CRONOLOGIA DI UNA LUNGA STORIA
Dalla prestoria fino alla presenza di genti indoeuropee parlanti una lingua paleoveneta; dalla presenza dei palafitticoli ai romani;
dai romani alle invasioni barbariche.


dalle palafitte alla .....Serenissima


ANNO 20.000-10.000 a.C. - Le prime tracce di presenza umana nelle Venezie risalgono al Pleistocene e precisamente a quel periodo dell'era glaciale (di Wurm) caratterizzato dall'ultima grande avanzata dei ghiacciai alpini. Le scarse popolazioni di questo periodo lasciarono alcuni resti delle loro industrie, e anche se sono molto più numerosi pure i resti risalenti al paleolitico Inferiore, meglio documentato da reperti è il paleolitico Medio e quello Superiore. L' industria musteriana (pal. inf.) e quella epigravettiana (pal. sup) sono presenti in moltissime località: la più importante - dove attualmente sono ancora in corso gli scavi - è il Riparo Tagliente in Valpantena. Qui, fra altri reperti, in una tomba, su una pietra è stato trovato incisa la figura di un leone. La leggenda del Leone di San Marco evangelista si mescolerebbe quindi con la preistoria, quando nelle grandi foreste padane si aggirava indubbiamente questo feroce animale.

ANNO 2000 a.C.  - Una presenza massiccia di abitanti risale al bronzo finale. Nello stesso periodo da ondate migratorie giungono in Grecia quei popoli che nella loro globalità Omero chiamerà Achei. Questi verso il 1700 a.C. formarono nel Peloponneso la civiltà micenea. E dopo aver nel 1450 conquistato Creta, pose fine alla civiltà minoica e si sostituì ad essa nel predominio sul Mar Egeo, sulle isole e fin sulle coste dell'Asia Minore. Sulla costa di quest'ultima, nello stesso periodo una città nel corso di vari secoli, aveva raggiunto il massimo splendore e potenza: Troia. Nel tentativo di impadronirsi di questo punto strategico per il passaggio dall'Europa all'Asia e quindi aprire nuovi sbocchi al commercio, gli Achei nel 1270 a.C. diedero origine allo scontro con la potente città asiatica, assalendola più volte (guerre di Troia) e, dopo averla conquistata, i Micenei raggiunsero il momento più splendido della loro potenza.
Pochi decenni dopo, proprio mentre gli Achei iniziarono a perdere la capacità d'iniziativa, subirono prima l'invasione dei Popoli del mare, poi nell' XI sec. a.C. l' occupazione graduale di popoli di stirpe indoeuropea - Dori nel Peloponneso, Ioni nell'Attica e nell'Eubea, Eoli nella Tessaglia e Beozia - che posero fine alla civiltà micenea. Un periodo oscuro, definito da alcuni storici Medioevo Ellenico. Forse le migrazioni di questi nuovi popoli furono dovute a delle carestie nei loro territori. E come se non bastasse, contemporaneamente o subito dopo, una grande peste colpì sia la Frigia che la Lidia. E in un territorio dove non c'era altro che morte e più nessuna speranza di sopravvivere se non come schiavi o servi, chi aveva a disposizione navi emigrò in lungo e in largo nel Mediterraneo. Alcuni si diedero alla pirateria (le cronache egizie che conosciamo oggi, ne sono piene) mentre altri si misero a cercare terre da colonizzare nell'intero bacino Mediterraneo, inizialmente costeggiando l'Africa, poi inoltrandosi nei mari della penisola italica.

Oggi sappiamo che -oltre la carestia e la peste - da alcuni decenni c'era ben altro sul mar Egeo e in Asia Minore. L'impero Ittita era stato sconvolto ed era in piena decadenza sotto gli Assiri. Già nel 1190 a.C. con la distruzione di Hàttusas questo popolo era scomparso del tutto, mentre a Babilonia la fine dei Sumeri era avvenuta pochi decenni prima. Una "rivoluzione" traumatica di civiltà su tutto il Medio Oriente. E quindi di riflesso in tutto il mar Egeo e in Asia Minore.

ANNO 1400-1100 a.C. - Ma se le migrazioni via mare stavano avvenendo a sud-ovest, a nord altre migrazioni su terra erano già in atto da alcuni decenni, forse da circa tre secoli, con delle graduali occupazioni di territorio sui Balcani; alcuni in Illiria altri risalendo il Danubio dalle Porte di Ferro scesero prima verso l'attuale Belgrado poi verso l'Istria; fanno parte di popolazioni di una civiltà ancora oggi del tutto sconosciuta: forse la Trace, che oggi sappiamo più antica e progredita di quella Mesopotamica e di quella Egizia. Il centro di questa civiltà, era nei pressi del Mar Nero e del Mar Caspio (con forti presenze alle foci di quel Danubio, che questi gruppi nell'arco di una ventina di generazioni, poi lentamente risalirono il corso - sono infatti molte le tracce di brevi insediamenti lungo il percorso di tutto il lungo corso medio e alto del Danubio). Con gli ultimi scavi (del 1973-77) la datazione di alcuni interessanti reperti nei dintorni della foce del Danubio, nel mar Nero, risalgono al 5.000 a.C. Oggetti stupendi d'oro più antichi di oltre mille anni di quelli rinvenuti poi nell'antica Troia. Nel corso degli scavi archeologici da lui iniziati, Schliemann ebbe proprio questo dubbio, che proprio la civiltà trace (stile nella costruzione di templi, architettura della casa, ornamenti, ceramica, monili in oro (e ignorava il tesoro di Varna scoperto solo nel 1973) avesse già fondato Troia 1500-2000 anni prima che la seconda ondata di stessi Traci (Achei) la distruggessero e invadessero.
Anche lo studioso Dimitar Dimitrov avanza l'ipotesi che i troiani siano da annoverare fra i primissimi emigranti traci in Asia Minore nordoccidentale che avrebbero attraversato in una precedente spedizione l'Ellesponto tra il IV e il III millennio a.C. . - E di questa data sono i primi villaggi palafitticoli poi abbandonati dai Traci nei successivi secoli.
 
Che fossero progrediti ce lo conferma ancora Omero, quando parla dell'eroe "trace" Reso, che ha un armatura e un "cocchio tutto d'oro", il "cavallo più bello del mondo", "veloce come il vento"; lo fa spuntare fuori come un mitico eroe di tempi remoti. Ma non sbagliava Omero con i "tempi remoti"! Accenna a un "trace", e proprio a Varna sul Mar Nero è stata scoperta una necropoli con oggetti (monili, scettri ecc. ) in puro oro a 24 carati, e una armilla a lamine d'oro, come quelle (Achee) della maschera di Agamennone a Micene. Soltanto che i reperti trace sono di 2000 anni prima della caduta di Troia, 1000 anni prima della colonizzazione della Grecia, dell' Argolide, dell'Attica, di Creta, della Tessalia, dell'Elide, e dell'Illiria. E sempre a Varna scopriamo che non solo 4000 anni a.C. si era sviluppata l'agricoltura e l'allevamento del bestiame, compreso il cavallo; ma nacque quì la civiltà palafatticola; la ceramica a stile geometrico e a vivaci colori; le più antiche pitture su pareti intonacate (mille anni dopo comparvero a Creta); i primi lavori di tessitura nel mondo; il culto del toro (che riemergerà mille anni dopo sempre a Creta), che è diffusa già la metallurgia (il bronzo qui già noto nel terzo millennio a.C.) contemporanea con quella vicina di Hacilar in Anatolia); comparsa di lucerne a triangolo equilatero; e che l'incenerazione dei morti era una consuetudine trace (i famosi popoli dei Campi d'Urne non provenivano dunque dal centro nord Europa, ma -dopo aver risalito in Danubio dal Mar Nero - da questa antica civiltà che stiamo scoprendo solo ora nell'antica Tracia!)


Gli dei Zeus, Dionisio, Cibele, Apollo, Orfeo erano traci, e perfino l'Olimpo era Trace 2000 anni prima che sorgesse la civiltà greca. Sconvolgente poi il ritrovamento delle Tavolette Tartaria, con un alfabeto più antico di quello geroglifico egiziano e di quello cuneiforme sumerico, e come se non bastasse, il ritrovamento a Karanovo dei sigilli a cilindro usati poi 500 anni dopo dai sumeri e un po' più tardi dagli stessi egiziani (che imitarono adottando il bassorilievo tipicamente sumerico). Insomma sembra che la cultura palafitticola provenga proprio dal Mar Nero. I romani ce ne diedero una vaga testimonianza storica quando (con una civiltà già scomparsa, già da 6-8 secoli cancellata dai greci "che saltando da isola a isola si gonfiarono come otri") conquistarono la Tracia, a cui diedero poi il nome Roma-nia. Ma gli scavi di oggi ci testimoniano che erano presenti le case su palafitte nel 4.000 a.C. (sono tutt'ora visibili a Varna- come sono visibili quelle di età più tarda in Italia a Ledro e altre località padane (1500-1300 a.C.) che hanno le stesse caratteristiche di costruzione, circolari o quadrangolari, quasi una accanto all'altra e abitandole costituirono questi singolari "architetti dei pali infissi", dei veri e propri raggruppamenti, dando vita alle istituzioni sociali ed economiche.

ANNO 1200 a.C. - Alcune di queste antiche popolazioni avrebbero in questo stesso periodo massicciamente colonizzato via mare le regioni dell'Adriatico settentrionale e, alcuni - via terra (risalendo il Danubio)- le regioni delle Venezie. La diffusione di una cultura palafitticola si diffonde su tutta la pianura veneta, nelle Valli e nei Laghi: Lago di Garda, Basso Veronese (Oppeano) ma soprattutto in quella zona che darà poi origine alla ricca Cultura d'Este (atestina). Altri insediamenti ai piedi dei colli Euganei, a Padova, Vicenza (lago Fimon), Altino, Montebelluna ed altre località.
Il sistema di bonificare il terreno mediante palafitte si perpetuò durante tutta l'età del ferro, e quasi sempre in prossimità di laghi, dove poi accanto in parallelo nascevano anche le prime strade, gli svincoli viari che portavano da un villaggio all'altro, anche lontanissimo.
Ma non è che gli autoctoni originari (cui si aggiunsero alcune popolazioni celte) vivevano nella grotte, ma già avevano i locali delle caratteristiche abitazioni, che però costruivano non a fondovalle, in pianura, nei terreni paludosi (per il continuo tracimare dei grandi fiumi) ma costruivano dei caratteristici edifici
sulle alture, sui colli, chiamati "castellari" ("castelo" o "castellaro").Tanti castellari costituivano dei villaggi, che erano spesso anche fortificati.
In seguito, quando le genti venete per sfuggire agli attacchi dei barbari cercarono rifugio nelle Insulae Venetiae, costruendo le loro abitazioni su palafitte, in piena laguna, non adottarono un mezzo di fortuna suggerito dalle contingenze del momento, ma usarono un sistema tradizionale, che nella pianura padana veneta come abbiamo appena detto, aveva origini antiche.
ANNO 1000 a.C. - I palafitticoli improvvisamente (e le motivazioni ancora oggi non sono del tutto chiare) abbandonano le valli e si concentrano sulla pianura Veneta dando origine alla cultura Polada. Molte le tracce della cultura Tracia (preromana) e Micenea. La più singolare scoperta è il ritrovamento di un pugnale e asce di bronzo (i primi in quel periodo apparsi in Italia) di eccellente fattura. Quello rinvenuto a Peschiera ha la stessa foggia e caratteristiche di uno rinvenuto in una tomba di Micene (alla casa dell'olio - quindi entrambi databili nel 1500 a.C. - si possono oggi vedere in entrambe le due località). Ed è ancora singolare che nelle case su palafitte (soprattutto di Ledro, perchè il villaggio venuto alla luce dal lago è ancora integro) nelle anfore del 1000 a.C. ancora ben conservate, compaiono vinacce (la vite in Italia, in Francia, e in Germania era ancora del tutto sconosciuta - arrivò quindi dalle valli in Veneto, in Toscana verso l' 800-700 a.C. poi scese a Roma nel 600-500 a.C.). Inoltre (sempre a Ledro) compare il frumento di due specie, il Triticum csphaerococcum e il monococcum. Due ibridi che erano coltivati solo sul mar Nero e sul mar Caspio (il "paradiso" di tutte le specie di colture) non ancora presenti in Grecia, tanto meno in Puglia con i primi sbarchi dei greci, e del tutto sconosciuto questo tipo di grano nel centro Italia e negli Appennini umbro-bolognesi. A Barche di Solferino sono state reperite ben 6 varietà di frumento, delle quali una coltivata - ancora oggi - solo in India.
I palafitticoli di questo antico periodo già coltivavano la canapa, producevano i legumi, raccoglievano frutti, bacche di ogni tipo, ed era presente perfino la tessitura del lino. Già si prendevano cura degli animali; oltre cani, gatti, allevavano pollame, cavalli (i primi in Italia), asini, buoi, maiali, capre e pecore (quasi tutti questi animali domestici provenivano dal Caspio). Ricavavano in questo modo il ricco fabbisogno alimentare, che non dipendeva più (già da un millennio) da una attività di caccia; infatti, le dispendiose energie nell'esercitarla infruttuosamente, perchè la selvaggina era piuttosto scarsa, furono per necessità tutte riversate nelle attività agricolo-pastorale e nell'artigianato, e iniziarono a formare in tal modo dei veri e propri villaggi, con gli abitanti diversificati nelle varie occupazioni e quindi con una ordinata gerarchia nei compiti. E se dominante era quella della vita di gruppo nelle varie occupazioni agricole e artiginali, accentuata era quella della difesa, con la formazione di gruppi non più di cacciatori di animali, ma con il compito di difendere il proprio villaggio dagli assalti non rari degli abitanti di altri villaggi vicini, indigeni o di nuovi arrivati.
Da tutte queste considerazioni il grande studioso Zorzi (in "Preistoria veronese" e in "I palafitticoli nell'Italia settentrionale") giudica i palafitticoli come appartenenti ad una civiltà raffinata ed evoluta.

ANNO 800 a.C. - I VEN-ETI - Da più fonti si cita questo popolo. Sulla radice ven, ci sono due interpretazioni: quella che sia originaria della lingua indoeuropea (aryas) che indica una classe di nobili guerrieri che vincono e che poi si stabiliscono in una zona; e quella (quindi diversa dalle italiche e dalle celtiche, quindi pre-indoeuropea) che invece sta a indicare un gruppo ben unito di forestieri che hanno preso la residenza in una determinata zona. 
Non dimentichiamo che per quanto oscuro il periodo dei Dori, Ioni e Eoli, in Grecia fin dall'anno 1000, queste popolazioni misero le radici di un fenomeno in crescita di straordinaria importanza: la struttura comunitaria, una forma di aggregazione politica, che in seguito farà sorgere le "Polis" greche, le "Città stato" assolutamente autonome. Strutture che gli uomini fino allora in quelle zone non avevano conosciuto.
Ma come detto sopra i paleolitici - molto prima delle polis greche - con le loro costruzioni su palafitte avevano già formato dei raggruppamenti e in parallelo creato delle istituzioni sociali ed economiche, che erano sorte prima nei villaggi sul mar Nero, e in seguito negli stessi villaggi palafitticoli delle Venezie (dopo essersi integrati con gli autoctoni e con altri gruppi meno numerosi, come i Celti e i primi Galli)
Da notare che Ven, da alcuni gruppi fu poi mutuato dai Galli: i Ven-elli;: nel Lazio daiVen-etualani; in Alto Adige dai Ven-osti.

