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LA REPUBBLICA ITALIANA - 2 BIOGRAFIE DI 2 ITALIANI

FRANCESCO MELZI D'ERIL, IL PRIMO CAPO DEL GOVERNO DELLA REPUBBLICA ITALIANA

e DOMENICO PINO, GENERALE DI NAPOLEONE


Francesco Melzi d'Eril - che fu indubbiamente il primo statista milanese e lombardo dell'epoca napoleonica - nacque a Milano il 6 marzo 1753 dal conte Gaspare Melzi e dalla nobildonna spagnola Teresa d'Eril.

Studiò nel collegio dei Nobili di Brera, da cui uscì nel 1769. Nel 1775 si laureò in giurisprudenza a Pavia. Nel 1776 fu nominato imperial-regio ciambellano (carica puramente onorifica) e membro del consiglio dei sessanta decurioni di Milano (sorta di consiglio comunale, con funzioni di poca importanza).
Dal 1778, per circa dieci anni, viaggiò molto in Italia, Francia, Spagna e Inghilterra. Nel 1792 si mise in luce nel consiglio dei decurioni di Milano facendo approvare la sua proposta di eleggere tre nuovi "conservatori degli ordini" (ossia assessori comunali), risultando eletto come primo dei tre e infine proponendo al consiglio la costituzione di una milizia urbana per mantenere l'ordine a Milano (proposta che sembrò rivoluzionaria negli Stati asburgici).

L'11 maggio 1796 Melzi, incaricato dal consiglio dei decurioni, incontrò a Lodi il generale Bonaparte, che stava per prendere possesso di Milano nel corso della sua prima campagna d'Italia. In quel primo incontro Melzi fece buona impressione sul suo futuro superiore, ma ciò non gli evitò, nei primi giorni dell'occupazione francese di Milano, di essere dichiarato decaduto dalla carica di decurione insieme ai suoi colleghi (20 maggio), né di essere arrestato (24 maggio) e deportato a Cuneo con i capi di molte altre famiglie nobili milanesi.

Nell'agosto dello stesso anno tutti i nobili deportati furono autorizzati a tornare a Milano, meno il solo Melzi, che - partito per Cuneo dopo gli altri, per ragioni di salute - era stato allontanato dalla sua città per decreto. Gli fu però consentito per curarsi di recarsi a Genova e da qui, nell'ottobre, a Firenze.

Poté tornare a Milano nei primi mesi del 1797. Aperto ai tempi nuovi ma lontanissimo dallo spirito giacobino, fedele invece alla tradizione del riformismo illuminato settecentesco, egli era uno degli uomini ideali per il programma repubblicano moderato che Bonaparte intendeva attuare nell'Italia settentrionale.
Invitato dal generale in capo, collaborò attivamente all'organizzazione della Repubblica cisalpina, della quale Bonaparte dichiarò l'indipendenza il 29 giugno 1797 e promulgò la costituzione l'8 luglio.

Melzi presentò al popolo tale costituzione con un discorso alla stampa. Non accettò cariche di governo, ma acconsentì a trattare una convenzione finanziaria con la Francia (ottobre). Il 9 novembre fu nominato membro del Gran Consiglio (la Camera dei deputati) della Repubblica cisalpina in rappresentanza del dipartimento dell'Olona; ma non entrò mai nell'aula parlamentare, avendo accettato di rappresentare la Cisalpina come ministro plenipotenziario al congresso di Rastadt (carica incompatibile con il mandato parlamentare; egli diede le dimissioni dal Corpo legislativo, che furono accettate il 18 gennaio 1798).

Partì da Milano nel novembre 1797, pochi giorni dopo la partenza di Bonaparte, che lasciava il comando dell'armata d'Italia per andare anch'egli a Rastadt a rappresentarvi la Francia.
Melzi avrebbe dovuto partecipare al congresso in stretta intesa con Bonaparte; ma, essendo questi stato richiamato a Parigi, dopo averlo atteso invano a Strasburgo raggiunse da solo Rastadt (30 dicembre).
Dal gennaio al giugno 1798 fece del suo meglio per far sentire la voce della Cisalpina tra quelle della Francia, dell'Austria e degli Stati germanici; poi, risultando vana la sua opera a Rastadt, anche perché il congresso si trascinava senza risultati, il Direttorio cisalpino gli offrì l'incarico di ambasciatore a Parigi. Melzi non lo accettò, ma acconsentì a svolgere una missione informale a Parigi con l'incarico ufficiale di studiare le istituzioni scolastiche francesi.

