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( QUI TUTTI I RIASSUNTI )  RIASSUNTO ANNI 1812-1814

ITALIANI IN RUSSIA - FINE DEL REGNO D'ITALIA


APOGEO DELLA POTENZA NAPOLEONICA - LA CAMPAGNA DI RUSSIA - DAL NIEMEN ALLA MOSKOVA - BATTAGLIA DI BORODINO - INCENDIO DI MOSCA - LA RITIRATA - EROISMO DEGLI ITALIANI A MALOJAROSLAWETZ - II TRAGICO RITORNO- IL PASSAGGIO DELLA BERESINA - GLI ITALIANI NELLA CAMPAGNA DI RUSSIA - NAPOLEONE E PIO VII - IL CONCORDATO DI FONTAINEBLEAU - LA CAMPAGNA DEL 1813 - NAPOLEONE IN GERMANIA - BATTAGLIE DI DRESDA E DI LIPSIA - GLI ITALIANI NELLA CAMPAGNA DEL 1813 - GIOACCHINO MURAT TRADISCE E TRATTA CON L'INGHILTERRA E L'AUSTRIA - I FRANCESI PERDONO LE PROVINCIE ILLIRICHE - IL VICERÈ EUGENIO SI RITIRA SULL'ADIGE - GLI AUSTRIACI NEL TERRITORIO DEL BASSO PO - GLI ANGLO-SICULI SULLE COSTE TOSCANE - II MURAT OCCUPA L'ITALIA CENTRALE - ALLEANZA TRA MURAT-AUSTRIA - LIBERAZIONE DEL PAPA - IL PROCLAMA DEL BELLEGARDE AGLI ITALIANI E QUELLO DEL CARASCOSA - LA BATTAGLIA DEL MINCIO - MURAT IL PRINCIPE EUGENIO -

NELLA SECONDA PARTE - LA FINE DEL REGNO D'ITALIA
BATTAGLIA DEL TARO E DI REGGIO - MURAT E PIO VII - LORD BERTINCK IN LIGURIA - CADUTA DI NAPOLEONE - LA CONVENZIONE DI SCHIARINO-RIZZINO - I PARTITI A MILANO NEL 1814 - I MOTI MILANESI DEL 20 APRILE E L'UCCISIONE DEL MINISTRO PRINA - LA REGGENZA PROVVISORIA - PARTENZA E FINE DI EUGENIO - GLI AUSTRIACI A MILANO - FINE DEL REGNO D' ITALIA

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LA CAMPAGNA DI RUSSIA DEGLI ITALIANI


La prima metà del 1812 segna il più alto grado della potenza napoleonica. L'impero francese si stende oltre le Alpi e il Reno, in Italia, in Olanda, e in Germania, con quarantaquattro milioni di abitanti; il Regno d' Italia, forma uno stato separato ma, Napoleone ne tiene lo scettro, e dall' Impero dipendono le Province Illiriche; quattro stati, in Europa, sono governati da principi della famiglia imperiale: la Spagna dal re GIUSEPPE, Napoli da GIOACCHINO MURAT, Lucca, Massa e Piombino da ELISA BACIOCCHI, il regno di Westfalia da GIROLAMO BONAPARTE; infine sono sottoposti al protettorato francese la Repubblica Elvetica e la Confederazione del Reno e alleati dell'impero sono i regni di Danimarca e di Svezia.

Eppure Napoleone non è contento. "…E' necessario - dice al Fouchè - che l'Europa abbia un codice unico, un'unica corte di cassazione, una sola moda, i medesimi pesi e misure, un'unica moneta, le medesime leggi; è necessario ch'io faccia di tutti i popoli d' Europa un popolo solo…". Napoleone vuole punire lo zar ALESSANDRO per l'atteggiamento decisamente contrario al blocco continentale, vuole ricacciare i Russi nelle steppe dell'Asia ed esser solo a mirare a Costantinopoli e si avvia fatalmente a quella spedizione che dovrebbe consolidare la sua potenza in Europa e che invece sarà il principio della rovina.

L' 8 aprile del 1812 lo zar Alessandro invia a Napoleone una specie di "ultimatum" con il quale gli domanda lo sgombro della Prussia e della Pomerania e due mesi dopo il grande Còrso, oltre i trecentomila uomini che ha nella Spagna, i centocinquantamila che ha in Francia ed i cinquantamila che ha lasciato in Italia, ha già pronto sotto di sé nella Germania un poderosissimo esercito di oltre mezzo milione di soldati d'ogni parte d'Europa, con il quale s'accinge ad invadere la Russia e al quale il nemico, mentre ordina la leva in massa, oppone soltanto centocinquantamila uomini sotto il comando dei generali BARCLAY de TOLLY e BRAGATION.

La "Grande Armée" si mette in moto sul finire della primavera. Due re, un vicerè e i migliori marescialli comandano le truppe dell' Impero: MURAT, GEROLAMO BONAPARTE, EUGENIO BEAUHARNAIS, DAVOUT, NEY, BESSIÈRES, OUDINOT, VICTOR, MACDONALD, LEFÈVRE, DUROC.

Il 24 giugno il grande esercito passa il Niemen a Kowno e il 28 occupa Wilna. I Russi non si battono; molestano il nemico con le retroguardie e si ritirano metodicamente, avendo cura di evitare una battaglia campale e di distruggere quanto può servìre agli invasori.
Napoleone crede di essere riuscito a separare i due eserciti nemici e tenta di batterli separatamente; ma il re GEROLAMO e il maresciallo DAVAUT non possono raggiungere il BRAGATION che ripiega su Smolensk e vano riesce il tentativo di avvolgere il BARCLAY de TOLLY, il quale, risalendo la Dwina, perviene a Witepsk, quindi, dopo una vivace lotta con l'avanguardia imperiale, va a congiungersi con il Bragation.

Il 18 luglio Napoleone entra a Witepsk; il suo esercito, pur non avendo ancora combattuto, è ridotto a duecentocinquantamila uomini; il resto della Grande Armée si è sbandato. Molti generali, primo fra tutti il re Gioacchino (MURAT), consigliano l' imperatore di fermarsi, ricostituire il regno di Polonia, farne base d'operazioni e riprendere l'offensiva in primavera; ma Napoleone vuole andare avanti, vuole prostrare lo zar con una vittoria straordinaria e, dopo breve esitazione, ordina di riprendere l'avanzata. Un mese dopo, il 17 agosto, l'esercito imperiale è davanti a Smolensk; ma i Russi non hanno intenzione d'impegnarsi a fondo con gli invasori e si ritirano sulla via di Mosca; rimane soltanto la guarnigione, la quale, dopo fiera resistenza, abbandona la città che viene lasciata in preda alle fiamme.

Ricomincia l'avanzata il 20 agosto, dietro i Russi che, cresciuti di numero, sono ora sotto il supremo comando del KUTUSOFF; meta è Mosca, lontana e misteriosa; lungo il cammino si combatte: a Polotzk vince il SAINT-CYR, a Valniki il duca di ELCHINGER, a Viasma il re Gioacchino; ai primi di settembre gli imperiali giungono alle rive della Moskova e il 7, sulla pianura di Borodino, ha luogo una grande e sanguinosa battaglia.
Pari sono le forze, pari l'accanimento. Il Murat e il maresciallo Ney fanno prodigi di valore; le truppe italiane del principe Eugenio, specie la Guardia Reale, sostengono una delle principali parti e si distinguono per bravura; i Russi, sebbene si battano disperatamente, soccombono e sfuggono alla completa distruzione con il favore della notte, lasciando sul campo, tra morti e feriti, circa cinquantamila uomini e, fra i primi, il Bragation e molti altri generali.

