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( QUI TUTTI I RIASSUNTI )  RIASSUNTO ANNI 1805-1810

NAPOLEONE E PAPA PIO VII

(vedi anche Biografia di PIO VII)

NAPOLEONE E PIO VII. - OCCUPAZIONE FRANCESE DI ANCONA - MINACCE IMPERIALI E CONFUTAZIONI PAPALI - PIO VII NON VUOLE RICONOSCERE IL RE GIUSEPPE - NAPOLEONE S'IMPADRONISCE DI PONTECORVO E BENEVENTO - I FRANCESI A CIVITAVECCHIA - IL CARDINALE DI BAYANNE A PARIGI - I FRANCESI OCCUPANO LE MARCHE - IL GENERALE MIOLLIS A ROMA - VIOLENZE FRANCESI A ROMA - ANNESSIONE DELLE MARCHE - L' " ISTRUZIONE" PONTIFICIA - GIUSEPPE RE DI SPAGNA - INSURREZIONE SPAGNOLA - CONVEGNO DI ENFURT - GUERRA DELLA QUINTA COALIZIONE - BATTAGLIA DI SACILE - RITIRATA DEGLI AUSTRIACI - GLI ITALIANI A TARVIS - BATTAGLIE DELLA ROAB E DI WAGRAM

NELLA SECONDA PARTE
ALTRE VIOLENZE FRANCESI A ROMA - ABOLIZIONE DEL POTERE TEMPORALE - ARRESTO DI PIO VII - PACE DI SCHÖNBRUNN. - LA GUERRA CONTRO I TIROLESI - ANDREA HOFER
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NAPOLEONE E PIO VII
I FRANCESI OCCUPANO LE MARCHE E ROMA


Abbiamo visto come i rapporti tra Napoleone e il Pontefice, dopo il ritorno di quest'ultimo da Parigi, andavano peggiorando. Nel 1803, Pio VII sperava ad un miglioramento delle relazioni tra l'Imperatore e la Santa Sede, quando allora (il 22 maggio) Napoleone ordinò che il Concordato del 16 settembre avesse il pieno adempimento, ma dovette poi ricredersi quando conobbe i decreti dell'8 e del 20 giugno con il quale senza il suo consenso si ordinavano o erano stravolte le cose ecclesiastiche del Regno d'Italia. Protestò ufficialmente, protestò privatamente, ma le proteste non facevano effetto sull'animo di Napoleone e i rapporti continuarono a peggiorare anche perché alle prime non mancarono di aggiungersi altre cause di dissidio.

(su questa concessione e ritrattazione, abbiamo un documento scomparso, ma riapparso soltanto in questi ultimi anni (1962) (VEDI ANNO 1801) Nel 1805 il fratello minore dell'Imperatore, GEROLAMO BONAPARTE, divorziò dall'americana Patterson senza il consenso del Pontefice. Inoltre, nell'ottobre di quel medesimo anno, iniziandosi la guerra della terza coalizione, Napoleone, temendo che i Russi e gli Inglesi sbarcassero nell'Italia centrale dalla parte dell'Adriatico, ordinò di occupare Ancona al generale REYNIER. La curia Romana non mancò di protestare ed ebbe assicurazione che il Reynier si sarebbe allontanato non appena l'esercito del GOUVION SAINT-CYR, reduce dalla Puglia, fosse giunto al Po. Il Reynier, infatti, si ritirò, ma lasciò ad Ancona il generale MONTRICHARD.
Allora PIO VII scrisse una lettera molto energica a Napoleone, nella quale chiedeva lo sgombro delle terre occupate e minacciava di troncare i rapporti con il ministro imperiale in Roma (13 novembre del 1805).

L'imperatore rispose a questa lettera, ma solo il 7 gennaio del 1806, da Monaco di Baviera, dopo la vittoria d'Austerlitz. Dopo essersi lagnato delle espressioni del Pontefice, che diceva suggerite da cattivi consiglieri, così Napoleone scriveva: "… Io mi sono considerato il protettore della Santa Sede e come tale ho occupato Ancona. Vostra Santità aveva interesse di vedere questa piazzaforte nelle mie mani piuttosto che in quelle degli Inglesi o dei Turchi? Al pari dei miei predecessori, io mi sono considerato come il figlio maggiore della Chiesa, pronto a proteggerla con la spada e a difenderla dai Greci e dai Musulmani. Io difenderò costantemente la Santa Sede, nonostante i falsi passi, l'ingratitudine, e le malvagie disposizioni degli uomini che si sono smascherati durante questi tre mesi…".
E concludeva: "…Se Vostra Santità vuole congedare il mio ministro è libero di farlo: è libero di preferire gli inglesi e anche il califfo di Costatinopoli; ma io, non volendo esporre il cardinal Fesch a questi affronti, lo sostituirò con un secolare…"
.

Contemporaneamente Napoleone scriveva al cardinal Fesch, suo ministro a Roma, una lettera molto significativa: "… Dite che Costantino ha separato il civile dal militare e che io posso anche nominare un senatore che comandi a Roma in nome mio…" . "…Per il Papa io sono Carlomagno, perché, come Carlomagno, riunisco la corona di Francia, quella dei Longobardi, e il mio impero confina con l'Oriente. Io intendo dunque che la sua condotta sia regolata con me su questo punto di vista. Io non cambierò nulla alle apparenze se si comporta, bene, in caso diverso ridurrò il Papa a semplice vescovo di Roma…".

Una lettera ben più importante scrisse Napoleone al Pontefice, un mese dopo, il 13 febbraio del 1806 "…Tutta l'Italia sarà sottomessa alla mia legge. Io non menomerò per nulla l'indipendenza della Santa Sede, le farò anche pagare i danni che le recheranno i movimenti del mio esercito; ma i nostri patti dovranno essere che Vostra Santità avrà per me, nel temporale, gli stessi riguardi che io le porto per lo spirituale, e che Ella cesserà d'avere inutili rapporti verso eretici nemici della Chiesa e verso potenze che non possono farle alcun bene. Vostra Santità è sovrano di Roma, ma io ne sono l'imperatore. Tutti i miei nemici debbono essere i suoi. Conviene dunque che nessun agente del re di Sardegna, nessun Inglese, Russo o Svedese risieda a Roma o nei vostri Stati e che nessuna nave appartenente a queste potenze entri nei vostri porti. Io avrò sempre per Vostra Santità, come capo della nostra religione, quella filiale deferenza che in tutte le occasioni le ho dimostrata, ma io debbo rendere conto a Dio, il quale ha voluto servirsi del mio braccio per ristabilire la religione…".