Aggravandosi la crisi europea e la crisi interna della Cisalpina, nel dicembre 1798 Melzi rifiutò la nomina a membro del Direttorio cisalpino. Con l'autorizzazione del suo governo si portò invece in Spagna, per curarvi affari privati urgenti. Dall'inverno del 1798-99 al marzo 1801 visse tra Saragozza (più stabilmente), Barèges (località termale dei Pirenei francesi, dove faceva la cura delle acque) e Parigi (raramente).

Il 17 giugno 1800 il primo console Bonaparte lo nominò membro della Commissione straordinaria di governo della nuova Repubblica cisalpina; ma Melzi rimase nel suo volontario esilio spagnolo, non volendo assumere responsabilità in un governo provvisorio privo di qualsiasi autonomia dalla Francia. Nell'ottobre rifiutò pure l'incarico di deputato della Cisalpina a Parigi, soprattutto per ragioni di salute.

Nel marzo 1801 Melzi lasciò la Spagna per trasferirsi a Parigi, dove - senza ricoprire incarichi ufficiali - partecipò alle trattative tra i rappresentanti della Cisalpina e il governo francese sulla nuova costituzione cisalpina. Nel dicembre si recò da Parigi a Lione, dove era stata convocata la famosa Consulta straordinaria cisalpina (o "Comizi di Lione") che fu l'assemblea costituente di una nuova repubblica.
L'assemblea si riunì per la prima volta in seduta plenaria il 20 gennaio 1802 ed elesse una commissione di trenta membri incaricata di designare i candidati alle più alte cariche. Melzi fu il più votato dei trenta eletti. La commissione, il 22 gennaio, lo designò candidato presidente della Repubblica; ma egli non accettò la candidatura, ben sapendo che Bonaparte voleva per sé la più alta carica della Cisalpina. Bonaparte, eletto presidente della nuova Repubblica italiana (che però manteneva il territorio della Repubblica cisalpina: la Lombardia senza l'Oltrepò pavese, l'Emilia senza Parma e Piacenza, la Romagna, il Novarese e una parte del Veneto fino all'Adige) nominò Melzi vicepresidente (26 gennaio).

Melzi inaugurò a Milano il nuovo Governo costituzionale italiano il 15 febbraio 1802. Non potendo Bonaparte risiedere nella Repubblica italiana, il vicepresidente doveva farne le funzioni.
Per tre anni (1802-1805) Melzi fu il vero capo del Governo italiano, il primo governo stabile e il più autonomo che l'ex Cisalpina avesse avuto. La sua opera fu volta a preparare la Repubblica italiana ad un'effettiva indipendenza, dotandola di un'amministrazione moderna e di un esercito esclusivamente nazionale (nel 1802 fu introdotta la coscrizione obbligatoria).
In questo storico e ambiziosissimo progetto il vicepresidente fu coadiuvato da uomini fidati e capaci come il ministro delle Relazioni estere Ferdinando Marescalchi, il ministro delle Finanze Giuseppe Prina e il ministro della Guerra, generale Alessandro Trivulzi; mentre tra i molti suoi nemici il più temibile fu il generale Gioacchino Murat, non ancora re di Napoli ma comandante dell'armata francese d'Italia, che cercò di screditare Melzi presso Bonaparte e nel 1803 - montando il famoso affare Ceroni, poi finito nel nulla - riuscì a spingerlo a dimettersi da vicepresidente; ma il presidente respinse le dimissioni, confermando la propria fiducia a Melzi.

Nel maggio 1804 il primo console Bonaparte divenne Napoleone I imperatore dei Francesi; era inevitabile che il presidente Bonaparte divenisse Napoleone I re d'Italia. La trasformazione ufficiale della Repubblica italiana in Regno d'Italia avvenne il 17 marzo 1805. Ovviamente Melzi non poteva più essere vicepresidente; il 9 maggio 1805 Napoleone lo nominò cancelliere guardasigilli della corona, carica del più alto prestigio (era la prima tra quelle dei grandi ufficiali della corona italiana) ma che non dava un concreto potere politico; il Governo italiano di Milano era invece presieduto dal viceré d'Italia, il principe Eugenio de Beauharnais, figliastro e figlio adottivo di Napoleone.

Altri grandi onori Napoleone concesse a Melzi per ricompensarlo dei suoi preziosi servizi: il 20 febbraio 1806 la decorazione di gran dignitario dell'ordine reale della Corona di ferro; successivamente la decorazione della grande aquila della Legion d'onore; il 20 dicembre 1807 il titolo di duca di Lodi e una dotazione annua di 200.000 lire a carico dello Stato.

