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( QUI TUTTI I RIASSUNTI )  RIASSUNTO ANNI 1804-1805

NAPOLEONE IMPERATORE DEI FRANCESI E RE D'ITALIA
LA FINE DI LUCCA - LA LIGURIA ALLA FRANCIA

INCORONAZIONE DI NAPOLEONE A MILANO



NAPOLEONE IMPERATORE DEI FRANCESI - PIO VII IN FRANCIA - INCORONAZIONE IMPERIALE DI NAPOLEONE - TRATTAZIONE DEGLI AFFARI RELIGIOSI - RITORNO IN ITALIA DEL PONTEFICE - NAPOLEONE E FRANCESCO MELZI - LA REPUBBLICA ITALIANA MUTATA IN REGNO - NAPOLEONE PROCLAMATO RE D'ITALIA - PROMULGAZIONE DEGLI STATUTI COSTITUZIONALI - NAPOLEONE NEL PIEMONTE - RIEVOCAZIONE DELLA BATTAGLIA DI MARENGO - NAPOLEONE A PAVIA - L'IMPERATORE A MILANO; NONIME E RICEVIMENTI - LA CERIMONIA DELL'INCORONAZIONE REGIA DI NAPOLEONE - ORDINAMENTO DELLE COSE ECCLESIASTICHE DEL REGNO D'ITALIA - FINE DELLA REPUBBLICA LUCCHESE FELICE ED ELISA BACIOCCHI A LUCCA - ANNESSIONE DELLA LIGURIA ALLA FRANCIA - EUGENIO BEAUHARNAIS VICERÈ D'ITALIA - VISITA DI NAPOLEONE ALLE CITTÀ DEL REGNO
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NAPOLEONE IMPERATORE DEI FRANCESI - PIO VII IN FRANCIA
INCORONAZIONE IMPERIALE DI NAPOLEONE
TRATTAZIONE DEGLI AFFARI RELIGIOSI
RITORNO IN ITALIA DI PAPA PIO VII


Il 18 maggio del 1804, in Francia, un senato-consulto presentava una nuova costituzione e dava il titolo di "Imperatore dei Francesi" a Napoleone Bonaparte, che già fin dal 1802 aveva ricevuto quello di console a vita.
"…Quale cammino in quindici anni ! La Francia tornava alla monarchia ereditaria ! Ma maliziosi oltre che superficiali e appassionati osservatori si dimostravano coloro i quali notavano e andavano affermando a destra e a manca, che si era inutilmente uccisi Luigi XVI e Maria Antonietta per doversi poi piegarsi davanti ad un piccolo Còrso favorito solo dalla fortuna....".

"In realtà la Rivoluzione non è che ha avuto l'unico scopo di distruggere la monarchia, e un ritorno a questa, non significava per nulla una rinuncia; ma soltanto di spazzar via gli ultimi ruderi del vecchio mondo feudale per lasciar libero il campo all'attività politica ed economica della borghesia divenuta ormai la classe, sotto ogni aspetto, più forte....".
"Napoleone non era Robespierre, ma non era neppure Luigi XVI; non era la rivoluzione che ripudia tutto il passato, ma, non era neppure l'antico regime tramontato per sempre: era invece la tradizione e la rivoluzione, il passato e il presente, la sintesi di tutti gli sforzi dei secoli, e specialmente nella Francia, verso un ideale sempre più alto di gloria e di libertà. " ...Je monte au trone... " , disse più tardi il nuovo Cesare al Presidente del Senato, " ...ou m'ont appelé le voeu unanime du Senat, du peuple et de l'armée, le coeur plein du sentiment des grandes destinées de ce peuple que, du milieu des camps, j'ai le premier salué du nom de Grand ... ".

"…Tuttavia, se sentì vibrare nel suo cuore la storia della Francia -e la ripercorse intera- non fu per fermarsi a Luigi XVI e a Filippo il Bello, ma per spingersi molto più oltre sino a Carlomagno.
Un còrso, cioè un italiano, imperatore dei Francesi ! Napoleone che dell'Italia a sua gente spiegò tutte le qualità più caratteristiche, non appartenne mai propriamente alla Francia. Non rappresentò forze, che furono invece gli strumenti della sua rovina; ma, nato dal cosmopolitismo del secolo XVIII, fu la più gloriosa espressione del genio cesareo della razza latina.
L'imperatore dei francesi poteva essere anche italiano, perché in realtà altro non era se non il successore di Carlo Magno, l'imperatore d'Occidente …"(Lemmi).

Come Carlomagno, Napoleone ambiva ricevere la corona imperiale dal Pontefice. Non a Roma, ma a Parigi. Il suo desiderio era stato comunicato al cardinale CAPRARA, nunzio pontificio, e questi si affrettò a scrivere al Papa, esortandolo ad accettare e a mettersi subito in cammino alla volta della Francia.
PIO VII accolse l'invito con gioia perché sperava grandi vantaggi per la Chiesa; ma non partì subito come il Caprara sollecitava. Sia lui che il Sacro Collegio avrebbero desiderato innanzi tutto risolvere la questione del giuramento che il nuovo imperatore avrebbe dovuto pronunciare nella cerimonia dell'incoronazione. Secondo la formula stabilita dal senatoconsulto, Napoleone avrebbe dovuto giurare di "..rispettare e far rispettare le leggi del Concordato e la libertà dei culti …". Ora a Roma si pretendeva che l'imperatore assicurasse trattarsi non degli "Atti organici" (promulgati l'8 aprile del 1802 e non riconosciuti dal Pontefice) ma del solo Concordato, non di tolleranza religiosa ma soltanto civile dei culti, e nel medesimo tempo promettesse di comporre, in modo soddisfacente per la S. Sede, gli affari religiosi tuttora pendenti.
Lunghe furono le trattative; spiegazioni rassicuranti diedero il cardinal Caprara, il Talleyrand e il cardinal Fesch, ambasciatore francese a Roma; finalmente, giunta la richiesta ufficiale di Napoleone portata dal generale CAFFARELLI, il 2 novembre il Papa si mise in viaggio.
Questo fu fatto con molta fretta: il 7 PIO VII era a Firenze, il 12 a Torino, il 19 a Lione; il 25 giunse a Fontainebleau. A S. Erasmo, sulla strada fra Nemours a Fontainebleau, l'imperatore era venuto ad incontrarlo con una comitiva di cacciatori, gli aveva dato e ne aveva ricevuto l'abbraccio e con lui aveva proseguito il viaggio che terminava tre giorni dopo con l'arrivo a Parigi.

Il Pontefice prese alloggio alle Touileries; il l° dicembre, in forma privatissima fu celebrato il matrimonio religioso tra l'imperatore e Giuseppina che da otto anni erano uniti civilmente e quel giorno stesso fu presentato al Papa il testo del cerimoniale romano con le modifiche fatte da Napoleone. Le principali riguardavano la presentazione del sovrano al Pontefice, che avrebbero dovuto fare i vescovi e che invece fu soppressa e sostituita con il canto del "Veni Creator Spiritus", la formula della benedizione pontificale in cui le parole "Imperatorem eligimus" furono cambiate con le altre "Imperatorem consacratori sumus", e infine l'incoronazione.