Nello stesso tempo che giungeva al Papa questa lettera, il cardinale FESCH chiedeva ufficialmente l'espulsione degli Inglesi, dei Russi, degli Svedesi e dei Sardi. Ma Pio VII, con il consenso di trentuno cardinali su trentadue, il 21 marzo, non solo si oppose all'espulsione ma rispose energicamente alle affermazione dell'imperatore: "… Vostra Maestà stabilisce per principio che Ella è imperatore di Roma. Noi rispondiamo con apostolica franchezza che il Sommo Pontefice, divenuto da tanti secoli, quanti non ne vanta alcun regnante, anche sovrano di Roma, non riconosce e non ha mai riconosciuto nei suoi Stati altra podestà superiore alla Sua; che nessun imperatore ha alcun diritto sopra Roma; che V. M. è immensamente grande ma è però eletto, coronato, consacrato, conosciuto imperatore dei Francesi e non imperatore di Roma; che l'imperatore di Roma non esiste e né può esistere senza spogliare dell'assoluto dominio ed impero che esercita in Roma il solo Pontefice; che esiste solo un imperatore dei Romani, ma che questo titolo, riconosciuto da tutta l'Europa e da V. M. nell'imperatore d'Alemagna, non può competere contemporaneamente a due sovrani; che questo stesso non è che un titolo di dignità e d'onore, il quale in niente diminuisce l'indipendenza reale od apparente della Santa Sede; che infine questa dignità imperiale non ha avuto mai alcun rapporto con la qualità ed estensione dei domini, ma è sempre fino dalla sua origine stata preceduta da un'elezione…".

Napoleone aveva affermato che le sue relazioni con il Pontefice erano le stesse che quelle di Carlomagno con i Papi? Pio VII rispondeva: "… Ma Carlo Magno trovò Roma in mano dei Papi, riconobbe e confermò senza riserva i loro domini e li ampliò con nuove donazioni. Non pretese però mai dominio o superiorità sopra i medesimi, considerati anche come sovrani temporali, non pretese da loro dipendenza o soggezione…". E, appellandosi all'autorità che alla sovranità pontificia veniva dal tempo, scriveva: "….Ma infine dieci secoli posteriori ai tempi di Carlo Magno hanno reso inutile ogni altra più remota ricerca? Il possesso pontificio di mille anni e il titolo più luminoso che possa esistere tra i sovrani? Questo possesso ha dimostrato che, qualunque fossero in quei tempi oscuri ed in quelle fluttuanti circostanze le intelligenze fra Carlo Magno ed i Pontefici, in appresso la S. Sede non ha conosciuto nei temporali suoi domini altri rapporti con i di lui successori che quelli che ogni sovrano assoluto ed indipendente ha con gli altri sovrani…" , e concludeva dicendo di non potere aver per l'imperatore nelle cose temporali gli stessi riguardi che doveva a lui nelle cose spirituali perché queste erano "…di diritto divino e di un genere superiore e trascendente, il quale non sopporta termini di comparazione con gli oggetti temporali. Questa, uguaglianza neppure potrebbe intendersi senza distruggere interamente la sovranità temporale del Romano Pontefice. Se questo, dove essere, egualmente dipendente dalla Maestà Vostra nel temporale, come lo deve essere la Maestà Vostra da lui nello spirituale, egli non sarebbe più sovrano. Diverrebbe nel temporale della condizione di chi è in debito a seguire i precetti del suo maestro…".

Dopo questa lettera ogni via di conciliazione tra Napoleone e Pio VII era chiusa e cominciarono i dispetti e le rappresaglie, sicuro preludio della guerra. Il 23 aprile del 1806 la Santa Sede incaricava il cardinal CONSALVI di protestare presso il Fesch perché il re Giuseppe (re di Napoli) non aveva chiesto il riconoscimento e l'investitura papale: "… Il Santo Padre, nella stretta obbligazione che gli impongono i suoi doveri di mantenere i diritti della S. Sede, ha incaricato il sottoscritto di richiamare avanti ogni altra cosa l'attenzione di V. E. sui rapporti esistenti da tanti secoli fra la S. Sede e la corona anzidetta, e costantemente osservati, anche nei casi di conquista, non solamente nella introduzione di qualunque dinastia, ma ancora di qualunque nuovo regnante…".

Napoleone ne fu irritatissimo: il 3 maggio richiamò il Fesch che riteneva debole e lo sostituì con l'energico ALQUIER; poi qualche giorno dopo ordinò al generale DUHESME di occupare Civitavecchia e il 18 e il 20 maggio fece dal TALLEYRAND indirizzare al cardinal CAPRARA e all'Alquier due aspre note che dovevano esser comunicate al governo pontificio: "…Le pretese della corte di Roma su Napoli sono quelle del secolo XI; ma i tempi sono mutati e le opinioni devono seguire il cammino della ragione e degli avvenimenti …"
Il 30 maggio l'Alquier presentò al Consalvi una nota in cui si minacciavano gravi rappresaglie se la S. Sede tardava a riconoscere Giuseppe come re delle Due Sicilie; ma Pio VII si rifiutò di accordare il suo riconoscimento se prima Giuseppe non riconosceva l'alto dominio della Chiesa sul Regno. "… Noi - diceva all'Alquier - abbiamo fatto fin qui tutto quello che l'imperatore ha voluto, e Sua Maestà non si è sentita in dovere di mantenere le promesse fatte .... Noi vi preveniamo che se i Francesi volessero impossessarsi di Roma, rifiuteremmo loro l'ingresso a Castel S. Angelo. Non faremmo alcuna resistenza, ma i vostri soldati dovrebbero spezzarne le porte a colpi di cannone. L'Europa vedrà come noi siamo trattati e noi almeno avremo provato ad avere operato conformemente al nostro onore e alla nostra coscienza. Se ci si toglie la vita, ci onorerà la tomba; noi saremo giustificati innanzi agli occhi di Dio e nella memoria degli uomini…".

