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CRONOLOGIA

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( QUI TUTTI I RIASSUNTI )  RIASSUNTO ANNI 1800-1801

NAPOLEONE A MILANO
PACE DI LUNEVILLE - PACE DI AMIENS
- C. EMAN. IV ABDICA 
( 1800 - 1801)


L'entrata trionfale di Napoloene a Milano
Napoleone incoronato re d'Italia nel Duomo di Milano

PRIMA PARTE
NAPOLEONE A MILANO DOPO MARENGO - RIORDINAMENTO DEL GOVERNO CISALPINO - NAPOLEONE A VERCELLI E A TORINO - AVVICINAMENTO DELLA FRANCIA CON LA RUSSIA - TRATTATO DI SANT' IDELFONSO - I FRANCESI IN TOSCANA - SACCHEGGIO DI AREZZO - RIPRESA GUERRA FRANCIA/AUSTRIA - ARMISTIZIO DI STEYER - LE OPERAZIONI DI GUERRA IN ITALIA - BATTAGLIE DI POZZUOLO E DEL MINCIO - LA LEGIONE ITALICA - ARMISTIZIO DI TREVISO - I NAPOLETANI IN TOSCANA - IL GENERALE PINO - TREGUA DI FOLIGNO - PACE DI LUNEVILLE - PACE DI FIRENZE - PACE DI AMIENS - TRATTATIVE TRA CARLO EMANUELE IV E LA FRANCIA - ABDICAZIONE DEL RE DI SARDEGNA IN FAVORE DI VITTORIO EMANUELE I - IL CONCORDATO - LA CONSULTA DI LIONE -

NELLA SECONDA PARTE
NAPOLEONE PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA ITALIANA - COSTITUZIONE DELLA REPUBBLICA - FRANCESCO MELZI - ASSETTO DEL PIEMONTE E DELLA LIGURIA - LUCCA - IL GOVERNO FRANCESE IN TOSCANA - GIOACCHINO MURAT A FIRENZE - LODOVICO DI BORBONE RE D' ETRURIA, SUO GOVERNO, SUA MORTE - BONAPARTE E FERDINANDO IV - MALTA - ROTTURA DELLA PACE DI AMIENS - IL MINISTRO ACTON


RIORDINAMENTO DEL GOVERNO CISALPINO - I FRANCESI IN TOSCANA - RIPRESA DELLA GUERRA TRA FRANCIA ED AUSTRIA - BATTAGLIE DI POZZUOLO E DEL MINCIO - LA LEGIONE ITALICA - ARMISTIZIO DI TREVISO


Vinta l'Austria a Marengo, il Bonaparte a notte inoltrata scriveva all'imperatore, e scriveva più volte la parola "pace" nella famosa lettera che il generale austriaco S. GIULIANO, insieme con il triste annuncio della sconfitta, doveva portare a Vienna.

La lettera inviata all'imperatore, dimostra che Napoleone in questa circostanza (anche se sa che questa battaglia conclude una brevissima campagna in un modo trionfante, e come vedremo anche determinante) è profondamente sconvolto, e rivela per la prima volta tanta sensibilità, tanta amarezza e un forte desiderio di pace, soprattutto quando alla lettera aggiunge queste righe:

"....L'astuzia degli Inglesi ha impedito l'effetto che il mio passo ad un tempo semplice e aperto doveva produrre sul cuore di Vostra Maestà. Senza turbarmi per l'inutilità della prima iniziativa (Nota: prima di iniziare la campagna in Italia, aveva già fatto appello, con una precedente lettera all'imperatore, di evitare a tutti i costi questa guerra) mi decido ancora a scrivere direttamente a Vostra Maestà, per scongiurarla di por termine alle sventure del continente....."
"La Guerra è ora avvenuta... Migliaia di francesi e di austriaci sono morti....Migliaia di famiglie desolate reclamano i loro padri, i loro sposi, i loro figli!...Ma il male compiuto è senza rimedio: valga almeno come ammaestramento e ci faccia evitare quello che deriverebbe dal continuare le ostilità. E' dal campo di battaglia di Marengo che vi scrivo, tra le sofferenze, circondato da 15.000 cadaveri. Da questo luogo, io scongiuro Vostra Maestà di ascoltare il grido di umanità.....Diamo il riposo e la tranquillità alla generazione presente. Se le generazioni future sono così folli da battersi, ebbene!, apprenderanno, dopo qualche anno di guerre, ad essere sagge e a viver in pace, a non permettere che due valorose e potenti Nazioni si distruggano per interessi che non sono i loro..".

Dopo una notte insonne, poco rallegrata da un ambiguo messaggio giunto da Parigi dal suo fidato (ma ambiguo Fouchè - che abbiamo già letto nel precedente riassunto) il mattino dopo NAPOLEONE partiva alla volta di Milano.

