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( QUI TUTTI I RIASSUNTI )  RIASSUNTO ANNI 1805-1812

I REGNI D'ITALIA E DI NAPOLI - MURAT
( 1805-1812 )

II REGNO D'ITALIA - IL CONSIGLIO DI STATO - IL SENATO - I MINISTRI - I DIPARTIMENTI -I DISTRETTI E I COMUNI - L'AMMINISTRAZIONE GIUDIZIARIA - LE FINANZE, AGRICOLTURA, INDUSTRIA, LAVORI PUBBLICI, IGIENE, ISTRUZIONE PUBBLICA, L'ESERCITO -
IL REGNO DI NAPOLI SOTTO GIUSEPPE BONAPARTE - GIOACCHINO MURAT SUL TRONO DI NAPOLI - IMPRESA DI CAPRI - SPEDIZIONE ANGLOSICULA NEL REGNO DI NAPOLI - BATTAGLIE NAVALI NELLE ACQUE NAPOLETANE - REPRESSIONE DEL BRIGANTAGGIO - SPEDIZIONE IN SICILIA - NAPOLEONE E GIOACCHINO MURAT-
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IL REGNO D' ITALIA


Il Regno d'Italia aveva una superficie di 75.740 chilometri quadrati con una popolazione di 6.700.000 abitanti, confinava con il Piemonte, con la Svizzera, con la Baviera, con le province illiriche, l'Adriatico, il Regno di Napoli, i dipartimenti francesi dell'Italia centrale e la Toscana ed era diviso in ventiquattro dipartimenti - La costituzione del Regno nelle sue linee generali era stata fissata dal TERZO STATUTO del 5 giugno del 1805, che aveva accresciuto la competenza dei Collegi elettorali, ampliato il raggio d'azione del potere esecutivo e limitate le funzioni di quello legislativo - I collegi elettorali, oltre agli antichi uffici, ebbero quello di formare le liste dei candidati ai Consigli dipartimentali e dei giudici di pace.

A capo dell'amministrazione fu posto il Consiglio di Stato, diviso in tre sezioni: Consiglio dei Consultori, Consiglio legislativo e Consiglio degli Uditori; il primo, composto di tredici membri, interpretava gli articoli della costituzione, dava il suo parere alle proposte di mutamenti da apportarsi alla costituzione ed esaminava i trattati di pace e di commercio; il secondo, di dodici membri, interpretava i regolamenti dell'amministrazione e formulava i disegni di legge d'indole amministrativa; il terzo, di quindici membri, aveva funzioni di tribunale contenzioso amministrativo, di tribunale per reati dei funzionari, di corte dei conti ecc. Il Consiglio legislativo e quello degli Uditori, per l'esame delle materie, erano suddivisi in tre sezioni: legislazione e culto, interno e finanze, guerra e marina. Col quinto (19 dicembre 1807) e col sesto (21 marzo 1808) Statuto costituzionale fu accresciuto il numero dei membri del Consiglio legislativo e del Consiglio degli Auditori, fu soppresso quello dei Consultori e fu istituito ed organizzato il Senato con funzioni legislative, consultive, sindacative e finanziarie. Esso fu composto dai principi maggiorenni della famiglia reale, dai grandi ufficiali del regno e di otto benemeriti cittadini per ogni milione di abitanti, scelti dal re su liste compilate dai collegi elettorali.

Erano considerati come grandi ufficiali del regno i ministri in carica. Questi, quando Napoleone prese la corona d'Italia, erano lo Spannocchi, il Felici, il Bovara, il Prina, il Veneri, il Pino e il Marescalchi. Il 9 giugno del 1805 lo SPANNOCCHI fu sostituito GIUSEPPE LUOSI; il 16 gennaio del 1806 al FELICI successe il marchese ARBORIO GATTINARA di BRÉME, che il 10 ottobre fu sostituito con LUIGI VACCARI. Successore del PINO al ministero della guerra fu nel marzo del 1806 il generale AUGUSTO CAFFARELLI, che nell'agosto del 1811 fu sostituito con ACHILLE FONTANELLI. Nel ministero del tesoro al VENERI nel luglio del 1810 successe il generale AMBROGIO BIRAGO. Non furono mai sostituiti il PRIMA, il BOVARA, che morì il 12 ottobre del 1812, e il MARESCALCHI, che risiedeva a Parigi con ANTONIO ALDINI, ministro segretario di Stato.

Il Regno d'Italia, come si è detto, era diviso in ventiquattro dipartimenti, i quali erano presieduti da un prefetto con l'assistenza di un consiglio. Capi dei distretti erano i viceprefetti. I comuni, che erano in numero di 2155 (duemilacentocinquantacinque), erano distinti in tre classi: quelli della prima avevano un podestà, sei savi e un consiglio quaranta membri; quelli della seconda un podestà, quattro savi e un consiglio di trenta membri; quelli della terza un sindaco, due anziani e un consiglio di quindici membri. I consigli si riunivano due volte l'anno per discutere il preventivo e il consuntivo.

L'amministrazione giudiziaria del regno rimase la stessa di quella della repubblica. I giudici di pace in materia civile avevano la competenza sulle azioni di semplice dominio, sulle questioni di prezzo, di alloggio e di locazione, sul pagamento di salari e mercedi; inoltre offrivano la loro mediazione per accomodare le parti, ricevevano le denunce, raccoglievano gli indizi, iniziavano l'istruzione dei processi. Come giudici di polizia giudicavano i reati punibili con dieci giorni di carcere o cinquanta lire di multa. Ogni dipartimento aveva un tribunale civile e penale; tutto il regno aveva cinque corti di appello con sede a Milano, a Venezia, a Bologna, a Brescia e ad Ancona; la corte di Cassazione aveva la sede a Milano.

L'amministrazione finanziaria era diretta dal PRINA, ministro abilissimo, attivissimo e scrupolosissimo. Le imposte non erano lievi, "....ma ne era -scrive il DE CASTRO- …saggiamente regolata l'esazione. In ciascun dipartimento un intendente amministrava le dogane, i sali, i tabacchi, le polveri ed i nitri, i dazi di consumo, il bollo della carta, quello dei pesi e delle misure, i pedaggi e i diritti di navigazione. La direzione del Demanio soprintendeva ai beni dello Stato, ai boschi, al riscotimento dei crediti. Vi erano gli uffici del registro e della conservazione delle ipoteche. Il MONTE NAPOLEONE amministrava i fondi per il rafforzamento del debito pubblico, ed aveva altri mandati.

"Nuove combinazioni si adottarono per levare le imposte con minore sproporzione nei vari settori e minor danno del paese: utilissima l'opera della direzione del censo e delle imposizioni in dirette. Nel 1811 la fondiaria diede 51 milioni e mezzo, oltre 4 e mezzo di quota dipartimentale e 10 milioni di comunale: il dazio consumo, che con il 1805 fruttava 8 milioni, nel 1811 ne diede 15; nel 1812 le imposte fondiarie assommarono a 70 milioni, di cui 51 vennero all'erario, il resto sovrimposte comunali e dipartimentali …"; il sale che si estraeva dalle saline di Cervia, di Comacchio e dell'Istria, nel 1811 rese 21 milioni, i tabacchi, che si coltivavano nei dipartimenti del Tronto, del Musone, del Bacchiglione e dell'Alto Adige, 8 milioni, il lotto 3 milioni; le poste nel 1812 diedero un milione e mezzo, l'imposta sul bollo 5 milioni, il Registro 8 milioni".