Al rifiuto del Pontefice seguì immediata la rappresaglia di Napoleone, il quale, con decreto del 6 giugno, s'impadronì di Pontecorvo e Benevento, provocando le dimissioni del Consalvi da Segretario di Stato, nella qual carica fu sostituito dal cardinal CASONI. Intanto a Civitavecchia il DUHESME spadroneggiava e peggio ancora faceva ad Ancona il generale LEMAROIS che incorporò le truppe pontificie in quelle francesi e volle che nelle sue mani fossero pagate le imposte delle province di Ancona, Urbino, Pesaro e Macerata.
Il Pontefice non poteva fare altro che protestare; ma ogni protesta era inutile, anzi aumentava ancora di più la tensione dei rapporti tra Parigi e Roma. Nei primi di luglio l'imperatore tentò di costringere la Santa Sede a stipulare un trattato in cui s'impegnava di chiudere i suoi porti alle navi inglesi commerciali e da guerre e di consegnargli, in caso di guerra, tutte le fortezze dello Stato; ma Pio VII oppose un nuovo rifiuto, accompagnandolo con parole che non lasciavano dubbio sul suo proposito di resistere fino all'ultimo alle minacce e alle violenze imperiali. "… Voi - disse all'Alquier - siete i più forti; fate ciò che vi è utile e ciò che vi sembra conveniente. Quando avrete deciso, sarete i padroni dei miei Stati e disporrete a vostro piacere di tutte le risorse che vi possono offrire .... ma non avrete mai la mia autorizzazione. Del resto Sua Maestà può, quando vuole, mettere in esecuzione le sue minacce e togliermi quel che possiedo: io sono rassegnato a tutto e pronto, se lo desidera, ritirarmi in un convento o nelle catacombe di Roma, secondo l'esempio dei primi successori di San Pietro…".

Parve che le relazioni tra il Pontefice e l'Imperatore dovessero migliorare quando PIO VII nominò il cardinale di BAYANNE ministro plenipotenziario e lo mandò a Parigi per risolvere tutte le controversie, fra cui un'importanza speciale avevano quelle riguardanti il numero dei cardinali francesi, l'abolizione dei conventi, la dispensa ai vescovi del Regno d'Italia di recarsi a Roma per la consacrazione e l'estensione del concordato italiano del 1803 alla Venezia e alla Dalmazia (ottobre 1707); ma la missione del cardinale fallì, in primo luogo perché proprio in quel tempo (4 novembre) il generale LEMAROIS occupava il ducato di Urbino, Macerata, Fermo e Spoleto e faceva arrestare parecchi prelati che avevano osato protestare, in secondo luogo perché il di Bayanne spediva al Pontefice, consigliandolo di accettarlo, uno schema in cui si stipulava che il Papa si unisse all'imperatore contro gli Inglesi, desse in custodia ai francesi Ancona, Ostia e Civitavecchia, riconoscesse i1 re Giuseppe, approvasse quanto ere stato fatto in Germania e in Italia, rinunziasse a Pontecorvo, a Benevento e a qualsiasi pretese su Napoli, portasse a un terzo del numero totale i cardinali de1l' Impero francese, estendesse il concordato italiano alla Venezia, alla Dalmazia, a Piombino, e a Lucca, concedesse ai vescovi del regno la dispensa di recarsi a Roma per la consacrazione e facesse un concordato speciale per gli stati della Confederazione Renana.

Pio VII riunì i cardinali, ai quali sottopose lo schema del trattato, e sentito il loro parere, il 2 dicembre 1807 scrisse al di Bayanne ordinandogli di lasciar Parigi con il cardinale CAPRARA e con il cardinale DELLA GANGA, nunzio di Germania (che era allora in Francia per trattare gli affari religiosi della Confederazione) se il governo imperiale persisteva in quelle domande inaccettabili.

Napoleone, tornato allora dall'Italia (gennaio 1808), fece sapere ai cardinali Caprara e a Bayanne che avrebbe restituito le province occupate se la S. Sede avesse somministrato quattrocentomila franchi per le spese occorrenti a scavare il porto di Ancona, avesse riconosciuto il re Giuseppe, cacciato da Roma il console ed altre persone che dipendevano da FERDINANDO IV, arrestato un centinaio di fuorusciti napoletani, entrato nella lega contro gli Inglesi ed infine portato il numero dei cardinali francesi ad un terzo dei componenti il Sacro Collegio. In caso di rifiuto avrebbe unito al Regno d'Italia le province occupate e alla Toscana il territorio di Perugia: Pio VII rispose il 28 gennaio: egli accettava le prime quattro condizioni, ma rifiutava le ultime due.

Per appoggiare le sue richieste, l'indomani del giorno in cui le aveva formulate, cioè il 10 gennaio, Napoleone aveva ordinato al generale LEMAROIS di muovere da Ancona su Perugia e al generale MIOLLIS, che si trovava in Toscana, ordinò di marciare su Foligno, assumere il comando generale delle truppe denominate "divisione d'osservazione dell'Adriatico" e, rinforzato da tremila uomini inviati da re Giuseppe, con il pretesto di recarsi a Napoli, occupare Roma, dichiarando di rimanervi finché la città non fosse sgombra di tutti i nemici della Francia.
Dei veri obbiettivi della spedizione non fu fatto saper nulla all'ambasciatore francese ALQUIER, che si sapeva amico della S. Sede; a lui anzi il MIOLLIS il 29 gennaio mandò un falso itinerario delle truppe che l'Alquier si affrettò a trasmettere al segretario di Stato cardinal CASONI. Questi, sospettando che l'esercito francese fosse diretto a Roma anziché a Napoli, il 31 gennaio fece andare un ufficiale a Civitacastellana perché domandasse Miollis spiegazioni circa la marcia delle truppe francesi. Il Miollis confermò l'itinerario comunicato all'Alquier, e questi, con una lettera in data del 1° febbraio, cercò di tranquillizzare il Pontefice, assicurandogli che l'esercito francese, se pur si dovesse fermare a Roma, non ci rimarrebbe che poco e non costituirebbe alcun pericolo per la S. Sede. Aggiungeva inoltre di essere autorizzato a dichiarare che l'imperatore "desiderava vivamente di porre fine per mezzo di vie conciliatorie alle discussioni che esistevano tra la Francia e Roma, e che un accomodamento così desiderabile, stringendo più strettamente che mai i legami che uniscono da tanti secoli le due Potenze, sarà una nuova garanzia, certamente assai efficace, della sovranità della S. V. e della piena ed intiera conservazione dei suoi possedimenti".

