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( QUI TUTTI I RIASSUNTI )  RIASSUNTO ANNI  1789-1792 

LA RIVOLUZIONE FRANCESE e L'ITALIA 
 
( 1789 - 1792 )
(per la Rivoluzione in Francia vedi qui le numerose pagine dedicate)

IL MOVIMENTO INTELLETTUALE IN ITALIA PRIMA DELLA RIVOLUZIONE FRANCESE - SVILUPPO DELLE SCIENZE NEL SECOLO XVIII: LA MATEMATICA, LA FISICA, LE SCIENZE NATURALI, LA FILOSOFIA, GLI STUDI GIURIDICI ED ECONOMICI - IL VOLTAIRE, IL MONTESQUIEU E IL ROUSSEAU - GLI ENCICLOPEDISTI - LE CONDIZIONI ECONOMICHE E SOCIALI DELLA FRANCIA - LUIGI XVI E GLI STATI GENERALI - L'ASSEMBLEA NAZIONALE COSTITUENTE - L'ASSALTO DELLA BASTIGLIA - LA COSTITUZIONE DEL 1791 - L'ASSEMBLEA LEGISLATIVA - L' EUROPA E LA RIVOLUZIONE FRANCESE - LEGA TRA L'AUSTRIA E LA PRUSSIA -VITTORIO AMEDEO III - I FRANCESI NELLA SAVOIA E NEL NIZZARDO - ACCORDO MILITARE DEL RE DI SARDEGNA CON L'AUSTRIA - FERDINANDO IV DI NAPOLI - ROMA E L'UCCISIONE DI UGO DI BASSVILLE - TORINO E NAPOLI ENTRANO NELLA PRIMA COALIZIONE EUROPEA CONTRO LA FRANCIA - LA TOSCANA, GENOVA E VENEZIA
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IL MOVIMENTO INTELLETTUALE PREPARATORE DELLA RIVOLUZIONE FRANCESE
-LE CONDIZIONI ECONOMICHE E SOCIALI DELLA FRANCIA
GLI STATI GENERALI, LA COSTITUENTE, LA PRESA DELLA BASTIGLIA,
LA COSTITUZIONE DEL 1791, L'ASSEMBLEA LEGISLATIVA


L'Italia, dopo un periodo d'intenso rivolgimento, si trovava finalmente in pace - feconda in certi suoi stati a causa delle riforme e del buon governo -quando scoppiò in Francia quella grande rivoluzione che doveva sconvolgere quasi tutta l'Europa.

Preparatore della rivoluzione francese fu quel vasto movimento intellettuale, che, unito all'intensa attività economica delle nazioni, svecchiò nel secolo XVIII la società europea e in alcuni punti predispose il terreno alle riforme pacifiche, in altri causò esplosioni violente, ovunque fu antesignano di una nuova civiltà.

Nel Settecento la protezione o la temperanza di governi, che deflettono dal rigidismo intellettuale prodotto dalla Controriforma, aiuta ampiamente il progresso dello spirito.
Progrediscono, come non mai prima d'allora, per opera di grandissimi ingegni, quali il LEIBNIZ, l' EULERO, il LAGRANGE, il LAPLACE, il LAVOISIER, il GALVANI, il VOLTA, il MORGAGNI, il LINNEO, il BUFFON, le scienze matematiche, fisiche e naturali; progredisce la filosofia, che investe l'economia, la politica e specialmente la religione, attaccata da numerosi scrittori -dall'inglese LOCKE che, derivando dai sensi tutte le cognizioni, nega il soprannaturale, al tedesco LESSING che nell' "Educazione del genere umano" afferma, essere le religioni altrettante fasi del progresso dello spirito umano- e tende a scalzare la tradizione; progrediscono gli studi giuridici ed economici, con indirizzo spiccatamente rivoluzionario: quelli proclamano "principi nuovi", come l'esistenza di un diritto delle genti anteriore a quello civile e la fondamentale eguaglianza del genere umano, questi dichiarano dannose le vecchie corporazioni e sostengono la necessità di render libero il lavoro.