VENEDI è il nome etnico più antico menzionato nelle fonti greche (Tolomeo, geografo del II sec.) e in quelle romane (Plinio, Tacito). Entrambi - con le poche notizie che allora avevano - indicano alcune popolazioni stanziate lungo la slava Vistola. Il termine sopravviverà integro in Italia con il latino, ma anche nella lingua tedesca Windische stavano a indicare antiche popolazioni slovene-venete. Erodoto (I, 196) cita i venedi per indicare una tribù illirica dei Balcani, ma indubbiamente sbagliava, anche se in Illiria vi era un insediamento di venedi ma non certo autoctoni. Infatti se andiamo ancora più indietro, Omero, ci ricorda nell'Illiade una popolazione della Paflagonia abitante lungo le coste dell'Asia Minore che già portava questo nome. E con questo nome Livio (I, I), Virgilio, Catone, ci narrano che i venedi dopo aver partecipato alla guerra di Troia come alleati dei troiani, sconfitti, migrarono in massa sotto la guida di Antenore e sbarcarono sulle coste adriatiche settentrionali dell'Italia e nei Colli Euganei integrandosi con i locali. A un altro eroe di Troia, a Diomede, è attribuita la fondazione di Adria. Quindi prima che arrivassero più tardi via mare dalla Lidia gli Etruschi in Toscana e i Greci nel sud Italia , i venedi erano già sulle sponde dell'alto Adriatico, tanto è vero che sono loro a dare il nome a questo mare e il nome Venetiae a tutta la regione. L' "etrusco" Tirreno (anche lui un successivo migrante in fuga ) darà invece il suo nome più tardi al mare occidentale della penisola.
Secondo Polibio (II,17) la lingua di queste popolazioni (straniere) era diversa da quella dei locali, da quella dei pochi numerosi celti, e ovviamente da quella dei Romani; ed è interessante notare che il confine fra dialetti veneti e dialetti ladini moderni corrisponde assai bene al confine dei Veneti antichi. Che per quanto numericamente inferiori come numero rispetto agli autoctoni portarono indubbiamente una nuova cultura, una nuova lingua, e perfino dando vita a una nuova identità che non ha mai smesso di esistere. Una iscrizione del 600 a.C. riporta ""mego donasto reitjiai", che strutturalmente dopo quasi tremila anni non è molto diversa dall'attuale veneto "mi go donasto"

C'è anche una singolare parola che indica un oggetto "molto veneziano" ma che è di origine indo-europeo: La Gondola


I resti di una imbarcazione trovata al villaggio palafitticolo di Ledro


E' una imbarcazione che ha origini remote. Nella Grecia antica una barca con questa sua aggraziata forma concava veniva chiamata "Kondis" , ma era già un termine mutuato dal vecchio indo-europeo "Kondy" che indicava sempre questo leggero tipo di barca; poi nel greco classico fu chiamata "Kondura", infine in latino Menagio la chiama "Gondus", e Ovidio ce la propone in " Cunula", da cuna, "culla"; così l'insieme di Menagio-Ovidio fa nascere la "Gondula", italianizzato in "Gondola".
Una descrizione data dal Musatti (in Storia di Venezia) è questa: "Sull'etimologia della voce gondola varie sono le opinioni: chi la fa derivare dal lat. cymbula (barchetta) o piuttosto concha (da cui concula) che significa conchiglia ed anche conca, chi dal greco vocabolo (condy) specie di navicella, forse chiamata volgarmente (kuntelas). Comunque sia, ALTINELLI (Lessico Veneto, pag. 144, alla voce relativa) dà la seguente altra spiegazione: «Questo nome viene da cymbula, barchetta. Pronunziandosi anticamente la y come la u e ben spesso cambiando i Veneziani la c in g, nacque la voce gundula, poi gondola».

Abbiamo fin qui menzionato Venezie al plurale, perchè abbiamo indicato un territorio che mantenne tale nome politicamente e amministrativamente fino al VI secolo d.C., passando dall'impero romano, al governo gotico, al dominio bizantino, senza nessuna differenziazione tra la zona marittima lagunare e quella continentale. L'una fu distaccata dall'altra in conseguenza dell'occupazione del territorio continentale da parte dei Longobardi. Questa pressione degli invasori stranieri spinse gli abitanti della terraferma nelle isole fino allora semideserte, prima in una forma temporanea poi sempre più stabile; e fu una fortuna perchè questo trasferimento e isolamento di un'unica stirpe permise di conservare intatta la propria tradizione, il geloso patrimonio della propria civiltà, e vivere una vita propria esprimendo a breve termine notevoli capacità organizzative politiche e militari, oltre che economiche, soprattutto quando gli abitanti di queste isole fortemente determinati a creare una loro propria città, ci fu il noncurante abbandono del governo di Costantinopoli.
Ma questa è un'altra storia che riprenderemo molto più avanti e nei rispettivi anni.

ANNO 500 a.C. - Sono di questo periodo le primi iscrizioni in lingua "venetica" (così si chiama, e non veneto che invece indica la regione). Di iscrizioni ne esistono circa duecento e vanno dal V al I sec a.C. Il linguaggio parlato pur con molte presenze di osco-umbro e celtico, (la o) e le isoglosse in comune col latino, conserva una caratteristica tutta indoeuropea, come le originarie aspirate all'inizio o all'interno della parola. Molti studiosi (come sosteneva Polibio) ritengono il Venetico sia una lingua del tutto indipendente dalle altre italiche o celte. Curiosa anche la fine delle parole, che terminano non con la m come il successivo latino (breve la dominazione e quindi l'influenza - essa fu più subìta che accettata) ma termina  sempre con la n greca-trace-balcanica.
ANNO 388 a. C. L'invasione gallica della Pianura Padana permette ai Galli di insediarsi fino a Verona, ma da qui iniziarono a guardare sia a sud che a est. Fu allora che i venedi si allearono con i Romani per combattere il comune nemico prima ancora che quelli invadessero i territori romani e le stesse Venezie. Questa fu un'alleanza temporanea, senza nessun patto giuridico. Anche successivamente pur non opponendosi a una certa penetrazione politica, culturale e militare romana, i venedi mantennero a lungo le loro tradizioni di popolo singolare, assimilando solo lo stretto necessario nella convivenza con i latini. Lo sviluppo di alcune strade ad opera dei romani - interessati per la posizione strategica del territorio - permise moltissimo questa convivenza, anche se l' assimilazione della civiltà romana fu piuttosto contenuta. Si prese solo ciò che era utile. Fino a quando nell'...

ANNO 186 a.C. - ... una nuova ondata emigratoria di Carni (popolazione che si era già da qualche anno affacciata sui confine del Friuli (in quella zona che poi fu chiamata Carnia) mise nuovamente in allarme i Venedi. 
Ma anche i Galli (questi pur respinti nel 388) alcuni gruppi nell'arco di due secoli si erano pacificamente insediati in Veneto poco lontano da dove oggi sorge Aquileia, avevano iniziato a costruire un oppidum gallicum (luogo fortificato), ma non per fare distruzioni, loro erano dediti a coltivare alcune terre trascurate dai locali, e volevano quindi difendere i loro raccolti da razzie varie, di qualsiasi stirpe fossero. Tuttavia questi insediamenti allarmarono i Veneti già impegnati seriamente a respingere
sul loro territorio gli insediamenti dei Carni.
Fu allora che i Veneti (dopo aver appoggiati i Romani a respingere i Galli a Verona)
chiesero aiuto proprio ai Romani, che ricambiarono non solo il favore del 388, ma sul territorio come leggeremo più avanti fondarono una piccola colonia di tipo difensivo, sempre pronta a intervenire in caso di razzie o aggressioni.
I Romani già dal III secolo avevano costituito la colonia di Rimini, e conquistatori com'erano prima o poi miravano
anche al Veneto per la sua felice posizione. Dunque organizzandovi una colonia (un oppidum), ci misero insomma non un piede ma due, e nel farlo essi chiesero pure rinforzi a Roma.

ANNO 183 a.C. - Roma, accogliendo l'invito, inviò in zona alcune legioni nella Novum Gallorum oppidum: nè i Galli né i Veneti si opposero, dimostrando i primi di non avere idee bellicose, che volevano vivere in pace e che si volevano solo integrare; mentre i secondi non dispiaceva avere sul posto chi li avrebbe eventualmente difesi da cattive intenzioni o di galli o di altri.  (Livio XXXIX, 54). Cosicchè i romani anche se doveva essere quella una presenza in zona solo temporanea, sul luogo invece ci rimasero e nel....

ANNO 181 a.C. - .... il Senato di Roma decise di insediarsi stabilmente nello stesso oppidum gallico e far sorgere poco lontano la colonia di diritto latino; fondarono così Aquileia (il nome era tipico della zona, infatti Aquilis veniva chiamato allora il fiume Natisone). Gli incaricati dal senato per la costruzione furono il triunviro Caius Flaminius, Lucius Manlius Acidinus, Publio Cornelio Scipio Nasica. Con gli "ingegneri" e le maestranze, scesero da Roma anche 3.000 "coloni latini". Più tardi - nell'anno 169 a.C. - a quelli precedenti di coloni se ne aggiunsero altri 1500, altri 3000 fanti, e 1500 cavalieri. (Livio XXXIX 55,6)




La lapide di Lucio Manlius Acidininus è conservata al Museo Archeologico di Aquileia. Il Museo fu aperto nel 1882. 
Bello l'ingresso, simile a un portico romano. E' tra i musei della romanità uno dei più ragguardevoli dell'Italia e del mondo.  Pur non essendo tutto esposto per difetto di spazio, l'insieme di tutto il materiale archeologico offre tuttavia uno specchio genuino della multiforme vita dell'antica città. Tante gemme uscite in gran numero dalla antica terra di Aquileia: le ambre, gli ori e gli argenti, nonchè sale e bacheche e vetrinette che accolgono una considerevole quantità di oggetti di uso domestico, industriale, agricolo, militare.


La galleria lapidaria è sovraccarica di monumenti, fra i quali emergono per numero e mole e fasto quelli sepolcrali. Tanto da poter dire che la città dei morti doveva essere senza esagerazione non meno imponente di quella dei vivi. Gli avanzi superstiti con le loro proporzioni, con la squisita fattura, proclamano ad ogni passo l'opulenza dei cittadini di Aquileia.
Molti monumenti sono esposti lungo la Via Sacra: l'Ara a Giove dedicata a Caracalla, resti di monumenti a Decio, Valentiniano, Teodosio, Arcadio e tanti altri. Uscendo dalla Via Sacra verso  ovest troviamo l'acciottolato della Via Giulia Augusta che corre da nord a sud come cardine della città, con ai lati il Foro. Visibile il Porto fluviale, i muri dei Magazzini, i resti del Circo, gli avanzi dell'Anfiteatro, la Palestra termale con mosaici, i Serbatoi dell'Acquedotto e, molto interessante,  l'orologio solare emisferico a  meridiana orizzontale, con agli angoli i protomi dei venti (orologio tutt'oggi in funzione).

Nella conduzione delle campagne militari verso Est, Aquileia cresce e diventa importante come base militare intermediaria tra Oriente ed Occidente e tra Nord e Sud. Ma già da tempi immemorabili, ad Aquileia affluiva dal Baltico l'ambra, che gli artigiani locali lavoravano poi con singolare maestria. Fornaci cuocevano ogni giorno vasellame, anfore e tegole, il corno e l'osso venivano finemente intagliati, il legno trasformato in agili imbarcazioni. Nel porto fluviale lungo il Natisone, commercianti, navigatori e compratori si affollavano per ricevere le nuove merci in arrivo o per preparare con altre di propria produzione i carichi in partenza. Una banchina di oltre 400 metri di lunghezza, costruita con pesanti blocchi di pietra costeggiava la riva del fiume. Dotata di due livelli d'attracco per le diverse maree con rampe e scale, piloni d'ormeggio, essa si affacciava anche su una lunga teoria di magazzini, destinati alla raccolta delle merci.(Oggi tutta l'area è sprofondata nelle acque).
La presenza di monete nella regione aquileiese risale al IV-III sec. a.C. Sono state rinvenute monete greche, magno-greche, illiriche, italiche, celtiche e noriche. "Tale presenza è forse da mettere in relazione con il mercenariato militare che le popolazioni celtiche fecero al servizio dei dinasti ellenistici o con offerte votive fatte nei santuari agresti." (da Bernardelli et Al., 1997).

Domati gli Istri (178-177; e 129 a.C.), Aquileia fu poi come vedremo necessaria ai romani per le conquiste contro gli Illiri (167 a.C.), contro il dalmata Delminio (156, 119) e contro i Giapodi, i Taurisci e i Carni (129 a.C.). Sempronio Tuditano, vincitore di quest'ultima campagna, ha una statua al Timavo, santuario preromano. Anche M. Emilio Scauro (115 a.C.) risulta vincitore dei Carni-Taurisci; ma una pacificazione duratura si otterrà solo con Augusto, verso la fine del I sec a.C. che fisserà i nuovi confini ad oriente del territorio. Aquileia diviene così il capoluogo della decima regione Venetia et Histria (nome che viene attribuito in ricordo delle popolazioni che maggiormente resistettero alla romanizzazione - gli Istri - e della civiltà veneta che più di altre contribuì a dare un assetto culturale all'area orientale italiana. Questa regione che comprendeva anche Brescia, Cremona, Verona, fece fiorire, in età augustea, una cultura letteraria di grande valore con Virgilio, Livio, Catullo, che - come avvenne per quella artistica - non raggiunse però la stessa città di Aquileia, a vocazione piuttosto solo affaristica e militare.

