WALTER BONATTI - IL NIBELUNGO  DELL'ALPINISMO

 La mitica vita dell'uomo che partecipò all'indimenticabile conquista del K2 

 

di VALENTINO NECCO


L'alpinismo è uno sport molto particolare. A dire il vero, non è nemmeno uno sport. Non esistono cronometraggi, tempi, gol o punteggi. Esistono la competitività, le rivalità personali, ma non la competizione codificata. Esiste un vasto, benché minoritario, numero di appassionati, ma non ci sono spettatori delle imprese alpinistiche. Forse proprio per questo l'alpinismo ha prodotto, caso unico negli sport, una vera e propria letteratura, che ha la particolarità di essere prodotta, in genere, dagli stessi protagonisti. Forse anche perché la molla che spinge gli alpinisti, sia i dilettanti che i pochi professionisti, non è il raggiungimento di una performance, di una prestazione puramente sportiva: la molla è la sete di avventura, un avventura che comporta per sua natura dei pericoli anche mortali e che dunque necessita di essere rielaborata psicologicamente.

Sia come sia, anche l'alpinismo ha i suoi grandi così come il ciclismo ha i suoi Coppi e Bartali, o il calcio i suoi Pelè e Maradona, con la differenza che i nomi mitici dell'alpinismo restano mitici solo all'interno di una cerchia piuttosto ristretta di appassionati. Forse solamente Reinhold Messner ha scavalcato il confine che divide l'alpinismo dagli sport di massa per diventare un nome conosciuto al grande pubblico. Grandissimi arrampicatori come Winkler, Preuss, Mummery, Whymper, Gervasutti, Cassin, Buhl, Couzy, solo per citare qualche nome importante, chi li conosce? Eppure si tratta di grandissimi personaggi che hanno fatto la storia dell'alpinismo.
Unica eccezione oltre a Messner, tanto più notevole se si pensa che si parla degli anni Cinquanta e Sessanta, cioè di un periodo in cui la comunicazione di massa era meno propensa alla spettacolarizzazione e al sensazionalismo, è stata forse quella di WALTER BONATTI, uno dei nomi più leggendari dell'alpinismo. Capace di imprese così grandi da raggiungere la notorietà anche presso il grande pubblico. 

La storia dell'alpinismo è costituita da continui scavalcamenti di limiti tecnici e psicologici che fino a un dato momento erano considerati invalicabili.
Così è stato con i gradi di difficoltà: dal quarto, al quinto, al sesto, che per anni fu considerato il limite estremo delle capacità "arrampicatorie" dell'uomo, fino a quando nemmeno il "sesto superiore" fu sufficiente a quantificare le difficoltà tecniche di certi passaggi estremi: al giorno d'oggi esistono vie di decimo grado. Così è stato con certe pareti che fino alla prima ascensione (o alla prima ascensione lungo un itinerario particolarmente difficile) erano considerate "impossibili". 

Se c'è un uomo che nella storia dell'alpinismo ha più di altri contribuito a infrangere limiti e tabù, questo è stato Walter Bonatti. Molto spesso i limiti, nel mondo della scalata, sono prettamente psicologici: quando è dimostrato che una certa impresa è possibile, una certa parete scalabile, il tabù è sfatato e tutto si risolve, o quasi, in un problema di capacità fisiche e tecniche. Per questo infatti la "apertura" di una via nuova ha un valore infinitamente superiore di una ripetizione di una via già aperta i precedenza, per quanto questa sia difficile. Eppure Bonatti nelle sue imprese era così avanti rispetto alla media che le vie da lui tracciate cominciarono ad essere considerate "normali" solo dopo dieci-quindici anni. Bonatti è originario di Bergamo, ma vive a Monza, nel hinterland industriale milanese.
Qui conosce Carlo Mauri e Andrea Oggioni, altri due grandi nomi dell'alpinismo nazionale, con cui comincia a frequentare la Grigna, montagna che domina la Valsassina (sopra Lecco) e sulle cui guglie verticali, di stampo dolomitico, si sono formate generazioni di alpinisti lombardi. 
Bonatti ha alle spalle una infanzia difficile, che ha attraversato i duri anni della guerra, e che gli ha lasciato in eredità un carattere altrettanto difficile. Negli anni a venire, tuttavia, non sarà un frainteso cattivo carattere di Bonatti a creargli problemi con altri alpinisti, con la stampa e con l'opinione pubblica, ma piuttosto la sua integrità morale, granitica come le rocce che scalava, che si traduceva in incapacità di cedere ai compromessi e alle mezze misure.

