HOME PAGE
CRONOLOGIA

DA 20 MILIARDI
ALL' 1  A.C.
1 D.C. AL 2000
ANNO x  ANNO
PERIODI STORICI
E TEMATICI
PERSONAGGI
E PAESI

( QUI TUTTI I RIASSUNTI )  RIASSUNTO ANNI 1806-1814

LA SICILIA E LA SARDEGNA


GLI INGLESI E LA CORTE BORBONICA - I DECRETI DEL 1811 - I PRINCIPI DI CASTELNUOVO E DI BELMONTE E LA LORO PROTESTA - ARRESTI E DEPORTAZIONI - LORD BENTINCK IN SICILIA - SUE RICHIESTE ALLA CORTE - II PRINCIPE FRANCESCO VICARIO DEL REGNO - LA COSTITUZIONE SICILIANA DEL 1812 - DISSIDII TRA BELMONTISTI E VILLARMOSISTI - FERDINANDO IV RITORNA A PALERMO - ULTIMATUM DEL BENTINK - MARIA CAROLINA PARTE DALLA SICILIA - SUA MORTE - VICENDE DEL PARLAMENTO SICILIANO - LORD BENTINCK IN TOSCANA - RICHIAMO DI FERDINANDO - IL RE E LA COSTITUZIONE - ESODO DI PATRIOTI - IL MEMORANDUM DI A' COURT - VERSO L'ASSOLUTISMO BORBONICO - VITTORIO EMANUELE I IN SARDEGNA - CONDIZIONI DELL'ISOLA - GOVERNO DI VITTORIO EMANUELE - AMMINISTRAZIONE DELLA GIUSTIZIA - LE FINANZE - VITTORIO EMANUELE I E NAPOLEONE - L'ESERCITO SARDO - I BARBARESCHI - CONGIURA CONTRO IL RE - LA POLITICA ESTERA DI VITTORIO EMANUELE I

-------------------------------------------------------------

SICILIA: PADRONI… GLI INGLESI !
LA COSTITUZIONE SICILIANA (inglese) DEL 1812


I Siciliani, l'11 e il 23 gennaio del 1806, avevano accolto più che con gioia, con la commozione, l'arrivo a Palermo dei due regali fuggiaschi FERDINANDO e MARIA CAROLINA (che dimenticando tanti torti fatti a loro chiese in lacrime "miei cari figli aiutateci!" e gli isolani dimentichi di tanti torti subiti li accolsero con il cuore) anche perché speravano che l'isola avrebbe riguadagnato prestigio dalla presenza della corte; ma ben presto si erano, prima amareggiati, e poi non poco indispettiti nel vedere i sovrani circondati da disertori francesi o esuli napoletani e poi questi ricoprirli d'onori e dotarli di lauti stipendi; e nel costatare come le scarse risorse dell'isola erano spese soprattutto per riprendere Napoli, difendere Gaeta e per fomentare il brigantaggio sul continente (Fra Diavolo fu fatto colonnello con 2500 ducati di rendita, e così tanti altri briganti che operavano con le loro "bande", che spesso erano composte dai delinquenti scarcerati dalle regie galere siciliane).

Altra causa di malcontento, non solo per i Siciliani, ma anche per la corte, era la presenza degli Inglesi, che oramai la facevano da padroni sull'isola. Erano state occupate e difese per le loro necessità, Messina, Augusta, Catania, Siracusa, Taormina e Castrogiovanni; e sotto l'alta sorveglianza dei comandanti inglesi era stato posto l'esercito siciliano che contava dodicimila uomini; del resto alle autorità inglesi questo fasullo governo borbonico doveva render conto delle quattrocentomila sterline che ogni anno l'Inghilterra inviava, e questa cifra doveva essere spesa solo in armamenti. Oltre che a rendersene conto gli isolani, anche la stessa regina Carolina, a ragione, nel gennaio del 1808, scriveva al conte di DAMAS: "…gli Inglesi sono dei padroni ben pesanti e incomodi, ma noi siamo ridotti a dover cedere in tutto …". E questo era solo l'inizio. All'amarezza, seguì anche il dramma, quando, pur avendo un carattere di ferro, ma anche tante colpe da addebitargli (ma lei oltre che essere un Asburgo, viveva in quella slealtà politica che era la prassi del tempo nelle corti europee, non tenendo queste in nessun conto non solo le amicizie ma nemmeno gli affetti parentali, perfino lo stesso marito) si ritrovò attorno senza amici, e morì disperata ed errabonda. Subito dimenticata dal marito che dopo pochi giorni si risposava.

I dissapori tra gli Inglesi e la corte, com'era naturale, non tardarono a sorgere. Nell'ottobre del 1808 il generale Stuart fece arrestare a Messina alcune persone sospette di essere in relazione con i Francesi della Calabria. Ferdinando reclamò gli arrestati volendo giudicarli lui, ed inviò a Messina il Marchese ARTALE; ma, avendo questi sottoposto orribili sevizie per far parlare i cospiratori, lo Stuart protestò energicamente. Ne conseguì che l'Artale fu richiamato, ma del processo pochi mesi dopo non si parlò più.

Il re, a dire vero, si occupava pochissimo di politica, tutto intento alla caccia e alla pesca che erano le due sue passione, ma la regina -orgogliosa- non voleva rassegnarsi ad essere dominata dagli Inglesi e formò intorno a sé un partito che aveva lo scopo di conquistare il Napoletano e nello stesso tempo sottrarre la Sicilia alla tutela dell'Inghilterra. I membri più ragguardevoli di questo partito furono il cav. LUIGI DE' MEDICI, il DUCA D'ASCOLI, il principe GEROLAMO PIGNATELLI di Moliterno, il principe di CANOSA, il marchese di CIRCELLO, CARLO DI SAINT CLAIR ed altri napoletani filo-borbonici, ed emigrati francesi che a Napoli non andavano d'accordo con gli stessi francesi o erano militari dell'esercito che avevano disertato.

A sua volta l'Inghilterra, la quale temeva che MARIA CAROLINA per mezzo della nipote MARIA LUISA D'AUSTRIA (andata in sposa) intrigasse con Napoleone (ed era anche vero, perché Bonaparte più volte aveva scritto alla regina per farsela alleata) si diede ad organizzare un partito d'opposizione in mezzo ad alcuni nobili siciliani, che vedevano malvolentieri il governo nelle mani dei Napoletani, reputavano dannosa all'isola la riconquista di Napoli, e mal tolleravano che il ricavato delle tasse da loro pagate serviva a sovvenzionare persone ed opere estranee o contrarie agli interessi dell'isola (e gli inglesi dell'Inghilterra) e si lagnavano che la regina -dicevano, sobillando- violando i secolari diritti del parlamento, governasse lei nella forma più assolutistica (incosciente o cosciente cosa avrebbe dovuto fare, la serva degli inglesi?)

La corte e questo partito d'opposizione vennero in aperta rottura nel 1811 per un fatto ritenuto molto grave. Senza che il parlamento venisse consultato, il 14 febbraio del 1811, furono pubblicati 3 decreti: con il primo si dichiaravano proprietà della Corona, tutti i beni dei comuni e delle badie di regio patronato e si mettevano in vendita per trecentomila once d'oro; con il secondo si ordinava una lotteria per cinquanta dei suddetti terreni da vendere; con il terzo si poneva una tassa dell'uno per cento sopra qualsiasi pagamento fatto per pubblica e privata scrittura. (insomma era un modo sbrigativo per tirare su denari).

