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CRONOLOGIA

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( QUI TUTTI I RIASSUNTI ) RIASSUNTO ANNI 1700-1800 

 LETTERATURA  
del SECOLO XVIII    ( il Settecento ) - - - (2a parte)
(Alfieri, Vico, Parini, gli Storici, il Verri )

GLI ARGOMENTI

< QUI LA PRIMA PARTE
L'ARCADIA - PIETRO METASTASIO E GIOVANNI MELI - LA COMMEDIA E CARLO GOLDONI
GLI OPPOSITORI DEL GOLDONI: PIETRO CHIARI E CARLO GOZZI -

SECONDA PARTE
LA TRAGEDIA - VITTORIO ALFIERI LA VITA E LE OPERE - GIUSEPPE PARINI: LA VITA E LE OPERE - GLI ERUDITI - STORIOGRAFI E STORICI: L. A. MURATORI; PIETRO GIANNONE - G. B. VICO - ENCICLOPEDISTI LOMBARDI E MERIDIONALI - LA CRITICA E I CRITICI - IL GIORNALISMO: IL LAMI E LE "NOVELLE LETTERARIE"; IL BARETTI E LA "FRUSTA" LETTERARIA; I VERRI E IL "CAFFÈ", IL GOZZI E "L'OSSERVATORE" - LE ARTI
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LA TRAGEDIA - VITTORIO ALFIERI: LA VITA E LE OPERE


Ben misera cosa è la tragedia italiana del Settecento prima che si manifesti l'ALFIERI. Molti sono gli autori, ma pochi quelli degni di menzione; tra questi il MARTELLI, il CONTI, il MAFFEI.
Il bolognese PIER JACOPO MARTELLI, autore di poemi burleschi, di un poema sacro su gli occhi di Gesù e di circa venticinque drammi, è noto specialmente per avere introdotto nella tragedia, ad imitazione dei francesi, il "doppio settenario" che da lui prese il nome di "verso martelliano"; il padovano ANTONIO CONTI che scrisse parecchie tragedie di argomento romano attenendosi alle regole tradizionali; o il veronese SCIPIONE MAFFEI, arcade ed erudito, che divenne famoso con la "Merope", trama sciolta, nobile nell'andatura, ma scarsa di movimento drammatico. Con l'Alfieri invece l'Italia ha finalmente quello che le mancava: il teatro tragico.

VITTORIO ALFIERI nacque da nobile famiglia ad Asti il 16 gennaio del 1749. Il padre gli morì quando era ancora fanciullo e, passata la madre ad altre nozze, Vittorio fu messo all'Accademia di Torino; ci restò otto anni studiando poco e imparando meno, e vi uscì nel 1766 con il grado di porta-insegna nel reggimento da Asti.

Insofferente della disciplina militare e desideroso di veder cose nuove, si diede ai viaggi. Prima visitò l'Italia (1766) spingendosi fino a Napoli e a Venezia; poi volle vedere paesi stranieri e dal 1767 al 1768 girovagò per la Francia, l'Inghilterra e la Svizzera, osservando poco ed annoiandosi molto; e dal 1769 al 1772 girovagò per la Germania, la Danimarca, la Svezia, la Russia, l'Inghilterra, l'Olanda, la Spagna e il Portogallo.
Ritornato a Torino, diede inizio ad una vita elegante e futile e fu travolto da una biasimevole passione (due altre volte si era innamorato, prima di una olandese, poi di una inglese) per la marchesa Gabriella Turinetti.

Durante questa relazione amorosa nacque nell'Alfieri la vocazione per il teatro; si era fino allora dedicato agli svaghi, agli amori e a poche e disordinate letture (Ariosto, Goldoni, Metastasio, Plutarco, Helvetius, Rousseau, Montesquieu), per ammazzare il tempo, quasi con noncuranza, scrisse una tragedia, "Cleopatra", che fu rappresentata con successo al teatro Carignano il 16 giugno del 1775.
Fu per lui una rivelazione. Sentì che possedeva la forza di fare di più e di meglio; ma gli mancava una coltura e si accinse con grande entusiasmo e una ferrea volontà a formarsela. Sapeva discretamente il francese e conosceva male l'italiano; volle spiemontizzarsi e si dedicò tutto allo studio del latino e della lingua della sua patria.
Nel 1776 si recò in Toscana per imparare a "parlare, udire, pensare, sognare" nel nostro idioma e intanto scriveva tragedie e faceva tesoro dei consigli dei professori pisani, e specialmente di quelli che gli dava l'amico senese GORI-GANDELLINI. Continuò ad imporsi una durissima fatica, anche quando soggiornò in altre regioni d'Italia e nella quale lo confortò il potente amore per Luisa Stolberg, contessa d'Albany, moglie di Carlo Eduardo Stuart pretendente al trono inglese, la quale, mortogli il marito, si unì al poeta e convisse con lui finché la morte non gli chiuse gli occhi.
Già fin dal 1778 si era liberato dalla sudditanza del re di Sardegna, cedendo tutti i suoi beni alla sorella Giulia in cambio di una rendita annua di quattordicimila lire. Sette anni circa dopo, nel 1785, lasciò l'Italia per seguire la contessa che si era trasferita nella villa alsaziana di Martinsburg; poi andò a Siena e a Pisa e quindi nuovamente in Alsazia, donde nel 1787 si recò a Parigi e qui iniziò la stampa delle sue tragedie presso il Didot.
Soggiornò a Parigi sei mesi, ma vi tornò alla fine dello stesso anno con la d'Albany e vi rimase alcuni anni, assistendo alla rivoluzione che gli ispirò l'ode famosa "Parigi sbastigliata". Però nel 1792 correndo il rischio, perché nobile, di lasciarci la vita e di perdere averi, carte e libri, dovette darsi alla fuga.

Ritornato in Italia, si stabilì con la sua donna a Firenze e di qui, tra lo studio del greco cui si era dedicato e la composizione di altre opere, assistette sdegnosamente all'invasione francese e ai rivolgimenti politici della penisola. Fu questo il tempo meno bello della sua vita. Dispregiatore dei Francesi, contro i quali aveva scritto il "Misogallo", non si ribellò ai dominatori, ma neppure cercò di vezzeggiarli o si mostrò verso di loro ossequioso; e al generale Miollis, comandante delle forze francesi a Firenze che insisteva per vedere il poeta, questi ebbe il coraggio di scrivere (1800): "..Se il signor Generale Miollis comandante a Firenze ordina a Vittorio Alfieri di farsi vedere da lui, purché il suddetto ne sappia il giorno e l'ora, egli si renderà immediatamente all'intimazione. Se poi è un semplice privato desiderio del Generale Miollis di vedere il sunnominato individuo, Vittorio Alfieri lo prega istantemente di volerlo dispensare, perché, stante la di lui indole solitaria e selvatica, egli non riceve mai né tratta con chi che sia..".

Di lui il FOSCOLO scrisse che "errava solitario lungo le rive dell'Arno e soleva andare in Santa Croce ad ispirarsi davanti le tombe dei grandi".
L'8 ottobre del 1803, all'età di cinquantaquattro anni, Vittorio Alfieri morì. La contessa d'Albany lo fece seppellire in Santa Croce e gli fece innalzare da ANTONIO CANOVA uno stupendo monumento, che raffigura l'Italia piangente sulla tomba del suo Poeta.

Tutta l'opera dell'Alfieri ha una meravigliosa unità e tutta ci rivela l'uomo con la sua coscienza e il suo ideale. Nessuno dei suoi scritti ci mostra il letterato ozioso; ciascuno fu vergato per esternare un sentimento dell'anima, per rivelare un'aspirazione, per fissare un punto del concetto che egli ha della società, della politica, della storia, per dare sfogo alle sue passioni.
Tre furono le passioni che agitarono il cuore di Vittorio Alfieri: quella della sua donna, quella della libertà, e quella della Patria. Uomo tutto d'un pezzo, rude e schietto, queste sue passioni egli non poteva esprimere che con quella rudezza e schiettezza con la quale dettò la sua Vita, in cui con vivezza spesso drammatica di rappresentazione, con calore e sincerità straordinari, con analisi minuziosa e implacabile, egli narrò le vicende sue e della sua arte.
Il suo amore per Luisa Stolberg lo cantò nelle "Rime", che, pur risentendo l'eco della poesia petrarchesca, sono liriche originalissime; il poeta vi esprime con commozione le sue gioie e le sue angosce, rievoca le dolcezze procurategli dall'amore, rivivi gli istanti tormentosi dei distacchi, i tristi periodi della lontananza, ritrae con efficacia i luoghi che colpirono il suo sguardo e rimasero impressi nella sua memoria; in loro il poeta trepida, si lamenta, tripudia, scruta, nella sua anima, e a volte il suo canto è l'espressione potente della sua commozione come quando si addolora per il suo fido cavallo morto o, guardandolo, pensa che è stato accarezzato e cavalcato dalla bellissima assente.

