CRONOLOGIA - SPORT - STORIA . CICLISMO

CASO DI... DOPING NEL 1926:

BINDA BEVE TRENTA UOVA

E TAGLIA IL TRAGUARDO
CON MEZZ’ORA DI VANTAGGIO

Storia e storielle del Giro d’Italia e del Tour

di LIONELLO BIANCHI

Trent’anni dopo un altro bergamasco vince un Giro d’Italia e si accinge a recitare un ruolo di protagonista nel leggendario Tour, la corsa a tappe più antica e più fascinosa. IVAN GOTTI da San Pellegrino è destinato a entrare nel mito, come il suo illustre predecessore Felice GIMONDI, il figlio della postina di Serina, sempre in Val Brembana. Non è un caso che Gimondi, che ricordiamo poderoso corridore, l’ultimo degli italiani a fare l’abbinata Giro - Tour, ha dichiarato proprio in questo periodo, al termine dell’ottantesimo Giro, che ha visto appunto Gotti prevalere sul russo-padano Tonkov (con residenza nell’Oltrepó): "Ivan ha i numeri e le possibilità tecniche e fisiche di aggiudicarsi anche il Tour". Se lo dice lui....

Vale la pena di scorrere un po’ la storia del ciclismo, fatta di personaggi e aneddoti, di grandi e memorabili duelli. A dispetto dell’era della motorizzazione galoppante, della corsa aerospaziale, lo sport delle due ruote resta molto popolare. L’ha dimostrato l’ultimo Giro, con le telecamere che hanno inquadrato la folla che, soprattutto sulle montagne, ha accerchiato come in una morsa i corridori. Al punto che sulla terribile rampa del Montirolo (penultima tappa) ci sono state spinte e getti d’acqua sulla schiena dei ciclisti, che giustamente si sono lamentati. In tv si è del resto notato che la maglia rosa Gotti sbracciava a più riprese per tener lontani i tifosi. Scene che si ripetono, ci sono sempre state sulle strade dei Giri e dei Tour, dacché si corre. Nemmeno l’avvento della tv è riuscito a debellare questo strano comportamento degli appassionati che, specialmente sulle salite più ripide e impietose, fanno a gara per toccare i loro beniamini.

La bicicletta, il "cavallo d’acciaio" ha ispirato poeti e scrittori. Citiamo per cominciare Giovanni Pascoli: "....Guardi chi passa nella grande estate: / la bicicletta tinnula, il gran carro / tondo di fieno, bimbi, uccelli, il frate / curvo, il ramarro". E veniamo a Borgese: "Egli... stentava ancora, dopo quindici giorni, a reggersi in bicicletta, e certe volte impegnava la ruota dentro un binario di tram". Gozzano dedica tra l’altro questi versi: "Condussi nell’ascesa / la bicicletta accesa d’un gran mazzo di rose". Ancora Govoni: "...sull’erba della darsena intrecciammo / le nostre impolverate biciclette / come in gelosa lotta due caprette".

BICI IN VERSI E IN PROSA - Sempre sulla bici, come fatto umano e sociale, ci sono altri pezzi di letteratura. MORETTI: "Venivano prima il bambino e la croce; poi il prete con la cotta troppo corta, la bara, in ultimo il becchino con la bicicletta a mano". E ancora PALAZZESCHI: "Quei rari che a piedi o in bicicletta corrono ai lavori mattinieri passan fischiando". Proseguendo, troviamo BARTOLINI: "L’unica era di prendere e sortire di casa, afferrare il manubrio d’una bicicletta, oppure saltare a prendere il primo tranvai che mena verso il suburbio della città". E c’è anche il grande PAVESE: "A ore diverse passava in bicicletta il maresciallo dei carabinieri".

Poi PIOVENE: "Fermi in cima alla roccia, come le sentinelle di una fortezza, alcuni uomini in bicicletta avvistano le automobili di lontano e calano a capofitto". Quindi CASSOLA: "Montò sulla bicicletta, diede un paio di pedalate, e si lasciò portare dalla discesa". Infine, CALVINO ci regala questo quadretto: "Uscì su un altro ballatoio; era ostruito da una bicicletta a ruote all’aria; un omino in tuta cercava un buco in un pneumatico, immergendolo in un catino". Naturalmente il ciclismo, quando nacque come sport, non poteva non ispirare alcune belle pagine. Il DE AMICIS, l’autore di Cuore, descrive così una delle pioniere: "Prese la corsa, spiccò un salto, e piantato un piede sul montatoio, senza afferrarsi alla colonnina, restò un momento ritta in quell’atto, come un acrobata che aspetti l’applauso... Il mio vicino soltanto non mostrò alcuna maraviglia: "E’ una maestra di ciclismo per le signore - disse, o meglio gorgheggiò - vinse un premio alle corse, due anni fa... ; a Torino non ce n’è che quattro". Non può mancare in questa scelta antologica PANZINI: "Tutto ciò che si riferisce agli esercizi con la bicicletta ha nome di ciclismo".

