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( QUI TUTTI I RIASSUNTI )  RIASSUNTO ANNI 1805-1810

NAPOLEONE E PAPA PIO VII

SECONDA PARTE
VIOLENZE FRANCESI A ROMA - ABOLIZIONE DEL POTERE TEMPORALE - ARRESTO
DI PIO VII - PACE DI SCHÖNBRUNN. - LA GUERRA CONTRO I TIROLESI - ANDREA HOFER
EPISODI ANTIFRANCESI NEL VICENTINO
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Pio VII riceve l'ordine di lasciare Roma - 10 giugno 1809

VIOLENZE FRANCESI A ROMA - ABOLIZIONE DEL POTERE TEMPORALE
ARRESTO DI PAPA PIO VII


Mentre si combatteva la guerra della quinta coalizione che abbiamo appena letto sopra, casi di eccezionale gravità avvenivano in Roma. Allontanato il GABRIELLI, era stato scelto come Segretario di Stato il cardinale PACCA, uomo risoluto ed energico, che non si era lasciato intimorire dalle minacce del generale MIOLLIS, che gli aveva dichiarato di aver ricevuto l'ordine di fucilare chiunque si fosse opposto alla volontà imperiale, anzi il Pacca gli aveva risposto: "… Generale, dal giorno del vostro ingresso a Roma avete dovuto convincervi che i ministri di Sua Santità non si lasciano intimidire da minacce. Da parte mia eseguirò fedelmente gli ordini, e lei faccia ciò che vuole e può..."

Dato il carattere del nuovo segretario di Stato, il fermo proposito del Pontefice di resistere fino all'ultimo e il mandato del Miollis, i rapporti tra la Francia e la Curia Pontificia non potevano che farsi di giorno in giorno costantemente più tesi. Da un canto le violenze, dall'altro le proteste. Proteste vane perché i Francesi oramai erano i veri padroni di Roma e di tutto lo Stato; organizzavano la guardia civica e il corpo di gendarmeria cui esigevano il giuramento di fedeltà, sorvegliavano le amministrazioni comunali, arrestavano pubblici ufficiali civili e militari, fra cui mons. BARBIERI fiscale generale e il marchese GILBERTI comandante di Foligno, e commettevano ogni sorta di violenze.

Il 13 agosto drappelli di soldati francesi penetrarono negli uffici giudiziari, nelle case private dei magistrati papali e nel palazzo del Quirinale per cercarvi ed asportare due processi intentati contro cittadini delle Marche. Poco tempo dopo, il Miollis, temendo una rivolta a causa delle gravi notizie che giungevano dalla Spagna, fece chiudere in Castel S. Angelo mons. TOSI vescovo di Anagni, fece arrestare il cardinale ANTONELLI, prefetto della Sacra Penitenzeria, che fu mandato a Spoleto, e confinò monsignore AREZZO, governatore di Roma, in Corsica.

Anche al Pacca si tentò di far violenza. Il 6 settembre due ufficiali francesi penetrarono nel suo ufficio del Quirinale e gli intimarono di partire entro ventiquattro ore per Benevento sua patria, dove sarebbe stato accompagnato da una scorta di dragoni. Il cardinale rispose che non riceveva ordini dalla Francia, ma dal Pontefice e che avrebbe in proposito interrogato il suo sovrano; ma gli ufficiali gli proibirono di recarsi dal Papa e gli permisero soltanto di scrivergli un biglietto. Informato così, Pio VII raggiunse il suo ministro e, rivoltosi ai due francesi: "…Andate - disse - annunciate al vostro generale che io sono stanco di soffrire tanti insulti da parte di un uomo, che osa ancora chiamarsi cattolico. Non ignoro lo scopo di queste violenze; si vuole, separandomi a poco a poco da tutti i miei consiglieri, mettermi nell'impossibilità di esercitare il mio ministero apostolico e di difendere le ragioni della mia sovranità temporale. Ordino al mio ministro di non obbedire alle ingiunzioni di un'autorità illegittima. Sappia il vostro generale che per tradurlo prigioniero egli dovrà far atterrare tutte le porte del mio palazzo, e lo dichiaro fin d'ora responsabile di tutte le conseguenze di un sì enorme attentato…".