Il tutto condito da una personalità fortissima e, in alcuni casi, dalla altrui invidia per le sue imprese davvero straordinarie. Ma andiamo con ordine. Il talento di Bonatti nell'arrampicata viene fuori, come spesso accade, in modo casuale. Una domenica a far da spalla a un amico più esperto, un tentativo su un passaggio fallito dal compagno, la scoperta di essere in grado di risolverlo senza problemi. Così inizia Bonatti, su una qualche parete calcarea del lecchese.

La classe di Bonatti è cristallina, ma non è tanto sul piano puramente tecnico che il giovane scalatore si mette in mostra, quanto su quello della forza di volontà e della saldezza psicologica, che si fondono in una passione divorante per la montagna e per l'arrampicata. Pazienza, calma, intelligenza, straordinaria freddezza e lucidità nel valutare anche le situazioni più estreme: tutte queste qualità, che ne faranno un alpinista tra i più grandi di tutti i tempi, sono presenti in Bonatti fin dal principio della sua straordinaria carriera alpinistica, doti innate che l'esperienza dovrà solo affinare. I primi passi di questa carriera Bonatti li muove che non ha ancora vent'anni. Nel 1949 ripete la via Cassin sulla Nord delle Grandes Jorasses, nel gruppo del Monte Bianco. La via Cassin (dal nome del capocordata, Riccardo Cassin, di Lecco, che aveva guidato la scalata) rappresenta la più grande realizzazione dell'alpinismo mondiale, assieme alla Nord del Cervino, tra le due guerre.

Nel 1949 contava ancora poche ripetizioni ed era ancora avvolta da un aura di mito, e ancora oggi è una scalata di grandissimo impegno che impreziosisce il curriculum di qualunque alpinista. Nello stesso anno ripete anche la Cassin al Pizzo Badile, altra scalata mitica che percorre le magnifiche pareti granitiche del Badile, superba montagna al confine tra Lombardia e Svizzera, e la difficile parete Ovest dell'Aiguille Noire, sempre nel gruppo del Bianco. Ma a Bonatti non bastano le ripetizioni. Ogni vero alpinista, proprio perché non si sente un semplice atleta, sente il desiderio di "aprire" una via nuova, come si dice in gergo.

In Bonatti questa sete di avventura è irrefrenabile e si può placare solo percorrendo itinerari ancora vergini, seguendo linee che solo lui ha immaginato. La sua prima grande impresa risale al 1951 e, come molte altre in futuro, ha come scenario il massiccio del Monte Bianco, un vero paradiso della scalata sulle cui montagne si cimentano da sempre i migliori alpinisti del mondo. In questo caso la montagna è il Grand Capucin, stupendo obelisco di granito giallo-oro che si erge dalle nevi della Mer de glace, la conca glaciale che dallo spartiacque tra Italia e Francia scende verso il versante di Chamonix. 

La parete est del Grand Capucin, liscia e verticale, alta più di 400 metri, è una sfida aperta ai migliori alpinisti del momento: ma nessuno evidentemente si sente pronto ad affrontare il rischio. Nessuno tranne il giovane Bonatti, che, in compagnia del torinese Ghigo, secondo di cordata, guidato dal suo straordinario intuito naturale, compie l'impresa. Il risultato è un capolavoro alpinistico, che segue dalla base alla cima la via suggerita dalla natura, ovvero le fessure che solcano la parete, altrimenti perfettamente liscia e, dati i mezzi di allora (ricordiamo che fino ai primi anni '80 si arrampicava esclusivamente con scarponi pesanti e rigidi, che consentivano una aderenza minima sui piccoli appigli) quasi del tutto impercorribile. Inutile dire che il ruolo di secondo di cordata lasciato a Ghigo toccherà invariabilmente, tranne rarissime occasioni in cui arrampicherà a comando alternato, a tutti i compagni di scalata di Bonatti.

Nella scalata, si chiama capocordata colui che arrampica "da primo", assicurato cioè con la corda dal basso, passatagli dal secondo di cordata, fermo a un punto di sosta. Quest'ultimo invece arrampica con la corda dall'alto, recuperata dal primo man mano che il secondo sale. In caso di caduta, è sempre il primo a correre i pericoli maggiori: il possibile volo può essere anche di parecchi metri, se i chiodi posti a protezione della eventuale caduta (i chiodi possono essere anche usati come appiglio per aiutarsi nella progressione, e in questo caso non si tratta più di arrampicata "libera" ma di "artificiale") sono molto distanziati.
Se è il secondo a cadere, invece, non succede quasi nulla, poiché resta immediatamente appeso alla corda che proviene dall'alto. Se dunque il comando della cordata non è alternato, è sul primo che grava quasi tutta la responsabilità e il peso psicologico della scalata, soprattutto nel caso dell'apertura di una via nuova. Ovviamente è sua anche la maggior parte dei riconoscimenti, ma c'è da scommettere che quello che prevaleva in Bonatti non era la sete di notorietà quanto l'incapacità di vivere certe esperienze da una posizione di secondo piano. Nei suoi scritti Bonatti sarà sempre prodigo di elogi per i suoi compagni, ma è evidente che egli era troppo consapevole della propria forza e della propria superiorità per nascondersi dietro false modestie.