I nemici, fuggendo, attraversano Mosca e proseguono verso Kaluga, seguìti da trocentocinquantamila abitanti della minacciata città, dove soltanto cinquantamila cittadini rimangono. Il 14 settembre, il re Gioacchino, alla testa della cavalleria, entra la Mosca e il 15, fa il suo ingresso, al suono della Marsigliese, Napoleone. Ma non è un ingresso trionfale; la città è semideserta e qua e là brucia; i vincitori si danno al saccheggìo e l' incendio, favorito dal vento, malgrado gli sforzi dei soldati per domarlo, avvolge l' immensa città e non è spento che il 19 da una pioggia torrenziale, quando quasi ogni cosa è ormai distrutta.

Napoleone offre la pace, ma lo zar la rifiuta, confidando nell'aiuto dell'inverno che s'avanza precoce e straordinariamente rigido e coglie alla sprovvista il nemico Napoleone, che contava sui magazzini di Mosca per rifornire l'esercito, e non sa a qual partito appigliarsi: pensa di svernare presso la città distrutta, pensa anche di marciare su Pietroburgo, alla fine decide di ritirarsi a Smolensk per la via di Kaluga.

Il 16 ottobre la "Grande Armée", ridotta a meno di centomila uomini, iniziò la marcia, carica del bottino di Mosca. Alla stretta di Voronovo gli Italiani e i Francesi dell'avanguadia del Re Gioacchino furono attaccati e respinsero sanguinosamente i Russi. Di quell'azìone si compiacque l'imperatore che scrisse: "… Il re dì Napoli ha provato quanto possano la prudenza, il valore, l'uso di guerra…".


Il 24 ottobre i Russi tentarono di fermare gli imperiali sulle alture di Malo-Jaroslawetz. Per tutta la giornata infuriò la battaglia e il merito di avere sconfitto il nemico fu principalmente dei diciassettemila italiani del principe Eugenio, che per otto volte sostennero e infransero l'urto di cinquantamila Russi, presero e perdettero la città fumante per l' incendio e infine rimasero padroni del campo insanguinato su cui passarono la notte. "… L' Italia - scrisse il generale Rapp nelle sue Memorie - deve scrivere nei suoi fasti questa battaglia, essendosi le truppe italiane coperte di gloria…".
E Napoleone al viceré, suo figliastro: "… L'onore di questa giornata- disse - spetta per intero a voi e ai vostri prodi…"

Malgrado questa vittoria, l'imperatore rinunziò a proseguire per Kaluga e decise di ritornare per mettersi sulla vecchia via di Smolensk. Da allora cominciò la tragica ritirata. I cosacchi assalivano inesorabilmente, senza dar tregua, notte e giorno; mancavano i viveri; i cavalli morivano per la fatica, per il freddo e per la fame; il bottino veniva abbandonato insieme con i cannoni e con i carriaggi; molti soldati, sfiniti e assiderati, si abbattevano al suolo per non rialzarsi mai più; e intanto la stagione si faceva più rigida, quasi volesse punire gli audaci che avevano osato spingersi nelle solitudini della Russia.

Bufere terribili di neve tormentavano l'esercito. "… I soldati, - scrive CHATEAUBRIAND - senza scarpe, si sentivano mancare i piedi; le loro dita violacee e irrigidite lasciavano cadere il fucile il cui tocco era insopportabile; i capelli si coprivano di brina, le barbe erano ghiacciate dal respiro, le logore tuniche erano diventate cappe di ghiaccio. Cadono; la neve li copre; e formano sopra la terra strisce di tombe. Non si sa più verso qual parte scorrano i fiumi; gli ufficiali sono costretti a far rompere il ghiaccio per orizzontarsi. Perduti nello spazio, i reggimenti fanno salve di battaglione per chiamarsi e conoscersi come i vascelli in pericolo sparano il cannone d'allarme…".

Il lenzuolo di neve non finisce mai e nella triste uniformità del paesaggio bianco spiccano soltanto i cupi abeti che danno un aspetto funereo alle sterminate pianure dove marciano disperatamente le truppe di quella che era stata la Grande Armée.

"…Ad ogni passo - scrive il SEGUR- s'incontravano sbandati di ogni corpo, sia isolati che in drappelli. Essi non avevano vilmente disertato, ma, per il freddo e la fatica immane, erano rimasti indietro. In questa lotta generale ed individuale si erano separati, ed eccoli oramai disarmati, vinti, senza difesa, senza capi, non obbedienti più che all'istinto urgente della propria conservazione. La maggior parte di quegli infelici, attratti dalla vista di qualche sentiero, si disperdevano con la speranza di trovare un po' di pane e un rifugio per la vicina notte; ma le truppe passate prima inesorabilmente avevano devastato ogni cosa. Per un raggio di sette od otto leghe gli sbandati non incontravano che cosacchi e contadini armati, i quali li spogliavano e, schernendoli ferocemente, li lasciavano morire nudi sulla neve.

"Giungeva la notte, una notte lunga, lunghissima, fatta di sedici ore di buio e di letale gelo. Sulla neve che ricopriva tutto non si sapeva dove fermarsi, dove sedere, dove riposare, dove trovare qualche radice per nutrirsi, dove raccogliere un po' di legna o un semplice sterpo non per accendere un fuoco, ma almeno una fiammella; nulla, nulla, nulla. Tuttavia la fatica, l'oscurità ed i reiterati ordini fermavano coloro che l'energia degli ufficiali e le forze morali e fisiche prima avevano potuto tenere riuniti. Si cercava di disporsi per il bivacco, ma la bufera implacabile rendeva vani i primi sforzi: la ramaglia ricoperta di ghiaccioli resisteva con ostinazione alle fiamme: la neve che cadeva incessante dal cielo e la neve della terra che si scioglieva sotto l'azione delle fiamme finivano con lo spegnere questi piccoli fuochi e, con essi, le forze e il coraggio.

"Quando infine, dopo inauditi stenti, la fiamma crepitava, ufficiali e soldati vi si raccoglievano intorno per preparare i magri pasti: brani di carne strappati ai cavalli abbattuti, ancora sanguinolenti, e qualche cucchiaiata di farina di segala diluita nell'acqua . All'alba si udivano il rullo di un tamburo e lo squillo triste d'una tromba, ma non tutti si svegliavano per proseguire il cammino, perchè la luce del giorno, si posava sui numerosi cadaveri distesi intorno ai fuochi spenti, indicando i bivacchi della terribile ritirata trasformati in cimiteri.

"Nella seconda settimana di novembre, l'esercito imperiale decimato giunse a Smolensk. Aveva già sostenuto terribili combattimenti, riportato gravissime perdite, ma tutto ciò era ancora poco in confronto ai disastri che li aspettava. Sempre combattendo, gli imperiali continuarono a ritirarsi e il 26 novembre cominciarono a passar la BERESINA. Tre giorni durò il passaggio sotto il tiro del cannone nemico, abbastanza ordinato nei primi due, confuso, precipitoso nel terzo: una folla scomposta di inermi, di feriti e di ammalati, inseguita dai cosacchi, prese d'assalto i ponti, ma pochi furono quelli che si salvarono sull'opposta riva, la maggior parte perì annegata, schiacciata, stroncata dal fuoco nemico.

"Dopo la Beresina, la ritirata si mutò in rotta. Il 5 dicembre, con una. temperatura di trentasei gradi sotto zero, gli avanzi della "Grande Armée" giunsero a Smorgoni. Qui Napoleone scrisse l'ultimo bollettino, il 29°; quindi, affidato il comando supremo al re di Napoli, partì per la Francia. Il giorno 9 gli imperiali giunsero a Wilna.