La corona doveva essere imposta all'imperatore dal Pontefice: Napoleone invece, quasi a dichiarare che gli veniva dalle sue virtù e dal popolo, aveva stabilito di porsela egli stesso sul capo. La cerimonia avvenne il 2 dicembre nella chiesa di Nótre-Dame, piena d'invitati e d'autorità, fra cui i grandi ufficiali della Legion d'Onore, i presidenti delle Corti d'Appello e dei Collegi elettorali, i sindaci delle trentasei maggiori città della Francia, i prefetti, i generali, la municipalità parigina, il Senato, il Consiglio di Stato, il Corpo legislativo, il Tribunato, la Corte di Cassazione, la deputazione dell'esercito e della flotta, e il corpo diplomatico. Verso le ore 9 giunse il Pontefice in una carrozza tirata da otto cavalli e un'ora dopo giunse l'Imperatore. La cerimonia fu lunghissima. Quando venne il momento dell'incoronazione, Napoleone prese la corona, e rivolte le spalle al Santo Padre, se la pose sul capo; quindi incoronò Giuseppina che stava inginocchiata davanti l'altare.

Dopo il "Te Deum" e la Messa, il Pontefice si ritirò e l'Imperatore pronunciò il giuramento. Pio VII rimase a Parigi fino all'aprile del 1805 per trattare gli affari religiosi tuttora pendenti: la sottomissione dei vescovi costituzionali, l'allontanamento dalla Chiesa dei preti ammogliati, il ristabilimento delle congregazioni, l'obbligo del riposo domenicale, la dotazione dei seminari, la modifica degli articoli organici, la soppressione del decreto organico emanato dalla Repubblica italiana, l'abolizione del divorzio permesso dal codice napoleonico.
Napoleone concesse molte delle cose che Pio VII chiedeva, ma non volle dichiarare dominante la religione cattolica, lasciò intatti gli articoli organici e la legge sul divorzio e oppose un rifiuto alla richiesta di restituire alla Chiesa Avignone, le Legazioni e Parma e Piacenza.

Il 4 aprile il Pontefice lasciò Parigi e il 23, passando per Chàlons, Lione e Chambery, giunse a Torino. Rivide a Stupinigi Napoleone, che era partito dalla capitale francese quattro giorni prima, e il 26 riprese il viaggio. Per Asti, Alessandria, Voghera, Parma, Modena e Bologna, giunse il 6 maggio a Firenze, dove ricevette festose accoglienze dalla regina d'Etruria e dalla popolazione.
Ricevuta, il 3 maggio, l'abiura di SCIPIONE de' RICCI, se ne tornò a Roma da cui era rimasto assente circa sette mesi.

NAPOLEONE IN ITALIA - FRANCESCO MELZI
LA REPUBBLICA ITALIANA MUTATA IN REGNO
NAPOLEONE PROCLAMATO RE D'ITALIA
PROMULGAZIONE DEGLI STATUTI COSTITUZIONALI
NAPOLEONE NEL PIEMONTE
RIEVOCAZIONE DELLA BATTAGLIA DI MARENGO
NAPOLEONE A PAVIA E A MILANO - L'INCORONAZIONE

Napoleone imperatore non poteva rimanere presidente della Repubblica Italiana. FRANCESCO MELZI, e questo a Parigi gli fu fatto notare, fece subito preparare dalla Consulta di Stato un disegno di decreto e, prima di sottoporlo all'approvazione dei Collegi elettorali, lo inviò il 29' maggio del 1804 all' imperatore, scrivendogli che la repubblica intendeva manifestare la sua riconoscenza, la sua fede e il suo affetto al suo fondatore e nello stesso tempo assicurare i propri destini a quelli di colui che si era degnato di esserne capo.

Il disegno constava di tredici articoli e trasformava la repubblica in monarchia. La corona era ereditaria nella discendenza maschile legittima o naturale di Napoleone, secondo l'ordine della secondogenitura, di modo che le monarchie di Francia e d'Italia fossero, in seguito, separate. In mancanza di figli maschi, Napoleone poteva nominare il suo successore scegliendolo nella discendenza maschile dei fratelli, eccettuati Luciano e Girolamo, e se anche i fratelli non avevano figli, la Consulta aveva facoltà di provvedere alla scelta del nuovo sovrano. Nel nuovo regno dovevano essere assicurati il mantenimento della religione cattolica, l'integrità territoriale, l'indipendenza politica, la libertà civile, l'eguaglianza dei diritti, l'abolizione della feudalità, l'alienazione dei beni nazionali, il sistema rappresentativo, l'indipendenza del potere giudiziario e la concessione ai soli italiani delle cariche e degli impieghi. Infine il nuovo regno doveva stipulare con la Francia un'alleanza offensiva e difensiva e non doveva pagarle più alcun tributo.

Il 23 giugno Napoleone rispose: "… Io ho letto - "scriveva" - e meditato con tutta l'attenzione dovuta le proposte della Consulta di Stato; io sono costante nel modo di vedere gli affari della patria italiana, e i suoi interessi sono fortunatamente per me conformi a tutti gli altri miei interessi. La Repubblica Italiana rimarrà una e indipendente. Noi vi stabiliremo, secondo il desiderio della Consulta, un ordine di cose più conforme allo spirito del secolo in cui viviamo e al grado cui è giunta la società. Quando sarà tempo risponderò alla Consulta. Tutti questi argomenti meritano la più grande ponderazione, e, nonostante gli avvenimenti di pace, di guerra, d'organizzazione, in mezzo cui mi trovo, ogni cosa giunge a suo tempo. Io mi limito pertanto a assicurarvi che i vostri voti, i vostri disegni, i vostri desideri non saranno contrariati in nulla, e che, nel regolare gli affari della Repubblica Italiana, io metterò sempre in prima linea il suo interesse, il suo vero interesse. Se alla Consulta di Lione si fosse dato ascolto agli spiriti leggeri e superficiali e si fosse diversamente disposto della Presidenza, dove sarebbe oggi la Repubblica Italiana? I disegni e i piani si tracciano in poche ore, ma occorrono degli anni perché le nazioni imparino a sapersi ben condurre …".

Ci piace anche ricordare quello che con amarezza ricordava e dettava a Sant'Elena al suo maggiordomo Las Cases, quando parlava del profondo mutamento avvenuto nel costume del popolo italiano: "Dopo il mio passaggio, l'Italia non era più la stessa nazione: la sottana, che era l'abito di moda per i giovani, fu sostituita dall'uniforme: invece di passare la loro vita ai piedi delle donne, frequentavano i maneggi, le sale d'armi, i campi militari; i bambini stessi iniziarono a giocare sul selciato con interi reggimenti di soldatini di stagno e imitavano i fatti di guerra e le mie battaglie.  E quelli che cadevano non erano più gli italiani.... ma gli austriaci.  Prima, nelle commedie e negli spettacoli di piazza, veniva sempre messo in scena qualche italiano vile, anche se spiritoso, e di contro a lui un tipo di grosso soldato straniero, forte, coraggioso e brutale, che finiva sempre col bastonare l'italiano, fra le risa e gli applausi degli spettatori. Anche se non c'era proprio niente da ridere ma semmai da piangere.  Orbene: il popolo italiano non tollerò più  allusioni di questo genere; gli autori dovettero cambiare.  Iniziarono a mettere italiani valorosi, che mettevano in fuga lo straniero, vi sostenevano il proprio onore e il proprio diritto. Vi sembra poca cosa tutto questo? No! La coscienza nazionale si era formata. E l'Italia ebbe per la prima volta i suoi canti guerrieri e gli inni patriottici". (dal Memoriale di San'Elena).

