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20 GIUGNO 1791 - LA FUGA DI VARENNES

LA FUGA DEL RE
la Costituzione del Re
l'Assemblea legislativa

La politica Ecclesiastica della Costituente, se da una parte legava vasti ceti alla Rivoluzione, dall'altra, legava un conflitto assai aspro con la Santa Sede, che condannava i principi della Dichiarazione dei Diritti dell'Uomo e del Cittadino e rifiutava di accettare la Costituzione Civile del Clero.
Il Clero: la Costituente che volle imporre di giurare obbedienza alla Costituzione Civile, si divise da allora in poi creando uno Scisma.

Se la Rivoluzione, non aveva avuto altri avversari che la parte più retriva e quindi più scredita dell'Aristocrazia, adesso doveva affrontare l'ostilità di quella parte non indifferente del Paese, che intendeva ubbidire alle decisioni Papali. La crisi suscitata dalla Costituzione Civile del Clero, mentre turbava LUIGI  XVI (*) e la sua coscienza di Cattolico, faceva però anche rinascere in lui la speranza - mai del resto abbandonata - di trionfare sulla Rivoluzione e restaurare l'assolutismo Monarchico.

Pur atteggiandosi infatti, esteriormente, ad un Monarca costituzionale all'Inglese, per ingannare Lafayettisti e Lamethisti, e profittando della sregolata condotta personale del MIRABEAU (*) per guadagnarselo col denaro, il Re inviava di nascosto agenti presso le Corti straniere ed in particolare presso l'imperatore Leopoldo II d'Asburgo onde sollecitare il suo appoggio contro i Rivoluzionari. La morte del Mirabeau consunto dai propri vizi o forse avvelenato (Aprile 1791), abbandonando completamente Luigi XVI all'influenza della Corte, dava infine l'ultimo colpo alla situazione, molto critica.
Il 20 Giugno 1791 il Re fugge da Parigi travestito, per recarsi in Lorena, mettersi alla testa di truppe fedeli ivi radunate, e quindi poi marciare sulla capitale e schiacciare l'Assemblea Nazionale Costituente. Ma a Varennes fu riconosciuto e poi ricondotto a Parigi su un carro, con un umiliante seguito di folla a dileggiarlo, mentre la Costituente lo sospendeva dalle sue funzioni.

LA FUGA DEL RE

  La fuga del re, si stava preparando da tempo con diversi piani di fuga, sempre accantonati per l'indecisione del Luigi XVI.  Alla fine Maria Antonietta si impone ed obbliga il marito a seguire il piano di FERSEN, preparato nei minimi dettagli, basato sull'appoggio del generale BOUILLE' e sul principio che il sovrano non doveva abbandonare il territorio francese, al fine di preservare sia il prestigio della monarchia che quello che restava dell'autorita' reale.

La famiglia reale avrebbe quindi dovuto asseragliarsi nella piazza forte di MONTMEDY (prossima al confine con il Lussemburgo), sotto la protezione delle truppe di BOUILLE.
Tutte le uscite delle Tuileries erano presidiate da militi della Guardia Nazionale agli ordini di LA FAYETTE; non si sa da quali porte, a tarda sera, la famiglia reale sia uscita. Si sospetta che LA FAYETTE, al corrente del piano, abbia favorito la fuga nella segreta speranza di essere poi, in assenza del sovrano, nominato "Capo dell Stato".

I primi ad uscire sono stati la "governante", Madame de TOURZEL, ed i bambini che salgono su di una vettura condotta dal conte FERSEN e che si arresta poco lontano, in un luogo tranquillo (rue de l'ECHELLE), in attesa degli altri. Successivamente escono Madame ELISABETH, il re e la regina che, a piedi e separatamente, raggiungeranno la vettura di FERSEN.

La famiglia si ricongiunge verso mezzanotte e mezzo, in ritardo sulla tabella di marcia.
Superata la barriera di SAINT-MARTIN, stranamente priva di sorveglianza, i fuggitivi lasciano la carrozza, salgono sulla berlina reale che li attende fuori le mura e si avviano verso la loro destinazione, sostando in media ogni ora e mezza per il cambio dei cavalli, preventivamente predisposto.
Nella stessa notte anche "MONSIEUR", conte di Provenza e la consorte si danno alla fuga in direzione di MONS. Riusciranno poi ad espatriare senza inconvenienti.

21 GIUGNO -Verso le ore 7.00 si diffonde rapidamente la notizia della scomparsa della famiglia reale. L'emozione, la rabbia ed il risentimento sono grandi. LA FAYETTE, BAILLY ed altri si mettono d'accordo e fanno credere che il re sia stato "rapito"; è un tentativo un po' ingenuo di salvare tutto il lavoro che era stato fatto per la nuova Costituzione di stampo monarchico.
Intanto la grande berlina reale continua il suo viaggio tra la curiosita' della gente, che non riconosce la famiglia reale e giunge, intorno alle 21.30 alla stazione di posta di SAINTE-MENEHOULD. 