Per l'energico intervento del Pontefice il cardinale Pacca rimase a Roma, ma le violenze dei Francesi non ebbero termine. Nello stesso mese di settembre l'anconetano GIUSEPPE CANNI, colonnello al servizio borbonico siciliano e capo di uno dei tanti drappelli che si tenevano pronti nelle vicinanze di Roma per agevolare un'eventuale fuga del Papa, fu arrestato e, nonostante i reclami pontifici, fucilato.
Il 19 gennaio del 1809 il Miollis dichiarò prigioniero in casa l'ambasciatore spagnolo Antonio Vargas e gli fece sequestrare tutte le carte. Centoquaranta cittadini spagnoli, essendosi rifiutati di prestar giuramento al re Giuseppe, furono incarcerati. Avvicinandosi il carnevale, il Papa proibì le maschere e le feste pubbliche; il Miollis invece le permise e le organizzò, ma non riuscì a far divertire il popolo, che, quasi per protesta, il 2 febbraio fece trovar chiuse le finestre e rimase tappato in casa. Il 20 marzo però, anniversario dell'incoronazione di Pio VII, furono fatte grandi luminarie e Roma mostrò l'aspetto dei giorni di festa.

Nel maggio, dopo le prime vittorie contro l'Austria, accadde finalmente quel che da qualche tempo Napoleone gli occupava la mente e che l' Europa non pensava potesse avvenire. Il 17 di quel mese l'imperatore emanava da Vienna il famoso decreto con il quale aboliva il potere temporale dei Papi e univa all'mpero gli Stati della Chiesa. "…Considerando - egli scriveva - che, allorquando Carlomagno, Imperatore dei francesi e nostro augusto predecessore, fece donazione di parecchie contee ai vescovi di Roma, le donò per il bene di questi stati e che per questa donazione Roma non cessò di far parte del suo impero; che, in seguito, questo insieme di potere spirituale e di autorità temporale è stato ed è ancora sorgente di dissensi e ha portato spesso i Pontefici a impiegare l' influenza dell'uno per sostenere le pretese dell'altra; che, così, gli interessi spirituali e le cose celesti, che sono immutabili, sono stati mescolati agli affari terrestri, i quali per la loro natura cambiano secondo le circostanze e la politica del tempo; che tutto ciò che noi abbiamo proposto per conciliare la sicurezza dei nostri eserciti, la tranquillità e il benessere dei nostri popoli, la dignità e l'integrità del nostro impero con le pretese temporali dei Papi, non s' è potuto realizzare, noi abbiamo decretato e decretiamo quanto segue .... ".

Seguivano sette articoli in cui si stabiliva che gli Stati della Chiesa si riunissero all'Impero, Roma dichiarata città imperiale e libera, che le quattro proposizioni della Chiesa gallicana e i futuri Pontefici ne giurassero l'osservanza, che al Papa fosse assegnata una rendita annua di due milioni di franchi, che Egli potesse risiedere in qualsiasi città dell'impero e i suoi palazzi e le sue terre fossero esenti da ogni imposta e avessero speciali immunità, e che i cardinali e il collegio di propaganda fossero mantenuti dallo Stato.
Con un secondo decreto si ordinava di formare una Consulta straordinaria, presieduta dal generale Miollis e composta dal Saliceti, dal Janet, dal De Gerando, dal Del Pozzo e da Cesare Balbo, la quale doveva curare il trapasso dal vecchio al nuovo regime, dividere il territorio in dipartimenti, nominare un senato di sessanta membri ed applicare il Codice civile.

Il 10 giugno 1809 a suon di tromba il decreto imperiale fu notificato in Roma e contemporaneamente da Castel S. Angelo e da tutti gli edifici pubblici fu abbassata la bandiera pontificia per lasciare posto al tricolore francese. Pio VII ricevette la notizia con molta serenità e al Cardinal Pacca disse: "…Consumatum est!…". Quindi indirizzò ai suoi sudditi un proclama: "….Sono finalmente compiuti i tenebrosi disegni dei nemici della Sede Apostolica. Dopo lo spoglio violento ed ingiusto della più bella e considerevole porzione dei nostri domini, Noi ci vediamo con indegni pretesti e con tanto maggiore ingiustizia interamente spogliati della nostra sovranità temporale con cui è strettamente legata la nostra spirituale indipendenza. In mezzo a queste fiere persecuzioni ci conforta il pensiero che Noi incontriamo un così gran disastro non per alcuna offesa fatta all'Imperatore o alla Francia, la quale è stata sempre l'oggetto delle nostre amorose, paterne sollecitudini, non per alcun intrigo di mondana politica, ma per non aver voluto tradire i nostri doveri e la nostra coscienza…".