Contro questi decreti, che violavano alcuni privilegi della Sicilia, insorsero due noti "patrioti" siculi indipendentisti, i principi di CASTELNUOVO e di BELMONTE, i quali scrissero una protesta da presentare alla deputazione del Regno, che rappresentava il Parlamento baronale durante le vacanze:

"… Per il corso non interrotto di più secoli - diceva la protesta che riportiamo integralmente - e sotto varie dinastie che l' hanno governata, non ha, la nazione siciliana riconosciuto altro modo di soccorrere i bisogni dello stato se non quello dei "donativi", offerti per i suoi rappresentanti adunati solennemente in parlamento…" e continuava "….. Non sanno ora comprendere i baroni parlamentari quali ragioni si sono potute affacciare alla maestà sua per determinarla a rimuoversi questi principi finora seguiti. Che se per avventura si rinnovino le minacce di un'invasione nemica, o si trovino male le entrate e le spese della pubblica amministrazione, e che si riecheggia perciò qualche ulteriore sussidio, perché la maestà sua non degna i suoi sudditi parlamentari dell'usata fiducia? che se convocati, prenderebbero loro certamente in considerazione le nuove urgenze e, degni di se stessi, farebbero gli sforzi più possibili e generosi. Non dubitano i baroni che l'illustrissima deputazione del regno, riguardando l'importanza e l'estensione dell'incarico che sostiene, non sia per umiliare al giusto monarca questi loro sentimenti, e accompagnarli colle assicurazioni più energiche della loro inviolabile fedeltà …"

La corte, venuta a conoscenza della protesta, cercò con lusinghe e con minacce di distogliere i membri del parlamento dal firmarla; malgrado questo, quarantacinque baroni apposero la loro firma e la protesta fu presentata alla Deputazione; la quale, non volendo forse per paura di pronunciarsi negativamente, la trasmise al sovrano; però sollecitata dal re, che aveva saputo con le buone o con le cattive guadagnarla alla sua causa, la deputazione il 30 giugno dichiarò che "….con i decreti del 14 febbraio il governo non aveva violato nessuno dei privilegi della Sicilia…". Che era nel suo giusto diritto.

Forte del giudizio della Deputazione, MARIA CAROLINA, la notte del 19 luglio fece arrestare i principi di BELMONTE, di CASTELNUOVO, di VILLAFRANCA, di ACI e il DUCA D'ANGIÒ del partito d'opposizione. I primi due li fece chiudere nelle prigioni di Favignana, il terzo in quelle di Pantelleria, il quarto a Ustica e l'ultimo nell'isoletta di Maretimo. Tutti questi con gran forza d'animo sopportarono la loro sorte; il principe di Castelnuovo, che al momento dell'arresto aveva offerto all'ufficiale il caffè e gli aveva detto "Non so perché mi si voglia dare tanta celebrità", scriveva su una parete del carcere: "hic vinctus., maneo propter patriarum legum custodiam"; la moglie, sapendo che il marito soffriva molto per la solitudine, domandò al sovrano di esser messa in prigione insieme con il principe, ma Ferdinando respinse l'istanza.

I baroni, prima ancora degli arresti, si erano rivolti per un appoggio a LORD AMHERST, ambasciatore inglese a Palermo, ma questi, sapendo che stava per essere richiamato in patria, non volle intervenire a favore dei baroni ma si limitò solo a protestare, insieme al generale STUART contro la tassa dell'uno per cento che danneggiava il commercio inglese.
Due giorni dopo l'arresto, giungeva a Palermo, come ministro plenipotenziario e comandante. generale delle forze britanniche di terra e di mare del Mediterraneo (eccettuate la squadra e la guarnigione di Malta), lord WILLIAM BENTINCK.
Giovane energico e violento, appena arrivato, iniziò la lotta con la corte, deplorando l'azione del governo negli ultimi tempi, descrivendo il malcontento del paese, affermando che la responsabilità della mala politica cadeva anche sugli Inglesi, alleati e sostenitori dei Borboni, chiedendo insomma rimedi.

Al marchese CIRCELLO, cui il BENTINCK aveva inviato una nota, Maria Carolina rispose lei, che non aveva diritto di mischiarsi negli affari interni del regno, e al Circello diceva: "Questo sergentaccio - è stato mandato qui a far riverenze non a dettare leggi ...". Ma lord BENTINCK tornò alla carica; rinnovò le lagnanze; deplorò che si fossero violati gli antichi privilegi dell'isola e messi in carcere i baroni; rimproverò alla corte di avere ammesso nell'esercito i disertori francesi e di aver largheggiato con i Napoletani e irritò così tanto con il suo contegno fino al punto che la regina scrisse all'Imperatore Francesco di dargli asilo nei suoi Stati: "… Io non mi curo più di ciò che può darci il mondo, solo desidero di non essere più turbata e concludere in pace i miei giorni. Il re acconsente al mio desiderio. Egli lo giudica necessario per prolungare la mia esistenza e di salvarmi dalle persecuzioni dei cosiddetti amici e nostri alleati, i quali con la perfidia e con gli indegni trattamenti lasciano a gran distanza quello che fanno i più accaniti nostri avversari…".
Era questa una lettera durissima, soprattutto le due ultime righe, che ci fanno capire il clima molto pesante che si respirava non solo nella corte (e a quanto pare lo stesso Ferdinando) ma un po' in tutta la Sicilia; e quanta determinazione aveva l'Inghilterra nel seminare discordie, oltre che cannonate, sul mar tirreno, sullo Ionio, e (lo abbiamo visto nel precedente riassunto) ormai padrona assoluta di tutto l'intero Adriatico.

Dopo poco più d'un mese dal suo arrivo a Palermo, e precisamente il 27 agosto, il BENTINCK partì per l'Inghilterra per avere dal suo governo istruzioni più precise e più ampi poteri. " È partito; - scriveva la regina - vedo la crisi avvicinarsi per me a gran passi; ma mi ci sottometto purché non vi siano mischiati la mia famiglia e i miei amici; dopo il mio sacrificio i veri e arcipochi amici mi compatiscano e rendano giustizia alla mia memoria, con essere sicuri che cuore, volontà e mente sono retti, ma che sono un'infelice vittima delle mie penose circostanze …".

Lord BENTINCK ritornò a Palermo il 7 dicembre 1811 e subito, accordatosi con i nobili, chiese l'allontanamento degli emigrati francesi e dei Napoletani da tutti gli uffici, l'esilio del duca d'Ascoli, del cav. de' Medici e del colonnello Castrone, l'abolizione della tassa dell'uno per cento, il mutamento del ministero e del consiglio del re, il richiamo dei baroni relegati nelle isole, il permesso di porre una guarnigione nella capitale e prese il comando supremo dell'esercito siciliano.
Più chiaro di così non poteva essere!

Il governo e la corte prima protestarono, poi cercarono di andar per le lunghe; il Bentinck allora sospese il sussidio e minacciò di deportare i sovrani e di dare la corona al piccolo Ferdinando, figlio del principe ereditario Francesco. Spaventata, la corte cercò di convincere il Bentinck dei suoi immutati sentimenti di fedeltà alla Gran Bretagna e acconsentì a rinnovare il ministero purché si lasciasse il portafoglio al marchese di Circello, ma lord Bentinck non fu per nulla né convinto né contento ed ordinò che quattordicimila soldati marciassero da Messina e da Milazzo su Palermo.