L'ingresso del vincitore nella capitale della Lombardia (16 giugno - dimentico che pochi giorni prima inneggiava gli austriaci) fu trionfale; questa volta però entrava non il generale della repubblica, ma il Primo Console, che, ammaestrato dagli errori passati, non voleva vendette e gazzarre patriottiche, ma l'ordine, la pacificazione degli animi, la temperanza politica e la conciliazione tra la rivoluzione e la tradizione.
E' vero che decretò una contribuzione straordinaria, che la Cisalpina doveva pagare alla Francia applicandola solo sulle persone che avevano accettato uffici sotto il governo austriaco, e che impose un sussidio mensile di due milioni di franchi; ma mostrò subito il suo nuovo indirizzo politico con la scelta degli uomini di governo e con la funzione religiosa con la quale volle festeggiare la vittoria.

Il riordinamento del governo avvenne il giorno dopo il suo ingresso in Milano. Fu nominata una Commissione straordinaria di nove membri, che furono: FRANCESCO MELZI, ANTONIO ALDINI, G. B. SOMMARIVA, SIGISMONDO RUGA, FRANCESCO AJMI VISCONTI, GIOVANNI PARADISI, RAFFAELE ARAUCO, CESARE BARGNANI E AMBROGIO BIRAGO. Nello stesso tempo il Bonaparte ordinò che si riunisse a Milano, con l'incarico di preparare le leggi e i regolamenti, una Consulta, presieduta dal francese PETIET e composta di cinquanta membri, fra cui il dottor PIETRO MASCATI, gli avvocati MAROCCO, MARLIANI e REINA, il poeta LORENZO MASCHERONI, LUCREZIO LONGO, GIACOMO LAMBERTI, GIUSEPPE LUOSI, G. GALEAZZO SERBELLONI, LEOPOLDO CICOGNARA, CARLO TESTI, FERDINANDO MARESCALCHI, GIOVANNI BOVARA, PAOLO GREPPI, ANTONIO SURANCINI, VINCENZO BRUNETTI, il padre FONTANA, mons. BORSIERI vescovo di Pavia, i preti MACCHI e MATTIA e l'arciprete CARLO OPIZZONI.

La cerimonia religiosa ebbe luogo il giorno 18: il Bonaparte, in alta uniforme, si recò al Duomo, dove fu ricevuto da tutto il clero metropolitano, entrò nella chiesa sotto un baldacchino e andò a sedersi sopra un trono appositamente eretto, dal quale assistette al "Te Deum".
Napoleone da poche ore aveva lasciato Marengo, era ancora sconvolto, aveva ancora davanti agli occhi i quindicimila cadaveri, la lettera di Parigi di Fouchè, ricordava perfettamente quella inviata all'Imperatore, e sapeva benissimo che tutta Europa stava chiedendosi "che cosa accadrà ora". Assiste a questo particolare inno liturgico, e forse sente il bisogno, l'attrattiva di una fede nell'intimo della sua coscienza, forse capisce in un lampo di spiritualità religiosa naturalistica, che questo suo bisogno è anche quello intimo di milioni di uomini. Che è suo dovere, e anche suo interesse di capo dello Stato (ora ancora più forte), accordare agli uomini una libera scelta della loro religione; che prima ancora di avere un contenuto filosofico dogmatico e intellettuale verso la o le divinità, è il legame morale e sono norme etiche universali che hanno permesso lo sviluppo storico-sociale dei gruppi umani.
Vandal ha lasciato scritto che "il Concordato fu una conseguenza di Marengo". A Milano, Napoleone nel suo intimo era già un altro uomo. Con la vittoria sapeva benissimo che era ormai padrone di fare quello che voleva. Ma nel desiderio di apparire ricostruttore di un critico equilibrio, troviamo anche profonde ragioni che lo spingeranno verso il Concordato. Ed infatti, questo fu concepito pochi giorni dopo Marengo)

