SPORT E POTERE - Dai tempi delle antiche civiltà, organizzazione e sponsorizzazione dei "giochi" sono mezzi per assicurarsi il favore del popolo
LO SPORT...
IRROBUSTISCE IL POTERE


Jesse Owens alle Olimpiadi di Berlino del 1936
A Berlino grandioso spettacolo usato in chiave politica

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di CARLO SANGALLI

Se lo sport moderno nasce, in quanto alle regole, nell'Inghilterra del XIX secolo, è in America nel periodo immediatamente successivo che conosce la sua esplosione, la diffusione tra le masse e l'organizzazione che lo caratterizzeranno fino ai nostri giorni; lo sport varcò l'oceano insieme agli emigranti Europei e si affermò grazie al tentativo di questi di ricreare nel nuovo continente le stesse abitudini che avevano in patria, ma qui trovò una facilità di radicamento in ogni strato sociale che in Europa era ancora impensabile. 
Gli Americani trasformarono lo sport Inglese in qualcosa di molto americano. In realtà nella periodicizzazione che si può fare della storia dello sport la vera svolta in questo senso fu compiuta negli anni Venti e fu mostrata al mondo nelle Olimpiadi di Los Angeles del 1932, ma questo fenomeno non può essere compreso senza una descrizione, pur inevitabilmente sommaria, delle condizioni che l'hanno preceduta e senza una breve storia della nascita dei Giochi Olimpici moderni e delle loro prime edizioni.

Già dalla metà della 800 lo sport si era imposto in America come principale svago della popolazione grazie anche alla straordinaria forza propulsiva esercitata dal sistema di scommesse che attorno a lui ruotava; la maggior parte degli sport praticati era di origine Inglese, in particolare L'atletica, il pugilato e le corse dei cavalli, ma la disciplina trainante, che impose il suo modello di organizzazione in tutto il mondo, fu anche l'unica di pura creazione Americana: il baseball. I motivi di questo successo sono di facile comprensione e dovuti anche a circostanze storiche straordinariamente favorevoli: il baseball fu immediatamente sentito dagli Americani come il loro sport, come il gioco di un popolo che in realtà era solo un'accozzaglia di razze e di culture, presto diventò il gioco dei patrioti e dei sentimentali e soddisfò la voglia degli Statunitensi di avere degli "eroi" e contemporaneamente quella di poter verificare i loro risultati attraverso dati statistici inconfutabili (tutt'oggi gli Americani si appassionano ad uno sport solo se questo è misurabile attraverso statistiche e record). 

Il baseball nacque intorno al 1840 nel New England, ma già negli anni cinquanta si organizzavano tournée di esibizione nelle grandi città che registravano un'affluenza di pubblico senza precedenti; queste manifestazioni erano favorite dall'ottima rete ferroviaria che già esisteva in America a quel tempo, ma anche dal fatto che intelligentemente gli organizzatori si erano premurati di codificare le regole a livello nazionale impedendo il proliferare di varianti locali del loro sport che era normale per le altre discipline.

La crescita dello sport Americano fu naturalmente favorita da una serie di circostanze socioeconomiche come il miglioramento dei mezzi di comunicazione e di trasporto, la sperimentazione di nuove tecnologie, l'organizzazione della produzione industriale. Inoltre gli Americani furono i primi ad organizzare manifestazioni sportive di portata extra regionale, favoriti in questo dal governo che cercava di rendere unita la nazione, soprattutto dopo la guerra civile del 1865, e dagli industriali che capirono immediatamente le potenzialità di immagine che i successi sportivi potevano garantire. Da allora in poi ogni anno portò novità significative nello sport Americano e quasi sempre il baseball fu all'avanguardia.

Negli anni '70 del secolo scorso nacquero le prime leghe professionistiche con una direzione imprenditoriale che fecero da modello per tutti gli sport, negli anni '80 fu resa più efficace la rete telefonica grazie a tecniche che permettevano di inviare simultaneamente svariati messaggi attraverso lo stesso cavo e che consentirono alle sale da gioco e ai saloon di installare dei ricevitori per tenere informati i loro clienti dei risultati delle varie manifestazioni sportive; l'esempio migliore dei vantaggi di questo sistema è dato dalla fama raggiunta da John L. Sullivan, campione del mondo di boxe dal 1882 al 1892, che fu il primo atleta popolare in tutto il mondo e in ogni classe sociale. Negli anni '90 la grande novità fu rappresentata dall'attenzione che le industrie sportive riservarono allo sport creando una serie di prodotti pensati esclusivamente in funzione della pratica sportiva: si va dall'abbigliamento, ai cronometri da tasca, alle palle specifiche per ogni singola disciplina (nel golf l'introduzione delle palline ricoperte di gomma costrinse gli organizzatori ad aumentare le dimensioni dei campi), alle biciclette da corsa e così via.