Era servaggio anche questo -direbbero alcuni- ma di natura e carattere profondamente diverso. Il nome Italia cominciò a varcare le frontiere, a imporsi alle attenzione dell'Europa, a farsi stimare tra i patrioti di ogni nazionalità, che accorrevano ovunque, poichè molti italiani mostravano di saper morire combattendo e che possedevano anche loro un orgoglio; non quello oppressivo, compressivo, depressivo, di tanti tempi anteriori.

Napoleone aveva compreso lo spirito d'indipendenza di cui era impregnato il decreto ed aveva voluto, con la risposta su riferita, avvertire i dirigenti della Repubblica che era inutile parlare d'indipendenza assoluta. Che gli "Italiani non erano ancora maturi". "Forse fra una generazione!" . E non si sbagliava! E quando perse tutto, da Sant'Elena, ne era ancora sicuro: "..."deve passare una generazione, poi i giovani di domani vendicheranno l'oltraggio che oggi qui io soffro". (dal Memoriale di San'Elena).

Il MELZI però tornò alla carica. Nel luglio la Consulta presentò un disegno di costituzione, in cui si proponeva l'istituzione di un vicerè nazionale, che avrebbe dovuto essere il Melzi medesimo, si introducevano alcune modifiche al Corpo legislativo e si creava un Magistrato supremo conservatore di otto consultori di Stato a vita, nelle cui mani sarebbe stato gran parte del potere. Ma Napoleone si meravigliò molto di queste proposte e disse anzi che il Melzi aveva scritto in un momento in cui la gotta lo tormentava più del solito.

Affari di così grande importanza non potevano certo risolversi per mezzo di lettere, e il Melzi si recò a Parigi, anche per esser presente alla cerimonia dell'incoronazione imperiale. Vi si recarono pure la Consulta di Stato e i rappresentanti dei Collegi elettorali. Incontri ci furono tra l'imperatore e il Melzi e questi fu informato che Napoleone, per calmare le apprensioni dell'Europa, aveva pensato di dare la corona del nuovo regno al fratello Giuseppe, il quale però non volle accettare per non rinunziare ai suoi diritti alla corona di Francia. Essendosi anche rifiutato di accettarla per il figlio, l'altro fratello Luigi, l'imperatore decise di tenerla per sé.

Il 17 marzo 1805 Napoleone ricevette il Melzi, vice presidente della Repubblica Italiana, il MARESCALCHI, il CAPRARA, il PARADISI, il FENAROLI, il COSTABILI, il LUOSI e il GUICCIARDI, membri della Consulta, il GUASTAVILLANI, LAMBERTENGHI, CARLOTTI, membri del Consiglio legislativo, il RANGONE oratore e il CALEPPIO membro del Corpo legislativo, il SAITTA, l 'ALESSANDRI, il SALIMBENI, l' APPIANI, il BUSTI e il GIULINI, rappresentanti dei tre Collegi elettorali, il NEGRI, commissario presso il Tribunale di cassazione, il SOPRANSI e il VALDRIGHI, presidenti dei tribunali di revisione di Milano e di Bologna e il generale DOMBROWSKI.
Melzi lesse e consegnò il verbale della deliberazione per la quale la repubblica si trasformava in regno e pronunciò parole che dovevano suonar gradite all'imperatore: "…Sire, in un paese che voi avete conquistato, riconquistato, creato e governato, ove tutto ricorda le vostre glorie, ove tutto attesta il genio vostro, ove tutto spira le vostre beneficenze, un voto solo poteva formularsi. Non fu difficile convincersi che le sorti non erano ancora mature abbastanza da giungere all'indipendenza politica; la più leggera nube che sorge all'orizzonte può sgomentare la nostra repubblica; e in tali condizioni dove trovare un miglior pegno di quiete, di felicità di stabilità? Sire, voi continuate ad essere una condizione necessaria; solo ai consigli dell'alta vostra sapienza appartiene il fissarne il termine per disarmare ogni gelosia straniera .... "

Napoleone rispose: "…Dal primo momento che fummo nei vostri paesi, fra le maggiori incertezze degli avvenimenti, avemmo sempre fisso il pensiero a render libera e indipendente la nazione italiana. I popoli d'Italia si mostrarono grati all'interesse che noi prendemmo per assicurare la loro prosperità, e quando sulle rive del Nilo udivamo che l'opera nostra si sfasciava, ci dolemmo dei mali che gravavano su di voi; per virtù dei nostri eserciti ci presentavamo a Milano mentre gli Italiani ci credevano sul Mar Rosso, ed intrisi ancora del sangue e ricoperti della polvere delle battaglie, abbiamo voluto la sistemazione della patria italiana .... Ritengo questa corona, ma solo per quel tempo che lo esige il vostro meglio, e vedrò con piacere il momento di porla sopra un capo più giovane, che, animato dal medesimo spirito, abbia a continuare l'opera mia e sia pronto sempre a sacrificare se stesso alla sicurezza e alla felicità di quel popolo, sul quale la Provvidenza, le risoluzioni del regno e la mia volontà lo avranno chiamato a regnare".

Quel giorno medesimo Napoleone promulgò lo statuto costituzionale del nuovo regno. In questo era stabilito che la corona era trasmissibile ai discendenti maschi dell'imperatore, legittimi, naturali o adottivi, purché questi ultimi fossero cittadini del Regno d'Italia e dell'Impero francese; che, appena i Russi abbandonavano le isole Jonie e gli Inglesi Malta, Napoleone avrebbe nominato il suo successore, dividendo così le corone di Francia e d'Italia, e infine che entro un anno, d'accordo con la Consulta e con le deputazioni dei Collegi elettorali, il Re doveva dare una costituzione conforme alle leggi déll'Impero francese e quelle approvate dalla Consulta di Lione.
Il 28 marzo un secondo statuto fu aggiunto al primo; esso fissava le norme per la reggenza nel caso di un re che non avesse raggiunto il diciottesimo anno di età, creava cinque classi di grandi ufficiali della Corona e prescriveva la formula del giuramento, che era la seguente:
"… Giuro di mantenere l'integrità del regno, di rispettare e di far rispettare la religione dello stato, l'eguaglianza dei diritti, la libertà civile e politica, l'irrevocabilità della vendita dei beni nazionali, di non esigere alcuna imposta né stabilire alcuna tassa che in virtù della legge, di governare con la sola prospettiva dell'interesse, della felicità e della gloria del popolo italiano…".

Un proclama, appositamente emanato, informò i Cisalpini di tutte queste deliberazioni e il 31 marzo fu proclamato a Milano il Regno d'Italia. Nell'ex-Repubblica Italiana "….dell'entusiasmo - "scrive il DE CASTRO" - pare non ce ne sia stato; già questa novità si sapeva da un pezzo, e troppe altre novità ci avevano precedentemente dilettato e deluso; tema e diffidenza ci stavano in cuore, anche per la sovrastante guerra con l'Austria; i vecchi giacobini fremevano, vedendo abbattuti gli ultimi alberi di libertà, che il MELZI aveva invece rispettato; si dovettero fare molti arresti. LUCIANO BONAPARTE si trovava a Milano; ma le imposte del suo palazzo rimasero chiuse. Il MARESCALCHI, giunto per studiare e dirigere, nel senso deliberato da Napoleone, la pubblica opinione, scriveva all'imperatore: "… Nei tre giorni che sono a Milano non perdetti un istante per far conoscere V. M. e le sue intenzioni, ma devo confessarLe molti ostacoli; trovo le porte dei gran signori chiuse, gli spiriti preoccupati da persecuzioni funeste e ridicole. Solo la presenza di V. M. può operare il miracolo di conoscerli e di conquistarli …".