Il Pontefice continuava dichiarando nullo il decreto imperiale, e respingeva ogni rendita o pensione che l'imperatore voleva assegnare a lui e ai membri del Sacro Collegio, dichiarando che preferiva condurre la vita nella miseria anziché accettare il vitto da un usurpatore dei beni ecclesiastici.

Lo stesso giorno fu composta la bolla di scomunica "Quum memoranda", che durante e la notte fu affissa nelle basiliche di S. Pietro, di S. Giovanni Laterano e di S. Maria Maggiore e che subito dopo fu strappata dai Francesi.

Tuttavia questa scomunica è stesa in una forma ambigua, poiché nella bolla non è fatto il nome di Napoleone, ma si riferisce a coloro che hanno favorito, consigliato o approvato gli attentati diretti contro la santa Sede. Non vuole pronunciare il terribile nome, o è mancanza di coraggio nell'assumersi questa grande responsabilità. Ma non dimentichiamo che è un papa quasi ottantenne, e in una circostanza come questa, questo papa si eleva ad una delle altezze più eccelse, con un coraggio che è pari a quello napoleonico, ed affronta una delle lotte più disuguali e più eroiche che conosca la storia della Chiesa.

Nove giorni dopo Napoleone scriveva a Gioacchino Murat, dopo la partenza di Giuseppe per la Spagna, era divenuto re di Napoli: "…Se il Papa, contro lo spirito del suo grado e del Vangelo, predica la rivolta e vuol servirsi dell'immunità della sua casa per fare stampar manifesti, si deve arrestarlo ....Filippo il Bello fece arrestare Bonifazio e Carlo V tenne a lungo in prigione Clemente VII; e questi avevano fatto anche meno…".
Il 20 giugno, avuta notizia della scomunica, tornò a scrivergli: "… Basta con gli accomodamenti; è un pazzo furioso e bisogna rinchiuderlo. Fate arrestare il cardinal Pacca ed altri aderenti del Papa…".

In queste lettere imperiali si parlava della possibilità dell'arresto del Papa, ma non si ordinava di arrestarlo; e certo se i Francesi, a Roma, avessero avuto i nervi a posto avrebbero evitato un atto che non poteva recar nessun vantaggio all'Imperatore. Ma in quei giorni i Francesi di Roma erano in grande agitazione. Il Quirinale rimaneva chiuso come se dentro si preparasse qualche cosa; si era sparsa la voce che Pio VII volesse il giorno di S. Pietro comparire in pubblico e percorrere le strade in processione con il Crocifisso in mano per sollevare i cittadini, e il generale Radet, mandato da Firenze a Roma per coadiuvare il Miollis, scriveva al ministro della guerra: "…Il Papa governa con le punta delle dita molto meglio di noi con le nostre baionette…".

Questo stato d'animo suggerì le soluzioni più avventate. Fu alla fine stabilito, di arrestare il Pontefice. Il 5 luglio giunsero da Napoli a Roma ottocento soldati al comando del generale PIGNATELLI CERCHIARA, e quel giorno stesso il MIOLLIS avvisò il colonnello SIRES, direttore generale di polizia, di fare i preparativi per il colpo che doveva essere eseguito all'alba del giorno dopo.

Nelle prime ore del 6 luglio, mentre i soldati di Napoleone si preparavano ad attaccare gli Austriaci nella pianura di Wagram, a Roma il generale RADET scalava in tre punti le mura dei giardini del Quirinale e con l'aiuto di alcuni impiegati infedeli abbatté le porte e, seguito da soldati, gendarmi e borghesi filo-francesi e anticlericali, penetrava negli appartamenti del Pontefice, il quale si era già alzato e insieme al cardinal Pacca ed altri prelati ed aspettava sereno.
Il Radet, quando fu a1 cospetto del Capo della Chiesa, in nome del governo imperiale invitò a rinunziare al potere temporale. A lui rispose Pio VII: "…Noi non possiamo né cedere né abbandonare quello che non ci appartiene. L'imperatore potrà farci a pezzi, ma non potrà ottenere questo da noi. Dopo quanto abbiamo fatto per lui dovevamo attenderci una simile condotta ?…". E quando il Radet gli comunicò l'ordine di arresto, soggiunse: "… Ecco la ricompensa che mi è riservata per quanto ho fatto per il vostro imperatore. Ecco il premio per la mia grandissima condiscendenza verso di lui e verso la chiesa di Francia ! Ma forse sotto tale riguardo sono stato colpevole dinanzi a Dio; è adesso che vuol punirmi mi sottometto a Lui con umiltà…".