"Il 25 aprile del 1810 con decreto imperiale furono soppresse le congregazioni religiose ad eccezione di quelle addette all'educazione femminile, delle Suore di Carità e degli Ospitalieri; cosicché lo Stato venne in possesso di un ingente patrimonio. La confisca dei beni ecclesiastici non fu una sciagura, ma determinò il rifiorire dell'agricoltura. Furono fatte anche sagge leggi agrarie; appezzamenti di estesi fondi non coltivati furono dati in affitto; si prosciugarono o bonificarono paludi; si garantì la custodia la sorveglianza dei boschi, dei raccolti e della raccolta della frutta; furono promessi premi ai coltivatori che avessero introdotto l'avvicendamento delle colture, piantato un certo numero di olivi, aumentato gli alveari; s'introdussero nuove piante e nuove specie di animali; un vivaio nazionale fu istituito a Monza; si aprirono sedici accademie agrarie e si diedero soccorsi ai coltivatori di cotone e di barbabietole".

"Come per l'agricoltura così per l'industria si assegnarono premi, assistenze e incoraggiamenti. Si favorì l'acquisto di macchine per la filatura del cotone, della lana e della canapa, s'incoraggiò l'estrazione dello zucchero dalle barbabietole, si sussidiò la manifattura bolognese dei veli crespi. Attivissimo era l'arsenale di Venezia anche per conto della marina francese; si vivacizzava il lavoro nelle fabbriche di panni di Como, Bergamo, Verona, Padova, Schio, Bassano e Vicenza; fioriva l'industria tipografica con il Bodoni a Parma. Il Bettoni a Brescia e il Muzzi a Milano; quella delle armi a Brescia, delle terraglie a Pavia, a Treviso, a Bologna, a Milano; della seta nelle province lombarde e venete: ricercati erano i lavori in pelle, in carta, in ebano, in vetro, in oro, in argento, in mosaico frequentatissima era la "scuola d'ornato di Milano" che era di grande utilità all'istruzione di molti artigiani".

"Molti furono i lavori di pubblica utilità eseguiti nel regno. Dal 1805 al 1814 si spesero settantacinque milioni di lire per la costruzione e manutenzione delle strade; fu costruito l'acquedotto Marocco nel Pavese, il parco della villa di Monza, la facciata del Duomo di Milano; fu iniziato la rettifica dei corsi del Brenta e del Bacchiglione, il prosciugamento delle paludi Veronesi, la costruzione del canale e del porto di Malamocco, nelle città furono aperte larghe piazze, costruiti giardini, restaurati monumenti e antichi edifici, innalzati sontuosi palazzi".

"Alla pubblica igiene furono rivolte grandissime cure: si eressero ospedali e manicomi, si migliorarono le carceri, si disciplinò la pulizia delle case e delle vie, si prescrisse la vaccinazione contro il vaiolo, fu determinata la distanza delle risaie dalle città, furono allontanate dai luoghi popolati le industrie malsane, fu proibito di accumulare letame vicino agli abitati e le immondizie nei cortili dei palazzi nei grossi centri, fu prescritta la concentrazione dei macelli e la vendita delle carni più lontano dall'abitato e fu decretato di seppellire i morti in cimiteri collocati fuori dalle mura, o in ogni caso distanti dal centro urbano. Cure non minori furono dedicate all'istruzione primaria, media e superiore, più alle ultime due che alla prima. Con decreto del 14 marzo 1807 furono istituiti otto licei nazionali amministrati e diretti dal governo, dei quali quattro con convitto e con parecchi posti gratuiti; con decreto del 15 novembre 1811 si diede un ordinamento definitivo alla pubblica istruzione primaria e media: l'insegnamento elementare era affidato alla scuole normali; veniva poi il cosiddetto "limen", un corso preparatorio che dava accesso al ginnasio, il quale era costituito di tre corsi biennali; nel primo si insegnava calligrafia, latino, italiano, francese e aritmetica, nel secondo lettere italiane e latine e aritmetica, nel terzo rettorica, storia, geografia e disegno. Al ginnasio seguiva il liceo, biennale; materie d'insegnamento, storia, geografia e principi generali di belle arti; istituzioni di logica e morale e istituzioni civili; elementi di algebra e geometria; elementi di scienze naturali; disegno. Nel secondo anno del liceo gli alunni che si dedicavano alle leggi, studiavano istituzioni civili, scienze naturali, storia e belle arti; gli altri studiavano scienze naturali, storia, belle arti e disegno".

"I libri di testo erano scelti dal governo, gl'insegnanti erano di nomina regia e vestivano la toga. Tre erano le università in tutto il regno, una a Pavia, una a Bologna, una a Padova. A Venezia, a Milano e a Bologna vi erano Accademie di belle arti; a Milano inoltre vi erano scuole speciali di ostetricia, di chirurgia, di chimica applicata alle arti, di diritto pubblico e commerciale nei rapporti internazionali, di alta legislazione civile criminale, una scuola di eloquenza per la pratica legale, una scuola per i sordomuti, un conservatorio per lo studio della musica vocale e strumentale, e nel 1810 si fondò il "Collegio Reale"delle fanciulle. Altri due collegi per le giovinette furono decretati il 9 febbraio del 1812 a Bologna e a Verona.
A Bologna nel 1802 era stato fondato l' "Istituto nazionale", che aveva il compito di assegnare premi, fare esperimenti, dare impulso alle scienze e alle arti, preparar testi scolastici, fare proposte per rendere più impegnativi e progrediti gli studi, ecc. Questo istituto con decreto del 25 ottobre 1810, fu trasferito a Milano dove prese il nome di "Istituto italiano di scienze, lettere ed arti", ed ebbe sezioni a Venezia, a Verona, a Padova e a Bologna; fu presieduto dal matematico reggiano GIOVANNI PARADISI e suoi membri furono gli uomini più illustri del regno fra cui notiamo il poeta VINCENZO MONTI, lo scultore ANTONIO CANOVA, lo scienziato ALESSANDRO VOLTA, l'astronomo BARNABA ORIANI, il chimico LUIGI BRUGNATELLI, i pittori OPPINAI e BOSSI e gli architetti GAGNOLA e ANTOLINI.

Le cure maggiori, naturalmente furono rivolte alle cose militari. Le fortezze, specialmente quelle di Palmanova e Osoppo, furono restaurate e migliorate, furono aperte strade, tra cui degna di menzione quella del Sempione, costruiti ponti, fondate fabbriche di armi, istituite scuole militari. L'esercito, addestrato secondo i metodi francesi, raggiunse nel 1809 gli ottantamila uomini, fornì prove luminose di valore nelle battaglie ricordate nelle altre pagine, ed espresse dal suo seno ufficiali di grandissimo merito (più volte citati nelle varie guerre) come PIETRO TEULIÉ, DOMENICO PINO, ANTONIO BERTOLETTI, FILIPPO BONFANTI, CARLO BARLABIO e GIOVANNI VILLATA milanesi, LUIGI MAZZUCCHELLI, PIETRO FORESTI, GIUSEPPE, TEODORO ed ANGELO LECHI bresciani. FILIPPO SEVEROLI faentino, GIUSEPPE PALOMBINI romano, ACHILLE FONTANELLI modenese, LUIGI PEYRI mantovano, PIETRO VIARI veronese, G. B. BUSCA di Briga, MAURIZIO FRESIA dì Saluzzo e PIETRO SERAS di Pinerolo.