L'amore per la Libertà, che va strettamente congiunto a quello per la Patria, è intessuta quasi tutta la produzione letteraria dell'Alfieri. La libertà è il suo nume. Uomo, egli ama la vita libera, detesta la disciplina militare e perfino i sacri legami del matrimonio, si sottrae alla sudditanza del suo re, aderisce con entusiasmo alla Rivoluzione francese, ma la condanna quando vede nella plebe un nuovo tiranno, si chiude in una sdegnosa solitudine quando vede l'Italia oppressa da quelli che si dicono suoi liberatori.
Scrittore, manifesta costantemente il suo irriducibile odio contro la tirannide e la sua ammirazione per coloro che in ogni tempo e in ogni luogo tentarono di abbatterla.
Nel trattato giovanile "Della Tirannide" mostra quali siano i moventi, gli interessi e i sostegni del governo assoluto, rappresenta le misere condizioni di chi vive in regime di oppressione e giunge a consigliare il celibato per evitare che nascono figli destinati a vivere una infelice schiavitù. Nell'altro trattato "Del principe e delle lettere" esamina i rapporti tra la monarchia e le lettere e vuol dimostrare che non è vero che a queste giovi la protezione dei principi. Le lettere hanno per fine di rappresentare il vero, i principi hanno interesse di nasconderlo. Il letterato che si farà proteggere riuscirà mediocre ed anche quelli che ci lasciarono opere d'arte magnifiche sarebbero stati più grandi se non fossero vissuti adulando e corteggiando i loro protettori.

Dall'amore per la libertà traggono argomento moltissime opere alfieriane: l'ode, ricordata più su, che ha per titolo "Parigi sbastigliata"; il "Panegirico di Plinio a Trajano" in cui finge che lo scrittore latino consigli all'imperatore di rinunciare al trono e di restituire a Roma le libere istituzioni repubblicane; le cinque odi per l'"America liberata" in cui inneggia all'indipendenza degli Stati Uniti; il poemetto in ottava rima L'"Etruria vendicata", in cui esalta l'uccisione del duca Alessandro e immagina che Lorenzino de' Medici dopo una lotta corpo a corpo, non uccidendolo a tradimento, abbia liberata Firenze dal tiranno. Anche il "Misogallo", misto di prosa e di verso, scritto tra il 1790 e il 1795 e pubblicato postumo sotto la data del 1799, deriva dal suo amore per la libertà assoluta e dall'indignazione provocata in lui dagli eccessi della Rivoluzione, dalla nuova tirannide democratica e dalla riprovevole boria della Francia.

In quest'ultima opera c'è l'affermazione del sentimento di nazionalità e bolle il patriottismo dell'Alfieri. Egli non concepisce la libertà come idea astratta, ma pensa alla libertà della patria. L'indipendenza d'Italia è nel suo pensiero quando rievoca nelle "Rime" i quattro grandi poeti italiani di cui ha visitato le tombe, quando nelle tragedie impreca contro i tiranni, quando si affatica per dare dignitosa veste italiana alla sua lingua, quando, infine, fa la satira della società contemporanea.
Questa società è flagellata in sedici satire e in sei commedie. Con le prime il poeta colpisce i re, i grandi, la plebe, la borghesia ricca ("sesquiplebe"), le cattive leggi, la falsa educazione, l'antireligiosità, i pedanti, la viltà plebea che combatte il duello, la "filantropineria", la vita militare, la smania del commercio, i debiti, le imposture, le donne, i viaggi; con le altre satireggia le falsità esteriori e la scarsa morale familiare ("Il divorzio, La Finestrina") e addita i difetti dell'autocrazia, dell'oligarchia e della demagogia e, come rimedio, un regime misto ("L'uno, I pochi, I troppi, L'antidoto").

Quando si ritraeva sdegnoso dalle miserie della società contemporanea, Vittorio Alfieri si rifugiava nel mondo greco-romano, traducendo da Virgilio, da Terenzio, da Sallustio, da Eschilo, da Sofocle, da Euripide e da Aristofane o facendo muovere sulla scena i personaggi delle sue tragedie che rappresentano il suo ideale di libertà.
Ventuna ne scrisse, oltre l'"Abele", che chiamò "tramelogia", di esse due uscirono postume, le altre furono pubblicate da lui stesso a Parigi presso il Didot. Gli argomenti sono tratti dalla storia medievale e moderna ("Rosmunda, Filippo, Maria Stuarda, La congiura dei Pazzi, Don Marzia") e da quella romana ("Bruto primo, Bruto secondo, Virginia, Sofonisba, Ottavia") o da quella greca ("Polinice, Agamennone, Oreste, Antigone, Timoleone, Merope, Agide, Mirra"). Una sola, il "Saul", è tratta dalla Bibbia.

Il contenuto di queste tragedie è quasi sempre la lotta tra la libertà e la tirannide; tirannide e libertà sono personificate nei protagonisti; nel contrasto tra l'una e l'altra è imperniata tutta l'azione, e la vittoria dell'una o dell'altra determina la catastrofe.
Se all'Alfieri non avesse fatto difetto il senso della realtà, gli eroi delle sue tragedie sarebbero stati creature veramente umane, palpitanti di vita propria; invece non sono colti nella loro verità naturale, nella varietà dei loro sentimenti, nella loro intimità e nella loro attività e riescono quasi personificazioni di concetti. Ma li anima la passione possente dell'autore, il quale se, foggiandoli a sua somiglianza, ha creato tipi anziché caratteri individuali, è riuscito però a dar loro una grandiosità eroica, che li rende degni d'ammirazione e di simpatia.
L'Alfieri segue le regole estetiche fissate dalla tradizione e si accosta al tipo francese perché fedele alle famose unità; ma della tragedia francese disdegna gli ornamenti, le grazie amorose e il patetico. Egli ama la trama semplice, scheletrica, nuda di fronzoli, con pochi personaggi, i soli necessari all'azione drammatica, senza determinazione di luoghi, di tempi e di costumi; con lui la tragedia si riduce e concentra tutta nel cozzo potente fra antagonisti; e tutto concorre a determinare senza indugi l'esplodere delle passioni e lo scioglimento violento della tragica vicenda.

"..L'Alfieri - scrive il De Sanctis - spoglia della vita tutto il mondo circostante perché la concentra tutta nel suo protagonista; il sangue si è ritirato dalle membra, si è raccolto nella testa: è un eccesso di vita cumulato in un punto solo, che trabocca in passioni vivacissime, in violentissime azioni. Egli non guarda che ad uno scopo unico e vi corre rapidissimo e diritto, non vedendo nulla intorno fuori di quello…..Scrisse come viaggiava, correndo in linea retta; stava al principio e l'animo era già alla fine, divorando tutto lo spazio di mezzo. La parola gli sembra non via, ma impedimento alla corsa; e sopprime, scorcia, traspone, abbrevia,... fugge le frasi, le circonlocuzioni, le descrizioni, gli ornamenti, i trilli e le cantilene….e ne nasce una forma nervosa, tesa, spesso convulsa, che risponde al suo modo di concepire e di sentire: perciò non pedantesca anzi viva interessante. sincera e calda espressione dell'anima ..".

Nella "Mirra" l'Alfieri si stacca da quello che è il carattere del suo teatro; qui non c'è più la lotta tra il tiranno e il ribelle per ribadire la schiavitù o conquistare la libertà, ma c'è il dramma potente che si combatte nell'anima di una donna tra l'onestà di lei e un'immonda, incestuosa passione che la divora: l'amore per il proprio padre, che ora la rende dura con la madre, ora la costringe al pianto davanti la nutrice, ora la fa fremere, ora la inchioda in un terribile mutismo e infine la spinge alla confessione e alla morte.

Ma il capolavoro dell'Alfieri è il "Saul". Saul non è il tiranno, come David, suo genero, non è il ribelle; egli è il vecchio re che rimpiange l'antica forza e non vuole rassegnarsi al suo destino, che ammira David, marito alla propria figlia Micol, e nel medesimo tempo è geloso di lui perché protetto da Dio e amato dal popolo. Una grande lotta si svolge nel suo cuore tra l'ammirazione e l'invidia, tra l'amore per la figlia sua e il suo popolo e il rimorso di avere a quella tolto il tenero sposo e a questo il più forte campione. Saul piange la gioventù perduta, si lagna di non esser più in pace con Dio, è orgoglioso, impaziente, intrattabile e lo diventa di più alle perfide insinuazioni del ministro Abner; per poco la calma torna nel suo cuore: subito è scacciata dal dubbio, rinascono i sospetti, scoppia terribile l'ira e vittima di loro cade il sacerdote Achimelech.
Ora all'angoscia frenetica del vecchio re si aggiunge il rimorso. Turbato da sinistre visioni, geme, implora, non per sé ma per i figli, pur di ritrovare la pace concede che David torni e regni; ma è un empio, maledetto da Dio; i suoi figli sono uccisi in battaglia e la pace sospirata non può ritornare nel suo cuore. Vinto dal destino, con negli occhi la visione del glorioso passato che gli fa parer più grande la rovina presente, egli affida ad Abner la tenera Micol e con fermezza regale si dà la morte.