Non rimaneva che cedere. Ferdinando IV, che viveva alla Ficuzza, dichiarandosi ammalato, conferì il titolo di vicario generale al figlio Francesco (16 gennaio 1812); il duca d'Ascoli, il Medici ed altri del partito della regina abbandonarono l'isola, e Maria Carolina si ritirò nella villa di S. Croce a Mezzomonreale.
Il Bentinck assunse il comando di tutte le forze della Sicilia, abolì la tassa dell'uno per cento, richiamò i baroni che erano stato relegati, e rinnovò il ministero affidando il portafogli degli esteri al principe di BELMONTE, quello delle finanze al principe di CASTELNUOVO, quello della guerra al principe di ACI e quello di grazia e giustizia al principe di CASSARO.
Il nuovo governo volle acquistarsi il favore del popolo fronteggiando la carestie con il grano comprato all'estero, tenendo lontani dalla capitale i sovrani, e trasformando la vecchia costituzione in una nuova sul tipo britannico. Il 18 giugno del 1812 si radunò il parlamento e prese in esame il disegno di costituzione che l'ab. PAOLO BALSAMO aveva: preparato e il Bentinck approvato (!).
v Il giorno 20 furono approvati i quindici articoli di questa Costituzione, più "anglo" che "sicula" (non certo "indipendente") e che testualmente e in lingua originale riportiamo:

COSTITUZIONE SICILIANA DEL 1812

1° La religione dovrà essere unicamente, ad esclusione di qualunque altra, la cattolica apostolica romana. Il re sarà obbligato a professare la medesima religione, e quante volte ne professerà un'altra, sarà ipso facto decaduto dal trono.

2° Il potere legislativo risiederà privatamente nel solo Parlamento. Le leggi avranno vigore quando saranno da S. M. sanzionate. Tutte le imposizioni di qualunque natura dovranno imporsi solamente dal Parlamento, ed anche avere la sovrana sanzione. La formula sarà "placet" o "veto", dovendosi accettare o rifiutare dal re senza modificazione.

3° Il potere esecutivo risiederà nella persona del re.

4° Il potere giudiziario sarà distinto ed indipendente dal potere esecutivo e dal legislativo, e si eserciterà da un corpo di giudici e magistrati. Questi saranno giudicati, puniti e privati d'impiego per sentenza della Camera de' Pari, dopo l' istanza della Camera de' Comuni, come meglio rilevasi dalla Costituzione d'Inghilterra e più estesamente se ne parlerà nell'articolo "magistrature".

5° La persona del re sarà sacra ed inviolabile.

6° I ministri del re ed impiegati saranno soggetti all'esame e sindacatura del Parlamento e saranno dal medesimo accusati, processati e condannati qualora si troveranno colpevoli contro la costituzione ed osservanza delle leggi o per gravi colpe nell'esercizio della loro carica.

7° Il Parlamento sarà composto di due camere, una detta dei Comuni ossia di rappresentanti delle popolazioni, tanto demaniali che baronali, con quelle condizioni e forme che stabilirà il Parlamento ne' suoi posteriori dettagli su questo articolo. L'altra chiamata de' Pari, la quale sarà composta da tutti quegli ecclesiastici e loro successori, possessori delle attuali Parie, che attualmente hanno diritto di sedere e votare nei due Bracci ecclesiastico e militare, e da altri che in seguito potranno essere eletti da S. M. giusta quelle condizioni che il Parlamento fisserà nell'articolo di dettaglio di questa materia.

8° 1 baroni, come pari, avranno testaticamente un solo voto togliendosi la molteplicità attuale relativa al numero delle loro popolazioni. Il protonotaio del regno presenterà una nota degli attuali baroni ed ecclesiastici, e sarà questa inserita negli atti parlamentari.

9° Sarà privativa del re il convocare, prorogare e sciogliere il Parlamento, secondo le forme ed istituzioni che si stabiliranno in appresso. S. M. però sarà tenuto di convocarlo in ogni anno.
v 10° La nazione, dovendo fissare i sussidi necessari allo stato; si farà precisamente il dovere di fissare nella lista civile quelle somme bisognevoli allo splendore, indipendenza e mantenimento del suo augusto monarca e della sua real famiglia in quella estensione la più generosa che permetterà l'attuale stato delle finanze del regno e quindi la nazione assumerà per suo conto l'esazione ed amministrazione di tutti i fondi e beni nazionali, compresi quelli riguardati finora come cespiti fiscali e demaniali, la cui somma poi passerà alle mani del ministro delle finanze per quegli usi dal Parlamento stabiliti. Per le persone poi, sistema e mezzi coi quali tali fondi saranno amministrati ed esatti, si riserba finirlo nel dettaglio di quest'articolo.

11° Alcun siciliano non potrà essere arrestato, esiliato o in altro modo punito o turbato nel possesso o godimento dei diritti o dei beni suoi se non in forza della legge di un nuovo codice, che sarà stabilito da questo Parlamento, e per via d'ordine e di sentenze dei magistrati ordinari ed in quella forma e con quei provvedimenti di pubblica sicurezza che deciderà in appresso il Parlamento medesimo. I pari godranno della forma dei giudizi medesimi che godono in Inghilterra, come meglio si deciderà dettagliatamente in appresso.

12° Con quel medesimo disinteresse che il braccio militare sempre ha marcato nelle sue proposte, ha voluto e concluso, e il Parlamento ha stabilito che non vi saranno più feudi, e tutte le terre si possederanno in Sicilia coma in allodi, conservando però nelle rispettive famiglie l'ordine di successione che attualmente si gode. Cesseranno ancora tutte le giurisdizioni baronali, e quindi i baroni saranno esenti da tutti i pesi a cui sinora sono stati soggetti per tali diritti feudali. Si aboliranno le investiture, rilevi, devoluzioni al fisco ed ogni altro peso inerente ai feudi, conservando però ogni famiglia i titoli e le onorificenze.

13° Aderisce inoltre a stabilire che si aboliranno i cosiddetti diritti angarici e privativi, tosto però le Università o i singoli che vi vanno soggetti indennizzeranno il proprietario attuale col ragionare il capitale al cinque per cento sul fruttato, sia della gabella che vi sarà all'epoca della reluizione ovvero mancando questa, sui libri della rispettiva segrezia ben inteso però che i possessori di terre di qualunque natura conserveranno la stessa mano e i loro diritti per la facile esigenza di crediti e censi nello stesso modo e forma che finora han goduto.

14° Aderisce il Braccio militare alla proposta de' Comuni che ogni proposizione relativa ai sussidi debba nascere privatamente e concludersi nella riferita Camera de' Comuni ed indi passare in quella de' Pari, ove solo si dovrà assentire o dissentire, senza punto alterarsi. Ha poi stabilito che tutte le proposte riguardanti gli articoli di legislazione di qualunque altra materia saranno promiscuamente avanzate dalle due Camere restando il diritto alla repulsa.

15° Quanto poi agli altri principi stabiliti nella predetta costituzione britannica, il Parlamento dichiarerà in appresso quali si dovranno accettare, quali modificare per le differenze dello stato e delle circostanze delle due nazioni. Perlochè fa sapere che volentieri riceverà que' progetti che si faranno da' suoi membri per la conveniente applicazione della costituzione inglese al regno di Sicilia, onde possa scegliersi quella che giudicherà più confacente alla gloria di S. M. ed alla felicità del popolo siciliano.""
--------------------------------------------

Il Vicario, chiesto ed ottenuto il consenso del re, ratificò il disegno di costituzione respingendo però il 10° articolo e facendo delle riserve sul 13° e sul 15°. Da principio tutto procedette bene; ma, finito l'entusiasmo e subentrati gl'interessi e le passioni, cominciarono i dissidi politici che tanto danno arrecano alle nazioni e si formarono due correnti, delle quali una faceva capo al principe di CASTELNUOVO, l'altra al principe di BELMONTE.