Bonatti era un leader naturale in virtù del suo coraggio e della sua freddezza, non della sua ambizione: lo dimostra anche il fatto che molte delle sue successive imprese saranno imprese solitarie. Per tornare alla Est del Capucin, si trattò di un "evento" vero e proprio nel mondo dell'alpinismo. Capace di spostare in avanti il concetto di ciò che era possibile e di ciò che era impossibile. 

Nel 1954 Bonatti partecipa alla famosa spedizione capitanata da Ardito Desio, che porterà Lacedelli e Compagnoni sulla cima del K2, la seconda montagna del mondo dopo l'Everest. Seconda per altezza, ma assai più difficile tecnicamente, il K2 è anche una delle più belle montagne del mondo.
Alla spedizione partecipa l'elite dell'alpinismo italiano, e Bonatti è presente nonostante la giovane età e la relativa inesperienza. Il successo della spedizione non impedisce che per Bonatti si tratti di una parentesi triste. Per gli appassionati la storia è arcinota. Il 28 luglio Bonatti si trova con altri compagni di scalata a quota 7345. E' il 7° campo allestito al di sopra del campo base. Nelle scalate himalayane (con questo termine si comprende impropriamente anche la catena del Karakorum, di cui fa parte il K2) fino alla metà degli anni Settanta era impensabile salire alla vetta senza allestire preventivamente dei campi intermedi tra la vetta e il campo base. Quel 28 luglio 1954 Bonatti si trovava al terzultimo campo prima dell'assalto finale alla vetta, a 8611 metri. L'ambizione di Bonatti di far parte del gruppo che tenterà l'assalto finale si sono però infrante nei due giorni precedenti.

In Himalaya le condizioni ambientali sono così ostili che anche il malessere più minuscolo si trasforma in un ostacolo insormontabile. Bonatti infatti per un qualche strano malessere non è riuscito ad alimentarsi bene ed ora, senza energie e come svuotato di ogni forza, non può che assistere abbattuto alla partenza dei suoi colleghi verso l'alto. Il loro obiettivo è quello di piazzare più in alto possibile il campo numero otto, attrezzarlo con viveri, e ridiscendere a dormire al settimo campo. L'ottavo campo potrà ospitare non più di due persone, che in teoria dovranno essere i due più in forma (ma sarebbe meglio dire i due meno spossati) e che da lì cercheranno di raggiungere finalmente la vetta, ancora vergine. Mentre i suoi compagni si allontanano lentamente, Bonatti, rimasto solo nella tenda, si impone di mangiare qualcosa, nonostante la nausea.
Solo così potrà sperare di riprendersi e di avere qualche possibilità di essere tra quelli che toccheranno la vetta. L'atto stesso di mangiare è una fatica e una sofferenza: in alta quota il freddo, il vento, la mancanza di ossigeno mettono a durissima prova anche il fisico più allenato. Mezz'ora più tardi, mentre Bonatti lotta strenuamente contro il proprio malessere, riappare nella tenda uno dei colleghi, il valdostano Rey, stravolto dalla fatica. Dopo solo cinquanta metri di dislivello (ma rispetto alle Alpi lo sforzo è decuplicato) un malessere lo ha costretto a desistere e a lasciare lo zaino a metà strada. Rey è distrutto. Continuano invece a salire, con uno sforzo immane, Lacedelli, Compagnoni, Abram e Gallotti: questi i nomi degli altri alpinisti.

Bonatti intanto chiama il campo base perché a loro volta chiamino il 5° campo e li preghino di mandare degli hunzas (portatori locali, equivalenti agli sherpas nepalesi) con rifornimenti fino all'8° campo. Il campo base dà inoltre buone previsioni del tempo: questo sarà l'ultimo contatto con la base fino alla fine dell'avventura del K2. Verso sera tornano alla tenda Gallotti e Abram. I due fortunati che attaccheranno la vetta saranno dunque Lacedelli e Compagnoni. Gallotti e Abram fanno notare a Bonatti che lo trovano in condizioni decisamente migliori: ciò lo riempie ulteriormente di fiducia ed energia.