L'atteggiamento di Napoleone verso le religioni era sempre stato di scetticismo, di diffidenza; in certi scritti non mancano allusioni ironiche alla fede, ha quasi in antipatia certe pratiche che considera superstiziose. Non era insomma né un religioso e tanto meno era un cattolico. La sua cultura era tutta illuministica; la sua educazione si era del resto formata su letture profane, belliche e perfino spregiudicate; era sempre vissuto nelle guarnigioni. Aveva provato le frastornate giornate rivoluzionarie. Il realismo politico che conosceva era uno solo: quello delle campagne militari e delle battaglie. La sua fede era nei cannoni (ricordiamoci cosa fece a Tolone e a Parigi) e fede nei suoi uomini che gli vivevano accanto, spesso idolatrando proprio lui.
A Milano tentennano queste sue uniche concezioni, e ha un'attrattiva forte d'altro genere, ma ancora imprecisa, e cerca approcci a questo indefinita voglia di misticismo. Certo questi atteggiamenti hanno certo un significato politico, indubbiamente devono risolvere problemi di carattere pratico, ma nell'intimo della sua coscienza vi è molto altro, anche se sono ancora aspirazioni imprecise. Davanti a Thibaudeau afferma "Si dirà che io sono papista. Io non sono nulla. Ero maomettano in Egitto, sarò cattolico per il bene del popolo. Io non credo nelle religioni. Le legioni romane dove giungevano tolleravano ogni religione locale". Poi pochi giorni dopo - e torniamo al punto di partenza, all'intimo dei suoi sentimenti commossi che ci rivelano un altro Napoleone. E' sempre Thibaudeau a raccontarci questo successivo episodio narratogli da Napoleone: "Domenica scorsa ero qui, in questo giardino, in questa solitudine, in questo silenzio della natura. Tutt'a un tratto una campana poco lontano suonò: fui commosso....Allora pensai: che impressione deve fare questo su uomini semplici e creduli!....Il popolo ha bisogno di una religione, e questa religione deve essere nelle mani del governo".
Ha 31 anni, ma Napoleone è già sulla lunghezza d'onda di un Costantino, di cui sa tutto.

Delmas, un suo generale, nel vederlo prendere contatti con prelati e monaci, aspro e sarcastico, commenta che sta facendo "una bella cappuccinata". Ma lui risponde "Non voglio più spargimento di sangue.... Ho bisogno del papa... lui solo può riorganizzare i cattolici di Francia nell'ubbidienza repubblicana", poi profeticamente aggiunse, accennando ai rabbiosi oppositori "Questo secolo che inizia, non prenderà il nome da loro, ma da me. Deve essere mio pensiero non legare il mio nome a nessun atto indegno". (vedi anche l' ANNO 1800 e il 1801)

Il 25 giugno il Bonaparte, dopo aver messo a capo dell'esercito d'Italia il MASSENA, lasciò Milano e quel giorno stesso ebbe a Vercelli un colloquio con il cardinale MARTINIANA, e gli espresse il desiderio di porre fine, d'accordo con PIO VII, alle agitazioni religiose di Francia e di trattare sulle cose del Piemonte con CARLO EMANUELE IV. Il cardinale subito spedì il conte ALCIATI, suo nipote, colonnello nell'esercito piemontese, con due lettere, una per il Pontefice e l'altra per il Re di Sardegna, per informarli di quanto il Primo Console gli aveva accennato.

Da Vercelli il Bonaparte si recò a Torino, dove giunse il 26. Il giorno prima il presidio austriaco comandato dal generale Aversperg aveva abbandonato la cittadella alle truppe francesi; il giorno dopo, partito per la Francia il Primo Console, giunse nella capitale del Piemonte il generale Alessandro ERTHIER, il quale costituì una Commissione provvisoria di sette membri, composta dai cittadini FILIPPO AVOGADRO di Quaregna, INNOCENZO MAURIZIO BAUDISSON, UGO VINCENZO BOTTONE di CASTELLAMONTE, FRANCESCO FRAYDA, GIUSEPPE CAVALLI di OLIVOLA, PIETRO GAETANO GALLI DELLA LOGGIA, e STEFANO GIOVANNI ROCCI, e una Consulta di trenta membri.
Anche Genova, da dove il generale austriaco Hohenzollern sgombrò il 28 giugno, ebbe una Commissione di sette membri (AGOSTINO MAGLIONE, AGOSTINO PARETO, GIROLAMO SERRA, ANTONIO MONGIARDINO, LUIGI CARBONARA, LUIGI LUPI e G. B. ROSSI) e una consulta di trenta. Tanto in Piemonte, quanto nella Liguria, dai ministri francesi che, in effetti, vi esercitavano il supremo potere fu vietato di recare offesa alla religione e ai sacerdoti e raccomandato di dimenticare gli odi e di obbedire alle leggi.

Il 2 Luglio il Bonaparte giungeva a Parigi; il 14 era celebrata con gran solennità la festa della rivoluzione; il 15 il MOREAU, sconfitto il KRAY, stipulava con lui l'armistizio di Parsdorf; il 21 giungeva nella capitale francese il generale austriaco S. GIULIANO con la risposta dell'Imperatore alla lettera del Primo Console e, dopo alcuni colloqui con il TALLEYRAND; il 28, sottoscriveva insieme con lui i preliminari di una pace tra la Francia e l'Austria, convenendo che gli eserciti rimanessero nelle rispettive posizioni e che l'Imperatore si accontentasse di compensi in Italia anziché altrove come si era stabilito a Campoformio.