Non senza fatica riuscì allo stesso Marescalchi di ordinare una guardia d'onore a cavallo, per l'annunciato arrivo a Milano di Napoleone; vi si dovettero accogliere, per completare il numero, anche dei borghesi e dei forestieri. E in una memoria della consulta si legge: "… In genere i dipartimenti e ancor più la città di Milano, verso il nuovo ordine di cose non mostrano che apatia profonda: con la differenza che i dipartimenti esterni potrebbero essere scossi e riscaldati con il minimo vantaggio che loro si proponesse, mentre Milano, i cui abitanti sono dabbene, ma alquanto inerti, ed hanno prevenzioni cattive più che altrove, è sempre difficile a muovere ed eccitare…".
"…Però i governanti, beati anche questa volta di adulare la fortuna, si disposero a ricevere il re d'Italia, e con l'imponenza dei preparativi, con lo sfarzo degli addobbi, mirarono a dissimulare le incertezze o i disgusti che esprimevano il paese…". Napoleone, come si è detto, partì da Parigi il 31 marzo e, viaggiando lentamente, giunse al castello di Stupinigi, presso Torino, il 19 aprile.

Nel suo primo saluto ai Piemontesi, si diceva orgoglioso di averli annessi alla Francia:
"…Se Francia e Piemonte sono oramai una sola nazione è, lo dico con orgoglio, opera mia. Suonarono altre volte fra voi le armi straniere, vennero Francesi, vennero Spagnoli, vennero Tedeschi, e vi ridussero a condizione di soggiogate province. Io respinsi questi esempi illiberali; vi ho chiamati a partecipare alle sorti di Francia; e le nostre leggi, le nostre istituzioni, le nostre glorie, divennero glorie, leggi, istituzioni vostre. Potevo io far di più. Qui sedeva un tempo un governo, che, per l'esiguità e debolezza sua, non poteva conservarsi se non servendo il più forte. Ora la Francia si è immedesimata con voi, e non andrà molto che dovrete convincervi quale somma ventura sia essere annessi ad un gran popolo, ad una grande nazione…".

Così esprimendosi, Napoleone mostrava di non conoscere o fingeva di non conoscere i veri sentimenti del popolo piemontese, il quale più che all'unione con la Francia, teneva alla propria indipendenza o in alternativa all'unione al regno d'Italia, come attesta una lettera, in data 18 febbraio 1805, di LUIGI BOSSI, commissario straordinario della Repubblica Italiana, proprio al Melzi:

"… Voi sapete che vi è sempre stato in Piemonte un partito che desiderava, sull'appoggio dei limiti stabiliti dalla natura e dalla uniformità della lingua, di essere unito all'Italia. Questo partito, compresso ma non annientato dalla forza, e mantenuto sempre più come fuoco sotto la cenere, per le circostanze alle quali è stato esposto questo sfortunato paese, si è risvegliato con maggior vigore alla nuova delle prossima formazione di un regno in Italia, appoggiato ad un individuo della famiglia imperiale. Una certa specie di lusinga ha determinato gli uni a parlarne, gli altri a mostrarsi apertamente; e per quanto destituite di fondamento siano queste lusinghe, non lasciano molti di pascolarsene e se si dovesse prendere il suffragio della nazione, io non dubiterei che la massima parte vorrebbe essere italiana.…"

. A Stupinigi Napoleone ricevette la deputazione della municipalità milanese e a ciascun deputato regalò una scatola d'oro, ricevette inoltre il Pontefice e tutte le magistrature del Piemonte. Per gli amici della Francia ebbe buone parole, aspre per quelli che nutrivano sentimenti d'italianità o devozione alla Casa Sabauda, come, ad esempio l'arcivescovo BURONZO e il giudice PICO, che furono sostituiti; a quelli che ancora speravano nell'unione del paese al regno d'Italia dichiarò, con le parole rivolte al presidente del collegio elettorale di Susa, che invano speravano una tal cosa: "…Dichiarate senza ambagi che il Piemonte è irrevocabilmente annesso alla Francia…".
Da Stupinigi l'imperatore si recò a visitare Moncalieri e Superga, quindi, il 24 aprile, in carrozza, assieme alla moglie Giuseppìna, fece il solenne ingresso a Torino, sotto un arco trionfale appositamente eretto, seguito da una scorta di cavalleggeri al comando del principe EUGENIO BEAUHARNAIS. A Torino andò ad abitare nel palazzo reale, dove ricevette le autorità, visitò la cittadella, il liceo, l'arsenale, i principali monumenti e una mostra di prodotti industriali piemontesi; presenziò ad uno splendido ballo dato dal municipio in suo onore; e trovò anche il tempo di dare istruzioni per l'assetto delle finanze, per la repressione del brigantaggio, per la punizione dei commissari ladri, per la navigazione del Po e per importanti lavori di pubblica utilità.

Il 29 aprile si recò per Asti ad Alessandria, dove ricevette i rallegramenti della Spagna, della Prussia e dell'Austria per la prossima incoronazione.
Il 5 maggio volle riprodurre nella pianura di.Marengo i principali episodi della grande battaglia. Doveva essere una specie di commemorazione della famosa giornata, ma nello stesso tempo fu un'imponente rivista delle truppe, la quale aveva lo scopo di mostrare all'Austria che trentamila e più uomini efficienti in armi, la Francia li teneva concentrati in Italia.
Fu una rievocazione magnifica di quel 14 giugno del 1800 in cui erano state poste le basi della potenza napoleonica. Comandava i trentamila uomini uno degli eroi di quella giornata, il generale LANNES; il villaggio di Marengo era parato a festa; numerosissima gente era venuta dal paesi vicini ad assistere alla festa - archi trionfali erano stati eretti e un palco con un trono era destinato all'imperatrice; suonavano le musiche; rullavano i tamburi; luccicavano al sole le armi; offrivano uno spettacolo magnifico le divise e le vesti degli ufficiali, delle guardie d'onore, delle dame e dei paggi.

Napoleone, che vestiva l'uniforme indossata lo stesso giorno della battaglia, cavalcò per più ore sulla storica pianura; verso le sei, quando le truppe si schierarono in semicerchio, egli distribuì a parecchi magistrati e soldati le insegne della Legion d' Onore, quindi pose la prima pietra di una piramide commemorativa nel cui interno dovevano essere incisi su marmo i nomi dei soldati caduti nella battaglia di Marengo.
(una curiosità: questa piramide (che rappresentava un po' il disonore) fu poi portata via nel '48 dagli austriaci e se ne perse le tracce; solo nel 1917, fu ritrovata da Gabriele d'Annunzio, a Fiume, e rimessa al suo posto, dove oggi si trova)

Il 6 maggio Napoleone giunse a Mezzanacorti e, attraversato il Po fra le acclamazioni di numerose persone assiepate per vederlo e salutarlo, pose così il piede nel territorio del Regno d'Italia. Ad accoglierlo si trovavano FRANCESCO MELZI, il JOURDAN, generalissimo dell'esercito d'Italia, e LUCREZIO LONGO, prefetto del dipartimento dell'Olona, insieme con i quali la sera stessa l'imperatore fece il suo ingresso a Pavia.
Era sindaco della città quell'avvocato CAMILLO CAMPARI che il 25 maggio del 1796 aveva osato dare una fiera risposta al Bonaparte, adirato contro i Pavesi per l'insurrezione scoppiata in quei giorni. A lui, che era andato a pregarlo di far cessare il saccheggio delle truppe francesi, il Bonaparte aveva posto come condizione la consegna di cento nobili e di cento preti da fucilare all'istante, e il Campari aveva risposto: "….Non cento, ma mille teste di nobili e di preti se fossero colpevoli; neppure una, perché sono innocenti di questa insensata sommossa, come lo sono pure i cittadini, perché non loro ma i contadini l'hanno suscitata…".