In questa tragedia gli altri personaggi sono piccole figure accessorie appena abbozzate e concorrono a dare rilievo alla figura di Saul. Essa giganteggia fra tutte; vive nitida, sobria, tumultuosa; mostra nuda la sua anima nella tempesta; si accanisce contro al destino e soccombe come un'enorme statua abbattuta dalla folgore.
La fortuna dell'Alfieri fu grande. In un tempo in cui la musa riempiva di svenevolezze i teatri e di smancerie le accademie, fece senso la poesia dell'Astigiano, scarna, quadrata, fremente, che rievocava gli eroi latini e la grandezza di Roma, che parlava di repubblica e di libertà ad un popolo oppresso e desideroso di spezzare i ceppi della schiavitù, a genti che le idee rivoluzionarie di Francia trasformavano e le armi repubblicane davano l'illusione dell'indipendenza, che imprecava contro la tirannide e inneggiava al diritto.
Né la fortuna venne meno quando, cessati i furori repubblicani, la corona ferrea di Monza si posò sul capo di Napoleone: sebbene l'Alfieri fosse stato fieramente avverso ai Francesi, nel 1805, l'"Antigone" suscitava a Milano l'entusiasmo del pubblico ed alla presenza del viceré Eugenio Beauharnais, il busto del poeta fu coronato d'alloro.

Questa fortuna continuò negli anni che seguirono: man mano che si andava affermando il sentimento di nazionalità e iniziava la lotta per l'indipendenza, le tragedie dell'Alfieri divennero popolari, furono strumenti efficaci di propaganda patriottica, accesero l'animo di poeti e di guerrieri, i quali da lui appresero ad odiare lo straniero, dal fiero "Allobrogo", che era stato davvero profeta quando chiudeva coi seguenti versi il Misogallo:

Giorno verrà, tornerà il giorno in cui
redivivi omai gl'Itali, staranno
in campo audaci, e non col ferro altrui
in vil difesa, ma dei Galli a danno.
Al forte fianco sprone ardente dui,
lor virtù prisca, ed i miei carmi, avranno;
onde in sembrar ch'essi già fúr, ch'io fui,
d' irresistibil fiamma avvamperanno
.

"...Alfieri, che nei primi entusiasmi aveva cantata la presa della Bastiglia, vedute le esorbitanze della rivoluzione, sdegnoso e vendicativo sfogava nel "Misogallo", l'acre umore, e contraddetto dagli avvenimenti dal 1797 in poi Alfieri si seppelliva, come Parini, nel mondo antico, e studiando il greco, finiva la vita nel riso sarcastico di commedie triste. Cesarotti, addormentato sugli allori, recitava dalla cattedra lodi ufficiali e scriveva in verso panegirici insipidi. Pietro Verri, salito in ufficio, maturava con poca speranza progetti e riforme. La vecchia generazione se n'andava al suono dei poemi lirici di Vincenzo Monti, che pur avendo scritto (in nome della libertà) la "Brassvilliana", (in nome della libertà) la rinnegò, divenne il cantore di Napoleone (in nome della libertà), e caduto questo, poi pure degli austriaci (in nome della libertà). (Francesco De Sanctis)
(su questo periodo "il napoleonico" vedi il successivo: quello su UGO FOSCOLO)

( per ALFIERI visto da De Sanctis, vedi invece QUI)

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GIUSEPPE PARINI: LA VITA E LE OPERE


Altro grande poeta del secolo XVIII fu GIUSEPPE PARINI.
(vedi QUI una più dettagliata biografia)


Nacque il 23 maggio del 1729 a Bosisio, sul lago di Pusciano, nella Brianza, da un filatore di seta. Una zia, nel 1738, l'avviò in Milano agli studi, presso i Barnabiti, e tre anni dopo, morendo, lasciò al nipote in eredità una piccola rendita annua vincolata all'obbligo di farsi prete.

Nonostante avesse poca vocazione per il sacerdozio, il Parini prese gli ordini sacri (1754). Si era già acquistato un po' di notorietà nella repubblica delle lettere con un volumetto di versi pubblicato due anni prima sotto lo pseudonimo di RIPANO EUPILINO col titolo di "Alcune poesie" e in grazia di queste fu ammesso nella colonia insubre dell'Arcadia (alla cui sede centrale di Roma fu poi iscritto nel 1777 con il nome di DORISBO ELIDONIO) con il nizzardo GIAN CARLO PASSERONI, anche lui prete e poeta, e introdotti nell'Accademia dei Trasformati, di cui era presidente il conte Imbonati e i più notevoli soci il PASSERONI, il BARETTI, il BALESTRIERI, il QUADRIO, il GIULIVI, il FORESI, il d' ADDA, l' IRICO, il FOGLIAZZI e il TANZI.

Maggior notorietà si acquistò qualche tempo dopo per due polemiche che dovette sostenere: una contro il padre BRANDA, l'altra contro il padre BANDIERA. Particolarmente accanita fu la seconda, provocata da un dialogo del Branda contro il dialetto milanese: attorno ai due campioni si formarono due partiti e nel breve giro di un mese furono stampati settantaquattro opuscoli polemici e un numero infinito d'articoli su giornali e fogli volanti, pieni d'ingiurie e di offese; e gli scritti. sarebbero stati di più se l'autorità non avesse imposto il silenzio.
Queste polemiche più che tutte le poesie fatte lo misero in vista a Milano dove estese le sue relazioni che gli giovarono moltissimo nella carriera di precettore. I nobili facevano a gara per averlo, e noi, dal '54 al '64, lo vediamo nelle case dei Borromeo, Serbelloni, Imbonati, d'Adda, da cui il poeta ebbe occasioni di conoscere profondamente i corrotti costumi della nobiltà, che gli dovevano ispirare "Il giorno" e il dialogo "Della nobiltà".

Nel 1762 dovette allontanarsi dalla casa Serbelloni per essere insorto contro la duchessa che aveva ingiustamente schiaffeggiato la figlia di un suo dipendente. Per la perdita del posto il poeta si trovò in grave disagio economico, ma l'anno seguente guadagnò una discreta somma con la pubblicazione del "Mattino", prima parte del suo poema, cui fece seguire nel 1765 "Il mezzogiorno".
Queste due parti della sua grande opera gli procurarono la fama e il favore del conte Carlo Giuseppe di Firmian, ministro di Maria Teresa in Lombardia, che nel '68 gli affidò la direzione della "Gazzetta di Milano" e l'anno dopo una cattedra di Eloquenza nelle Scuole Palatine, trasferite più tardi nel Ginnasio di Brera, di cui divenne poi soprintendente.
Venuti i Francesi, non ebbe a soffrire persecuzioni, essendo da loro considerato in grazia della sua satira contro i nobili un precursore della rivoluzione; anzi nel maggio del 1796 fu nominato membro della Municipalitità. Ma non andò d'accordo coi nuovi dominatori, di cui accettava le idee ma non lo spirito anticristiano che li animava. Una volta, avendo veduto che dalla sala del Consiglio era stato tolto il Crocifisso, esclamò "..Dove non sta il cittadino Cristo non sta il cittadino Parini..". Invitato a gridare: "Viva la Repubblica; morte agli aristocratici", rispose: "Viva la Repubblica, morte a nessuno".

Allontanato dall'ufficio, trascorse povero gli ultimi anni della sua vita, desiderando il ritorno degli Austriaci, che cantò in un sonetto il 15 agosto del 1799, giorno della battaglia di Novi e della sua morte.

Il PARINI, scrittore, non fu molto fecondo. Come prosatore, oltre il dialogo "Della nobiltà" e alcuni "Elogi, Discorsi" e pagine polemiche, ci lasciò un "Discorso sulla poesia" e un trattato "De' principi fondamentali e generali delle belle lettere", cose tutte di modesto valore; come poeta, oltre i versi giovanili di sapore arcadico, dettò capitoli, sermoni, odicine, canzonette, madrigali, e compose per le nozze di un arciduca d'Austria un'azione scenica, "Ascanio in Alba", di imitazione metastasiana; ma la sua fama è affidata tutta alle "Odi" e al "Giorno".
Nelle "Odi" il Parini non è più l'abatino che suona la zampogna d'Arcadia o il frequentatore delle sale aristocratiche che detta rime tenui e frivole per ventole e parafuochi. Qualcosa dell'abate galante è in lui, ed è rimasto; e ne fanno fede le terse, tornite, purissime strofe dedicate a Cecilia Tron ("Il piccolo"), a Paola Castiglioni ("Il dono") e a Maria di Castelbarco ("Il messaggio"), dove però la galanteria la vuole dissimulare un senso ardente o in un sentimento profondo e a volte è pervasa di dolce malinconia; ma, rimosso questo aspetto erotico-galante, egli si presenta a noi tutt'altro uomo e tutt'altro poeta.
È il poeta pieno di alti sensi civili e morali che fa la comparsa nella nostra letteratura, è il poeta nuovo, che insorge contro la società corrotta del suo secolo con l'intento di sollevarla dal fango, è l'uomo nuovo, che non transige con la sua coscienza, che non devia di un passo dalla sua nobile norma di vita, che, in un tempo in cui i rimatori sono cortigiani e istrioni o manipolatori di versi lubrici, osa dichiarare:

Me non nato a percuotere
le dure, illustri porte,
nudo accorrà, ma, libero,
il regno della morte.
No, ricchezze nè onore
con frode o con viltà
il secol mentitore mercar non mi vedrà.