Durante il Regno italico (1805-14) Melzi collaborò lealmente con il principe Eugenio e lo sostituì più volte nella presidenza del consiglio dei ministri mentre Eugenio era lontano da Milano perché impegnato all'armata (campagne del 1809 in Italia e in Austria, del 1812 in Russia, del 1813 in Germania, in Illiria e in Italia, del 1814 in Italia).
Sopravvenuta la crisi finale del regime napoleonico (Napoleone abdicò l'11 aprile 1814), Melzi sollecitò Eugenio a salvare l'indipendenza del Regno assumendone la corona; ma il principe tentò invece, maldestramente, di farsi nominare re d'Italia senza garantire l'indipendenza dello Stato, e ciò gli fu fatale. Infatti la resistenza del Senato del Regno e l'insurrezione antieugeniana di Milano del 20 aprile 1814 vanificarono tutti i progetti di indipendenza, inducendo il principe a partire per l'esilio dopo avere consentito agli Austriaci di occupare il Regno.

Melzi scelse allora di ritirarsi a vita privata. Morì a Milano il 16 gennaio 1816. La sua opera politica, che sembrava essere stata completamente vana, avrebbe dato molti frutti nella successiva storia d'Italia; ma proprio la storia che è venuta dopo di lui ha fatto cadere il nome di Francesco Melzi d'Eril, anche nella sua Milano, in un oblio francamente ingiusto.

Emanuele Pigni,
studioso di storia militare,
autore di La Guardia di Napoleone re d'Italia (Milano, Vita e Pensiero, 2001).

Bibliografia essenziale:
F. Melzi d'Eril, Memorie-documenti e lettere inedite di Napoleone I e Beauharnais, a cura di G. Melzi d'Eril, 2 voll., Milano 1865;
C. Zaghi (a cura di), I carteggi di Francesco Melzi d'Eril duca di Lodi. La vicepresidenza della Repubblica italiana, 7 voll., Milano 1958-64;
Id. (a cura di), I carteggi di Francesco Melzi d'Eril duca di Lodi. Il Regno d'Italia, Milano 1965;
Id. (a cura di), I carteggi di Francesco Melzi d'Eril duca di Lodi. Il congresso di Rastadt, Milano 1966;
F. Melzi d'Eril (n. 1910), "Francesco Melzi d'Eril, 1753-1816. Milanese scomodo e grande uomo di Stato, visto da un lontano pronipote", Firenze 2000.



DOMENICO PINO


Domenico Pino- che tra i generali italiani di Napoleone fu il primo per anzianità, per gloria militare e per onori - nacque a Milano l'8 settembre 1760 da Francesco e da Margarita Lonati. (Erroneamente Lombroso, Vite dei primari generali ed ufficiali italiani…, p. 125, scrive che il generale Pino nacque il 1° ottobre 1767, che è invece la data di nascita del capo squadrone Giacomo Pino, fratello e aiutante di campo del generale: si vedano gli estratti degli atti di battesimo di Domenico e di Giacomo Pino in Archivio di Stato di Milano, Araldica, parte moderna, cart. 149.)

Appartenente ad una distinta famiglia del ceto commerciale (dotata di uno stemma almeno dal secolo XVII, come altre famiglie della borghesia milanese tra le quali i Berlusconi: si veda lo stemmario Cremosano, del 1673), frequentò il collegio Gallio di Como e intraprese la carriera militare nell'esercito ducale di Parma, nel quale raggiunse il grado di capitano di cavalleria. Nell'ottobre 1796 si arruolò nella legione Lombarda (nucleo del futuro esercito della Repubblica cisalpina) come semplice granatiere; il 1° novembre dello stesso anno fu promosso capo battaglione nella stessa legione, il 25 febbraio 1797 capo di brigata (ossia colonnello) comandante la 2ª legione cisalpina, il 16 dicembre 1798 generale di brigata e il 27 aprile 1800 generale di divisione (massimo grado militare di allora).

Pino aveva meritato tali avanzamenti distinguendosi nelle prime campagne (1796-99) dell'esercito cisalpino incorporato nell'armata francese d'Italia. Essendo prigioniero sulla parola dopo la resa di Ancona (1799), non poté partecipare alla campagna di Marengo (1800); ma subito dopo tornò in servizio attivo comandando (1800-1801) la divisione Cisalpina, che meritò i più alti elogi per la sua partecipazione alla campagna di Toscana.

Nel 1803 (succeduta alla Repubblica cisalpina la Repubblica italiana) Pino ebbe il comando della divisione italiana in Francia; ma a causa di un infortunio non poté esercitarlo che per brevissimo tempo, e il 13 agosto 1804 Napoleone lo nominò ministro della Guerra della Repubblica italiana, che nel marzo 1805 si trasformò in Regno d'Italia.