L'intera colonia nel corso degli anni si trasforma in una poderosa fortezza, e diventerà sempre di più di enorme importanza strategica. Oltre essere una base per la futura conquista romana dell'Istria, divenne un vero e proprio baluardo contro i barbari, che non tardarono pochi secoli dopo ad affacciarsi nei vicini confini dell'Impero. Oper la difesa o per i commerci sia la colonia sia la fortezza presto si trasformarono in un vero e proprio crocevia del mondo romano. Nel periodo augusteo, da Aquileia partivano le strade che portavano le legioni a Augusta, a Carnuntum, a Vindebona (Vienna), in Pannonia, nell'Illirico, in Tracia, in Dacia, in Macedonia, in Grecia, in Oriente, oltre che a Verona, Brescia, Milano, e in Gallia. - In realtà queste strade non è che furono dai romani inventate di sana pianta, ma più verosimilmente le costruirono su tracce forse esistenti già da mille o duemila anni, già tracciate dagli autoctoni per i loro scambi commerciali.
Nella vicina Concordia c'era il lusso romano delle famiglie dei funzionari e dei generali. A Grado e Altino (furono soprattutto questi ultimi,  poi a fondare Venezia) c'erano invece il lusso dei locali, gli abitanti dediti ai lucrosi commerci, mentre alla fortezza di Aquileia vi era il comando strategico e gli uomini delle legioni romane.
Nel III secolo, Aquileia non riuscì a non rimanere coinvolta dall'anarchia che dilagava nell'impero anche se fu testimone di tanti fasti dopo le vittorie. Infatti da allora di qui passarono quasi tutti gli imperatori romani e poi anche i primi imperatori bizantini con i loro eserciti nelle
loro campagne offensive o difensive. Ma sia le accessibili frontiere, sia lo strategico crocevia, con le comode strade, furono poi in seguito utilizzate anche dagli Unni, Ostrogoti, Avari, Slavi, per fare le loro veloci razzie in Italia, e più tardi delle migrazioni di massa come i Longobardi.
Ma riprendiamo la narrazione cronologica.

ANNO 148 a.C.  - Sono questi gli anni in cui si costruiscono le prime grandi strade, quelle che portano ancora oggi il nome dei consoli dell'epoca. In questi anni i romani ormai avevano conquistato tutta la pianura Padana e la Liguria, fino a Genova. E proprio a Genova termina la strada che inizia ad Aquileia: la Postumia, che porta il nome del  "progettista" il Console Spurio Postumio Albino. Da Aquileia la Postumia attraversa Oderzo, giunge da est a Vicenza, l'attraversa e a ovest prosegue per Verona, Mantova, Cremona, Piacenza, infine giunge a Genova.

ANNO 131 a.C. - Abbiamo visto sopra che nel tracciato non c'è ancora inserita Padova. A collegarla ad Aquileia ci pensò il Pretore Annio Rufo, dandogli il suo nome "via Annia" che collega Concordia Sagittaria, Altino, a Padova città già preromana, poi prosegue e si collega alla via Emilia già costruita nel 187 dall'omonimo  Emilio Paolo Lucio. L'Annia e l' Emilia congiunte diventano l'asse viario principale (diremmo oggi un "autostrada") di Roma con Aquileia per rafforzare con le legioni in tempi brevi le difese ai confini.

ANNO 129 a.C. - L'Annia la utilizza quasi subito il Console C. Sempronio Tuditano che da Roma deve accorrere ad Aquileia per contrastare un'invasione nelle Venezie di  Taurisci e Giapidi. E pochi anni dopo, nel 115, a guidare le legioni contro un'altra  penetrazione-invasione di Carni troviamo il Console M. Emilio Scauro.

ANNO 89 a.C. - Ai Veneti dopo alcune riuscite imprese per salvaguardare i rispettivi territori e i confini, Roma concesse il diritto latino e la piena cittadinanza romana alla Venetia.  Aquileia fu allora trasformata da colonia in municipium  con magistrati locali e romani. Ormai Aquileia inizia ad avere una importante funzione strategico-militare, quindi ha una considerevole popolazione di soldati e di coloni, di artigiani e commercianti, e quindi di conseguenza la colonia si trasforma in una città la cui importanza commerciale divenne notevole. Nascono molti altri edifici, ed anche la necessità di far sorgere altri veloci collegamenti stradali con i centri vicini e lontani.
E' il periodo della costruzione della via Julia, che da Aquileia raggiunge Linz e Klagenfurt nel Norico, che dopo aver attraversato  Tricesimo sale al Passo Monte Croce Carnico ed entra nel Norico (Attuale Austria).

ANNO 60  a.C. - Ad Aquileia passano un po' tutti per le varie guerre, Consoli, Imperatori, Dittatori, generali, e futuri Imperatori. In questi anni, dopo le campagne contro i Galli a svernare ad Aquileia con le sue legioni, troviamo un giovane personaggio che andrà a mutare la storia romana. E' Giulio Cesare, che dopo aver formato con Pompeo e Crasso il primo triumvirato, oltre che assicurarsi il consolato per il 59, con la legge Vatinia, ebbe il preconsolato per cinque anni (poi prorogato di altri cinque nel 56)  in Gallia Cisalpina e nell'Illirico. Aquileia diventa la sua base logistica. Da qui partì alla conquista della Gallia citeriore, del Reno, della Mosella, quindi Ginevra, Costanza, e anche le spedizioni in Britannia. E funge Aquileia come base navale, per giungere via mare a Ravenna (con un porto attrezzato) per le spedizioni militari contro gli Illiri.
Già presente una composizione etnica molto disparata: agli elementi indigeni (veneti, celtici, illirici, etruschi) si erano aggiunte, con le loro culture, le popolazioni dell'Italia centro-meridionale e più tardi i soldati ed i commercianti greci ed orientali, soprattutto siriaci. Ebbe quindi notevole sviluppo l'agricoltura, con pregiate culture. In Aquileia era presente un forum pequarium (foro boario), dove affluiva bestiame e merci di ogni genere, metalli, legname, lana, lino, dando vita a imprese artigianali, industrie alimentari, di terracotta e ceramiche, soprattutto vetrarie e forgiatori anche di metalli preziosi. Divennero così famosi anche i sarcofagi attici, ricercati in tutta l'Italia settentrionale.
Sulla religione l'azione della cultura romana non riuscì ad offuscare gli antichi culti: su tutti prevaleva il dio Beleno, forse di origine gallo-carnica, ma era presente e venerato anche quello della Fonte del Timavo e di alcune divinità fluviali (Aesontius) e boschive (Silvanus). Naturalmente poi si aggiunsero quelle romane (Mars, Mercurius, ecc). Durante il terzo secolo furono accolti anche i culti orientali di Iside, di Serapide e quello di Mitra. Discreta furono pure le prime comunità giudaiche, che probabilmente rappresentarono qui il tramite per la diffusione del cristianesimo.
Infatti in zona si celebrava ogni settimana una certa  "Santa Sàbida" o Sancta Sabbata (con il riposo dal lavoro) indubbiamente di origine e tradizione giudaica, facilmente comprensibile in una città cosmopolita com'era Aquileia. La maturazione cristiana non si sarebbe staccata molto presto da questa usanza, perchè lo stesso cristianesimo sembrava essere imbevuto di ebraismo alessandrino. Lo prova la presenza del Vescovo Atanasio d'Alessandria nel 345 d.C. (proprio mentre imperversava la famosa polemica arianesimo-cristianesimo.  Infatti lui predicava l'ortodossia e lottava contro l'arianesimo.
ANNO 51 a.C. - Con Giulio Cesare tutta la Gallia  è organizzata come provincia romana.
Giulio Cesare ricorda Aquileia, come castra hiberna, cui egli stesso fece ricorso per le truppe durante le campagne galliche. Ma ad esse si aggiungono motivi economici, prima verso il Norico, che rappresentava la primaria via dell'oro e dell'ambra, e verso l'Istria per l'olio ed il vino, poi verso la Pannonia. Aquileia divenne così un nodo viario importantissimo per la Gallia dall'Occidente (via Postumia, via Annia) e da e per l'Oriente (via Gemina) e a Nord verso le Alpi.

ANNO 50 a.C. - Si apre a Roma la questione della successione di Giulio Cesare nel governo delle Gallie. Lo si richiama a Roma prima del termine. Ne nasce una potenziale guerra civile.

ANNO 49 a.C. - C'è il conflitto tra Pompeo e Cesare. E' il momento più critico per Roma. Il Senato affida pieni poteri a Pompeo, impone a Cesare di licenziare immediatamente l'esercito e di abbandonare ogni comando militare. Invece Cesare, da Ravenna, il 13 gennaio, passa il Rubicone (il confine posto fra l'Italia e le Gallie - nell'attuale Bellaria, a nord di Rimini). Cesare si ribella all'imposizione, occupa l'intera penisola e la stessa Roma.

ANNO 43 a.C. Congiura e uccisione di Cesare. Imperatore è Ottaviano (Augusto).  Con la riorganizzazione voluta da Augusto, nella Venetia et Histria, viene creata la X Regione con capitale Aquileia. Indi la corrispettiva X Legio. Nascono importanti municipi nei maggiori centri: Vicenza, Padova, Verona, Treviso, Rovigo, e altri grandi centri simili ai precedenti ma che perderanno in seguito la loro preziosa funzione; come Altimun (fortemente aperta al mondo greco e celtico) che diventa nel corso di questi primi anni del I sec., sede e "universita" di figli di commercianti, e di ricchi possidenti, e sono poi quelli -lo abbiamo già accennato- che andranno più tardi come vedremo a fondare la futura Venezia) poi Concordia, Abano, Oderzo, Grado, Asolo, Feltre, infine la sempre  più plurifortificata Aquileia ecc.

ANNO 2 a.C. 14 d.C. - Aquileia e Ravenna sono sempre la due basi per le spedizioni romane nel Norico o in Pannonia. A guidarle vi troviamo, in questi anni Vinicio, Agrippa, Tiberio. Nel 12 a.C. soggiorna ad Aquileia lo stesso Augusto con la moglie Giulia, i suoi familiari e la sua corte.  E ad Aquileia nacque pure il suo unico erede, che però morirà fanciullo.

ANNO 69 d.C. - E' l'anno dei quattro imperatori romani, ognuno con l' appoggio del proprio esercito. Nascono disobbedienze, alcuni muovono minacciosi contro Roma, ci sono guerre civili, uccidono Galba, gli uomini di Ottone saccheggiano la X Regione, razziano Aquileia. Imperatore diventa Vespasiano.

ANNO 70-150 d.C. - La Venetia et Histria, supera questo torbido periodo con altri importanti eventi bellici che però avvengono non nel suo territorio ma all'esterno dei confini romani (Pannonia, Norico, Resia). Da Aquileia e Altino vengono  costruite altre strade verso l'Isonzo, che raggiungono Lubiana, da qui collegamenti a Vindobona (la futura Vienna); e strade che attraversando un piccolo villaggio di pescatori, Tergeste (la futura Trieste) raggiungono i nuovi castri che i romani vi hanno fondato (le future  Istria, Fiume, Pola e altri centri nella Dalmazia). Da questi castri passano le legioni impegnate nelle campagne sui Balcani, come quelle di Traiano, o quelle inviate da Antonino Pio ecc.
ANNO 150 d.C. - Aquileia viene colpita da un tremendo terremoto. Ma la città viene subito ricostruita sulle rovine ed è sempre la città più importante della regione; è del resto Aquileia  la porta orientale dell'Impero.

ANNO 169 d.C. - Iniziano i primi sconvolgimenti. Scendono nelle Venezie dai confini le orde di Marcomanni e di Quadi. Queste popolazioni germaniche  varcano il Danubio, scorazzano in Rezia, nel Norico, in Pannonia, infine scendono a sud delle Alpi e assediano Aquileia. E' considerata la prima invasione  barbarica in Italia. A contenere le orde, a costruire castelli, limes,  troviamo per anni e anni  Marco Aurelio, che registra alcuni successi. Un altare eretto ad Aquileia da un certo Eures ricorda Giove come Iuppiter, victor, conservator, defensor. Da quel momento Aquileia diventò zona d'interesse militare anche per le Alpi Giulie e fu circondata da altre opere difensive (Claustra Alpium Iuliarum) sotto il comando di un comes Italiæ, residente ad Aquileia.

 ANNO 180 d. C. - Marco Aurelio muore, e troviamo Commodo suo figlio che fa compromessi un po' con tutti i nemici che da alcuni anni il padre combatteva, e se ne torna a Roma dalle sue donnine e a fare il divino Ercole. Nei confini in breve tempo torna l'anarchia,  le invasioni e lo sfacelo.

ANNO 193 d.C. - Altri sconvolgimenti a Roma per le successioni dopo l'assassinio di Commodo e di Pertinace. Settimio Severo proprio con l'appoggio delle truppe di Aquileia, viene proclamato imperatore. Con Severo, Aquileia, assume il suo nome Colonia Septimia Severa Clodia Albina, e con questo nome conosce di nuovo un forte impulso edilizio. Questo complesso di abitazioni, assieme a quelle che risalgono alla fine della Repubblica, sono ancora oggi visibili, come la via Sacra, il Foro, il grande mausoleo alto 17 metri, e subito dopo appaiono anche le prime basiliche paleocristiane. Secondo Ausonio, Aquileia era  la nona città dell'Impero,  la quarta in Italia dopo Roma, Milano e Capua. Ma strategicamente era la più importante di tutte.

ANNO 238 d.C. - A sconvolgere nuovamente Aquileia, un'altra lotta di successione. Ad assediarla (come se non bastassero i barbari) questa volta è Massimino il Tracio (proclamato nel 235 d.C. Imperatore in Germania dalle sue truppe, esasperate dall'indecisione di Alessandro Severo). Dichiarato nemico pubblico dal Senato, lui decise di marciare su Roma. Il 10 maggio partendo dalla Pannonia, occupa con facilità Lubiana (Emona), passa le Alpi e si getta nella pianura aquileiese, iniziando l'assedio della città. Ma gli abitanti del territorio si erano intanto rifugiati ad Aquileia ed avevano così aggiunto forze su forze a quelle militari già esistenti, componendo così un forte corpo di difesa spontaneo, che intendeva salvare la propria città anche se era a vantaggio di Roma. Coordinavano la difesa i consolari Crispino e Menefilo. Per ritardare l'avanzamento di Massimino, all'inizio della primavera  era stato abbattuto il grande ponte in pietra che superava l'Isonzo sulla via che scendeva dalla Valle del Vipacco (Fluvius Frigidus).  Per rappresaglia, da parte di Massimino, furono tagliate tutte le vigne del territorio attorno ad Aquileia, perchè gli abitanti delle campagne rifugiatisi ad Aquileia si rifiutavano di trattare con il "barbaro Massimino". L'attacco alla città risultò estremamente difficile mettendo a dura prova gli assedianti più che gli assediati. La situazione degli assalitori si fece ancor più difficile quando aumentò la diffidenza e le ribellioni scoppiarono un pò ovunque nei dintorni; nella pianura padana iniziarono ad ammassarsi uomini contrari a Massimino, e così pure a Ravenna: qui arrivò la notizia della sollevazione degli stessi soldati di Massimino, che vista l'inutilità dei loro sforzi, ci pensarono loro a uccidere lui e suo figlio Massimo.