Ovvero osa ammonire

Altri le altere cune
lascia, o garzon, che pregi.
Le superbe fortune del vile anco son fregi.
Chi de la gloria è vago
sol di virtù sia pago.

Nelle sue "Odi" mirabili, in cui la materia nuova seppe costringere nelle forme artistiche tradizionali e al verso della canzonetta seppe togliere la frivola, facile e stucchevole mollezza, il Parini racchiude tutto il suo pensiero morale e civile. Con l'occhio fisso alle vaghe colline del suo natio Eupili, inneggia alla bella, igienica e tranquilla vita campestre ("La vita rustica") e deplora con cruda rappresentazione le miserie e le sporcizie della vita cittadina ("La salubrità dell'aria"); esalta le scoperte della scienza ("L'innesto del vaiuolo") e i meriti di musicisti ("In morte di Antonio Sacchini") e di magistrati ("La magistratura"); scusa il delitto se provocato non da malvagità d'animo ma dalla fame ("Il bisogno"); condanna la barbara usanza dell'evirazione imposta a chi nei teatri doveva cantar da donna ("La musica"); si scaglia contro l'impostura e contro coloro che declamano versi insulsi od osceni ("La recita dei versi"); tuona contro le corruttrici mode forestiere ("Sul vestire alla ghigliottina"): conta i benefici della cultura additando gli studiosi ("La laurea") e il rapido mutar della fortuna ("La tempesta"); esprime i sentimenti del suo animo grato e riconoscente ("La gratitudine"); mostra quale sia il vero poeta ("Alla Musa"); svela la sorte misera riserbata agli uomini di vita integra in contrapposto di quella che gli adulatori e gli istrioni hanno ("La caduta") ed esprime le nobilissime norme che debbono esser seguite per educare il corpo e l'anima dei giovani ("L'educazione").

"…Nelle sue odi di carattere civile e morale il Parini - scrive il De Sanctis - non freme, non si sdegna, medita, medita lungamente il pensiero e il congegno del suo argomento. Invano per dissimulare la meditazione dà un'aria d'improvviso, di movimento drammatico, e teatrale al suo principio. Quella è la parte comune e artificiale della sua poesia, un vecchio motivo in musica nuova. Medita, ed ha tante cose da dire, e così nuove, che la forma viene fuori concentrata e condensata, e molto dice e assai più fa intendere. Ha un contenuto pieno, nuovo, colto nel momento della produzione, con esso i sentimenti suoi, i quali, non sai come, vedi improntati nella sua faccia, spesso in un semplice epiteto.... Il sentimento è inviluppato nell'immagine, il fondo traspare sulla superficie, non c'è che un nudo e solo contenuto, ma vivo, mobile, spirituale, nell'energia della prima impressione. Il congegno semplice e concorde, come di una proposizione scientifica, il sentimento aggruppato nelle cose, il fondo involto nelle immagini, la precisione e la misura accompagnata con l'energia e la grazia e l'amabilità congiunta con l'elevatezza e la purità dei sentimenti traducono nella composizione quell'armonia intellettuale e morale, che è nel tranquillo petto del poeta. Te ne viene una soddisfazione più che estetica, quell'intero appagamento di tutte le tue facoltà che genera nell'animo la perfezione. La qual perfezione dell'uomo non è qui astratta e idilliaca, ma operativa e informativa, informa di sé l'artista, dà la sua facoltà all'ispirazione. Parini lo chiama non solo la virtù, ma il suo genio…".

Nel "Giorno", che è l'opera sua più grande, il Parini fa la satira della nobiltà lombarda del secolo XVIII. Abbondano i poeti satirici nell'età in cui visse il Parini; c'è, fra i molti altri, l' ALGAROTTI, autore di epistole, c'è GASPARO GOZZI, autore di "sermoni", il BARETTI, il PASSERONI, arguto e bonario autore del lunghissimo poema intitolato "Cicerone", G. B. CASTI, che scrisse "Il poema Tartaro" e "Gli animali parlanti"; e tutti attaccavano, chi più chi meno, la società in cui vivevano; ma i loro attacchi erano sfoghi personali o colpivano un solo lato, e piuttosto superficiale, di quella società.
Il Parini invece la penetra nell'anima e ce la rappresenta così come poteva rappresentarcela lui, nato dal popolo, sano di sangue e di spirito, che era vissuto a contatto della nobiltà molle e boriosa ed aveva costatato la superiorità plebea nei confronti dell'aristocrazia degenere.
All'anima nobile del poeta, consapevole della forza del popolo sano e laborioso e degli alti destini ad esso riserbati, ripugna quella nobiltà che non ha più alcuna funzione storica da svolgere, tuttavia non vuole rinunciare ai suoi privilegi, che non ha più le virtù di una volta eppure mantiene i modi d'un tempo, che non è più degna di comando nondimeno si ostina a tenerlo e ne abusa.
Questa ripugnanza dà origine alla satira pariniana; dal contrasto vivissimo tra l'anima popolana del Parini e la fiacca nobiltà lombarda sprizza la scintilla che accende l'astro del poeta e ne provoca la rivolta. La rivolta della coscienza morale è il contenuto della poesia del "Giorno" e la sua espressione artistica è la satira.

Se il Parini avesse il carattere violento dell'Alighieri la forma di questo contenuto sarebbe l'invettiva; dall'indole calma del poeta delle "Odi" viene fuori la satira. L'invettiva in Dante proviene dallo sdegno, ma anche dall'amore per Firenze, per l'Italia, che vorrebbe diverse da quel che sono; nel Parini non c'è odio per quella società, ma non c'è amore e la vorrebbe spazzata, distrutta per dar posto ad una nuova società.
L'arma per distruggere un organismo vecchio, privo di intima energia, non può essere che la satira; ma una satira che non tocchi solo l'epidermide producendo la caricatura e suscitando il riso, che tocchi invece le fibre più riposte, l'essenza di quella società e la demolisca mostrandone non il ridicolo bensì la vacuità e la nullità.
Per mostrare tutta la vanità di questa società non occorre caricar le tinte ed esagerare i lineamenti; basta dipingerla dal vero. Da ciò il procedimento artistico del Parini che narra e dipinge la giornata del giovin signore con scrupolosa veridicità e a volte la raffronta con quella del popolo senza mostrar l'intenzione di volere istituire un paragone e sempre dà alla sua parola una veste di grandiosa ed eroica serietà.
In questa serietà d'espressione è la satira pariniana, che uccide la nobiltà con la pompa epica della rappresentazione contrastante con il fatuo contenuto di quella società.

Nel fare di questa la rappresentazione, senza trascurare nessun particolare, un grave pericolo si affacciava dinanzi al poeta: quello di incorrere nella monotonia. Il Parini se ne salvò ora descrivendo, ora raccontando, ora drammatizzando la materia; creando episodi di incomparabile bellezza; mettendoci davanti tutta una teoria di quadri stupendi in cui alla vivezza dei colori fa riscontro la precisione delle linee; spezzando abilmente l'uniformità con il mettere accanto alla rappresentazione della società contemporanea rievocazioni di età passate e deliziose favole mitologiche.
La rappresentazione è riuscita perfetta: i colori sono impiegati in tutte le loro gradazioni; le figure sono viste da tutti i lati con una perfezione di contorni tale da dar loro un rilievo straordinario; le immagini, numerose, spontanee, naturali, hanno tutta la bellezza di quelle dantesche e manzoniane; il verso, duttile, si piega docile ad esprimere e a rappresentare tutto quel che al poeta piace, quasi sempre ravvolto di classica compostezza, ma non di rado fortemente animato e qualche volta ispirante una grande malinconia o a stento un dissimulato moto di sdegno.

Con il Goldoni e con l'Alfieri il Parini costituisce quella triade di grandi che nella seconda metà del Settecento iniziarono il rinnovamento artistico d'Italia, il quale coincide con il rinnovamento della coscienza sociale e nazionale. Ma anche in altri campi, che non sono quelli dell'arte e della poesia, si nota questo moto rinnovatore, accompagnato da un fervore veramente straordinario di opere, preparatorie di quello che sarà per l'Italia il secolo dell'indipendenza e dell'unità.