L'esercito del regno italico era composto della Guardia Reale e dalle truppe di linea. La Guardia Reale era formata: dalla guardia d'onore, scelta nelle più importanti famiglie e divisa in cinque compagnie di cento uomini, dei quali sessanta a cavallo (le compagnie portavano i nomi di Milano, Bologna, Brescia, Venezia e Romagna, e le guardie d'onore dopo un biennio dì servizio passavano nella linea con il grado di sotto tenente); dai Veliti, scelti nella borghesia, divisi in dodici compagnie di cento uomini ciascuna, i quali, dopo tre anni di servizio nella guardia, entravano nella linea con il grado di sergente; infine dalla guardia propriamente detta, di tremila uomini, granatieri, cacciatori a cavallo, dragoni e artiglieri. La truppa di coscrizione comprendeva sette reggimenti di linea e quattro leggeri, il reggimento dragoni Napoleone, il reggimento dragoni Regina, quattro reggimenti di cacciatori a cavallo di cui il primo si chiamava "Reale italiano" e il secondo "Principe Reale", reparti del genio e di artiglieria, un battaglione di Istriani, di Dalmati, tre legioni di gendarmi e un corpo di soldati di marina.

II regno d'Italia - "scrive il LEMMI" - ebbe pochi anni di vita, ma fu vita grandiosa. Era la prima volta dopo Lodovico il Moro, nota il "Bonfandini" che si sentivano gli effetti di una vera supremazia politica e civile. Milano era la capitale di un grande stato che, negli ultimi tempi, comprendeva 24 dipartimenti ed una popolazione che allora era intorno a sette milioni di abitanti. Dopo tanti anni di vita umile, isolata, ora compresa, ora fanatica, ma sempre secondaria, il popolo milanese respirava in un ambiente largo, importante; vedeva i grandi personaggi passeggiare per le sue vie; si sentiva legato per autorevole solidarietà ai grandi affari d'Europa. Lo spirito pubblico, vivo, intelligente, intraprendente, laborioso, come in quel lontano glorioso periodo sforzesco, tornava e si metteva al livello dei nuovi destini " Il nome Italia cominciò a varcare le frontiere, nuovamente, come in un lontano passato ad imporsi alle attenzioni dell'Europa, a farsi stimare ovunque; molti italiani mostravano di saper morire combattendo e che possedevano anche loro un orgoglio, che era solo stato soffocato da alcuni secoli, ma non cancellato".

"Ed era una fioritura di uomini politici e di uomini di guerra che tenevano con onore il loro posto in quella nuova meravigliosa generazione europea. La conversazione sociale e i discorsi popolari trovavano ambienti educativi in fatti nuovi e memorabili che svezzavano dall'antico pettegolezzo; la gioventù, tolta all'ozio senza dignità, teneva in pugno una bandiera tutta sua e si temprava l'anima nell'aspra contesa delle battaglie e delle vittorie; tutte le manifestazioni dell'attività civile, artistiche, letterarie, industriali e commerciali, trovavano nel governo protezione e conforto. L'amministrazione era ben ordinata ed energica, le leggi chiare e previdenti, la giustizia pronta e sicura, la ricchezza generale in costante incremento".

Gli uomini che hanno fatto il Diritto sono quattro: Salomone, Cicerone, Giustiniano e Napoleone. E il Codice Napoleonico, è quello dove tutti gli stati civili del mondo hanno attinto a piene mani. La riforma di Napoleone che si imperniò sull'organizzazione costituzionale dello Stato, ebbe una grande importanza per tutta l'Europa. Napoleone continuerà a essere un personaggio giudicato in modo diverso e contrapposto. Chi vede in lui solo il dittatore e chi lo giudica un eroe. La sua gloria, però, fu grande.

Come non ricordare qui, quell'amaro passo che Napoleone dalle sue Memorie di Sant'Elena ci ha lasciato -che in altre pagine abbiamo già riportato- quando parlava del profondo mutamento avvenuto nel costume del popolo italiano: "…Dopo il mio passaggio, l'Italia non era più la stessa nazione: la sottana, che era l'abito di moda per i giovani, fu sostituita dall'uniforme: invece di passare la loro vita ai piedi delle donne, frequentavano i maneggi, le sale d'armi, i campi militari; i bambini stessi iniziarono a giocare sul selciato con interi reggimenti di soldatini di stagno e imitavano i fatti di guerra e le mie battaglie. E quelli che cadevano non erano più gli italiani.... ma gli austriaci. Prima, nelle commedie e negli spettacoli di piazza, era sempre messo in scena qualche italiano vile, anche se spiritoso, e di contro a lui un tipo di grosso soldato straniero, forte, coraggioso e brutale, che finiva sempre con il bastonare l'italiano, fra le risa e gli applausi degli spettatori. Anche se non c'era proprio niente da ridere ma semmai da piangere. Orbene: il popolo italiano non tollerò più allusioni di questo genere; gli autori dovettero cambiare. Iniziarono a mettere italiani valorosi, che mettevano in fuga lo straniero, vi sostenevano il proprio onore e il proprio diritto. Vi sembra poca cosa tutto questo? No! La coscienza nazionale si era formata. E l'Italia ebbe per la prima volta i suoi canti guerrieri e gli inni patriottici". (dal Memoriale di San'Elena). Un vero peccato che di quei valorosi generali che furono accanto a Napoleone, poi la Storia Italiana li ha quasi dimenticati. Nel compilare queste pagine però, ne abbiamo rintracciati molti; che nei precedenti riassunti, in questo, e nei successivi, li riportiamo alla ribalta. E furono questi a mettere il "seme", che germoglierà dopo una generazione. Del resto cosa dettava a Las Cases, Napoleone a Sant'Elena, dopo aver come scrisse il Manzoni "toccato le vette più alte, la gloria degli altari e l'umiliazione della polvere"? "…deve passare una generazione, poi i giovani di domani vendicheranno l'oltraggio che oggi qui io soffro…".("Memoriale di San'Elena"). E prima ancora aveva scritto "I disegni e i piani si tracciano in poche ore, ma occorrono degli anni perché le nazioni imparino a sapersi ben condurre …".

"….Napoleone -scrive il Foscolo - aveva fondato in Italia uno stato di sei milioni di abitanti, potenti d'ingegno e di passioni, di ricchezze e di agricoltori, e aveva agguerrito un esercito; e il tutto era amministrato da italiani …". Mancava l'indipendenza, è vero; ma gli avvenimenti del 1814 dimostrarono che i Lombardi non avevano ancora l'educazione necessaria a governarsi da sé; poiché sono maturi per l'indipendenza solo quelli che sanno e vogliono conquistarla e conservarla con le armi. II Regno d'Italia, in conclusione, era l'opera di Napoleone ma abbisognava di una lunga tutela per consolidarsi; nel 1814 era purtroppo ancora debole, ma nelle province lombarde, prive di tradizioni politiche, il periodo napoleonico aveva ormai impresso tracce così profonde che non si cancellarono mai più. E questo è il difetto di origine del nostro Risorgimento politico il quale ebbe origine sotto il doppio dominio delle idee e delle armi francesi…."