Fra gli economisti meritano speciale attenzione i "fisiocratici", da FRANCESCO QUESNAY che nel "Tableau économique" proclama il principio della libertà del lavoro, in base a leggi regolatrici date dalla natura, a ADAMO SMITH che nella sua famosa "Ricerca sulla natura e sulle cause della ricchezza delle nazioni" esalta il libero scambio contro il protezionismo.

In ogni campo gli scrittori agitano idee di libertà; più di tutti VOLTAIRE, MONTESQUIEU e ROUSSEAU. Il Voltaire, ingegno multiforme ma non animato da alcuna fede, scalza con la sua critica tutto quanto può, dalla filosofia alla religione, dalla letteratura all'arte, e domina intellettualmente per cinquant'anni l'Europa. Il Montesquieu nelle sue opere, fra cui famosa quella che ha per titolo "Lo spirito delle leggi", analizza tutte le forme di governo, dichiara che il governo di una nazione deve uniformarsi alle disposizioni naturali del suo popolo, condanna il potere assoluto del monarca, sostiene la soppressione degli abusi e dei privilegi e il rispetto alle libertà individuali e sostiene il principio della divisione dei poteri dello Stato. Il Rousseau, spirito eminentemente rivoluzionario, propugna la distruzione di tutti gli ordini politici e sociali e la ricostruzione della società su basi assolutamente nuove. L'uomo deve ritornare allo stato naturale; nel culto della natura e sull'amore dei genitori deve basarsi l'educazione; la società deve avere per fondamento l'eguaglianza perfetta fra gli uomini; naturale deve essere la religione (deismo) e lo stato non da un monarca assoluto deve essere governato, ma dalla libera volontà popolare.

L'opera rivoluzionaria di tutti questi pensatori e scrittori, ispirata ai principi dell'Illuminismo, cioè della ragione, dei diritti naturali, e della libertà umana, non avrebbe agito con tanta efficacia e con tanta larghezza sulle coscienze se non fosse stata accompagnata dalla grande divulgazione fatta dalle società segrete e dall'Enciclopedia. Fu, quest'ultima, intrapresa dal DIDEROT e dal D' ALEMBERT; sotto forma di dizionario, che rese popolari e accessibili a tutti le cognizioni diffuse in molti libri, volgarizzò le nuove dottrine che combattevano le idee tradizionali e ai nuovi principi educò la generazione che in Francia preparò e fece la rivoluzione; e poi questa trapiantò i germi anche altrove.
Tutto questo movimento intellettuale produsse in alcuni paesi d'Europa e in molti stati d'Italia le riforme, di cui in altro capitolo abbiamo parlato; in Francia invece, dove esistevano una forte borghesia, educata e cosciente, gravi contrasti di classi e un grave disagio morale ed economico, produsse una violentissima reazione.

La Francia, impoverita dalle guerre e da sistemi dannosi di governo, era nel secolo XVIII travagliata da una grave crisi sociale ed economica, le cause della quale venivano abilmente dagli Illuministi attribuite al dispotismo monarchico, ai privilegi feudali della nobiltà e dell'alto clero, alla ingiusta distribuzione della proprietà fondiaria, allo sfarzo della corte e all'inettitudine o disinteresse degli uomini di governo cui sovente si era aggiunto il capriccio di donne quali la POMPADOUR e la DUBARRY.

Di fronte alla nobiltà e al clero, che tra i ventisei milioni di cittadini francesi costituivano un'insignificante minoranza e che, esenti da tributi, possedevano i due quinti della proprietà fondiaria, stava il "terzo stato", rappresentato dal proletariato e dalla borghesia, la vera forza della nazione, su cui gravava, intollerabile, il peso dello Stato.
Esauste erano le casse pubbliche e l'organismo statale non funzionava quasi più quando, nel 1174, a LUIGI XV successe LUIGI XVI, mite e buono, ma debole e incapace. Fu conferito incarico nel 1776, di rialzare lo Stato dalle deplorevoli condizioni in cui si trovava, al TURGOT, ma avendo incontrato una forte opposizione nei nobili e nel clero per le riforme proposte, dovette dimettersi. Migliori risultati non conseguì il NECKER, banchiere ginevrino, che nel 1781 fu licenziato. Altri uomini, il CALONNE e il BRIENNE, chiamati al governo, non riuscirono a risolvere la crisi. Allora il sovrano richiamò nuovamente il Necker (agosto del 1788) e, dietro proposta del ministro, convocò gli Stati Generali, che da cento settantacinque anni non erano stati più riuniti.