L'8° campo è stato piazzato a quota 7627 e ci sono volute quattro ore per raggiungerlo. Nella discesa, durante una traversata a mezza costa, Gallotti rischia di finire tragicamente la sua avventura perdendo l'equilibrio a causa della neve incastratasi tra la suola degli scarponi e i ramponi. Una scivolata di quasi 70 metri rischia di farlo precipitare, ma fortunatamente la caduta si arresta e ora può quasi raccontare l'accaduto con un sorriso. All'alba del 29 luglio Bonatti si risveglia completamente (e quasi miracolosamente) ristabilito. Il tempo è splendido. Siamo ormai vicinissimi all'attacco decisivo. Il programma è questo: Lacedelli e Compagnoni saliranno fino a quota 8100, piazzeranno l'ultimo campo, il nono, costituito da un piccola tendina.  Poi ritorneranno a passare la notte all'8° campo dove nel frattempo Bonatti e compagni porteranno altre due tende e le bombole d'ossigeno per permettere a Lacedelli e Compagnoni l'ultimo assalto. A loro volta gli hunzas saliranno dai campi inferiori con altro ossigeno, viveri e carburante. Appena partito, il gruppo di Bonatti deve già cambiare programma: Rey e Abram sono talmente debilitati da dover rinunciare immediatamente. Hanno già dato tutto quello che potevano dare, e ora non resta loro che scendere al campo base. I due si avviano barcollando verso il basso. Gallotti e Bonatti ripartono. Lo sforzo è penoso, e ad ogni passo la fatica diventa più dura. I due lasciano perdere l'ossigeno e decidono di trasportare, fatica immane in ogni caso, solo viveri e tende. Gallotti, pur provatissimo, dimostra una incredibile tenacia e segue Bonatti fino all'8° campo. Quando si ricongiungono a Compagnoni e Lacedelli, questi appaiono prostrati dalla fatica, e la situazione alquanto compromessa.

Da una breve discussione risulta l'unico piano d'azione che abbia ancora qualche chance di riuscita: Lacedelli e Compagnoni il giorno successivo saliranno a piazzare il nono campo, ma più in alto rispetto alla quota precedentemente stabilita. Bonatti e Gallotti scenderanno al settimo campo per risalire al nono con l'ossigeno, senza il quale sarebbe troppo rischioso superare quota 8000. Per Bonatti si tratta di fare 200 metri di dislivello in discesa e almeno 600 in salita nello stesso giorno: dislivelli che a quelle quote comportano sforzi sovraumani. La notte successiva saranno, se il piano funzionerà, tutti e quattro stretti nella piccola tendina sotto la vetta. Compagnoni, estremamente affaticato, fa balenare a Bonatti l'ipotesi di lasciargli il posto l'indomani. Ma è ancora presto per decidere chi dei quattro salirà fino in cima all'ancora inviolato K2. 

E' il 30 luglio: l'alba sorprende i quattro con un cielo limpido che permette di ammirare un panorama meraviglioso, che abbraccia un orizzonte quasi infinito.
La vetta sembra a pochi passi. Ma la quota si fa subito sentire e la semplice operazione di calzare i ramponi richiede loro una buona mezz'ora. Bonatti e Gallotti cominciano a scendere e si separano dai compagni che si avviano in direzione opposta. Al 7° campo è giunto nel frattempo Erich Abram con Mahdi e Isakhan, due hunzas, con il carico del materiale. I cinque ripartono verso l'alto, ma la fatica è immane. In testa procede Bonatti, il meno provato. Seguono gli altri: Gallotti è ormai allo stremo, e le sue soste sono più lunghe dei tempi utili, ma eroicamente lotta metro dopo metro. Anche Abram procede facendo appello alle sue ultime risorse.