 E' il primo episodio di una serie di lotte tra Imperatori di cui Aquileia sarà quasi sempre  testimone e partecipe fino alla caduta dell'Impero. 
E proprio per queste lotte, le presenze militari si intensificarono in Aquileia, senza però che la città risentisse molto della crisi romana che si andava sempre di più aggravando. La sua posizione di controllo come porta orientale d'Italia si faceva sempre più rischiosa. Infatti il nome di Aquileia compare sempre più spesso in occasione di guerre civili, di minacce barbariche e di invasioni vere e proprie.
Nei successivi anni ci sono infatti  infiltrazioni di Alemanni che devono essere ricacciati da Gallieno (260-268). Anche Claudio (268) deve accorrere sul Garda, e suo fratello Quintillo, incaricato di controllare i confini orientali, fu poi proclamato Imperatore ad Aquileia (270) ma contemporaneamente anche Aureliano  fu acclamato imperatore dalle sue truppe a Sirmio (270-275) e deve pure lui accorrere più volte ad Aquileia a farsi le sue ragioni.
ANNO 285 d.C. - In quest'anno un imperatore invece di sconvolgerla o assediarla, gli toglie la qualifica di capitale. E' Diocleziano,  acclamato Imperatore associa al trono Massimiano e divide in due l'impero. Diocleziano fissa la sua residenza a Nicomedia, mentre Massimiano  la fissa a Mediolanum (Milano) e ne fa il centro della Diocesis Italica, togliendola ad Aquileia.

ANNO 293-297 d.C. - Diocleziano opere una serie di riforme con la cosiddetta tetrarchia.
(quanti passano a Piazza San Marco e non si rendono conto che a fianco della Basilica a sx, c'è il piccolo monumento dei tetrarchi abbracciati. Alto poco più di un metro, in marmo rossiccio; molti distrattamente vi si appoggiano e non sanno che quello e invece un piccolo ma importantissimo monumento capolavoro; unico).
Aquileia non è più capitale, ma è sempre la città più ricca, più opulenta, e più organizzata. Quest'anno vi troviamo i due imperatori, le loro famiglie e la loro corte. Non escludiamo qualche soggiorno a Grado, che era già zona di villeggiatura dei ricchi aquileiesi. Ed è pure intuitivo che Grado partecipasse al benessere di Aquileia con la quale era collegata per mezzo del Natisone e del Natissa navigabile, e pare anche da una ardita strada costiera che distrusse poi il duca longobardo Lupo nel 662.
Ad Aquileia c'era  pure una importante zecca romana (una specie di "Banca d'Italia")  con ben tre officine per coniare monete.


ANNO 303-304 d. C. - Il soggiorno di Diocleziano e di Massimiano ad Aquileia in questo periodo  è legato all'ultima persecuzione contro i cristiani, che fu a lungo ricordata perché (secondo la tradizione cristiana) diede dei martiri anche in Aquileia. La presenza degli Augusti segna l'ultimo atto di venerazione a Beleno, in antitesi al cristianesimo ed in omaggio al culto tradizionale. Questo perche nell'...

ANNO 305-313 d.C. - ...come nel resto d'Italia, stanno terminando le persecuzioni cristiane; ad Aquileia da una piccola e quasi clandestina comunità, nonostante le persecuzioni, si erano già contraddistinti  insigni  ecclesiastici (presenti nel Martirologio - I più noti sono Ilario e Taziano (morti sotto Domeriano, 284), Canzio, Canziano, Canzianilla (morti sotto Diocleziano e sepolti a San Canzian d'Isonzo, 303-304), Proto, Ermacora e Fortunato, Crisogono). Ma è in questi anni che inizia una numerosa libera comunità cristiana. Dopo l'abdicazione di Diocleziano, inizia Costantino a imporsi nell'Impero,  con uno dei suoi primi editti (306) sulle libertà di culto.
Il catalogo dei Vescovi della Chiesa d'Aquileia inizia con Ermacora, continua poi con quelli di Ilario, di due Crisogono, per giungere infine a Teodoro, Vescovo appunto tra il 308 e il 319. Questo fu il primo ufficiale Vescovo che sedette sulla cattedra di Aquileia dopo il rescritto di Costantino del 313, con cui si concedeva libertà al cristianesimo. E' lo stesso Vescovo che, assieme al Diacono Agatone firma gli atti del Concilio di Arles del 314 e che ha legato al suo nome i mosaici pavimentali delle due aule che egli volle ricostruire. In ambedue si trova infatti la stessa formulazione: THEODORE FELIX.
Dopo questa data i cristiani iniziano la costruzione di numerose chiese.


ANNO
313 d.C. - Sconfitto Massenzio a Saxa Rubra a Roma, Costantino e Licinio si incontrano a Milano, si spartiscono le rispettive aree di potere: al primo l'Oriente, al secondo l'Occidente e promulgano il famoso "Editto di Milano" che abolisce ogni discriminazione religiosa.  Ma di fatto diventa dominante quella cristiana. Aquileia dopo l'editto edifica un vasto complesso di costruzioni e viene eretto il primo luogo ufficiale di culto cristiano: le (già ricordate sopra) aule teodoriane dal nome del Vescovo Teodoro. Che dovrebbero essere il nucleo originario della basilica che farà poi costruire il Vescovo Poppone. Contemporaneamente si  costruiscono altre chiese: il Battistero ottogonale, la Basilica della Beligna, la Basilica di Monastero, la Basilica di San Giovanni, il Martirium di San Flavio: di questi edifici alcuni non rimangono che le fondazioni e nei pavimenti superstiti gli stupendi mosaici.
L'imperatore ad Aquileia possedeva un suntuoso palazzo -Si ricorda il panegirico in occasione del suo matrimonio con Fausta, figlia di Massimiano (307), e un dipinto absidale mostra la giovinetta nell'atto di offrire un elmo d'oro al fidanzato. Altri fatti sono legati alla dinastia Flavia avvenuti ad Aquileia o nei suoi dintorni: alcuni tragici, come la morte di Costantino Magno che registriamo più avanti, nel 339. 
Ma in questo 313 si registra uno degli ultimi soggiorni dell'Imperatore Costantino, con due grossi eventi, prima del trasferimento della capitale a Costantinopoli (consacrata nel 330). 

ANNO 318 d.C. - Il primo evento e l'inizio della controversia ariana del prete alessandrino Ario che inizia quest'anno; il secondo evento è quello dell'anno 325 con il Concilio di Nicea, che scomunica gli Ariani. Una questione che fu oggetto di una lunga disputa durata fino al 381, quando ormai l'Arianesimo si era diffuso (per mezzo di uno zelante prete goto, Ulfila) fra le popolazioni barbare: germani, marcomanni, borgundi, svevi, vandali e anche Longobardi, che sono in questi anni ancora a nord oltre il Danubio, nel 487 scesero nel Feld (a est di Vienna), poi nelle terre dei Rugi,  degli Eruli, dei Gepidi,  infine quando nel 560 divenne re Alboino, i longobardi da lui guidati nel 568 invasero l'Italia (vedi più avanti).
L'abbiamo anticipata la cronaca di questa invasione, perchè, la questione ariana con i longobardi che professavano questa fede, aveva giù creato ad Aquileia un grosso problema (ma anche nel resto d'Italia). 

ANNO 329- 340 d.C. - Dopo la morte di Costantino a Nicomedia avvenuta l'anno prima, questo è l'anno che Aquileia per la disputa dell'impero assiste alla lotta fratricida  dei tre figli di Costantino. I tre fratelli per un precario accordo fatto in precedenza si contendono l'Impero. Costantino Magno proprio ad Aquileia dopo aver tentato un assedio, viene ucciso dal fratello Costantino II, che  fa scempio del suo cadavere.  Rimangono solo i due fratelli che si dividono l'impero:  a Costantino II  l'Oriente e a Costanzo l'Occidente.


ANNO 342 d.C. - Al Vescovo Teodoro (308-319 c.a) successero Agapito e Benedetto, con i quali si giunge al 342. In questo periodo, ad Aquileia, oltre ai contraccolpi delle vicende politiche e militari seguite alla morte di Costantino, si intrecciarono le accese polemiche, provocate dall'eresia ariana, condannata nel 325 dal Concilio di Nicea. Il Vescovo di Aquileia, Fortunaziano (342-369), fu eletto in coincidenza con i gravi tumulti scoppiati proprio negli edifici di culto aquileiesi e durante il Concilio di Sardi, (oggi Sofia) del 343, dove egli sottoscrisse gli atti contro gli ariani. Nel 345 Fortunaziano ospitò ad Aquileia Atanasio di Alessandria, che predicava l'ortodossia e lottava contro l'arianesimo. In questo periodo fu costruita una nuova grandiosa basilica. Ma Fortunaziano non fu sempre coerente: infatti nel 358, assieme ad altri Vescovi, sottoscrisse il credo ariano di Sirmio.
Valeriano (369-387/388) succeduto a Fortunaziano, fa uscire la chiesa di Aquileia da questa posizione ambigua: mentre Milano è ancora ariana. Tuttavia Aquileia acquista un ruolo importante tra le chiese dell'Italia settentrionale, non solo, ma anche in quelle adriatico-danubiane, del Norico e della Pannonia. Nel Concilio convocato da Papa Damaso a Roma (369-371), Valeriano appare come il capo degli ortodossi contro gli ariani, facendo in modo che Aquileia divenga un nodo primario, sia gerarchico che politico.

ANNO 361 d.C. - Costanzo nel 353 rimane unico imperatore, ma poi muore nel 361, ed  ecco un'altra disputa e un altro assedio di Aquileia per la contesa del trono imperiale fra Costanzo II (che resta ucciso, e Giuliano l'Apostata nuovo imperatore; ma dura poco, nel 361 muore anche lui in una campagna militare.  Nel 367 è imperatore Valentiniano I che associa Graziano. Nel 375 morto Valentiniano unico imperatore d'occidente è il Piccolo Graziano di cinque anni. Nel 379 rispunta un giovane che da anni aveva lasciato l'esercito per lo sdegno verso Graziano  che aveva mandato a morte suo padre con tanta leggerezza: è Teodosio, che Graziano  l'anno dopo (dimenticando i torti fattigli in gioventù) lo associa al trono.


ANNO 381 d.C. - Consacrato come vescovo di Milano (che è ormai la capitale, e sede imperiale di Graziano), s. Ambrogio, convoca un concilio antiariano  ad Aquileia. Anche perché, con l'ascesa di Teodosio a imperatore, questi ha emanato l'anno prima l'"editto di Tessalonica", firmato anche da Graziano; viene cioè dichiarata religione ufficiale dell'Impero solo il cristianesimo; proibiti tutti i culti pagani; dichiarati eretici tutti gli ariani.
Anche se ad Aquileia già nel 375  l'arianesimo era stato sradicato, e Gerolamo aveva riconosciuto ai clerici aquileienses i meriti per il loro zelante esercizio della fede,  proprio in occasione di questo Concilio,  furono inviate agli Imperatori quattro lettere sinodali. Una di queste conteneva l'indicazione della fedeltà e del rispetto verso la Chiesa d'Alessandria. La presenza determinante di Ambrogio al Concilio sancisce anche l'affermarsi di Milano come metropoli dell'Italia settentrionale in campo ecclesiastico. Proprio in quell'anno infatti, l'Imperatore d'Occidente sceglie Milano, anzichè Treviri, come sua sede. Ed è qui che inizia la vera decadenza di Aquileia, perchè viene lasciata in disparte nel riordino delle città imperiali, perchè troppo esposta geograficamente ad est e poco difendibile.
S.Ambrogio in questa circostanza già camminò su uno dei più vasti mosaici dell'occidente dove poi su di esso fu eretta l'attuale basilica.
E' il cosiddetto "mosaico di Teodoro": oltre 700 metri quadrati (37x20). Fu intravisto nel 1896, scoperto per caso nel 1909. Una incredibile distesa musiva con elementi decorativi che sembra una "fototeca" di paesaggi, di ritratti pieni di realismo, di attività umane (non manca la pesca), di vitalità popolaresca   e alcune a carattere religioso. Forse dopo un incendio (degli Unni?) della precedente basilica, su questo pavimento che non presenta che guasti minimi, fu poi eretta l'attuale basilica che misura m.65x29,20 con due colonnati laterali.

ANNO 388 a.C. - Altro evento sanguinario per la disputa del trono imperiale fra Teodosio e Magno Massimo: Rifugiatosi ad Aquileia, viene consegnato dai suoi stessi soldati a Teodosio, che lo mette a morte e fa trascinare il suo cadavere per le strade di Aquileia. Teodosio darà poi il via alla ricostruzione delle mura della città. La Battaglia del "Pio" Teodosio contro Massimo sul fiume Frigidus (Vipacco) segnò la definitiva vittoria sul paganesimo. Da Aquileia lo stesso Teodosio emana l'editto contro i sacrifici pagani e contro l'accesso ai numerosi templi dei vari dei (391).

ANNO 391 a.C. - Sul finire del secolo, era intuibile che l'integrità territoriale dell'Impero era a forte rischio, da quando cioè la pressione degli usurpatori o dei barbari si era fatta più  minacciosa. La calamità la si volle attribuirle a una punizione divina per la dilagante flessione morale. Ne parla Gerolamo nel 396. Ma già nel 378, poi nel 385 e 388 Ambrogio da Milano oltre ad aver pure lui segnalato l'insufficienza del vallo alpino, aveva anche lui dato un significato religioso alle contese fra Valentiniano II, Massimo e Teodosio. Queste supposte motivazioni religiose  esasperò la tensione fra i contendenti,  cioè fra ortodossi e ariani. Lo scontro assunse un significato di battaglia fra ortodossia e arianesimo, cristianesimo e paganesimo. Anche se la corrente ariana si sentiva più vicina e culturalmente più protetta dai ceti dominanti rispetto a quella ortodossa . 

ANNO 394 a.C. - In tutto l'impero si sta spegnendo la "luce". Teodosio ha abolito l'anno precedente le Olimpiadi in Grecia, fa chiudere tutti i santuari e le basiliche pagane, viene abolita la musica, l'arte, la scultura, l'accademia, le scuole, le feste "pagane" campestri del "pago" ("villaggio") di ogni tipo;  si vive di rassegnazione, e "seduti" o sfiancati dalla fatica, passano le giornate grigie aspettando la provvidenza che per la maggior parte fino alla morte non arriverà mai. Dovranno passare secoli e secoli (i secoli bui) prima che si affacciasse la Rinascenza e dopo altri tre secoli le Rivoluzioni.
Anche nelle Venezie e nelle città municipio scende il grigio vivere e quindi in parallelo la tanta incapacità o volontà di agire. Accade questo proprio ora che stanno iniziando e si succederanno numerose  le invasioni barbariche dove si avrebbe invece bisogno di efficienza e audacia.
Spentasi l'intraprendenza, riorganizzate le province in un altro modo, i municipi delle città si spengono anche loro. Si isolano. E così i rapporti fra le genti, le sinergie scompaiono. La coscienza nazionale pure. Ogni città pensa per sé,  e così isolate, saranno poi tutte impotenti a contenere le orde barbariche.
Pure Aquileia, non ha più influenza sui municipi di Trieste, su Cividale e sulla prospera Concordia Sagittaria, anche se possiede al suo interno una forte comunità cristiana e un autorevole vescovo, sede del Patriarca, che conserva la giurisdizione su tutta l'Italia settentrionale. Più che agire si prega in ogni ora del giorno, dal mattino a sera. Ci si affida alla volontà di Dio. Si rivolgono gli occhi al cielo invece che in terra.