Dopo un'agitata campagna elettorale, nella quale il Terzo Stato consegnò le sue richieste in appositi Quaderni ("Cahiers"), il 5 maggio del 1789 si radunarono a Versailles i 241 rappresentanti del clero, i 270 della nobiltà e i 584 della borghesia, ma subito sorse un contrasto fra i tre ordini perché i primi due volevano che si votasse per stato mentre il terzo, che era numericamente superiore, insisteva che si votasse per testa. Non essendo stato possibile un accordo, il 17 giugno il Terzo Stato, sapendo di rappresentare i novantasei centesimi della Nazione, decise di riunirsi in "assemblea nazionale" e il 3 luglio costrinse il re a trasformare i tre ordini in un'unica "assemblea costituente".

Quel giorno cessava il potere assoluto della monarchia e iniziava il governo costituzionale. Se non che il re vuol prendersi la rivincita: l'11 luglio allontana il Necker e ordina un ammassamento di truppe presso Versailles, ma il popolo di Parigi, il 14, eccitato da CAMILLO DESMOULINS, assale con furia la Bastiglia, un tempo fortezza e prigione politica, e la distrugge, mentre la borghesia costituisce nella capitale una "comune popolare" con a capo il BAILLY e una "guardia nazionale" comandata dal generale LAFAYETTE.
La rivoluzione si estende vittoriosa da Parigi alle province; il 4 agosto l'Assemblea costituente abolisce i diritti feudali e proclama l'uguaglianza di tutti i cittadini; i nobili iniziano l'esodo dalla Francia e, presso le corti straniere, cominciano a complottare contro la loro patria; il sovrano, dopo un tentativo di fuga, è costretto a trasferirsi a Parigi, dove i circoli politici o club (Giacobini, Cordiglieri, Foglianti) discutono e preparano le leggi.

Due anni dopo, nel 1791 l'Assemblea costituente dava alla Francia una nuova costituzione, con la quale il potere esecutivo si affidava al re e ai ministri responsabili eletti fuori dell'assemblea, il legislativo ad un'assemblea di 745 deputati eletti per due anni, tutto il paese era diviso in 83 dipartimenti, retti ciascuno da un consiglio di 36 membri e suddiviso in distretti e comuni, passavano allo Stato tutti i beni del clero, gli ecclesiastici erano considerati come funzionari statali e perciò stipendiati, si riduceva il numero delle diocesi, si sopprimevano le congregazioni religiose e si obbligava il clero al giuramento civile.

La costituzione fu firmata dal sovrano nel settembre del 1791. Il 21 giugno Luigi XVI, perduto l'appoggio del conte di MIRABEAU morto il 2 aprile, aveva tentato di fuggire, ma, arrestato a Varennes, era stato ricondotto a Parigi e sospeso dai suoi poteri, in cui più tardi era reintegrato per apporre la firma alla costituzione. Il 30 settembre la Costituente si scioglieva e il giorno dopo si riuniva l'Assemblea legislativa, che doveva segnare la fine del periodo rivoluzionario e l'inizio della normalità.
(VEDI NEL LINK INDICATO ALL'INIZIO,
GLI AVVENIMENTI, GIORNO PER GIORNO
NEI LUNGHI E CRITICI 10 ANNI)

L'EUROPA E LA RIVOLUZIONE FRANCESE - I FRANCESI NELLA SAVOIA E NEI. NIZZARDO CONVENZIONE MILITARE TRA IL RE DI SARDEGNA E L'AUSTRIA FERDINANDO IV DI NAPOLI - ROMA E L'UCCISIONE DEL BASSVILLE