Paradigmatica delle possibilità offerte dallo sport in quel periodo è la storia di Albert Spalding: Spalding fu capitano della squadra di Boston che vinse il suo primo campionato, in seguito ne divenne l'allenatore e dopo ancora presidente; ma la vera fortuna la fece mettendosi a fabbricare palle per ogni disciplina ed in particolare riuscendo ad assicurarsi la fornitura in esclusiva delle palline per tutto il campionato di baseball; l' industria che porta il suo nome è ancora oggi una delle maggiori aziende produttrici di attrezzature per lo sport. Oltre che nelle novità organizzativo-tecnologiche però, la forza dello sport americano stava nei vivai, vale a dire nelle università, subito affermatesi come centri privilegiati di reclutamento privilegiati degli atleti; qui la forza degli Stati Uniti può essere spiegata solo attraverso qualche numero: nel 1880 L' Inghilterra aveva quattro università a fronte di una popolazione di 23.000.000 di abitanti, mentre l' Ohio poteva contare su 37 istituti di istruzione superiore per tre milioni di persone; oppure, nel 1904 i giovani Americani iscritti al college o all'università erano 250.000, in Germania o in Francia erano circa 20.000. Inoltre lo sport universitario non era un fenomeno che si esauriva all' interno degli stessi istituti, ma rappresentava il centro attorno al quale si svolgevano le manifestazioni più importanti; anche in questo caso un esempio può essere più chiaro di mille parole.

Nel 1903 a Harvard fu inaugurato uno stadio capace di ospitare 57.000 spettatori, pur avendo l'università meno di 5.000 studenti. Infine va segnalato che fin dal 1880 si diffusero in America i primi quotidiani sportivi ed essi ebbero un tale successo che nel 1900 anche i direttori dei più conservatori dovettero arrendersi ed inserire nei loro giornali una pagina sportiva per incrementare le vendite. Ma l'altro aspetto che contribuì in maniera decisiva all'affermazione dello sport a livello mondiale è di matrice esclusivamente Europea: la nascita dei Giochi Olimpici moderni: è noto che l'idea delle Olimpiadi va attribuita al barone Pierre De Coubertin e, se si considera che all'epoca il mito della Grecia classica era molto sentito da tutta la cultura Europea, non ci si stupisce né della loro creazione, né dell'entusiasmo che suscitarono in molte autorità del tempo.

Originariamente De Coubertin voleva dar vita alla manifestazione nell'ambito della grande Esposizione di Parigi in programma nel 1900, ma durante una riunione preparatoria tenutasi nel 1894 il delegato Greco propose la candidatura di Atene ad ospitare la prima edizione quattro anni prima della data prevista. Il fascino che quella città esercitò sui dodici delegati in rappresentanza di altrettante nazioni presenti a quella riunione era tale che questi approvarono all'unanimità la candidatura (cento anni dopo, al momento di scegliere la sede delle Olimpiadi del 1996 fu un altro nome a toccare il cuore dei membri del CIO, quello della Coca Cola). La prima edizione dei giochi moderni fu però inevitabilmente segnata dalla fretta con cui si dovette prepararla e si stabilirono molte regole che avrebbero dovuto avere validità perenne, ma che vennero poi aggirate grazie all'imprecisione con cui De Coubertin ed i suoi collaboratori le stilarono prima fra tutte quella della partecipazione dei soli atleti dilettanti.

Fu comunque stabilito che la disciplina "regina" delle Olimpiadi fosse l'atletica leggera, nonostante questa venisse seguita solo nel mondo anglosassone, fu inventata la maratona e vennero fissate le linee generali della manifestazione, alcune delle quali restano valide ancora oggi; De Coubertin dimostrò di avere idee originali, ma anche strampalate e di voler creare una manifestazione in tutto e per tutto simile a quella Greca: fu accettata la sua proposta di non assegnare medaglie d'oro ai vincitori per non generare il sospetto che gli atleti gareggiassero per fini di lucro (nella società Francese da cui De Coubertin proveniva la pratica sportiva era ancora ad appannaggio dei nobili), ma fu bocciata quella di indire gare artistiche e musicali che fossero di contorno a quelle sportive. 