Dopo il matrimonio di Napoleone con Maria Luisa questo bel sogno si dileguò: le nozze austriache avvenivano e di lì a poco il Re di Roma nasceva quando già ormai l'Imperatore dei Francesi si era trasformato nel successore di Augusto. In questa nuova concezione politica l'Italia, per le sue memorie e per la sua strategica posizione geografica nel Mediterraneo (che tutti invidiavano e temevano), non poteva diventare un regno indipendente. Gli altri stati non l'avrebbero mai permesso; e sappiamo quanto dovrà ancora lottare l'Italia nei successivi settanta anni, ma come se non bastasse anche nella prima metà del Novecento.

II 16 febbraio 1810 un accordo concluso con il Principe primate di Germania stabilì che i principati posseduti dal Principe stesso, salvo Ratisbona che doveva passare alla Francia, formassero dopo la sua morte, assieme a Fulda e Hanau, un Granducato di Francoforte per EUGENIO BEAUHARNAIS e la sua discendenza legittima, con diritto di reversibilità alla Corona imperiale in caso di mancanza di discendenti maschi. Il Viceré accettò senza una parola di rammarico, ma con quale delusione è facile intendere.
Nei disegni napoleonici pare che Eugenio dovesse rimanere a Milano ancora 20 anni, cioè fino a quando il nascituro Re di Roma non avesse avuto l'età adatta a regnare; ma la concessione fattagli del Ducato di Francoforte e l'idea che più tardi Napoleone gli mise davanti di procurargli una più importante sovranità nella Svezia, dimostrarono che ormai in Italia non vi era più posto né per Eugenio Beauharnais né per Gioacchino Murat. Il primo, accettò devotamente la sua sorte, il secondo volle conservare ad ogni costo la sua Corona e, appena le circostanze parvero favorirlo, abbandonò l'imperatore e sì unì ai suoi nemici, per poi ritornare su i suoi passi, e finire infine fucilato dai nuovi amici.

IL REGNO DI NAPOLI SOTTO GIUSEPPE BONAPARTE
POI SOTTO GIOACCHINO MURAT

Giuseppe Bonaparte rimase a Napoli fino al maggio del 1808. Due anni appena durò quindi il suo regno, periodo di tempo troppo ristretto perché un sovrano riesca pienamente a mostrare le sue qualità; tuttavia non poco s'impegnò per trasformare il vecchio regime, e a lui si devono molte delle opere che poi completò e perfezionò Gioacchino Murat.

Giuseppe personalmente diresse tutti gli affari di stato, coadiuvato da CRISTOFORO SALICETI, energico ministro di polizia, dal ROEDERER, dal MIOT, dal MATHIEU DUMAS, dal Duca di CAMPOCHIARO, dai principi CASSANO-SERRA e PIGNATELLI CERCHIARA, da MICHELANGELO CIANCIULLI e dal marchese di GALLO, ministri rispettivamente delle finanze, dell'interno, della guerra, della Casa Reale, degli affari ecclesiastici, della marina della giustizia e degli esteri, e da un Consiglio di Stato di trentasei membri.

Con la legge del 2 agosto 1806 Giuseppe decretò l'abolizione della feudalità; con la legge del 1° settembre dello stesso anno ordinò la divisione di tutte le terre demaniali, confiscò i beni dei cittadini assenti che non avevano prestato giuramento di fedeltà e quelli degli Ordini di Malta e Costantiniano; secolarizzò i beni ecclesiastici sopprimendo ordini, chiudendo conventi e incamerandone i beni, che poi furono messi in vendita; cedette a rendite il Tavoliere delle Puglie che era compreso tra i beni demaniali; abolì tutte le tasse e impose una sola contribuzione sui beni immobili, sui creditori dello Stato e sui capitali impiegati nel commercio; fondò l'ordine cavalleresco delle Due Sicilie; dotò Napoli dell'illuminazìone notturna; aprì la via da Toledo a Capodimonte e quella del Gigante, dalla Darsena a S. Lucia; abbellì la capitale con la Loggetta a Mare e il Bosco della Villa Reale di Chiaia; diede impulso agli scavi di Pompei; fondò l'Accademia di storia e di antichità, e la "Società reale d'incoraggiamento per le scienze naturali ed economiche" e gettò le basi dell'esercito costituendo due reggimenti di fanteria leggera, due di linea, due di cacciatori a cavallo, diciannove compagnie di artiglieri a piedi e una a cavallo, dodici compagnie di artiglieria da costa, cinque di zappatori o minatori, una di treno, una legione di gendarmi, la Guardia Reale e la milizia provinciale.

Il 28 maggio del 1808 Giuseppe parti da Napoli per Baiona chiamatovi da Napoleone, il quale induceva Carlo IV e l'Infante Ferdinando a rinunziare ai loro diritto sulla corona spagnola. Da Baiona Giuseppe mandava ai Napoletani un nuovo statuto, garantito dall'Imperatore; era composto di undici articoli: i primi sette confermavano il cattolicesimo religione dello Stato, e regolavano il diritto ereditario, la reggenza in caso di minorità del re, la dote della Corona, i Grandi ufficiali di Corte, il Ministero e il Consiglio di Stato; l'ottavo istituiva un parlamento di cento membri, diviso in cinque settori (del clero, della nobiltà, dei possidenti, dei dotti e dei commercianti); gli ultimi tre articoli fissavano l'ordinamento giudiziario, l'amministrazione provinciale, stabilivano norme sul diritto di cittadinanza, garantivano il debito pubblico e confermavano l'abolizione della feudalità e la vendita dei beni dello Stato.

Giuseppe, come si è detto altrove, fu da Napoleone creato re di Spagna; il trono di Napoli e di Sicilia, con decreto imperiale del 15 luglio del 1808, fu affidato a GIOACCHINO MURAT, che conservava il titolo di Grande Ammiraglio dell'Impero, ma rinunziava al granducato dì Berg e Cleves. Il decreto stabiliva l'ordine di successione secondo la quale, estinta la discendenza mascolina del Murat, che prendeva il nome di GIOACCHINO NAPOLEONE, la corona doveva tornare all'imperatore e dopo passare successivamente a Giuseppe, a Luigi e a Girolamo. Il nuovo re avrebbe governato secondo lo statuto di Baiona.
Il 7 luglio partì da Napoli Giulia Clary, moglie di Giuseppe ed ebbe la luogotenenza del regno il maresciallo PÉRIGNON; il 18 luglio Gioacchino lanciò ai suoi nuovi sudditi un proclama, pieno dì grandi promesse, e il 6 settembre, nella sua smagliante divisa militare vi giunse come nuovo re, che per la sua persona imponente, il suo bello spetto, il suo fare dignitoso ed amabile e la fama di valoroso soldato, piacque subito al popolo. Ricevette le chiavi della città e gli omaggi dei magistrati, quindi si recò alla chiesa dello Spirito Santo, dove ebbe la benedizione dal cardinale di Napoli FIRAO. Il 25 dello stesso mese, giunse la regina Carolina. "…Fu - scrive il Colletta - la cerimonia meno magnifica di quella già fatta all'arrivo del re, ma splendida fu l'ammirazione per la sua bellezza e del contegno veramente regale, e per lo spettacolo dei quattro figli in tenera età che l'accompagnavano, ed ebbe il comune pensiero che per Gioacchino questi e quella erano il suo miglior diadema …".