"Vi erano arrivati, marciando baldanzosi contro il nemico, circa cinque mesi e mezzo prima; ora vi entravano in disordine, privi di aspetto marziale, laceri, camuffati con abiti maschili o femminili predati qua e là nei saccheggi, indisciplinati e in parte senza armi. Il 10 dicembre, assaliti dai cosacchi, abbandonarono i feriti e gli ammalati, e fuggirono verso Kowno. Vi giunsero il 12, misero a sacco la città e subito ripartirono, passando il Niemen in numero di ventimila.

(le stesse cose si ripeteranno nel 1942, con un altro alleato; "vi erano arrivati, marciando baldanzosi...")


Alla campagna di Russia in gran numero presero parte gli Italiani; parecchie migliaia sotto bandiera francese perché appartenenti a paesi annessi all'Impero, dodicimila sotto le insegne del re GIOCCHINO MURAT, ventisettemila sotto quelle del Regno italico. I Napoletani formavano due brigate agli ordini di ANGELO D'AMBROSIO e di GIUSEPPE ROSSAROLI; il supremo comando - poichè il re Gioacchino era alla testa di tutta la cavalleria della "Grande Armée" - era tenuto dal generale D' Estrées, che aveva per capo di Stato Maggiore FLORESTANO PEPE. I ventisettemila Italiani del Regno costituivano, oltre la Guardia Reale guidata da TEODORO LECHI, la 15a divisione del IV Corpo, che era sotto il supremo comando del viceré EUGENIO. Le altre due divisioni del medesimo corpo, la 13a e la 14a, avevano bandiera francese, ma erano nella massima parte formate da Italiani dei paesi annessi all' Impero.

Il IV Corpo attraversò il Niemen a Piloni negli ultimi giorni di giugno e il 21 del mese successivo, dopo molte fatiche e disagi, giunse nelle vicinanze di Ostrowno. Qui il 26 fu combattuta un'accanita battaglia, alla quale parteciparono, distinguendosi, alcuni reparti italiani comandati dal generale GIOVANNI VILLATA e dal colonnello PERALDI. Il 29 la la divisione si acquartierò a Souraj e vi rimase fino al 9 agosto, impiegata in servizio di pattuglie e di requisizione di viveri. In quei giorni si distinse fra gli altri: il capitano MARCHESELLI del 3° di linea, il quale con diciotto uomini catturò un convoglio nemico di duecento carri dopo aver messo in fuga la scorta e liberato cinquecento reclute polacche destinate all'esercito russo.

Il 17 agosto, a Smolensk, combatterono l' 85°, il 108°, il 111° e il 127° fanteria formati in grandissima parte da Italiani. Non prese parte alla battaglia però la divisione PINO, che giunse in quella città il 19. Incaricata di proteggere le retrovie durante la marcia della "Grande Armée" verso Mosca, non partecipò neppure alla battaglia di Borodino ma vi combatterono non poche truppe italiane: la Guardia Reale, l'artiglieria comandata dal torinese GAETANO MILLO, il 111° di linea, composto quasi tutto di Piemontesi, l' 84° c il 9° che era sotto il comando del livornese COSIMO DEL FANTE.
La divisione PINO giunse a Borodino il giorno dopo la battaglia. Nelle scaramucce avvenute intorno a Mosca nel settembre si distinsero per valore il colonnello pugliese marchese OTTAVIO TUPPUTI della Guardia imperiale, il tenente toscano PECORI del 28° cacciatori a cavallo, il maggiore di artiglieria GIOVANNI VIVES e il caporale FRANCHINI, che per non far cadere nelle mani dei Cosacchi un convoglio di munizioni, diede fuoco ai carri facendo saltare in aria Italiani e Russi insieme.

Abbiamo accennato alla battaglia di Voronovo o della famosa giornata di Malo-Jaroslawetz, alla quale parteciparono la Guardia Reale, il 111° di Linea e la divisione Pino, che subirono gravissime perdite, ma, come si è detto, si coprirono di gloria. Tra i feriti di quel giorno vi furono i generali PINO e GIFFLENGA, i colonnelli VARESE e CASELLA, i capibattaglione BOLOGNINI e MAFFEI e il capitan, VITTONATO. Ferito il Pino, la divisione passò sotto il comando del colonnello LIVIO GALIMBERTI di Crema.
A Viasma, durante la ritirata, gli Italiani in poco più di tredicimila. Circondati dal Cosacchi, fecero prodigi di valore e non soltanto seppero rompere il cerchio nemico, ma salvarono anche un corpo francese tagliato fuori. Da Viasma furono mandati verso Witepsk per sostenere i corpi del Saint-Cyr e del Victor e impedire il congiungimento degli eserciti russi del WITTGENSTEIN e del TCKICAGOFF. Sempre molestati dai Cosacchi, passarono il fiume Vop e il 10 novembre giunsero a Dukgowtchina; ma qui si seppe che Witepsk era stata occupata dai Russi e il principe Eugenio ordinò di marciare in direzione di Smolensk.

Vi giunsero il 14 combattendo sempre con il nemico e con l'implacabile gelo; la temperatura era di ventidue gradi sotto zero e narrasi che trentadue granatieri, ricevendo l'ordine di mettersi in cammino, cadessero assiderati. Il 15, abbandonati i feriti e gli ammalati e saccheggiata la città, lasciarono Smolensk, il 16 e il 17 combatterono presso Krasnoi, dove morì eroicamente COSIMO DEL FANTE e perdettero la vita anche il capo battaglione GIUSIANA, i capitani BORDOGNI, MARTINI, GAZALONE, i tenenti GIOACHINO VALDAN e FASCIO e il sottotenente DOLEATI. Il 111° reggimento di linea per il suo valore fu aggregato alla Guardia Imperiale.

La notte dal 27 al 28 i resti del IV Corpo passarono senza gravi difficoltà la Beresina, ma gli Italiani dei corpi dell' OUDINOT e del NEY dovettero per tutta la giornata del 28 resistere sulla riva sinistra del fiume agli accaniti assalti dei Russi. Il 5 dicembre, a Smorgoni, videro partire l'Imperatore e il 9, a Wilna, le truppe del maresciallo Ney, sotto cui militavano il 64°, il 111° il 135°, il 152°, il 156° di linea, il 28° cacciatori e il 1° dragoni, composti di piemontesi, toscani, emiliani, romani, protessero la ritirata; quindi giunsero a Kowno tra il 12 e il 13 e, saccheggiatala, passarono il Niemen.

Dopo la disastrosa ritirata, i superstiti italiani ammontavano a poco più un migliaio, dei ventisettemila Italiani del Regno che erano partiti.

LA CAMPAGNA DEL 1813
ALLEANZA TRA IL MURAT E L'AUSTRIA
BATTAGLIA DEL MINCIO

Giunto in Francia, dopo il disastro della campagna di Russia, Napoleone si dedicò tutto a preparare la riscossa e a mettere insieme un nuovo esercito. Nelle difficili circostanze in cui si trovava, gli sembrò opportuno trovare un accomodamento con la Chiesa e scrisse al Papa: "…Forse ci sarà dato di giungere finalmente al termine tanto desiderato di quelle differenze che dividono lo Stato dalla Chiesa. Per parte mia vi sono grandemente disposto: tutto dipenderà dalla Santità Vostra…".

Pio VII non desiderava di meglio e così, nei primi del gennaio del 1813, furono iniziate le trattative a Fontainebleau, dove improvvisamente, la sera del 18 giunse lo stesso Napoleone, il quale ora mostrando riverenza, ora minacciando, ora lusingando, riuscì in meno d'una settimana ad indurre il Pontefice a firmare il famoso concordato, da cui gli interessi temporali e spirituali della S. Sede uscivano molto danneggiati (25 gennaio 1813).