Ora anche il Campari andò a ricevere l'imperatore che, vedendolo, lo riconobbe e gli disse: "…Siamo vecchi conoscenti…". E a lui il sindaco: "…Vorrei dimenticare la circostanza in cui ebbi l'onore di conoscere V. M…." e di rimando Napoleone: "…Ed io vorrei che tutti i miei sudditi somigliassero ai Pavesi, i quali, beneficati dall'Austria, fecero una rivoluzione per essa; le assicuro, signor podestà, che fra breve sarebbero pronti a farne un'altra per me…".
L'imperatore prese alloggio al palazzo Botta, custodito da una guardia d'onore di trentadue giovani a cavallo e di centoquattordici studenti a piedi, e commosso dalle festose accoglienze volle suggellare la conciliazione con la città dotandola di una fonderia di cannoni, di un arsenale e di una scuola superiore per gli ufficiali.

Milano intanto si preparava a ricevere l'imperatore; per precauzione erano stati arrestati parecchi repubblicani dalla testa calda, e il cardinale CAPRARA era appositamente venuto da Parigi per benedire il sovrano; si addobbavano le porte e le vie dove si presumeva che dovesse entrare e passare il corteo imperiale, e s'innalzarono grandi archi trionfali.
L'8 maggio, fin dal mattino, cominciarono a suonare le campane e a rombare le artiglierie e il popolo si accalcò fuori Porta Marengo, già Ticinese. Ma il corteo non giunse che nel tardo pomeriggio: erano quindici carrozze a sei cavalli ciascuna, e seguivano il cocchio imperiale, tirato da otto cavalli, dove erano Napoleone e Giuseppina. Il corteo passò tra gli applausi della folla fino a piazza Duomo; sui gradini dello stesso Duomo il cardinal Caprara impartì la benedizione, quindi l'augusta coppia si recò alla reggia.
I ricevimenti cominciarono il giorno dopo. Presentarono i loro omaggi gli ambasciatori di Spagna, di Portogallo, della Baviera, del Baden, della Confederazione Renana, del Vallese, della Repubblica Ligure, del Regno d' Etruria, di Lucca, del Re delle Due Sicilie, dell'Ordine Gerosolimitano, l'inviato del Re di Prussia, che in nome del suo sovrano diede a Napoleone le insegne dell'Aquila Nera e dell'Aquila Rossa.
Poi furono ricevuti il prefetto del dipartimento dell'Olona, gli alti magistrati civili e militari, il Consiglio Generale, l'Amministrazione dipartimentale, l'arcivescovo e il clero, i tribunali giudiziari, e i membri dell'Accademia di belle arti e della Polizia.

Il 9 di maggio Napoleone nominò il MELZI Grande Cancelliere Guardasigilli, l'Arcivescovo CODRONCHI Grande Elemosiniere, ANTONIO LITTA Gran Ciambellano, il CAPRARA Grande Scudiero, il RENAROLI Gran Maggiordomo e confermò nel loro ufficio quasi tutti i ministri e i segretari generali, mettendo il LUOSI alla Giustizia, il FELICI all'Interno, il BOVARA al Culto, il PRINA alle Finanze, il VENERI al Tesoro, il generale PINO alla Guerra, il TESTI agli Esteri, e alle segreterie generali dell'interno, dell'istruzione pubblica, delle finanze e dei lavori, del censo e delle contribuzioni indirette, delle dogane, del debito pubblico il GUICCIARDI, il MOSCATI, il PARADISI, il BARBO', il LAMBERTENGHI e il PENSA. Il MARESCALCHI e l'ALDINI rimasero presso l'imperatore.
Quindi fu istituito il Consiglio di Stato composto dei grandi ufficiali, dei ministri e di venti membri scelti fra gli exconsultori e i magistrati più distinti e diviso in cinque sezioni: Giustizia, Interno, Finanza, Guerra, Culto.

Il 16 maggio Napoleone presenziò alla seduta del Corpo legislativo; il 18 si riunirono in S. Alessandro, in Brera e in Casa Serbelloni i tre Collegi elettorali, i quali furono ricevuti il giorno dopo dal sovrano. ANTONIO ALDINI, presidente dei possidenti, pronunziò un discorso in cui collocò l'imperatore al di sopra di Nerva e di Traiano e a lui assicurò la fedeltà, la riconoscenza e la sottomissione di tutti. Napoleone rispose in italiano:
"…Vi vedo con piacere intorno al mio trono, del quale vi considero sempre il più valido sostegno. Udii con soddisfazione i sentimenti che mi avete esternato. In virtù dello statuto costituzionale, nominerete i membri per integrare il vostro corpo; fate il modo di scegliere uomini commendevoli per i loro principi e per attaccamento alla mia persona…".

L'incoronazione doveva accadere il 26; quattro giorni prima tre carrozze di corte furono mandate a Monza a prendervi la CORONA FERREA che, portata a Milano, fu deposta sull'altar maggiore del Duomo e custodita giorno e notte da giovani monzesi. Intanto si operavano altri arresti d'intransigenti repubblicani e nel medesimo tempo si addobbava il Duomo con ricchi drappi, festoni e frange.
La mattina del giorno stabilito, sotto un sole splendido, la folla gremiva la vasta piazza durante l'attesa del corteo; tutte le campane della città suonavano a festa e le artiglierie sparavano a salve. Alle undici e mezzo giunsero GIUSEPPINA ed ELISA, in ricchissime vesti, scintillanti di gemme, che andarono ad occupare posto nella tribuna dorata dove dovevano godersi lo spettacolo. Poco dopo cominciò a sfilare il corteo. Questo era aperto da rappresentanti delle Guardie francese ed italiane, seguiti da araldi, paggi, maggiordomi, uscieri, aiutanti; venivano poi gli Onori di Carlomagno: il cardinale BELLISONI portava la corona, il FENAROLI lo scettro, il principe BACIOCCHI, LA mano della giustizia, il maresciallo JOURDAN la spada; tenevano dietro gli Onori d'Italia la corona portata dal MELZI, lo scettro dall'ALDINI, la mano della giustizia dall'ANZIANI, l'anello dal BOVARA, la spada dal principe EUGENIO; seguivano gli Onori dell'Impero con il globo portato dal maresciallo MONCEY, i cuscini dal maresciallo BRUNE, la mano della giustizia dallo CHAMPAGNY, la spada dal TALLEYRAND. Seguiva infine NAPOLEONE: che reggeva lo scettro e la mano della giustizia; sul capo aveva la corona imperiale; sulle spalle il manto regio di velluto verde, il cui strascico era sorretto dal Berthier. Poi una folla scintillante e variopinta di grandi ufficiali civili e militari dell'Impero e del Regno.