Tutto faceva pensare che si fosse alla vigilia della pace in Europa. FRANCESCO II però non volle ratificare i preliminari, proponendo invece un congresso da tenersi a LUNEVILLE con la partecipazione anche l'Inghilterra. Il Bonaparte, pur accettando la proposta del congresso, denunziò l'armistizio e impartì l'ordine di riprendere le operazioni di guerra il 13 settembre, data che poi fu mutata con quella del 5 novembre.

Intanto il Primo Console sorvegliava attentamente la situazione europea, con lo scopo di togliere la Francia dall'isolamento in cui fino allora era stata con la colazione. Per distruggere la supremazia inglese nel Mediterraneo, cresciuta con la resa di Malta (settembre 1800) alla flotta britannica, iniziò trattative con lo Zar, il quale, come Gran Maestro dell' Ordine Gerosolimitano, non poteva né voleva consentire il possesso inglese dell'isola, e nell'ottobre ricevette a Parigi l'ambasciatore russo Sprengporten, venuto per trattare una pace separata e un'amichevole intesa. Nello stesso mese firmò con la Spagna, a Sant' Idelfonso, un trattato in cui la Francia rientrava in possesso della Luisiana e prometteva di assegnare all'Infante di Parma le Legazioni e la Toscana con titolo regio.

Ma contemporaneamente il Primo Console ordinava che l'esercito d'Italia invadesse la Toscana col pretesto che il generale austriaco SOMMARIVA si era rifiutato di sciogliere le truppe di ribelli antifrancesi venute da ogni parte e raccolte in quella regione.
Il generale DUPONT con una numerosa colonna entrò in Toscana, sbaragliò a Barberivo alcune bande comandate da uno SPANNOCCHI e il 15 ottobre fece senza colpo ferire il suo ingresso a Firenze. Quasi nello stesso tempo scendeva per la Garfagnana il generale CLEMENT con una colonna di Cisalpini, che il 9 ottobre occupava Lucca e il 18 Livorno, impadronendosi di cinquanta bastimenti inglesi e di copiose merci, mentre il generale PINO, sceso dall'Abetone, poneva presidi a Pistoia, a Prato e a Pescia.
Restava da occupare Arezzo, dove si era rifugiata la Reggenza granducale. Il generale Dupont vi mandò il Mounier, il quale il 18 ottobre, sbaragliata una banda capeggiata da un MONTELUCCI, giunse sotto le mura della città con due mezze brigate e un reggimento d'ussari. Quel medesimo giorno fu dato l'assalto, ma settemila Aretini guidati dal Marchese G. B. ALBERGOTTI con diciotto pezzi d'artiglieria respinsero il nemico; l'indomani fu ritentata la prova che, nonostante il valore dei difensori, riuscì. La città fu messa a sacco, parecchie persone, fra cui alcune donne, trovate con le armi in pugno, furono uccise; una contribuzione di cinquantamila scudi fu imposta agli abitanti e la fortezza fu smantellata. A presidiare Arezzo rimase il generale PALOMBINI con un contingente di truppe; a Firenze, partito il DUPONT per la Lombardia, rimase il generale MIOLLIS con seimila uomini tra Piemontesi e Cisalpini.
L'occupazione francese della Toscana fu una delle cause che fecero riaccendere la guerra tra la Francia e l'Austria. Questa aveva sul Reno ottantamila uomini al comando del giovanissimo arciduca GIOVANNI, sul Meno ventimila, quarantamila nell'Alto Adige e nel Trentino sotto i generali HILLER, LAUDON e VUKASSEWICH, settantamila in Italia con il BELLEGARDE, schierati sul Mincio, quattromila nel Ferrarese sotto il MYLLIUS e settemila con il SOMMARIVA ad Ancona.

La Francia aveva in Baviera sotto il comando del MOREAU cento quarantamila uomini, ventimila con l'AUGERAU sul Meno, quindicimila con il MACDONALD nei Grigioni novantamila in Lombardia sotto il generale BRUNE successo al MASSENA.