Quando giungono all'ottavo campo pure Isakhan non è più in grado di proseguire: sconvolto dalla fatica e dalla febbre, si lamenta come un bambino. Solo Madhi è in buone condizioni. Anzi, data la quota si può dire che è in ottima forma. Del resto fin dall'inizio della spedizione Madhi si era rivelato come il migliore degli hunzas, e ora lo sta dimostrando appieno. Bonatti tenta di convincerlo a proseguire con lui fino al nono campo tentandolo con l'ipotesi, in realtà ben difficile da realizzarsi, di essere tra quelli che toccheranno la vetta. L'orgoglioso Madhi accetta. Dopo aver mangiato qualcosa ed averlo equipaggiato alla meglio con gli indumenti di Gallotti ed Abram, i due ripartono seguiti dallo stesso Abram che si è offerto di accompagnarli il più in alto possibile, ovvero fin dove le forze lo sosterranno.
Sono le tre e mezza del pomeriggio, e rimangono meno di quattro ore di luce davanti a loro. Quattro ore di luce e una salita ai limiti delle capacità umane. Il freddo intorpidisce i muscoli, il peso degli zaini appesantisce l'andatura, la scarsezza d'aria tronca la respirazione (si suole dire generalmente che in alta quota l'ossigeno è scarso, mentre è l'aria -ossigeno compreso- ad essere rarefatta). Ogni tre o quattro passi essi devono fermarsi a riposare, ogni venti o trenta metri a scambiarsi i carichi più pesanti per non soccombere sotto lo sforzo. Un ora più tardi i tre hanno superato un tratto particolarmente ripido ed impegnativo, seguendo le tracce dei due compagni che li precedono al nono campo. Essi provano a chiamare Lacedelli e Compagnoni i quali, da un punto imprecisato più in alto, rispondono. Un'iniezione di gioia e di fiducia per i tre, sempre più sfiniti.

La tenda di Lacedelli e Compagnoni però non si riesce a intravedere. Bonatti e compagni seguono le loro tracce innalzandosi ancora per il pendio, ma senza riuscire a scorgere nulla. Chiamano ancora verso l'alto: una voce li esorta a seguire le tracce ed essi, ripresa fiducia, proseguono ancora. Passo dopo passo, sosta dopo sosta, i tre salgono inesorabilmente ma con enorme fatica, destreggiandosi tra pericolosi crepacci. C'è una grande roccia in cima al pendio di ghiaccio che i tre stanno scalando, e la tenda che rappresenta la loro salvezza deve trovarsi là dietro. Non si intravedono altri posti dove possano essersi accampati.
Salgono sempre più, ma dubbi e timori cominciano ad affiorare: la grande roccia, avvicinandosi, rivela le sue vere proporzioni (assai facili da smarrire in montagna, e tanto più in alta quota, dove si tende a perdere lucidità). Se ci fosse la tanto sospirata tenda, si rendono conto, si vedrebbe ugualmente, perché in realtà la roccia non è tanto grande da poterla nascondere completamente. Abram accompagna ancora per un tratto Mahdi e Bonatti, poi, ormai completamente sfinito, deve tornare indietro perché un principio di congelamento a un piede lo tormenta. I due dopo un saluto commosso lo vedono ripartire verso il basso e presto si ritrovano, ancora più soli, in balia della grande parete che li sovrasta. 

Lo scenario è grandioso e terribile, e per un tratto di tempo indefinito essi rimangono come incantati, fuori della realtà. Si riscuotono, riprendono la salita, ma le tracce di Lacedelli e Compagnoni si fanno sempre più incerte, e sembrano scomparire nei pressi della grande roccia. Ancora più in alto una grande fascia di rocce rosse sbarra il cammino appena sotto la vetta del K2. E' l'unica altra zona in cui si può immaginare che Lacedelli e Compagnoni si possano essere accampati, ma sembra impossibile che siano saliti in una zona così difficile da raggiungere per i compagni che li seguono, per di più senza avvertire del cambio di programma.

Sono ormai le 18.30, la luce a disposizione è poca e il freddo si fa sempre più intenso. Bonatti chiama insistentemente Lino (Lacedelli) e Achille (Compagnoni), ma senza alcun esito. Mahdi comincia a dare segni di nervosismo e lo stesso Bonatti comincia a sentirsi addosso la paura. I due salgono spinti dalla forza della disperazione, con le spalle in preda a dolori lancinanti dovuti al peso delle bombole di ossigeno, che non possono nemmeno usare dato che non hanno con sé i respiratori. Gridano ancora. Nessuna risposta. I due si muovono con estrema difficoltà su un pendio ripidissimo e estremamente pericoloso, dove anche il fermarsi a riposare nella neve rappresenta un rischio enorme. Le tracce dei compagni che li hanno preceduti riappaiono a tratti, ma Bonatti non è più nemmeno sicuro che siano vere e proprie tracce.