Pino rimase ministro della Guerra (pur partecipando attivamente, come capo di stato maggiore dell'armata di riserva, alla campagna del 1805) fino al 14 marzo 1806, quando Napoleone lo nominò primo capitano (ossia comandante in capo) della sua Guardia reale italiana. Pino mantenne questa altissima carica fino alla fine del Regno italico, ma non comandò la divisione della Guardia reale in nessuna campagna. La sua bravura, molto apprezzata da Napoleone, gli fece infatti ottenere il comando di alcune delle divisioni italiane più fortemente impegnate nelle campagne dell'esercito del Regno: la divisione italiana in Pomerania nel 1807, dopo la morte del generale Teulié; la 2ª divisione italiana all'armata di Spagna nelle campagne del 1808, del 1809 e del 1810; la 15ª divisione di fanteria della Grande armata nella campagna di Russia del 1812.
Alcune delle più belle vittorie di tali campagne sono legate al nome di Pino; particolarmente importante fu la battaglia di Malojaroslawetz (24 ottobre 1812), vinta dagli Italiani della 15ª divisione e della Guardia reale.

Napoleone, che già aveva nominato Pino gran dignitario dell'ordine della Corona di ferro il 20 febbraio 1806, lo nominò conte del Regno il 12 aprile 1809, grand'ufficiale della Legion d'onore il 20 gennaio 1810 e conte dell'Impero francese il 9 marzo 1810; inoltre gli concesse una dotazione annua con maggiorasco trasmissibile di 20.000 franchi sul Monte Napoleone, un'altra di 17.600 franchi sull'ordine della Corona di ferro e un'altra di 5000 franchi sulla Legion d'onore.

All'inizio della campagna del 1813 per la difesa dell'Italia, Pino comandò la III luogotenenza dell'armata d'Italia dal luglio al settembre, quando il principe Eugenio de Beauharnais, viceré d'Italia, che aveva avuto gravi contrasti con Pino durante la campagna di Russia, lo allontanò dall'armata incaricandolo del comando delle prime quattro divisioni militari territoriali del Regno.

Pino è stato accusato da molti - ma senza prove - di complicità con l'insurrezione milanese del 20 aprile 1814 contro il principe Eugenio, alle spalle dell'armata d'Italia che fronteggiava l'armata austriaca sul Mincio. Alcuni hanno sostenuto persino che il generale volesse divenire re d'Italia (Napoleone aveva abdicato pochi giorni prima). Egli negò sempre, nel modo più fermo, di avere partecipato a congiure contro il principe Eugenio. Decaduto a Milano il potere del viceré e insediatosi un governo provvisorio, i collegi elettorali del Regno nominarono Pino comandante in capo delle Forze armate italiane (22 aprile). I patrioti speravano che il generale potesse salvare l'indipendenza del Regno. Ma il comando effettivo dell'armata d'Italia era rimasto al principe Eugenio, che il 23 aprile firmò la convenzione di Mantova, con cui permise agli Austriaci di occupare tutto il Regno. Fu la triste fine di un'epopea militare di diciassette anni della quale il generale Pino era stato uno dei massimi protagonisti.

L'imperatore d'Austria conferì a Pino il grado di tenente feldmaresciallo, ma il generale scelse di ritirarsi a vita privata a Cernobbio, sul lago di Como, dove morì il 29 marzo 1826.

Emanuele Pigni,
studioso di storia militare,
autore di La Guardia di Napoleone re d'Italia (Milano, Vita e Pensiero, 2001).

Bibliografia essenziale:
F. Porro, Discorso funebre pronunciato […] nella chiesa parrocchiale di Cernobbio sulla bara […] del tenente feldmaresciallo conte Domenico Pino, Lugano 1826;
G. Lombroso, Vite dei primari generali ed ufficiali italiani che si distinsero nelle guerre napoleoniche dal 1796 al 1815, Milano 1843, pp. 125-179;
A. Zanoli, Sulla milizia cisalpino-italiana. Cenni storico-statistici dal 1796 al 1814, 2 voll., Milano 1845;
S. Pellini, Il General Pino e la morte del Ministro Prina, Novara 1905;
E. Pigni, La Guardia di Napoleone re d'Italia, Milano 2001.


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Fonti, citazioni, e testi
Prof.
PAOLO GIUDICI - Storia d'Italia -
P.COLLETTA - Storia (Napoleonica) del Reame di Napoli 1734-1825- 1834
NAPOLEONE - Memoriale di Sant'Elena - (origin.
1a Ed. -1843
R. CIAMPINI - Napoleone - Utet - 1939
E. LUDWIG - Napoleone - Mondadori 1929
A. VANNUCCI - I Martiri della Libertà - Dal 1794 al 1848 - Lemonnier 1848
STORIA MONDIALE CAMBRIDGE - (33 vol.) Garzanti 
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