UN ESERCITO A DUE RUOTE 

SERRA (Cesena 1884 - Podgora 1915), critico letterario, attento al rapporto tra letteratura e vita, ci ha lasciato questo brano: "Si fanno profezie sulle applicazioni del ciclismo alla guerra, si scruta secondo filosofia il mistero che è nel piacere della bicicletta, della velocità e del giuoco". Quanto all’applicazione militare c’è da segnalare un pezzo di BACCHELLI: "Il Comando d’Armata... comandò a un ciclista di portare subito l’ordine al Comando di Corpo d’Armata, chiedendo sollecita assicurazione e pronta esecuzione". E BALDINI: "I comandanti a cavallo, e dietro ciclisti e carabinieri, correvano addosso ai mucchi di soldati". Alfredo ORIANI (Faenza 1852 - Casola Valsano 1909) in un brano esalta le corse ciclistiche con l’ambiente che le circonda: "....Solamente una corsa di ciclisti potrà entusiasmare un pubblico, quando tutti si sentano capaci di prendervi parte".

Citazioni letterarie, versi, ma anche cronache di corsa, articoli di quotidiani sportivi, dell’Equipe (il giornale sportivo francese), della Gazzetta dello sport, di Tuttosport e Corriere dello sport - Stadio, sulle cui pagine da Emilio DE MARTINO a Bruno RASCHI, da CARLIN a Rino NEGTI e Sergio NERI, passa l’epopea del ciclismo, sport romantico quanti altri mai. Personaggi, episodi, aneddoti che han fatto la storia non solo di questo sport. Ce n’è per tutti i gusti. La storia delle due ruote, con le loro gare su strada e su pista, è ricca di avventure. Scorrendo gli annali - già che siamo in tempo di Tour - ci sembra doveroso celebrare Ottavio BOTTECCHIA, il primo italiano a vincere la "grande boucle" per due volte consecutive, nel 1924 e nel 1925. La sua è la storia di un emigrante partito dal suo paese, San Martino di Colle Umberto, profondo Veneto, dopo la grande guerra, per cercare lavoro e un po’ di soldi in Francia. Proprio qui a Clermont Ferrand il giovane Bottecchia sgobba tutto il giorno in cantiere; per andare e tornare usa la bicicletta, ogni giorno fa e rifà una salitona lunghissima che egli affronta sempre allegramente. E’ su questa strada che si perfeziona. A farlo decidere a partecipare alle prime corse è stato l’incontro con un salumiere di origine romagnola che lo prende a cuore e lo tiene vicino a sé nelle lunghe sere in cui più forte è la nostalgia del paese lontano.

E un giorno lo scoprono anche gli italiani. L’indimenticabile Bruno ROGHI, maestro di giornalismo, con la sua penna e il suo stile inconfondibili, ci ha lasciato in un articolo il ricordo del suo incontro con un corridore allora sconosciuto, trovato alla stazione in attesa di un treno che lo riportasse a casa, dopo una Milano - Sanremo. Era Ottavio Bottecchia con il suo tascapane liso e un mazzo di gladioli, i fiori per la moglie, non suoi perché non aveva vinto, che aveva raccolto in un prato e poi incartato personalmente.

UN ITALIANO CONQUISTA IL TOUR

Ascoltando i resoconti delle imprese sportive, nel bistrot fumoso, la sera dopo il lavoro, Ottavio si appassiona di ciclismo: lo affascinano il mito di Desgrange, il signore del Tour, e soprattutto i fratelli Pelissier, Henri e Francis. Quelle vicende, entrate nella leggenda, hanno avuto l’effetto di stregare l’emigrante veneto in terra di Francia. Così Ottavio Bottecchia decide di fare il corridore. Ci mette tutto il suo impegno, la sua tenacia, la sua ferrea volontà per sfondare. Tenace lo è sempre stato, costante anche: in guerra aveva promesso che avrebbe fatto prigioniero un ufficiale austriaco e ci era riuscito e s’era meritato una medaglia al valor militare. All’inizio non smette di fare il muratore, ma all’alba e alla sera corre in bicicletta più che può.