Il BELMONTE, d'idee aristocratiche, voleva che tutte le magistrature superiori fossero concentrate nella capitale; il CASTELNUOVO, di principi democratici, sosteneva invece il decentramento proponendo che ogni distretto avesse il suo tribunale. La discussione fu lunga ed aspra; alla fine prevalse la proposta del Castelnuovo. Questi inoltre fece votare dal braccio demaniale la legge per l'abolizione delle primogeniture e dei fidecommessi, ma il Belmonte la fece respingere dal Braccio baronale. Ai belmonisti e ai villarmosisti (così si chiamavano i seguaci di Castelnuovo che era anche principe di Villarmosa); si aggiungano i legittimisti, capeggiati dai principi di CASSARO e d' ACI (quest'ultimo, messosi in urto col Bentinck si dimise da ministro della guerra e fu sostituito dal cav. Ruggero Settimo), ch'erano stati guadagnati alla causa del re, gli ecclesiastici e i nobili, malcontenti per vari motivi delle innovazioni, e si vedrà che chi in mezzo a tanta discordia aveva tutto da guadagnare era il sovrano Ferdinando.

Questi, consigliato da Maria Carolina, il 6 febbraio del 1813 dalla Ficuzza si trasferì improvvisamente nella villa della Favorita, presso Palermo, e il 9 marzo fece ritorno in città e, radunati presso di sé i ministri, dichiarò loro che, essendo guarito, riprendeva il governo del suo stato. Ma bisognava che Ferdinando facesse i conti con lord Bentinck. Il quale, dapprima fece sapere al re che il governo britannico non avrebbe impedito al sovrano di riprendere nelle sue mani il potere se avesse (!?) aderito ad alcune condizioni, poi, visto il contegno ambiguo del vecchio re, decise di agire (da solo) prontamente ed energicamente.

Ferdinando che aveva promesso di rispettar la costituzione, aveva stabilito di recarsi con gran pompa nella chiesa di S. Francesco per ringraziare Iddio della salute riacquistata. Il Bentinck fece dire al re che se voleva recarsi in quella chiesa doveva però passare tra due file di soldati inglesi e per mostrare che non minacciava invano mise un buon contingente di truppe nella piazza della marina e fece portare nei punti strategici della città pezzi d'artiglieria. Queste misure produssero il massimo effetto e Ferdinando rimase in casa, rinunziando alla dimostrazione popolare che i suoi amici avevano preparata e si limitò a ringraziare il cielo nella sua cappella privata.

Seguì uno scambio di note tra il re e il Bentinck: questi vietava al sovrano di riprendere il governo senza il consenso dell'Inghilterra e gli ingiungeva di allontanare la regina, quegli si rifiutava di obbedire al ministro britannico cui non riconosceva il diritto di ingerirsi negli affari interni del regno e della famiglia reale. A render più critica la situazione giunsero le dimissioni dei principi di Belmonte e di Castelnuovo e del cav. Ruggero Settimo e un ultimatum del Bentinck, il quale accordava un giorno perché restituisse al figlio il potere come vicario.

Ferdinando IV, consigliato dal figlio Francesco e dal duca d'Orléans suo genero, cedette; restituì il potere al figlio e durante la notte fece ritorno alla Favorita; ma lord Bentinck non fu soddisfatto e tornò a chiedere che la regina fosse senza indugio allontanata dalla Sicilia; e poiché il sovrano non si mostrava disposto a cedere, fece circondare dalle truppe inglesi la villa reale. Il sistema fu persuasivo; il re, che poteva considerarsi prigioniero del Bentinck, accordò tutto quello che il ministro inglese volle: che la regina uscisse dal regno nel più breve tempo possibile, che il principe vicario fosse investito di tutto il potere regio senz'alcuna limitazione, che il re non potesse riprendere il governo senza il permesso (!?) dell' Inghilterra. A richiesta del sovrano il Bentinck promise (il contentino) di fargli assicurare dal parlamento la lista civile e conservati gli onori reali.

Il 23 marzo Ferdinando IV ritornò alla sua villa della Ficuzza, e qui scrisse alla moglie esortandola a lasciare il regno. MARIA CAROLINA, che si trovava a Castelvetrano, prima indugiò, poi, quando vide giungere il generale MACFARLANE con cinquemila uomini, acconsentì a partire per recarsi a Vienna, protestando per la violenza che le si faceva. Il 12 giugno del 1833, trovandosi a Mazzara, nel cui porto doveva imbarcarsi, così scriveva al principe di Trabia: "…Parto dalla Sicilia per sempre. Non voglio lasciarla senza darvi un eterno addio .... e, vi rinnovo qui l'assicurazione che ho sempre amato e, desiderato i1 bene della Sicilia, che sono stata sconosciuta, ma che sono e sarò sempre la sacrificata, ma leale, onesta Carolina…"
Partì il 14 con il figlio Leopoldo, con il marchese di Saint-Clair, con il principe di Hassia Philippsthal, con la contessa di S. Marco e con altri pochi fedeli; toccò Zante, Constantinopoli, Odessa e giunse a Vienna soltanto il 2 febbraio del 1814 per morirvi sette mesi dopo.

Partita la regina, il Bentinck volle che il principe di CASSARO venisse sostituito con il principe di CARINI, quindi si recò in Spagna, alla guida di un corpo di soldati siciliani per combattere insieme alle truppe inglesi. E fu un male che lui non era in Sicilia durante le elezioni politiche che, fatte senza ingerenza del governo, diedero al Parlamento un esiguo manipolo di costituzionali, un certo numero di democratici, tornati la maggior parte dall'esilio di Francia, e moltissimi realisti.
v Il nuovo parlamento si aprì 1'8 luglio del 1813. Il principe vicario, in un discorso pronunziato alla Camera dei Comuni, di cui era presidente CESARE AIROLDI, esortò i deputati ad occuparsi prima di tutto delle finanze, che erano molto dissestate, affinché il governo potesse far fronte ai bisogni più urgenti; ma si oppose l'avvocato catanese EMANUELE ROSSI, il quale spalleggiato da GIUSEPPE VACCARO, senatore di Palermo, e da tatti gli altri demagoghi, disse che occuparsi di finanza prima di avere risolto i più gravi problemi costituzionali era "un attentato contro l' indipendenza e la libertà della Camera".

Il 18 e il 19 luglio iniziarono a Palermo dei tumulti popolari, prontamente stroncati dalle truppe (in mano inglese) e dal governo che consegnò i caporioni ad una commissione militare, la quale condannò a morte tre persone. Le opposizioni parlamentari vollero vedere in questo atto arbitrario un'offesa alla costituzione e assalirono con tale violenza il ministero da indurlo a dimettersi nonostante l'opposto parere di lord MONTGOMERY, rimasto a sostituire il BENTINCK.
A formare il nuovo governo furono chiamati il maresciallo NASELLI, che ebbe il portafoglio della guerra, il duca LUCCHESI, quello degli esteri, il duca CARLO AVARNA di Gualtieri, ministro di Grazia e Giustizia e il marchese FERRERI come ministro delle finanze. Il principe di VILLAFRANCA, presidente della Camera dei Pari, fu sostituito con il principe di MALVAGNA e l' AIROLDI con il VACCARO.