Le operazioni decisive della campagna si svolsero in Germania. Il 3 dicembre il MOREAU sconfisse completamente gli Austriaci e avanzò fino a ventidue leghe da Vienna. L'Arciduca CARLO, successo nel comando dell'esercito all'Arciduca Giovanni, chiese una tregua, dichiarando che l' Imperatore era disposto a concludere una pace separata, e il 25 dicembre si firmò a STEYER un armistizio di un mese.
In Italia le operazioni cominciarono più tardi perché il Brune aspettava il Macdonald, al quale aveva ordinato di scendere dalla Valtellina e poi sulle sponde dell'Oglio e dell'Adige per coprirgli il fianco sinistro; e perché a sua volta il Bellegarde aspettava che il Laudon e il Vukassewich dal Trentino gli coprissero il fianco destro minacciando il sinistro dell'avversario e dal sud si avvicinasse il Sommariva che con un piccolo corpo austriaco aiutato dagli insorti ferraresi muoveva, verso il Po.
Il Macdonald impiegò molto tempo e dovette affrontare molte difficoltà nella sua discesa dai Grigioni: l' avanguardia comandata dal Baraguay d'Hilliers passò lo Spluga e giunse a Chiavenna e a Sondrio nella prima settimana di novembre, ma lui con il grosso dell'esercito non riuscì a giungere nella Valtellina che un mese dopo e, non riuscendo a passare nella valle dell'Adige per la resistenza degli Austriaci, dovette per il passo dell'Aprica scendere a Pisogne e di là avanzare fino a Rocca d'Anfo dove gli si congiunse la legione italica.

Dopo la sconfitta di Hohenlinden il Bellegarde ricevette ordine di retrocedere. Iniziò questo movimento coprendolo con una ricognizione su tutta la linea, la quale diede luogo a parecchi scontri e indusse il generale Brune a passare all'offensiva. Secondo le sue disposizioni, il 15 dicembre la sinistra francese comandata dal Moncey doveva passare il Mincio a Monzambano e contemporaneamente la destra doveva eseguire un'azione dimostrativa a Volta, presso Pozzuolo; ma il Moncey e il Suchet (che comandava il centro, non riuscirono ad effettuare il passaggio nel giorno stabilito e il Brune rinviò le operazione il giorno dopo.
Ma il contrordine del generalissimo giunse al comandante della destra, generale Dupont, quando aveva già passato il fiume e preso contatto con il nemico. Tornare indietro era impossibile; pertanto il Dupont spinse avanti le sue truppe e, occupata Pozzuolo, avvisò il Brune di trovarsi impegnato con consistenti forze nemiche comandate dal Kaim e dal Vogelsang.
Il Dupont si sarebbe trovato a mal partito se di sua iniziativa il Suchet, conosciute le condizioni in cui il collega si trovava, non si fosse recato in suo soccorso con parte delle truppe del centro. Al suo arrivo la battaglia fu ancora più accanita; Pozzuolo fu presa e ripresa più volte; ma alla fine rimase in potere dei Francesi per il valore specialmente del generale piemontese COLLI.

Conosciuta la vittoria di Pozzuolo, il Brune ordinò al Suchet di lasciare parte delle sue truppe in osservazione a Borghetto e di ricondurre durante la notte le rimanenti sulla destra del Mincio per ripassarlo il giorno dopo, secondo il piano stabilito, a Monzambano: al Dupont ordinò di tenersi fino alle ore 10 dell' indomani sulla difensiva nelle posizioni di Pozzuolo e di marciare quindi su Valeggio.
La mattina del 26 dicembre il generale Delmas con l'avanguardia passò il fiume, seguito dal Moncey ed attaccò l'Hohenzollern, il quale ripiegò su Valeggio e Valianze. Intorno a questi villaggi, dove il Bellegarde aveva concentrato il grosso dell'esercito, si svolse la battaglia, che durò fino a sera. Infine gli Austriaci, che nelle due battaglie avevano perduto parecchi cannoni e circa dodicimila uomini tra morti, prigionieri e feriti (fra questi ultimi il generale Kaim), si ritirarono ordinatamente a Villafranca e di là, dati rinforzi ai presidii di Mantova, Peschiera e Legnago, a Verona. Il Bellegarde si proponeva di resistere sulla linea dell'Adige, ma, avendo saputo delle vittorie del Moreau, stabilì di ritirarsi, ma non prima di dar tempo al Laudon e al Vukassewich di ripiegare su Verona e su Vicenza.

I Francesi continuarono ad avanzare, ma stavano per gettare i ponti sull'Adige a Bussolengo (10 gennaio 1801) quando il Bellegarde mandò al Brune un parlamentare per annunciargli l'armistizio di Steyer e proporgli la sospensione delle ostilità. Il Brune chiese che gli fossero date Mantova, Peschiera, Ferrara ed Ancona e che gli Austriaci si ritirassero fino all'Isonzo; ma il Bellegarde, giudicando queste condizioni troppo pesanti, domandò istruzioni a Vienna e nei giorni seguenti continuò a ritirarsi verso il Piave, dopo avere ordinato al Laudon e al Vukassewich di raggiungerlo.