Il Concordato era formato di undici articoli in cui, fra le altre cose, si stabiliva che il Papa doveva dimorare in Francia o dove piacesse all' Imperatore; di ristabilire le relazioni diplomatiche con l'Impero e ricevendone un appannaggio di due milioni; e che i metropolitani avevano facoltà d'istituire i vescovi se il Pontefice non concedeva le bolle entro sei mesi.

Firmato l'accordo, Napoleone se ne tornò a Parigi ed ordinò che il Concordato fosse pubblicato nel bollettino delle leggi. Questo fatto spiacque moltissimo a Pio VII. il quale non aveva sottoscritto il trattato considerandolo come il definitivo risultato dell'accordo tra la Chiesa e lo Stato, ma considerandolo - e che era espressamente detto nel preambolo - come preliminare di un accomodamento definitivo e quindi, vedendo, pubblicato gli articoli, cui si dava valore di legge, perdeva la speranza di ulteriori accordi.

Consigliato anche dai cardinali OPIZZONI; GABRIELLI, DI PIETRO, PACCA, CONSALVI, che, rimessi in libertà, erano andati a Fontainebleau, il 24 marzo il Pontefice scrisse una lettera all'Imperatore in cui si mostrava pentito di aver messo la firma al Concordato:
"…Significhiamo alle Maestà Vostra che fin dal giorno 25 gennaio, in cui segnammo gli articoli che dovevano servire di base a quel trattato definitivo di cui si fa menzione, i più grandi rimorsi e il più vivo pentimento hanno continuamente lacerato l'animo nostro che non ha più riposo nè pace. Noi conoscemmo subito (ed una seria e continua meditazione ce lo ha fatto ogni giorno di più conoscere) lo sbaglio a cui ci trascinò il desiderio di terminare al più presto possibile le vertenze insorte sugli affari della Chiesa…".

Napoleone non rispose, perchè ad altre cose ben più importanti aveva egli da pensare: difatti veniva dalla Prussia rumor dì armi e una nuova guerra si stava annunciando, quella che doveva esser fatale all'Imperatore.
La nuova guerra era una conseguenza dell' infelice campagna di Russia. Alla notizia della disfatta, in tutta la Germania, che mal tollerava il dominio napoleonico, era stata un'esplosione di gioia e il generale YORK, che comandava un corpo ausiliario prussiano, aveva stipulato per conto suo la neutralità con i Russì, costringendo con questo patto il MURAT a ritirarsi da Kónigsberg a Posen, da dove poi, il 14 gennaio del 1813, lasciato il comando al principe Eugenio, era partito con gli avanzi delle sue truppe per Napoli.

Il 5 marzo anche l'Austria aveva dichiarato la neutralità e il 17 marzo FEDERICO GUGLIELMO III, re di Prussia, aveva dichiarato guerra alla Francia obbligando il vicerè EUGENIO a ritirarsi verso la confluenza della Saale e dell' Elba.
Il principe Eugenìo si sarebbe trovato in cattive acque se Napoleone, nell'aprile, con un nuovo esercito, non fosse passato dalla Francia in Germania per soccorrerlo. Dapprima l'Imperatore ebbe con sé la fortuna. A Weissenfeld respinse l'avanguardia russa in un combattimento che costò la vita al maresciallo Bessier; a Lutzen, il 2 maggio, sconfisse il nemico e il Ney con le sue divisioni di coscritti si coperse di gloria; a Bautzen il 20 e a Wurtschen il 21 riportò una bella vittoria, ma non riuscì a sfruttarla trovandosi senza la necessaria cavalleria.

Se dopo queste battaglie, che liberarono la Sassonia, Napoleone avesse continuato a incalzare il nemico, questo forse avrebbe avuto la peggio; invece l' Imperatore commise l'errore di concludere un armistizio e di aprire, per opera del cancelliere austriaco METTERNICH, trattative di pace a Praga.
Trattando, i nemici della Francia non avevano altro scopo che quello di guadagnare tempo e di attirare nella lega l'Austria. Questa, i110 agosto del 1813, scadendo l'armistizio, entrò nella coalizione e la guerra ricominciò.

Tre eserciti delle potenze coalizzate scesero in campo: quello austriaco, forte di centotrentamila uomini, sotto il comando dello SCHWARZENBERG; quello prussiano, di duecentomila soldati, agli ordini del BLUCHER e quello guidato dal BERNADOTTE, costituito di centottantamila svedesi, inglesi, tedeschi e russi. Il 27 agosto Napoleone, nella famosa battaglia di Dresda, sconfisse lo Schwarzenberg, che lasciò sul campo, morti o feriti, diecimila uomini, e nelle mani dei vincitori quindicimila prigionieri e quarantasei cannoni; ma in altre battaglie i generali francesi furono battuti: l' OUDINOT il 23 agosto a Grossbeeren, il MACDONALD, il 26, a Katzbach; il VOUDOMME a Kulm (20-30 agosto), il NEV il 3 settembre, a Dennewitz, e intanto la Baviera abbandonava l' Imperatore ed entrava nella coalizione.

Il 16 ottobre gli eserciti alleati si misuravano a Lipsia con l'esercito napoleonico in una grande battaglia che durò fino al 19. Malgrado il numero soverchiante dei nemici, Napoleone avrebbe vinto se il 18, mentre ferveva accanito il combattimento, i corpi della Sassonia e del Wiirtemberg non lo avessero tradito schierandosi con le truppe avversarie. A nulla valsero i prodigi di valore dei Francesi, che continuarono a battersi disperatamente: la sera del terzo giorno ottantamila alleati giacevano sul campo accanto a cinquantamila Francesi, ma Napoleone era stato vinto.

Alla campagna del 1813 parteciparono in gran numero gli Italiani: circa ottantamila, veterani della spedizione russa e giovani coscritti, i quali, sebbene fossero male armati e insufficientemente addestrati, pure combatterono ovunque con grande bravura. Composti di Italiani erano i reggimenti di cavalleria 1, 2 e 4 cacciatori, il reggimento "dragoni Napoleone" del regno italico, il 2 cacciatori napoletano, il 28 e il 16 cacciatori, il 13 e 14 ussari e il 21 dragoni; composti di Italiani erano i reggimenti di linea 38, 42, 111, 113, 115, 120, 135, 137, 152, 156, 157, e i leggieri 1, 11, 26, 32, ai quali si debbono aggiungere i cacciatori córsi e del Po; i veliti di Torino e di Firenze, le Guardie d'Onore piemontesi e romane, una compagnia di marinai di Venezia e una di Napoli, un reparto della Guardia reale che prestavano servizio nella Guardia Imperiale; e infine la divisione italica Peyri, la brigata Zucchi e tre brigate napoletane.

Presso Miinchenberg, il 22 febbraio, il 40 cacciatori comandato dal Colonnello ERCOLANO ERCULLI, assalito da forze soverchianti, fu quasi distrutto; la brigata ZUCCHI, lasciata Berlino il 4 marzo, fra le continue molestie dei Russi entrò il 25 a Magdeburgo; il 5 aprile il capobattaglione LUIGI CECCOPIERI con due compagnie del 20 leggiero si battè valorosamente a Mòckern; il 5° di linea e il 2° leggiero, dopo la battaglia di Lutzen, occuparono, inseguendo il nemico, Geisdorf, Nossen, Weissig, Wallensdorf, Folge, Bischofsverde ed altre località; a Bautzen la brigata ZUCCHI espugnò i ridotti russi sull'ala destra; la divisione PEYRI combattè il 19 maggio a Kònigswarthe; il 27 maggio i dragoni Napoleone presero parte al combattimento di Goldberg, in cui fu fatto prigioniero il loro comandante ALESSANDRO OLIVIERI: la brigata Zucchi combattè ancora il 17 agosto a Lówenberg, sulla Bober, il 18 a Làhn e il 26 a Javer; la divisione FONTANELLI, già Peyri, combattè il 26 agosto a Blauckenfeld, il 3 settembre si comportò eroicamente a Dermewitz e dopo Lipsia, durante la ritirata, il 30-31 ottobre, sconfisse i bavaresi ad Hanau.