Qui il re viene riconosciuto da un certo DROUET, un addetto alle poste, che si lancia a cavallo nella notte e riesce a far bloccare la carrozza qualche chilometro piu' avanti, a VARENNE. Stranamente i militari di BOUILLE, dislocati lungo il percorso, con il compito di proteggere la fuga, non intervengono e la famiglia reale viene fermata dalla Municipalita' in attesa di disposizioni da Parigi.

Se in precedenza il principio monarchico non era mai stato messo in discussione, il tentativo di fuga e gli intrighi del Re con lo straniero contro la Francia facevano precipitare il prestigio della Corona ed affacciarsi decisamente le tendenze Repubblicane, fino ad allora quasi inesistenti.

Un Club dI CORDIGLIERI - così detto dalla sua sede, un antico Convento di Francescani - a tendenza accesamente democratico-repubblicana , appoggiato da Camillo Desmoulins, GIORGIO DANTON (*) e dal medico Ginevrino JEAN PAUL MARAT (*) trovava seguito entusiastico nelle folle Parigine. Dietro al TERZO STATO Borghese, si affacciava ormai il QUARTO STATO quello dei SANCULOTTES (vedi)  cioè di uno strato sociale molto particolare, appartengono a quelle categorie di artigiani e di commercianti, di produttori indipendenti, assai numerosi nei faubourgs indossante i pantaloni lunghi , anzichè i corti calzoncini di lusso (culottes) dell'alta società.

 Davanti a questa minaccia, la borghesia dimenticava persino le colpe del Re e si sforzava di slavare la Monarchia, per salvare altresì il nuovo sistema politico creato a proprio vantaggio. E così la Costituente in cui la Borghesia dominava, non solo ricorse all'espediente di far passare per un ratto la fuga del Re ma reintegrò il Sovrano nelle sue funzioni, onde permettergli di sanzionare la nuova Costituzione, ma fece stroncare a fucilate dalla Guardia Nazionale del Lafayette una dimostrazione Repubblicana organizzata dai Cordiglieri (Strage del Campo di Marte, Luglio 1791).

Le ripercussioni di questo tentativo di reazione borghese si fecero sentire anche nei clubs: i Cordiglieri dovettero interrompere le loro sedute, mentre i ricchi borghesi moderati formarono il nuovo Club dei FOGLIANTI (*) , ritirandosi dal Club dei GIACOBINI (*), che fu da allora diretto dal Robespierre su una linea sempre più accentuatamente repubblicana e democratica.

La COSTITUZIONE fu infine accettata da Luigi XVI, il 13 settembre.
 E' la prima Costituzione di Francia, di stampo monarchico ma avrà  vita breve.
Cadrà il 10 agosto del prossimo anno con l'arresto del re.

La Costituzione concessa dal re recitava:
La Francia e' una monarchia ereditaria diretta da un "re dei francesi", per grazia di Dio e della legge costituzionale dello Stato.
Il re dispone del potere esecutivo e nomina o dimette i ministri che egli puo' e deve scegliere al di fuori dell'Assemblea Nazionale Legislativa.
Il re ha anche la facolta' di ritardare, sino a 4 anni, con il suo veto sospensivo, la promulgazione delle leggi votate dall'Assemblea Nazionale Legislativa.
La sovranita' della Nazione si esprime mediante il diritto di rappresentanza nell'unica Assemblea Legislativa.
Il re e' il capo supremo dell'Amministrazione e degli Eserciti e nomina gli Ambasciatori.
L'Assemblea Legislativa propone e decreta le leggi, controlla la Spesa Pubblica, decreta la guerra e ratifica i trattati con le altre Nazioni.
La Costituzione Civile del Clero e' parte integrante della Costituzione di Francia.

30 SETTEMBRE L'Assemblea Nazionale Costituente si scioglie 
per lasciare il posto all'Assemblea Legislativa. 

I OTTOBRE - L'ASSEMBLEA LEGISLATIVA 

La legge elettorale, escludendo dal voto i cittadini passivi, aveva consentito alla Borghesia di perpetuare il proprio predominio anche in seno all'Assemblea Legislativa. Ad una destra FOGLIANTE (*) , tuttavia si contrapponeva nell'Assemblea una sinistra molto forte, capeggiata dai GIRONDINI (*) , un gruppo politico che si era raccolto attorno ad una frazione di deputati originari del dipartimento della Gironda e che era concorde su un programma di decisa Democrazia politica, anche se non era insensibile agli interessi della classe borghese e conservatrice.