Alla porta del Duomo stava il Cardinal CAPRARA con sedici vescovi e dieci vicari delle sedi vacanti; Napoleone, sotto un baldacchino sorretto da canonici, fu accompagnato al Coro in cui era stato rizzato un trono; quindi cominciò la cerimonia che si protrasse per circa tre ore e fu rallegrata da marce trionfali e da cori, eseguiti da duecentocinquanta strumentisti e cantanti, diretti dai maestri POLLIONI e MINOIA.
Cessati i cori, le marce e le preghiere, i grandi ufficiali del regno deposero sull'altare gli onori; il cardinale consegnò questi oggetti all'imperatore, che porse la spada al principe Eugenio, suo futuro viceré; quindi Napoleone accostatosi all'altare, prese la corona ferrea, se la mise in capo su quella imperiale e pronunziò le famose parole: "Dio me l'ha data, guai a chi la tocca".

Dopo l'incoronazione fu celebrata la Messa, finita la quale il sovrano pronunciò sul vangelo la formula del giuramento. Allora il capo degli araldi proclamò: "… Il gloriosissimo ed augustissimo imperatore e re Napoleone è incoronato e intronizzato. Viva l'imperatore e re !…" e il popolo gli fece eco: "…Viva l'imperatore e re !…".
La cerimonia si chiuse col "Te Deum", quindi il corteo ritornò alla reggia, dove fu servito il pranzo di gala. Nel pomeriggio Napoleone si recò a S. Ambrogio, dove fu cantato il secondo "Te Deum". Corse di fantini, balli, voli di palloni aerostatici, illuminazione della città chiusero la storica giornata.
L'ex-Repubblica Italiana ora aveva un padrone; il popolino tripudiava, e la musa cortigiana del poeta MONTI cantava dell'Italia:

Alla infelice -che giacea di niuna
speme in conforto, e si parea pur degna
di riverenza e di men ria fortuna,
con la pietà che cor gentile insegna,
s'appressò quell'Invitto, e, la man tesa,
magnanimo le disse: Alzati e regna.

Ma correva pure per Milano il sonetto attribuito al CREONI, che tutt'altro sentimento esprimeva e si chiudeva con la terzina:

Che più ? Fra noi seder dee un Gallo in trono.
Ahi, se cangiar tiranno è libertade,
o terra, ingoia il donatore e il dono.

ORDINAMENTO COSE ECCLESIASTICHE DEL REGNO D' ITALIA
- FINE DELLA REPUBBLICA LUCCHESE
FELICE ED ELISA BACIOCCHI A LUCCA
ANNESSIONE DELLA LIGURIA ALLA FRANCIA
EUGENIO BEAUHARNAIS VICERÈ D'ITALIA
VISITA DI NAPOLEONE ALLE CITTÀ DEL REGNO

Durante il suo soggiorno milanese, oltre che alle feste, Napoleone di dedicò pure all'organizzazione del regno e agli affari generali dell'Italia e dell'Impero. Una delle prime sue cure fu di assestare le relazioni in materia religiosa tra la Santa Sede e il regno italico. Il 16 settembre del 1803, tra il cardinal Caprara e il Marescalchi, era stato firmato un concordato che costava di ventidue articoli. Con questo la religione cattolica era dichiarata religione della Repubblica Italiana; il presidente sceglieva i vescovi e gli arcivescovi ai quali il Pontefice dava l'istituzione canonica; le chiese vescovili di Brescia, Bergamo, Como, Crema, Cremona, Lodi, Novara, Pavia, Vigevano dipendevano dall'arcivescovo di Milano, le altre erano affidate agli arcivescovi di Bologna, Ferrara e Ravenna; potevano i vescovi comunicare liberamente con la Santa Sede su tutte le materie spirituali ed ecclesiastiche, conferire le parrocchie e punire gli ecclesiastici; furono conservati i capitoli delle metropolitane, delle cattedrali e delle maggiori collegiate, che con le mense vescovili, i seminari e le parrocchie furono convenientemente dotate dallo Stato; ai vescovi erano assegnati la disciplina, l'insegnamento e l'amministrazione dei seminari; il governo si obbligava a non sopprimere alcuna fondazione ecclesiastica senza l'intervento della Santa Sede; il clero era esente dal servizio militare; i parroci infine dovevano prestare giuramento di fedeltà alla Repubblica.

Questo concordato presentava indubbiamente molti vantaggi per la Chiesa, ma questi erano stati notevolmente ridotti da un Decreto organico del 26 gennaio 1801, che proibiva la pubblicazione delle Bolle e dei Brevi senza l'autorizzazione del governo, dava facoltà allo Stato di intervenire nelle punizioni canoniche in caso di abusi, vietava ai vescovi di comunicare liberamente con la Santa Sede per le cause in via contenziosa e stabiliva infine che la facoltà di vestire e ammettere alla professione religiosa fosse limitata agli Ordini, conventi, collegi e monasteri che avevano per scopo l'educazione della gioventù e la cura dei malati e che per vestire, far professione e promuovere agli ordini sacri si richiedesse il consenso del governo.

Poiché il Pontefice non aveva voluto riconoscere il Decreto organico, Napoleone ordinò (22 maggio 1805) che a partire dal 1° giugno il Concordato del 1803 doveva essere in piena esecuzione, ma l'8 giugno emanò un decreto in cui legiferava in materia ecclesiastica come se lui e non il Papa fosse il Capo della Chiesa. Con questo decreto fissava la rendita dei vescovi e la dotazione dei capitoli; riduceva il numero delle case dei Barnabiti, dei Somaschi, degli Scolopi, degli Ospitalieri, dei Crociferi, dei Filippini, dei Preti della missione (i soli ordini che conservava); riduceva e riuniva in ottantotto conventi i mendicanti; manteneva le Orsoline e le Salesiane e divideva gli altri ordini femminili in quaranta monasteri di prima classe e in altrettanti di seconda; stabiliva l'età per la professione dei religiosi; infine assegnava al demanio i beni dei conventi e dei monasteri soppressi e ordinava che il prezzo di vendita fosse versato al Monte Napoleone, costituito per estinguere il debito pubblico.

Pio VII protestò contro questo decreto con una nota ufficiale e con una lettera all'imperatore, il quale rispose ricordando quanto aveva fatto per la religione e si scusò di non avere interpellata la Santa Sede con il dire che sarebbero occorsi parecchi anni prima di venire ad un accordo con la Curia Romana, ad ogni modo Napoleone si dichiarava pronto a concedere tutte le modificazioni possibili, desiderando vivamente di far piacere al Santo Padre.

Fra i rappresentanti dei vari stati italiani recatisi all'apoteosi di Milano e quindi a rendere omaggio a Napoleone c'erano anche quelli della piccola Repubblica di Lucca: CESARE LUCCHESINI, VINCENZO COTENNA e GIUSEPPE BELLUOMINI, ai quali Napoleone, fra le altre cose, disse "…So che a Lucca non siete troppo uniti; questo non deve essere; bisogna stare uniti e d'accordo…".
Invece non era vero: i Lucchesi se ne stavano tranquilli e contenti del loro regime, e le informazioni che sul loro conto dava da Firenze all'imperatore il generale Clarke erano faziose oltre che esagerate.

Napoleone veramente sapeva come stavano le cose e sapeva anche che i lucchesi, con il loro contegno rispettoso, non gli avevano mai dato motivi di lagnarsi; ma aveva deciso d'infeudare all'Impero la piccola repubblica e voleva far credere che a far questo era spinto dall'anormale situazione interna di Lucca.