Questi i principali fatti d'arme cui parteciparono gli Italiani; ma non furono i soli; quasi a tutte le battaglie combattute nel 1813 presero parte gli Italiani e non sempre riesce allo storico di narrarne le imprese, ma ciò dipende dal fatto che molti di essi, appartenendo ai paesi annessi all' Impero, militavano sotto bandiera francese e molti altri, sebbene sotto insegne italiane, furono dispersi nei corpi francesi.
Il principe Eugenio rimase in Germania con la Grande Armée fino al 12 maggio, quindi, ricevuto dall'Imperatore l'ordine di tornare in Italia per difendere il Regno e le Province Illiriche da un attacco austriaco, che fin da allora si temeva, si avviò alla volta di Milano, dove giunse il 18, subito mettendosi al lavoro.

Il vicerè aveva da Napoleone ricevuto il comando di tutte le forze del Regno e dei paesi annessi all'Impero; ma non poteva contare sull'aiuto del re Gioacchino. Questi, il 6 gennaio del 1813, senza domandare il permesso al cognato, aveva lasciato il comando dei resti della spedizione di Russia e da Posen era partito per Napoli. Napoleone, saputa la partenza del Murat, aveva voluto punirlo, facendo pubblicare sul Nonitore che per motivi di salute il re di Napoli aveva dovuto trasmettere il comando al viceré Eugenio, il quale era più adatto a comandare grandi unità e godeva tutta la sua fiducia.

Offeso da queste espressioni, il Murat aveva risposto con una lettera che per la sua sincerità merita di essere in parte riportata: "… La ferita al mio cuore è già fatta, e non è in potere di Vostra Maestà di medicarla. Voi avete ingiuriato un compagno d'armi, fedele a voi nei vostri pericoli, non piccolo strumento delle vostre vittorie, sostegno della vostra grandezza, rianimatore del vostro coraggio smarrito al 18 brumaio. Quando si ha l'onore, come voi dite sempre, di appartenere alla illustre famiglia, nulla deve farsi che ne arrischi l'interesse e ne offuschi lo splendore. Ed io, sire, vi rispondo che la vostra famiglia ha ricevuto da me tanto onore quanto me ne ha dato unendomi in matrimonio con Carolina. Mille volte, benchè re, sospiro i tempi in cui, da semplice ufficiale, io avevo superiori, non padroni. Divenuto re, ma in questo grado supremo tiranneggiato da Vostra Maestà, dominato in famiglia, ho sentito più che mai il bisogno d'indipendenza, la sete di libertà. Così Voi affliggete, così sacrificate al vostro sospetto gli uomini più fidi a voi, e che meglio vi hanno servito nel meraviglioso corso della vostra fortuna; così Fouché fu immolato a Savary, Talleyrand a Champagny, Champagny a Bassano e Murat a Beauharnais, che, presso di voi, ha il merito della muta obbedienza e l'altro (più gradito perchè più servile) di aver lietamente annunziato al Senato di Francia il ripudio di sua madre. Io non posso più negare al mio popolo un qualche ristoro di commercio ai danni gravissimi che la guerra marittima gli arreca. Da quanto ho detto di Vostra Maestà e di me deriva che la scambievole, antica fiducia è alterata. Voi farete ciò che più vi aggrada, ma quali che siano i vostri torti io sono ancora il vostro fratello e cognato Gioacchino…".

Il Murat giunse a Napoli il 4 febbraio e, tutto pieno del desiderio di sottrarsi alla servitù del cognato, cominciò un mese dopo a trattare con l'Austria per mezzo dell'ambasciatore austriaco a Napoli, conte MIER, e del principe di CARIATI, appositamente inviato a Vienna. Le aspirazioni del re non si limitavano solo all' indipendenza del regno; ma mirava a insignorirsi di tutta la penisola, e gl'Inglesi - che il 27 febbraio si erano impadroniti di Ponza - entrati con lui in trattative, non mancavano di alimentare le sue speranze e di confermarlo nei suoi desideri.

Ai primi di giugno del 1813, l'astuto (che abbiamo conosciuto già a Palermo) BENTINCK si recò a Ponza e si abboccò con gli inviati di Gioacchino, al quale nel frattempo giungevano lettere dei suoi vecchi compagni d'arme che lo esortavano a prendere le armi in soccorso della Francia e a non voler macchiare la sua fama rimanendosene inoperoso nella capitale.
Anche la voce di Napoleone gli giungeva, e gli ordinava di condurre (non di comandare) l'esercito sull'Adige; e Gioacchino forse non sarebbe rimasto più a lungo insensibile a tanto richiamo se gli si fosse stata risparmiata l'umiliazione dover mettere le sue truppe sotto il comando del principe Eugenio, suo rivale.

"…Dopo che il nome del Viceré è stato impiegato per umiliarmi con un parallelo offensivo, io non posso decorosamente mettere dei Napoletani sotto i suoi ordini…". Così, infatti, scriveva il 4 luglio il Murat a Napoleone; ma un mese dopo, il 2 agosto, cedendo finalmente alla voce dei compagni, lasciava Napoli per prendere nella "Grande Armée" il suo posto (a che cosa sta pensando, lo sapremo presto)

Quando il MURAT partiva dalla sua capitale, il principe EUGENIO era già pronto a rintuzzare le offese contro l'Austria. Cinquantamila soldati, quasi tutti italiani, furono schierati da Tarvis a Lubiana a fronteggiare le truppe nemiche del generale HILLER, e negli ultimi di agosto e nei primi di settembre cominciarono ad assalire con fortuna il nemico dalla parte di Villacco.
Ma questi furono successi di breve durata: in quei giorni Fiume veniva evacuata dal generale GARNIER ed occupata dal NUGENT, mentre l' Istria intera cadeva nelle mani del nemico. Il vicerè minacciato sulla sua destra, mandò contro il Nugent il generale PINO, il quale sconfisse il nemico a Jeltschane e a Lippa e il 15 settembre fece occupare Fiume dalla brigata RUGGIERI; ma pare che queste fortunate operazioni non soddisfacessero il principe Eugenio che sostituì il Pino con il generale PALOMBINI, il quale però non ebbe fortuna e non riuscì a impedire agli Austriaci di rioccupare Fiume, Lippa ed Adelsberg, di mettere il blocco a Trieste e d'impadronirsi di Daino.

La Dalmazia era perduta per l'Impero Francese. Le truppe croate disertavano in massa e le popolazioni insorgevano; il 31 ottobre il generale Tomasich occupava Kin, il 1° di novembre il colonnello Donese si impadroniva di Seico, il 6 dicembre il generale Roise, chiuso a Zara dagli Inglesi e dal Tomasich, capitolava ad onorevoli condizioni e nello stesso tempo cadevano Lesina, Spalato, Clissa, Trau. Ultime e capitolare furono Cattaro e Ragusa; quella, comandata dal generale Gauthier, si arrese il 4 gennaio del 1814, questa, comandata dal generale Montrichard, si arrese il 29.