LE SCIENZE - GLI ERUDITI - L. A. MURATORI
GLI STORICI:
GIANNONE- DENINA - VERRI - BOTTA - COLLETTA - CUOCO

Il Settecento non è soltanto il secolo dei poeti perdigiorno, ma è anche il secolo di studiosi seri ed operosi. Gli studi matematici sono coltivati dal cremonese GUIDO GRANDI, che si ebbe gli elogi del Newton e del Leibnitz e fu autore, fra l'altro, di un dotto trattato sulle "Sezioni coniche"; dal veronese GIUSEPPE TORELLI, che fece pregevoli studi su Archimede, di cui illustrò e tradusse gli scritti, dettò numerosi opuscoli in latino, lasciò notevoli interpretazioni di alcuni passi danteschi e voltò nella nostra lingua l'elegia del Gray sopra un "Cimitero campestre"; da GIACOMO RICCATI, autore di un "Trattato sopra la separazione delle variabili"; da MARIA GAETANA AGNESI, autrice delle "Istituzioni analitiche"; dal torinese LUIGI LA GRANGE, principe dei matematici del secolo XVIII, che salì a grandissima fama con le "Ricerche intorno alle corde vibranti ed alla teoria del suono", con la "Teoria della librazione della luna", con la "Teoria dei satelliti di Giove", con le "Riflessioni sulla risoluzione algebrica delle equazioni", il "Saggio sul principio del calcolo differenziale ed integrale", "La meccanica analitica", la "Teoria delle funzioni" e le "Lezioni d'Aritmetica e d'Algebra"; e da molti altri fra cui degni di menzione PIETRO COSSALI, ANTON MARIA LORGNA, SEBASTIANO CANTERZANI, PAOLO RUFFINI, GREGORIO FONTANA, VINCENZO BRUNACCI, ANTONIO BORDONI, VINCENZO AMICI, DOMENICO CIPOLLETTI, GUGLIELMO LIBRI e LORENZO MASCHERONI, famoso per il poemetto didascalico "Invito a Lasbia Cidonia".

Negli studi di astronomia si distinguono GIANDOMENICO GIACOMO e CESARE CASSINI, FRANCESCO BIANCHINI, GIACOMO MARALDI, EUSTACHIO MANFREDI, che fu anche buon rimatore, VITTORIO STANCARI, EUSTACHIO ZANOTTI, RUGGERO BOSCOVICH, PAOLO FRISI, ANTONIO CAGNOLI, GIUSEPPE PIAZZI, BARNABA ORIANI, GIANNANGELO DE CESARIS, GIOVANNI PLANA, FRANCESCO CARLINI, GIOVANNI INGHIRAMI, IGNAZIO CALANDRELLI, FABRIZIO MOSSOTTI, ERNESTO CAPOCCI e GIOVANNI SANTINI.
Nella fisica acquistarono fama G. B. BECCARIA, G. F. CIGNA, GIUSEPPE GARDINI, LUIGI GALVANI, il grande ALESSANDRO VOLTA, LUIGI FABBRONI, DOMENICO SCINÀ che scrisse anche un "Prospetto della storia letteraria delle Sicilie nel secolo decimottavo" ANGELO BELLANI, GIUSEPPE ZAMBONI, e AMBROGIO FUSINIERI.

Valenti studiosi hanno gli studi archeologici, o, come allora si dicevano, di "antiquaria", che suscitarono molte polemiche e satire; quelli di chimica, di idraulica, di geologia, di geografia, di botanica, di zoologia, di anatomia. La nostra letteratura deve alla penna dei più illustri scienziati del tempo trattati preziosi per l'eleganza, la chiarezza e la vigoria del dettato.
L'Italia pullula di eruditi: dalle accademie, dalle università, dalle biblioteche, dagli osservatori fanno sentire la loro voce; si stampano libri e opuscoli colmi di dottrine; si fanno ricerche affannose in ogni campo e la stessa scienza trova dei divulgatori, fra i quali tiene la palma FRANCESCO ALGAROTTI, che nel libro intitolato il "Newtonianismo per le dame" espone in forma facile le teorie di Newton.

Fra gli eruditi merita speciale menzione l'abate LUDOVICO ANTONIO MURATORI. Nato a Vignola da povera famiglia nel 1672, nel 1695 fu ordinato sacerdote e designato prefetto dell'Ambrosiana di Milano dal cardinal Federigo Borromeo. Ritornò a Modena nel 1700 come bibliotecario ed archivista degli Estensi, e in quella città, nel 1750, chiuse la sua vita che fu tutta dedicata allo studio.
Il MURATORI è il più grande storiografo italiano. Incaricato dal suo duca di provare con documenti i diritti della casa d'Este su Comacchio contro le pretese della Curia Romana, egli fece minuziose ricerche in biblioteche ed archivi e nel 1717 pubblicò la prima parte del "Trattato delle Antichità Estensi" e nel 1740 fece seguire la seconda parte.
L'immane lavoro di ricerca che aveva dovuto sostenere fu di immensa utilità ai nostri studi perché mostrò al dottissimo uomo quanto vantaggio si sarebbe potuto ricavare, per ricostruire la nostra storia medievale, dallo stragrande numero di documenti che giacevano sconosciuti nelle biblioteche e negli archivi pubblici e privati d'Italia.

Animato dal proposito di raccogliere e dare alla luce questa materia documentale, si mise al lavoro, riuscì a costituire a Milano una società che si disse "Palatina" e che doveva finanziare l'impresa, e, tra il 1723 e il 1738, pubblicò ventisette volumi di "Rerum italicarum scriptores", in cui - "come scrisse il Carducci" che nel 1900 ne iniziò la ristampa - "…segnati anzitutto nettamente i limiti e le materie: croniche, istorie, documenti, testimonianze di cose italiane dall'anno dell'èra cristiana 500 fino al 1500", ripubblicò più di cento scritture già edite "…con prefazioni e con note brevi utili a ripulire il testo, a rischiarare i fatti, a fornire più precise nozioni di storia dove occorreva…". Ne diede alla luce quasi duemila inedite.
Quest'opera rappresentò un'inesauribile miniera per gli storici, e fu il Muratori medesimo, il primo, a trarne profitto componendo i sei tomi delle "Antiquitates italicae Medii Aevi" e compilando gli "Annuali d'Italia" dal principio dell'Era Volgare al 1749.

Accanto al Muratori vanno messi, per la vastità dell'erudizione, APOSTOLO ZENO, GIOVANNI LAMI, FRANCESCO BIANCHINI, autore di una "Istoria universale provata con monumenti e figurata con simboli degli antichi", SCIPIONE MAFFEI e ANTON MARIA SALVINI, il quale sentendo, come i suoi contemporanei, il bisogno di allargare gli orizzonti della cultura italiana, voltò nella nostra lingua l' "Iliade" e, con delle traduzioni, fu uno dei primi a diffondere in Italia la conoscenza della letteratura inglese.

Non piccola fu la schiera degli storici, parecchi dei quali tra gli ultimi decenni del Settecento e i primi dell'Ottocento. Uno di questi, PIETRO GIANNONE, che nato nel 1676 a Ischitella sul Gargano, morì a Torino nel 1748. Intelletto libero e spregiudicato, inviso al clero napoletano di cui aveva messo arditamente in rilievo la corruzione e l'ingerenza negli affari dello stato, fu colpito da scomunica. Fuggito dal regno di Napoli, si rifugiò a Vienna, dove, sotto la protezione di Eugenio di Savoia e di Carlo VI rimase undici anni; quindi ritornò in Italia, ma ben presto e con tempi peggiori dei precedenti, dovette cercare scampo a Ginevra. Con l'inganno fu attirato in Savoia e, arrestato nel 1736, fu "seppellito" in un carcere, da dove uscì morto dodici anni dopo.
Il suo nome è legato alla "Istoria civile del Regno di Napoli", nella quale volle soffermarsi a ragionare principalmente sulle vicende dei costumi, delle idee e delle istituzioni civili e mostrare come e quanto la Chiesa si fosse intromessa nelle faccende politiche del reame. "… Il maggior difetto - scrive l'Emiliani-Giudici" - che troviamo nel libro del Giannone è questo: nel percorrere tanti secoli di storia egli vide solamente l'Impero e la Chiesa che si contendono l'arte del dominare, ma non vide i diritti del popolo. Ove a sua scusa non voglia dirsi che questa disconoscenza del popolo era più colpa dei tempi che del suo animo, forse coglierebbe nel vero chi affermasse che Giannone scriveva secondo il costume dei giureconsulti, i quali credono come non esistente un diritto, qualora gli eventi non l'abbiano rivendicato e affermato…".

Posteriori al Giannone sono gli storici che ci apprestiamo a citare. CARLO DENINA, di Saluzzo (1731-1813), scrisse un'opera sulle "Rivoluzioni d'Italia" che ha pregi di dettato, di erudizione, di analisi; SAVERIO BETTINELLI che ci lasciò una sintesi storica e filosofica intitolata: "Risorgimento d' Italia negli studi, nelle arti e nei costumi dopo il mille" (1773); PIETRO VERRI, dettò una "Storia di Milano"; LAZZARO PAPI di LUCIA i "Commentari della Rivoluzione Francese".

