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( QUI TUTTI I RIASSUNTI ) RIASSUNTO ANNI 1700-1800 

 LETTERATURA  
del SECOLO XVIII    ( il Settecento ) - - - (1a parte)

dall'Arcadia al Goldoni al Gozzi


GLI ARGOMENTI

L'ARCADIA - PIETRO METASTASIO E GIOVANNI MELI - LA COMMEDIA E CARLO GOLDONI -
GLI OPPOSITORI DEL GOLDONI: PIETRO CHIARI E CARLO GOZZI -

NELLA SECONDA PARTE
LA TRAGEDIA - VITTORIO ALFIERI LA VITA E LE OPERE - GIUSEPPE PARINI: LA VITA E LE OPERE. - GLI ERUDITI - STORIOGRAFI E STORICI: L. A. MURATORI; PIETRO GIANNONE - G. B. VICO - ENCICLOPEDISTI LOMBARDI E MERIDIONALI - LA CRITICA E I CRITICI - IL GIORNALISMO: IL LAMI E LE "NOVELLE LETTERARIE"; IL BARETTI E LA "FRUSTA" LETTERARIA; I VERRI E IL "CAFFÈ", IL GOZZI E "L'OSSERVATORE" - LE ARTI
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L'ARCADIA E I SUOI POETI


Abbiamo detto in un altro capitolo che a Roma, nel 1690, fu fondata quell'Accademia ch'ebbe il nome d' ARCADIA, la quale si prefiggeva di combattere il mal gusto e predicava il verbo della nuova poesia, ben presto diffuso in tutta l'Italia per mezzo delle numerose colonie arcadiche.
Scopo deliberato degli Arcadi fu quello di "sterminare il cattivo gusto e procurare che più non avesse a risorgere", perseguitandolo "dovunque si annidasse, fino nelle castella e nelle ville più ignote o impensate". Nel seicentismo era il malgusto e reazione al seicentismo fu la poesia degli Arcadi, i quali erano convinti di riuscire nel loro intento opponendo ai concetti, al delirio, allo scintillio artificiale dell'arte secentesca una straordinaria semplicità.
La loro però non fu, quale doveva essere, semplicità d'espressione ma di contenuto. Essi vollero limitare il campo dell'ispirazione ad una determinata categoria di sentimenti, scegliendo i più tenui, i più molli, i meno virili; raccomandarono perciò l'ideale di una vita rustica modellata sulla tradizione parecchio artificiosa dei bucolici greci e latini e crearono una letteratura falsa, fredda, pallida, monotona, in cui la civetteria simulò la grazia, la leziosaggine, la passione, il bamboleggiamento, la tenerezza.

Il BARETTI, che nella seconda metà del Settecento fu il nemico più implacabile dei nuovi poeti e della nuova poesia, così scriveva: "Quanti versi rimati e sciolti, o sdruccioli, tronchi, sono atti a comporre questi instancabili vati anche sui più magri e sparuti argomenti! Non v'è funzione di chiesa, processione, matrimoniamento, dottoramento, infratescamento, innamoramento, o altra cosa un po' pubblica, un po' rumorosa, che non venga tosto celebrata almeno con un sonetto, di cui poi si distribuiscono migliaia in fogli volanti ".
All'Accademia diede le leggi, in lingua latina, il calabrese GIANVINCENZO GRAVINA, giurista, filosofo, critico e poeta, valentissimo professore di diritto all'Università di Roma, autore lodato del trattato "Della ragione poetica", del saggio critico "Della tragedia" e del "Discorso sopra l'Endimione" del Guidi. Custode generale per ben trentott'anni fu il marchigiano GIOVAN MARIO CRESCIMBENI, mediocre poeta ed autore di una "Istoria della volgare poesia", lavoro informe, irto di citazioni e senza alcun discernimento critico.

Numerosa fu la schiera dei poeti arcadici. Dei più neppure il nome è oggi ricordato; nondimeno alcuni tra loro, che oggi sono giustamente caduti nell'oblio, godettero ai loro tempi gran fama e i due si guadagnarono perfino il lauro poetico in Campidoglio: Il senese BERNARDINO PERFETTI, che il 13 maggio del 1725 allo sparo dei mortaretti, al fragor delle trombe e al rullar dei tamburi, presenti cardinali, principi e grandi dame, fu solennemente incoronato quasi novello Petrarca; e la celebre improvvisatrice pistoiese MADDALENA MORELLI, che ricevette la corona nel 1776 (della sua figura si servì poi la francese madame DE STÀEL per il suo romanzo "Corinne".

Fra i poeti arcadi che godettero maggior fama, oltre il FILICAIA, il GUIDI, il MAGGI il REDI (di cui qualcosa nel precedente periodo abbiamo già parlato), e il PARINI, il MONTI ed altri (di cui più tardi parleremo), vanno ricordati il lodigiano FRANCESCO di LEMENE, EUSTACHIO MANFREDI bolognese, l'imolese GIAMBATTISTA ZAPPI e la moglie FAUSTINA MARATTI; fra i migliori va notato il romano PAOLO ROLLI, che tradusse da Virgilio, dal Racine e dal Milton e fu autore di canzonette melodiose, in cui non di rado si riscontrano accenti sinceri e commossi e un senso semplice e naturale della vita campestre.