Già fin dall'ottobre del 1813 il viceré si era ritirato sulla destra dell' Isonzo e il generale Grénier aveva lasciato Tarvis per concentrarsi sul Tagliamento tra Venzone e Gemona. Il 15 ottobre gli Austriaci, favoriti dall'entrata in guerra della Baviera, invadevano l'Alto Adige e giungevano fino a Trento, costringendo il generale Gifflenga a ritirarsi su Volano e Rovereto. Tre giorni dopo il generale Eckhardt, per Cortina d'Ampezzo e Pieve di Cadore, giungeva a Longarone, il 22 occupava Feltre e il 23, per Primolano e Cismon, perveniva a Bassano.

Prima di vedersi tagliata la ritirata e precisamente il 17 ottobre, il principe EUGENIO, rafforzate le guarnigioni di Palmanova e di Venezia, aveva lasciato la linea dell'Isonzo portandosi sul Piave. Il 31 sloggiò da Bassano l'Eckhardt, costringendolo a ripiegare su Cismon e Primolano, quindi continuò a ritirarsi in direzione dell'Adige, dove giunse l' 8 novembre (con la sinistra protetta dal Gifllenga, che il 26 e il 28 ottobre aveva sostenuto aspri combattimenti a Calliano e a Marco e poi ripiegato fino a Rivoli) e si distese e allargò fino a Legnago.

A questo punto volle lui andare all'offensiva, eseguì ricognizioni in forze sulla riva sinistra dell'Adige, si spinse fino ad Ala e dopo un vivo combattimento, il 10 novembre, se ne impadronì e cinque giorni dopo assali gli Austriaci a Caldiero, penetrò oltre, sconfisse il nemico ricacciandolo oltre l'Alpone, ma non riuscì a forzarne i ponti.
Intanto il nemico, padrone di Trento, mandava per Val di Ledro e Val di Non piccoli corpi ad occupare le valli del Chiese, del Mella, dell'Oglio e dell'Adda allo scopo di portare il panico nelle retrovie italiane. Il capitano RAKOWSKI il 28 ottobre entrava a Storo e il 29 a Ponte Caffaro, dove era raggiunto dal capitano MARINKOVICH proveniente da Tione, e dal maggiore CAMPI proveniente da Riva. Alcuni giorni dopo, il Marinkovich marciava verso la Val Camonica e da Lovere, il 7 novembre, mandava pattuglie nella Val Cavallina, verso Bergamo; il Rakowski s' incamminava alla volta della Val Trompia e, giunto a Gardone, minacciava Brescia; il capitano Zaboy, nel frattempo, scendeva dal Tonale a Ponte di Legno, occupava Vezza d'Oglio ed Edolo e per il passo dell'Aprica sboccava nella Valtellina.

Contro la colonna nemica giunta attraverso la Val Trompia mosse da Brescia il generale MAZZUCCHELLI che, occupato Bagolino, costrinse il Rakowski a ripiegare su Darzo; a difendere la Valtellina fu mandato il colonnello FRANCESCO NERI, che rimontò l'Aprica e, disceso ad Edolo, si unì al DUCHÈ e con lui, che aveva scacciato il Marinkovich da Lovere, sloggiò gli Austriaci da Vezza e Ponte di Legno obbligandoli, il 20 novembre, a ripassare il Tonale. Nel dicembre il nemico ridiscese nella Val Camonica e si misurò più volte con il Neri che, nel febbraio del 1814, si rafforzò alla Tresenda, difendendo di là la Valtellina; nel gennaio il maggiore SILBERER da Riva, per la Val di Ledro, s'avanzó fino a Toscolano e un altro piccolo corpo da Bagolino invase la Val Trompia e giunse fino a Bovegno. Accorse da Brescia a respingerli il DUCHÈ, ma nel febbraio gli Austriaci ridiscesero ancora in Val Trompia, invasero la Val Sabbia e la Val Camonica, e, pur non ottenendo grandi risultati, misero in gran preoccupazione il Viceré Eugenio e ridestarono le speranze di tutti gli austriacanti del paese.
Il 29 ottobre del 1813 il colonnello RABIÉ, dopo sedici giorni di resistenza, cedeva il castello di Trieste al NUGENT, il quale, operando d'accordo con gli Inglesi, il 15 novembre sbarcava presso Goro e in quattro giorni si rendeva padrone di Valano, Gorino, Gnocca, Comacchio, Magnavacca, Ferrara e Rovigo si collegava con l' Hiller e con il Marschall che bloccava Venezia.

I generali COUCHY e MARCOQUET tentarono di liberare il Polesine, e non solo non vi riuscirono, ma non poterono neppure impedire al NUGENT di progredire occupando Badia (11 dicembre); il generale Pino invece, riuscì, il 26 novembre, a rioccupare Ferrara.
Contemporaneamente gli Anglosiculi effettuavano degli sbarchi sulle coste della Toscana sperando di sollevare le popolazioni. Il 9 dicembre 1813 la flotta inglese del ROWLEY, forte di sei vascelli, due fregate e una corvetta, sbarcò presso Viareggio millecinquecento soldati siciliani capitanati dal colonnello CARLO CATINELLI, che s'impadronirono del forte e della zona, mandarono un centinaio d'uomini verso La Spezia e il giorno 11 occuparono Lucca, che però evacuarono dopo ventiquattro ore. Qualche giorno dopo, lo stesso corpo, che portava il nome di "Reggimento Italiano" e una bandiera su cui era scritto "Lega italiana", sbarcò a Calambrone e tentò d'impadronirsi di Livorno; non essendo l' impresa riuscita, riprese il mare il 15 e fece ritorno in Sicilia.

Dalla linea dell'Adige il viceré Eugenio intanto sorvegliava la critica situazione. Più che le mosse del NUGENT nel Basso Po e quelle degli Austriaci alla sua sinistra lo preoccupava l'atteggiamento del re Gioacchino, che, di ritorno dalla Sassonia, aveva avuto con il principe un colloquio a Guastalla cercando d'indurlo ad occupare e poi a divider con lui l'Italia, staccarla dalla Francia, proclamarne l'indipendenza e difendendola poi insieme dagli Austriaci.
Come si vede, a un tradimento già compiuto, ne architettava già un altro contro gli austriaci. In più cercava di abbindolare anche gli inglesi facendosi credere alleato degli austriaci (ma come vedremo più avanti, il Bentinck, era più furbo di lui)

Il MURAT, infatti, ora che le cose andavano male per il cognato, era tornato all'idea di uscire dallo stato di vassallaggio in cui lo teneva Napoleone e sognava di riunire tutta l'Italia sotto il suo scettro, "servendosi" dell'aiuto della coalizione e dei sentimenti d'indipendenza risvegliati e che ora albergavano nel petto degli Italiani. Giunto a Napoli il 4 novembre, per ingraziarsi gli inglesi, abolì le leggi del blocco continentale, riaprì, spronato dalla moglie (che era poi Carolina, sorella di Napoleone), le trattative con il segretario della legazione austriaca e con lord BENTINCK e spedì due divisioni, una al comando del generale CARASCOSA, l'altra sotto il generale D'AMBROSIO, a Roma ed ad Ancona, rassicurando Napoleone con lo scrivergli che quelle truppe dovevano contribuire alla difesa dell'Alta Italia, e tranquillizzando l'Austria col dirle che quei soldati non avanzavano verso il Po con intenzioni ostili agli austriaci che ci stavano quasi per giungerci.

Nei primi di dicembre, i Napoletani di Murat occuparono Roma ed Ancona. Il generale MIOLLIS, che diffidava (e non era il solo) del Murat, si chiuse in Castel S. Angelo. Ad Ancona il generale BARBOU si chiuse nella cittadella. Il 19 dicembre il generale napoletano FILANGIERI giunse a Firenze e di là proseguì per Bologna dove giunse il 28. Negli ultimi giorni del mese, Rimini, Cesena, Pesaro e Fano furono occupate dai Napoletani che presero contatto con gli Austriaci, già padroni di Ravenna, di Cervia, di Lugo e di Forlì e cominciarono a tentare approcci con il generale PINO.

