LA GERMANIA DI WEIMAR  - 1918-1933

Mascherato da democratico
ADOLF HITLER
sale al potere



Responsabilità dei partiti: la rigidità ideologica
impedì loro di bloccare l'ascesa del nazismo


di ALESSANDRO FRIGERIO

Fino quasi alla fine degli anni Venti la stabilità interna e la credibilità internazionale della Repubblica di Weimar parevano un dato di fatto ormai definitivamente acquisito. In fondo, la neonata Germania repubblicana era riuscita a tener testa agli scioperi, ai putsch e ai tentativi rivoluzionari vissuti nei suoi primi turbinosi anni di vita. L'economia era in ripresa, l'inflazione e la disoccupazione erano rientrati entro valori più che accettabili. Il peggio sembrava passato. Una coalizione di partiti centristi guidava il Paese, pur con una maggioranza risicata e sempre a rischio. Ma in fondo stabilità e governo forte non hanno mai fatto parte del patrimonio genetico della democrazia.

L'inizio della fine: dall'elezione di Hindenburg alla grande crisi del 1929. 

La prima crepa nella appena stabilizzata struttura si aprì nel 1925 con la morte del presidente e padre della repubblica Friedrich Ebert. Il voto a suffragio universale premiò di misura il vecchio maresciallo Hindenburg, grazie al consenso dei monarchici, dei conservatori e di strati della borghesia. Socialdemocratici e comunisti, ormai storicamente divisi, presentarono candidati diversi (che assieme raccolsero più voti di Hindenburg) e si condannarono alla sconfitta. Nulla però era ancora compromesso. Certo, per i suoi elettori Hindenburg era il conservatore che più conservatore non si può, il militare che da ufficiale a comandante supremo dell'esercito aveva incarnato la storia del secondo Reich, insomma il monarchico nostalgico dell'impero che avrebbe restituito fasto e grandezza alla Germania. Tuttavia l'opposizione ne aveva apprezzato il giuramento di fedeltà alla Repubblica e forse più ancora l'età (aveva 78 anni), che oltre ad una garanzia contro eventuali colpi di testa lasciava sperare in un rapido ritorno alle urne.

ESTREMISMI SCATENATI 

La prima crepa nel sistema era altrove: con l'elezione di Hindenburg, socialdemocratici e comunisti, che unendo le forze avrebbero potuto eleggere un loro candidato, dimostrarono agli avversari la loro incapacità di coalizzarsi. Fu la crisi del 1929 che, colpendo con forza inaspettata l'economia tedesca, diede fiato alle trombe di tutti gli estremismi, rompendo il delicato equilibrio fino ad allora raggiunto. Il crollo della borsa di Wall Street spinse gli investitori americani a ritirare i loro investimenti. Paesi come la Germania, che facevano affidamento soprattutto su prestiti statunitensi, videro ridursi l'afflusso di capitale e furono costretti a sospendere i lavori pubblici, gli investimenti, e a procedere ai licenziamenti. Alcuni istituti bancari tedeschi e austriaci fallirono nel corso dei due anni successivi. I prezzi delle derrate agricole, già in calo dal 1928, crollarono vertiginosamente. Nel 1932 la produzione industriale era ormai diminuita del 50 per cento rispetto a quella del 1929, mentre la disoccupazione passò nello stesso periodo da un milione e mezzo a sei milioni.

Due partiti trassero da questi sconquassi dei vantaggi immediati: quello comunista e quello nazionalsocialista. I nazisti, in particolare, riuscirono a compiere un incredibile balzo in avanti: dal poco più di mezzo milione di voti ottenuti nelle consultazioni del 1928, raggiunsero i sei milioni e mezzo di voti in quelle del 1930, diventando il secondo partito tedesco. Sul piano squisitamente politico il governo socialdemocratico di Hermann Müller, alle redini dal 1928, fu spazzato dalla crisi. Incapace di portare a termine una politica deflazionistica di tagli alle spese (e di tagli ai sussidi di disoccupazione) fu sostituito nel 1930 da una maggioranza guidata da un austero cattolico di orientamento centrista, Heinrich Brüning. Al grande successo elettorale del 1930 HITLER non era arrivato seguendo un percorso rettilineo. Dalla sua costituzione, il partito nazista era infatti andato incontro sì a successi ma anche a disfatte, che avevano fatto temere al suo fondatore la scomparsa di tutto il movimento.