Gran celebrità si acquistò CARLO INNOCENZO FRUGONI, genovese, che visse a Parma, ebbe la protezione del ministro Du Tillot e fu poeta di corte e ispettore degli spettacoli teatrali. Con lui l'Arcadia tornò a quel secentismo che voleva sterminare; infatti, il Frugoni rimise in vigore l'allegoria moraleggiante e la sciagurata enfasi seicentesca e si compiacque di usare abbondantemente l'elemento pittorico e decorativo, specie nei suoi sonetti, che trovarono non pochi imitatori, fra cui alcuni, quali il CASSIANO e il MINZONI, abilissimi.
Di sapore classicheggiante fu l'ultima fase dell'Arcadia che produsse forse i poeti più ispirati e più dolci, fra i quali sono degni di ricordo il bassanese JACOPO VITTORELLI musicale e languido fino alla svenevolezza (rimase famosa di lui l'anacreontica che comincia: "Guarda che bianca luna ! - Guarda che notte azzurra ! - Un'aura non sussurra: - Non tremola uno stel"), e un gruppetto di poeti emiliani: il parmigiano ANGELO MAZZA, armonioso e vario di accenti; il modenese LUIGI CERRETTI, delicato e sentimentale; il reggiano FRANCESCO CASSIOLI, gentile e malinconico; e il bolognese LUDOVICO SAVIOLI, il fluido ed elegante cantore degli "Amori"; ai quali va aggiunto GIOVANNI FANTONI da Fivizzano che tentò trasportare nella nostra poesia i metri oraziani e fu tanto caro al Carducci.

IL MELODRAMMA E PIETRO METASTASIO
GIOVANNI MELI

I due più grandi poeti dell'Arcadia furono un romano e un siciliano: PIETRO METASTASIO e GIOVANNI MELI.
PIETRO METASTASIO nacque a Roma il 3 gennaio del 1698 dal droghiere Felice Trapassi di Assisi e da Francesca Galastri. Fanciullo, si divertiva a improvvisare versi; e si dice che una sera GIANVINCENZO GRAVINA, dopo averlo ascoltato mentre in strada nei pressi di piazza tra Ponte S.Angelo e il Palazzo Farnese declamava, ebbe una tale ammirazione per il talento creativo del giovinetto che lo adottò, gli cambiò il nome grecamente in Metastasio e lo avviò allo studio delle lettere. Morendo, il Gravina gli lasciò in eredità la casa, la biblioteca e un discreto patrimonio.
Dopo due anni di vita spensierata a Roma, dove il poeta aveva preso gli ordini minori e il titolo di abate, il patrimonio fu dissipato; ma la passione per la poesia lo riprese e fece sì che si dedicasse completamente alle Muse. Alcune cantate composte per feste e specialmente la rappresentazione, avvenuta nel 1722, di una sua azione scenica, "Gli orti esperidi", gli procurarono notorietà e l'amore e la protezione di una famosa cantante, la signora MARIANNA Benti, moglie di un certo Bulgarelli, detta la Romanina, che in quel lavoro teatrale aveva fatto la parte di Venere.

Quest'incontro costituì la sua fortuna. Aiutato da lei studiò musica con il celebre maestro napoletano NICCOLÒ PORPORA, e per la Romanina compose nel 1723 il primo melodramma, "Didone abbandonata", che ottenne un successo clamoroso; poi con la Bulgarelli andò a Venezia e a Roma, dove scrisse altri fortunati melodrammi tra cui "Catone in Utica" e la "Semiramide" che accrebbero la fama del poeta.
Allora a Vienna la cultura italianeggiava; vi erano un teatro di corte e un poeta cesareo, che componeva drammi, cantate e azioni sacre e profane. La direzione era tenuta da APOSTOLO ZENO, gentiluomo veneziano, grande erudito e mediocre poeta, che aveva saputo rialzare le sorti del melodramma italiano, molto decaduto per motivi altrove esposti dal primitivo splendore. Vecchio e stanco, lo Zeno, ritirandosi, consigliò che si scegliesse come suo successore il Metastasio, che fu assunto come poeta cesareo nel 1730.
A Vienna il Metastasio divenne amico di una gran dama italiana, vedova di un potente favorito di Carlo VI, la contessa MARIANNA Pignatelli d'Althann, e scrisse molti melodrammi, tra i quali i più celebri sono "l'Olimpiade", il "Demofoonte", il "Demetrio", l'"Issipile", la "Clemenza di Tito", l'"Adriano", l' "Achille in Seiro", il "Temistocle" e l' "Attilio Regolo".

La Romanina non cessò mai d'amarlo; morta quattro anni dopo che si era stabilito a Vienna, lo lasciò erede di tutta la sua sostanza, ma il poeta la rifiutò in favore del marito di lei. Nel 1755 cessò di vivere anche la contessa d'Althann e il Metastasio cominciò a sentirsi stanco e straniero alla vita della corte di Maria Teresa i cui gusti non si accordavano con o suoi.
Nell'ultimo periodo della sua vita visse in casa di italiani e qui una terza MARIANNA, la Martinez, fu la sua nuova e affettuosa consolatrice. Nel 1782 salì al trono imperiale Giuseppe II, e il Metastasio provò un certo sgomento alle riforme del nuovo sovrano. Un decreto imperiale che aboliva le pensioni angosciò così tanto il poeta - come alcuni affermarono - da farlo morire di crepacuore, ignorando che il monarca aveva invece intenzione di eccettuarlo. Secondo altri le conseguenze di un'influenza furono la causa della sua morte. Si spense il 12 aprile del 1782, benedetto dal Pontefice Pio VI, che era andato a Vienna per distogliere l'imperatore dalle riforme anticlericali.

La sua morte produsse una gran commozione in tutta l'Europa come se fosse scomparso un genio. Se non un genio, era scomparso l'idolo del pubblico, il poeta che aveva saputo delicatamente commuovere tanta gente con la musicale dolcezza dei suoi versi.