La rivoluzione francese suscitò una grande commozione in tutta l'Europa. Fu salutata con simpatia da quelle popolazioni che, come i Belgi, gli Irlandesi cattolici, gli Ungheresi, avevano rivendicazioni proprie, fu accolta con giubilo da pensatori, statisti e poeti, quali il Kant, l'Humboldt, lo Schubart, il Klopstock, il Goethe in Germania, il De Muller in Svizzera, il Fox, lo Sheridau, lord Stanhope in Inghilterra, Pietro Verri, Vittorio Alfieri, Ippolito e Giovanni Pindemonte in Italia I governi europei rivali della Francia (e non erano pochi, quelli resi tali ancora dal brutto periodo di Luigi XIV) si rallegrarono della rivoluzione, destinata ad abbattere quella nazione; i principi amici se ne dolsero; pochi però furono quelli che compresero il pericolo che minacciava gli altri stati: tra questi VITTORIO AMEDEO III di Sardegna, il quale, "per assicurare la tranquillità di ciascuno stato contro il fermento che tentavano spargere da per tutto i Francesi fanatici", propose una confederazione permanente fra i vari stati d'Italia, che però non incontrò il favore delle varie corti.

Ma quando il governo rivoluzionario tolse al Pontefice Avignone e il contado Venassino e si delineò chiaramente la minaccia che incombeva sugli stati, allora i governi europei compresero il pericolo. Dopo un periodo non breve di conversazioni diplomatiche, LEOPOLDO II e il re di Prussica, annunziarono da Pillnitz il 27 agosto del 1791 la risoluzione di brandire le armi contro la rivoluzione a favore di Luigi XVI e il 7 febbraio del 1792 si strinsero in lega.

La Francia rivoluzionaria rispose intimando, nell'aprile dello stesso anno, la guerra all'Austria e alla Prussia. Due eserciti francesi, inviati verso il nord, si sbandarono; il nemico il 20 agosto prese Longuy e poco dopo Verdun, ma a Valmy, il 20 settembre, fu fermato e costretto a ritirarsi dall'esercito del generale Dumouriez. A Valmy, Parigi e la rivoluzione erano salve e da allora, poiché una forte coalizione si andava formando contro la Francia, questa dalla difensiva passava risolutamente all'offensiva.

Al pari degli altri stati europei, quelli d'Italia assistevano con trepidazione alla piega che gli avvenimenti francesi prendevano, e temevano giustamente che le idee rivoluzionarie si propagassero. Chi più d'ogni altro temeva era VITTORIO AMEDEO III. E non a torto: nel Chiallese, infatti, il giovane medico DESSAIG, nel giugno del 1791, tentò di promuovere una sommossa; ma questa non riuscì e i ribelli ripararono in Svizzera e poi in Francia con il loro capo, che a Parigi fondò il "Club degli Allobrogi"; altre sedizioni, ma di scarsissima importanza, avvennero nel Nizzardo e nel Vercellese, e a Torino in un subbuglio popolare fu gridato "Viva la Francia".

Anche la corte di Napoli si mostrava preoccupata dagli avvenimenti di Francia e prendeva misure precauzionali, le quali però non riuscirono ad impedire che i novatori del regno stampassero e spargessero nella capitale la costituzione francese del 15 settembre 1791: inoltre entrava in trattative con la Curia Romana più per averla amica contro il comune pericolo che minacciava gli Stati della penisola che per risolvere le questioni pendenti con la Santa Sede, la quale era piuttosto adirata contro il nuovo governo francese, sia per la "costituzione del clero", sia per l'annessione arbitraria alla Francia d'Avignone e del contado Venassino.

Nonostante le sue giuste preoccupazioni e la tensione dei suoi rapporti con la Francia, Vittorio Amedeo III non pensò a munire i confini del suo Stato per preservarlo da un'invasione nemica, che, data la politica rivoluzionaria d'oltr'Alpe, non poteva mancare. E questo fu un gravissimo errore del re di Sardegna, il quale di lì a poco ebbe a pentirsi della sua imprevidenza.