Quel giorno stesso però l'Alquier riceveva una lettera con la quale, in data del 22 gennaio, da Parigi il ministro degli esteri CHAMPAGNY lo informava che il Miollis sarebbe giunto a Roma il 3 febbraio e vi si sarebbe fermato, e gli ordinava di rinnovare al Pontefice le richieste avvisandolo che l'imperatore voleva esercitare sullo Stato romano la stessa influenza che esercitava a Napoli, in Spagna, in Baviera e negli Stati della Confederazione. "…Alla prima bolla e pubblicazione del Papa contraria ai propositi di Sua Maestà, immediatamente con al pubblicazione di un decreto, cancellerebbe la donazione di Carlo Magno e riunirebbe gli Stati della Chiesa al Regno d'Italia. Questo provvedimento non avrebbe nulla di contrario all'autorità spirituale della Sante Sede; non è sulla sovranità di Roma che si è appoggiata la religione, e, se la condotta del Papa obbligasse ad emanare un tale decreto, sarebbe facile dimostrare i mali che il potere temporale ha prodotto alla religione ed opporre la vita umile di Gesù Cristo a quella dei suoi successori che si sono fatti re…" infine lo Champagny concludeva: "…L' Imperatore vuole che il soggiorno delle sue truppe abitui il popolo di Roma a vivere con loro e le renda familiari agli abitanti con la corte di Roma, affinché, se la corte papale continua a mostrarsi così insensata com'è stata finora, essa cessi insensibilmente e senz'avvedersene di esistere come potenza temporale…".

Il 3 febbraio, nelle prime ore pomeridiane, senza che incontrare alcuna resistenza i Francesi entrarono per la via Flaminia a Roma e nonostante le proteste del colonnello piemontese ANGELO COLLI, che comandava Castel S.Angelo, occuparono questa fortezza, mentre quattro cannoni erano posti in piazza del Quirinale con la bocca rivolta al Palazzo Pontificio e quattro in piazza Colonna. Pio VII, che sapeva di non potere opporre la forza alla forza e temeva guai maggiori, quel giorno stesso protestò per i cannoni puntati sul suo palazzo, ottenendo che il Miollis ordinasse che fossero tolti, e pubblicò un proclama molto discreto e prudente, in cui informava di avere rifiutato alcune richieste imperiali, protestava per l'occupazione dei domini della Chiesa, di cui proclamava l'intangibilità; ed esortava i cittadini a non recare alcuna offesa ai Francesi che tanto affetto gli avevano dimostrato nel suo viaggio a Parigi, "…Vicario in terra di quel Dio di pace, che insegna con il divino esempio suo la mansuetudine e la pazienza, non dubita che i suoi amatissimi sudditi metteranno ogni impegno a conservare la quiete e la tranquillità sia privata che pubblica…"

. Il giorno dopo l'Alquier fu ricevuto dal Papa e gli presentò il generale Miollis, con il quale il Pontefice si lagnò del modo con cui era stato trattato. A lui Pio VII dichiarò, che si sarebbe considerato come prigioniero, finché i Francesi fossero rimasti a Roma e che fino alla loro partenza non avrebbe acconsentito ad alcuna negoziazione.
L'8 febbraio il Pontefice ricevette gli ufficiali dello Stato Maggiore francese ed ebbe per loro buone parole: "… Noi amiamo sempre i Francesi; quantunque siano ben dolorose le condizioni nelle quali ci vediamo, siamo commossi dall'ossequio che ci prestate. Voi siete celebri in tutta Europa per il vostro coraggio, e dobbiamo rendere giustizia alle vostre sollecitudini per mantenere l'ordine e la disciplina…".
Sebbene i Francesi ostentassero grande ossequio verso il Pontefice, il generale MIOLLIS faceva di tutto per ridurre al minimo l'autorità papale. Si impadronì della direzione delle poste e della polizia, fece arrestare numerosi laici ed ecclesiastici noti per i loro sentimenti avversi alla Francia, fece accompagnare alla frontiera napoletana, i cardinali Saluzzo, Pignatelli, Ruffo e Caracciolo per obbligarli a giurar fedeltà al nuovo Re di Napoli che non volevano riconoscere, ordinò che fosse perquisita la casa dell'ambasciatore di Spagna Vargas e incorporò nelle truppe francesi le milizie pontificie, affinché, come scriveva il Viceré EUGENIO al colonnello Fries che ne aveva il comando, non ricevessero più comandi "…da preti o da donne, bensì da altri soldati capaci di condurli al fuoco…". Alcuni ufficiali che rifiutarono di entrare nell'esercito francese o, appena entrati si dimisero, furono deportati nella fortezza di Mantova.

Verso la metà di febbraio l'Alquier fu richiamato a Parigi; il giorno 24 ricevuto del Pontefice per prender congedo da lui e per presentargli il LEFEBVRE, suo successore. Pio VII dopo aver protestato per la deportazione dei cardinali napoletani, disse all'Alquier energicamente: "… Potete dichiarare a Parigi che, anche se mi facessero a pezzi o mi scorticassero vivo, io non accetterei di entrare nelle federazione. Siate pur certo che, malgrado tutti i tormenti che mi si sottoponete, la Chiesa non perirà mai …"

Continuarono le violenze francesi e continuarono le proteste della Santa Sede fatte attraverso il cardinale DORIA PAMPHILY che aveva sostituito nella carica di Segretario di Stato il CASONI.
Il 21 marzo il Miollis intimò a tutti i cardinali - eccettuati gli ammalati e i vecchissimi - di tornare ciascuno al proprio paese. Dovettero partire i cardinali LITTA, LOCATELLI, DUGNANI, CRIVELLI, ROVERELLA, DELLA SOMAGLIA, BRASCHI, CASTIGLIONI, CARAFFA, GALEFFI, SCOTTI, TRAJETTO, VALENTI e DORIA. Quest'ultimo fu sostituito nella carica che ricopriva, dal cardinale romano GABRIELLI.

La misura era quasi colma. Questa volta il Papa non si accontentò di protestare, ma scrisse al cardinale CAPRARA di lasciare immediatamente Parigi. Il Caprara chiese i suoi passaporti e li ricevette insieme con una nota dello CHAMPAGNY (3 aprile 1808) in cui era detto che i cardinali, essendo sudditi del sovrano del paese dov'erano nati, dovevano risiedere nel proprio paese e che il Pontefice, se non voleva perdere il dominio temporale e rimanere soltanto vescovo di Roma, doveva stringere con gli altri stati italiani una lega offensiva e difensiva.
Contemporaneamente si mandava ordine al Lefebvre, incaricato di affari a Roma di presentare al Pontefice un "ultimatum", e, in caso di rifiuto, di chiedere i passaporti. Alla rottura diplomatica doveva seguire immediatamente l'annessione al Regno d'Italia di Urbino, Ancona, Macerata e Camerino, il cui decreto imperiale era già pronto.
L'ultimatum fu presentato il 13 aprile; ma una settimana prima i Francesi avevano commesso una gravissima violenza: un distaccamento era penetrato nel palazzo del Quirinale, aveva disarmato gli svizzeri e le guardie nobili ed aveva assunto la guardia del palazzo; gli ufficiali Altini, Braschi, Giustiniani e Patrizi, che avevano osato protestare, erano stati imprigionati in Castel S. Angelo. Una tale violenza non poteva certo benevolmente disporre il Papa alle concessioni; e Pio VII difatti rispose con un rifiuto e il 13 aprile al Lefebvre, andato in visita di congedo, disse: "…Dite al vostro Imperatore che si sta scavando la fossa con le proprie mani…".