"Sofocle italico" lo chiamarono in una grande medaglia commemorativa, ma poeta tragico egli non fu né poteva essere, perché glie ne mancava il temperamento, la sua indole pacifica rifuggiva dalle passioni tumultuose e non glie lo consentiva la sua educazione letteraria, formatasi in mezzo all'Arcadia, i cui ideali corrispondevano alla sua natura.
Un uomo come il Metastasio, tranquillo negli affetti, cortigiano nel costume, borghese nell'anima, non poteva darci la rappresentazione viva e potente di una vicenda tragica né aveva la capacità di far muovere sulla scena personaggi animati dal gran soffio dell'eroismo. Tuttavia volle dare ai suoi melodrammi la solenne impostazione della tragedia e mettere in azione i più grandi eroi della storia antica e del mito.
Fu questo il suo doppio errore. Egli volle far vivere in un clima di tragedia il suo mondo dolce, tenero, virtuoso, gentile e ci diede costruzioni artisticamente errate che hanno tutto l'aspetto di parodia; volle rievocare grandi figure dell'antichità che non trovavano risonanza nella sua fantasia ma nel suo intelletto e costruì eroi convenzionali e perciò falsi, freddi e vuoti.

Il Metastasio era un arcade che non sentiva il mondo greco e romano, incapace di provare e perciò di rappresentare grandi passioni; egli fu in arte quel che era come uomo, un sentimentale, un'anima elegiaca, una piccola voce canora. Temperamento lirico anziché drammatico, le parti migliori dei suoi melodrammi sono quelle in cui i suoi personaggi esprimono liricamente i loro sentimenti, i sentimenti stessi del poeta, specie quelli amorosi.
Allora il Metastasio si mostra poeta vero ed artista finissimo; ed anche interprete sincero del mondo in cui viveva, dell'ideale poetico dell'età sua. Ciò spiega come le sue ariette mandassero in visibilio gli spettatori specie se cantate da una Bulgarelli o accompagnate dalla musica di un Pergolesi, di un Leo o di un Jommello.
"..Ai nostri giorni - "scrive il Cesareo" - riesce malagevole d'intendere pienamente e di valutare equamente la poesia del Metastasio, la quale non andrebbe letta, ma udita modulare da cantanti fervidi e belli, sulla trama di musiche svelte, delicate e veementi, tra gli splendori di uno scenario sfarzoso. Ciò che avanza pur oggi dei drammi del Metastasio è l'indefinita dolcezza dell'armonia, la liquida voluttà dei gorgheggi sentimentali, l'inesprimibile grazia dell'idillio e dell'elegia, una sorta d'Arcadia più nativa e più afflitta, ancor tutta infusa di musica, come nella celebre arietta di Megacle: "Se cerca, se dice: - L'amico dov'è ? - L'amico infelice, - Rispondi, morì;" - o in quella di Didone "Ah non lasciarmi, no, - Bell'idol mio: - Di chi mi fiderò, - Se tu m' inganni?", o in altre simili. Si direbbe che in questi passaggi, tutt'altro che rari, pianga l'amarezza segreta di un'età che, avendo troppo goduto si ricordava alla fine di non aver fatto nulla per affrettare i grandi destini che già balenavano prossimi".

Tutt'altro poeta ed artista il siciliano GIOVANNI MELI, nato a Palermo nel 1740 e qui morto nel 1815. Il suo poema giovanile "La fata galante", dove si prende gioco delle favole antiche e dei poeti moderni, non è gran che, ma vi è grazia, sottile ironia ed evidenza di rappresentazione. Il meglio del Meli è nella "Bucolica", nelle odi, nelle canzonette e nelle favole.

Il Meli è un arcade; ma solo perché il mondo degli arcadi fu il suo mondo. Non attinge alla tradizione letteraria, ma alla realtà; la natura è da lui osservata con occhio attento ed amoroso, lo commuove con i suoi spettacoli e gli offre materia inesauribile di canto.
I nomi delle sue creature sono quelli della bucolica letteraria, ma i pastori e le pastorelle, i satiri e le ninfe della sua poesia, pur sotto i vecchi nomi, sono persone vive che la fantasia del poeta muove e l'arte circonda di grazia fresca e giovanile.
Canti il ritorno dei greggi all'ovile o il ritrovamento del capretto smarrito, descriva l'estate o la prima pioggia autunnale, ci presenti le tre fanciulle della "Piscatoria" o le contadine che si recano al fonte, il poeta ci trasporta, nel suo mondo, che sa ritrarre con sobrietà di linee, con vivacità non sgargiante di colori, con naturalezza d'atteggiamenti e riesce a tradurre in realtà artistica il suo sogno di vita tranquilla, onesta e laboriosa, quella che fu l'ideale dell'Arcadia e che forse lui solo seppe realizzare.

Le odi del Meli sono capolavori di finezza, di grazia e di brio. L'argomento è quasi sempre l'amore, che non è tormento, ma affetto tranquillo, che non è passione ma galanteria; sentimento tenue che pervade le strofette agili, graziose, armoniose del poeta e qua si converte in immagine leggiadra, là in omaggio gentile, altrove in sorrisetto malizioso o in lieve e composta espressione di voluttuoso desiderio.
Nelle canzonette il Meli sovente sviluppa motivi di vita popolaresca e riesce a darci una pittura così vivace o una rappresentazione così mossa di stati d'animo o di atteggiamenti esteriori che il componimento lirico spesso acquista tono e vigore drammatico.