Questi due generali si trovavano in una situazione molto pericolosa perché, minacciati dal nord dal Macdonald giunto fino a Trento, e dal sud dal Moncev che da Corona e Rivoli aveva cominciato a risalire l'Adige, e quindi i due correvano il rischio di essere bloccati tra le montagne del Trentino. Seppero però salvarsi, il secondo con una celere marcia attraverso la valle del Brenta, il primo facendo credere al Moncey che si era conclusa una tregua fra il Bellegarde e il Brune.
Nelle operazioni del corpo del Macdonald nella regione trentina ebbe parte importante la legione italica che ne formava l'avanguardia. Essa, per Bagolino e Ponte Caffaro, era entrata, il 3 gennaio 1801, a, Storo, aveva cacciato gli Austriaci del Davidowich fino a Condino e si era impadronita di Pieve di Bosco. Proseguendo nella sua avanzata, espugnò le fortificazioni di S. Alberto e di Tirne, respinse oltre l'Adige il Davidowich, occupò il 7 gennaio Trento ed insegui il nemico per la valle del Brenta fin quasi sotto le mura di Bassano.

Il 16 gennaio, essendo giunte da Vienna le istruzioni chieste dal Belleguarde, fu concluso a Treviso un armistizio; doveva durare fino al 25 gennaio e le ostilità non potevano essere riprese se non quindici giorni dopo la denuncia. Inoltre i Francesi dovevano rimanere sulla linea della Livenza, gli Austriaci su quella del Tagliamento; il territorio compreso tra questi due fiumi sarebbe rimasto neutro. Infine furono cedute alla Francia le fortezze di Verona, Legnago, Peschiera, Ferrara ed Ancona, alle quali più tardi fu aggiunta Mantova dietro le minacce del Bonaparte.

I NAPOLETANI IN TOSCANA - TREGUA DI FOLIGNO
PACI DI LUNEVILLE, DI FIRENZE E DI AMIENS -
ABDICAZIONE DI CARLO EMANUELE IV - IL CONCORDATO

. Dall'armistizio di Treviso era stato escluso FERDINANDO IV di Napoli, che aveva partecipato alla campagna contro la Francia con un piccolo esercito di ottomila uomini al comando dell'emigrato francese RUGGERO di DAMAS. Questi, operando d'accordo col SOMMARIVA che minacciava il nord della Toscana, era nel dicembre del 1800 penetrato attraverso lo Stato Pontificio nel Granducato, avanzando fin sotto Siena. Il MIOLLIS, che insieme con i membri del governo si era rifugiato a Pisa, alle notizie dei progressi del Brune si era mosso verso Siena, facendosi precedere dal generale Pino. Il quale, dopo una scaramuccia con il nemico a Monteriggioni, aveva assalito Siena e vi era penetrato a viva forza il 14 gennaio del 1801 costringendo i Napoletani a sgombrare la Toscana.

Dopo l'armistizio di Treviso le operazioni contro Ferdinando IV continuarono con maggior vigore sotto la direzione del MURAT, venuto dalla Francia con diecimila uomini, i quali furono aumentati dalle truppe del Pino, fra cui si trovava anche il battaglione toscano comandato dal principe PIGNATELLI di STRONGOLI, da parte della legione italica e da due divisioni dell'esercito d'Italia. Il Murat, entrato nella Toscana, passò nel territorio dello Stato Pontificio, dichiarando che non avrebbe occupato Roma e che si sarebbe ritirato appena i Napoletani avessero sgombrato Castel S. Angelo e tutte le terre della Chiesa comprese Benevento e Pontecorvo. A Foligno però, con la mediazione dell'ammiraglio russo Levachow inviato dallo Zar, il 18 febbraio firmò con il Micheroug, rappresentante di Ferdinando, una tregua di un mese.

I patti della tregua erano i seguenti: i Napoletani avrebbero evacuato lo Stato pontificio entro sei giorni; chiusi i porti del Regno di Napoli e Sicilia agli Inglesi e ai Turchi, aprendoli invece ai legni francesi; restituiti subito i prigionieri; mandati agli atti i processi politici e regolati d'accordo col governo francese, gli interessi dei carcerati o fuorusciti per ragioni politiche; i Francesi avrebbero occupato Terni e sarebbero rimasti sulla linea della Nera fino alla confluenza col Tevere.
Quando fu firmata la tregua di Foligno, già da nove giorni a Luneville, in Lorena, era stata segnata la pace tra la Francia e l'Austria. Le condizioni per l'imperatore erano che abbandonava alla repubblica francese il Belgio, il Lussemburgo e gli stati tedeschi alla sinistra de Reno; riconosceva le repubbliche batava, elvetica, cisalpina e ligure e conservava il Veneto; il duca di Modena otteneva la Brisgovia in cambio dei domini in Italia e il Granduca cedeva all' infante duca di Parma, la Toscana e la sua porzione dell' isola d' Elba.