Partito il Lefebvre, si mandarono ad effetto le minacce che avevano accompagnato l'ultimatum. Il 22 aprile, il governatore di Roma monsignor CAVALCHINI fu arrestato e deportato a Fenestrelle, il 30 a Milano fu pubblicato il decreto di annessione delle Marche, le quali dovevano formare tre dipartimenti del Regno d'Italia, del Metauro, del Musone e del Tronto.
PIO VII, il 19 maggio, inviò una protesta al cav. ALBERT, rappresentante a Roma del regno italico, e un'altra la mandò ai ministri degli esteri; tre giorni dopo partì per i vescovi delle province usurpate una "Istruzione", però firmata dal cardinale GABRIELLI, nella quale si accusava il "governo imperiale come invasore della Spirituale potestà e protettore di tutte le sette e di tutti i culti", e s'ingiungeva a tutti, laici ed ecclesiastici, di "non accettare uffici e di non prestare altro giuramento che quello di fedeltà ed obbedienza in tutto ciò che non fosse contrario alle leggi della Chiesa". Se i Francesi pretendevano di più, i sudditi dovevano affrontare con serenità l'ira degli oppressori, pensando a "…quel Divin Maestro che ai suoi, come nella vita futura promette eterni premi, così nella presente non predice che tribolazioni e persecuzioni e che perciò ha insegnato loro a non temere quelli che uccidono il corpo e più oltre non possono fare, ma a temere solo quello che può mandare l'anima e il corpo alla eterna perdizione…".

Della "Istruzione" i Francesi vollero tener responsabile non il papa ma il cardinale Gabrielli e, per vendicarsi di lui, il 16 giugno gli sequestrarono le carte e gli intimarono di lasciare entro due giorni Roma e di ritornare al suo vescovado di Senigaglia. Protestò il Pontefice, protestò lo stesso Gabrielli in una vibrata lettera al Miollis; ma a nulla valsero le proteste: trascorsi i due giorni, il cardinale fu costretto a partire e dovette recarsi sotto scorta a Senigaglia.

COALIZIONE - BATTAGLIA DI SACILE - RITIRATA DEGLI AUSTRIACI
GLI ITALIANI A TARVIS - BATTAGLIE DELLA RAAB E DI WAGRAM

Dieci giorni prima che al cardinale Gabrielli si intimasse di lasciare Roma e cioè il 6 giugno del 1808, avendo CARLO IV e l'infante FERDINANDO rinunciato ai loro diritti sulla corona spagnola in favore di Napoleone, questi emanava un decreto con il quale trasferiva il fratello GIUSEPPE dal trono di Napoli a quello di Madrid.
Ma già da un mese la Spagna, offesa nel suo orgoglio nazionale e nella sua fede religiosa, era in rivolta. Prima era insorta la capitale, poi Cartagena, Saragozza, Siviglia, Badaioz, Granata; si erano costituite "juntas" di governo, si erano formate bande armate di "guerrillas" e le truppe regolari si erano ammutinate al grido di: "Viva il Re Ferdinando !".
Napoleone, quando vide divampare l'incendio, mandò il generale DUPONT con un esercito su Siviglia e il BESSIÈRES con un altro dal nord verso il centro della Spagna. Il Bessières riportò il 14 luglio del 1808 una vittoria a Medina de Rio-Seco e sei giorni dopo re GIUSEPPE riuscì a malapena ad entrare in Madrid; ma il 23 luglio il Dupont fu sconfitto e a Baylen, in Andalusia, e si arrendeva con diciottomila uomini, armi e bagagli.

Gravissime furono le conseguenze di questa sconfitta perché i Francesi furono costretti a ritirarsi oltre l'Ebro e rinacquero improvvisamente le speranze di riscossa in Germania e in Austria, speranze che divennero più grandi di lì a poco, quando nel Portogallo il generale JUNOT, assalito dagli Inglesi del WELLESLEY, il futuro duca di WELLINGTON, dovette capitolare a Cintra (20 agosto 1808).

Il 27 settembre del 1808 accadde ad Erfurt un convegno tra Napoleone e lo zar Alessandro, e il 12 ottobre fu firmata una convenzione segreta con la quale i due sovrani dovevano proporre all'Inghilterra la pace sulla base dell' "uti possidetis" e si impegnavano di difendersi a vicenda da un'eventuale aggressione dell'Austria.
Dopo il convegno di Erfurt, Napoleone rivolse ogni sua attività alla Spagna per domarvi l'insurrezione; ai primi di dicembre era vittorioso davanti a Madrid, dove il fratello Giuseppe rientrava il 22 gennaio del 1809; quindi marciava verso il nord-ovest della penisola iberica per affrontare l'esercito inglese del generale MOORE; ma dovette rinunciare ai suoi piani e lasciare la Spagna perché la minaccia della quinta coalizione lo richiamò improvvisamente a Parigi, dove giunse il 23 gennaio.

Il 10 aprile, senza dichiarazione di guerra, l' ARCIDUCA CARLO, alla testa di uno dei tre eserciti austriaci, entrò in Baviera, e Napoleone, che in due mesi aveva raccolto un numeroso esercito, accorse da Strasburgo. Dal 19 al 23 aprile l'Arciduca Carlo fu sconfitto in cinque battaglie, a TENGEN, ad ABENSBERG, a LANDSHUT, ad ECKMÚHL e a RATISBONA, lasciò in mano al nemico quarantamila prigionieri e tremila carri e si ritirò verso la Boemia, lasciando aperta la via di Vienna, dove l'imperatore entrò il 13 maggio del 1809.
Il 21 i Francesi passarono il Danubio a Lobau, ma dopo due giorni di lotta accanita ad Aspern e ad Essling, in cui il Massena e il Lannes fecero prodigi di valore, dovettero rimanere fermi quaranta giorni ad aspettare che l'arrivo dei rinforzi permettesse loro di riprender l'offensiva.