PIO VII chiese due ore di tempo, ma non gli furono concesse; espresse il desiderio di essere accompagnato da alcune persone di sua fiducia, ma soltanto la compagnia del cardinal Pacca gli fu accordata; allora il Pontefice prese un breviario e un Crocifisso e, montato in una carrozza, si mise sulla via dell'esilio. I due illustri viaggiatori non possedevano che pochi quattrini e, avendo il cardinale osservato: "…Viaggiamo proprio all'apostolica…", il Papa esclamò: "…E' ciò che mi resta del mio principato…".

Accompagnato dal Radet e da una scorta di gendarmeria, Pio VII fu condotto a Firenze, in quella Certosa che dieci anni prima aveva accolto Pio VI; poi a Genova, Alessandria, Torino, Grenoble, Valenza infine Avignone. Separato dal cardinal Pacca, che fu invece rinchiuso nel forte di Finestrelle. Il papa poi iniziò in Francia a diventare un peso ingombrante, e fu ricondotto in Italia e, per Nizza, Monaco, Oneglia e Finale giunse il 17 agosto a Savona, dove, rigorosissimamente sorvegliato fu chiuso nella fortezza e vi rimase fino al 1812. Nel 1813 ritornò a Roma, e ne vide ancora delle belle, perché moriva addirittura dopo Napoleone, nel 1823. Dopo la Restaurazione ebbe tutto il tempo di ricostituire lo Stato Pontificio più forte di prima.

PACE DI SCHONBRUNN - LA GUERRA CONTRO I TIROLESI
LA FINE DEL TIROLESE ANDREA HOFER


Circa due mesi dopo l'arrivo di Pio VII a Savona, il 14 ottobre del 1809 fu firmata a Schònbrunn la pace tra Napoleone e Francesco II, il quale cedette alla Francia Gorizia, Trieste, Fiume, parte della Carinzia e della Croazia e la Carniola, al Granducato di Varsavia la Gallizia e Cracovia, e alla Baviera Salisburgo in cambio del Trentino che fu così dato al Regno d'Italia.

Con la pace di Schónbrunn non ebbe termine la rivolta tirolese, che diede poi luogo ad operazioni militari in territorio italiano eseguite in gran parte da truppe italiane, e che dobbiamo narrare ritornando di qualche settimana indietro, durante lo scontro francese-austriaco narrato più sopra.

Discesa prima a Rivoli la divisione FONTANELLI e andata poi la divisione RUSCA attraverso la Valsugana a raggiungere il principe Eugenio che inseguiva l' ARCIDUCA GIOVANNI, i Tirolesi si sollevarono, tanto da spingere i loro attacchi fino a Bassano, a Belluno, a Vicenza, nel Comasco e nel Bresciano.

Dopo la battaglia di Wagram, Napoleone ordinò al generale Rusca, che si trovava a Klagenfurth, di venire ad accordi con i ribelli, ma questi rifiutarono di sottomettersi. Allora l'Imperatore impartì ordini al ministro della guerra CAFFARELLI di inviare contro gl'insorti una divisione. La quale comandata dal generale italiano PEYRI il 20 settembre penetrò nel Trentino, sconfisse i Tirolesi ad Avio e alla Fersina e il 28 entrò a Trento, dove il giorno dopo fu raggiunta da due battaglioni italiani del 5° reggimento di linea e da duecento guardie nazionali del dipartimento del Brenta, che, partiti da Bassano, avevano dovuto aprirsi il passo a Primolano e Roncegno, infrangendovi la resistenza dei ribelli.