La domenica partecipa alle prime corse per dilettanti. E ne vince diverse, questo veneto taciturno che preferisce stare ad ascoltare piuttosto che parlare. E’ deciso a fare il gran salto e si dedica al ciclismo. Torna in Italia, nel momento in cui MUSSOLINI sta prendendo il potere. Da dilettante si fa subito onore, vince il giro del Piave, poi la Coppa della Vittoria, il giro del Veneto, la Coppa Gallo, il giro del Grappa, non ha intenzione di fermarsi e passa al professionismo. Gli esordi sono oscuri, corre e si batte in molte corse, tuttavia nessuno lo conosce, sulle gazzette nemmeno un cenno. Ma arriva il giorno del suo trionfo in una Milano - Sanremo, la classica di primavera. Sul Turchino va in testa, si invola Ottavio Bottecchia. Dalla cima del Turchino si tuffa nella discesa ("ecco il sole, ecco il mare" ha scritto un giorno Emilio De Martino cantando una Milano - Sanremo). Ma lungo il mare, sulla via Roma di Sanremo viene ripreso dagli inseguitori. Dopo la corsa, lui è felice nonostante tutto, entra in un bar tabaccheria, gli avventori lo guardano ma non lo riconoscono, lui acquista una cartolina illustrata a mo’ di ricordo. Al giro dell’Emilia non gli va meglio, sembra perseguitato dalla sfortuna, cade spesso. Un giorno gli presentano un signore attempato, Luigi GANNA, il vincitore del primo Giro d’Italia nel 1909.

QUEL COLPO DI FORTUNA... L’incontro con Ganna segnerà la carriera di Bottecchia, una carriera sfolgorante quanto breve finita tragicamente con la misteriosa morte, su una modesta rampa vicino a Gemona del Friuli, durante un normale allenamento. Nel 1923, a Bologna, dove si era fermato il Giro, Bottecchia (a quel punto leader della classifica degli isolati) fa la conoscenza con un personaggio, Aldo BORELLA, un italiano residente in Francia incaricato di reclutare corridori italiani per il Tour. L’accordo nasce in un bar, Borella capisce che il veneto ha della stoffa: l’ha seguito al Giro, il suo carattere taciturno lo conquista. Lo ingaggia con una stretta di mano, anche se resta deluso perché Bottecchia, alla domanda se abbia mai fatto il gelataio, risponde: "No, sior, sono stato muratore e carrettiere".

Nella prima tappa del suo primo Tour Bottecchia arriva secondo e per i francesi è "Botescià". Finiva il suo anonimato. Conquista la maglia gialla e la difende sul Tourmalet. Al termine è secondo dietro Henri PELISIER, e al traguardo di Parigi Botescià capisce di aver fatto qualcosa di importante, di grande. Gli offrono contratti per riunioni in pista, Bottecchia comincia a vedere molti soldi, al termine di una riunione al Velodromo Sempione, gli comunicano che sono state raccolte sessantunmilasettecentoventicinque lirette. Sono i denari che gli serviranno per la casa che sognava. I due anni, il 1924 e il 1925, sono quelli della celebrità e della definitiva consacrazione di Ottavio Bottecchia, che vince uno dietro l’altro il Tour: la Francia, il mondo sono ai suoi piedi. In quel periodo diventa papà. Sono anni fastosi per Bottecchia che riesce a mettere in piedi una fabbrichetta di bici che portano il suo nome.

BOTTECCHIA ASSASSINATO: MISTERO Due anni più tardi però, ed esattamente il 3 giugno 1927, lo trovano a terra, agonizzante, accanto alla sua bicicletta, sulla salitella vicino a Peonis, una frazione di Trasaglia a cinque km da Gemona: lo trasportano all’ospedale di Gemona, gli fanno tutte le cure del caso, dodici giorni dopo la vita di Bottecchia si spegne. Solo un anno prima era morto in un altro "incidente il fratello Umberto. La morte di Bottecchia rimane un misterioso enigma, si tinge di giallo. Archiviata come incidente, vent’anni più tardi un contadino di quei luoghi sul letto di morte confidava di essere lui il responsabile della morte di Ottavio Bottecchia: "L’ho ucciso io, lui era entrato nel mio campo a prendermi l’uva. Avevo un bastone in mano e lo colpii violentemente". Ma un po’ di tempo dopo salta fuori una inattesa rivelazione da un ospedale di New York, dove un tizio, colpito da tre coltellate nell’addome infertegli ai docks, confessa di aver ammazzato lui i due fratelli Bottecchia "su ordinazione". Il mistero continua, irrisolto.