La guerra, nel frattempo, proseguiva in Galizia e in Italia. Qui le mosse dell'esercito austriaco erano state precedute da maneggi diplomatici e da tentativi di agenti segreti di provocar rivolte contro Napoleone. Il maggiore SAINT-AMBROIS, il marchese ASSERETO e il colonnello LA TOUR si recarono a Cagliari per accordarsi con VITTORIO EMANUELE I il quale doveva sbarcare a Genova; il conte RODOLFO PARAVICINI e suo cognato CORRADO IUVALTA si diedero a preparare l'insurrezione nella Valtellina, nella Val Camonica e nella valle Trompia; nel Veneto, insieme con altri, fece propaganda antifrancese il nobile ALVISE TRON e in Albania e nella Dalmazia il colonnello MACCARELLI, altri si adoperarono nell'Emilia, nelle Romagne, nella Toscana e nel Regno di Napoli e, con maggior fortuna nel Tirolo, dove scoppiò violenta la rivolta che, capeggiata da patrioti di fede austriaca, fra cui ANDREA HOFER, si estese subito nel Voralberg, nell'Alto Adige e nel Trentino. Aveva il comando dell'esercito d'Italia l'arciduca GIOVANNI, che il 18 marzo del 1809 lanciò agli Italiani un proclama, in cui diceva loro:

"…Ascoltate la verità e la ragione: esse vi assicurano che siete gli schiavi della Francia, che prodigate per lei il vostro sangue e il vostro denaro. Il Regno d'Italia non è che una chimera, un nome vano; realtà sono la coscrizione, i pesi, le oppressioni di ogni specie, la nullità della vostra esistenza politica .... In tale stato di avvilimento, non potete essere né rispettati, né tranquilli, né italiani. Volete divenir tali ? Unite le vostre forze, le braccia, i cuori alle armi generose dell'imperatore Francesco .... L' Italia tornerà felice e rispettata in Europa, il Capo della religione riacquisterà la sua libertà e i suoi Stati; una costituzione fondata sulla natura e sulla vera politica renderà il suolo italiano fortunato ed inaccessibile a qualunque forza straniera .... Se vi unite strettamente ai vostri liberatori, se voi siete vittoriosi con loro, l'Italia rimane, essa riprende posto tra le grandi nazioni del mondo, e per divenire, quale fu, la prima. Italiani ! una sorte migliore è nelle vostre mani, in quelle mani che portarono i lumi in tutte le parti del mondo, ridonarono all'Europa caduta nella barbarie le scienze, le arti ed i costumi. Milanesi, Toscani, Veneziani, Piemontesi e voi popoli dell'intera Italia: richiamate bene a memoria il tempo dell'antica vostra esistenza…".

L'arciduca Giovanni aveva sotto di sé circa quarantamila uomini, appartenenti all' 80° e al 90° corpo comandati dai generali ALBERTO e IGNAZIO GIULIAY, e un'avanguardia di diciottomila soldati agli ordini del Generale GAVASSINI. Disponeva inoltre di un corpo di ventimila uomini che con il CHASTELER doveva operare nel Tirolo, di un altro di dodicimila che con lo STOICEVICH doveva penetrare nella Dalmazia e di una riserva di ventiduemila sotto il comando del generale ZACH.
L'offensiva austriaca sul fronte italiano cominciò, come in Baviera, il 10 aprile. Il principe EUGENIO, avendo le forze disseminate nel Veneto, nella Lombardia e nell'Emilia, non poteva pensare di opporsi validamente all'esercito dell'Arciduca; lasciò quindi un presidio a Palmanova e si ritirò prima sul Tagliamento, poi sulla sinistra della Livenza, dove si unirono a lui, venute da Treviso e da Padova, le truppe del BARBOU e la divisione italiana del SEVEROLI.
II quartier generale del Principe Eugenio era a Sacile. Qui si aspettava che giungessero da Verona la divisione Lamarque, dal Ferrarese la divisione Pully e da Milano la Guardia Reale comandata da TEODORO LECHI, quando, il 15 aprile, l'avanguardia del viceré, che si trovava a Pordenone sotto gli ordini del generale SAHUC, assalita da preponderanti forse nemiche fu costretta a ripiegare su Sacile.

Se il principe Eugenio avesse ascoltato i consigli della prudenza, si sarebbe ritirato oltre il Piave per dar tempo a tutte le sue truppe di raggiungerlo; ma l'impulsivo viceré riteneva disonorevole indietreggiare ancora e stabilì di dar battaglia al nemico nella vasta pianura di Sacile.
La battaglia fu combattuta il giorno dopo. Dello schieramento dell'esercito di Eugenio le divisioni Seras e Severoli costituivano la destra, quelle del Barbou e del Grenier il centro, quella del Broussier la sinistra; la cavalleria leggera del Sahuc la riserva. Gli Austriaci occupavano su tre linee le alture di Palse e comandava l'avanguardia il generale FRIMONT.
Avendo il principe Eugenio stabilito di fare lo sforzo maggiore contro il centro e la sinistra del nemico, la mattina del 16 la divisione Seras, sostenuta dalla Severoli, assalì risolutamente il villaggio di Palse e se ne impadronì, movendo quindi su Porcia; ma in quel mentre la divisione Severoli fu attaccata da soverchianti forze nemiche e, dopo un accanito combattimento, fu costretta a ritirarsi, costringendo a sua volta il Seras a sgombrare da Palse.
A sostenere la destra il Barbou inviò al centro tre battaglioni, e con il Serri che si era nel frattempo congiunto andò al contrattacco, rioccupò Palse e cacciò il Frimont oltre Porcia che cadde in potere dei Franco-Italiani. Porcia divenne allora l'epicentro d'una lotta furiosissima: più volte gli Austriaci la riconquistarono e più volte la ripersero; durante le ultime vicende del combattimento il Severoli fu ferito e dovette lasciare il comando della divisione al Bonfanti; alfine prevalse il numero degli Austriaci e Porcia rimase in loro potere.