Era un governo di realisti e di inetti, degno in tutto del Parlamento, in cui i realisti e democratici si accanivano contro la costituzione e, naturalmente, contro gli Inglesi, ritenuti responsabili del dissesto finanziario ed accusati perfino di voler propagare in Sicilia la peste che infieriva a Italta. Altro bersaglio dei demagoghi era il principe di CASTELNUOVO, che il Parlamento, dopo discussioni appassionate e violente, chiese il resoconto della sua gestione: e l'ebbe particolareggiato e preciso.

E intanto i costituzionali si battevano con grande accanimento dentro e fuori il parlamento, specie dalle colonne del periodico la "Cronaca", fondato nel settembre del 1813 da GIACINTO AGNELLO. "…L'autore di questa gazzetta, - disse uno storico - lasciandosi trasportare troppo oltre dallo zelo per la causa della costituzione, e stranamente sperando che con lo smascherare i malvagi i buoni sarebbero stati disingannati, passò i limiti della moderazione ed anche della decenza; onde quel foglio dettato dal più veemente spirito dì parte non servì che a mettere in iscritto e comunicare a tutta la nazione quelle sconcezze che fino allora si erano ristrette alle sole Camere del Parlamento e che ogni buon siciliano, tenero dell'onore nazionale, doveva cercare allora di mascherare ed ora di obliare del tutto. Per una naturale reazione cominciarono dall'altra parte a pubblicarsi dei giornali anche più sconci e villani della "Cronaca". Così divenne allora universale il linguaggio dello scandalo e della detrazione…"

Il 5 ottobre ritornò dalla Spagna il BENTINCK, il quale; abboccatosi con i capi partito, li esortò alla concordia e promise che avrebbe tenuto aperto il Parlamento a patto che anzitutto si fosse approvato il bilancio delle finanze; ma quando il barone GAMBUZZA presentò alla Camera la mozione con la quale proponeva che il Parlamento si occupasse subito delle finanze, ebbe soltanto cinquantatrè voti contro sessantuno; e quarantanove deputati erano assenti.
Allora il BENTINCK ricorse a misure straordinarie: destituì il ministero, affidò la Finanza a GAETANO ROMANO, gli Esteri al principe di VILLAFRANCA, la Guerra e Marina a RUGGERO SETTIMO, la Grazia e Giustizia al principe di CARINI, chiamò al Consiglio di Stabia i principi di CASTELNUOVO, di BELMONTE, di FITALIA e di CATTOLICA e il 30 ottobre sciolse il Parlamento, promulgando il seguente (ipocrita) editto:

Letteralmente: "… Avendo il tenente generale lord WILLIARN BENTINCK contratto l'impegno con S. M. il re e S. A. R. il principe ereditario, di garantire che per il reale assenso dato allo stabilimento di una costituzione libera in Sicilia non si comprometta né la salvezza della corona né la pubblica tranquillità; come anche in vista di altre purtroppo ovvie considerazioni, fa noto: che fino che il Parlamento da convocarsi non sarà per provvedere al buon ordine e benessere di questa isola; fino a che l'attuale confusione e disordine, che minacciano una distruzione non meno la libertà dei sudditi che la conservazione dello Stato, non saranno per cessare; e fino a che l'opera gloriosa della costituzione così felicemente cominciata nel Parlamento del 1812 non venga regolarmente consolidata, si rende egli responsabile di mantenere la pubblica tranquillità del regno con la forza affidata al suo comando. Fa egli di più manifesto che sarà per punire per via d'un sommario processo militare i disturbatori della pubblica quiete, gli assassini ed altri nemici della costituzione che potrebbero in qualunque modo attraversare le misure del governo o fare stesso delle opposizioni…."

Per preparare le nuove elezioni il Bentinck fece un viaggio nelle principali città dell' isola, che fu interpretato come un segno che preludesse all'annessione della Sicilia all' Inghilterra, e riuscì ad assicurare la vittoria ai costituzionali. Intanto grandi avvenimenti accadevano in Europa;
NAPOLEONE veniva sconfitto a Lipsia, la Francia era invasa e il MURAT (voltando le spalle al cognato - ne parleremo in un altro capitolo) si univa con l'Austria e l'Inghilterra.
Nel febbraio del 1814 lord Bentinck, alla testa di una spedizione anglo-sicula, lasciava l'isola, sbarcava e proseguiva verso Genova al grido di "libertà, indipendenza, unità italiana".

Quando ritornò in Sicilia (giugno 1814), tante cose erano cambiate e all' Inghilterra non premeva più guidare la politica dell'isola, dove, durante l'assenza del ministro inglese, erano ricomparse le antiche discordie. Sapeva il Bentinck che presto avrebbe deposto l'alta carica che da anni ricopriva e voleva salvare la creatura della sua politica, quella costituzione di cui pareva che la maggior parte dei Siciliani non ne volessero proprio sapere. Perciò, ritornato, cercò di conciliare i vari partiti e riunì presso di sé. i ministri e i consiglieri di Stato per discutere con loro le condizioni offerte dagli avversari. Ma in quella seduta, improvvisamente, il principe di BELMONTE, forse istigato dall'ambasciatore russo, propose di richiamare al governo re FERDINANDO. "….Non veggo ragione - disse - di scendere a patti con questo o con quell'altro individuo; il miglior partito da prendere è quello di trattare con il capo della nazione, che è il re, ed egli con la sua autorità comprimerà le fazioni…".
La proposta, arrecò meraviglia, ma fu accettata. Ferdinando, invitato a riprendere la sua autorità al governo, volle che l' Inghilterra gli accordasse il consenso; ricevutolo, dichiarò di riprendere l'autorità regia "con i poteri che l'esistente costituzione garantisce alla corona", e il 4 luglio si recò alla Favorita, attraversando Palermo tra una moltitudine acclamante di popolani e di nobili.

Due giorni dopo Ferdinando sciolse il gabinetto e richiamò al governo il FERRERI, il LUCCHESI, il GUALTIERI e il NASELLI.
Il Bentinck, non più appoggiato dal nuovo ministero inglese, fu sostituito con WILLIAM A' COURT e partì il 16 luglio, abbandonando alle vendette del sovrano e dei realisti tutti quelli che avevano favorito la sua opera.
Il 18 luglio il sovrano aprì il parlamento e pronunciò un discorso in cui si disse animato dal desiderio di fare la felicità dei sudditi, approvò gli atti del vicario e si rallegrò dei vantaggi ottenuti dal paese. Parlando dello statuto disse: "… La Sicilia ha ormai una sua costituzione scritta. Destinata questa a stabilire un ordine nei movimenti del potere perché non si confondano; ad assegnare un limite alle diverse funzioni di esso perché non la invadano, e fissare il gran punto, dove i diritti privati ed i bisogni pubblici debbono concordemente riunirsi; e proteggere l' individuale libertà civile e la piena sicurezza delle persone e delle proprietà; destinata insomma a gettare le basi della prosperità e del benessere dei Siciliani, è stata essa accompagnata dai miei più teneri sentimenti paterni ed è stata modellata sopra la forma del governo di una grande ed elevata nazione che riscuote l'ammirazione del mondo e che ha dato e dà continuamente prodigiose prove di ricchezza, di potenza e di magnanimità…".