Infatti, nel settembre del 1792, il generale francese MONTESGIOU dal Delfinato, alla testa di diciottomila uomini, penetrò nella Savoia, si impadronì d'Aspremont, Chaparsillan e Mians, occupò Chambery e poco dopo ricacciò i Piemontesi fino al Cenisio e al Piccolo S. Bernardo conquistando così tutta la Savoia. Contemporaneamente il generale ANSELME, sostenuto dalla flotta dell'ammiraglio TRUGUET, che si rese tristemente famoso per il modo con cui trattò Oneglia, occupò Nizza, Villafranca e Montalbano, ma fu fermato sotto il castello di Saorgio dalla resistenza accanita della guarnigione.
Entrati a Chambery, i Francesi istituirono un club, poi convocarono i comizi popolari che si pronunziarono per l'unione della Savoia alla Francia (14 ottobre 1792). I deputati eletti, costituitisi in "sovrana nazionale assemblea degli Allobrogi", proclamarono il re di Sardegna destituito dai suoi pretesi diritti sulla Savoia, e decretarono l'abolizione dei titoli di nobiltà, delle sostituzioni e dei fideccommessi, la chiusura dei conventi, la vendita dei beni ecclesiastici e il sequestro dei beni dei fuorusciti.

A Nizza l'Anselme prese possesso della Contea in nome della Francia, nominò magistrati civili e giudiziari, piantò l'albero della libertà, fondò la Società popolare di propaganda e lasciò tutto il territorio nizzardo in preda ai soldati e ad una turba di facinorosi francesi, i quali commisero ogni sorta di violenze, indegne di chi si proclamava apostolo della libertà e dei diritti delle genti.
I successi dei repubblicani non spaventarono Vittorio Amedeo III, il quale, mentre faceva processare i suoi generali LAZARV e DE COURTEN, affidava il comando supremo delle sue forze al generale austriaco DURUS in seguito ad un accordo militare concluso con l'imperatore Francesco II (22 settembre 1792) e si dava a raccoglier denari e a rafforzare i passi delle Alpi, assecondato dai suoi sudditi, che con entusiasmo corsero ad arruolarsi nella guardia urbana, che in breve raccolse nelle sue file oltre quarantamila uomini.

Contegno ben diverso mostrò invece FERDINANDO di Napoli. Il 16 dicembre del 1792, comparve nelle acque della capitale una flotta francese di quattordici navi comandata dal LATUCHE che si ancorò di fronte a Castel dell'Ovo. Il Latuche veniva a chiedere altezzosamente soddisfazione per l'azione diplomatica svolta presso il Sultano per ordine dell'Acton contro l'ambasciatore francese SEMONVILLE, e minacciava di ridurre Napoli in un mucchio di rovine. Ferdinando, impaurito, si umiliò e il Latouche, soddisfatto partì; ma, colto da una burrasca, dovette ritornare a Napoli e in quell'occasione promosse l'istituzione di un'associazione rivoluzionaria di GIACOBINI che prese il nome di "Società degli amici della libertà e dell'eguaglianza".

Paura non minore di quella provata dalla corte di Napoli aveva avuto, per l'arrivo della flotta del Latouche nelle acque napoletane, la Curia pontificia. A Roma l'opinione pubblica era decisamente contraria alla Francia rivoluzionaria, tuttavia il governo romano, anziché provocare una completa rottura, mostrava di voler venire ad un equo accomodamento con Parigi e forse ci sarebbe riuscito se il contegno d'alcuni francesi non avesse provocato l'esplosione dell'ira popolare.
Risiedevano in Roma, fra gli altri francesi, il console DIGNE, il banchiere MOUTTE, un vecchio pittore che dirigeva l'Accademia di Francia fondata da Luigi XIV, e un certo BERNARD già segretario dell'ex-ambasciatore di Bernis. Nel novembre del 1792, mandatovi dal ministro francese Mackau presso la corte di Napoli, vi giunse HUGON de BASSVILLE con l'incarico di vigilare la politica pontificia, e più tardi vi pervenne un giovane tenente della marina repubblicana, CARLO FLOTTE, incaricato di far sostituire al consolato lo stemma reale con quello della repubblica.

In poco tempo il contegno del Bassville e del Flotte si rese intollerabile al governo di Roma e ai cittadini, sia perché essi sfoggiavano spavaldamente le coccarde tricolori, sia perché, aiutati dalla setta dei "liberi muratori" e da quanti professavano idee rivoluzionarie, facevano propaganda delle nuove dottrine e promuovevano una società di "patriotti".