Nel complesso le Olimpiadi di Atene furono una manifestazione assai estemporanea e sotto molti aspetti ridicola: gli atleti erano spesso marinai ancorati al porto di Atene o turisti di passaggio, gli unici atleti veri erano dei ginnasti Tedeschi, che dominarono nella loro disciplina, o alcuni iscritti alle gare di atletica Americani inviati dal professor Sloane di Princeton, grande amico del barone, nonché fervido sostenitore dell'importanza dei giochi; alle gare si iscrissero dei camerieri dell'ambasciata britannica che furono fatti gareggiare dopo grandi discussioni perché non era chiaro neanche agli organizzatori come dovesse essere inteso il concetto di dilettantismo.

La maggior parte degli atleti erano Greci, uno di loro vinse la maratona procurandosi grandi tributi di riconoscenza, poi c'era uno Svizzero, un Danese, un Austriaco, mentre l'unico Italiano era arrivato da Milano a piedi, ma fu ricacciato indietro perché non poteva dimostrare di essere un dilettante. Anche le successive edizioni dei giochi furono caratterizzate da una certa approssimazione: l'edizione di Parigi del '900 fu assorbita dall'Esposizione e passò in secondo piano, tanto che il vincitore della maratona seppe di aver vinto le Olimpiadi solo dodici anni dopo trovandosi inserito nell'albo d'oro; anche nel 1904 i Giochi fecero da contorno alla fiera mondiale di St.Louis nonostante gli sforzi di De Coubertin di organizzarli autonomamente a New York.

Londra 1908 invece è passata alla storia per le polemiche che la caratterizzarono: gli organizzatori accettarono che i giudici di gara fossero tutti inglesi fidandosi della grande tradizione sportiva di quel paese e arrendendosi al fatto che ancora una volta le Olimpiadi passavano in secondo piano di fronte ad un altro evento (nel caso specifico una competizione anglo-francese organizzata per migliorare i rapporti tra i due paesi tradizionalmente nemici, ma uniti a quel tempo dalla minaccia Tedesca), ma la fiducia si rivelò mal riposta; in molte gare gli atleti inglesi, tutti di estrazione nobiliare, si trovarono a competere con gli Americani che invece erano spesso di recente estrazione Irlandese. La tradizionale rivalità tra i due paesi portò i giudici a lasciare da parte il fair play e sostituirlo con un sano patriottismo tanto che in molti casi bararono chiaramente e in altrettanti altri furono accusati di farlo.

In Italia è rimasto famoso il caso di Dorando Pietri che fu aiutato a tagliare il traguardo della maratona per primo per evitare che fosse superato dall'Americano che stava sopraggiungendo di gran carriera. Paradossalmente questi pasticci aiutarono l'Olimpiade ad imporsi nel mondo perché ebbero risonanza internazionale ed i primi frutti furono raccolti dall'edizione del 1912 a Stoccolma che fu la prima edizione ad assomigliare al progetto originario dei Giochi: ad essa parteciparono 3889 atleti in rappresentanza di 28 nazioni, l' organizzazione fu impeccabile e le gare di alto livello, inoltre i giornali di tutto il mondo riportavano quanto meno i risultati di esse. L'edizione del 1916 non fu disputata a causa della guerra anche se essa viene conteggiata nel numero complessivo; ciò si spiega col fatto che De Coubertin aveva voluto assegnarle a Berlino per stemperare il clima di tensione che regnava all'epoca e fino all'ultimo non perse le speranze di poter disputare le gare. Negli anni Venti i Giochi si tennero sempre in Europa continentale perché qui non esistevano manifestazioni sportive di grande tradizione come il campionato di baseball in America o quello di calcio in Inghilterra, e dunque erano più sentiti; ma Anversa 1920, Parigi 1924 e Amsterdam 1928 non aggiunsero molto ai risultati già ottenuti a Stoccolma, per avere la vera rivoluzione bisogna aspettare i Giochi di Los Angeles 1932 e soprattutto Berlino 1936.