Meno magistralmente è trattata la satira, che, data l'indole mite del poeta, riesce fredda, scolorita e monotona, lasciando sciupare quell'interiore dissidio tra l'ideale e la realtà che ad altro poeta di diverso temperamento avrebbe potuto ispirare rime di grande vigoria e bellezza; ma nella favola il Meli, gareggiando con i migliori favolisti greci, latini e italiani, sa adoperare con arte straordinaria tutte le qualità del suo spirito riuscendo arguto, vivace, spontaneo. Del Meli è un poemetto - in dialetto siciliano come la maggior parte della sua produzione poetica- intitolato "Don Chisciotti e Sancia Panza". Qui - "scrive il Cesareo" - il cavalier della Mancia non è più, come nel romanzo del Cervantes, il tardivo campione dell'ideale cavalleresco, ma l'araldo precoce di un nuovo ideale di verità, di giustizia, di rigenerazione sociale. Don Chisciotte è l'aspirazione riformatrice del tempo, il discepolo degli Enciclopedisti francesi, dei filosofi e dei filantropi italiani; Sancio è il popolo rozzo e ignorante, a cui Don Chisciotte vuole insegnare l'arte di menare le mani, e ne busca. In sogno par di vedere all'eroe uno smisurato gigante, che maciulla il buon Sancio con i denti: Don Chisciotte smania, e quando dodici cavalieri gli muovono incontro, lui a loro rivolge una savia allocuzione per insinuare la pace e l'amore fra gli uomini: e i cavalieri spariscono e Don -Chisciotte è coronato racconciatore del mondo. Durante un viaggio in barca egli, che crede d'esser rapito al cospetto di Giove, pensa già alle proposte che gli farà, politiche, amministrative, morali, economiche, per redimer la società, ed è interrotto da uno sgrugnone di Sancio il quale sognava di acciuffarsi con un demonio. Ridotto a zappar la terra da Sancio con argomenti di pace ispirati logicamente al suo pensiero, continua a mulinare progetti di rinnovamento e, affaticandosi a raddrizzare il tronco distorto d'un albero, resta ucciso dallo sforzo.

Se il Meli avesse effettuato in ogni sua parte la mirabile idea, avrebbe lasciato un poema non indegno di stare accanto al capolavoro spagnolo. Ma il Don Chisciotte siciliano si appaga nel fantasticare riforme, non si ingegna a praticarle: le sue avventure sono simili in tutto a quelle del suo progenitore, lotte insensate coi cani, coi maghi, con la balena, coi pastori: la nuova figurazione di Don Chisciotte, la sola che sarebbe riuscita originale e attraente, il Don Chisciotte umanitario e riformatore, è dilavata in sermoni e vaneggiamenti., durante i quali l'eroe rimane inattivo, e il nostro interesse si raffredda subito, perché poesia è soltanto la vita in atto, non già in concetto l'operazione non già la definizione. Ci si sente il guardingo poeta caro a re Ferdinando e ai principi di casa Borbone. Qui pure occorrono chiare e mirabili rappresentazioni della realtà, come la tempesta in principio, la battaglia con i cani, la gara di lotta con lo scudiero, Don Chisciotte nell'eremitaggio, dove ride, croscia ed esulta la parodia della vita cavalleresca; ma tale motivo era ormai trito, e il Cervantes gli aveva già dato un secolo prima così varia ricchezza d'atteggiamenti, di particolari, d'immagini che la ripresa appare proprio di troppo.

" Un più largo consenso d'ammirazione avrebbe circondato di certo la produzione del Meli, come quella del PONTANO e del FOLENGO, se avesse scritto in lingua italiana.
Ma il dialetto non fu un capriccio; la freschezza, la grazia, la perfetta naturalezza, il tocco leggero della malizia sentimentale o burlesca, non trovavano la loro più schietta espressione nella lingua letteraria, sempre un po' compassata e impacciata, ma ne' modi agili e nuovi, nell'improvvisa evidenza, nel sapor brusco e vivo, nella libera creazione del dialetto. Con tutto questo, anzi appunto per questo, Giovanni Meli è il solo grande poeta di quel movimento che si distanziò dall'Arcadia: rappresentò pienamente l'angoscia repressa e il sospirato ideale di una società che, sazia di oppressione e di fasto, era venuta in uggia a se stessa e invocava il giudizio senza osar di affrettarlo".(Cesareo)

LA COMMEDIA - CARLO GOLDONI:
VITA ED OPERE

Mentre i melodrammi del Metastasio suscitavano entusiasmo in tutti i teatri d'Europa, il decadimento della commedia improvvisa faceva sentire in Italia il bisogno di commedie scritte che rialzassero le sorti del teatro comico. Non pochi furono quelli che nel Settecento scrissero commedie, ma scarso fu il numero di coloro che si innalzarono sugli altri: i senesi JACOPO NELLI e GIROLAMO GIGLI, autore quest'ultimo del "Don Pilone" (cui "La sorellina di Don Pilone") in cui è reso in italiano il tipo molieresco del "Tartufe", del satirico "Gazzettino" e del "Vocabolario Cateriniano"; il FIORENTINO G. B. FAGIUOLI, poeta faceto e commediografo fecondo; l'abate abruzzese FERDINANDO GALIANI, noto per il suo spirito, per i suoi studi di economia e di politica e per il "Socrate immaginario", e infine il veneziano BENEDETTO MARCELLO che ci lasciò il "Toscanesimo e la Crusca", tragicommedia giocosa, oltre al "Teatro di Musica alla Moda", critica molto vivace del teatro contemporaneo.