Ricevuti i rinforzi, il PEYRI marciò contro gli insorti, concentrati in gran numero a Lavis, a pochi chilometri a nord della pianura di Trento e s'impadronì di questo villaggio il 2 ottobre, che però quattro giorni dopo dovette difendere da circa ventimila nemici, ritornati all'offensiva. Nonostante avesse respinto per ben due volte i ribelli, il Peyri, per misura di prudenza, ritornò su Trento, ma il 10 ottobre, ricevuto l'aiuto di due battaglioni del 2° reggimento leggero napoletano e di due squadroni di cacciatori anch'essi napoletani, uscì da Trento, verso Lavis dove il nemico si era spinto per bloccare la prevista offensiva, e lo respinse fino a Buco di Vela, a Salorno e a Civezzano.

Conclusa la pace con l'Austria, restava solo questo problema e Napoleone decise di domare la rivolta da nord attraverso la valle dell'Inn con uno sforzo poderoso, inviando contro Innsbruck il generale DROUET D' ERLON con un corpo franco-bavarese; nella valle della Drava il BARAGUAY-d' HILLIERS con le divisioni Rusca, Severoli e Barbou, e contemporaneamente facendo avanzare da Trento il corpo della Val d'Adige rinforzato da altri cinque battaglioni, tre squadroni e quattordici pezzi affidati al comando del VIAL; infine facendo assalire Bolzano da un "nuovo corpo" sotto gli ordini del PEYRI.

Questo nuovo corpo, costituito dalle guarnigioni italiane di Belluno, Feltre e Pieve di Cadore, si riunì il 1° di novembre ad Agordo e il giorno dopo si mise in marcia per congiungersi il 4 novembre a Bolzano con il VIAL. Superando le difficoltà del cammino, attraverso le montagne già coperte di neve, e sostenendo frequenti ed accaniti combattimenti con gli insorti, il Peyri, per S. Lucia, Livinallongo, Arabba, Campolongo, Corona, Marglie di Colfosco (Corsara-Passo Gardena) S. Cristina, S. Ulrico (Ortisei), Bruck (Ponte Gardena) Colma, dopo aver perduto quasi un quarto dei suoi uomini, giunse nel pomeriggio del giorno fissato a Bolzano, e non essendo ancora giunto il Vial, dovette tener testa con i suoi settecento soldati per tre giorni agli assalti del nemico.

Ma già le maglie si stringevano intorno ai ribelli; il BARAGUAY-d'HILLIERS aveva occupato tutta la valle della Drava e l' 8 novembre il DROUET giunse al Brennero e scese su Vipiteno, pronto a risalire il Passo dei Giovi per stringere come in una tenaglia da nord e da sud la valle Passiria dove si erano asserragliate le bande di ANDREA HOFER, la vera anima della rivolta.

Il 12 novembre il principe EUGENIO da Villaco invitò i ribelli a deporre le armi e parve sulle prime che l'Hofer fosse disposto a venire ad accordi; ma non si concluse nulla e le operazioni di guerra dell'esercito e la guerriglia degli insorti ripresero.

Il 16 novembre il RUSCA dovette ripiegare da Merano a Bolzano, mentre il 22 un reparto francese comandato dal DOREILLE, fu battuto dopo essersi inoltrato nella Val Passiria fino a S. Leonardo (che era proprio il paese dell'Hofer) e si arrese alla banda del cappuccino tirolese Haspinger che il 23 scendendo da San Leonardo, riconquistò nuovamente Merano.

Altri fatti d'armi avvennero per tutta la fine del mese di novembre e il principio di dicembre; altri scontri di bande con l'esercito francese che continuamente s'ingrossava; altro sangue bagnò le valli del Sud Tirolo, poi, sopraffatti dai francesi sul finire dell'anno la rivolta ebbe fine. Si pensò solo più a dare la caccia ai capi ribelli, e prima di ogni altro all'ex oste (dell' Osteria Am Sand - ancora esistente) di San Leonardo in Passiria, l'eroico capopopolo, che non voleva un solo francese sulla sua terra.