Mentre la destra francese era impegnata a Porcia, anche il centro entrava in battaglia. Delle divisioni Grenier e Barbou che lo costituivano, la prima si mosse per prima con il compito di prendere di fianco il Frimont; ma la sua azione non riuscì di molto aiuto alla destra: contrattaccata da forze superiori, dovette faticar molto per non esser travolta e vi riuscì per merito specialmente del colonnello piemontese GIFFLENGA, il quale, sostituito nel comando di brigata il generale TESTE ferito, caricò ripetutamente la cavalleria austriaca, impedendole di portar lo scompiglio nella divisione.
Entrata in linea la divisione Barbou e poi la Broussier, la battaglia divenne generale. Il principe Eugenio, che sperava di veder giungere le divisioni del Pully e del Lamarque, avendo perso ogni speranza di esser soccorso da loro ed essendo minacciato sulla sinistra di aggiramento da trentamila uomini freschi dell'Arciduca Giovanni, verso le cinque pomeridiane ordinò la ritirata che si effettuò in ordine per merito dei cacciatori italiani e dei dragoni Napoleone che trattennero il nemico con frequenti ed impetuose cariche.

Alle otto della sera le divisioni Seras, Severoli e Barbou giunsero a Brugnera; il Bonfanti protesse le truppe nel passaggio del fiume e fece quindi saltare il ponte; le divisioni Grenier e Broussier si ritirarono a Sacile, quest'ultima già in cattive condizioni per aver dovuto contrastare il passo al nemico nell'ultima fase della battaglia. La giornata di Sacile costò al principe Eugenio tremila morti, quattromilacinquecento tra feriti e prigionieri e sedici cannoni: tra i feriti ci furono i generali SEVEROLI, GARREAU, TESTE, PAGÈS e DUTRUY; gli Austriaci ebbero cinquecento prigionieri e tremilaseicento tra morti e feriti.

I Franco-Italiani abbandonata la linea della Livenza, il 17 aprile si trovavano già sulla destra del Piave, dove finalmente giunsero le divisioni Lamarque e Pully e parte della Guardia Reale. Il viceré avrebbe voluto resistere sul Piave, ma, temendo che il-Baraguay-d'Hilliers, il quale si trovava con le divisioni Fontanelli e Vial nell'Alto Adige e nel Trentino, fosse sopraffatto dagli Austriaci e dagli insorti - un timore ingiustificato che poi Napoleone severamente rimproverò - pensò di ripiegare sull'Adige.
Il ripiegamento cominciò il 18 e terminò il 26 a Caldiero, dove si stabilì il contatto con le truppe giunte a Mantova da Napoli. Il 27, inviato da Napoleone, arrivò anche il Macdonald, che assunse il comando della destra, costituita dalle divisioni Broussier e Lamarque e dalla brigata Guérin; il centro fu comandato dal Grenier che sotto di sé ebbe le divisioni Abbée e Seras; il comando della sinistra, formata dalle divisioni Vial e Fontanelli - quest'ultima ripiegata su Rivoli - fu assunto dal Baraguay-d'Hilliers; il viceré Eugenio tenne ai suoi ordini la riserva composta delle divisioni Durette, Lechi, Sahuc e Pully. Le truppe in linea salivano a quarantasettemila fanti e diecimila cavalli; ma altre guarnigioni rimanevano nei forti di Palmanova (generale Schilt), Legnano Peschiera, Rocca d'Anfo, nella piazza di Venezia, difesa dal generale Caffarelli e nella fortezza di Malghera, che attaccata il 23 dagli Austriaci, fu salvata dal 70 reggimento di linea.

L' ARCIDUCA GIOVANNI giunse il 28 sul torrente Alpone e pose l' 8° corpo a Torre di Confini, il 9° a S. Bonifacio, la riserva a Lonigo. Il 29 il viceré ordinò una ricognizione generale e si impadronì del monte Bastia; il 30 fu affidato incarico al generale Sorbier di occupare Castel Cerino col 1° reggimento di linea guidato dal Bonfanti e tre battaglioni della Guardia Reale sotto Teodoro Lechi; l'azione fu violentissima, il Sorbier fu ferito mortalmente, ma la posizione fu conquistata.
Quel giorno stesso l'arciduca ebbe notizia delle vittorie napoleoniche in Baviera, e la notte iniziò la ritirata.
L'inseguimento dei Franco-Italiani cominciò soltanto il 2 maggio; la sera dello stesso giorno il principe Eugenio era fra Tavernelle e Montebello; il 4 giungeva alla destra del Brenta e il colonnello Gifflenga, alla testa di due squadroni del reggimento Regina, passava il fiume, assaliva la retroguardia nemica e catturava mille prigionieri, mentre la divisione Seras entrava a Bassano e quella del Durette a Mestre dove si univa con il Barbou uscito da Venezia. Il 5, mentre il Pully e il Sahuc si spingevano a Postioma, il Guérin a S. Biagio e l'avanguardia a Villorba, il grosso avanzava fra Treviso e Salvatronda. Intanto il Durette entrava a Treviso e il Seras occupava Asolo per collegarsi con la divisione Vial, ora Rusca, venuta dal Trentino per la Valsugana.

La sera del 6 maggio il principe Eugenio giungeva alla destra del Piave. L'arciduca Giovanni sembrava che dalla parte opposta volesse fare resistenza. I Franco-Italiani passarono il fiume a Lovadina e a S. Nicola e sotto il tiro dei cannoni nemici appostati sulle alture attaccarono alla baionetta gli Austriaci e li costrinsero a ritirarsi su Conegliano e Sacile (8 maggio). "…Sire, l'esercito d'Italia ha riportato ieri completa vittoria…" scriveva il giorno 9 il viceré Eugenio a Napoleone, e alla viceregina: ".. L'esercito austriaco fu posto in piena rotta, benché tre quarti delle mie milizie non abbiamo tirato un colpo: la cavalleria si è coperta di gloria…"

Il 10 maggio gli Austriaci passarono il Tagliamento e si misero in marcia verso Gemona, ma l' 11, a S. Daniele, la loro retroguardia fu improvvisamente attaccata dal generale Grenier, fu sconfitta, perdette circa tremila uomini e dovette ritirarsi in disordine. Il mattino seguente il colonnello Gifflenga con i suoi dragoni sorprese a Gemona e fece prigionieri settecento Austriaci con diciassette ufficiali e la, bandiera del reggimento.
Passato il Tagliamento, il Macdonald con le divisioni Lamarquee e Broussier andò a raggiungere sull'Isonzo la divisione dragoni, il 14 effettuò il passaggio di questo fiume, il 15 s'impadronì di Gorizia e, mentre il generale Schilt occupava Monfalcone e Trieste catturava navi e merci inglesi, sconfisse a Prervald un distaccamento austriaco e il 22 maggio, presso Lubiana, costrinse il generale Meerweldt ad arrendersi con quattromila uomini.
Il principe Eugenio, invece, con la divisione Sceras avanzò nella valle del Fella, espugnò, i forti di Malborghetto e di Predil e il 18 gennaio assalì e conquistò la fortissima posizione di Tarvis. Merito di questa vittoria fu tutto degli Italiani del FONTINELLI, il cui attacco - scrive lo stesso principe alla viceregina - "…fu così vigoroso e tante bene riuscì che le rimanenti milizie riuscirono appena a tirare un colpo. II nemico fu per sei miglia strettamente incalzato e si ritirò nel massimo disordine. Non posso dirti il totale risultato di questa fazione, ma senza dubbio avremo preso due o tremila prigionieri, venti o venticinque cannoni, e solo Dio sa che cosa raccoglieremo ancora domani…".