Ma è sui confini che l'autorità imperiale e l'esercito è enormemente carente nonostante si siano opposti gli imperatori  Valentiniano, Valente, Graziano, ed infine  Teodosio; proprio quest'ultimo partendo da Costantinopoli ed arrivando ad  Aquileia nel 394 "va incontro" alla morte il 5 settembre a Aemona.  Perde, poi prega, poi vince, poi nella grande pianura sabbiosa del Frigido (od. Vipacco) si alza la "bora" gelida, e vince lei; Teodosio si prende una bronco-polmonite che lo porterà in pochi giorni alla tomba.
Molti barbari si è stati costretti a farli diventare alleati di Roma; alcuni di questi diventano addirittura generali. E ora perfino tutori di giovani imperatori. Infatti, Teodosio ammalatosi gravemente a Frigido, pochi giorni dopo muore a Milano  il 17 gennaio 395; e lascia  l'impero d'Occidente a un ragazzino di undici anni Onorio, sotto la tutela di un Vandalo, Stilicone, e l'impero d'Oriente al diciottenne Arcadio sotto la tutela di Rufino. Non siamo ancora alla caduta dell'Impero Romano, ma questo è il giorno che ha cambiato la storia di Roma e dell'Impero. Avviene formalmente e di fatto la divisione dell'Occidente e dell'Oriente.
Per i barbari queste cose delle successioni dinastiche a bambini, sono risibili; loro affidavano l'autorità e il comando all'uomo più valido, più coraggioso, più intelligente del clan, e non al discendente, anche se maturo come età, figuriamoci a un bambino che prendeva ancora il latte.

Con queste tutele, d'ora in avanti a comandare le legioni romane sono i barbari di ogni razza, Alani, Ostrogoti, Svevi, Vandali, Visigoti. E gli imperatori (e questo sconcertava i barbari) sono solo dei pupazzi (dopo il piccolo Onorio, vedranno imperatore Valentiniano III di 4 anni) a fare i capricci a Ravenna, che fra breve (402) diventa la nuova capitale, e Roma in breve tempo un villaggio di anime spente, tanti fantasmi in mezzo a grandiosi ricchi palazzi, ville, terme, teatri, grandiosi circhi vuoti.

ANNO 401 d.C. - Generali barbari-romani contro re barbari-barbari, che ne approfittano (e qualche volta si mettono anche d'accordo) per invadere l'Italia e fare una, due, tre cento scorrerie. Si permettono perfino di assediare due volte Roma in due anni (408-410). Le porte d'entrate sono sempre quelle; delle Venezie. Dal Norico con i suoi visigoti entra quest'anno Alarico (prima invasione, un'altra nel 408). Nulla può l'altro ex "barbaro" (Stilicone) per fronteggiare il pericolo. Alarico prima assedia una volta Aquileia poi va assediare Milano. Onorio è costretto a fuggire ad Aquileia, poi anche qui assediato  è costretto a fuggire a Ravenna, facilmente difendibile con le sue infide lagune da una parte e il mare dall'altra.
Ad Aquileia con queste prime scorribande di barbari visigoti, durante l'episcopato di Agostino (407-408) viene costruito a Grado un rifugio per i Vescovi. Questo centro che era un semplice luogo di villeggiatura, assumerà in seguito grande importanza nei contrasti mai sopiti tra arianesimo e cristianesimo, e che con l'arrivo dei Longobardi si inasprirono nella sfera sia religiosa che politica (ma anche tra ellenismo e romanesimo).

Questo riparo a Grado sembra sia stato il "rifugio" del primo esodo di alcuni religiosii; ma non solo a Grado, forse anche in una delle isolette della laguna, dove poi sorgerà Venezia. Una leggenda fissa al 25 marzo dell'...

ANNO 421 d.C. ....la fondazione (secondo la leggenda) nelle Isole Realtine, di una chiesuola dedicata a san Giacomo, o Jacopo, e l'isoletta era allora una deserta Rialto.
Una data più certa è invece quella del 568, quando a fuggire furono in molti, non solo ecclesiastici, ma quasi tutta la popolazione di Aquileia, e soprattutto quella di Altino, con l'invasione-distruzione longobarda (la troveremo più avanti).
E se di Aquileia, Grado era la figlia, di Venezia Grado e Altino ne diventano la madre. Entrambe sorte in età romana, entrambe andranno a far sorgere Venezia.

Fu dunque Agostino a far costruire il castrum di Grado, dove il Vescovo talora si recava; e Grado sostituì (temporaneamente) a tutti gli effetti Aquileia, e divenne oltremodo importante quando il Vescovo portò in questo rifugio buona parte dei cittadini aquileiesi, assumendo su di sè tutta la responsabilità e l'autorità del territorio.
Inoltre lo spostamento della sede imperiale da Milano a Ravenna, già avvenuta alcuni anni prima, accrebbe l'importanza di tutto l'alto Adriatico, perchè qui l'Imperatore andava spesso per garantirsi contatti più sicuri con l'Oriente, cosicchè Aquileia accolse, ma solo saltuariamente, la Corte imperiale. L'ultimo Imperatore a soggiornarvi fu Valentiniano III, nel 425.
Ad Agostino seguirono vari Vescovi: Ianuario o Gennaro (+ nel 447), Niceta, che cercò di ricostruire dopo i gravi danni prodotti dal passaggio di Attila; Marcelliano (+ 504) che si adoperò a ripristinare gli edifici di culto estremamente danneggiati. Opere di ricostruzione e di abbellimenti furono fatte eseguire da Giustiniano nel 552 dopo che Narsete tolse Aquileia e Grado ai Goti.

Ma non è che Aquileia - con quelli che vi erano rimasti- rimasero a guardare Grado.  (anticipiamo quindi gli eventi). Gli Aquileiesi erano convinti di appartenere ad una chiesa importante, di essere depositari di una tradizione di fedeltà, ancorata nell'ortodossia. Nel 557, in occasione di un Concilio provinciale, opponendosi ai deliberati del II Concilio ecumenico di Costantinopoli (553), Aquileia, vantò i suoi precedenti e l'origine apostolica della propria chiesa.  Potè così ottenere l'assunzione del titolo patriarcale, che infatti i Vescovi di Aquileia cominciarono ad assumere. Il termine Patriarca aveva una sua importanza in epoca giustinianea; le grandi sedi riconosciute non avevano un semplice "Vescovo", ma  un "Patriarca" e si trovavano solo a Gerusalemme, Antiochia, Alessandria, Roma, Costantinopoli. Patriarca vuol dire in greco "Primo Padre", nome che nella traduzione biblica venne attribuito solo ai grandi personaggi della Genesi.
Ma  poi nel 568 - dopo l'invasione dei Longobardi  Grado ritornò ad offrire un'altra volta sicuro rifugio al Vescovo-Patriarca  Paolino (557-569), che vi trasportò il tesoro della chiesa di Aquileia.
Nel 579, a Grado, Elia convocò un Concilio provinciale, in cui venne confermata la fedeltà di tutti i Vescovi al Patriarca di Aquileia. Una unità spirituale ed ecclesiastica che uniti nella disgrazia, sopravviveva e superava la divisione politica.
D'intesa col Papa, le pressioni dell'Esarca, residente a Ravenna, fecero crollare le resistenze dei gradesi che ormai credevano fissa a Grado la sede religiosa e quindi la nomina a Patriarcato. Alla morte di Severo (588-606), successore di Elia, il Patriarcato si divise: un Patriarca, Candidiano (606-612), appoggiato dai Bizantini, rimase a Grado; Giovanni (dal 606 in poi) ancora scismatico, si insediò ad Aquileia dandole il ruolo di unica sede principale, con giurisdizione sui vescovadi rimasti nell'ambito longobardo. Nel 628, alla morte di un successore di Candidiano, il Patriarca gradese Fortunato fuggì, con una parte del tesoro e ritornò nelle terre aquileiesi, rifugiandosi nel Castello di Cormons. Tanto il Papa Onorio quanto l'Imperatore Eraclio ridiedero immediatamente prestigio alla fedele sede di Grado, mandandovi un nuovo Patriarca Primigenio e un nuovo tesoro, dando così anche a Grado il diritto di fregiarsi del titolo patriarcale.
Ma ritorniamo agli anni 400.

ANNO 425 d.C. - Ad Aquileia altra disputa cruenta. Fra Valentiniano III e l'usurpatore Giovanni, che sconfitto e catturato,  fu poi dato un grosso "spettacolo" nel Circo di Aquileia: il pubblico linciaggio.

ANNO 400-451. d.C. - Sia per i traffici con le regioni oltralpe (la strada Claudia Augusta da Aquileia conduceva fino ad Augusta nel cuore dell'Europa) e sia per le continue guerre dei romani a nord con i Germani nelle zone dell'Alto Danubio, oltre che a est nel Medio Danubio (Pannonia, Illiria, Dacia, Tracia) il Veneto ha conosciuto nel corso di questi quattro secoli un fortissimo sviluppo, distribuendo benessere in molte città (Terme, Teatri, Templi, Arene, Basiliche, Ponti, Acquedotti, e grandi Ville (Este, Serraglio, Albrizzi, Sirmione) abbondano come in nessun altro luogo dell'Italia Settentrionale). Ma emergerà poi fra tutte Venezia; per la vocazione marittima degli ex abitanti della costa e per la singolare e costante emancipazione, che ha inizio già in questi anni. Prima ancora della caduta dell'Impero Romano, con una politica accorta questa emancipazione riuscirà a conservarla e ad accrescerla  con l'impero Bizantino, poi con il papato, infine primo Stato in Europa fece a meno di una millantata protezione "ecclesiastica" e quindi papale nel 1509 (interdetto del 27 aprile), non volendo i religiosi sottostare alle leggi dogali locali, che i veneziani invece volevano far rispettare a tutti, preti compresi. La spiritualità andava anche bene, ma il potere temporale a uno di Roma, fosse anche il Papa, questo non non solo non era gradito ai veneti ma decisamente respinto. "A "casa nostra" non si comanda e chi sgarra prete o non prete va punito come tutti gli altri". Non li fermò neppure la minaccia della scomunica, e con la resistenza popolare riuscirono a salvare l'indipendenza, anche se purtroppo dovette rinunciare a ogni volontà espansionistica e ripiegare su una politica di raccoglimento, in un momento molto critico (le conquiste nel Nuovo Mondo e le nuove rotte per l'oriente. Rotte che erano state la fonte delle sue ricchezze per cinque secoli.

Torniamo al periodo. A sconvolgere tutta la regione in questi primi anni del 400 e a portare la frattura fra la costa e la terraferma è dunque una nuova calata di Barbari. Ed è il periodo in cui l'intera area delle Venezie si differenzia sempre di più. La fascia costiera con moltissimi interessi economici e culturali é legata a Bisanzio (ed è eminentemente marittima questa fascia costiera-  Aquileia  è un bastione a nord, e Chioggia lo è a sud ); mentre l'altra, quella interna, piccoli e grandi centri a vocazione contadina quindi più arrendevole (e ovviamente anche meno unita nelle necessarie attività difensive ) andrà incontro a vari destini nel corso di molti secoli, fino alla discesa di Napoleone nel 1797). Troviamo così città e zone della regione "terricola" disputate dai longobardi, dai barbari, dai franchi, dai principi della Chiesa, dalle signorie feudali, fino agli imperialisti austro-prussiani. Ma Venezia rimase indenne; inoltre fu del tutto estranea a quelle forme di organizzazione feudale a partire da quella longobarda, poi carolongia, o a quella dei Comuni e delle Signorie, fino alla sua caduta, quando nonostante avesse dichiarata la sua neutralità dovette soccombere all'ultimatum di Napoleone nel 1797; poi all'assedio degli austriaci nel 1848; e alla beffa (tragedia) di Villafranca. Nulla a confronto della "truffa" plebiscitaria del 1866 (che leggeremo nei singoli anni con una storia a parte).

ANNO 452 d.C. - Altra invasione. - Questa volta sono gli Unni di Attila a scendere in Italia. Distruggono in parte anche loro i dintorni di Aquileia (che resiste all'assedio tre mesi), poi Altino, Concordia Sagittaria e proseguono nelle città padane, raggiungendo Milano. Sulle distruzioni di Attila ci sono molte leggende, e nonostante la nomina di "flagello di Dio" di queste distruzioni se ne contano solo alcune e solo nel Veneto orientale, ma fatte per una ragione militare ben precisa, che leggeremo più avanti.
Il posteriore famoso incontro e gesto di Papa Leone (attraverso i panegirici) creeranno la leggenda del miracolo, che il Papa aveva fermato con la croce il barbaro. E per renderlo ancora più portentoso l'evento mitacoloso si calcò la mano sulla ferocia del condottiero Barbaro, mentre in Germania era ed é considerato un eroe (Etzel nella saga dei Nibelungi). Prisco, vivendoci accanto, di Attila, ci ha lasciato una sua biografia più realistica: lo descrive rozzo ma un uomo di grande intelligenza e di grande umanità. Si calcò anche la mano sui danni agricoli di questi barbari, per una singolare forma di alimentazione. Si volle insomma far diventare miracolosa la sua ritirata.
Attila, non voleva -superstizioso com'era (cito Prisco)-  andare a Roma per poi  morire come Alarico che lo aveva preceduto e che i cristiani attribuirono a una punizione di Dio; inoltre i suoi soldati premevano per tornarsene a casa, e per convincerlo tornava a loro comodo alimentare la maledizione divina. In realtà, era per non perdere il bottino che avevano già messo insieme a Milano e che si portavano sempre appresso. 
Secondo motivo: con un appoggio dei Goti della Gallia, Attila  se scendeva verso Roma, Ezio lo intrappolava; i segretari lo informarono che l'Italia era una stretta penisola e che non c'era sbocco per una eventuale fuga in caso di ritirata, salvo possedere una flotta navale che Attila però non aveva. 
Terzo motivo: oltre che correre il rischio di rimanere intrappolato nel sud, correva il rischio di essere pure attaccato da MARCIANO da Costantinopoli (che invece le navi lui le possedeva eccome) ed era già intenzionato ad aiutare Valentiniano III. 
Infine il quarto motivo: ed è quello che si ritiene piu' importante e determinante nella scelta di ritirarsi; l' Italia in quel periodo si trovava in una carestia micidiale, in più era scoppiata una tremenda peste, che dalla descrizione della sintomatologia doveva essere la bubbonica. L'una e l'altra avevano l'epicentro proprio nella Pianura Padana (principalmente sulla direttrice Milano-Aquileia- dove qui lungo la strada viveva la maggior parte degli abitanti)  e si narra che i soldati non trovando nulla nelle citta' (ridotte alla fame - facevano il pane anche con i semi dell'uva e delle ghiande macinate) e mangiavano i vari tipi di erba. Loro erano popoli della steppa e le radici e le erbe le conoscevano molto bene ed alcune le mangiavano -racconta un sorpreso cronista dell'epoca- "le mangiavano come le vacche ai bordi delle strade". La famosa nomina "dove passava non cresceva piu' l'erba"" era molto verosimile ma non esatta.  Proprio perchè consumatori di radici e di germogli, sradicavano gli stessi dalla terra per nutrirsene, e naturalmente su quella non cresceva piu' nulla.