Los Angeles 1932 fu un'edizione felicissima dei Giochi; in quell'epoca era già nata l'ambizione per le città organizzatrici di superare i risultati ottenuti dalla precedente edizione, ma L.A., città abituata a queste feste "sintetiche", fece le cose davvero in grande. Era dal 1920 che la California chiedeva di con insistenza di poter organizzare un'edizione delle Olimpiadi, già nel 1923 gli era stata promessa quella del '32 e tale promessa venne mantenuta nonostante la crisi del '29 avesse messo in ginocchio il Paese; in quegli anni molte consuetudini olimpiche erano già nate, ma nella città californiana il ritmo di accumulazione delle tradizioni venne accelerato: fu costruito per la prima volta il villaggio olimpico, che subito divenne obbligatorio per ogni città organizzatrice, fu preparata una cerimonia inaugurale grandiosa in cui vennero liberate migliaia di colombe come succedeva nell'antica Grecia, nacque la fiamma olimpica, migliorarono gli impianti, gli strumenti di misurazione divennero automatici e più precisi, la partecipazione degli atleti si fece più ampia e per la prima volta si ebbe una vasta rappresentanza di atlete femminili (le donne erano state ammesse per la prima volta nei giochi del '28).

Anche i risultati sportivi furono eccezionali in quasi tutte le discipline, ma soprattutto nell'atletica leggera dove gli unici record a non crollare furono quelli del salto in lungo e del lancio del martello. Tutto il mondo ammirò l'abilità sia sportiva che organizzativa degli Americani e salutò con affetto la gentilezza degli atleti Giapponesi che si distinsero per il loro comportamento inappuntabile e per la loro sportività (a dire il vero gli era stato ordinato di comportarsi così per attirare simpatie verso il loro paese), oltre a raggiungere un lusinghiero secondo posto nel medagliere generale; un osservatore molto interessato fu Carl Diem, uno dei personaggi più in vista all'interno dell'organizzazione di Berlino '36, che appuntò ogni minimo particolare e lo fece poi fruttare per creare la più manifestazione sportiva che il mondo avesse mai visto. 

Le Olimpiadi di Berlino furono per la prima volta finanziate da uno Stato nazionale per portare avanti la politica interna ed estera di quello Stato; l'assegnazione dei Giochi risale a prima che Hitler si insediasse al potere e si deve al grande lavoro svolto proprio da Carl Diem e da Theodor Lewall ansiosi di dimostrare che la Germania era cambiata dai tempi della prima Guerra, che peraltro aveva fatto sì che fosse esclusa dai Giochi del '24 e del '28, e intendeva donare al mondo una grande festa che voleva essere una sorta di scuse per i recenti fatti storici.

Naturalmente gli eventi politici cancellarono quest'idea e le Olimpiadi divennero un efficace mezzo di propaganda nazista; Hitler, suffragato da Goebbels e dal consenso ottenuto da Mussolini attraverso i Mondiali di calcio del '34, non tardò a comprendere il significato politico dei Giochi e respinse in ogni modo tutti i tentativi di cambiare la sede olimpica e anzi profuse grandi energie fisiche ed economiche nell'organizzazione. Il resto del mondo non accettò senza riserve che il nazionalsocialismo potesse contare su una tale vetrina, gli USA pensarono seriamente di boicottare i Giochi, i paesi socialisti avevano addirittura organizzato una manifestazione parallela, detta le Olimpiadi del popolo, da tenersi a Barcellona, ma che non ebbe mai luogo a causa dello scoppio della guerra civile spagnola, e numerose altre proteste giunsero all'indirizzo del CIO che però dette sempre ascolto alle autorità Tedesche che minimizzavano ciò che accadeva all'interno del loro paese.

Alla fine Hitler accettò che alle Olimpiadi partecipassero atleti neri ed anche Ebrei e i Giochi si fecero, anche se era chiaro che sarebbero stati una lotta per dimostrare la superiorità di una nazione o di un popolo sugli altri. Alla fine le Olimpiadi di Berlino furono una manifestazione eccezionale dal punto di vista organizzativo e sportivo, per quindici giorni l' attenzione del mondo si spostò sulla capitale tedesca e per il nazismo si rivelò una vittoria quasi su tutta la linea: la Germania vinse la Olimpiadi scalzando per la prima volta gli Stati Uniti, gli Italiani arrivarono terzi davanti ai Francesi e i Giapponesi quarti davanti agli Inglesi, inventori dello sport; in pratica i regimi dittatoriali sconfissero i paesi democratici, ma un episodio scalfì questa grande affermazione del Führer.