Il 9 marzo il Murat denunciava l'armistizio di Foligno, ma poi acconsentì a prolungarlo a condizione che il re di Napoli gli permettesse di occupare Taranto, gli fornisse vettovaglie per l'esercito e gli pagasse cinquecentomila lire a mese. Ferdinando IV dovette accettare e il 28 marzo dietro suo ordine, il Micheroug firmò a Firenze un trattato di pace con la Francia. Con questo i porti del regno venivano chiusi alle navi turche e inglesi, il re rinunziava ai suoi possessi nell' isola d' Elba, allo Stato dei Presidi e al Principato di Piombino che erano messi a disposizione della Francia, pagava entro tre mesi cinquecentomila franchi quale indennità ai cittadini francesi danneggiati, scarcerava i prigionieri politici e riammetteva i patrioti esuli restituendo loro i beni confiscati. Al trattato di pace erano aggiunti quattro articoli segreti con i quali Ferdinando concedeva che quattromila francesi occupassero le coste degli Abruzzi e diecimila la provincia di Otranto fino alla pace generale e somministrava a queste truppe le vettovaglie e cinquecentomila franchi a mese.

Quando venne firmata la pace di Firenze erano già in corso trattative fra il Re di Sardegna e la Francia. Abbiamo già detto che a Vercelli il Bonaparte aveva espresso al cardinale Martiniana il desiderio di accordarsi, oltre che col Pontefice, anche con Carlo Emanuele IV. Questo rispose al Primo Console di esser disposto a trattare purché la Francia gli "…garantisse la tranquillità interna e la sicurezza esterna dei suoi stati, la dignità e l'indipendenza della Corona, ed i mezzi per risollevare il suo popolo dai gravissimi mali che lo tormentavano da molti anni…", quindi inviò come negoziatore il SAN MARZANO, che giunse a Parigi il 16 febbraio del 1801. Iniziate le conversazioni, il San Marzano chiese la restituzione di tutti gli stati del Re di Sardegna, ma si sentì rispondere beffardamente dal TALLEYRAND che, prima di cominciare i negoziati, CARLO EMANUELE IV doveva prima chiudere i porti della Sardegna alle navi dei nemici della Francia. Le trattative ebbero allora una sosta, che si mutò in rottura per l'imprudenza del San Marzano, il quale molto inopportunamente si lagnò più volte per lettera con il Talleyrand del modo con cui era trattato dai Francesi il Piemonte.

Per tutta risposta il Bonaparte decretò l'annessione del Piemonte alla Francia (12 aprile 1801) e diede i passaporti all'ambasciatore e, poiché questi indugiò due mesi e mezzo circa, il 2 luglio lo sfrattò dal territorio della repubblica. Tentò da Francoforte il San Marzano di riallacciare le trattative, tentò la Russia di giovare alla corte Sabauda insistendo presso Parigi perché Carlo Emanuele fosse reintegrato nei suoi stati: ma tutto fu inutile ed ogni speranza di riavere il Piemonte cadde nelle speranze del Re di Sardegna quando, l'8 ottobre del 1801, fu firmata la pace tra la Francia e la Russia e il 27 marzo 1802 ad Amiens fu conclusa la pace tra la Francia e l'Inghilterra.

"….Il Re e la Regina - "scrive il Lemmi" - vivevano a Napoli in condizioni economiche assai ristrette, avendo il bilancio della Sardegna un deficit di 400 mila lire ed essendosi ormai vendute le ultime gioie. Il sussidio inglese doveva bastare a troppi bisogni: Casa reale, Casa dei principi, legazioni all'estero, posta, corrieri di gabinetto, sussidi ai vecchi fedeli servitori caduti nella miseria. Più gravi ancora però sarebbero state le condizioni della Corte senza l'illimitata devozione dei suoi più alti impiegati. Il FRONT, infatti, dalla fine del 1798 non riceveva lo stipendio, il SAN MARZANO viaggiava e viveva all'estero a sue spese, il CHIARLAMBERTO (che morì i primi di agosto del 1803 non aveva più ricevuto un soldo dopo la partenza del Re di Sardegna. Il 7 marzo 1802 la Regina Maria Clotilde, sorella di Luigi XVI, moriva avendo superato di poco i 42 anni, e veniva sepolta, a Napoli, nella chiesa di S. Caterina a Chiaia, nella cappella della Divina Pastora, vestita della sua veste votiva di lana turchina. CARLO EMANUELE, afflitto da tante tribolazioni, non resse a così gran dolore degli eventi, e deliberò di abdicare a favore del fratello VITTORIO EMANUELE, DUCA D'AOSTA.