Nell'ordine del giorno il viceré fu largo di lodi ai prodi soldati italiani: "…Il rapido assalto della divisione Fontanelli, il sangue freddo e il valore che spiegò in questa giornata è superiore ad ogni elogio…". Si narra anche che, vedendo dall'altura di Tarvis passare questa divisione che di corsa inseguiva il nemico, dicesse: "…Ecco i miei Italiani! Se non avessi avuto che loro a Sacile, non mi sarebbe toccata l'umiliazione di una disfatta…".

Dopo la conquista di Tarvis, il principe Eugenio, procedendo sulla strada di Iudenburgo, sconfiggeva presso Leoben il generale Jellacich proveniente dalla Baviera e il 26 maggio da Bruck prendeva per il Semmering contatto con l'ala destra dell'esercito di Napoleone, il quale mandava da Vienna i suoi elogi all'esercito d'Italia: "….Sono contento di voi .... Venticinquemila prigionieri, sessanta cannoni, dieci bandiere segnalarono la vostra vittoria. Il corpo di Jellacich, che fu il primo ad entrare in Monaco, cadde a S. Michele sotto le vostre baionette, che fecero pronta giustizia degli sfuggiti allo sdegno della Grande Armata. L'esercito austriaco, che per un istante contaminò con la sua presenza le mie province e che si vantava di spezzare la mia corona di ferro, è battuto, annientato grazie a voi, sarà un esempio che vero è il motto: "Dio me la diede, guai a chi la tocca!" .

Il 30 maggio il Macdonald entrava a Gratz e si metteva in collegamento col Marmont, che risalendo per la Dalmazia, era giunto a Fiume il 28. Il principe Eugenio, ricevuto l'ordine di inseguire l'Arciduca Giovanni in Ungheria, il 4 giugno era a Neustadt, il 10 passava la Raab a Sarvar con trentaseimila uomini e il 14 dava battaglia ai cinquantamila Austriaci dell'arciduca che occupavano i villaggi di Kismegger e di Szabadhegy, presso la città di Raab.

A questa battaglia presero parte parecchi reparti di truppe italiane: il 1° e il 3° reggimento di linea, il 28° dragoni, i dragoni Regina e la Guardia Reale. Il generale piemontese SERAS si distinse per valore negli assalti del villaggio di Kismegger; il SEVEROLI rimase ferito; lo ZUCCHI fu promosso sul campo generale di brigata e il RONFANTI generale di divisione; elogiati per il loro eroismo furono i capi squadroni OLIVIERI e NARBONI e il sottotenente CARLO MEDICI di Marignano.
L'esercito del principe Eugenio perdette duemilacinquecento uomini, quello dell'Arciduca settemila. Nel pomeriggio, giunto con le sue tre divisioni il Macdonald, gli Austriaci si ritirarono verso Kormorn, sulla sinistra del Danubio, da dove poi si ritirarono a Presburgo. A Raab rimase una guarnigione austriaca che si arrese ai generali Lauriston e Baraguay-d'Hilliers.

Nei primi di luglio, essendo giunta la divisione Marmont, la maggior parte dell'esercito d'Italia andò ad unirsi alla Grande Armée. Mancavano i generali RUSSA e SEVEROLI; quest'ultimo era rimasto davanti a Presburgo per sorvegliare il presidîo austriaco di questa città.
Potendo disporre di centocinquantamila uomini e di quattrocentocinquanta cannoni, Napoleone nella notte dal 4 al 5 luglio passò il Danubio e il 6 diede battaglia ai nemico nella pianura di WAGRAM, dove caddero trentamila Austriaci e diciottomila Francesi.

Anche alla giornata di Wagram parteciparono numerosi Italiani, seimila dei quali furono messi fuori combattimento: i dragoni Regina al comando del colonnello OLIVIERI, che pel suo eroico comportamento fu poi fatto barone, i corazzieri del generale ARRIGHI, il 26° leggero agli ordini del colonnello CAMPO, la Guardia Reale la cui la fanteria era comandata da TEODORO LECHI, la cavalleria del FONTANELLI, l'artiglieria del capitano ANTONIO MUSSI che fu anche ferito mortalmente; i bersaglieri còrsi e del "Po", e i reggimenti 61° 111° e 112°.
I dragoni regina si slanciarono con tale impeto sulla cavalleria nemica che il generale Grouchy dichiarò che non avrebbe dimenticato mai quella gloriosa carica, e Napoleone, attraversando il campo dopo la vittoria, andò verso gli italiani a fare loro le lodi: "… Bravi ! Vi siete coperti di gloria !…". Il 13 luglio fu firmato a Zuaim un armistizio, la fanteria della Guardia Reale si acquartierò a Schónbrunn con Napoleone, parte dell'esercito d'Italia a Presburgo con il vicerè Eugenio, parte col Macdonald a Gratz; la divisione Severoli da Presburgo si trasferì a Klagenfurth, dove già c'era la divisione italiana Rusca; mentre l'artiglieria italiana del Marmont si stabilì a Raab.

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ALTRE VIOLENZE FRANCESI A ROMA - ABOLIZIONE DEL POTERE TEMPORALE - ARRESTO DI PIO VII - PACE DI SCHÖNBRUNN. - LA GUERRA CONTRO I TIROLESI - ANDREA HOFER

Fonti, citazioni, e testi
Prof.
PAOLO GIUDICI - Storia d'Italia -
P.COLLETTA - Storia (Napoleonica) del Reame di Napoli 1734-1825- 1834
NAPOLEONE - Memoriale di Sant'Elena - (origin.
1a Ed. -1843
R. CIAMPINI - Napoleone - Utet - 1939
E. LUDWIG - Napoleone - Mondadori 1929
A. VANNUCCI - I Martiri della Libertà - Dal 1794 al 1848 - Lemonnier 1848
STORIA MONDIALE CAMBRIDGE - (33 vol.) Garzanti 
CRONOLOGIA UNIVERSALE - Utet 
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