Più grandi sono CARLO BOTTA, PIETRO COLLETTA e specialmente VINCENZO CUOCO. Il Botta, nato nel 1776 a S. Giorgio Canavese, fu condannato per le sue idee liberali sotto il regno di VITTORIO AMEDEO III, esercitò poi la professione di medico negli eserciti repubblicani di Francia, quindi fu nominato membro del governo Provvisorio Piemontese ed eletto deputato quando il Piemonte diventò dipartimento francese. Avvenuta la restaurazione, andò esule e morì a Parigi nel 1837.
Il Botta tentò l'epica con un poema in dodici canti, "Camillo" o "Veio conquistata", ma deve la fama alle sue opere storiche: "Storia della guerra dell' indipendenza degli Stati Uniti d'America, Storia d'Italia continuata da quella del Guicciardini fino ad 1789" e "Storia d' Italia dal 1789 al 1814", nelle quali, pur tra lo stile artificiosamente sostenuto e l'imitazione Liviana, mostra forza di rappresentazione, acutezza d'osservazione ed equità di giudizio.

Il COLLETTA nacque a Napoli nel 1775; studiò matematica, poi si diede alla carriera militare; imprigionato nel 1799 e quindi radiato dall'esercito, si diede ad esercitare la professione di ingegnere. Tornato alla vita militare, raggiunse sotto Murat il grado di generale; molto più tardi fu dagli Austriaci arrestato e mandato in Moravia; tornato poi libero andò a Firenze, che amò come una seconda patria. Morì nel 1831.
L'opera cui rimase legato il suo nome è la "Storia del reame di Napoli dal 1734 al 1825". Dal punto di vista dell'esattezza storica lascia molto a desiderare e vi fanno difetto l'indagine e l'intuito psicologico; è pervasa però di quello spirito di liberalismo che animava allora l'Italia e che fece la fortuna dell'opera, la quale in cambio ha l'indiscutibile pregio di essere stata scritta in uno stile chiaro, vigoroso, serrato, che indusse alcuni a paragonarlo, con evidente esagerazione, a Tacito.

VINCENZO CUOCO, anche lui meridionale, nato a Campomarano nel Sannio nel 1770. Partecipò alla rivoluzione partenopea del 1799; soffrì il carcere dopo la restaurazione borbonica; condannato all'esilio, fu esule in Francia e poi a Milano; fu direttore del "Giornale italiano" in cui scrisse articoli notevoli sulla politica nazionale ed estera, sull'educazione civile e militare, su questioni sociali, giuridiche ed economiche e su argomenti letterari; fece ritorno a Napoli, sotto il regno di Giuseppe Bonaparte e vi ebbe importanti uffici sotto il Murat; uscito poi di senno, bruciò la maggior parte dei suoi scritti. Cessò di vivere nel 1823.
Oltre ai numerosi articoli, scrisse un "Rapporto al re Gioachino Murat e progetto di decreto per d'organizzazione della pubblica istruzione", un romanzo archeologico e filosofico, "Platone in Italia", nobilissimo per lo spirito di patriottismo che l'anima e per l'intento che ha di liberare gli Italiani dall'imitazione degli stranieri e di spingerli a restaurare l'antico loro primato nel mondo; e infine il "Saggio storico sulla rivoluzione napoletana del 1799", che è il suo capolavoro, dove, con il pensiero procede dal Vico, vivamente mosso dal più grande amor di patria, con calore, sincerità, e spigliatezza narra gli avvenimenti a cui prese parte, e con profondo acume critico indaga le cause della rivoluzione, studia le manifestazioni del continuo mutare dello spirito umano ed esprime giudizi che sovente sono penetrati di spirito profetico.

GLI ENCICLOPEDISTI ITALIANI:
PIETRO VERRI, CESARE BECCARIA, A. GENOVESI
G. FILANGERI, N. SPEDALIERI, F. GALIANI

Il periodo delle riforme in Italia coincide con il sorgere di una piccola eletta schiera di ingegni, i quali, imbevuti delle nuove dottrine, che venivano dall'estero, molto contribuirono all'opera riformatrice dei vari governi. Questi uomini, che noi comunemente denominiamo enciclopedisti italiani e che rispondono ai nomi di PIETRO VERRI, CESARE BECCARIA, ANTONIO GENOVESI, GAETANO FILANGERI, FRANCESCO MARIO PAGANO, NICOLA SPEDALIERI e FERDINANDO GALIANI, svilupparono la loro attività i primi due con carattere pratico nella Lombardia, gli altri con carattere prevalentemente teorico nel Mezzogiorno.

PIETRO VERRI, milanese (1728-1797), militò con il grado di capitano nell'esercito austriaco, fu consigliere imperiale, aggregato al Consiglio Supremo d'Economia e, poi con i Francesi, membro della Municipalità. Si occupò di scienze economiche ed amministrative nelle "Meditazioni sulla economia pubblica" e nelle "Considerazioni sul commercio dello Stato di Milano"; di politica nei "Pensieri sullo stato politico del Milanese" e nel saggio "Decadenza del Papato, idea del governo di Venezia e degli italiani in generale"; di filosofia morale nel "Discorso sull'indole del piacere e del dolore" e nelle "Meditazioni sulla felicità", in cui ventisei anni prima della dichiarazione dei diritti dell'uomo scriveva: "…Ormai la libertà civile dovrà dilatarsi; rinascerà, quando che sia, l'antico vigore degli animi, l'antica guerra di nazioni e non di principi, e per questo circolo passeranno in giro le nazioni europee, come le stagioni dell'anno sulla terra…"; di critica letteraria nel giornale "Il Caffè"; scrisse, come abbiamo già detto sopra, la "Storia di Milano", e sferzò i vizi delle varie classi sociali in numerosi almanacchi. In uno di questi si scagliò contro la tortura e sul medesimo argomento parlò in certe sue "Osservazioni sulla tortura" che uscirono postume.

CESARE BECCARIA, pure lui milanese (1738-1794), ebbe fama per il suo trattato "Dei delitti e delle pene", che, dettato - come scrive lo Zanello- "…. con vigorosa brevità di parola; non irto di citazioni, come tutte le discussioni legali; non fondato sull'autorità di leggi romane o longobarde, o sui placiti di cavillosi giureconsulti, ma sull'eterno fondamento della giustizia .... parve il grido dell'umana coscienza compressa da tanti secoli di feroce ignoranza. L'incertezza delle leggi, per cui le pene erano lasciate all'arbitro dei giudici; le pene inutilmente atroci, che spesso volgevano in delitto gli atti innocenti; il terrore e la frode adoperati per la scoperta del vero; il carcere preventivo rigoroso come il penale, le ruote, i flagelli, gli eculei, i patiboli, tutti i sanguinari residui dei barbari tempi furono sottratti al mistero dei tribunali ed esposti al disprezzo del genere umano. Il sentimento della vendetta che prima dava forma alle leggi si trasformò nel sentimento della giustizia e dell'umanità; e la bilancia e la spada dalle mani del giudice passarono in quelle della vera legge. Il Beccaria chiede l'abolizione della pena di morte; toglie dalle pene inflitte dalla giustizia l'idea di un'espiazione e le giudica dalla loro efficacia. Non crede, infatti, all'efficacia della pena di morte; forse in questo si inganna, ma ha posto almeno in chiaro il principio, secondo il quale si devono giudicare le pene. Sostiene che la società, non ha diritto di applicarle che nella misura che basti alla sua difesa; ammettendo il contrario, si dovrebbe introdurre nella legislazione il dogma divino dell'espiazione, il che condurrebbe ai paradossi del De-Maistre …"

L'abate salernitano ANTONIO GENOVESI (1712-1769) insegnò all'università di Napoli filosofia e quindi economia politica, usando per primo, invece del tradizionale latino, la lingua italiana. Sue opere sono gli "Elementi di metafisica", gli "Elementi dell'arte logica critica" compendiata poi sotto il titolo di "Logica pei giovanetti", le "Meditazioni filosofiche", le "Lettere accademiche", la "Diceosina ossia filosofia del giusto e dell'onesto", le "Lezioni di commercio ossia di economia civile".

GAETANO FILANGERI, napoletano (1752-1788), ci lasciò un'opera incompiuta, "La scienza della legislazione", in cui tratta dei rapporti tra la legislazione e la conservazione sociale, della popolazione e della ricchezza, della procedura e delle leggi criminali, dell'educazione, dell'istituzione, del costume e della religione.

Il PAGANO (1748-1799) fu giurista, scrittore politico ed esteta e cercò nei suoi, "Saggi" di svolgere le teoriche vichiane e di accordarle con le dottrine francesi. Propositi conciliativi simili fu anche il siciliano NICOLA SPEDALIERI (1740-1795), il quale volle dimostrare la coincidenza dei principi evangelici con i diritti dell'uomo.