ALTI E BASSI DEL NAZISMO 

Nato nel 1920, il partito nazionalsocialista inizialmente non era più che uno sparuto movimento locale bavarese, violentemente nazionalista, anticomunista e antidemocratico. Il cosiddetto "putsch della birreria", tentato da Hitler a Monaco nel 1923 e conclusosi ingloriosamente con la sua carcerazione (dei cinque anni comminati ne scontò però uno solo), sembrò quindi porre fine all'avventura un po' sguaiata delle camice brune, che ancora non godevano di finanziamenti e appoggi altolocati. Nelle corso delle due tornate elettorali del 1924 i suffragi dei nazisti scivolarono dal 6,6 per cento fino a un modesto 3 per cento.
Furono proprio la pausa forzata in galera e lo smacco di queste elezioni a spingere Hitler all'elaborazione concreta della dottrina nazista e a individuare una nuova strategia per la conquista del potere. Le basi ideologiche del nazismo si basavano sull'individuazione precisa dei "nemici" della Germania. 

Se i nemici esterni erano le potenze vincitrici della prima guerra mondiale, quelli interni erano incarnati dal marxismo e dal liberalismo. 

La lotta di classe e l'internazionalismo marxista corrompevano, attraverso i partiti della sinistra, le masse lavoratrici fiaccandone il senso di appartenenza nazionale. Il liberalismo, come tipica espressione dell'ideologia borghese, era anch'esso responsabile della corruzione della nazione con i suoi appelli alla competizione - economica e partitica - e all'individualismo. Ma la sintesi estrema del "nemico" era l'ebraismo, da cui, secondo Hitler, discendevano in fin dei conti il liberalismo, la democrazia e il marxismo. Collegato con il capitalismo plutocratico delle nazioni responsabili del trattato di Versailles e con il bolscevismo sovietico, l'ebraismo era come un Giano bifronte - capitalista e comunista al tempo stesso - che complottava contro la Germania. E per assicurare un futuro alla nazione, l'unica chance era eliminare i nemici, e con essi l'istituzione parlamentare, per sostituirvi un nuovo Reich privo di conflitti interni, con una struttura rigorosamente gerarchica, razzialmente puro e capace di espandere la sua potenza a est:

HITLER ALL'ATTACCO

  "... mettiamo fine alle continue puntate dei germanici verso l'Europa meridionale e occidentale - scrisse Hitler nel "Mein Kampf" -, per rivolgere lo sguardo alle terre d'Oriente. Una volta per tutte liquidiamo la politica coloniale e mercantile del periodo prebellico, e facciamo nostra la politica territoriale del futuro". Non si può certo dire che, già a metà degli anni Venti, tutti gli obiettivi politici nazionalsocialisti non fossero stati enunciati con estrema chiarezza.
Nel dicembre del 1924 Hitler uscì quindi di prigione con in mente una nuova strategia per il partito. Fallita l'ipotesi di una insurrezione violenta e forte dell'esempio mussoliniano, che aveva conquistato il potere senza colpo ferire e anzi ottenendo direttamente il mandato dal re, decise che la via da seguire era quella della legalità. Pur non rinunciando alle formazioni paramilitari, Hitler, aiutato dal già allora fido Joseph Goebbels, (VEDI PAGINE DEDICATE) si mise all'opera per ottenere il più alto numero di consensi al suo partito. Riuscì così ad accattivarsi le simpatie della piccola borghesia e degli ex combattenti facendo leva sul nazionalismo, di alcuni capitalisti per le istanze autoritarie e dirigiste contenute nel programma, di lavoratori e disoccupati delusi da socialdemocratici e comunisti. Insomma, le sue possibilità di successo erano strettamente legate a una contemporanea perdita di fiducia del popolo tedesco nei confronti della democrazia. E la crisi del 1929, acuendo le tensioni latenti, giunse in soccorso al nazismo.