L' 11 gennaio del 1814 re Gioacchino fece il gran passo, sottoscrivendo a Napoli un'alleanza offensiva e difensiva con l'Austria: questa garantiva al re il possesso del regno e, con un articolo segreto, gli prometteva un aumento di territorio nello Stato Pontificio; inoltre prendeva impegno d'indurre FERDINANDO IV a rinunziare ai dominii di terraferma e di affrettare la pace con l'Inghilterra; dal canto suo il Murat rinunciava alla Sicilia e si obbligava ad entrare in guerra a fianco dei coalizzati con trentamila uomini, riservandosi il comando supremo delle truppe austro-napoletane.
Il 22 gennaio re Gioacchino partì da Napoli per raggiungere il suo esercito alla destra del Po; il 24 entrò a Roma festeggiatissimo; il 31 era a Bologna. Quel giorno stesso ELISA BACIOCCHI, granduchessa di Toscana, avvicinandosi a Firenze il generale napoletano MINUTOLO, si ritirava a Lucca, lasciando nella capitale il principe Felice, suo marito, che tre giorni dopo, si trasferiva a Pisa.

E intanto la fortuna di Napoleone si abbassava rapidamente: cinque eserciti penetravano in Francia; il BERNADOTTE, con centomila uomini, entrava in Belgio, il BLUCHER con centocinquantamila passava il Reno tra Mannheim e Magonza, lo SCHWARTZENBERG con duecentomila varcava il Reno a Basilea, il BUBNA con ottantamila occupava Ginevra e marciava su Lione, infine il WELLINGTON con centomila oltrepassava la Bidassoa.

Assalito da tutte le parti e da tanti nemici Napoleone pensò al Papa, che da un momento all'altro poteva esser liberato dai vincitori, e volle liberarlo egli stesso anche per suscitar noie al MURAT che aveva invaso lo Stato romano. PIO VII il 23 gennaio del 1814 partì da Fontainebleau in compagnia di mons. BERTAZZOLI e per Nizza e Ventimiglia giunse il 13 febbraio a Savona. Qui, per ordine dell' imperatore - che pare si fosse pentito di aver lasciato andare il Papa - dovette fermarsi, ma il 17 marzo dal prefetto di Montenotte seppe di esser libero di andarsene, e due giorni dopo prosegui il viaggio alla volta di Piacenza, Parma e Bologna.
Mentre lasciava partire da Fontainebleau il Pontefice, Napoleone pensava ad abbandonare l'Italia e scriveva al principe EUGENIO: "… Il re di Napoli si schiera con i nostri nemici. Appena ne avrete la notizia ufficiale, credo che sia necessario che voi passiate le Alpi con tutto il vostro esercito…".
Il viceré - anche se subdorva qualcosa dopo le avances- non era ancora ufficialmente informato della defezione del Murat, ma volle tuttavia prendere le misure necessarie per fronteggiare il nuovo nemico e poiché non disponeva di molte truppe, con lo scopo di restringere il campo di manovra, decise di ritirarsi sulla linea del Mincio, da cui più facilmente avrebbe potuto spingere la sua destra su Parma, Reggio o Modena contro il re Gioaccbino.

Il ripiegamento, cominciato il 1° febbraio, era compiuto il 4. Il giorno 5, da Verona, il BELLEGARDE, successo all'HILLER nel comando dell'esercito austriaco, lanciava agli Italiani un proclama, che qui riportiamo letteralmente e integralmente:

 

"…Italiani ! Di tutte le nazioni che l'ambizione dell'imperatore Napoleone ha soggiogate, voi siete l'ultima, per cui è suonata l'ora della liberazione. Le armate nemiche avevano inondato la Germania, e fu in Germania che le Potenze alleate risolsero di portare i primi colpi. Le giornate eternamente memorabili di Lipsia decisero della sorte di Europa: i popoli del Nord furono liberati, ma i tempi dell'oppressione sono finiti per tutti, e ora i popoli sono chiamati a godere dei benefici dell' indipendenza. Italiani ! Appena i grandi interessi della Germania furono decisi, S. M. l'Imperatore, mio illustre sovrano, rivolse i suoi sguardi paterni verso le vostre contrade che non cessarono mai di essergli carissime. Noi abbiamo passato l'Adige, siamo entrati nel cuore del vostro paese. Vedete in noi dei liberatori, che non esigeranno altro da voi, tranne ciò che sarà indispensabile per la loro marcia e la loro sussistenza. Noi veniamo per proteggere i diritti legittimi, e per ristabilire ciò che la forza e l'orgoglio rovesciarono. Noi vi chiamiamo alla difesa comune; è giunto il momento in cui l'Italia, ad esempio delle altre nazioni, deve far prova di forza e di coraggio. È tempo che le Alpi s'inorgogliscano di nuovo delle loro inaccessibili cime e che formino una barriera impenetrabile; è tempo che quelle strade aperte per condurre nel vostro paese la schiavitù e la servitù siano distrutte. Piemontesi, che la natura e il vostro coraggio destinarono ad essere il baluardo della fortunata Italia, volete vedere di nuovo dal Campidoglio i Galli con il loro Brenno, che si servivano della loro spada solo per accrescere il peso dei tributi?
Prendete le armi; riunitevi tutti sotto gli stendardi del vostro re, la di cui energia e perseveranza vi garantiscono il ritorno di quei tempi di potenza e prosperità, dei quali avete goduto sotto l'illustre casa di Savoia. Nobili Toscani ! Popoli saggi e fedeli, rallegratevi ! Se le nostre armi turbano un istante le vostre tranquille dimore, ciò non avviene che per restituirvi a quel paterno governo, del quale non cessaste mai dal risentire la mancanza. Unite le vostre alle nostre forze, e subito vedrete tornare il vostro diletto principe, e con lui faranno ritorno le belle arti, le scienze, la pubblica prosperità.

Popoli d'Italia! E' volere dei magnanimi alleati di ristabilire per quanto lo permettono le circostanze, l'antico e rispettabile edificio dei governi, a cui l' Europa fu debitrice sì lungo tempo della sua felicità, della sua prosperità e della sua gloria. Vedrete rifiorire in mezzo a voi quell'antica ed illustre casa d' Este, le di cui gloriose rimembranze appartengono alla più bell'epoca della vostra storia. Quella città immortale che per due volte è stata la prima del mondo, non sarà più la seconda di un impero straniero: capitale del mondo cristiano, essa si rialzerà con un nuovo splendore. A misura che il vostro territorio sarà purgato dagli oppressori stranieri, i vostri governi saranno ristabiliti, senza scosse, senza violenze, e con le istituzioni create nelle stesse località…"


Cinque giorni prima, da Modena, un manifesto di ben altro tono aveva rivolto agli Italiani del nord il generale napoletano murattiano CARASCOSA e anche questo lo riportiamo letteralmente e integralmente:

 

"…Italiani ! È giunto finalmente il sospirato momento in cui un grido pubblico riunisce tutti sotto gli stessi stendardi. Dopo molti secoli di divisione, di debolezza o di occulte viltà, spunta per noi il desiderato giorno, in cui combattendo per gli stessi interessi, difendendo la stessa patria, pugnando pel bene comune, non abbiamo che a riunirci intorno al magnanimo re, che tutto ciò garantisce, per esser sicuri di conseguire questi preziosi doni, e di arrivare di vittoria in vittoria al placido e tranquillo possesso di essi. Patriottismo disinteressato, cieca fiducia nell'ottimo sovrano Gioacchino, a cui già i popoli di Napoli sono debitori della loro felicità, costanza nelle fatiche d'una guerra gloriosa, e nulla potrà fermare lo slancio del vostro valore, diretto dal primo capitano del secolo ....