A Lucca non si tardò a conoscere i veri propositi dell'imperatore. Verso la fine del maggio del 1805 il SALICETI chiamava a Genova, dove si trovava, il gonfaloniere lucchese FRANCESCO BELLUOMINI e gli faceva capire che era desiderio di Napoleone che i Lucchesi gli chiedessero, come capo della loro repubblica, un principe della sua famiglia; il Belluomini si affrettava a ritornare nella sua città e ad informare della cosa i membri del governo; questi, sapendo che i desideri dell'imperatore erano comandi, il 4 giugno stabilivano di mandare a Napoleone una deputazione per chiedergli una nuova costituzione e un principe della sua famiglia come capo.
Affinché i cittadini si pronunciassero sulla proposta del governo, in tutte le parrocchie e comunità si aprirono registri per ricevere entro tre giorni i voti della cittadinanza. I votanti furono pochissimi e solo un prete votò contro; ma, siccome si era stabilito di considerare favorevoli gli astenuti, così si riuscì ad affermare che la proposta del governo aveva ottenuto l'unanimità meno uno.

Il 12 giugno il governo stabilì di chiedere, come capo della repubblica, il principe FELICE BACIOCCHI, marito di ELISA BONAPARTE, ed avendo questa proposta, con lo stesso singolare sistema sopra accennato, ricevuto l'approvazione popolare, fu inviata all'imperatore una deputazione, composta di FRANCESCO BELLUOMINI, NICOLAO GIORGINI, DOMENICO PIERI, GIOVANNI FILIPPO SANTINI, PIETRO PALLINI, ANGELO BOSSI, LELIO MANSI, FEDERICO BERNARDINI, GIUSEPPE PELLEGRINI, BIAGIO GIGLIOTTI e NICOLAO MANSI.

La deputazione fu ricevuta, il 23 giugno, a Bologna da Napoleone il quale, accolti i voti dei lucchesi, pronunciò un discorso, in cui fra le altre cose diceva: "…Io esaudirò il vostro voto; affiderò il governo ad una persona che mi è cara per i vincoli del sangue, con l'obbligo di rispettar sempre la costituzione; ed essa sarà solo animata dal desiderio di adempiere il primo dei doveri di un principe, che è quello di distribuire imparzialmente la giustizia…".

Quello stesso giorno fu promulgato uno statuto costituzionale, che nominava principe di Lucca Felice Baciocchi e, dopo di lui, la moglie Elisa e i loro figli d'ambo i sessi; fissava un annuo appannaggio di trecentomila lire; compilava la formula del giuramento; istituiva due ministri, sei consiglieri di Stato e trentasei senatori rinnovabili per un terzo ogni quattro anni; ordinava che ai soli Lucchesi fossero conferiti gli impieghi ed esentava i cittadini dalla coscrizione militare.
I magistrati, per la prima volta, furono nominati dall'imperatore, e costituì pure una reggenza che doveva tenere il governo fino all'arrivo del principe. I ministri furono Francesco Belluomini e Luigi Matteucci, cui furono dati i portafogli delle Finanze e dell'Interno. Napoleone aggiunse allo statuto un atto che garantiva l'indipendenza lucchese, che doveva essere rinnovata ad ogni successione e nel quale l'imperatore stabiliva che la casa principesca non potesse contrarre matrimoni senza il suo consenso.

Così dopo sei secoli di vita, la Repubblica di Lucca si convertiva in principato vassallo dell'Impero francese. "… Picciola, è vero, - "scrive il Mazzarosa" - ma non tanto da far tacere la cupidità di molti, sempre perseguitata o insidiata dal vicino, eppure ha retto per secoli e secoli contro tanti nemici palesi e coperti, ed ha potut. prolungar la sua durata al di là del termine di ogni altra repubblica italiana. La forza e la prudenza, ma quella per poco, e questa per moltissimo, valsero a farla così longeva. E bisogna dire, per amor del vero, che se gli animi dei Lucchesi discordavano qualche volta per brighe domestiche, erano sempre concordi e passionali nella conservazione della libertà. Tutti i governi, fossero democratici od aristocratici, hanno dato costantemente il più bell'esempio di verace affetto alla patria…".

Felice ed Elisa Baciocchi si avviarono verso Lucca il 14 luglio del 1805, quel giorno medesimo ricevettero le chiavi della città con una solenne cerimonia la benedizione in Duomo. Presente l'arcivescovo, che benedisse gli onori, l'ambasciatore francese generale HEDOUVILLE diede a FELICE BACIOCCHI in nome di Napoleone, la spada. Prestato il giuramento, un araldo gridò: "..Felice, principe di Piombino, è fatto principe di Lucca. Viva le loro altezze !"…
Balli, corse, luminarie chiusero la giornata.

Sebbene il principe non fosse privo di capacità, la cura del governo rimase più che altro affidata ad Elisa per il prestigio che le veniva dalla parentela; lei piena d'ingegno e d'energia, pur sognando un trono maggiore, si afferma che seppe far prosperare lo Stato ed acquistarsi le simpatie dei sudditi, un po' meno dal clero. Infatti, con i beni dei conventi formò un ricco patrimonio demaniale, che le permise di fare opere di beneficenza e di pubblica utilità: ampliò e pose sotto un'unica direzione gli istituti di carità; risanò le carceri e curò la rigenerazione dei detenuti; eresse collegi per l'educazione della gioventù; aiutò la cultura trasformando l'"Accademia degli Oscuri" in "Istituto Napoleone" ed istituendo premi per le migliori opere dell'intelletto; diede incremento all'industria; migliorò e aumentò le vie di comunicazione. Nel 1806 ebbe pure Massa, Carrara e parte della Garfagnana; nel 1807 ottenne le tre vicarie di Fivizzano, Bagnone e Pontremoli; ma questi ingrandimenti del principato non erano tali da bastare alla sua ambizione: ELISA guardava a Firenze, al trono d'Etruria su cui stava seduta un'altra donna e che non doveva tardare ad accogliere l'energica sorella di Napoleone.

NAPOLEONE IN LIGURIA

Pochi giorni prima di togliere l'indipendenza a Lucca, Napoleone aveva rimosso quel resto d'apparente libertà che ancora rimaneva alla Repubblica Ligure, dove chi teneva il potere non era il governo repubblicano, ma il SALICETI. Questi, il 15 maggio, mentre il Doge GEROLAMO DURAZZO, il cardinale arcivescovo SPINA, alcuni senatori e dieci gentil donne si trovavano a Milano presso l'imperatore, riunì i senatori rimasti a Genova e lesse loro un disegno di legge per la riunione della Liguria alla Francia. Due soli votarono contro; il disegno quindi fu sottoposto all'approvazione popolare e poiché nei registri esposti al pubblico c'era un solo no, quello di AGOSTINO PARETO, fu scritto che gli astenuti erano considerati favorevoli, il Saliceti riuscì così quindi a dichiarare che si era ottenuta l'unanimità dei voti, meno uno.
Altri deputati furono inviati a Milano, che, uniti a quelli che già vi si trovavano, si presentarono il 4 giugno all'imperatore. Il Doge, presentando al sovrano i suffragi del popolo ligure, disse: "…Le trasformazioni introdotte nei popoli vicini, ci hanno segregati interamente, rendono infelice la nostra condizione e chiedono la nostra unione con questa Francia, che voi tanto glorificate…"

Napoleone rispose: "…Dal momento in cui l'Europa non riuscì ad ottenere dall'Inghilterra che il diritto di blocco fosse limitato alle piazze veramente bloccate, dal momento in cui la bandiera dei deboli rimase senza difesa ed esposta alle minacce dei Barbareschi, da allora non vi fu più libertà marittima e le genti sagge previdero quello che oggi si avvera. Dove manca l'indipendenza marittima per un popolo commerciante nasce il bisogno di mettersi sotto una bandiera più potente. Io accolgo il vostro voto e vi unirò al mio grande popolo…".