G. B. VICO E LA "SCIENZA NUOVA"
LA CRITICA E I CRITICI - IL GIORNALISMO
"LA FRUSTA LETTERARIA", "IL CAFFÈ" , L' "OSSERVATORE"

Una delle più grandi menti del secolo fu quella del napoletano G. B. VICO (1668-1740). Ci ha lasciato parecchi trattati in latino: "De antiquissima Itadorum sapientia ex linguae latinae originibus eruenda; De uno universi juris principio et fine uno; De constantia philologiae; De constantia iurisprudentis"; e un trattato in lingua italiana che lo rese famoso: "Principii di una scienza nuova".
Filologo, filosofo e giurista dottissimo, Vico pose tutte le sue cognizioni a servizio del suo pensiero per indagare le leggi eterne della storia che idealmente ricostruisce, considerandola non come susseguirsi di vicende politiche, sociali e militari, ma come evoluzione dello spirito umano.
Il Vico traccia nella sua opera la storia ideale dell'umanità determinando in essa tre fasi: l' "epoca divina" in cui prevale il "senso", l'"eroica" in cui prevale la "fantasia", e l'"umana" in cui prevale la "ragione"; quindi enuncia la famosa teoria dei "corsi e ricorsi storici", secondo la quale la storia del mondo altro non é che un susseguirsi di cicli in cui ogni civiltà, come gli individui, passa dall'infanzia alla decadenza per tornare nuovamente fanciulla ed avviarsi ancora alla vecchiaia. Grandissima importanza furono le teorie estetiche vichiane. Per lui difatti l'arte non nasce dalla ragione ma dalla fantasia, la quale "…tanto è più robusta quanto è più debole il raziocinio…". Inoltre la fantasia produce insieme con l'idea poetica l'espressione, perché poesia non è soltanto un insieme di fantasmi ma anche l'espressione di essi; per cui la poesia s'identifica con il linguaggio.

Nei primi anni della seconda metà del Settecento si sollevò un grande scalpore su un critico d'ingegno, ma vanitoso e impertinente: il mantovano SAVERIO BETTINELLI; nel 1756 pubblicò, insieme con una raccolta di "Versi sciolti di tre eccellenti autori" (che erano il Frugoni, l'Algarotti e lui medesimo), un libello critico intitolato "Lettere dieci di Virgilio agli Arcadi", in cui si scaglia contro Dante, del quale rispetta soltanto un migliaio di versi; poi contro i contemporanei dell'Alighieri; contro il Petrarca, di cui loda solo un terzo delle rime; e contro tutti i poeti del Cinquecento, eccetto l'Ariosto, purgato però di tutte le parti riguardanti i miracoli dei paladini, gli incantesimi ed altre che liquida come "indegne fantasie".

I GIORNALI

A diffondere, nel secolo XVIII la cultura erano molto utili i giornali, che ebbero una "missione" informativa e nello stesso tempo furono palestra di discussioni scientifiche e letterarie. Per un certo periodo di tempo, il giornalismo italiano, nato negli ultimi anni del Seicento dietro l'esempio dell'Inghilterra e della Francia, fu di carattere eminentemente erudito. Fra i giornali di questo tipo meritano il primo posto il "Giornale dei letterati" dello ZENO e le "Novelle letterarie" del toscano GIOVANNI LAMI. Questo scrittore, uomo dottissimo e insigne polemista, aprì la via al nuovo giornalismo, antiaccademico, che, nel Settecento, si distinse con la "Frusta letteraria" del BARETTI, con il "Caffè" del VERRI e con l' "Osservatore" del GOZZI.

GIUSEPPE BARETTI, nato a Torino nel 1719, fu spirito irrequieto, violento e battagliero. Dopo aver tenuto vari uffici in diverse città dell'Italia settentrionale, dopo aver pubblicato traduzioni, poesie bernesche e scritti polemici, tra cui famosi il "Primo cicalamento" contro il BARTOLI, nel 1751 andò a Londra, dove diede lezioni di lingua italiana, scrisse un vocabolario inglese-italiano e si acquistò la stima dello Johnson e di altri celebri scrittori. E a Londra morì nel 1789.
Nella "Frusta" da lui fondata, assunse il nome di ARISTARCO SCANNABUE. Il titolo del periodico e lo pseudonimo dell'autore è tutto un programma. Il Baretti frustò a sangue gli arcadi, i versi sciolti, i retori, gli antiquari, gli eruditi pedanti, i cruscanti e i francofili con articoli lucidi, agili, nervosi, irruenti.
Il "Caffè" si pubblicò dal giugno del 1764 al giugno del 1766. Ne fu fondatore Pietro Verri e vi collaborarono il fratello Alessandro, noto per le "Notti romane", e il Beccaria.

GASPARE GOZZI nacque nel 1713 a Venezia da famiglia nobile, ma in difficoltà economiche. Per sopperire ai bisogni della casa dovette adattarsi a fare il traduttore, il compilatore e il giornalista, poi il censore delle stampe e il soprintendente delle pubbliche scuole di Padova. Nel 1777, in una crisi di nevrastenia acuta, tentò di uccidersi. Cessò di vivere nel 1786.
La sua migliore opera è l' "Osservatore", periodico con intenti educativi, composto di dialoghi, favole, ritratti, racconti brevi, che mostrano spirito attento, senso acuto d'osservazione, tanto brio, tanta grazia, da procurargli la simpatia di chi leggeva.

IN BREVE - L'ARTE NEI SECOLI XVII E XVIII
(Seicento-Settecento)
ARCHITETTURA, SCULTURA, PITTURA, MUSICA

Con la fine del Cinquecento era cominciata per l'arte un lungo periodo di decadenza. Nel campo dell'architettura, il Seicento trovò la sua espressione nel barocco che reagì al Rinascimento ed ebbe per caratteristiche la grandiosità e lo sfarzo. Gusto del sorprendente, enfasi, immaginosità, amore per la scenografia per delineare i connotati storici di una certa società europea legata al potere del papato; per sostenere i fasti delle monarchie cattoliche di area occidentale (Spagna e Francia) quella tedesca (Baviera e Austria); per imporre il predominio sociale delle aristocrazie fondiarie in una società rigidamente gerarchizzata. Si volevano ridimensionare i principii che erano alla base delle certezze rinascimentali. E nacque proprio dalle inquietudini derivate da quei principii. Cioè l' "èlite" si stava preoccupando, e non solo in Italia, con i fermenti iniziati a metà cinquecento, nei vari paesi del centro e nord Europa. Le nuove forme sociali ed economiche presentavano le stesse tendenze anti-individualista, derivata dall'assolutismo. Si voleva che l'arte, la cultura, avesse un carattere unitario come lo Stato, esse dovevano apparire perfette, dovevano essere chiare e corrette come un decreto e sottostare a regole assolute, come la vita di ogni suddito dello stato. E se nella LETTERATURA del Seicento pur essendoci notevoli differenze stilistiche negli autori delle opere, si assiste all'inventiva, alla ricerca della meraviglia, che produssero ingegnose innovazioni verbali e sintattiche singolari (alcuni dicono straordinarie, altri insopportabili e altri ancora chiassose), e domina la retorica del tempo, il preziosismo (in Francia), l'eufuismo (in Inghilterra), il culto della metafora, la ricerca dell'acutezza, il marinismo (detto anche secentismo - in Italia), il conceptismo, il gongorismo o culteranismo (in Spagna); anche la POESIA diventò metafisica, per colti, o solo esercizi intellettualistici creati solo per stupire Ma anche nell'ARCHITETTURA si voleva stupire. Si cercò la prospettiva scenografica, si esaltavano le strutture, le navate delle chiese, impreziosite da marmi multicolori, con abbondanza di stucchi e legno dorato in ogni angolo (radicali interventi perfino in edifici antichi, preromanici e romanici; che molti, oggi - per fortuna- sono stati riportati alla sobria, essenziale e severa loro originale architettura. Scalpellando e raschiando tutto). Il più grande architetto vissuto dopo l'età aurea dell'arte italiana è LORENZO BERNINI (1598-1680). Riempì di sé il suo secolo e delle sue opere la Roma del Seicento. Sono sue opere il colonnato di San Pietro, la Scala Regia del Vaticano, i monumenti di Urbano VIII e di Alessandro VII in San Pietro, la grande sala del Palazzo Barberini, il palazzo della Famiglia del Quirinale, la facciata di Santa Maria all'Esquilino, la chiesa di Sant'Andrea, le fontane del Tritone, dei Cavalli Marini, di Trevi, di Piazza di Spagna, dei Quattro Fiumi, l'elefante di piazza della Minerva.
Oltre che a Roma il Barocco fiorì a Napoli (Palazzo Reale, chiese di Santa Chiara e Santa Maria del Carmine), a Genova, in Piemonte (Castello del Valentino a Torino, Santuario di Mondovì ecc.), a Venezia (Santa Maria della Salute e Palazzo Pesaro di BALDASSARE LONGHENA), a Milano (il palazzo Brera del RICHINI e il palazzo Cusani del RUGGERI), a Bologna (la chiesa di S. Pietro, quella di San Salvatore, il Santuario della Vergine di San Luca, il palazzo Isolani e il Teatro Comunale) e a Firenze (Chiese di S. Firenze e S. Gaetano).