Un atleta americano, per di più di colore, Jesse Owens, vinse quattro medaglie d'oro nello stesso giorno davanti agli occhi di tutto lo stato maggiore tedesco; le gare dei 100m, 200m, salto in lungo e staffetta 4X400 erano infatti state programmate tutte nello stesso giorno per evitare questo rischio, ma Owens si rivelò superiore anche a questo tipo di ostacolo e la giornata terminò coi 100.000 Tedeschi presenti nello stadio che inneggiavano il nome di quest'Americano che aveva compiuto forse la più grande impresa sportiva della storia. Le Olimpiadi di Berlino, anche per la loro collocazione storica, possono essere considerate la fine di una maniera di intendere lo sport e l' inizio di una nuova epoca. Ormai ogni paese aveva le sue grandi manifestazioni sportive, i suoi campionati di calcio , di baseball o di qualcos'altro e lo sport era parte integrante di ogni società evoluta con un seguito popolare enorme e per questo motivo la Guerra non mise fine a nessuna delle sue manifestazioni più importanti. Hitler e Mussolini avevano dimostrato come i successi sportivi portassero un ritorno di immagine non indifferente e questo insegnamento fu raccolto dalla nuova potenza che si affacciò sulla faccia dello sport mondiale nel secondo dopoguerra: l' URSS. A livello politico la forza della Russia non era certo una novità, ma nello sport aveva sempre avuto una posizione molto defilata, come peraltro molti altri dei paesi appartenenti al blocco sovietico.

La guerra fredda che si combatté dagli anni '50 in poi in molti casi fu combattuta anche sui campi da gioco e se da un lato i paesi di oltre cortina si specializzarono nella creazione di atleti in laboratorio, dall' altro quelli della NATO non hanno mai accettato la sconfitta come un semplice risultato sportivo; dal 1956 all' '88 il confronto USA-URSS fu uno dei motivi di maggiore interesse dei giochi olimpici e questa guerra è ricca di episodi sia sportivi (la finale del torneo di basket del 1972, che ancora oggi gli Americani definiscono un furto) che politici (il boicottaggio delle Olimpiadi di Mosca dell' '80 e quello consequenziale di Los Angeles '84). Prima della seconda guerra mondiale il valore dello sport russo era del tutto marginale e scarsa era l' attenzione che gli veniva riservata da parte delle autorità. Ma subito dopo il conflitto i Sovietici premettero per entrare a far parte del CIO e nel 1952 parteciparono per la prima volta ai Giochi, sebbene con scarsi risultati. Ma già da alcuni anni il governo dell' URSS favoriva fortemente la pratica sportiva anche presso gli stati gravitanti nella sua orbita ed i primi clamorosi risultati di questa politica vennero a Melbourne 1956 dove, contro ogni pronostico, la Russia si piazzò al primo posto nel medagliere.

Da allora in poi il mondo dovette confrontarsi con una nuova superpotenza sportiva che nel giro di pochi anni fu affiancata da tutti gli altri paesi dell'ex blocco sovietico; tutti questi stati concentrando i loro sforzi nella "creazione" di atleti in laboratorio e dedicandosi ad un numero relativamente basso di discipline finirono per dominare la scena mondiale per più di trenta' anni: è il caso, per esempio, delle ginnaste Romene, delle nuotatrici tedesche, dei pallanotisti Slavi e dei pugili Cubani. Il merito di questi straordinari risultati non è però tutto dell'ottima organizzazione e dell' impegno profuso dalle autorità, troppo spesso si è ricercato il successo sportivo ad ogni costo e quasi sempre i paesi di oltre cortina sono stati all' avanguardia più nell' utilizzo delle sostanze dopanti che nei metodi di allenamento.

Tuttavia sarebbe ingiusto non riconoscere che per certi versi lo sport occidentale moderno ha appreso moltissimo da quello socialista. In Germania Est i medici crearono delle tabelle in cui erano indicati tutti i requisiti fisici che un bambino doveva avere per diventare un grande atleta e tutti i bambini venivano misurati, pesati, schedati e poi i più meritevoli venivano avviati alla pratica sportiva per venire successivamente trasferiti presso il centro dello sport della DDR: la "Deutsche Hochschule fur Korperkultur" (scuola tedesca per la cultura del corpo, DHfK) di Lipsia. Qui la scienza metteva i suoi risultati al servizio dello sport e da qui nacquero alcune delle tecniche di allenamento più innovative degli ultimi decenni. Lo sport ideologico e propagandistico del modello statalista si dedicò soprattutto alle discipline più significative del programma olimpico e finì quindi per assumere le stesse apparenze di quello anglosassone, ma erano le motivazioni di base ad essere profondamente diverse; i successi sportivi fecero da accompagnamento ad una politica estera di successo, i sovietici avevano certamente imparato dalla Germania nazista e dall' Italia fascista che lo sport presentato in una cornice di festa e capace di ottenere buoni risultati può fornire fama internazionale al Paese ed eroi in cui identificarsi ad un popolo che ne ha sempre avuto bisogno (basti pensare a Stakanov).