Hitler, da parte sua, riuscì a stringere alleanze con i partiti nazionalisti e conservatori riuscendo però a mantenere ampi margini di manovra. Come ha scritto lo storico Joachim Fest: "L'alleanza fu il primo successo di una serie di trionfi tattici, ai quali si deve in notevole misura se Hitler è riuscito a progredire e alla fine a raggiungere il proprio obiettivo. La sua straordinaria capacità di farsi un'idea precisa delle situazioni, di penetrare l'intrico degli interessi, di cogliere le debolezze, di dar vita a coalizioni momentanee, in una parola la sua sensibilità tattica, resa vieppiù efficace dalla capacità di persuasione, ne ha favorito l'ascesa in misura almeno pari al suo talento oratorio, agli aiuti fornitigli dalla piazza, dagli industriali e dall'apparato giudiziario dello stato, oltre che alle azioni terroristiche delle camice brune".

LA REPUBBLICA SI SGRETOLA 

Gli iscritti al NSDAP (partito nazionalsocialista), che nel 1928 erano poco meno di 100.000, nel 1930 balzarono repentinamente a 400.000, per raggiungere il milione e mezzo nel 1932. Nelle elezioni del 1928 il partito aveva raccolto il 2,6 per cento dei suffragi, ma nelle elezioni del 1930 ottenne addirittura il 18,3 per cento. Il governo Brüning non aveva una maggioranza parlamentare stabile e omogenea al punto da consentirgli di affrontare di petto la crisi economica e l'instabilità politica. Il suo programma di aumento delle imposte e di tagli rigorosi alla spesa pubblica, varato nel 1930, non fu accettato dal Reichstag; così per cercare di attuarlo fu costretto a ricorrere all'articolo 48 della costituzione, che permetteva di governare per decreto-legge anche senza l'appoggio delle camere.
In cerca di una nuova maggioranza, Brüning indisse le elezioni per il settembre del 1930: svoltesi in un clima di crisi economica e di furiosa propaganda di destra contro l'istituzione stessa della Repubblica, queste elezioni si risolsero, come abbiamo già visto, in un grande successo dei nazisti (18,3 %) ma anche dei comunisti (13,1 %), mentre i socialdemocratici si confermarono pur sempre il più forte partito con il 24,5 per cento dei suffragi. La compagine governativa non guadagnava però in stabilità e il governo Brüning si trovò costretto a vivacchiare come prima.
Oltre alla debolezza di Brüning, un ulteriore segno di disfacimento fu costituito dalle elezioni presidenziali dell'aprile 1932. L'ottantaquattrenne feldmaresciallo Hindenburg si lasciò convincere a ripresentare la candidatura. Dopo un testa a testa con Hitler, ne uscì vincitore con il 53 per cento dei voti contro il 37 per cento del leader nazista. L'indice della debolezza della Repubblica era però nel fatto che questo antico e ormai decrepito rappresentante della Germania imperiale ("Hindenburg appare terribilmente vecchio - scrisse Brüning in quel periodo -... Del suo modo di presentarsi mi hanno impressionato la stanchezza e la goffaggine"), già candidato dei conservatori nel 1925, fosse ormai l'unica speranza cui potessero aggrapparsi i partiti democratici. Nulla appariva più sicuro, tutto sembrava possibile.