Ma erano soltanto parole. Ferdinando odiava la costituzione che aveva dovuto - lo abbiamo visto sopra- elargire e aspettava l'occasione per violarla o abolirla. Intanto faceva dietro istigazione di mons. BERENGARIO GRAVINA, bruciare pubblicamente il "Catechismo costituzionale" opuscolo dell'avvocato G. B. NICCOLOSI e per far piacere ai Pari, scioglieva la Camera dei Comuni, accusata di essere stata eletta con la corruzione e la violenza, e non teneva, in nessun conto i consigli dei duca di Orleans, che il 26 luglio lasciò la Sicilia.

Con il duca partirono non pochi patrioti: fra questi il principe di BELMONTE, che morì a Parigi nell'ottobre dello stesso anno. Degli altri esponenti del partito costituzionali il principe di VILLAFRANCA andò in Toscana, l' AIROLDI in Lombardia, TOMMASO DOLCE a Malta, il principe di CARINI, RUGGERO SETTIMO, NICCOLÒ PALMIERI si ritirarono a vita privata. Il 19 agosto partì per Trieste una fregata per ricondurre in Sicilia MARIA CAROLINA; ma questa non doveva mai più rivedere l'isola: il 7 settembre morì improvvisamente, e il marito non solo non la pianse, ma ottanta giorni dopo, il 27 novembre. sposò segretamente la siracusana LUCIA MIGLIACCIO, vedova del principe di Partanna.

Il 21 ottobre l'ambasciatore inglese A' COURT indirizzava al governo siciliano un "Memorandum" in cui dichiarava che, "… essendo cessata la guerra, l'Inghilterra non poteva più esercitare una diretta influenza sugli affari di Sicilia; ma la Gran Bretagna essendo stata la protettrice e il sostegno delle innovazioni fatte in Sicilia, ed essendo l'amica e l'alleata del popolo siciliano, il suo desiderio era di assecondare l'adozione di quelle parti della costituzione, che, dietro maturo esame, fossero state trovate ai desideri del popolo, e giudicate conducenti ad assicurare la sua felicità
Consigliava pertanto di considerare la "… necessità di lasciare nelle mani del governo esecutivo un'adeguata porzione di potere…" e dichiarava che l' Inghilterra era pronta a, prestare ogni aiuto per una "… moderata e prudente modificazione di governo…" purché fosse fatta dallo stesso parlamento e "… in una maniera legale e costituzionale…", ma, non volendo influire militarmente nei consigli del re e della nazione, aveva ritirato le truppe dall' isola.
In altre parole l' Inghilterra, pur dichiarando che il suo ambasciatore aveva l' incarico di proteggere tutti coloro che in Sicilia avevano assecondato l'opera del Bentinck, lasciava che Ferdinando governasse a suo modo e si disinteressava della sorte della costituzione.

II 22 ottobre del 1814 si aprì il nuovo parlamento e in sulle prime sembrò che le due camere volessero lavorare seriamente; ma ben presto ricominciarono le inutili dispute, le invettive, i tumulti, e così trascorsero sei mesi senza che si concludesse nulla: "…Ministri, Pari, Comuni, - riporta uno storico - tutti erano discordi negli interessi e nelle mire, ma tutti perfettamente concordi nel non far nulla …".

FERDINANDO intanto badava solo ad ingraziarsi l'ambasciatore inglese, mostrava di gradir molto i consigli del Castelnuovo, faceva la voce alta con il parlamento, al quale sovente faceva giungere i suoi rimproveri, e, d'accordo con l' A'COURT, preparava una nuova costituzione, che, quando fu pronta mostrò al principe di CASTELNUOVO. Questi sdegnato negò la sua adesione al disegno di questo nuovo statuto, ebbe un violento battibecco con Ferdinando, infine infuriato uscì dalla reggia per non rientrarvi mai più.
Il 14 maggio del 1815 il parlamento fu sciolto. Tre giorni dopo il re, insieme con i marchesi CIRCELLO e TOMMASI, col principe di CASSARO e con il cav. MEDICI tornato da Londra, partì alla volta di Messina per poi recarsi a Napoli, già occupata dagli Austriaci.
In Sicilia lasciò come suo luogotenente il figlio FRANCESCO e con lui una commissione di diciotto membri, nominata per "… la rettifica delle costituzione e per la formazione dei nuovi codici…". Fra i membri c'era il Castelnuovo, il quale proseguendo la sua indignazione si dimise e fu subito sostituito dal principe di CAMPOFRANCO. Ma altri imitarono l'esempio del Castelnuovo e la Commissione riunitasi verso la fine di maggio, non riuscì a deliberare nulla per la mancanza del numero legale.
Il Castelnuovo si ritirò sdegnosamente nella sua villa dei Colli e qui - scrive il Bianco - "…. su di un piedistallo circolare pose una colonna rivestita di foglie di acanto contenente un'urna ben salda, dove racchiuse la Carta costituzionale del 1812, di cui si sentiva il geloso depositario, e in una banda a stucco bianco che sormontava la colonna, scrisse con la sua nota fierezza le parole seguenti: "Liber sum, dic, age".

La costituzione era morta. Con essa la Sicilia perdeva la sua libertà e la sua autonomia.
Fra poco non sarà più un regno a sé, ma farà parte del regno delle Due Sicilie e, sotto il dispotismo borbonico, sempre male consigliata, con tante ambiguità, inettitudini, congiurerà, insorgerà e spargerà ancora per molti anni, per altre quattro, cinque, sei generazioni, generosamente (spesso inutilmente, e ancora più spesso tacciata di banditismo) il suo sangue per riconquistare l'indipendenza.
Da notare che gli inglesi non mancheranno mai, da Garibaldi fino alla seconda guerra mondiale, a soffiare sul fuoco dell'indipendentismo. Ma non certo per dare l'indipendenza ai siciliani, ma per farne una sua colonia; strategicamente importante nello scacchiere mediterraneo, e in quello mediorientale e africano.


VITTORIO EMANUELE I E LA SARDEGNA

VITTORIO EMANUELE I - lo abbiamo letto nelle precedenti puntate- era rimasto Roma fino al 1804, poi se n'era andato a Capua, dove dimorò circa due anni. Avvicinandosi anche qui l'esercito francese comandato dal MASSENA, pensò di chiedere ospitalità alle potenze straniere, ma riflettendo meglio (non gli sfuggirono di certo gli eventi in Sicilia) capì che era preferibile trovarsi in casa propria e stabilì di recarsi in Sardegna. Infatti, in data del 31 gennaio scriveva al fratello che avrebbe potuto "… fare qualche cosa per il bene del paese…".

L' 11 febbraio del 1806 (lo stesso giorno che Maria Carolina fuggiva da Napoli per la Sicilia) Vittorio Emanuele si imbarcò sopra una nave da guerra russa e il 17 giunse a Cagliari.
Le condizioni in cui si trovava l'isola non erano davvero belle. "…Corruzione universale, - scrive SICOTTO PINTOR - timore della giustizia nessuno, ma disordini, tumulti, e di ogni maniera misfatti. Bande di malfattori disertavano le campagne, davano il sacco alle case, liberavano i galeotti, le carceri le aprivano con le armi in mano, e in ogni dove inimicizie sanguinose, accanite guerre tra comuni, spietati e perfidi scontri tra lavoratori e pastori…".

Qualcosa aveva fatto, durante il suo governo, CARLO FELICE, ma c'era moltissimo da fare, e Vittorio Emanuele continuò l'opera del fratello con l'aiuto efficace del conte GIOACCHINO ALESSANDRO di Roburent, del cav. GIOACCHINO CORDERO de ROSSI, del padre FELICE BOTTA, del cav. REBUFFO di S. Michele, del barone GIORGIO ANDREA des Geneys e dei CONTI GIACOMO PES di VILLAMARINA e CARLO FRANCESCO THAON di REVEL.