Ma chi veramente rialzò le sorti del teatro comico italiano fu CARLO GOLDONI. Nacque a Venezia, da famiglia di origine modenese, il 25 febbraio del 1707. Prima studiò grammatica e retorica a Perugia, dove il padre esercitava la professione di medico, poi filosofia a Rimini presso quelle scuole domenicane da dove fuggì con una compagnia di comici per raggiungere la madre a Chioggia; quindi studiò giurisprudenza nel collegio Ghislieri di Pavia, da dove però fu cacciato per aver scritto una satira contro le donne di quella città.
Continuò privatamente gli studi a Udine e, perduto il padre nel 1731, spinto dalle preghiere materne, andò a laurearsi in legge a Padova. Esercitò l'avvocatura con scarso successo e con poco lucro nella sua città natia e nel 1733 accettò un ufficio presso il residente veneto a Milano. L'anno dopo però lasciò l'impiego per quello di poeta della compagnia comica Imer prima e di direttore dei teatri veneziani di "S. Samuele" e di "S.Giovanni Grisostomo" poi.

Recatosi a Genova, vi conobbe e, nel 1736, vi sposò Nicoletta Connio, che fu sempre la sua compagna fedele. Dal 1741 al 1743 fu console della repubblica genovese a Venezia e dal 1744 al 1748 esercitò con buon successo l'avvocatura a Pisa.
Ma la sua vocazione era per il teatro. A quattro anni si era baloccato con un teatrino di marionette; ad otto aveva abbozzato una commediola che aveva suscitato l'ammirazione della madre e della governante; a Rimini aveva recitato nella "Sorellina di Don Pilone" del Gigli rappresentata dagli studenti; a Feltre aveva sostenuto una parte nella "Didone abbandonata" del Metastasio e composto due intermezzi per dilettanti; a Milano aveva scritto e invano tentato di mettere sulla scena una "Amalasunta", melodramma tragico, ma gli era riuscito a fare rappresentare un intermezzo, il "Gondoliere", e poi una tragicommedia, il "Belisario" a Venezia il 24 gennaio del 1734.

Era stato questo il suo primo successo. Aveva poi dato l'intermezzo "La Birba", la tragedia in versi "Rosmonda, La gara fra la commedia e la musica, La fondazione di Venezia, Don Giovanni Tenorio ossia il dissoluto, Rinaldo da Montalbano, Enrico re di Sicilia, Pisistrato, Lucrezia Romana in Costantinopoli", nel 1738 il "Mómolo cortesan", commedia di carattere, con la quale aveva cominciato ad opporsi ai gusti del pubblico, abituato ai lazzi delle maschere e alle volgarità del teatro improvviso e, nel 1743, dopo alcuni scenari e due melodrammi, "La donna di garbo".

Si trovava a Pisa quando, dopo un' interruzione di parecchi anni dell'attività comica, fu ripreso dal teatro. Lasciata l'avvocatura, seguì a Venezia il famoso capocomico GIROLAMO MEDEBAC e lavorò infaticabilmente quattordici anni prima per lui, poi per un'altra compagnia. Fu questo il fortunato periodo in cui il teatro di S. Angelo e quello di S. Andrea videro rappresentare i capolavori del Goldoni: "La bottega del caffè, Il bugiardo, La serva padrona, La locandiera, Le donne curiose, Un curioso accidente, I rusteghi, Gli innamorati, Le baruffe chiozzotte, Siòr Tòdaro brontolon, La casa nova", e, fra belle, mediocri e cattive, molte altre quali "La finta malata, la Serva amorosa, l'Uomo prudente, I due gemelli veneziani, La vedova scaltra, La putta onorata, La buona moglie, Il cavaliere e la dama, il Padre di famiglia, L'erede fortunato, Il teatro comico, la Pamela, Le donne puntigliose, L'adulatore, La suocera e la nuora, I pettegolezzi delle donne, La figlia ubbidiente, Il Molière, Le donne gelose, Le massere, Le donne di casa sua, I morbinosi, La castalda, Il contrattempo, La donna vendicativa, La sposa persiana, L'Ireana in Yulfa, L'Ireana in Ispahan, La peruviana, La bella selvaggia, Le smanie per la villeggiatura.

Stanco della lotta che gli avevano fatto PIETRO CHIARI e CARLO GOZZI e bramoso di nuova fortuna, nel 1762 accettò l'invito di dirigere a Parigi il Teatro Italiano. All'inizio non ebbe fortuna: ai Francesi piacevano le buffonate del teatro improvviso e il Goldoni dovette tornare a far "scenari" e insegnare la lingua italiana alle principesse reali, sorelle di Luigi XVI. Il successo tornò a sorridergli con il "Bourreau bienfaisant" (Il burqero benefico), rappresentato nel 1771, sette anni dopo che aveva lasciata la direzione del Teatro Italiano.
Fu l'ultimo suo grande successo; nel 1776 mise sulle scene l' "Avare fasteux", ma la commedia non ebbe fortuna. Nel 1787 pubblicò in francese le sue "Memorie" e, cinque anni dopo, la rivoluzione gli toglieva la pensione che la monarchia gli aveva assegnata.
Dopo tante vicende, nell'estrema vecchiaia, il grande commediografo piombava nella miseria. Visse in condizioni economiche squallidissime ancora un anno e quando il deputato GIUSEPPE CHÉNIER (fratello del poeta Andrea) propose alla Convenzione Nazionale ed ottenne che al glorioso vecchio fosse restituita la pensione, era ormai tardi il giorno prima, 6 febbraio del 1793 Carlo Goldoni era morto, assistito da un nipote e dalla fedele consorte.
Quando il Goldoni si affacciò alla vita dell'arte il teatro comico italiano era in grande decadenza: la commedia letteraria procedeva sempre lungo la via tradizionale che aveva come punto di partenza Plauto e Terenzio; quella improvvisa, scomparsi i grandi attori, declinava rapidamente rendendosi fastidiosa con i suoi vecchi tipi, triviale con le sue oscenità, buffonesca con i suoi logori lazzi, stucchevole con i suoi soliti scenari.