UN GOVERNO TRABALLANTE 

Poco più di un mese dopo, nel maggio 1932, cadeva il governo Brüning. Ormai decisamente impopolare ai suoi stessi sostenitori, di fronte al dilagare della violenza delle SA - le camicie brune di Ernst Röhm che costituivano il braccio armato del partito nazista - uno dei suoi ultimi atti fu almeno quello di proibire le associazioni paramilitari nazionalsocialiste. 
Dal governo von PAPEN a quello Schleicher: l'agonia prima di Hitler. Franz von Papen, secondo l'ambasciatore francese a Berlino, aveva "la caratteristica di non essere preso sul serio né dagli amici né dagli avversari", tuttavia era un nobile cattolico nelle grazie di Hindenburg e delle alte sfere dell'esercito, e ciò bastava. von Papen giunse a un modus vivendi con l'opposizione parlamentare nazista in cambio della promessa di nuove elezioni e della cancellazione delle misure anti-SA varate in extremis dal governo precedente. All'atto del suo insediamento a cancelliere, nel giugno del 1932, sciolse quindi le camere e si produsse in un discorso che suonava come una concessione alle idee e al linguaggio dei nazisti. Nella stessa ottica, sciolse il governo socialdemocratico prussiano che chiedeva energiche misure contro le violenze naziste.

Le elezioni tenutesi un mese dopo, segnarono un ulteriore trionfo nazista, il cui partito ottenne più di 13 milioni di voti, passando dal 18,3 al 37,4 per cento e diventando il più forte partito tedesco. Sulla falsariga del già fallimentare esempio italiano, von Papen era convinto che affidando ai nazisti una funzione di governo, sarebbe stato possibile stemperarne la carica rivoluzionaria e controllarne meglio le azioni. Decise quindi di offrire a Hitler il posto di vicecancelliere, ma questi rifiutò sdegnosamente. Hitler puntava ormai alla posta completa. Nei mesi successivi fu tutto un susseguirsi di manovre e di intrighi di von Papen per cercare di rinsaldare la maggioranza facendo a meno dei voti del partito nazista.

SI GIOCA L'ULTIMA CARTA 

Come ultima carta sciolse nuovamente il Reichstag e indisse ancora nuove elezioni per il novembre di quello stesso anno. I nazisti subirono una sconfitta, perdendo circa due milioni di voti, ma a rafforzarsi non furono i partiti moderati bensì l'altra ala estrema - altrettanto ostile alla Repubblica -, cioè il partito comunista. Nazisti e comunisti assieme, con poco più della metà dei seggi, potevano rendere vana qualsiasi formula di coalizione. Il margine di manovra per creare un saldo governo nell'ambito degli schieramenti democratici era ormai praticamente nulla. Papen fu così costretto a dimettersi. A sostituirlo venne chiamato, il 2 dicembre 1932, il generale Kurt von Schleicher. Senza una vera maggioranza alla Camera, senza l'appoggio dell'opinione pubblica del paese e con un programma fumoso e poco incisivo, il suo cancellierato era destinato a vita breve. Intanto, però, Hitler aveva preso contatti privati con Papen, che covava sentimenti di astio e rivalità nei confronti di Schleicher. 
In seguito a pressioni di von Papen sul vecchio Hindenburg - il quale da parte sua nutriva ben poca simpatia per Hitler - si suggerì di affidare il mandato al leader nazista. La speranza dei conservatori era di riportare, attraverso questa via, i nazisti nella legalità. 

Il 30 gennaio 1933 Adolf Hitler, come capo del partito di maggioranza, venne legalmente nominato cancelliere di un governo di coalizione. Von Papen, improbabile cane da guardia della Repubblica di Weimar, fu nominato vice-cancelliere.
La politica "legalitaria" di Hitler aveva dato i suoi frutti. In fondo il nuovo governo poteva ancora essere presentato come un successo di Papen in quanto comprendeva solo tre ministri nazisti. Ma di lì a poco tutto sarebbe cambiato. 