Favorì la coltivazione degli olivi, istituì a Cagliari un mercato ed aprì una fabbriche di sapone; fondò ad Alghero scuole primarie e fece rifiorire le secondarie, riformò l'Università di Cagliari e di Sassari; distribuì alcune terre incolte. L'isola venne divisa in quindici prefetture, ciascuna delle quali ebbe un prefetto, un viceprefetto, un comandante militare, un avvocato del fisco e un segretario; ai prefetti furono date le attribuzioni di giudici di prima istanza nei capoluoghi, di appello per la provincia, la facoltà di definire le liti tra i comuni e il potere di esercitare giurisdizione sopra i sindaci e i consiglieri negli affari criminali; gli avvocati fiscali ebbero incarico di assistere i prefetti, di emettere le loro conclusioni negli atti criminali e di opinare sull'assenso necessario ai comuni per litigare davanti ai prefetti e ai giudici ordinari; nelle giudicature furono istituiti i sostituti procuratori fiscali che intervenivano nella compilazione dei processi criminali e che nelle terre infeudate erano nominati dai baroni. Inoltre in ogni provincia, il prefetto, il comandante militare e l'avvocato fiscale costituirono un consiglio di prefettura con facoltà di giudicare sommariamente e senza appello sui furti e sui piccoli reati.

Importanti furono i provvedimenti di natura finanziaria. Per estinguere il debito pubblico fu istituito, nel giugno del 1807, il "Monte di riscatto", la cui dotazione fu costituita dalle rendite delle prelature allora vacanti di Sassari, Ampurias ed Ales e della rettoria di Quartuccio, delle rendite biennali dei benefici maggiori e minori che si rendessero vacanti entro venticinque anni, della somma eccedente i mille scudi sulle rendite dei benefici inferiori alle prelature, dei diritti già stabiliti per l'estinzione della carta moneta, del diritto di peso e misura e del dazio sull'olio destinato all'esportazione e (marzo 1808) degli avanzi del patrimonio ex-gesuitico. Inoltre fu istituito un ufficio generale di perequazione, che doveva rivedere i catasti e reprimere gli abusi nel dipartimento delle imposte e si limitò invece a distribuire equamente il "donativo" offerto con il nome di "spillatico dagli Stamenti" alla regina Maria Teresa dietro proposta del vescovo SISTERNES; il ducato di S. Pietro fu restituito al regio demanio e la penisola di S. Antioco fu eretta, in commenda dell'Ordine Mauriziano.

Meglio e di più avrebbe potuto fare Vittorio Emanuele I se avesse potuto governare tranquillamente; ma lo stato di guerra tra la Francia e l'Inghilterra gli procurava non poche noie e preoccupazioni. Più di una volta dovette protestare contro la seconda perché le sue navi, senza rispettare la neutralità sarda, inseguivano le navi francesi nelle acque territoriali di Sardegna, e spesso dovette risarcire lui i danni arrecati alle navi della Francia che accusava il re sardo di ambigua connivenza. E lui piuttosto pagava per non scatenare una rappresaglia e danni maggiori.
Ma nel 1808 Napoleone pose l'embargo sui legni sardi e vietò ogni commercio con l'isola. Vittorio Emanuele non osò, sulle prime, rispondere con rappresaglie, ma poi, spinto da GUGLIELMO HILL, (si ripete come in Sicilia l'ingerenza inglese) nuovo inviato britannico che gli prometteva aiuti e sussidi, chiuse i suoi porti alla bandiera francese.

Come conseguenza di questa misura, le forze armate della Sardegna dovettero essere aumentate. Furono riordinati i Cacciatori di Savoia, i Cavalleggeri di Sardegna, l'artiglieria e le compagnie di marina, furono istituiti dodici reggimenti di fanteria e sei di cavalleria da reclutarsi quelli uno per provincia, questi uno ogni due province (eccettuate quelle di Cagliari, Sassari ed Alghero) e fu creato un ufficio di "primaria ispezione" incaricato dei lavori di leva.
La durata del servizio militare fu stabilita per sei anni, l'obbligo del servizio esteso a tutti i validi dai diciotto ai quarantacinque anni; le operazioni di "cerna" (scelta) furono affidate ai consigli comunali; ma il numero delle esenzioni fu tale che il peso del servizio militare cadde quasi esclusivamente sui poveri contadini celibi o coniugati senza prole. Dalle famiglie facoltose non uno fu sottratto dal suo (anche in questo caso) privilegiato ambiente.

L'obbligo del servizio militare (questo era una cosa nuova per l'isola), le inique esenzioni, e il timore che i nuovi reggimenti con i poveri cristi, dovessero esser mandati a combattere fuori del Regno, furono la causa di molte agitazioni, che ebbero termine quando fu data assicurazione che i reggimenti provinciali sarebbero stati impiegati nell'isola e che anche Cagliari e Sassari (che erano esenti dal reclutamento) eliminato l'ingiusto privilegio, avrebbero contribuito con un reggimento ciascuna, mentre ad Alghero gli si diede la facoltà di costituire una compagnia solo formata da volontari.
Fra le agitazioni, notevole fu quella prodottasi nell'estate del 1809 nella Gallura, dove i comuni si confederarono per impedire questa coscrizione militare. Per mezzo della prudenza anziché della forza i moti furono sedati; la forza invece dovette essere usata per reprimere la prepotenza dei baroni, la violenza delle fazioni e la delinquenza urbana e rurale.

"… Se la storia potesse particolareggiare - "scrive il Martini" - la presente si sarebbe dovuta e si dovrebbe quindi d'ora innanzi scriverla con racconti di orrende e lunghe fazioni private, di assassini atroci, di crimini di ogni genere e soprattutto di lotte micidiali tra comuni e comuni, tra pastori ed agricoltori in fatto di pascoli e di terreni comuni. Coi quali s'intreccerebbero le memorie di movimenti assidui di truppe nelle Barbagie, nell'Ogliastra, nella Gallura, nel Nuorese, e nel capo settentrionale generalmente; di missioni di delegati speciali da uno in altro luogo per la compilazione di procedure criminali; di giudizi eccezionali; di arresti di prepotenti magnati delle ville per cautela e del loro forzato stare a Cagliari o a Sassari sotto gli ordini governativi; di pene economiche inflitte dal dispotismo militare; di rovine di comuni invasi da truppe regie o nazionali; e ad un tempo di giudicanti corrotti, con denari e doni profusi a loro, al ceto forense, agli intriganti di corte, ai comandanti militari, che facevano mercato della giustizia contro il volere d'un monarca anche se ottimo di cuore e zelatore del giusto e dell'onesto…".

Infatti per quanto VITTORIO EMANUELE cercasse di governare saggiamente, non poco era il malcontento degli isolani. Molti lo accusavano di preferire ai Sardi i Piemontesi; il clero vedeva malvolentieri che parte delle sue rendite andasse al regio "Monte di riscatto"; i baroni si lagnavano della legge del 1807 che aveva dato un fiero colpo alla feudalità; i legali di Cagliari si lamentavano perché tutti i giudizi non si davano più nella loro città; i commercianti si lamentavano della forzata sosta dei traffici come se il sovrano fosse unico responsabile di averne provocata la rottura, con le cattive relazioni con la Francia; il popolo, afflitto dalla carestia, ovviamente ne faceva risalire la causa al corrotto e iniquo governo.