Insomma queste cause e concause fecero ritornare Attila sui suoi passi verso la sua amata Ungheria (dove morì l'anno dopo - se accadeva in Italia avrebbero detto che anche questo era una punizione divina). Mentre la missione di Papa Leone fece aumentare non solo il suo prestigio personale ma mise in evidenza nelle genti l' autorità papale, che fu presto adattata alla circostanza come un evento soprannaturale voluto dal Dio dei cristiani e dal suo rappresentante in terra il PAPA.

 Le città veramente distrutte da Attila erano due o tre, ma dopo pochi anni, morto lui le cronache successive riportavano che erano 10, dopo alcuni anni erano 40, in pieno medioevo le città erano diventate 100, e fino ai nostri giorni si insegna che ATTILA aveva distrutto le città dell'Italia intera, anche dove Attila non era mai passato. 
Dove veramente Attila rase al suolo le città fu AQUILEIA, ALTINO e CONCORDIA. La prima -lo abbiamo visto- era una grande città fondata ancora nel 180 a.C. dai romani, che ne fecero una roccaforte; e qui  solitamente vi concentravano tutte le truppe che dovevano guerreggiare sul Danubio superiore; quelle verso Carnuntum e Vindobona (Vienna) e quindi poi verso la Germania; quelle che andavano verso la Pannonia (Ungheria); quelle verso l'Illiria (Jugoslavia), quelle che scendevano poi verso la Macedonia, la Grecia, la Tracia, e nella odierna Turchia. Era talmente grande la guarnigione, che da qui partivano come abbiamo visto in più di una occasione anche quelli che andavano in Gallia (Francia). Insomma Aquileia era una metropoli vera e propria, e negli accampamenti con tutto quel via vai di legioni si parlavano ben 10 lingue; c'erano Galli, Germani, Alamanni, Slavi, Unni, Goti, Visigoti, Ostrogoti, Greci, Alani, e ovviamente Bizantini e Romani. Qui proprio per l'alto numero di abitanti, vi risiedeva anche un Metropolita (poi come già accennato, Patriarca) della chiesa cristiana, con una sua diocesi.

Essendo Aquileia così strategicamente importante, le sue difese erano adeguate;  era circondata da massicce mura e da un sofisticato tipo di difesa; era quindi per eccellenza la città meglio fortificata di tutta Europa, inespugnabile. Infatti in 632 anni non ci riuscì nessuno, tanto che era stata etichettata " la fortezza vergine". Ci riuscì solo Attila, ma ricordiamoci che Attila l'affrontò con - chi afferma con 70.000 uomini, chi dice 700.000 (!?). Una cosa é certa in quel giorno d'estate: la difesa non era proporzionata all'offesa, pur nelle condizioni che Attila possedesse solo 70.000 uomini. Era forse sguarnita, perchè lo stesso Ezio considerava (e gli costò più tardi caro) ormai perso il nord; e lo stesso imperatore Valentiniano III, con tutta la sua corte non fece di meglio che fuggire, come di solito fanno sempre i re e imperatori quando c'e' qualche cosa seria da fare. 
Questa antica fama di inespugnabilità e la resistenza opposta per tre mesi fecero sì che gli uomini di Attila una volta espugnata, era scontato (e giustificato) che la radessero al suolo, e quale loro maggiore soddisfazione cancellare per sempre quella che si diceva da 632 anni essere la città più forte dell' impero, la città simbolo dell'invincibilità di Roma. Gli uomini di Attila non gli risparmiarono neppure un muro. I vincitori fanno sempre così, distruggono per il piacere, e questo piacere è ancora più grande quando la nomina di una città è quella di "invincibile".

E se Aquileia era la fortezza, ALTINO era l'Hinterland della potente città militare. Era ad Altino che si concentravano i funzionari delle attività logistiche, era lì nodo commerciale delle strade Postumia, Popilia, Annia, che congiungeva Padova con Concordia e Aquileia. E da Altino partiva la lunga strada Claudia Augusta che saliva a Feltre, Castel Tesino, Trento, Bolzano, Passo Resia e su fino al Lago di Costanza e nella citta' di Augusta, e di qui alla Mosella e al Reno, o a ovest verso la Senna. Ad ALTINO c'erano le antiche e consolidate attività economiche, i negozi, i magazzini, gli approvvigionamenti, le famiglie degli ufficiali pendolari delle milizie. Una città satellite dipendente ma tuttavia un autonomo fiorente municipio, che contava nei tempi migliori anche 100.000 abitanti, nei suo setti opulenti quartieri (che accenneremo fra poco).
(Se passate da Altino, visitate sulla piazza della chiesa l'interessante Museo Archeologico: raccoglie elementi architettonici di oltre 2000 anni, oltre i reperti dell'antica "paleoveneta" Altinum - anche se riteniamo sia un errore parlare di paleoveneti; come non esistono i paleoromani, i paleoetruschi, i paleogreci, così in veneto esistono i Veneti e basta!).

Poi c'era non molto lontano Concordia Sagittaria che era fin dai tempi di Marc'Antonio la residenza e il luogo di villeggiatura dei nobili romani, dei funzionari di grado superiore e dei generali, della gente bene, era insomma il paese dei ricchi. "Attila vi passò sopra con il tallone, la schiacciò definitivamente dalla cartina geografica romana" (così si narra, anche se la successiva cronaca ecclesiastica calcò forse un po' troppo la mano).
Già in questa invasione di Attila, la popolazione di Aquileia si era rifugiata a Grado, territorio meglio protetto dai bizantini, ma anche già rifugio del vescovo nel 407-408.
Passata questa "bufera" ritornarono in città e la vita riprese,   ma per poco: nel 456 ci fu l'invasione dei Vandali di Genserico, poi nel 476 quella di Odoacre che deposto l'ultimo imperatore d'occidente Romolo Augustolo inviò le insegne imperiali a Costantinopoli. 
Con questa data si considera finito l'impero romano; preludio ad altri flagelli che investiranno per primo proprio le Venezie.
L'Italia diventa definitivamente tutta bizantina dopo lo scontro fra ODOACRE e TEODORICO che avviene nel marzo dell'.....

ANNO 489 ... proprio ad Aquileia dove si barrica Odoacre, mentre Teodorico prima si prepara sulla riva sinistra dell'Isonzo poi l'assedia.
Odoacre riesce a fuggire a Ravenna ma dopo tre anni di assedio anche in questa città capitola e lui scende a patti, ma poi  a tradimento viene ucciso nel corso di un incontro conviviale.
Inizia il lungo periodo di dominazione degli Ostrogoti, con Teodorico, a pieno servizio di Costantinopoli.
Una dominazione quella di Teodorico ambigua. Pur rispettando il clero romano e agli ordini dell'Imperatore d'Oriente, fa una politica tutta sua, stringendo alleanze con i vari barbari, tramite accordi, matrimoni, amicizie; e agisce con  insofferenze agli ordini di Costantinopoli (piuttosto restia a concedere al "barbaro" quel potere che Teodorico invece aspirava e si aspettava: quello di Re d'Italia)

Fin qui il fatto politico, poi la questione Chiesa. Teodorico era goto (quindi  ariano (ma in certe occasioni si professava ateo)  tuttavia fu sempre tollerante. Ma fra i molti consiglieri buoni ascoltò anche quelli cattivi; ed alcuni di questi lo spronarono -pur sapendo che era di fede ariana- ad intervenire in questioni religiose fra cristiani e ariani. Un compito difficile perchè Teodorico non afferrava la sostanza del problema non avendo mai approfondita la questione religiosa.
Alcuni storici affermano che il dissidio religioso e le ostilità verso il cristianesimo vennero solo in tarda età a causa della sua senilità, e che prima Teodorico non si era mai intromesso nelle discussioni religiose. Invece sappiamo che già nel 495 volle erigere a Ravenna il Battistero degli ariani. E anche l'intromissione nei sinodi romani  di due suoi  funzionari goti perchè venissero applicate le sue direttive (di stampo ariano) fu un vero e proprio atto di autorità nei confronti del clero cristiano (alle volte passivo ma spesso anche ambiguo).

ANNO 500  - Per la questione dell'elezione a papa di Simmaco o di Lorenzo (di due fazioni rivali) scese lo stesso Teodorico a Roma per confermare il primo. Ma appena Teodorico lasciò Roma scoppiarono discordie, sommosse di piazza e infamanti accuse verso Simmaco: di essere un ladro delle proprietà della Chiesa, un corruttore, che non celebrava la Pasqua con le date giuste e accuse di molti altri delitti. Teodorico (dopo un processo affidato a una commissione e a cinque roventi sinodi) riconfermò l'incarico a Simmaco. Non sappiamo di "cos'altro" si parlò nei 4 concili che si tennero a Roma nel 499, 501, 502, 504 per dirimere i contrasti su l'elezione del pontefice (dopo il "caso Simmaco"). Ma sappiamo che si stabilì l'esclusione dei laici dall'elezione papale e l'inalienabilità dei beni della Chiesa. E se questi erano gli argomenti, una ragione seria ci doveva pur essere.  Obiettivo principale era quello di convertire Teodorico, e nello stesso tempo prendersi il potere temporale. 
Teodorico evitò di esprimere un suo punto di vista personale sulle questioni di carattere etico-religiose, ma però mise due goti GUDILA e BEDCULPHAS ad accertarsi nei sinodi ecclesiastici cristiani se rispettavano le sue direttive.
 Il pasticcio più grosso - con questi atteggiamenti, forse perché deluso da Bisanzio ostinata a non concedergli i poteri che Teodorico aspirava - lui lo combina nell....

ANNO 524 (due anni prima di morire) quando  dopo i severi provvedimenti di Giustino contro gli ariani, prima Teodorico si scaglia contro i cristiani, poi nel 525 fa giustiziare i loro difensori, infine nel 526 fa imprigionare papa Giovanni I, che pochi giorni dopo muore. Teodorico fa eleggere un suo favorito, un sannita. Ma poche settimane dopo muore anche Teodorico. Tutta la lunga dominazione ostrogota va allo sfascio (una dominazione di anni e anni, dai bizantini delegata al "barbaro", ma in verità mai formalizzata con i pieni poteri da Costantinopoli).   
Quello che accadde poi  in Italia nei successivi anni, fino al 568, con l'arrivo del goto Vitige affrontato da Belisario, poi Totila affrontato da  Narsete, riempiono le tristi cronache di due decenni.

ANNO 552 - Il primo generale di Giustiniano, è nelle Venezie, per chiedere soccorsi di navi ai veneti, per cacciare i Goti dall'Italia. Questi erano anni terribili; con una popolazione nella disperazione, in mezzo a guerre, carestie, epidemie. Oltre che crollare  la dominazione ostrogota (con le loro lotte intestine) si sfascia anche l'Italia. Si svuotano le città, e la maggior parte della popolazione si rifugia nelle campagne, nelle valli, sulle colline impervie, e nelle isole.
Se i "barbari" fecero razzie percorrendo tutta l'Italia, i bizantini che la dovevano liberare, fecero rimpiangere gli stessi barbari. Totila era un barbaro, ma (oltre il fascino che esercitava sulla gente) ragionava meglio di alcuni statisti di Costantinopoli, che solo perché era un barbaro lo disprezzavano e da lui non accettavano nessun colloquio né tanto meno proposte.
L'ultimo "regalo" ai goti lo fece  alla fine (succedendo a Belisario) lo stesso Narsete, quando per sbarazzarsi dei barbari, chiamò per farsi aiutare altri barbari, che così scoprirono com'era l'Italia, le sue città, le sue pianure, le sue campagne, il clima, e quel benessere che nonostante tutto era pur sempre cento volte superiore a quello di un popolo nomade, che viveva nei pressi dei confini veneti alla giornata e campava solo di razzie. Se Roma subì qualche sacco, le città delle Venezie ne subirono cento; quasi tutte le porte per entrare nell'impero erano nelle Venezie, con delle belle strade, comode, molto utili al tipico "mordi e fuggi" dei barbari.

ANNO 557 - Narsete (dopo Belisario) inviato in Italia a combattere i goti, dopo averli vinti non solo non fu ripagato dei servigi resi (riconsegnando nuovamente tutta l'Italia ai bizantini) ma nel 565 fu richiamato a Costantinopoli, dall'ingrato Giustiniano, che lo accusò  di cospirazione, di voler diventare lui re d'Italia con l'appoggio dei goti vinti.  Narsete ci rimase male quando fu processato, condannato e esiliato a Napoli. Poi l'anno stesso morì Giustiniano. Il nuovo imperatore lo riabilitò, ma forse il danno ("regalo" ai goti, forse per vendetta) Narsete lo aveva già fatto.

Facciamo un passo indietro. Il generale bizantino Narsete in Italia contro Totila, si era fatto aiutare da tanti gruppi di "barbari" e fra questi i Longobardi che fornirono  2500 terribili "guerrieri" (questo era  il vero nome dei Longobardi - Win-nili = forti guerrieri) con altri 3000 uomini armati al seguito non meno abili dei primi.
A comandarli un giovane condottiero, erede a un trono:  ALBOINO figlio del re dei Longobardi Audoino, morto poi tre anni dopo, nel 560.
I longobardi di Alboino furono di grande aiuto a Narsete, soprattutto per la loro ferocia; ma poi alla fine della guerra il generale bizantino dovette prendere le distanze perché la loro aggressività non era rivolta solo ai nemici, ma anche agli altri alleati e agli stessi bizantini quando c'erano le contese sui bottini. Essendo audaci, erano sempre loro i protagonisti della vittoria finale, quindi pretendevano di più degli altri.
Narsete dopo la battaglia conclusiva, non vide l'ora di rimandarli a casa, erano troppo indisciplinati e piuttosto pericolosi prenderli a servizio. Poi Narsete si insediò con il suo esercito  a Ravenna nel 557, dove si diede da fare per appianare le divergenze fra vinti e vincitori. E quasi vi era riuscito (il primo esarca fu proprio Narsete) fino al punto che gli stessi goti lo avrebbero voluto re d'Italia. Cosa che allarmò Costantinopoli informata da quella fronda bizantina che si era formata nella stessa Ravenna nel corso di sette anni.
Infatti proprio a Ravenna nel 565 a Narsete gli giunse l'infamante accusa di tradimento, di cospirazione contro l'Impero. Mentre Alboino nel frattempo - morto il padre - era diventato Re dei longobardi. 