Con le elezioni successive, nel marzo 1933, - orchestrate dalla propaganda di GOEBBELS e funestate dall'incendio del Reichstag, che fornirà a Hitler il pretesto per introdurre leggi eccezionali e liberticide - seguite dal conferimento dei pieni poteri al cancelliere, la Repubblica di Weimar era storicamente finita. Gli studiosi e gli stessi personaggi politici che ne vissero l'esperienza, si sono in seguito più volte interrogati sui perché del fallimento della Repubblica di Weimar.

PERCHé WEIMAR CROLLò? 

Alcuni hanno addossato le colpe al clima di rancoroso nazionalismo creato dal trattato di Versailles, altri alla presenza di due grosse forze sinceramente antirepubblicane e antidemocratiche come il partito comunista di ispirazione bolscevica e il partito nazionalsocialista. Taluni hanno preferito vedervi il complotto di industriali, Junker e militari, oppure addossare tutto a una congenita tendenza antidemocratica dei Tedeschi. 
Tutte queste cause, assieme ad altre ancora, hanno in misura diversa contribuito all'eclissi del primo esperimento repubblicano in Germania. Tuttavia è difficile individuare in una sola di queste la causa fondamentale, cioè il vizio di origine che ha minato il sistema.
Tanto più che l'apparato dello stato è riuscito a resistere egregiamente ai tentativi rivoluzionari e golpisti tra il 1919 e il 1923 ma non ha poi saputo opporsi alla conquista legale del potere da parte del nazismo. Insomma, la Repubblica di Weimar si è dimostrata solida in situazioni d'emergenza, quando ha dovuto lottare corpo a corpo contro un nemico manifesto, ma si è dimostrata debole e vulnerabile nell'ordinaria amministrazione e di fronte all'insidia di avversari subdoli.

Possiamo quindi cercare di individuare sommariamente alcuni aspetti che più di altri hanno avuto un peso nel crepuscolo weimariano: i partiti, elemento fondamentale di una democrazia parlamentare, non riuscirono, per la loro esasperata ideologizzazione, ad applicare la logica democratica dell'accordo e del compromesso; il pagamento dei danni di guerra contribuì a rafforzare l'inflazione e la crisi economica nell'immediato dopoguerra e nel 1929; le mutilazioni territoriali stabilite a Versailles e l'attribuzione della colpa dello scatenamento della grande guerra posero le basi emotive per la nascita del nazismo, ma bisogna anche aggiungere che queste sedimentarono in una sorta di nazionalismo strisciante un po' in tutti i partiti politici.

OCCASIONE MANCATA 

Non va dimenticato inoltre che: la nascita della Repubblica dalla sconfitta consentì alla propaganda di estrema destra di stabilire l'uguaglianza: Repubblica=Tradimento del popolo e della nazione; il ceto medio e più in generale i lavoratori, cioè l'85 per cento della popolazione, non si sentivano attaccati all'istituzione repubblicana quanto invece ai propri partiti di appartenenza. Ne derivarono atteggiamenti intransigenti e impossibilità di creare maggioranze stabili. Per questo motivo la Repubblica di Weimar è stata definita "la repubblica senza repubblicani"; il sistema elettorale proporzionale, oltre a favorire la frammentazione dei partiti favorì gli estremismi. Un sistema maggioritario con ballottaggi avrebbe forse consentito una maggiore convergenza verso il centro; gli apparati burocratico, giudiziario e militare, cioè gli strumenti fondamentali dello stato, non avevano fatto in tempo a democratizzarsi.
La Repubblica di Weimar è ancora oggi per i tedeschi, forse più ancora del nazismo, una eredità con cui fare i conti. Soprattutto perché è stata una grande occasione sprecata, un appuntamento mancato con la storia, rivelatosi gravido delle peggiori conseguenze. E per tutti noi la sua parabola rimane come un ammonimento esemplare: una repubblica priva di consenso, o comunque accettata da tutti con riserva, è giocoforza destinata a seppellire sé stessa.

 

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