Continuando la carrellata a ritroso nel tempo, troviamo una copiosa messe di episodi, numerosi altri protagonisti, anche episodi curiosi. Altro campionissimo è stato indubbiamente Alfredo BINDA, che duellò per anni con GUERRA. I due divisero l’Italia prima che il Bel Paese si spaccasse per COPPI - BARTALI. 
 Era di Cittiglio, Alfredo Binda che, una volta smesso di correre a causa di un grave infortunio, divenne "ammiraglio azzurro", cioè Commissario tecnico della squadra italiana. In tale veste guidò i corridori italiani a vincere quattro Tour, nel ‘48 con Bartali, nel ‘52 con Coppi, nel ‘60 con NENCINI e due titoli mondiali con Coppi nel ‘54 e con BALDINI nel ‘58. Un palmarès lungo e glorioso il suo: cinque Giri d’Italia al suo attivo (1925, 1927, 1928, 1929 e 1930); un record anche in fatto di maglia rosa che indossò per sessanta giorni, altro primato quello delle vittorie di tappa al Giro: quarantuno. Per tre volte campione del mondo: 1927 ad Adenau, 1930 a Liegi e 1932 a Roma. Le sue avventure hanno un che di leggendario. Come nella prima tappa del Giro del ‘26, una Milano - Torino dove Binda cade nei pressi di Ivrea. Il regolamento impietoso voleva che il corridore restasse là dove era caduto: il corridore deve riprendersi da solo. Quaranta minuti dura la resurrezione. Alla fine di quel Giro Alfredo Binda (morto recentemente a novantacinque anni) ha un ritardo di soli 5 minuti dal vincitore, Giovanni BRUNERO da Ciriè.

IL BINDA NON LO FERMAVA NESSUNO Sempre in quello stesso 1926 Binda vive e scrive una favolosa pagina. In uno dei più terrificanti giri di Lombardia, in una giornata che i cronisti definiscono apocalittica, dove pare che tutto il mondo sia in rivolta, con il cielo che rovescia acqua a catinelle, con gelide raffiche di vento. Tempesta sul lago, straripato a Como, in piazza Cavour l’acqua raggiunge un livello di 40 centimetri, smottamenti e frane sulle montagne. In questo clima e con questo tempo il giro di Lombardia parte e si svolge ugualmente, in un sapore di epopea. La lotta si scatena sulle rampe del Ghisallo; Bottecchia si mette in testa di attaccare, cerca di sparare le sue bordate. Ma Binda non si limita a controllare, scatta a sua volta e va a riprendere i fuggitivi, insieme a Bottecchia c’erano altri disperati. Bottecchia non si ferma, riscatta.

Dapprima Binda gli manda sulle tracce il suo gregario, scatta nuovamente, poi si muove lui e passa a sua volta in fuga. Prima della partenza si era bevuto sei uova fresche, un’altra scorta l’ha consumata durante la corsa per un totale di trentaquattro. Arriva al traguardo con un vantaggio colossale. L’Alfredo non ha il tempo di aspettare che arrivino gli altri con un distacco di quasi mezz’ora. Ancora in una giornata da tregenda Binda vince sul Nurburgring uno dei suoi tre campionati del mondo. Per una curiosa coincidenza, ventun anni dopo l’ultimo titolo iridato di Binda, Fausto Coppi vince la sua maglia iridata nel 1952, seguito lungo il circuito di Lugano da una misteriosa (ma non tanto) signora in bianco, appunto la "dama bianca" Giulia Occhini Locatelli.

La cavalcata delle due ruote attraversa la grande guerra 1940-‘45. Arrivano gli anni di Coppi - Bartali, con Fiorenzo MAGNI (al cui matrimonio in vetta al Ghisallo siamo stati testimoni noi ancora ragazzi) terzo incomodo, viene Ercole BALDINI, quasi una fulgida meteora, ma soprattutto spunta l’era di Eddy MERCKX, l’ultimo Campionissimo prima che sorgesse, recentissimamente, l’astro INDURAIN.