La Curia romana permise che lo stemma regio fosse rimosso, ma si mostrò contraria all' innalzamento delle insegne repubblicane. Questo fatto provocò l'ira del Mackau, il quale ingiunse al console Digne di collocare entro ventiquattr'ore l' "emblema della libertà" e con lettera consegnata il 12 gennaio del 1793 al cardinal ZELADA, ministro di PIO VI, minacciò alla Curia la vendetta della Francia se si opponeva al collocamento dello stemma.

La cittadinanza, sobillata dai preti e credendo che la repubblica francese avesse dichiarato guerra al Pontefice, tumultuò. Il giorno dopo, 13 gennaio, la plebe, furibonda, si diresse all'Accademia di Francia urlando "Viva S. Pietro ! Fuori i, Francesi !", penetrò nel cortile fracassando le statue e di peggio avrebbe fatto se non fosse stata respinta dalle truppe pontificie prontamente accorse.

L'ira popolare aumentò: sul Corso la folla prese a sassate una carrozza adorna di coccarde tricolore e costrinse quelli che la montavano, il Flotte, un Duval e la moglie e il figlioletto del Bassville, a rifugiarsi nella casa del banchiere Moutte.
Il popolo, inferocito, li inseguì, atterrò le porte e penetrò nella casa. Hugon de Bassville tentò di difendersi, ma fu colpito gravemente e, portato in un corpo di guardia, la sera stessa morì; il Duval fu invece salvato da un soldato, mentre tutti gli altri riuscirono a salvarsi con la fuga.
L'agitazione popolare non si fermò lì: furono assalite le case degli amici dei Francesi, ma furono difese dalla soldatesca; quindi si cercò di invadere e devastare il ghetto degli ebrei, che erano considerati conniventi, e si dovettero usare le artiglierie affinché il quartiere israelita non fosse del tutto saccheggiato. La sommossa fu mitigata dopo due giorni, ma si rinnovò il 1° febbraio, e a stento il governo riuscì con la forza a far tornare l'ordine.

La Francia, conosciuti gli avvenimenti, deliberò di vendicarsi e spedì a Roma il CACAULT per chiedere la punizione dei colpevoli ed altre riparazioni; ma l'ambasciatore, giunto a Firenze, ritenne opportuno non proseguire. Inoltre il governo repubblicano chiese a Vittorio Amedeo III il permesso di far passare attraverso il Piemonte un esercito da inviarsi contro lo Stato pontificio, ma il re di Sardegna non concesse il passaggio; ne riuscirono i francesi ad effettuare uno sbarco di dodicimila francesi a Civitavecchia per le cattive condizioni del tempo e della stessa flotta; e così per un po' di tempo Roma sfuggì alle rappresaglie della Francia.

GLI STATI ITALIANI
E LA PRIMA COALIZIONE EUROPEA CONTRO LA FRANCIA

Pochi giorni dopo l'assassinio del Bassville, il 21 gennaio del 1793, LUIGI XVI era ghigliottinato. A quella drammatica notizia, i sovrani d'Europa; compreso GIORGIO III d'Inghilterra, spaventati dalla piega degli avvenimenti e dalle minacce dei rivoluzionari, iniziarono fra loro trattative per un'azione comune contro la Francia rivoluzionaria, che però li anticipò dichiarando il l° febbraio guerra alla Gran Bretagna, il 2 marzo all'Olanda e il 7 marzo alla Spagna.
A sua volta l'Inghilterra si alleò con la Russia, il 25 maggio con la Spagna, il 11 luglio con la Prussia, il 30 agosto con l'impero e il 26 settembre con il Portogallo e nello stesso tempo iniziò trattative per attirare nella coalizione anti-francese gli Stati italiani.