Il 6 giugno fu pubblicato il decreto organico che, divideva il territorio ligure in tre dipartimenti: quello di Genova, quello di Montenotte con capoluogo Savona, e quello degli Appennini con capoluogo Chiavari. Più tardi Napoleone mandò a Genova il ministro CHAMPAGNY, sostituito poi dal principe LEBRUN, per mettere in ordine il paese secondo le leggi francesi.
Alle stesse leggi sottopose negli stessi primi giorni di giugno Parma e Piacenza, governate dal MOREAU di Saint-Mery, le quali, sebbene non ufficialmente annesse alla Francia, di fatto facevano parte dell'impero.

Il 7 giugno Napoleone inaugurò a Milano con grande solennità il Corpo legislativo e fece dare lettura di un terzo statuto costituzionale, che prescriveva il patrimonio regio, le attribuzioni del Corpo legislativo e dell'ordine giudiziario, istituiva l'Ordine della Corona Ferrea e nominava vicerè il figliastro EUGENIO BEAUHARNAIS. "…Credo - egli disse - di aver dato prove della mia costante risoluzione ad effettuare quanto i miei popoli d'Italia attendevano da me. Spero che essi in cambio occuperanno quel posto che io ho loro assegnato nella mia mente; ma non vi giungeranno se non quando si saranno persuasi che la forza delle armi è il principale sostegno degli Stati. È tempo che questa gioventù, che indugia negli ozi delle grandi città, cessi di temere le fatiche di guerra e i pericoli delle battaglie e si ponga in condizione di far rispettare la patria se vuole che la patria sia rispettata…".

Dopo questo discorso, il principe Eugenio, che aveva venticinque anni, era bello della persona ed aveva fama di valoroso soldato, prestò il giuramento di fedeltà. "…Chiamato assai giovane - egli disse - da chi ad un tempo regge la Francia e l'Italia, rimanere presso di voi quale esecutore della sua volontà, io non posso per ora che darvi speranze; se però avete fede nei sentimenti che mi animano, queste speranze non andranno deluse, e assistito dall'opera di tutti i magistrati e guidato da colui che ci è sovrano, non avrò che uno scopo e un bisogno, la gloria e la felicità del regno d'Italia. Giuro quindi fedeltà al re e alla costituzione, obbedienza alle leggi e prometto lasciare il mio incarico appena il re me l'imponga…"

IL VIAGGIO DI NAPOLEONE IN ITALIA

Il giorno 10, lasciata la moglie che si recava a villeggiare alle sponde del Lago Maggiore e del lago di Como, Napoleone si mise in viaggio per visitare le principali città del regno. Presa la via di Lodi e Cremona, l'11 giugno giunse a Brescia, dove fu accolto con feste e entusiasmo dalla cittadinanza; il 13 dal castello di Montirone assistette ad una manovra che riproduceva la battaglia del 5 agosto del 1796; gratificò i soldati con quindici giorni di paga, e visitò Castiglione delle Stiviere, che per la bocca del presidente della municipalità chiese di cambiare il nome in quello di Napoleonopoli.

Il 15 giunse a Verona, che non gli fece calde accoglienze (forse non aveva ancora dimenticato le "Pasque Veronesi"): della qual cosa si lamentò con il podestà DE MEDICI; assistette ad uno spettacolo all'Arena, visitò le fortificazioni, passò in rivista le truppe e ripartì il 17 per Mantova e Legnago. Il 21 giunse a Bologna ed essendo l'imperatrice venuta a raggiungerlo, la sera del 25 si recò con lei a Modena, dove passò in rivista le truppe e visitò la scuola militare. Di lì passò a Parma, che gli fece festosissime accoglienze, e la sera del 27 giugno entrò a Piacenza, dove era andato ad aspettarlo il principe Eugenio.

Il 30 giugno l'imperatore giungeva a Genova. Il sindaco CAMBIALO gli presentò le chiavi e gli porse il saluto della città; il cardinale arcivescovo SPINA dalla soglia della chiesa di S. Teodoro lo benedissi e lo incensò, e ancora più incenso lo sparse LUIGI CORVETTO, presidente del Consiglio generale, che nel fare il suo discorso augurale, lo terminò affermando che era più grande di Cesare e lo esortò a cambiare il motto cesareo in "venni, vidi, felicitai".

Andò ad abitare nel Palazzo Doria. La città era in festa; nel porto, sopra un tavolato galleggiante, era stato eretto un magnifico tempio con una cupola che posava su dieci colonne ioniche alternate con statue di divinità marine: intorno, da quattro isole natanti coronate di gondole si alzavano palme, cedri, melograni, erbe, fiori, zampilli di acqua; e un'iscrizione sul tempio augurava all'imperatore, "già signore e imperatore della terra, signore e imperatore del mare".

Da questo tempio il 2 luglio Napoleone e Giuseppina assistettero alle regate e verso sera ebbero la gradita sorpresa di vedere tutt'intorno, sulle navi, sulle torri, sulle case, sui monti, accendersi infinite luci fatte con i fuochi, e di sentire dalle isolette e dalle barche canti e suoni dolcissimi. A tarda sera poi scesero a terra e si recarono nel palazzo di GEROLAMO DURAZZO, dove li aspettava un sontuoso banchetto.
Il giorno dopo Napoleone ricevette trenta cittadini per informarsi dei bisogni più urgenti della Liguria e la sera intervenne ad una festa data in suo onore al palazzo pubblico; il 4 luglio visitò alcune navi; il 5 luglio assistette ad un "Te Deum" in S. Lorenzo, ricevette il giuramento del cardinale arcivescovo e dei vescovi dei tre dipartimenti liguri, distribuì decorazioni, ordinò che si costruissero navi, che si arruolassero marinai, che s'ingrandissero i cantieri e l'arsenale, che si fortificassero le coste e i monti, che si rialzasse la statua di Andrea Doria buttata giù dal popolo nelle agitazioni degli anni precedenti, quindi partì alla volta di Torino, dove la sera dell' 8 luglio si mise in viaggio per la Francia.

Lasciamo ora la Liguria, la Toscana perchè dobbiamo subito
interessarci a ciò che sta avvenendo nel frattempo
nel Veneto e soprattutto nel Regno di Napoli...


in questo stessi due anni 1805 e 1806 > > >

( VEDI ANCHE I SINGOLI ANNI )

Fonti, citazioni, e testi
Prof.
PAOLO GIUDICI - Storia d'Italia -
P.COLLETTA - Storia (Napoleonica) del Reame di Napoli 1734-1825- 1834
NAPOLEONE - Memoriale di Sant'Elena - (origin.
1a Ed. -1843
R. CIAMPINI - Napoleone - Utet - 1939
E. LUDWIG - Napoleone - Mondadori 1929
A. VANNUCCI - I Martiri della Libertà - Dal 1794 al 1848 - Lemonnier 1848
STORIA MONDIALE CAMBRIDGE - (33 vol.) Garzanti 
CRONOLOGIA UNIVERSALE - Utet 
STORIA UNIVERSALE (20 vol.) Vallardi
STORIA D'ITALIA, (14 vol.) Einaudi
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