La situazione si fa insostenibile, tanto che Bonatti d'improvviso getta le bombole d'ossigeno e con le ultime forze residue si inerpica per il canale di ghiaccio in cima al quale si trova la roccia dove dovrebbe esserci la tenda: anche se ne aveva già avuto il presentimento, la realtà lo lascia attonito. Non c'è alcuna tenda. L'emozione è violenta: una morte per congelamento è il destino che aspetta Mahdi e Bonatti. Ormai è tutto assolutamente buio, e non c'è la minima possibilità di tentare una discesa in queste condizioni. I richiami disperati dei due si perdono nell'oscurità più totale. Le urla di Mahdi sono impressionanti, la paura e la rabbia verso i compagni che li hanno di fatto abbandonati in quelle condizioni gli stanno facendo perdere la testa.
Bonatti ha un'idea, ed è quella di raggiungere la fascia rossa di rocce risalendo direttamente il canalone di neve che li ha portati fino al punto in cui avrebbero dovuto trovare la tenda, evitando così una traversata del pendio che di notte si rivelerebbe pericolosissima. Ma Mahdi continua a urlare imprecazioni nella sua incomprensibile lingua e agita furiosamente la piccozza verso l'alto, come a voler minacciare un nemico invisibile. Ancora un richiamo disperato ai compagni riparati in qualche piega nascosta della grande parete, ancora silenzio. Mahdi è ormai fuori di sé, sopraffatto dalla paura e dall'eccitazione, e lo stesso Bonatti comincia ad essere terrorizzato dai gesti inconsulti che potrebbe commettere: non solo si trovano a quote in cui è difficile sopravvivere, ma soprattutto si muovono su un terreno pericolosissimo, dove un passo sbagliato può significare un volo mortale di centinaia di metri. 

Bonatti dà prova di lucidità ed opta per l'unica, flebile possibilità di salvezza: scavare con la piccozza un bivacco, ossia poco più che un buco nel ghiaccio, e sperare di sopravvivere lì dentro alla notte himalayana. Si mette a scavare come un forsennato, nell'indifferenza apatica di Mahdi, che sembra ormai rassegnato al peggio.
Ma anche Bonatti sente di impazzire: ad un certo punto si sorprende a lanciare maledizioni contro Compagnoni e Lacedelli e a gridare a squarciagola che non vuole morire. Quando si risveglia dalla trance, Bonatti scopre di aver scavato un discreto ripiano sul ripido pendio. Vi si sistema assieme a Mahdi, che si è un po' tranquillizzato. Senza ormai più voce, e senza più alcuna speranza di ricevere risposta, lanciano gli ultimi richiami verso i compagni. Invece, incredibilmente, un voce. Questo il racconto di Bonatti stesso: "Ed ecco, incredibile, nel profondo silenzio, sulla cresta appena sotto la fascia rocciosa, si accende una luce. "Lino! Achille! Siamo qua! Perché solo ora vi fate vivi?" Con voce ben distinta Lacedelli si scusa, ma piuttosto crudamente. Conoscendo la sua indole buona, non voglio prendere sul serio il significato delle sue parole. Uno dei primi effetti che procura la rarefazione dell'aria è il nervosismo, l'irascibilità. In fondo, penso, anch'io poco fa mi sono scagliato contro di loro, insultandoli e maledicendoli. "Avete l'ossigeno?" riprende la voce. "Sì!" rispondo. "Bene! Lasciatelo là e scendete subito" "Non posso! Mahdi non ce la fa!" "Come?" "Ho detto che Mahdi non ce la fa, io posso arrangiarmi da solo, ma Mahdi è fuori di sé, in questo momento sta attraversando la parete!"

Mahdi infatti, accecato dalla rabbia verso i compagni e annebbiato dalla fatica e dalla mancanza d'aria, si lancia in una folle traversata del pendio in direzione della luce apparsa più in alto, gridando come un ossesso contro Lacedelli e Compagnoni. Quando le crisi di Mahdi si placano, egli torna al precario bivacco scavato da Bonatti. I due riprendono a chiamare i compagni, ma non ricevono più nessuna risposta. Racconterà Bonatti la sensazione che gli diede quella mancata risposta, proprio nel momento in cui la voce di Lacedelli gli aveva fatto credere di essere in salvo: "Sentii come un marchio di fuoco imprimersi sulla mia anima". Bonatti perdonerà e giustificherà, ma non riuscirà mai a dimenticare. O meglio, non accetterà che le verità ufficiali trattassero come un piccolo disguido, come qualcosa su cui sorvolare in nome della concordia nazionale, la terribile esperienza di cui sarà protagonista assieme a Madhi. La luce è sparita e il silenzio li avvolge di nuovo. Non c'è luna, ma milioni di stelle illuminano le vette innevate delle montagne circostanti, alcune delle quali sono tra le più alte del mondo. Una visione meravigliosa, se non fosse che il prezzo da pagare per goderne rischia di essere la vita stessa. Mahdi e Bonatti si stringono l'uno all'altro, ma il freddo è disumano, e per di più la posizione del bivacco è pericolosa, perché esposta in pieno alle valanghe e alle cadute di sassi e ghiaccio dalla parete sovrastante.