Queste iniziali passionali impressioni, tipiche del gran cuore popolare napoletano seguiti dai primi atti del nuovo re, Gioacchino si rese simpatico e caro ai sudditi: visitò le carceri e gli ospedali, amnistiò i disertori, diede soccorsi ai militari in ritiro e alle vedove e agli orfani delle antiche milizie napoletane, aumentò le rendite e gli onori ai cappellani di San Gennaro, ridusse le spese militari, abolì poi ai ministri il cumulo degli stipendi, promise la restituzione dei beni agli esuli che ritornavano e limitò i rigori della polizia, che sotto Giuseppe avevano dato luogo a processi e condanne capitali impopolari, mandando al supplizio il marchese PALMIERI, il figlio del duca di FRAMMARINO, AGOSTINO MOSCA, DOMENICO VISCARDI e parecchi altri.

Un mese dopo, l'impresa di Capri, coronata dal successo, rese ancora di più popolare il nome di Gioacchino. Capri, come altrove abbiamo narrato, era stata occupata dagli Inglesi il giorno stesso in cui Giuseppe era tornato a Napoli dopo il suo viaggio in Calabria, e da Capri il colonnello Hudson Lowe impediva il commercio del golfo, minacciava la capitale e manteneva relazioni con tutti coloro che nel Napoletano erano rimasti di fede borbonica. Aveva tentato Giuseppe due volte di riprendere l'isola al nemico, ma né la prima spedizione capitanata da GIOVANNI BAUSAN (marzo 1807) né la seconda guidata da GIUSEPPE CORREALE (maggio 1808) riuscirono. Volle ritentare l'impresa il MURAT, il quale diede il comando della spedizione al generale LAMARQUE, che ebbe sotto di sé truppe francesi agli ordini del D' ESTRÉE e alcuni napoletani guidate dal principe PIGNATELLI STRONGOLI. Queste truppe, la notte dal 3 al 4 ottobre del 1808, partite da Napoli e da Salerno con la scorta della flottiglia del capitano Correale, sbarcarono in tre punti diversi dell'isola. Eudson Lowe, il 4 e il 5, perdette settecento uomini che caddero prigionieri e il 18, nonostante l'arrivo di due fregate inglesi, dovette capitolare.

Il Murat comunicò la notizia della sua vittoria a Napoleone per mezzo del suo ministro degli esteri. Parve ciò all'imperatore - che considerava il Murat e tutti gli altri re suoi congiunti altrettanti luogotenenti - un gesto d'indipendenza e si affrettò a rimproverare il cognato: "…Una nota del vostro ministro degli affari esteri mi ha dato la notizia ufficiale della presa di Capri: questo è ridicolo. Essendo Capri stata presa dalle mie truppe, io devo apprendere questo fatto dal mio ministro della guerra al quale voi dovrete renderne conto. Bisogna badare di non far niente che possa, da questo lato, ferire me e l'esercito francese…".

Questa lettera del cognato fu una umiliazione per il Murat, che voleva fare il re sul serio e non il viceré di Napoleone, e cominciarono da allora i dissidi tra i due sovrani, che sovente furono di ostacolo all'attività svolta da Gioacchino per completare e migliorare l'opera, iniziata dal suo predecessore. Malgrado questo, il Murat riuscì a fare molto, assistito com'era da buoni ministri, quali il marchese di GALLO (Esteri), il conte ZURLO (Interni), FRANCESCO RICCIARDI (Grazia e Giustizia), il conte di MESBOURG (Finanze) e il conte Daure (Guerra e Marina). Rimosse lo stato d'assedio nella Calabria, introdusse i nuovi codici, aprì il registro delle ipoteche, limitò la giurisdizione alla prefettura di polizia, soppresse altri ordini religiosi ed ordinò la chiusura di altri conventi, diede assetto definitivo all'amministrazione delle province e all'ordinamento giudiziario, aprì strade e costruì ponti, fra cui quello sul Garigliano per i giovani che intendevano dedicarsi alta ingegneria, continuò il rinnovamento edilizio a Napoli iniziato da Giuseppe, e diede stabile assetto alle scuole pubbliche, accrescendo, migliorando e riordinando le primarie e le secondarie, aumentando le cattedre alle università, aprendo collegi e istituti femminili e scuole gratuite d'arti e mestieri, di nautica e di agricoltura.

Ma le cure maggiori Gioacchino le dedicò all'esercito, che, al suo arrivo, nei quadri assommava a ventunomila uomini; lui costituì due reggimenti di veliti e al principio del 1805 ordinò la coscrizione obbligatoria, per la quale ogni anno dovevano prestare servizio due ogni mille uomini dai diciassette ai ventisei anni e eliminò i vergognosi privilegi (le esenzioni) di ceti, famiglie e città ed esentò dal servizio militare soltanto gli ammogliati, i figli unici, quelli di madre vedova e coloro che nelle scienze o nelle arti si mettevano in luce con i loro studi. In breve volger di tempo l'esercito napoletano fu portato ad ottantamila uomini, molti dei quali si dovevano distinguere in Spagna, in Germania e in Russia, e a ventimila furono portate le milizie provinciali. Inoltre ingrandì le fabbriche d'armi, fondò collegi, la Scuola d'artiglieria di Capua e la Politecnica dell'Annunziatella, fece eseguire molte opere di fortificazione e dato che le spese richieste dagli armamenti gravavano troppo sullo Stato, mise pure mano alle sue sostanze.

Anche la marina da guerra ebbe le cure del Murat. Non mancavano i valenti ufficiali:
quali GIOVANNI BAUSAN, GIUSEPPE DE COSA, FRANCESCO DE SIMONE, GIOVANNI CARACCI, GIUSEPPE CORNEALE, ma facevano difetto le navi e l'intera flotta era costituita dalla fregata "Cenere", dalla corvetta "Fama", da due bricks e da una cinquantina di barche cannoniere. Il Murat ingrandì i cantieri di Napoli e di Castellammare, fece costruire le fregate "Carolina" e "Letizia", i vascelli "Capri" e "Gioacchino", aumentò il numero delle cannoniere e anche qui con la coscrizione marittima aumentò gli equipaggi.

Tanto l'esercito, quanto la marina, ben presto furono impiegati in operazioni di guerra. Durante quella del 1809 la maggior parte delle truppe dovettero essere inviate nell'Italia settentrionale e gli anglo-siculi n'approfittarono per assalire il Regi di Napoli. L'11 giugno di quell'anno partirono da Messina e da Milazzo, scortati da una flotta britannica agli ordini dell'ammiraglio Martin, quindicimila uomini, nominalmente comandati dal principe LEOPOLDO di BORBONE, ma effettivamente dal generale inglese STUART. Mentre la spedizione muoveva verso la foce del Garigliano, sbarcò a Gioia e nella marina tra Reggio e Palmi un corpo di tremilaquattrocento uomini, in parte soldati, che andarono a cingere d'assedio Scilla, in parte briganti che si dispersero nell'interno per sollevare le province nel nome di Ferdinando e Carolina.