Pensiero costante del Goldoni fu di riformare il teatro comico, togliendolo dalle rotaie della tradizione e dalle viete norme aristoteliche, sottraendolo agli arbitrî, alla faciloneria, alle improvvisazioni degli attori, liberandolo dagli schemi e dalle maschere, purgandolo delle scurrilità, sfrondandolo degli artifizi, degli espedienti, della farragine complicata e inverosimile degli intrecci e innalzandolo a dignità artistica.
Per attuare la sua riforma egli dovette procedere per gradi, dovendo lottare con i gusti del pubblico, con l'ostilità dei comici, con le esigenze della moda, che spesso lo costrinsero a seguir le forme che voleva combattere, a fare scenari o a trattar vecchi soggetti o argomenti spettacolari ed esotici.
La riforma fu da lui iniziata nel 1738 con il "Momolo Cortesan" scrivendo la parte del protagonista; un altro e più importante passo fece nel 1748 scrivendo per intero "La donna di garbo"; poi cominciò ad abolire le maschere e le eliminò tutte, salvo quattro Pantalone, il Dottore, Arlecchino e Brighella.
Per le sue commedie il Goldoni non disdegnò di attingere alla commedia improvvisa, prodotto genuino e spontaneo del popolo italico; ma sua principale cura fu di osservare la vita e di ritrarla. "..Tutta l'applicazione - egli scrisse - che ho messo nella costruzione delle mie commedie, è stata quella di non guastar la natura..". "…La società del suo tempo gli offriva ampia materia; egli non aveva bisogno di ricorrere a mode e a vicende di paesi lontani, di creare intrecci complicati, di portar sulla scena tipi strani e caratteri di eccezione; la vita ordinaria di Venezia e del Veneto, della Lombardia, delle Romagne, dell'Umbria, della Liguria, della Toscana, di tutti i paesi per dove era passato e in cui era vissuto, gli porgevano tante figure e tanti casi che non gli rimaneva che scegliere, riprodurre, fare rivivere per dilettare il pubblico".
"…La società del suo tempo gli fu ispiratrice; quella società leggiera, pettegola, vana, boriosa, infingarda, senza ideali, diede a lui tutte quelle figure che aveva dato e continuava a dare al teatro improvviso: cicisbei, nobili superbi, nobili decaduti e squattrinati, eruditi pedanti e maniaci, cavalieri d'industria, donne oneste o leggere, vanitose o modeste, astute, pettegole, cortigiane, ballerine, maritate, zitelle, serve furbe e intriganti, locandiere, innamorati, bugiardi, ingenui, avari, bigotti. Egli ne popolò il suo mondo; si familiarizzò con tutte queste figure, le curò, le carezzò, ne scrutò l'animo e il carattere, ne studiò le abitudini, le fece vivere a lungo nel suo spirito, a contatto della sua mente e del suo cuore, lasciò loro un po' del suo "io" e poi le mandò a gruppi a popolare un altro mondo, quello dell'arte, quasi volesse mostrare agli altri in ogni commedia un pezzo di quella società che gli aveva colpito l'occhio e gli aveva acceso la fantasia".
"…In ogni sua commedia difatti c è un cantuccio di mondo: una piazzetta con due o tre botteghe diverse, centro della vita di tutti i giorni; l'interno di una casa, dove una famiglia mostra le sue abitudini, i suoi membri, i suoi affetti, i suoi crucci, i suoi contrasti; una locanda con i suoi servi fedeli o ciarlieri, i suoi avventori, la padrona bella e avveduta; la sala di un teatro con i suoi comici, le "prove" e un autorello della vecchia scuola; un retrobottega, una cucina, un caffè, una taverna, un campiello, una strada, una marina.
Qui amano, invidiano, intrigano, ciarlano, scherzano, ridono, giocano, mangiano, mostrano i loro difetti e i loro pregi, i loro vizi e le loro virtù, i loro costumi e i loro sentimenti, il loro volto e la loro anima le creature del Goldoni, che di preferenza appartengono alla borghesia e alla plebe. Non mancano i nobili, ma sono in minor numero e non sempre vi fanno buona figura, come quella classe oziosa, vana e corrotta che nessun peso ha più nella società ed è destinata ad esser travolta dalla corrente sana e operosa dei borghesi e dei popolani".

"…Facendo agire i suoi personaggi, il Goldoni non si preoccupa di svolgere una tesi morale o sociale; ma bada soltanto a riprodurre il suo mondo e lo fa con allegra indulgenza, smorzando le tinte troppo accese, schivando le troppo crude infrazioni della legge morale, attribuendo sempre alla fragilità dell'istinto pur quello che poteva parer frutto di calcolata malizia, avendo l'occhio alla buccia soltanto senza ficcarlo nel midollo del vizio, come Niccolò Machiavelli.
Difetta al Goldoni la corrosiva ironia del Molière e del Beaumarchais: egli è un osservatore attento, ma non acuto, onesto, ma non severo, fedele, ma non accurato. La sua impressione è chiara, immediata, totale, ma troppo spesso rimane grezza: il sentimento non la matura, la fantasia non la dirozza ed affina. La produzione di Carlo Goldoni è vera fino alla volgarità, spontanea fino all'improvvisazione, naturale fino alla sciatteria; sente ancor troppo della sua origine, la commedia dell'arte; è un realismo a cui fa spesso difetto l'elaborazione compiuta. Il Goldoni non fu grande poeta, ma fu poeta unico. Nell'opera sua nulla è conscio o premeditato; egli sdegna di fare della letteratura; l'attrattiva consiste nella varia, fresca, disadorna, veloce evidenza della riproduzione immediata; ciascuna commedia ci dà l'illusione di un proseguimento di vita sul palcoscenico. Per tal modo, se le figure del nostro Goldoni non hanno mai la risentita energia di Tartufo, d'Oronte, d'Arpagone o di Vadio, personaggi del Molière, né la beffa mordente di Figaro, il malizioso barbiere del Beaumarchais, sono in compenso più agili, più disinvolte, più liete: nel Goldoni la grazia comica prevale alla satira, la bonomia allo spirito e il ritratto alla caricatura… " ("Cesareo").

