aristide BRIAND, sfociò nel Patto di Locarno (1925) che garantì le frontiere francesi e belghe con la Germania, il riconoscimento da parte tedesca del trattato di Versailles e il ritiro delle truppe francesi dalla Renania.

ORIZZONTI DI GLORIA  

La conciliazione tra le due grandi nemiche fu sancita anche dal premio Nobel per la pace assegnato quell’anno ai due ministri degli esteri artefici della distensione. «Dopo anni di esasperazione e di amarezza – scriveva in quel periodo il Berliner Tageblatt – un nuovo spirito soffia sull’Europa. Dal punto di vista politico ieri è morta l’Intesa. Essa ha cessato di esistere, e con essa l’accerchiamento psicologico e politico del popolo tedesco. La Germania è ora divenuta socia degli Alleati». Sul piano interno la fiducia nell’economia tedesca rinacque; la produzione industriale e agricola raggiunse e finanche superò i valori anteguerra; si inaugurarono ambiziosi programmi di edilizia popolare e di lavori pubblici; la disoccupazione diminuì e il marco si stabilizzò. 

Tra il 1925 e il 1927 Hitler, ancora semisconosciuto politicante di provincia, aveva dato alle stampe un prolisso e farraginoso libro dal titolo Mein Kampf (La mia battaglia) dove spiegava che: «La concezione nazionalpopolare del mondo deve prima o poi riuscire a dar vita a una più nobile epoca, un’era in cui gli uomini non si preoccuperanno più di migliorare le razze di cani, cavalli e gatti, bensì di tirar su in alto l’uomo stesso». L’editore, pur sconcertato dalla tediosità e dalla rigidezza logorroica del manoscritto, lo pubblicò lo stesso, incassando un più che prevedibile fiasco editoriale. 

ma  nella Repubblica di Weimar 

mascherato da democratico sale al potere ADOLF HITLER > 

 


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