Alcuni storici antichi e moderni avanzano questa tesi: che NARSETE dopo tutto quello che aveva fatto per il suo imperatore, per essere stato poi così ingiustamente accusato, ispirò, diede appoggio, e forse favorì l'invasione dei longobardi. Che se andiamo a vedere nei dettagli fu un'invasione bene organizzata sul piano logistico; sembra impossibile che non ci fosse lo zampino di un grande stratega e di un grande logistico; e in quel periodo, morto Totila, c'era in giro solo Narsete con queste qualità.

Sopra abbiamo appena letto che ad Aquileia e a Ravenna, Narsete aveva conosciuto proprio questo ALBOINO, allora ancora giovane erede al trono dei Longobardi. Possiamo pensare che qualche suggerimento deve averglielo dato. Chi meglio di NARSETE conosceva l'Italia? E certissimamente Alboino era a digiuno della topografia della penisola. 
C è di certo, che nonostante la saldissima organizzazione difensiva ai confini, Alboino e il suo popolo varcarono il limes friulano con i suoi numerosi massicci castelli, con quasi nessuna reazione dei romani. E questo è molto strano. Ma è anche molto strano che Alboino inizia a muoversi in Italia come un abile stratega e con una efficiente logistica.
Le carte del territorio dell'impero erano sempre gelosamente custodite dai grandi generali, e l' unico in Italia ad averle in quel periodo era solo NARSETE, non certamente Alboino. Queste carte cadevano nel bottino dei vincitori solo quando uccidevano i generali, ma sappiamo che NARSETE non era stato né ucciso, né fatto prigioniero, anzi a Ravenna era apprezzato proprio dai goti. 

Eppure Alboino quando entra in Italia ha una perfetta conoscenza del territorio e si muove così rapidamente  che doveva per forza avere delle mappe. In quelle carte sappiamo c'erano distintamente segnalate le strade, i paesi, le città, il numero degli abitanti, le fortificazioni, il numero dei soldati che mantenevano i presidi; insomma c'era ogni indicazione per non andare al buio. Una vera e propria mappa che gli permise -mentre avanzava- di mantenere collegamenti con le altre strade che si intersecavano con quelle dei vari territori, e che Alboino mentre va avanti, conquista, occupa, vi disloca reparti, vi insedia i suoi carri e le masserizie, le sue donne, i suoi armenti, e i capi fare (i futuri duchi).
Alboino  conquista la penisola a macchia di leopardo, lasciando alcune settori  del territorio  in mano bizantina, anche perché questi erano difficili da assediare, soprattutto quelli sulla costa del Mare Adriatico facilmente difendibili da parte della flotta bizantina. E così le Venezie e l'Istria, cioè l'Esarcato (comprendente pure l'Emilia a sud di Modena, con Ravenna capitale).

ANNO 568 -
Siamo all'anno fatidico per le Venezie oltre che per il resto d'Italia. I Longobardi di Alboino invadono l'Italia, non per fare una razzia - come Attila - ma questa volta per insediarsi sul territorio, ponendo poi a Pavia la capitale del loro regno. Alboino vi giunse con 300.000 uomini (altri storici dicono 500.000) e subito dietro seguivano migliaia di carri con donne, bambini, anziani; circa 100.000 individui, con tutte le masserizie e mandrie di bestiame nel numero di 30.000 capi di bovini, 10.000 maiali, 10.000 pecore.
Come sono organizzati militarmente? Sono 35 tribù (farae = famiglie, clan). Seguendo la loro arcaica tradizione, ogni capo banda, capo di una farae  (poi "duca") -cioè ogni capo guerriero- aveva il diritto a una parte del bottino razziato o del territorio conquistato, dove poi si insediava. E dato che in Italia non erano scesi solo per razziare, ma per rimanerci, questo poi fecero. L'intera penisola  percorsa in lungo e in largo, diventò tutta terra di conquista e quindi l'insediamento dei duchi.

Narra Paolo Diacono: Habitaverunt autem in Pannonia annis quadraginta duobus. De qua egressi sunt mense Aprili, per indictionem primam alio die post sanctum pascha, cuius festivitas eo anno iuxta calculi rationem ipsis Kalendis Aprilibus fuit, cum iam a Domini incarnatione anni quingenti sexaginta octo essent evoluti. ("Erano rimasti in Pannonia per quarantadue anni. La lasciarono il giorno dopo la Pasqua, che in quell'anno, secondo il calcolo, era caduta il 1 aprile, nell'anno 568 dall'incarnazione del Signore, indizione prima").
Giunsero in Italia lungo la Via Postumia, attraverso la Valle del Vipacco; la leggenda narra che ALBOINO si sia soffermato a guardare il panorama del territorio che si accingeva a conquistare dalla vetta di un monte che da allora, fino alla metà del XX secolo fu chiamato Monte del Re, o Monte Re, oggi noto come Nanos, nella eccezione slovena.
Giunti alle pendici meridionali delle Alpi passato il Passo Predil a Cividale  Alboino costituì il primo Ducato con il nipote GISULFO uno dei suoi migliori capi tribù, a Cividale, dove si acquartierò a Forum Julii con un nucleo di soldati proteggendo così le spalle di ALBOINO (quella di Gisulfo fu la prima dinastia ducale longobarda in Italia). Alboino poi proseguì l'avanzata verso Aquileia,  male presidiata dalle truppe che (il deposto) Narsete vi aveva lasciate - se ne impadronirono senza difficoltà, e così tutti i maggiori centri, ma trascurando le ben difese città  nell'entroterra e quelle delle zone costiere difese da una flotta di navi. Dell'acqua i Longobardi ebbero sempre la fobia. Prova ne sia che durante la loro dominazione non diedero nessuna importanza alle navi e scomparvero nella penisola quasi tutti i cantieri marittimi.  

 Furono poi occupate: Altino, Codroipo, Ceneda, Treviso, Vicenza, Verona, Brescia, Bergamo, Milano (il 4 settembre 569). Nei successivi tre anni conquistarono anche Pavia dopo averla assediata tre anni, quando finalmente riuscirono a espugnare questo potente baluardo ci  misero la capitale. (I Longobardi domineranno l'Italia fino al 774 quando subentrò l'impero Carolingio).

Il territorio dei Veneti con l'invasione di Alboino fu sconvolto un'altra volta da questo traumatico evento: nobili, proprietari e popolani abitanti nella zona costiera della regione si rifugiarono nei dintorni. 
Inizia ad essere popolata l'intera fascia più vicina alla costa e alcune isole non molto lontane. Quell'anno ad Aquileia c'era l'arcivescovo Paolino; pensando che l'antica Aquileia fosse ormai finita per sempre e sotto la minaccia di un'altra invasione-distruzione, il prelato prese le reliquie dei santi e dei martiri, emblema della civiltà veneto-romana, e cercò rifugio a Grado, che in passato per due volte era già servita a questo scopo.
Grado è come una seconda patria. Da sempre è legata ad Aquileia nell'età tardo-antica ne è divenuta (essendo allora ancora un'isola) il principale sbocco sul mare. Aquileia, soffocata dall'interramento del suo porto, trova infatti in canali artificiali nuove strade verso il mare su cui Grado si affaccia. Lo stesso nome della città ne incarna la vocazione di importante approdo marittimo. (Gradus equivale a scalo).
L'arrivo di Paolino suggella così per questa città un periodo di crescita e rinnovamento. Il suo porto è sempre più frequentato e, dopo l'arrivo del patriarca, Grado può a ragione essere chiamata Nova Aquileia. Le reliquie ed i tesori portati dalla terraferma saranno venerati nella chiesa di S. Eufemia, anch'essa impreziosita da splendidi mosaici policromi, i quali, come ad Aquileia, non mancano di riprodurre l'incessante moto delle onde.

Per gli stessi motivi, alcuni abitanti di Altino scelsero come rifugio la più vicina isola: l'isola di Torcello, poi subito dopo altri insediamenti compaiono nelle altre isole, che vanno a prendere il nome proprio dai sette rioni di Altino (i nomi delle sue sette porte). Cioè la già menzionata, Torcello, poi Burano, Murano, Giudecca, e infine Rivoalto (poi Rialto) e Olivolo.

Vi si rifugiarono e crearono su queste due ultime isole in capo a pochi decenni quella che noi oggi conosciamo come VENEZIA. Da questa Venetia, e da questi grandi sovvertimenti che abbiamo visto fino al 568, e in seguito anche con la distruzione di Oderzo fatta dal re dei Longobardi Gromoaldo nel 666, si sarebbe enucleata una non ancora "città di VENEZIA" lagunare fra Grado e Chioggia; trasformandosi (unite dal pericolo) in una specie di confederazione di isole. Inizialmente queste isole erano solo delle modeste appendici periferiche della terraferma, ma subito dopo - unendosi nel comune interesse difensivo - si trasformano in una autonoma entità diciamo "geopolitica", caratterizzata da forme economiche, sociali e istituzionali molto tipiche; quelle che daranno vita in seguito alla Serenissima Repubblica Marinara, inossidabile ad ogni altro evento europeo (non pochi) per oltre un millennio. Una forma di governo che non ha inventato né ha goduto (pur con tanti difetti) nessuna altra popolazione nel mondo.
Nucleo e corpo dove poi sorgerà la futura città sono le due isole di Rivoalto e Olivolo. E se l'arcivescovo si era rifugiato a Grado, anche il duca bizantino nel 624 mise la sua residenza a Citta Nova, sull'allora isola lagunare denominata da questo momento Eraclea, in onore dell'allora imperatore bizantino Eraclio.

ANNO 569 d.C. - LA NASCITA DI VENEZIA - Il fenomeno migratorio messo in moto a partire da questo 569, dopo l'invasione longobarda e con il trasferimento di consistenti gruppi di profughi in direzioni delle aree prima costiere lagunari e poi successivamente nelle adiacenti isole (come Torcello - il vero primo insediamento a "residenza fissa"; mentre prima erano solo permanenze sporadiche per lo più solo stagionali) diede avvio a un processo di profondo mutamento degli equilibri esistenti nella ex provincia romano-bizantina Venetia-Istria.
Con questi esodi, si infittivano nelle isole le abitazioni e si espandevano le attività poichè i profughi erano dotati già di mezzi e di sperimentate capacità nelle varie attività.
La tradizione vuole e sostiene, di una partenza dal nulla, su aree vergini, libere da ogni preesistente insediamento e indipendenti dalla terraferma da ogni autorità superiore, politica o ecclesiastica: in realtà la laguna conosceva gia' prima dell'eta' longobarda forme insediative piu' o meno evolute, particolarmente sviluppate nel settore orientale (Cassiodoro, ministro romano a metà del V secolo, lasciava come scrittore una minuziosa rappresentazione di questo popolo veneto, gente in piena attività lungo i fiumi, le coste e i mari; in quella chiostra innervata da imponenti strade, fiumi e porti;  quindi quando le popolazioni per fuggire da chi stava saccheggiando la terraferma, cercarono rifugio in queste isole meglio protette dalla natura, sapevano come muoversi, cosa fare, e dove farlo per stare tranquilli.  I longobardi come abbiamo già detto, avevano quasi paura del mare - o comunque nessuna vocazione a fare i marinai,
tanto che con loro si estinsero tutti i cantieri navali in Italia.
Queste genti in fuga  trovarono in qualche modo nelle isole delle aree che erano gia' abbastanza strutturate per viverci e operare in pace. Questo non significa che tagliarono del tutto i ponti con la terraferma. Nonostante in questa ci fossero ancora gli ultimi bizantini e i primi longobardi che scorazzavano dal Friuli fino alla pianura Padana lombarda, mantennero i contatti con il parentado o con le varie attività economiche che nella terraferma esistevano ancora, ivi compresi i vari strati sociali, e che forse, quelli più in alto (premunendosi in tempo in caso di un abbandono definitivo) intervennero con  capitali per bonificare il territorio lagunare. Divenuti poi proprietari di fatto, quando queste isole iniziarono a popolarsi e le attività delle arti e mestieri e i commerci si erano moltiplicati, vi si trasferirono del tutto insediandosi definitivamente, fuori così da ogni pericolo.
ANNO 579 d.C. - Dopo che Paolino si era rifugiato a Grado,  nominandosi lui stesso patriarca (s'intende di Aquileia)  ebbe inizio la serie di patriarchi. Elia che pontificò dal 571 al 586, uomo energico e dinamico, ottenne il riconoscimento giuridico della traslazione del metropolita a Grado e (come già detto) il sinodo dei vescovi suffraganei tenuto nel 579  confermò questo passaggio, abbandonando così Aquileia al suo destino. E' questo il momento più glorioso dell'isola di Grado, assurta d'un tratto a potenza e splendore (di Elia  è il duomo, molto simile nell'architettura interna e perfino nei mosaici, a quello che era stato pochi anni prima ricostruito ad Aquileia). Cosicchè Grado iniziò a rappresentare il potere bizantino opposto a quello dei Longobardi ad Aquileia.
 In questo sostrato politico e religioso inizia così l'antagonismo delle due città, che diventò insanabile anche quando Roma riconobbe la legittimità di ambedue i patriarchi affifdando a ciascuno la propria giurisdizione.

ANNO 606 d.C. - Con la morte a Grado del patriarca scismatico Severo, l'esarca bizantino Smaragdo elegge il cattolico Candidiano di Rimini, mentre Gisulfo duca longobardo ariano del Friuli elegge Giovanni di Aquileia: da allora ci saranno due patriarchi, una a Grado e l'altro ad Aquileia.
Anche se ci fu in questi anni (periodo di re Agilulfo e Teodolinda) la conversione dei Longobardi al cattolicesimo, lo scisma dei "tre capitoli" ebbe fine solo nel 698, in un sinodo convocato presso  il palazzo reale di Pavia dal re Cuniberto.
Una fine dovuta oltre a motivi religiosi a interessi territoriali-politici fra l'impero d'oriente da un lato e quello d'occidente dall'altro; cosicchè Grado e Aquileia nella loro agitata vita per le competenza giurisdizionale, iniziarono il proprio tramonto dal 627 in poi, quando i due patriarchi furono costretti a parteggiare ognuno per uno dei due dominatori, da tempo in forte contrasto di interessi. A guadagnarci fu alla fine la nascente Venezia.
Mons. Celso Costantini sintetizzò bene le vicende nell'isola di Grado, che era sì diventata una pedina, ma senza una propria fisionomia, senza mai giungere a solida potenza. "La storia di Grado è intrecciata con la storia di Aquileia e di Venezia, Grado brilla tra il tramonto di Aquileia e l'alba di Venezia; in questo periodo (579-628) vive di vita propria; poi vive di vita riflessa. Raccoglie l'eredità romana di Aquileia, la custodisce per un po' di tempo con amore e fierezza, poi la trasmette tutta a Venezia".