L'importanza della riforma goldiana sta in questo: che base della commedia, prima di lui, c'erano l'intreccio, la molteplicità e la stranezza dei casi, la superficie della vita, e mezzo d'arte il meraviglioso, la bizzarria, l'artifizio, e che il Goldoni mise come fondamento della commedia il carattere e dalla superficie penetrò nell'intimo della vita.

"…Il centro del suo mondo comico - "scrive il De Sanctis" - è il carattere. E questo non è concepito da lui come un aggregato di qualità astratte, ma è colto nella pienezza della vita reale, con tutti gli accessori. Base è la società veneziana nella sua mezzanità, più vicina al popolo che alle classi elevate: ciò che dà più presa al comico per quei moti improvvisi, ineducati, indisciplinati, che sono propri alla classe popolana, alla quale si accostava molto la borghesia veneta, non giunta ancora a quel raffinamento e delicatezza di forme, che sono come l'aria della civiltà. I caratteri, come il maldicente, il bugiardo, l'avaro, l'adulatore, il cavaliere servente, inviluppati in quest'atmosfera, escono fuori vivi, coloriti, originali, nuovi: vi contraggono la forma della loro esistenza. C'è nel loro impasto del grossolano e dell'improvviso; anzi qui è la fonte del comico. Cadendo in nature di uomini non disciplinate dall'educazione, paiono fuori in modo subitaneo e senza freno o ritegno o riguardo, in tutta la loro forza primigenia, e producono con quella loro improvvisa grossolanità la più schietta allegria, tipo il "Burbero benefico". Non essendo concezioni soggettive o astratte, ma studiate dal vero e colte nel movimento della vita, il comico non si sviluppa per via di motti, riflessioni e descrizioni (ciò che dicesi propriamente spirito e appartiene a una società più colta e raffinata), ma erompe nella brusca vivacità delle situazioni e dei contrasti. Il Goldoni è felicissimo a trovare situazioni tali che il carattere possa sviluppare tutte le sue forze. La situazione è per lo più unica, semplice, naturalissima, sobriamente variata, messa in rilievo da qualche contrasto, di rado complicata o inviluppata, graduata con un crescendo di movimenti drammatici, e ti porta rapidamente alla fine tra la più viva allegria. Indi viene la superiorità del suo dialogo, che è azione parlata, di rado interrotta o raffreddata, per soverchio uso di riflessioni e di sentenze. La situazione non è mai perduta di vista: non digressioni, non deviazioni, rari intermezzi o episodi, nessuna parte troppo accarezzata o rilevata; onde è che l'interesse è nell'insieme, e di rado se ne stacca un personaggio, una scena, un motto. Tutto è collegato saldamente con il tutto: la situazione è il carattere stesso in posizione, nelle sue determinazioni: l'azione è la stessa situazione nel suo sviluppo; il dialogo è la stessa azione nei suoi movimenti. Questo mondo poetico ha il difetto delle sue qualità; nella grossolanità è superficiale, e nella sua naturalezza è volgare. In quel suo correre diritto e rapido, il poeta non medita, non si raccoglie, non approfondisce: sta tutto al di fuori, gioioso e spensierato, indifferente al suo contenuto, e intento a caricarlo quasi per suo passatempo e con l'aria più ingenua, senza ombra di malizia e di mordacità: onde la forma del suo comico è caricatura allegra e smaliziata, che di rado giunge all'ironia. Nel suo studio del naturale e del vero, trascura troppo il rilievo, e, se ha il brio del linguaggio parlato, ne ha pure la negligenza: per fuggire la retorica casca nel volgare. Gli manca quella divina malinconia,, che è l'idealità del poeta comico e lo tiene al di sopra del suo mondo, come fosse la sua creatura, che accarezza con lo sguardo e non la lascia che non le abbia dato l'ultima finitezza. Attribuiscono il difetto alla sua ignoranza della lingua ed alla soverchia fretta: il che, se vale a scusare le sue scorrettezze, non è bastante a spiegare il crudo e lo sciacquo del suo colorito…" ("De Sanctis")

GLI OPPOSITORI DEL GOLDONI:
PIETRO CHIARI E CARLO GOZZI

Per attuare la sua riforma dovette lottare non poco; prima con gli stessi attori che non volevano imparare le parti e abbandonare il vecchio repertorio e le maschere, poi con gl'impresari colpiti nella borsa, con molti nobili che consideravano rivoluzionaria la pittura della società e con lo stesso pubblico attaccato alla tradizione, infine - e più aspramente - con i critici, con i letterati e con gli autori rivali.