Per di più la Costituente aveva stabilito prima di sciogliersi che nessuno dei suoi componenti potesse essere eletto deputato nell'Assemblea Legislativa. Quest'ultima si componeva dunque di uomini nuovi alla vita politica e non di rado assai giovani, la cui inesperienza doveva fortemente pesare sullo sviluppo degli avvenimenti. Sulle prime il duello destra-sinistra si svolse sul terreno della legalità, facendo succedere ad un iniziale Ministero di Foglianti, un successivo Ministero di Girondini, col Roland agli interni ed il Dumouriez agli Esteri. Ma i Girondini si trovavano stretti tra gli intrighi reazionari della Corte e l'impazienza della folla Parigina mobilitata dai Cordiglieri e dai più estremi Giacobini come Robespierre. E con avventata leggerezza ritennero che tali contrasti potessero essere assopiti, lanciando il Paese intero nell'avventura di una guerra.

Come si è visto, dalla Corte Francese già più volte erano partiti appelli alle Corti straniere, perchè queste intervenissero contro la Rivoluzione. Tutti però erano caduti nel vuoto, in quanto ognuna delle potenze Europee era troppo impegnata nella soluzione di altri problemi per avere forze disponibili contro la Francia: Leopoldo II doveva sottomettere il Belgio, ove le precipitose riforme di Giuseppe II avevano scatenato una grave insurrezione; Russia e Prussia erano intente a preparare una nuova spartizione della Polonia; l'Inghilterra stava allargando il proprio dominio nell'India ed era felice che una crisi interna paralizzasse la Francia, impedendole di contrastare il passo nel campo coloniale.

Anche gli Aristocratici Francesi emigrati all'estero, specialmente dopo la Fuga di Varennes, si erano dati molto da fare per aizzare i monarchi d'Europa contro la Francia giungendo persino a costituire in Worms una specie di Governo in esilio con una propria Diplomazia ed un piccolo esercito. Ma l'unico risultato da essi raggiunto fu quello di indurre l'Imperatore Leopoldo II ed il Re di Prussia, Federico Guglielmo II a pubblicare nell'Agosto 1791 il Manifesto di Pillnitz, cioè una proclama in cui i due Sovrani accennavano in forma quanto mai vaga alla possibilità in avvenire di un intervento in favore di Luigi XVI.

Nonostante l'agitarsi degli emigrati e lo scandalo destato dalla Rivoluzione nelle Corti e nell'Aristocrazia, era chiaro insomma che, per il momento almeno, nessuno aveva voglia di muovere guerra alla Francia. Ma queste manovre di emigrati e queste manifestazioni di ostilità nelle Corti Europee nei confronti della Rivoluzione, per quanto praticamente innocue, erano tuttavia sufficienti ad impaurire coloro che avevano acquistato i beni del Clero o avuto parte in qualche modo nella Rivoluzione, mentre irritavano la suscettibilità patriottica dei Francesi. In questo clima di esasperazione e di paura, trovavano facili ascolti voci terrificanti secondo le quali alla Corte Francese si sarebbe formato un Comitato Austriaco, capeggiato dalla Regina, con l'intento di aprire le porte allo straniero e fare macello dei patrioti,  ed era facile che ne traessero profitto i Girondini, per decidere il paese alla guerra.

I Girondini  erano convinti, infatti, che i popoli si sarebbero sollevati contro i rispettivi Monarchi, in nome dei principi dell'89, consentendo agli eserciti Francesi una facile vittoria, e che d'altronde il Re, una volta scoppiata la guerra, si sarebbe stretto con la Nazione contro lo straniero. Così, sarebbe stato superato ogni dissenso interno mentre la vittoria militare avrebbe consolidato il prestigio del Regime Costituzionale, sventando ogni trama reazionaria.
Il Re nel suo intimo era convinto che la guerra si sarebbe risolta in un disastro, ma era anch'egli favorevole all'apertura delle ostilità, sicuro che l'insuccesso militare avrebbe screditato il Regime Costituzionale e consentito il ritorno all'Assolutismo. Nell'Assemblea Legislativa, soltanto una infima minoranza, ispirata dal Robespierre che ben intuiva i propositi del Re ed avrebbe preferito che la Rivoluzione consolidasse le sue conquiste all'interno, contro gli elementi controrivoluzionari che ancora detenevano leve fondamentali della vita della Nazione, si oppose alla guerra. Tutto il resto approvò entusiasticamente l'apertura delle ostilità contro la Casa d'Austria ove da poco l'Imperatore Francesco II era succeduto sul trono a Leopoldo II (Aprile 1792).

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