Gioacchino corse alle difese; da una parte richiamò da Roma il Saliceti potendo essere utile la sua opera energica a Napoli dove non pochi avevano rapporti con la corte borbonica, dall'altro raccolse le truppe rimaste in tre settori: intorno alla capitale, a Lagonegro e a Monteleone. Intanto la flotta anglosicula si presentava nelle acque napoletane ed occupavano facilmente (23-24 giugno) Procida ed Ischia. Il Murat, il quale sperava che le guarnigioni delle due isole avrebbero resistito a lungo nella attesa di soccorsi, diede ordine a GOVANNI BAUSAN e a GIOVANNI CARACCIOLO, che si trovavano a Pozzuoli e a Gaeta, di riunire le loro navi nel canale di Procida. Il Bausan la mattina del 25 partì con la "Cerere", la "Fama" ed otto barche cannoniere, ma scontratosi con una squadra inglese composta dalla fregata Cyane agli ordini di TOMMASO STEINES, dal brigantino Espoir e da, dodici cannoniere, dopo breve lotta si ritirò a Pozzuoli. La mattina del 26, il Caracciolo con trenta barche cannoniere giunse nel canale di Procida, ma invece di trovarci il Bausan vi trovò lo Steines. Il Caracciolo ripiegò verso la baia di Miniscola, quindi, dopo una lotta con il nemico che gli affondò una ventina di barche, riuscì con il resto delle flottiglia ad aggirare capo Miseno e a rifugiarsi a Baja.
Avendo ricevuto l'ordine di portarsi a Napoli, Giovanni Bausan partì da Baja e manovrando abilmente, riuscì a doppiare l'isola di Nisida; ma giunto presso la punta di Posillipo fu assalito dalla "Cyane" seguita poi dall' "Espoir" e una trentina di cannoniere inglesi. Il combattimento che ne seguì fu rabbioso e durò fin quando la flottiglia napoletana fu giunta sotto la protezione delle batterie del porto. La "Cyane" e la "Cenere" riportarono gravi danni: la prima colpita nello scafo da quarantacinque proiettili, ebbe due alberi spezzati e l'attrezzatura rotta; cinquanta uomini dell'equipaggio colpiti a morte e il capitano Steines mutilato di un braccio; la seconda ricevette non meno di cinquanta proiettili in piena coperta, la velatura ridotta a brandelli e una quarantina d'uomini uccisi. Il re con una gran folla di cittadini assistette dal porto. dalla via di Chiaia alla terribile battaglia e, quando questa terminò, si recò sulle navi coperte di cadaveri e di feriti, e distribuì lodi e ricompense ai combattenti. Il Bausan fu promosso capitano di vascello e fu nominato commendatore dell'Ordine delle Due Sicilie.

All'annuncio della vittoria napoleonica di Wagram e dell'armistizio di Znaim, gli Inglesi (24 luglio) lasciarono Procida e Ischia, preceduti di alcuni giorni da quelli che si trovavano all'assedio di Scilla. Il 15 agosto, compleanno dell'imperatore, mentre sulla via di Chiaia il re si preparava a passare in rivista l'esercito, all'improvviso comparve la flotta inglese nelle acque napoletane e cominciò a lanciar bombe sulla capitale. "…La nostra armata -scrive il Colletta - poco forte, ma soccorsa dal lido, con gli alberi e le vele ornate e colorate a festa, andò incontro al nemico, guidata da Gioacchino, vestito (e fu la sola volta in sette anni di regno) da grande ammiraglio dell'impero. Si combatteva dalle due parti, e intanto nella bellissima riviera di Chiaia sfilavano in mostra i reggimenti parati a festa, ed al rumor del combattimento e dei cannoni sul mare, echeggiavano a terra le salve dei castelli ed i suoni festivi dell'esercito fino a sera, quando il nemico, senza aver subito danni ma nemmeno arrecati prese il largo ...".

Rimasero nel regno i briganti, che spargevano il terrore nelle province. Nella Basilicata una banda di cinquemila uomini ubbidiva ad un certo SCAROLA, ex-galeotto, uomo audace e sanguinario, che più tardi doveva essere sconfitto presso Chiaromonte dal generale Pignatelli; una banda di milletrecento briganti, di cui un terzo a cavallo, spadroneggiava tra la Basilicata e Salerno; nella Puglia un'altra numerosa banda aveva per capo uno che si spacciava per il principe ereditario Francesco di Borbone e si circondava di pompa regale non tralasciando però di taglieggiare e saccheggiare; altre bande infestavano la Calabria, delle quali una, entrata un giorno nel villaggio di Crichi, mise a sacco il paese e trucidò una quarantina di abitanti che non avevano fatta in tempo a fuggire.
Per estirpare il brigantaggio, Gioacchino non solo mandò contro le bande reparti di truppe, ma emanò anche leggi eccezionali; ordinò di confiscare i beni dei "fuorgiudicati" e distriburli ai danneggiati dalle bande e ai fidi amici del governo; che i sudditi militanti sotto le bandiere borboniche, che si erano rifiutati di tornare in patria, di ucciderli se cadevano prigionieri; quelli invece che tornavano avrebbero avuto lo stesso grado tenuto nell'esercito siciliano; prescrisse infine che in ogni provincia si compilasse una lista di tutti i nomi dei briganti da esporre poi in tutti i comuni: e i cittadini di questi potevano loro stessi arrestare o uccidere i banditi; commissioni militari dovevano giudicare sollecitamente i briganti ed i loro favoreggiatori; le famiglie dei capi dovevano essere incarcerate e tutti i beni dei condannati alla pena capitale confiscati.

Nel novembre del 1809 il re e la regina si recarono a Parigi; quando Gioacchino tornò, seppe che i Borbonici avevano abbandonato le isole di Ponza e Ventotene. Rientrato a Napoli il 14 febbraio del 1810, il re partì ancora il 12 marzo per ritornare il 28 aprile. Quattro giorni dopo, essendosi presentata nelle acque di Napoli una squadra inglese comandata, dal capitano BRENTON e composta da due fregate, lo "Spartau" e il "Succes", del brigantino "Espoir", dietro ordine del re uscì dal porto una flottiglia napoletana per dar battaglia alle navi nemiche. La componevano la fregata "Cenere", la corvetta "Fama", il cutter "Achille", il brick "Sparviero" e sei barche cannoniere; ne aveva il comando il francese RAMATUELLE, che aveva preso posto sulla "Cenere", dove stava un nucleo di soldati del reggimento Latour d'Auvergne, schierati per l'arrembaggio.
La mattina del 3 maggio 1810, presso Procida, la "Cenere" avvistò lo "Spartau" e gli corse addosso decisa ad abbordarlo; la fregata nemica che era superiore per velocità e artiglieria, quando la nave napoletana fu ad un tiro di pistola lasciò partire una terribile scarica che ruppe un braccio al Ramatuelle, ed uccise e ferì molti ufficiali, marinai e soldati del reggimento Latour d'Auvergne, schierati sulla coperta per l'arrembaggio.