Ogni tanto Bonatti si accorge che una parte del corpo sta perdendo sensibilità e allora si costringe a reagire: sono molti gli alpinisti che al ritorno da una scalata (o un tentativo di scalata) himalayana hanno dovuto subire amputazioni, in genere alle dita delle mani o dei piedi, a causa dei congelamenti; ma qui la posta in gioco è ancor più di una mano: è la vita stessa. Il gelo è talmente atroce che anche il cervello sembra spegnersi in un torpore dal quale non ci si può lasciar vincere. A volte a Bonatti non basta massaggiare le estremità intorpidite, ed è costretto a picchiarle con forza con la piccozza.
"Questo è un metodo che oltre ad essere efficace per riattivare la circolazione del sangue, toglie anche ogni dubbio di stare vaneggiando per mancanza di ossigeno", commenterà poi Bonatti. Se comunque sopravvivere una notte in aperta parete, a ottomila metri e per di più senza ossigeno, era già un'impresa eroica, ecco che, come in un thriller, una folata di neve sbatte in faccia ai due scalatori. Poi un'altra, e un'altra ancora: presto una violenta bufera si abbatte sui due disgraziati, con turbini selvaggi che penetrano sotto i vestiti e costringono i due a proteggersi naso e bocca con le mani per non restare soffocati dalla polvere ghiacciata. Presto la neve sommerge la buca dove i due si riparano.
La lotta con la natura è atroce ed impari, e i due, ridotti ormai all'ultimo stadio, quello in cui prevale solo l'istinto primordiale di sopravvivenza, riscavano la buca infinite volte. Ognuno ormai lotta solo per se stesso, facendo appello alle ultime risorse, eppure Bonatti ha la prontezza di distinguere tra le urla assordanti della bufera un urlo umano e di allungare istintivamente un braccio verso l'ombra di Mahdi, proteso ormai verso il precipizio, spinto forse da un disperato istinto di tornare all'ottavo campo.
La situazione è disperata. Bonatti arriva a scavare un buco orizzontale nella parete giusto per ripararvi la testa, mentre la tormenta continua impietosa. Così descriverà Bonatti il placarsi della bufera: "Albeggia, il vento cala . Un mare di nebbie ricopre ancora tutto fino a poche centinaia di metri da noi. Il cielo via via ridiventa limpido e qualche stella ritorna a brillare nel cielo quasi chiaro. L'aria si è fatta immobile e di un gelo astrale. Quante ore sia durato questo inferno, non lo so. Comprendo solo che il mio corpo è come se non appartenga più a me stesso: non sento più i piedi, né le mani, le gambe non mi reggono e tutto il resto del mio corpo, in particolare le braccia, è scosso da un tremore continuo che non mi riesce di arrestare. E' molto che riesca ancora a ragionare." 

Mahdi, come un automa, senza dire una parola, comincia a scendere barcollando. E' sfigurato dal gelo e Bonatti si domanda con angoscia se riuscirà a non precipitare. Quando, dopo soste ed esitazioni, Mahdi si ritrova in una zona meno pericolosa, al temporaneo sollievo di Bonatti si sostituiscono presto i sensi di colpa: la sera precedente, per dissuadere Mahdi dall'intenzione di discendere il pendio durante la bufera, Bonatti gli aveva fatto improbabili promesse di somme di denaro.
Eppure ora, dopo aver temuto tanto per la sua vita, Bonatti lo vede scendere da solo e comincia a dubitare delle scelte fatte. Ma ormai l'avventura è finita. Pur tra enormi difficoltà anche Bonatti ridiscende il pendio e raggiunge finalmente l'8° campo, la salvezza. In giornata arriverà la notizia dell'avvenuta conquista del K2, che sarà celebrata, non solo in Italia, come una grande impresa. Un'impresa in cui Bonatti e Mahdi hanno avuto, loro malgrado, un ruolo tutto particolare. Nei mesi successivi non mancheranno le polemiche, anche violente, sull'episodio. La retorica nazionale avrebbe messo volentieri la sordina ai diverbi tra Bonatti e Lacedelli e Compagnoni.