Italiani ! venite dunque confondetevi con noi nelle nostre file, abbandonate quelle dei vostri oppressori e non date all'Europa tutta lo spettacolo lacrimevole che offrirebbe il vedere gl'Italiani del Mezzogiorno combattere contro quelli dell'oltre Po: nel momento in cui un appello magnanimo vi chiama egualmente all'onore, alla gloria e alla felicità, sarete voi sordi a queste voci ? Vorrete continuare ad essere gli strumenti delle vostre catene ? Anteporrete ancora l'umiliazione alla più seducente illusione che possa infiammare il cuore umano ? Non contribuirete anche voi a compiere la grande opera, che con unanime sforzo hanno intrapresa tutte le potenze nostre alleate ? No certamente ! voi realizzerete tutto quello che l'universo aspetta da voi…"


Questo manifesto e l'esplicita dichiarazione del Bellegarde che annunziava agli Italiani l'entrata del Murat nella coalizione, furono per il principe Eugenio la notizia ufficiale della defezione del re di Napoli. Il viceré, seguendo le istruzioni di Napoleone, avrebbe dovuto ripassare le Alpi; invece decise di resistere anche contro il nuovo nemico. Famose rimasero le parole che lui rivolse ai suoi soldati: "… Un nuovo nemico si presenta, e quando ve l'avrò fatto conoscere voi non presterete fede alle mie parole. I Napoletani ci avevano solennemente promessa la loro alleanza; sulla fede delle loro promesse sono stati ricevuti nel Regno come nostri fratelli; ma essi erano invece i nostri nemici. I Napoletani però non sono invincibili. Soldati ! Ecco qui la mia divisa onore e fedeltà ! Che questa divisa sia pure la vostra, e con essa e con l'aiuto di Dio noi trionferemo ancora di tutti i nostri nemici…".

Sapendo che il nemico concentrava le sue truppe tra Villafranca e Roverbella, il principe EUGENIO stabilì di dargli battaglia l' 8 febbraio e diede le disposizioni per i movimenti del suo esercito: la 5a divisione doveva uscire da Peschiera ed occupare Cavalcaselle e Solionze; la 6a divisione e la brigata di cavalleria Rambourg da Mantova dovevano dirigersi verso il fiume Tartaro passando per Sanguinetto, Isola della Scala e Castiglione; la 2a e la 4a divisione, la Guardia Ueale e la brigata di cavalleria Parreymond da Mantova per la via di Roverbella dovevano marciare alla volta di Villafranca: la 3a divisione, passando il fiume a Monzambano, e la 1a divisione e la brigata di cavalleria Bonnemains, partendo da Goito e passando da Villabona dovevano infine puntare entrambe su Roverbella.

Ma proprio nello stesso giorno che Eugenio aveva deciso l'attacco, il maresciallo BELLEGARDE, credendo che il viceré si fosse già ritirato verso Alessandria lasciando sul Mincio pochissime truppe, aveva ordinato ai generali RADIVOJEWICH e MERVILLE di passare il fiume a Borghetto e a Bozzolo, e ai generali MAYER e SOMMARIVA di fronteggiare Mantova e Peschiera.
Fu così che i contemporanei movimenti offensivi dei due eserciti diedero luogo ad una battaglia tremenda con grande spargimento di sangue.

La mattina dell' 8 febbraio la 3a divisione italiana comandata dal VERDIER passò il Mincio a Monzambano, ma, avendo saputo che il RADIVOJEWICH aveva occupato Borghetto, ripassava frettolosamente il fiume e si schierava tra Monzambano e case Meneghella facendo fronte al Radivojewich che cercava di avvolgerla ma non vi riusciva per le impetuose cariche del 4° cacciatori. A sostenere l'azione del generale austriaco accorse il SOMMARIVA, che attaccò dalla sinistra del Mincio il ponte di Monzambano; ma la 3a divisione resistette molto bene finchè in suo soccorso venne il PALOMBINI con la 5a divisione.

Frattanto le altre divisioni italiane erano già passate sulla sinistra del Mincio, e 1a era giunta a Marengo, la 2a e la 4a a S. Brizio, la 6a a S. Lucia e la Guardia Reale a Villabona mentre il MAYER ripiegava tra Roverbella e Castiglione e si preparava a resistere su questa linea. Erano da poco suonate le otto del mattino quando il viceré sentito tuonare il cannone a Monzambano, salì sul campanile di Massimbona e da lassù vide la 3a divisione alle prese con le truppe del Radivojewich; vide inoltre tra Valeggio e Pozzolo, alla sinistra del Mincio, ammassate numerose truppe austriache (quelle del Merville), e alla destra altre schiere (la brigata Vecsey e il reggimento Savoia) che parevano marciare in direzione di Volta e di Goito.

Conosciuta la dislocazione del nemico, il principe Eugenio decise di attaccare le truppe del Merville e, lasciate a fronteggiare il Mayer la 4a e la 6a divisione, si avanzò verso Valeggio con la brigata Bonnemains alla destra, la brigata Parreymond alla sinistra e la 1a divisione al centro, seguite dalla 2a divisione e dalla Guardia Reale. La brigata Perreymond, che marciava con il reggimento Usseri in testa, una batteria a cavallo su sei pezzi in mezzo e il reggimento dragoni della Regina, in coda, avanzava rapidamente su Pozzuolo, quando il generale Merville - che aveva dato ordine alla brigata Vecsey e al reggimento Savoia di tornare indietro - le lanciò contro il reggimento ulani "Arciduca Carlo". Gli usseri, colti di sorpresa, furono travolti, traendo nella fuga la batteria; ma i dragoni, comandati dal colonnello NARBONI, essendosi spostati a sinistra, fecero posto ai fuggiaschi, quindi caricarono di fianco impetuosamente gli ulani e li costrinsero a fuggire verso Pozzolo.
La carica degli ulani alleggerì la pressione italiana su Pozzolo ma non ne arrestò l'avanzata. Il Merville intanto aveva ricevuto rinforzi: la brigata granatieri Quasdanovich e il reggimento Deutschmeister, che furono schierati tra Pozzolo e il casale dei Remelli, e il reggimento Savoia che con gli ulani fu messo dietro i Remelli; ma il ripiegamento del Mayer su Mozzecane dietro la spinta vigorosa della 4a e della 6a divisione, lasciò scoperto il suo fianco sinistro contro cui si gettò la brigata Bonnemains composta del 3° e del 31° cacciatori e da una batteria a cavallo.
Il 31°, che aveva per comandante il colonnello piemontese DE MICHELI, caricò i granatieri austriaci, il 3°, comandato dal colonnello PROVASI, respinse i dragoni Savoia. Granatieri e dragoni, caricati violentemente ripiegarono confusamente su i Mazzi e Quaderni, costringendo il MERVILLE ad ordinare la ritirata su una nuova linea posta tra Foroni e i Mazzi, dalla quale però, sul far della sera, assalito dalla 4a divisione italiana, dovette sloggiare e ritirarsi ancora fino a Valeggio, dove si unì con le truppe del Radicojewich cacciate da Monzambano.



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CADUTA DI NAPOLEONE - CONVENZIONE DI SCHIARINO-RIZZINO
I MOTI MILANESI DEL 20 APRILE - UCCISIONE DEL MINISTRO PRINA
LA REGGENZA PROVVISORIA - GLI AUSTRIACI A MILANO
FINE DEL REGNO ITALICO


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