Prese il comando della "Cerere" il tenente Barentin, ma poco dopo, colpito dal fuoco nemico, cadde ucciso; allora la fregata napoletana, che era stata gravemente danneggiata e subito gravi perdite, si allontanò verso Baja per mettersi sotto la protezione di quelle batterie, mentre le altre navi entravano in azione contro lo "Spartar".
La lotta fu piuttosto impari, poi il Brenton rimasto gravemente ferito dopo aver ceduto il comando al tenente Wìckens Willes gl'Inglesi ebbero a quel punto la meglio. L' "Achille", malconcio, dovette ritirarsi a Baja; la "Fama", ch'era sotto il comando di GIUSEPPE DE COSA, disalberata fu rimorchiata dalle cannoniere a Baja; lo Sparviero, molto danneggiato fu catturato dagli Inglesi che in quella battaglia ebbero dieci morti e ventidue feriti ma gravi danni allo Spartan. Perdite più gravi ebbero i Napoletani: trenta morti e novanta feriti accusò il Murat nella sua relazione a Napoleone; ma questo numero non è esatto perchè soltanto la "Fama" ebbe ottantanove uomini fuori combattimento e la "Cerere" circa un terzo dell'equipaggio. Tra i feriti, oltre il Ramatuelle, ci fu il Vincent. comandante dell'"Achille"; tra gli ottantasette prigionieri dello Sparviero ci fu il comandante Raffaele de Cosa, che si ebbe gli elogi del Ramatuelle, come tutti ebbero poi quelli del re, che di loro scrisse: "… é impossibile battersi con maggior valore…".

Il 16 maggio Gioacchino lasciò Napoli e partì per la Calabria, nella cui estrema punta, fra Reggio e Scilla, aveva raccolto tre divisioni forti di ventiduemila uomini, una napoletana, due francesi, comandate dai generali CAVAIGNAC, PARTOUNNEAUX, LAMARQUE, e circa seicento legni da trasporto e da guerra. Era l'impresa di Sicilia che il re voleva tentare, un'impresa difficilissima, perfino impossibile date le poche le forze che Gioacchino disponeva, visto che un esercito anglo-siculo pari per numero a quello franco-napoletano era ad attenderlo a Messina mentre una nutrita flotta britannica vigilava ed era pronta ad entrare in azione per impedire qualsiasi sbarco in qualsiasi parte dell'isola.

Il re però, nonostante il contrario parere del Grenier, che aveva il comando supremo dell'esercito, e degli altri generali, era deciso a passare lo stretto per compiere un'ardua impresa e conquistarsi la gloria per i posteri su una regione così vasta e ricca e che solo di nome lui aveva la corona.
Sebbene il Murat irrequieto bruciasse dal desiderio di toccar la riva opposta, tuttavia trascorsero tre mesi prima di tentare lo sbarco; ma in questo tempo non pochi fatti di guerra si verificarono, e l'armata napoletana si comportò con molto onore.

Il 9 giugno sette cannoniere respinsero dodici navi nemiche; scontri navali avvennero con risultato favorevole alla marina napoletana il 22 e il 29 giugno; il 21 luglio ottanta legni avversari dovettero ritirarsi; altri scontri avvennero il 5, il 7, il 21 e il 25 agosto e il 4 e il 5 settembre; e in tutte queste azioni si distinsero il Calamello, il Caraffa, G. B. Caracciolo, Giuseppe de Cosa, il Correale, il Bausan, il Barbarà, il Montemayor, il Caffiero, i fratelli Lopresti e i francesì Teìsseire, Bongourde e Grasse.

. Tra il 17-18 settembre, nella notte, finalmente il MURAT decise di tentare il passaggio; la divisione napoletana comandata dal generale CAVAIGNAC, forte di duemila uomini, passò lo stretto e sbarcò a Scaletta; ma le divisioni francesi invece non si mossero; spiegazione di questo stallo sul continente alcuni lo giustificarono per la mancanza di vento, da altri si affermò che si era opposto il Grenier che aveva ordini segreti in proposito da Napoleone; altri infine hanno pensato che Gioacchino verso i tanti che erano contrari all'impresa volesse dimostrare con i fatti che non era poi tanto difficile quanto si credeva.
Non vedendosi sostenuto, il generale Cavaignac minacciato sull'isola dall'esercito anglo-siculo, dai contadini armati e dalla flotta inglese, imbarcò parte della sua divisione e lasciò nell'isola novecento uomini del Reggimento Real Ccrso, i quali, dopo una bella difesa, furono fatti tutti prigionieri.
Il 29 settembre 1810 Gioacchino sciolse il campo di Reggio indirizzando alle truppe un proclama in cui era detto: "…La spedizione contro la Sicilia è rinviata ad un altro momento. Lo scopo che l'Imperatore si era proposto con le minacce di quest'invasione è già conseguito; e la posizione di guerra in cui ci siamo per quattro mesi continui mantenuti con tanta costanza e con tanto onore sullo Stretto, ha nei suoi effetti oltrepassato le concepite speranze…". Inoltre vi si affermava che "… la Sicilia sarà, conquistata quando questo sarà fermamente voluto…".

Ma Napoleone invece rimproverò il cognato non solo per la condotta delle operazioni, ma anche per aver parlato in suo nome nel proclama e per avere sciolto il campo. L'imperatore - come lui stesso dichiarava - voleva tenere impegnata per tutto l'inverno l'armata inglese davanti a Reggio, e non aveva proprio nessuna intenzione di conquistare la Sicilia, mentre Gioacchino, tutto intento a tradurre in atto il suo sogno di conquista, non aveva saputo penetrare il segreto pensiero del grande cognato e agevolarne l'attuazione dei piani.

Tornato a Napoli, Gioacchino rivolse il pensiero alla soppressione del brigantaggio "… di struggitore -"dice il Colletta"- di uomini e di cose cittadine, senza un fine politico, alimentato solo di vendette, di sdegni o, più turpemente, d'invidia al nostro bene e di furore…".

Nell'ottobre del 1810 il Murat pubblicò leggi severissime contro i banditi e i loro favoreggiatori e diede pieni poteri al giovane generale CARLO ANTONIO MANHÈS, che agì con spietata energia, prima nella Calabria, poi nelle altre regioni, liberandole in due soli mesi dei tremila banditi i cui nomi figuravano elencati nelle liste. "… Quell'inesorabile uomo - "scrive il De Castro" - non perdonò ad età, a sesso, a parentela: con i veri rei caddero anche degli innocenti, o furono puniti i più innocenti affetti di natura: gettata la diffidenza nelle famiglie, morto ogni senso di pietà, si videro casi atroci, denunce orribili, fughe romanzesche. Ma più che dare la morte, Manhès usò i più raffinati supplizi, sperando nel benefizio dell'esempio; e fra gli altri, il BENINCASA e il PARAFANTI, che per quanto uomini scellerati, morirono con brutale intrepidezza. Per raggiungere il fine adoperò quattro mezzi: notizia esatta dei facinorosi di ciascun comune, intera loro segregazione dagli onesti, armamento dei buoni, giudizi inflessibili. Ordinò che ciascun comune denunciasse i briganti; armò i terrazzieri dividendoli in schiere; da alcuni fece ritirare il bestiame agli agricoltori dei borghi più grandi, che erano poi guardati a vista da truppe regolari; da altri fece sospendere tutti i lavori campestri; e dichiarò la pena di morte verso tutti coloro che nelle campagne nascondevano dei viveri; tolse così ai malfattori ogni assistenza o connivenza da parte dei proprietari e dei contadini.
Dopo averli isolati, li fece assalire; e fu così zelante che li assalì lui stesso; e a nessuno perdonò, neppure ad una madre che ignara degli ordini, portava il solito vitto ad un figliolo che stava lavorando nei campi. Caddero uomini, donne, fanciulli. La Calabria era diventata un campo chiuso e dove gli uomini davano la caccia ad altri uomini. Nella torre di Castrovillari languirono e morirono centinaia di inquisiti. La puzza degli insepolti sparse la morte intorno…"
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"…Mentre il generale Manhès, con il suo pugno di ferro distruggeva il brigantaggio, Gioacchino dedicava la sua attività a Napoli a tutte quelle opere che potevano fare rifiorire il regno e cercava soprattutto di consolidare la sua posizione concedendo titoli ad ufficiali, a magistrati e ad artisti; ma fin da allora -velleitario com'era- già pensava di rendersi indipendente dal cognato, che troppe volte lo aveva umiliato e che lo avrebbe senza dubbio sacrificato ora che gli era nato (il 20 marzo 1811) l'erede dell'impero…"