ANDREA HOFER incalzato dalle ricerche si rifugiò in una grotta nei pressi delle sue valli. Avendo saputo da un Haffel il nascondiglio dell'eroe, il BARAGUAY-D' ILLIERS mandò un migliaio di soldati nella zona a perlustrarla palmo a palmo, a dargli la caccia per catturarlo (28 dicembre 1810). Caduto prigioniero, l'Hofer fu condotto a Mantova per essere giudicato da un consiglio di guerra. Il principe Eugenio e parecchi generali speravano che Napoleone concedesse la grazia ad un uomo che si era battuto eroicamente per l'indipendenza della patria; inoltre cercavano di indurre l'Hofer a rifiutare la paternità dei suoi ultimi proclami (che contro il Corso non erano teneri!). Ma Andrea Hofer non era il tipo di fare apostasie; poteva salvarsi, ma non voleva restare nella memoria dei suoi con una macchia di viltà.

Di fronte a tanta nobiltà e fierezza, Napoleone (ed è molto strano, visto che ammirava i nemici di alto valore e coraggio) non seppe essere clemente. Se lo avesse visto battersi di persona, oppure anche dopo aver incrociato solo il suo sguardo fiero, forse chissà! Napoleone apprezzava chi aveva gli occhi di aquila!

Invece al principe Eugenio scrisse: "…Spedite l'ordine che sia giudicato da una commissione militare e se colpevole fucilato entro ventiquattro ore…".


Andrea Hofer ascoltò con gran serenità la sentenza e rivolse perfino parole di coraggio ai ventitré tirolesi condannati come lui; poi condotto sul luogo dell'esecuzione, rifiutò la benda e impavido fino all'ultimo istante, ordinò egli stesso il fuoco, e dove dovevano colpirlo (20 gennaio 1810).

Quest'uomo rude, grande e grosso, montanaro, che nella sua valle selvaggia - si raccontava- era abituato con le mani nude ad affrontare e strozzare anche gli orsi, si era trasformato all'improvviso in un impavido capopopolo, in un mitico guerriero, in un leggendario condottiero. Lui fu subito pronto a lottare a fianco degli austriaci bavaresi contro le truppe francesi di Napoleone che volevano invadere la sua terra.
Hofer oltre che condurre all'inizio la rivolta della popolazione tirolese nella sua valle, sceso dai suoi monti nella valle dell'Inn, sostituì in una famosa battaglia sul Monte Isel ad Innsbruck il generale austriaco Chasteler ferito nel combattimento. Lui, oscuro montanaro, presa in mano la situazione, con i suoi uomini affrontò i francesi e si mise a prenderli (letteralmente) a bastonate, liberando il Paese.
Prima e dopo Wagram, ripetutamente mise in rotta i reggimenti bavaresi e franco-italiani, inviati a conquistare e riconquistare la regione. In tutte le vallate, così in quelle del Tirolo settentrionale, come in quelle del Tirolo meridionale - da Brunico a Bressanone, da Bressanone a Vipiteno e a Merano, da Merano a Bolzano e piu in giù fino a Salorno - l'insurrezione fu generale.
Nei primi mesi della guerra, i Tirolesi poterono credere di aver vinto e d'aver scacciato per sempre i francesi che detestavano. Ed infatti, dinanzi al prevalere dei Tirolesi, l'ala sinistra dell'esercito franco-italiano agli ordini del Vicerè fu costretta a ripiegare, dapprima su Trento, quindi su Rovereto per sfuggire a una minaccia di accerchiamento; e infine dovette retrocedere fino a Rivoli veronese, dove si ricongiunse con quella parte dell'esercito che stava medicandosi le ferite dopo lo smacco in Friuli.

Ma servì a poco tanta audacia e determinazione, alla pace di Schombrun, dove l'Austria accettò lo scambio di cedere l'Alto Adige e il Trentino per il Salisburghese, Hofer si sentì tradito dagli Asburgo e dagli stessi Bavaresi e, ritornato al di qua del Brennero, risalite le "sue" valli, fu pronto a continuare (in una lotta impari) la "sua" guerra, e a tentare di cacciare i francesi e gli italiani filo-francesi dalla "sua" terra.
Hofer è rimasto il fulgido simbolo di un'intera popolazione che lottò da sola per essere libera nella propria terra.