Cultori più numerosi ebbe la pittura, che nel Seicento ebbe due scuole: la "eclettica", capeggiata dal CARACCI, e la "naturalista" dal CARAVAGGIO e, nel Settecento, per opera del MENGS, la scuola neo-classica. Tre furono i CARACCI: Ludovico, Agostino e ANNIBALE. Quest'ultimo fu il più grande. A lui si debbono, fra le altre cose, la Vergine Assunta, la Vergine in gloria, l'Elemosina di San Rocco, la Vergine che sostiene Cristo morto, la Vergine del Silenzio e i famosi affreschi della così detta "Galleria Farnese".
I principali discepoli del Caracci furono DOMENICO ZAMPIERI, detto il DOMENICHINO, GUIDO RENI, l'ALBANI, il LANFRANCO e il GUERCINO.

Pittori della scuola "eclettica", detta anche "bolognese", sono PIETRO PANCOTTO, LEONELLO SPADA, LORENZO GARBIERI, GIACOMO CAVEDONE, ALESSANDRO TIARINI, G. ANDREA ed ELISABETTA SIRANI, DOMENICO MARIA CANUTI, SIMONE CANTARINI, LORENZO PASINELLI, ANDREA SACCHI, CARLO CIGNANI, GIAMPIETRO ZANOTTI, M. A. FRANCESCHINI e G. M. CRESPI.
Con la scuola "bolognese" si afferma anche quella fiorentina i cui rappresentanti sono LODOVICO CARDI DA CIGOLI, GREGORIO PAGANI, DOMENICO PASSIGNANI, CRISTOFANO ALLORI, JACOPO CHIMENTI, GIOVANNI MANNOZZI, FRANCESCO FURINI, JACOPO VIGNALI e, fra tutti il più famoso, CARLO DOLCI.

Dopo la "bolognese" la scuola più rinomata fu quella "napoletana"; vi appartengono BELISARIO CORENZIO, GIUSEPPE RIBERA detto lo SPAGNOLETTO, che per la forza, la verità e gli effetti d'ombra e di luce supera in molte opere il Caravaggio suo maestro; G. B. CARACCIOLO, ANIELLO FALCONE, SALVATOR ROSA, del quale abbiamo parlato in altra parte- il siciliano PIETRO NOVELLI, LUCA GIORDANO E FRANCESCO SOLIMENE.

A Venezia, nel Seicento, troviamo ALESSANDRO VAROTARI detto il PADOVANINO, imitatore di Tiziano; PIETRO VECCHIA, che segue il Giorgione; Carlo e Gabriele, figli del Veronese e JACOPO PALMA il GIOVANE; nel Settecento troviamo GREGORIO LAZZERINI, G. B. PIAZZETTA, ROSALBA CARRIERA e, più grandi di tutti, GIAMBATTISTA TIEPOLO e ANTONIO CANALE detto il CANALETTO.

Ultima è la scuola "milanese", della quale fanno parte ERCOLE, CAMILLO, CARLANTONIO e GIULIO CESARE PROCACCINI, FRANCESCO MAZZUCCHELLI, detto il MORAZZONE, GIAMBATTISTA CRESPI detto il CERANO, il cremonese PANFILO NUVOLONI. Iniziatore a Milano della restaurazione classica fu il fiorentino GIULIANO TRABALLESI, che poi a fine Settecento ebbe un emulo in ANDREA APPIANI, autore dei celebri chiaroscuri che riproducevano le imprese di Napoleone; ma già appartiene all'arte del secolo XVIII al pari di GIUSEPPE BOSSI, di cui vanno ricordate le opere più celebri: l' "Apoteosi di Napoleone" e "Giove coronato dalle Ore".

Lasciato il Seicento, questo prosegue anche nella prima metà del Settecento quando trionfa il Rococò, che non è solo la continuazione di quel Barocco che abbiamo accennato sopra, ma n'è l'esasperazione. Elementi decorativi ancora più vivaci e capricciosi, sempre tendenti allo spettacolare; tutto è scenografico, elegante ornamentazione, giochi di colori e contrasti.
In Italia dove il classico è ancora molto sentito, il nuovo stile ha forme grandiose e armoniche.
Come lo JUVARA nell'architettura o il TIEPOLO nella Pittura.
Solo verso la fine del Settecento (con il fervore archeologico e il culto della classicità greco-romana), il gusto decorativo ha il suo tramonto e c'è un ritorno alla semplicità e alla purezza delle linee che si armonizza meglio con il mutato clima politico, ideologico e morale.
Ma gli italiani che "hanno nel sangue la classicità" hanno già quasi anticipato il cosiddetto NEOCLASSICISMO (che va in senso stretto dal 1789 al 1815) teorizzato dagli stranieri (Winckelmann (1717-1768), Lessing (1729-1781) ecc.) e difatti, i primi esempi sono del VANVITELLI (1700-1773), del PIERMARINI (1734-1808) e del CANOVA (1757-1822), e sono loro a far da guida a tutti gli artisti della fine del Settecento e del primo Ottocento.
Nella Letteratura invece, i più qualificati esponenti furono il MONTI (1754-1828), e ancora di più il FOSCOLO (1778-1827) che il neoclassicismo lo rivive non solo restringendolo a un fatto di gusto e cultura come fa il Monti, ma come atteggiamento nativo di sensibilità e di coscienza.

MUSICA

La nuova sensibilità e le mutate condizioni storiche, come nella letteratura, si ripercuotono con forti effetti anche nella musica: si ha così anche nella produzione musicale sia strumentale sia teatrale interessanti anticipazioni dell'inquieto periodo romantico, che sono preannunciate in particolare da alcuni dei più grandi capolavori mozartiani Ma questa ripercussione avviene nell'ultimo decennio del secolo.
Prima, nel corso di tutto il Settecento la produzione fu abbondante, ma soprattutto scritta per il teatro, per i primi concerti, per le serenate, o fu affiancata a quella composta per le cerimonie religiose e politiche; quest'ultima promossa principalmente dalle corti reali, mentre la prima dalle maggiori chiese; entrambe sostenute dal mecenatismo dei re e principi più o meno illuminati o dalle numerose famiglie aristocratiche.
La fioritura del Barocco musicale (severamente polifonico) era culminata proprio nei primi anni del Settecento con la grande produzione strumentale (Vivaldi, Scarlatti in Italia, Bach all'estero), e vocale (Haendel) e con l'Opera Italiana.
In questo primo periodo e fino alla metà del secolo si fissano i caratteri e gli indirizzi delle tre grandi scuole, la Francese, la Tedesca e l'Italiana; ma è quest'ultima che domina in Europa soprattutto con il Melodramma che, dopo la codificazione musicale di Scarlatti e letteraria del Metatastasio, diventa modello unico e internazionale (Pergolesi, Paisiello, Cimarosa).
Dopo la metà del secolo invece, la reazione all'opera italiana si manifesta sia in Francia che in Germania con i tentativi di Gluck per poi arrivare a fine secolo alle originali creazioni di Mozart che riesce a fondere gli stili delle tre scuole. Termina il cosiddetto "stile galante", nondimeno si sono però già fissate le grandi forme classiche della sonata, del quartetto e della sinfonia. E' il periodo che abbiamo già accennato all'inizio; è la nascita dell'inquieto "Periodo Romantico", che in parallelo alla musica coinvolge tutti i movimenti artistici e letterari, oltre a quelli politici e sociali.

E' il periodo che con il suo zelo umanitario, l' interesse verso i problemi concreti della società e il diffondersi di una sensibilità nuova e complessa, nel clima rovente, prima preannunciato dall'Illuminismo, poi propagato dalla Rivoluzione francese, che dà inizio a quel movimento civile e artistico che fa sprofondare il Settecento artistico e letterario nell'archeologia del sapere.
Periodo che si è soliti far coincidere con l'inizio dell'epoca contemporanea, con la scelta di nuovi valori che, pur nella continua elaborazione della storia, si mantengono ancora oggi, fondamentali per l'umanità.


FINE

Fonti, citazioni, e testi
DE SANCTIS - Storia della Letteratura Italiana
DE SANCTIS - Antologia critica sugli Scrittori Italiani

Prof. PAOLO GIUDICI - Storia d'Italia -(5 vol. Nerbini)
CECCO-SAPEGNO - Storia letteratura Italiana (i 10 vol. Garzanti)
STORIA MONDIALE CAMBRIDGE - (i 33 vol.) Garzanti
VISCADI - Storia Letteratura (i 50 vol.) Nuova Accademia
DE SANCTIS - Storia della Letteratura Italiana, Einaudi
Dizionario Letteratura Italiana, (3 vol) - Einaudi 
CRONOLOGIA UNIVERSALE - Utet 
STORIA UNIVERSALE (i 20 vol.) Vallardi
STORIA D'ITALIA, (i 14 vol.) Einaudi
+ ALTRI VARI DALLA BIBLIOTECA DELL'AUTORE  

 

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