Fra questi ultimi il più petulante e il più accanito, se non più il più pericoloso, fu il CHIARI, bresciano, tronfio e bislacco autore di dialoghi, di poemi, di romanzi d'avventure e di commedie. Giudicandolo come commediografo, di lui, più tardi, doveva scrivere un altro avversario del Goldoni, CARLO GOZZI: " Una oscurità di intreccio da astrologo; dei salti da stivali da sette leghe, delle scene isolate e disgiunte dall'azione, suddite della loquacità e ancelle della predica filosofica e sentenziosa; qualche buona sorpresa teatrale, qualche descrizione bestialmente felice; uno scrittore più gonfio e ampolloso che adornasse questo secolo.
PIETRO CHIARI cominciò a osteggiare il Goldoni nel 1749 con una commedia, "La scuola delle vedove", che era una parodia della goldoniana "Vedova scaltra"; e la lotta continuò accanita per dieci anni; il pubblico veneziano si divise in due schiere; a non poche commedie del Goldoni seguirono parodie scritte dal Chiari; ci fu un tempo in cui quest'ultimo parve trionfare sull'avversario, poi la gara diminuì di intensità ed astio e il bresciano finì con l ritirarsi dal campo e con il riconoscere i meriti del suo rivale.

Più forti furono gli assalti del GOZZI e molto più temibili perché fatti da uno scrittore di grande ingegno.
"… Stranissimo tipo d'uomo o era il Gozzi. - come scrive il Caprin- Male può esser compreso da chi si immagina un settecento tutto incipriato e madrigalesco; animo un po' da Don Chisciotte e un po' da brigante di strada, ingegno fantastico e volgare, coraggioso e pur bugiardo; uccello da preda per certe altezze e forze di volo, ma piuttosto avvoltoio che aquila. Nobile - ma non patrizio veneziano - di poche fortune, figlio di una famiglia devastata dalla poesia e dalle inimicizie fraterne, era venuto su torbido e pronto agli scherni. Tornato a Venezia dalla Dalmazia, dove aveva militato, nella prima gioventù si era gingillato come tanti altri a fare versi per nuove spose e monachelle; poi era entrato a far parte dell'Accademia Granellesca, sfogando nelle burle la sua febbre di malcontento ".

Spalleggiando prima gli accademici Granelleschi, che accusavano il Goldoni di scriver male in Italiano e che da lui erano stati messi in burla nel Torquato Tasso, e poi assumendo tutto per sé il compito di demolire il commediografo, nel 1757 Carlo Gozzi pubblicò "La tartana degli influssi, lunario per l'anno bisestile 1757", in cui si scagliava contro il Chiari e il Goldoni, li presentava come due ciarlatani intenti a far quattrini e lamentava la decadenza della lingua.
Alle timide risposte del commediografo, il Gozzi ritornò alla carica con veemenza, con rime ingiuriose e con una satira atroce, quindi, poiché il Goldoni diceva che il miglior giudizio sull'opera sua lo aveva dato il pubblico affollando il teatro, per provargli che anche buffonate senza senso potevano essere applaudite, fece rappresentare, nel gennaio del 1761, una fiaba, "L'amore delle tre melarance", tratta dalle novelle popolari e sceneggiata secondo le norme della commedia improvvisa, con le maschere e con soggetto appena abbozzato.

La fiaba piacque e fu molto applaudita e poi dopo questa tennero dietro altre fiabe del Gozzi medesimo, Il "Corvo", il "Re Cervo", "Turandot", i "Pitocchi fortunati", l'"Augellin Belverde", la "Donna serpente", il "Nostro turchino". Senza volerlo e così per gioco, Carlo Gozzi tentava un'altra riforma. Convinto che il teatro improvviso era una gloria nazionale, si mise a svecchiarlo e, servendosi del meraviglioso, del romanzesco e del fantastico, volle creare la commedia popolana in opposizione a quella borghese.

"…Ma il Gozzi - scrive il De Sanctis- non aveva fede nell'opera sua e la sua splendida intuizione non trovò la sua forma d'arte. Voleva "rifare un mondo dell'immaginazione quando egli medesimo segnava la dissoluzione di quel mondo nella "Marfisa", quando la parte colta e intelligente della nazione era mossa da impulsi per nulla contrari, e quando il popolo, ebete nella sua miseria, stava come una massa inerte e non dava segno di vita letteraria. Se Gozzi fosse sceso in mezzo al popolo e vi avesse attinte le sue ispirazioni, riusciva forse a fare opera viva. Ma Gozzi era aristocratico, odiava tutte quelle novità che odoravano troppo di democrazia e viveva con i suoi Granelleschi in un ambiente puramente letterario. Rimase perciò un letterato: non divenne un poeta. Oltre a ciò, un fatto letterario in quel tempo non poteva sorgere di mezzo al popolo, divenuto acqua stagnante: un movimento c'era, e veniva dalla borghesia, e con quelle tendenze si sviluppava la vita nazionale in tutti i suoi indirizzi. Creare un mondo d' immaginazione quando la guerra era appunto contro l'immaginazione in nome della scienza e della filosofia, era un andare a ritroso.." ("De Sanctis")

Carlo Gozzi, che scrisse anche un'autobiografia intitolata "Memorie inettili", vinse la battaglia, ma l'opera sua drammatica, che pur tanti successi ottenne in quel tempo, fu presto dimenticata, mentre rimase quella del Goldoni che deve essere considerato l'iniziatore della commedia moderna.

Fine della prima parte

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Fonti, citazioni, e testi
Prof. PAOLO GIUDICI - Storia d'Italia -(5 vol. Nerbini)
CECCO-SAPEGNO - Storia letteratura Italiana (i 10 vol. Garzanti)
STORIA MONDIALE CAMBRIDGE - (i 33 vol.) Garzanti
VISCADI - Storia Letteratura (i 50 vol.) Nuova Accademia
DE SANCTIS - Storia della Letteratura Italiana, Einaudi
Dizionario Letteratura Italiana, (3 vol) - Einaudi 
CRONOLOGIA UNIVERSALE - Utet 
STORIA UNIVERSALE (i 20 vol.) Vallardi
STORIA D'ITALIA, (i 14 vol.) Einaudi
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