ANNO 628 d.C. - Morto a Grado il patriarca Candidiano, venne eletto lo scismatico (e ambiguo) Fortunato, che però si rese responsabile di un indegno comportamento: si impossessò di tutto il tesoro patriarcale e fuggì a Cormons mettendosi sotto la protezione longobarda-ariana. Papa Onorio I  e l'Imperatore Eraclio ridettero immediatamente prestigio alla fedele sede di Grado, mandandovi un nuovo Patriarca Primigenio e un nuovo tesoro, seguitando così anche  Grado a fregiarsi del titolo patriarcale.
Tutto questo mentre quello di Aquileia alle dipendenza dei rozzi duchi ariani del Ducato del Friuli perdeva importanza e infatti si conoscono a malapena i nomi dei Patriarchi fino al 699, quando ci fu poi la fine dello scisma aquileiese. Da quel momento si ebbero la netta divisione dei "due Patriarchi" (Paolo Diacono). Grado rimase staccata dal resto, mantenendo le sue proiezioni verso il Mediterraneo. Aquileia, con Cividale, ne rimase estranea e, nel corso del medioevo, tutta la sua regione verrà a far parte di altre unità longobarde. L'unità regionale non sarà più ricostituita. Da questo momento, Aquileia inizia un tramonto senza fine: la città si spopola sempre di più; le campagne vengono trascurate. A guadagnarci e a popolarsi sono le isole della futura Venezia.

ANNO 640 d.C. - I profughi di Altino sull'isola di Torcello,  edificano la chiesa di Santa Maria Assunta. 
Intensa attività dei profughi anche nella vicina isola di Burano, indi  Murano, Giudecca, Rivoalto, Olivolo che sopravanzano Torcello, progressivamente emancipandosi, e  creandosi una autonomia di fatto rispetto a quella dell'esarcato bizantino di Ravenna, ma avviene anche  una frattura con la terraferma (Padova, Vicenza, Verona, Treviso, Cividale,  dove già si sono creati dei centri comitali (o di marca, come Treviso) e con le sedi dei ducati longobardi.

ANNO 662 d.C. - Narra ancora Paolo Diacono: "Morto Agone, fu fatto duca Lupo (662). Questi, per una strada che in antico era stata costruita attraverso il mare (doveva essere una "sopraelevata" che univa Aquileia a Grado Ndr.), entrò con la cavalleria nell'isola di Grado; mise a sacco la città e recuperò e portò via i tesori che erano stati trasferiti da Aquileia.
" Amaramente, quindi, i venedi avevano sperimentato come nessun rifugio era abbastanza sicuro dinanzi ai barbari, ma mentre i discendenti dei primi fuggiaschi continuavano la propria esistenza sull'isola, Aquileia, per lungo tempo ridotta a "speco di villici, tugurio di pezzenti", sarebbe risorta a nuova bellezza. Pochi fra i turisti che oggi si aggirano tra i reperti del Parco Archeologico o osservano gli oggetti, conservati nelle teche del Museo civico o di quello di Monastero, sono consapevoli di come all'arrivo dei Longobardi Aquileia abbia rischiato di cessare di esistere. Lo splendore della Basilica, ricostruita durante il Medioevo, parla loro di una continuità malgrado i cambiamenti storici e morfologici. In realtà è stato il prestigio del proprio passato a salvare questa città, abbandonata persino dal proprio presule. Davanti ad essa anche i Longobardi barbari si sono inchinati e ne hanno fatto uno dei cardini del proprio potere.


ANNO 666 d.C. - Il colpo decisivo per una massiccia e definitiva emigrazione (dalla terraferma) dovette essere quello che seguì la caduta e la distruzione totale di Oderzo (nel 666). Un importantissimo nodo commerciale abitato da famiglie signorili di notevoli capacita' e risorse economiche, imprenditoriali e commerciali, che già avevano contribuito (nel 624) a far nascere Cittanova  (Eraclea, quasi alla foce del Piave) come importante città satellite,  centro economico e nello stesso tempo trasformata in nuovo fulcro del sistema difensivo bizantino.
La fondazione di questa città fu dovuta indirettamente all'opera di un franco. L'imperatore  Eraclio prima di partire per la lunga campagna in Persia (per non averli alle spalle) aveva (offrendo oro) sollecitato in Pannonia gli Slavi a tenere impegnati gli Avari a nord con qualche scaramuccia; non immaginava di certo di aver trovato in un capo franco un vero e proprio condottiero degli Slavi, che lascerà la sua firma nella Storia di questo popolo.
Era l'energico SAMO di origine franca quindi non slavo. Impegnandosi a fondo e ottenendo ripetuti successi sul territorio contro gli invasori, ottenne in breve tempo la rinuncia definitiva degli Avari ad attaccare in futuro i confini dei territori sotto protezione bizantina. Con l'abilità politica, il coraggio e il carisma  riuscì a costituire  la prima unione delle tribù Slave occidentali. Samo riunendo popolazioni dei principati-tribù, dei moravi, boemi, slovacchi, andò a creare  la futura "Cecoslovacchia".
Ma indirettamente permise di rafforzare anche il sistema bizantino sulla fascia costiera delle Venezie, dove poi infatti in una zona meglio protetta (rispetto ad Aquileia) sorse Eraclea (nome dato in onore di Eraclio). Qui si trasferì -come già detto- anche in duca bizantino dell'esarcato di Ravenna.

L'impero d'Oriente - bloccate le pericolose strade dell'entroterra dai Longobardi -  continuò lucrosamente gli scambi via mare non più con la terraferma ma con queste  isole, organizzando la spola oltre che con Costantinopoli, con la non lontana sede imperiale bizantina in Italia: Ravenna. Questa con Adria  era del resto - già da quasi un millennio-  il principale approdo dei mercantili provenienti dall'Oriente. Nella zona c'erano famiglie patrizie formatisi e consolidatisi in quasi sei secoli, che si erano trasformate ben presto e nel tempo in quella organizzazione aristocratica che ebbe fin dal primo momento una grande influenza su tutto il territorio lagunare ravennate,  in continua formazione, trasformazione ed evoluzione politica ed economica. Non di meno quella mondana, come sfarzo simile a Bisanzio; vita che fu poi mutuata fin dal primo momento dalla nascente Venezia.

La caduta definitiva di Oderzo, era solo il seguito di un processo di depauperamento  di questa nobiltà sulla terraferma, che era cominciato con le cadute di Padova nel 601, Monselice nel 603, Concordia nel 615, ed infine Altino che con tutto il suo passato scompare del tutto. Questa erosione porto' sempre di piu' ad interessarsi della zona lagunare, tenendo sempre presente un fatto, che i longobardi avevano una vera e propria avversione per l'acqua. Quindi in laguna erano più che sicuri, meglio che in un isola a mare aperto; infatti la via per arrivare sulle isole era (ed é ancora) disseminata di insidie per le imbarcazioni che (anche se in mano ad esperti marinai) vogliono avventurarsi nelle secche; del tutto impossibile l'accesso alle grosse navi. Solo la perizia dei marinai locali potevano (e possono ancora oggi) solcare le acque della laguna; loro sanno dove passare e soprattutto in quale ora del giorno muoversi  a causa delle alte e basse maree, che per gli invasori che non le conoscono, per quanto abili possono essere i loro marinai sono delle vere e proprie trappole senza scampo, finiscono cioè in secca. Figuriamoci i longobardi che erano dei montanari. E a quanto pare mai nessun veneziano tradì nel rivelare ai tanti nemici questo segreto della navigazione, nè come mercenario uno di loro si mise mai a capo di una flotta nemica.

Fu poi anche decisivo lo scisma religioso (dei Tre Capitoli) che abbiamo letto, di Grado e Aquileia (divenuta quest'ultima longobarda-ariana), che portò molti ecclesiastici di Padova, Altino, Oderzo e Concordia a rifugiarsi (oltre che a Grado) a Malamocco, Torcello, Eraclea e Caorle, pur mantenendo formalmente la titolarita' delle diocesi sulla terraferma. Nella stessa Eraclea si stabili' il centro del residuo potere bizantino, ma l'amministrazione civile finì tutta nelle mani dei vescovi, che pur operando con un certo lealismo verso Costantinopoli spingevano nella direzione di una forte e sempre più crescente autonomia (suggerita dagli aristocratici pur non ancora  fortemente uniti).

Per realizzare questa autonomia, era necessario coalizzarsi; ma non bastava solo unirsi, bisognava aspettare il momento piu' favorevole per mettere definitivamente fine al dominio di Bisanzio sul territorio; un dominio-protezione  che però al momento di intervenire per contenere le invasioni non si era proprio visto (salvo Samo, indirettamente però), i Veneti si erano dovuti difendere da soli e per salvare la pelle dovettero  abbandonare le proprie città. 
Con la situazioni critica dell'impero bizantino di questo periodo e il clima non proprio conflittuale che si era instaurato con i longobardi (invece di guerreggiare i veneziani iniziarono a usare la diplomazia) con una pace che non ostacolava ai veneziani una libertà  civile (di uomini liberi) e religiosa, cominciarono a pensare che era venuto il momento di gestirsi da soli, con delle istituzioni che già un "governo ombra" aveva preparato, definito la struttura di uno stato, che attendeva più solo una crisi bizantina per dare la "spallata" e dar  vita a un vero e proprio governo autonomo.

ANNO 697 - Nomina del I Doge   PAULICIO ANAFESTO (697-717) - La leggenda vuole che fu Anafesto il primo DOGE eletto quest'anno  a Eraclea. 
Chiamato anche Paoluccio fu, probabilmente eletto DOGE dai "venetici", a seguito di situazioni politiche e belliche in atto nei territori limitrofi alla gronda lagunare veneziana.
Da Anafesto Paulicio (forse tra i primi secondi nomi o cognomi qual dir si voglia), sembra sia discesa la famiglia Falier, ma questo viene riportato nella "cronaca" del diacono Giovanni, solamente nell' anno 1000. Non si conosce il luogo reale dove questo "primo" DOGE insediò il suo enclave.
Sicuramente fu segreto, e Paulicio non fu eletto con le solite modalità; perchè  per diventare  "magister militum" il consenso doveva venire da Ravenna.  Sempre secondo la leggenda fu eletto dalle dodici potenti famiglie di allora, chiamate "apostoliche" dalla tradizione veneziana: Badoer, Barozzi, Contarini, Dandolo, Falier, Gradenigo, Memmo, Michiel, Morosini, Polani, Sanudo, Tiepolo - gli stessi nomi che diedero poi vita con i discendenti ai Dogadi successivi per oltre 1000 anni).

Come abbiamo già letto erano già sorte da molti secoli città peninsulari e insulari (nei limiti della gronda lagunare) dominate dai vari governi, prima romano e l'ultimo bizantino.
Tuttavia appena questa dominazione bizantina viene meno (da Giustiniano in poi ci fu decadenza a Bisanzio), questa unione delle sette importanti isole diventa quasi uno "Stato" indipendente.
Fu lui, Paoluccio, assieme al suo successore Marcello Tegalliano, a firmare (autonomamente da Ravenna, e forse perché i bizantini  non erano  più in grado di contrastarlo) un trattato di pace con il re dei Longobardi Liutprando. E fu lui a stabilire i confini di questo stato veneto (lagunare) che ancora non c'era.
Anche perchè Paolino era ancora un Dux bizantino, un "magister militum", cioè un condottiero imposto (ma in questi ultimi anni accettato) da Bisanzio tramite Ravenna; e tale rimase anche dopo dall'....

ANNO 717 al 726 - ... con il nuovo Doge  MARCELLO TEGALLIANO secondo Dux di Venezia. Anche qui la leggenda vuole che sia succeduto a Paoluccio Anafesto, ovvero, lo stesso "magister militum" che firmò con lui il trattato con LIUTPRANDO.  Probabilmente, come Anafesto, Marcello è solo un frutto postumo della "serenissima" macchina propagandistica. C'è chi sostiene che sia morto ad Eraclea nel 726 avendo dato origine alle famiglie Fonicalli e Marcello, chi invece, non sia mai esistito. Una cosa è certa che il "dux" romano, in questi tempi si stava trasformando in - "doge"- "duca" secondo l'etimologia fin qui adottata. Sull'etimologia però sorge un dubbio, come dire, se invece fosse derivato da un latino più tardo "doga"? il significato sarebbe diverso perché deriverebbe dal greco "doxi" che significa ricevere un incarico.  Doxi e "Dux" era il condottiero imposto dall'imperatore, il "doge" invece veniva eletto dopo aver ricevuto il consenso della popolazione o di una parte di essa (dunque nulla a che fare con il "condottiero" romano, semmai a che fare con l'antica democrazia ateniese)

Nei confronti di Bisanzio l'ultimo passo tanto atteso lo fecero in una forma politica e in un modo non traumatico, quasi indolore, mantenendo (dopo la caduta di Ravenna) sempre cordiali rapporti con la capitale; rapporti quasi affettivi, e perfino molto dipendenti nei confronti della cultura e delle tradizioni bizantine che in questo periodo era ricca e diffusa in tutto il Mediterraneo orientale. Del resto quella dei Longobardi erano tradizioni di popolazioni barbare, erano rozzi e illetterati, privi non solo di formalismi ma anche privi di un certo garbo, che era invece apprezzato dall'aristocrazia, di quell'aristocrazia formatasi fin dal periodo romano e ancor di più durante il periodo bizantino.

Era dunque questa una autonomia voluta e conquistata, che però non escludeva (opportunistici) buoni rapporti  politici con i longobardi e con i bizantini. Un atteggiamento mentale questo che si rivelò estremamente molto utile e prezioso, quando i Carolingi (Pipino e Carlo Magno) intenzionati a prendersi anche quest'area, ricca e prosperosa, furono impediti proprio da un intervento di Costantinopoli che i veneziani chiamarono per difendersi. Fu questa la mossa che impedì un passaggio di campo di portata storica; una mossa che se non fatta, avrebbe radicalmente mutato tutte le linee dello sviluppo politico, economico, sociale e culturale veneziano nei successivi secoli. Invece Venezia pur vicina alle orde nemiche, e pur lontana da Bisanzio riesce non solo a sopravvivere ma a incamminarsi verso la creazione di uno stato forte e indipendente. Lo stesso che darà vita in pochi decenni alla Serenissima Repubblica Marinara, inossidabile ad ogni altro evento italiano e europeo (non pochi) per oltre un millennio. Una forma di governo che non ha inventato nè ha goduto (pur con alcuni difetti) nessuna altra popolazione del mondo.

Facciamo ora qualche passo indietro, in alcuni casi tornando su alcuni anni, ci appoggiamo alla grande "Storia di Venezia" di Eugenio Musatti (due volumi, prima edizione, 1919). 1000 pagine di storia che hanno il pregio di avere una ricca e nutrita bibliografia per chi desidera ulteriormente approfondire. Inoltre in fondo all'opera (è un seguito a questa prima sommaria cronologia) ha un particolareggiato (130 pagine)...REPERTORIO CRONOLOGICO >>

RITORNO INDICE DELLA STORIA DI VENEZIA