Ma Walter Bonatti, pur non essendo vendicativo, non era uomo da facili compromessi, e ancora oggi difende caparbiamente la sua verità (*), quella che lo ha visto praticamente abbandonato dai compagni in un luogo tra i più ostili sulla terra. Il "marchio di fuoco" che quella notte terribile ha lasciato nell'animo di Bonatti lo ha fatto forse ancora più scontroso e diffidente, rancoroso addirittura secondo i suoi critici più severi (troppo severi, probabilmente). Ma lo ha anche reso più forte, capace di nuove imprese sempre più grandi. L'anno successivo sarà la volta della parete Ovest del Dru, sempre nel massiccio del Monte Bianco, che rappresentava il problema alpinistico del momento, la sfida più grande per gli alpinisti di punta di tutto il mondo.

Bonatti la scalerà in prima assoluta, e soprattutto in solitaria, firmando così una delle più epiche e straordinarie imprese della storia dell'alpinismo, forse la più grande nell'immaginario collettivo del mondo alpinistico. Sarà una realizzazione che lascerà a bocca aperta tutti, per la difficoltà estrema e per le incredibili situazioni di pericolo che Bonatti riuscirà superare, in una scalata in cui rimarrà, e anche questo ha dell'incredibile, quasi una settimana isolato su una parete quasi perfettamente verticale di oltre mille metri. Molte altre ne seguiranno, e quasi tutte costituiranno grandissime imprese, che metteranno a rumore l'intero, mondo dell'alpinismo per l'audacia e le difficoltà tecniche superate. Alcune di queste, come il tragico tentativo al Pilone centrale del Freney, sul versante italiano del Monte Bianco, in cui perirono quattro grandi alpinisti, furono forse ancora più epiche della spedizione al K2, e sono rimaste patrimonio comune dei miti e della memoria storica dell'alpinismo di tutti i tempi. Ognuna di queste meriterebbe un racconto lungo e dettagliato almeno quanto quello che abbiamo dedicato all'esperienza sul K2, e questo la dice lunga sulla grandezza di Walter Bonatti, uno degli alpinisti più forti di sempre, forse il più forte, di certo quello che più di tutti, e forse controvoglia, è assurto al ruolo di leggenda vivente.

di VALENTINO NECCO

Bibliografia
La storia dell'alpinismo vol. 2 - G.P. Miotti - Vivalda editore - Torino 1994
I giorni grandi - W. Bonatti - Milano - 1971
Le mie montagne - W. Bonatti - Zanichelli - Bologna - 1961
K2, storia di un caso - W. Bonatti - Baldini e Castoldi - Milano - 1995

Ringrazio per l'articolo
concessomi gratuitamente
dal direttore di

(*) In occasione del Cinquantenario per la conquista del K2 (2004) si è ancora parlato di quella famosa notte, e Walter Bonatti (oggi ha 74 anni, e all'epoca era il più giovane alpinista della spedizione) aspetta ancora scuse, e che la verità sia ristabilita.
"Continuo ad aspettare da 50 anni. Su quella montagna mi condannarono a morte, poi mi hanno accusato di mentire". ..." Il CAI ha incaricato tre saggi, entro la fine dell'anno ci sarà la relazione. Vedremo se sarà fatta chiarezza. Questo perchè la "verità" è ormai riconosciuta ufficialmente ovunque, in Francia, in America, tranne in Italia. Il Cai è stato finora latitante, però ho molta fiducia nel nuovo presidente Annibale Sanza"...."Spero che sia abbia il coraggio di dire una parola chiara, finale....Quel che mi aspetto dall'anniversario è che restituiscono all'Italia la verità storica, la pulizia morale, il valore etico dell'impresa. La conquista del K2 appartiene a tutto il Paese. Sarebbe un delitto lasciare che resti sporcata per sempre dalla menzogna".
( Le dichiarazioni sono state rilasciate al giornalista Aldo Cazzullo, apparse sul Corriere della Sera del 4 agosto 2004).

Carissimo Walter, io non ho mai avuto dubbi. Abitavo allora a Biella, in quel grande vivaio di pionieri dell'alpinismo; io stesso (avevo 18 anni) ero un assiduo arrampicatore nelle Alpi, e ti conoscevo (tu ne avevi poco più di 20 e già frequentavi il Guppo del Bianco e del Cervino, lasciandoci esterefatti con le tue imprese) come uno dei più formidabili scalatore di tutti i tempi. Con Ugo Angelino (che preparò tutta la parte logistica dell'impresa del K2 - e qualcosa feci pure io) scambiammo più volte le nostre verità. Quindi ti sono accanto nella tua onestà, con fede, che non è stata mai incrinata dalle polemiche. (Franco, l'autore di Cronologia).
(se mi leggi, mandami una delle tue fotografie, di quelle toste, quando sprizzavi energie da tutti i pori)

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