In mezzo sfilano - spesso contrapponendosi - illustri campioni. Ci stanno i vari BEVILACQUA, i vari KUBLER e KOBLET, assi elvetici che faranno epoca, poi i ROBIC detto "testa di vetro" per via di uno speciale casco, i BODET, i VAN STENBERGER, i VAN LOOY, i GAUL (il piccolo lussemburghese volante), quindi gli ANQUETIL... La leggenda del ciclismo continua fino ai giorni nostri. Trent’anni dopo, sulle strade del Giro e del Tour troviamo un altro Merckx, Axel, il figlio del Campionissimo Eddy. Non sarà un fuoriclasse questo Axel, ma sicuramente è un giovanotto dotato. Insomma, la saga dei Merckx, da padre in figlio.

I RECORDMEN DELL’ORA 

In piena seconda guerra mondiale, nel 1942, Fausto Coppi stabilì al Vigorelli il primato dell’ora: 45,848 km (era il 7 novembre di quell’anno bellico, su Milano erano cadute le prime bombe). Dopo il Campionissimo, stabilirono i nuovi record Anquetil, l’aquilotto francese, sempre al Vigorelli, nel 1956; nello stesso anno arrivò quello di Ercole Baldini; per due anni di seguito, 1957 e 1958, toccò a Riviere stabilire i nuovi primati dell’ora, ancora al Vigorelli. Poi trascorsero nove anni prima che un altro corridore tentasse il record: toccò al belga Bracke fissare il limite con km. 48,093 sulla pista del Velodromo Olimpico di Roma, superato poi da Ritter nel 1968 a Città del Messico (km. 48,655).

E scoccò l’ora di Merckx, a Città del Messico, il 25 ottobre 1972: km. 49,431. Era il tocco di classe, al culmine di una carriera magnifica, di trionfi e successi. Non terminò lì, ovviamente. Merckx doveva vivere altre giornate gloriose, fino all’ultimo Giro cui partecipò. Fino ai giorni di un suo deferimento per doping. Anche questo rientra nell’ordine delle cose, nel mondo delle due ruote. Ma il campionissimo belga è uscito di scena con l’aureola della sua classe. Ha intrapreso poi la carriera imprenditoriale e oggi segue il figlio sulle strade e sulle piste d’Europa e del mondo. Proprio poche settimane fa, lungo l’ultimo Giro d’Italia, confessava il suo particolare stato d’animo: "Devo dire che soffro più adesso che non corro più, al seguito di mio figlio Axel. Sì, perché quando lo vedo in difficoltà, dall’esterno non posso intervenire, in corsa era tutt’altra cosa". Merckx e Coppi, un parallelo, un confronto che regge, trattandosi di due campionissimi, pur diversi. Meno sofferta e tribolata la vita del campionissimo belga. Ma tecnicamente sono due assi, due super "non paragonabili", secondo quanto scriveva Bruno RASCHI, indimenticabile vicedirettore de La Gazzetta dello Sport:

I DUE SUPER: MERCKX E COPPI "Essi appartengono a due epoche differentissime. E’ però certa una cosa: Coppi fu il primo di un ciclismo all’apogeo; Merckx è il primissimo di un ciclismo al tramonto". "E’ chiaro a tutti, - scriveva appunto Bruno Raschi - crediamo, che mai potrà sussistere parallelo tra il ciclismo dell’era di Coppi e il ciclismo dell’era di Merckx. Quello era un ciclismo d’altissimo bordo che proliferava con una frequenza impressionante; questo è un ciclismo in agonia. In compenso, oggi si corre con doppia intensità rispetto ad allora e s’è dunque soggetti ad una frustrazione fisica e psichica senza eguali".

Tra le storie, i casi e i personaggi ci sarebbero ancora i maghi dei muscoli e della pedivella, i creatori di campioni, come il cieco Cavanna, sotto le cui mani passò Fausto Coppi, o Colnago, un artista raffinato. Ma come non ricordare, brevemente, Eberardo Pavesi, uno dei pionieri in bici e successivamente direttore di talenti, quando con l’ammiraglia della Legnano seguiva i suoi pupilli, tra cui Coppi e Bartali. Adesso, non ancora passati i BUGNO, il ciclismo moderno si rinnova nella bella favola di un ragazzo della Val Brembana, Ivan GOTTI. Ma è un’altra storia.

di LIONELLO BIANCHI

Si ringrazia per l'articolo  
FRANCO GIANOLA, 
direttore di 
STORIA IN NETWORK 
 

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