Durante quelle ore di prigionia prima di morire, così si giustificò:

"Io amavo molto il mio Paese, come tutti. Forse lo amavo più degli altri. Per la mia terra, per la mia Patria mi sarei gettato sul fuoco. Non ci pensai nemmeno un attimo ad affrontare quello che dicono essere il più grande esercito del mondo. Ma poi... chi è mai questo Napoleone ? per permettersi di regalare il mio amato Tirolo ?". Andreas Hofer: da pari a pari!
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EPISODI ANTIFRANCESI NEL VICENTINO

Nello stesso periodo, come nelle valli altoatesine, in tutto il Veneto e, in particolare, nell'alto vicentino, nell'agosto ci furono sollevazioni violentissime. Intere vallate furono per diversi giorni in mano dei rivoltosi che, il più delle volte, innalzavano la bandiera di San Marco. E in queste sollevazioni ci furono episodi di alto eroismo, come quello di Don Giuseppe Marini.
Don Giuseppe Marini, chi è costui? Immagino che ben pochi saranno in grado di rispondere al quesito di stampo manzoniano.
Don Giuseppe era un giovane cappellano di ventinove anni, di Carrè (provincia di Vicenza, diocesi di Padova) che fu fucilato il 19 agosto 1809 a Vicenza dalle orde napoleoniche.
Ecco quanto scrive il Tornieri nelle sue Memorie:
"1809, 19 agosto....Giorno infaustissimo per essersi, per la prima volta in Vicenza, veduto fucilare un sacerdote. Questo atroce spettacolo si è eseguito questa mattina in Campo Marzo, un'ora dopo terza (le dieci circa). Ritornata la formidabile Commissione Militare alle sue missioni ha condannato ieri, e perciò furono fucilati questa mattina per la solita accusa di sollevazione, i seguenti: Don Giuseppe Marini d'anni 29 di Carrè sacerdote e capellano di Carrè, diocesi di Padova e Pietro Nicolati, d'anni 39, nativo dell'Ospedaletto di Valsugana di professione muratore."

Di don Giuseppe Marini la storia non dice niente altro; nè una via, nè una piazza, nè un'associazione culturale è stata dedicata a questo giovane veneto che ha sacrificato la sua vita lottando per la libertà del suo popolo. Carlo Bullo, l'autorevole storico autore della più completa opera sui movimenti insurrezionali veneti nel 1809 scrive che: "Già nel 12 luglio, presso le sorgenti del Bacchiglione, aveano i militari fatto prigione assieme ad altri sollevati un parroco armato di pistole e di stili aveva indosso una bandiera di San Marco": chissà se siamo in presenza della stessa persona.

"Napoleone aveva portato la nostra regione in condizioni di miseria e disperazione come mai nella storia veneta oltreggiando altresì sistematicamente la Chiesa e il nostro popolo reagì con particolare vigore:
i francesi, in nome della libertà, dell'eguaglianza e della fraternità, riportarono l'ordine con centinaia e centinaia di morti.
Una pagina, quella del 1809, che meriterebbe di essere conosciuta dal popolo veneto; mancò una figura leggendaria come il tirolese Andreas Hofer che guidasse il nostro popolo, e mancò anche chi, come il grande pittore spagnolo Francisco Goya tramandasse ai posteri l'eroismo di chi lottava per la propria libertà e contro i crimini dell'occupante napoleonico."
(
ETTORE BEGGIATO bejato@hotmail.com)
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Dopo Schonbrun e dopo Wagram
l'impero di Napoleone e lui stesso, erano giunti all'apogeo
andiamo a questo periodo che va dal 1809 al 1812 > > >


( VEDI ANCHE I SINGOLI ANNI )

Fonti, citazioni, e testi
Prof.
PAOLO GIUDICI - Storia d'Italia -
P.COLLETTA - Storia (Napoleonica) del Reame di Napoli 1734-1825- 1834
NAPOLEONE - Memoriale di Sant'Elena - (origin.
1a Ed. -1843
R. CIAMPINI - Napoleone - Utet - 1939
E. LUDWIG - Napoleone - Mondadori 1929
A. VANNUCCI - I Martiri della Libertà - Dal 1794 al 1848 - Lemonnier 1848
STORIA MONDIALE CAMBRIDGE - (33 vol.) Garzanti 
CRONOLOGIA UNIVERSALE - Utet 
STORIA UNIVERSALE (20 vol.) Vallardi
STORIA D'ITALIA, (14 vol.) Einaudi
+ ALTRI VARI DELLA BIBLIOTECA DELL'AUTORE  

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