Un manifesto segno della sua aspirazione all'indipendenza Gioacchino l'aveva dato negli ultimi mesi del 1810 addirittura sostituendo la bandiera francese un "suo" vessillo nazionale, bianco, rosso e amaranto; il 14 giugno del 1811 ne diede un altro segno di questa brama: pubblicò cioè un decreto in cui stabiliva che tutti gli stranieri impiegati nel regno dovevano naturalizzarsi sudditi napoletani.
Napoleone, sospettoso, teneva d'occhio il cognato e aveva mandato a Napoli con il titolo di ministro plenipotenziario di Francia il barone DURANT, in apparenza per regolare tutte le questioni pendenti con il regno, in effetti era per sorvegliare il re. Appena fu informato del decreto ne pubblicò un altro (6 luglio) con il quale, visto che "…il reame delle Due Sicilie fa parte del grande Impero, che il principe da cui è retto è francese e gran dignitario dell'Impero e che egli è stato posto e "mantenuto" sul trono dai Francesi…", stabiliva Napoleone che tutti i cittadini francesi fossero di diritto cittadini napoletani e che su di loro non si doveva applicare il decreto del 14 giugno. Nello stesso tempo sottrasse il supremo comando di Gioacchino, mettendo l'esercito francese sotto la direzione del GRENIER e gli assegnò il singolare nome di "Corpo d'osservazione dell'Italia meridionale" ed ordinò che si stanziasse non a Napoli, ma fra Capua e Gaeta, e meglio ancora se occupava interamente su quest'ultima la fortezza. Forse sospettoso com'era, Napoleone non si fidava troppo delle "truppe napoletane" che il cognato comandava.

Gioacchino si lamentò genericamente, ma non abbandonò il pensiero di sbarazzarsi di tutti quei funzionari che non avevano chiesto la cittadinanza napoletana; infatti, cominciò a licenziarne alcuni, fra cui il ministro della guerra D'AURE e il maresciallo di palazzo LANUSSE, suscitando le proteste del Durants. Il re rispose che non dal decreto del 1806, ma dallo statuto di Baiona erano tracciati i suoi doveri verso l'impero. Allora il GRENIER -forse più sospettoso di Napoleone- occupò Gaeta, mentre il maresciallo PÉRIGNON si affrettò a tornar da Parigi per riprendere il suo ufficio di governatore a Napoli.
Il Pèrignon aveva, anche l'incarico di far capire a Gioacchino che se egli era re di Napoli, Napoleone era l'imperatore e che la corona gli era stata data "…per l'interesse della Francia e della politica del grande Impero…". Era come affermare che Gioacchino era un re vassallo o meglio un prefetto imperiale. In una lettera in data del 30 dicembre 1811 il ministro francese degli esteri MARET spiegava chiaramente al marchese di GALLO ciò che era il re di Napoli: un grande feudatario dell'impero. "…Come grandi feudatari i re di Napoli si trasmettono di padre in figlio il titolo di grande ammiraglio dell'Impero; come grande feudatario il re di Napoli si è impegnato a mantenere la costituzione approvata e garantita dall'Imperatore; a fornire un contingente, in caso di guerra continentale di sedicimila fanti, pezzi d'artiglieria, vascelli, cannoni, fregate, corvette ecc. ecc.; a conservare nei suoi stati il sistema continentale e tutte le misure prese o da prendere in Francia relative al blocco dell'Inghilterra o alla distruzione dei commerci di questa potenza. Queste stipulazioni, testualmente enunciate nel trattato di Baiona, fissano la natura di quest'atto, che non è un vero e proprio trattato. Un trattato è una convenzione libera in cui si bilanciano interessi reciproci. Il trattato di Baiona invece non è che un atto di munificenza, imperiale, con il quale sua Maestà, disponendo di un trono, "a dicté les condictions de son bienfait"..".

La lettera continuava enumerando "…gli obblighi assunti da Gioacchino come grande feudatario: costruzione di una piazzaforte sullo stretto di Messina, manutenzione delle batterie di Taranto, d'Otranto e di Brindisi, concorso alla difesa di Corfù, precedenza a corte al ministro imperiale, trattamento privilegiato ai Francesi residenti nel regno, protezione speciale alle famiglie napoletane che hanno contribuito "à établir la dinastie dans l'esprit des peuples"…" e concludeva minacciosamente: "…Il giorno in cui i re di Napoli dimenticheranno che il loro regno fa parte del Grande Impero e che essi ne sono solo i feudatari, essi avranno lacerato il loro titolo alla corona e rinunciato alla protezione dell'Impero e alla garanzia dell'Imperatore …"

I dissidi tra i due cognati continuarono, ma per il momento senza carattere di gravità. Gioacchino era spirito irrequieto ed avventuroso e non voleva essere solo un funzionario imperiale, ma la potenza di Napoleone e l'incertezza della politica internazionale tenevano a freno i suoi desideri d'indipendenza. Ma appena la fortuna volgerà le spalle al cognato, il Murat si emanciperà e si schiererà contro di lui; ora è dominato dall'Imperatore e pensa che a quella di lui è legata la sua sorte. Perciò, nonostante tutto, quando Napoleone dichiarò guerra alla Russia, Gioacchino Murat partì con undicimila uomini per andare a "prendere il suo posto" nelle file della "Gande Armèe".
Anche se non sappiamo con quale spirito occupò quel posto, se fu utile, oppure dannoso. Di certo sappiamo che già nel 1813 dopo la Battaglia di Lipsia, dove lui comandava le truppe napoletane, intavolò trattative con Inghilterra e Austria per salvare il "suo" trono.

Ma - dopo il "disastro", le avvisaglie delle decisioni del congresso di Vienna, lo indussero nel 1815 a riprendere le armi contro gli austriaci, cercando, con il proclama di Rimini, di ergersi a campione dell'indipendenza italiana. Smascherato da questo triplice gioco dentro le parti, dove non si era mai inserito, sconfitto a Tolentino dal nemico che non lo voleva amico, tentò di sbarcare nel "suo" regno; ma fu catturato e fucilato come uno dei tanti "briganti francesi" dai borbonici, come quando lui e lo spietato Manhès catturavano e fucilavano uno dei tanti "briganti borbonici".

Catturato da un sergente di nome TRENTACAPILLI, fu nominato una commissione per giudicarlo come "nemico pubblico"; Ferdinando accordò TRENTA MINUTI, e Murat rammentando i suoi processi che si svolgevano allo stesso modo, capì che erano i suoi ultimi istanti di vita.
Ma ci ritorneremo sopra quando sarà il suo anno di sventura: il 1815.

FINE - ( VEDI ANCHE I SINGOLI ANNI )

Dopo il Regno d'Italia e il Regno di Napoli
dobbiamo ora occuparci - e sempre nello stesso periodo,
della SICILIA e della SARDEGNA

nel periodo che va dal 1806 al 1814


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