VITTORIO AMEDEO III non poteva rifiutarsi di far parte della lega e si affrettò a confermare il trattato concluso a Londra il 25 aprile del 1793 fra il suo rappresentante conte S. MARTINO di FRONT e il ministro inglese GRENVILLE, col quale il re di Sardegna s'impegnava di mantenere in armi cinquantamila uomini e l'Inghilterra si obbligava di sovvenzionarlo con duecentomila sterline l'anno, oltre che aiutarlo mandando una flotta nel Mediterraneo; ma chiedeva anche l'impegno a non firmare nessuna pace con i francesi se prima non avesse riottenuti i territori strappatigli dalla Francia.

Neppure la corte di Napoli dominata da Maria Carolina, che odiava la Francia per il supplizio del cognato Luigi XVI e per la prigionia della sorella Maria Antonietta e voleva rifarsi dell'onta inflitta al reame dal Latouche, poteva rifiutarsi di partecipare alla coalizione. Il 12 luglio del 1793 fu sottoscritto a Napoli fra l'ambasciatore britannico HAMILTON e i ministri ACTON e DI MARCO un trattato con il quale FERDINANDO s'impegnava a scendere in guerra con seimila soldati, quattro vascelli di linea, quattro fregate e quattro navi minori, di chiudere i suoi porti alle navi e alle merci francesi e di non fare pace, se non in accordo con l'Inghilterra.

Più difficile a tirar dentro nella Lega antifrancese fu la Toscana, governata dal granduca FERDINANDO III, il quale, consigliato dai suoi ministri, desiderava mantenersi amico di tutti. S'incaricò di spuntarla lord HERVEY, ministro britannico a Firenze, il quale l'8 ottobre del 1793 mandò al governo granducale una nota con cui gli ingiungeva di espellere dal territorio entro dodici ore, i rappresentanti francesi (La Flotte, Cacault, Sémonville e Chauvelin) e minacciava, se non si fosse ubbidito a quell'ultimatum, un'azione armata della flotta inglese contro il porto e la città di Livorno.
Il granduca dovette cedere; i francesi furono allontanati, e il 8 ottobre fra la Toscana e l'Inghilterra fu sottoscritto un trattato con il quale la prima rinunziava alla neutralità e dichiarava di rompere ogni rapporto con i rivoluzionari di Francia, e la seconda si obbligava di proteggere le navi e i domini del granducato.

Anche Genova aveva dichiarato la sua neutralità resistendo alle pressioni francesi e alle proposte dell'Inghilterra; ma se non riuscì a farla rispettare dalla prepotenza britannica che fece assalire una fregata francese ancorata nel porto, e dal contrammiraglio Geel fece bloccare la città dalla parte del mare, si rifiutò di espellere il ministro Tilly e tutti gli altri francesi.

Né migliore risultato ottenne l'Inghilterra presso la repubblica di Venezia. Questa non voleva avventure: nel 1791 non aveva neppure discusso le proposte di lega avanzate da Vittorio Amedeo III, nel 1792 aveva respinto quelle del re di Napoli e nello stesso anno aveva dichiarato la neutralità disarmata. Pure mostrandosi ossequiosa tanto verso la Francia quanto verso l'Austria, Venezia non volle cedere agli incitamenti del residente inglese WORSLEY e mantenne nel conflitto quell'indifferenza che ormai da qualche tempo era diventato un abito della sua politica.

FINE

VITTORIO AMEDEO III, non sapeva rassegnarsi alla perdita delle sue province.
Ed infatti ora lo seguiremo nei suoi anni piuttosto critici

è il periodo che va dal 1792 al 1795 > > >

( VEDI ANCHE I SINGOLI ANNI )

Fonti, citazioni, e testi
Prof.
PAOLO GIUDICI - Storia d'Italia -
P.COLLETTA - Storia (Napoleonica) del Reame di Napoli 1734-1825- 1834
A. VANNUCCI - I Martiri della Libertà - Dal 1794 al 1848 - Lemonnier 1848
NAPOLEONE - Memoriale di Sant'Elena - (origin.
1a Ed. -1843
 
STORIA MONDIALE CAMBRIDGE - (33 vol.) Garzanti 
CRONOLOGIA UNIVERSALE - Utet 
STORIA UNIVERSALE (20 vol.) Vallardi
STORIA D'ITALIA, (14 vol.) Einaudi

LOMAZZI - La Morale dei Principi -  ed.
Sifchovizz 1699

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