Da questo malcontento, che -per i vari motivi visti sopra- serpeggiava in tutte le classi della popolazione, nacque una congiura, i cui capi furono l'avvocato SALVATORE CADEDDU e i suoi due figli, l'avvocato FRANCESCO GARAU, il professor GIUSEPPE ZEDDA e i sacerdoti GAVINO MURONI e PAOLO MELIS; ma la trama fu scoperta, molti congiurati fuggirono, altri furono tratti in arresto e tre di essi, fra cui l'avvocato Cadeddu, finirono giustiziati.
Causa non ultima del malcontento dei Sardi erano le incursioni dei Barbareschi, che devastavano le coste dell'isola e traevano prigionieri in Africa molti abitanti per il cui riscatto richiedevano fortissime somme che non erano a disposizione e quindi lasciati al loro destino. Non poche torri erano state costruite a difesa delle coste e anche il naviglio da guerra s'impegnava sul mare in attività repressiva.

Al principio del 1811 il comandante G. R. ALBINI catturò due navi barbaresche; nell'estate di quel medesimo anno una flotta del Bey di Tunisi venne ad assalire la Sardegna, però al capo Malfitano, il 28 luglio, affrontata dalle mezze galere sarde "Falco" ed "Aquila" e dal "lancione Sant' Efisio", sotto il comando di GAETANO DEMAY, VITTORIO PORCILE, TOMMASO ZONZA, si diede alla fuga. Negli anni seguenti, essendosi ridotte le spese per la marineria, i Barbareschi diventarono più minacciosi e le coste sarde dovettero subire frequenti assalti di Tunisini, Algerini e Tripolini contro i quali però la popolazione rivierasca si batté più che con valore (non avendo armi, requisite) spesso con la semplice fortuna.

Intanto Vittorio Emanuele I si nutriva nella riposta speranza di recuperare il suo Piemonte; e tutta la sua politica estera non mirava che a realizzare questa speranza. Anche lui, al pari del suo predecessore, sperò molto nella Russia, ma sperò di più nell'Inghilterra, e nel 1808 si riavvicinò anche all'Austria, della quale sempre aveva diffidato.
Ma siamo nel 1808, e fare una scelta oculata sul futuro "cavallo vincente", e saltarci in groppa, non era facile, Napoleone anche se era in questo periodo al suo apogeo come forza e come ingegno, aveva però scatenato la più grande coalizione contro la Francia, fatta più che con gli eserciti -piuttosto deboli se comparati anche tutti insieme a quello napoleonico- fatta con gli intrighi, le trame, le cospirazioni, e le promesse di future spartizioni dell'Europa.

Se preparava, infatti, la quinta coalizione europea contro Napoleone e si voleva che il re di Sardegna vi partecipasse per sollevare i piemontesi - "orfani sabaudi" o comunque non più padroni in casa loro- contro l'odiata Francia. A Vienna parecchi ufficiali piemontesi che militavano sotto le bandiere austriache, fra cui il conte LA TOUR, parente del generale BELLEGARDE, formarono due reggimenti, l'uno chiamato del "Re", l'altro della "Regina", che dovevano esser comandati da VITTORIO EMANUELE e invadere il Piemonte; e dove per prepararvi la rivolta furono inviati segretamente il maggiore DUMONT e il capitano BERTINA.

Nel marzo del 1809, mentre il LA TOUR si recava a Palermo per accordarsi con FERDINANDO (che come abbiamo visto anche lui non sapeva con chi unirsi, e pur restando nel suo regno, non era lui il padrone, anzi era diventato il bamboccio dell'inglese Beatnick) giungevano a Cagliari il colonnello SAINT-AMBROISE e il marchese ASSERETO, latori di lettere dell'imperatore FRANCESCO e dell'arciduca CARLO, i quali proponevano a Vittorio Emanuele un'alleanza offensiva e difensiva.

Il re di Sardegna doveva sbarcare ad Oneglia, penetrare in Piemonte e chiamare alle armi la popolazione, tagliando la ritirata ai Francesi che l'arciduca GIOVANNI avrebbe assalito a est dall'Isonzo. Il corpo di spedizione, per desiderio del re, doveva essere di diecimila uomini e dotato convenientemente di artiglierie: inoltre l' Inghilterra, cui era commesso di fornire la maggior parte delle truppe, doveva inviare cinquantamila fucili necessari ad armare il Piemonte.

Pendevano le trattative quando giunse l'amara notizia delle sconfitte dell'arciduca CARLO, da lui subite tra il 19 e il 23 aprile, e della ritirata dell'arciduca GIOVANNI. Di fronte alle vittorie di Napoleone, l'Inghilterra dichiarò che, dovendo le sue truppe agire nella Sicilia e nella penisola iberica, non potevano intraprendere una spedizione in Piemonte.
Tuttavia non si abbandonò del tutto l'idea di un'offensiva inglese su Genova per permettere a Vittorio Emanuele di sbarcare con un piccolo corpo ad Oneglia; ma, mentre il conte IGNAZIO THAON DE REVEL prendeva gli opportuni accordi in Sicilia con il generale inglese Stuart, altra amara notizia: Napoleone sconfiggeva gli Austriaci a Wagram e il Re di Sardegna perdeva insieme il coraggio dell'offensiva e quindi la speranza di riacquistare gli antichi possessi della sua casa.

Nel novembre del 1812 un'altra speranza -di altro genere- perdeva VITTORIO EMANUELE I, quella di avere un erede maschio: la moglie, la regina Maria Teresa aveva dato alla luce ancora una principessa. Il ramo primogenito dei Savoia, di cui gli ultimi rappresentanti maschi erano CARLO EMANUELE IV, VITTORIO EMANUELE I e CARLO FELICE, minacciava di estinguersi, e il sovrano, cui dispiaceva che la corona passasse all'unico maschio in circolazione, il giovane CARLO ALBERTO del ramo di Carignano, dando in sposa a Francesco d'Austria Este la figlia primogenita MARIA BEATRICE, le riservava, pur sapendo forse di agire illegalmente, tutti i diritti di successione.

Avremo il modo di riparlarne nelle prossime puntate, sia per quanto riguarda gli eventi bellici che sono alle porte, abbastanza drammatici per Napoleone, e sia -più tardi- per gli avvenimenti dinastici dei Savoia.

Abbiamo davanti ora la campagna di Russia di Napoleone
e nello stesso tempo la fine del Regno d'Italia.

Ed è il periodo che va dal 1812 al 1814 > > >

( VEDI ANCHE I SINGOLI ANNI )

Fonti, citazioni, e testi
Prof.
PAOLO GIUDICI - Storia d'Italia -
P.COLLETTA - Storia (Napoleonica) del Reame di Napoli 1734-1825- 1834
NAPOLEONE - Memoriale di Sant'Elena - (origin.
1a Ed. -1843
R. CIAMPINI - Napoleone - Utet - 1939
E. LUDWIG - Napoleone - Mondadori 1929
A. VANNUCCI - I Martiri della Libertà - Dal 1794 al 1848 - Lemonnier 1848
STORIA MONDIALE CAMBRIDGE - (33 vol.) Garzanti 
CRONOLOGIA UNIVERSALE - Utet 
STORIA UNIVERSALE (20 vol.) Vallardi
STORIA D'ITALIA, (14 vol.) Einaudi
+ ALTRI VARI DELLA BIBLIOTECA DELL'AUTORE  


( QUI TUTTI I RIASSUNTI STORIA D'ITALIA )

RITORNA AL TABELLONE ANNI E TEMATICO