La cerimonia avvenne a Roma, il 5 giugno del 1802, nel palazzo del principe DON FILIPPO COLONNA, gran contentabile del Regno di Napoli, con l'intervento e con la presenza del gran contestabile, del principe ANDREA DORIA, del conte CERRUTI di Castiglione-Falletti, del barone LUIGI AMAT di Sorso, del cav. TOMMASO FERRERO della Marmora, del conte GIO. BATTISTA MATTONE di BENEVELLO, del conte di CHIARLAMBERTO che fungeva da notaio della Corona.
CARLO EMANUELE IV si riservò titolo, dignità e trattamento regio con un'annua vitalizia pensione di 200 mila lire piemontesi aumentabili ove fossero migliorate le condizioni della Casa. Dopo l'abdicazione del resto egli si sentì più felice, come se si fosse liberato da un grave peso:
"…Tuttavia - "scriveva da Frascati al fratello, il 9 luglio 1802" - vi assicuro che il solo desiderio di tranquillità non mi avrebbe fatto considerare lecita l'abdicazione. Bensì la convinzione che ad ogni momento crescevano le difficoltà provenienti dalla mia incapacità per uno stato di cose molto al di sopra del mio ingegno, della mia salute e di molte altre cose, mi ha reso doveroso ciò che in ogni altra circostanza sarebbe stato un atto di debolezza …"

"…Visse da allora in vari monasteri tutto intento alle cose di religione, non dimentico della donna, mite e pia, che era stata per 26 anni e mezzo la dolce compagna della sua vita: "…Da due settimane sono presso la cara urna che contiene le spoglie di ciò che io avevo di più caro al mondo. Abito la casa religiosa ove Ella è sepolta, e due o tre volte il giorno bacio il marmo che la custodisce…": così l'11 febbraio del 1803 scriveva al fratello Vittorio Emanuele. Fin dal 16 agosto del 1800 era morto, in Francia, il principe CARLO EMANUELE di CARIGNANO che, come è noto, aveva fatto il giacobino nel 1798; il 29 ottobre del 1802 morì di convulsioni GIUSEPPE PLACIDO BENEDETTO conte di Moriana; e Carlo Emanuele IV accolse con rassegnazione anche questa nuova sciagura a proposito della quale scrisse semplici eloquenti parole di conforto al fratello. Morì a sua volta il 6 ottobre del 1819 nel noviziato dei gesuiti a Roma, essendo ormai cieco, ma soddisfatto che il tempo galantuomo avesse degnamente rimeritato la sua Casa delle molte traversie sofferte …"

. La pace con la Russia e con l'Inghilterra fu preceduta di alcuni mesi dalla pace religiosa. Già fin dal novembre del 1800 si erano recati a Parigi per trattare con il Primo Console mons. SPINA, arcivescovo di Corinto, e il teologo CASELLI, ma i negoziati erano andati per le lunghe per l'intransigenza delle due parti e c'era stato perfino un "Ultimatum" del Bonaparte alla Santa Sede; riprese le trattative, queste avevano finalmente portato ad un Concordato firmato il 16 luglio del 1801. Vi si stabiliva che il culto cattolico fosse liberamente e pubblicamente esercitato in Francia; la Santa Sede si obbligava a fare una nuova circoscrizione delle diocesi francesi; i vescovi e gli arcivescovi dovevano dimettersi e il Pontefice doveva dare l'istituzione canonica ai nuovi titolari scelti dal Bonaparte. Inoltre ai vescovi si riconosceva il diritto di scegliere i parroci fra persone approvate dal governo; ai vescovi e ai parroci veniva fissato un assegno governativo e il Papa prometteva di non molestare coloro che avevano acquistato beni ecclesiastici e ordinava che nelle sacre funzioni si pregasse per la repubblica e pei consoli.

Dopo la firma del Concordato il Bonaparte costrinse Ferdinando IV a restituire alla Chiesa, Benevento e Pontecorvo e ritirò le truppe francesi dallo Stato Pontificio fuor che da Ancona; poi si procedette all'applicazione del Concordato stesso, la quale incontrò non poche difficoltà, specie da parte dei vescovi che dovevano e non volevano dimettersi e da parte di quelli che, confermati dal Primo Console, si rifiutavano di fare atto di contrizione e di domandare l'assoluzione dei propri errori. Finalmente questi ostacoli poterono esser superati e il 18 aprile del 1802 nella cattedrale di Parigi fu cantato il "Te Deum" per rendere grazie a Dio per la pace generale e pel ristabilimento del culto cattolico in Francia.


continua nella seconda parte > > >


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NAPOLEONE PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA ITALIANA - COSTITUZIONE DELLA REPUBBLICA - FRANCESCO MELZI - ASSETTO DEL PIEMONTE E DELLA LIGURIA - LUCCA - IL GOVERNO FRANCESE IN TOSCANA - GIOACCHINO MURAT A FIRENZE - LODOVICO DI BORBONE RE D' ETRURIA, SUO GOVERNO, SUA MORTE - BONAPARTE E FERDINANDO IV - MALTA - ROTTURA DELLA PACE DI AMIENS - IL MINISTRO ACTON

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