I leader della DDR, frustati dagli insuccessi delle tradizionali vie diplomatiche, impiegarono con successo le federazioni sportive internazionali, soprattutto il CIO, affinché venisse riconosciuto che quel piccolo paese, grande più o meno un quarto della Germania Ovest, aveva diritto ad un suo inno nazionale, ad una sua bandiera, ad una rappresentativa diversa da quella occidentale, insomma ad una sua identità.Da questo punto di vista la DDR fu un esempio per tutte le nazioni Africane che ottennero la libertà nella seconda metà di questo secolo e di recente per tutte le repubbliche nate proprio dallo sgretolamento di quello stesso blocco comunista. L' imporsi dello sport di area socialista è la più significativa novità della seconda metà del '900, ma non è certo l'unica: prima di tutte l' escalation degli atleti di colore in quasi tutte le discipline.

Quando Abebe Bikila vinse la maratona Olimpica di Roma (1960), quel risultato fece sensazione perché fino ad allora si riteneva che i neri fossero superiori nelle corse sulla breve distanza e nel salto in lungo, ma che nelle altre discipline la superiorità bianca fosse indiscutibile; da allora lo scenario è completamente cambiato tanto che oggi è la vittoria dei bianchi a fare notizia in alcune discipline, soprattutto dagli anni Ottanta.Negli ultimi dieci anni i neri hanno cominciato ad occupare posizioni di rilievo nelle loro squadre non solo per i meriti tecnici, ma anche per quelli intellettuali: vedere un nero allenare una squadra di basket NBA o capitano di una di calcio Inglese è possibile solo da pochi anni, come da poco tempo si è realizzata una parificazione sostanziale degli ingaggi percepiti dagli atleti di razze diverse, tanto che c'è già chi parla di discriminazioni al contrario.

Michael Jordan, Tiger Woods, Ronaldo, Carl Lewis, Michael Johnson, sono soltanto alcuni esempi di atleti di colore che stanno ai vertici delle rispettive discipline, non solo per i risultati che hanno ottenuto, ma anche per i loro compensi stratosferici. Un' analisi del fenomeno sportivo moderno non può però dirsi completa senza evidenziare un paio di altri aspetti che gli fanno certamente meno onore della sconfitta delle discriminazioni razziali al suo interno. Prima di tutto la crescente commercializzazione dello sport, sia delle sue manifestazioni che dei suoi campioni; oggi la televisione decide gli orari delle gare, i regolamenti vengono modificati in modo da permettere gli inserimenti degli spot (i time-out in questo senso sono impareggiabili) o per rendere le discipline televisivamente più appetibili; dal canto loro gli atleti sono divenuti delle industrie che fanno girare cifre astronomiche attorno alla loro immagine. Per fortuna oggi è ancora il risultato sportivo ad essere al centro di tutto e c'è ancora una certa attenzione per l' aspetto morale, basti pensare a come Pelé sia ancora un testimonial appetibile, mentre Maradona quando ha smesso di giocare ha perso il proprio richiamo per le troppe voci negative che accompagnano il suo personaggio, ma non è detto che sarà sempre così. L' ultimo aspetto che vorrei trattare è quello riguardante il doping, il principale problema dello sport odierno.

La lotta contro questo fenomeno è a parole serrata, ma nei fatti spesso i provvedimenti assunti non sono sufficientemente severi, anche se è indiscutibile che per risolvere un problema di questo tipo ne vanno estirpate le cause, non gli effetti. E le cause sono da ricercarsi proprio nei facili guadagni che il successo sportivo promette: questi guadagni esistono , ma sono riservati solo a pochi eletti se confrontati al numero di praticanti a livello mondiale e questo porta alla ricerca di risultati a tutti i costi; spesso chi da ragazzo si trova a ottenere buoni risultati in qualche disciplina è quasi sempre costretto a scegliere tra lo sport e lo studio e difficilmente la scelta cadrà su quest' ultimo; ma essere un campioncino a quindici anni non è una garanzia per un futuro di gloria e l' eventuale insuccesso creerà una frustrazione da cui non è facile riprendersi e di questo non possono disinteressarsene né l'autorità sportiva, né quella politica. 

di CARLO SANGALLI

 Ringraziamo per l'articolo
(concesso gratuitamente) 
il direttore di
 

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